Vietnam

L’Export in Vietnam: un mercato in crescita

582f6845e02ba75c658b4573-750-562 Ludovica Gabrielli, Vieri Galli |

Il Vietnam, ricordato nei libri di storia per la guerra contro gli Stati Uniti, rappresenta oggi uno dei più interessanti Paesi in via di sviluppo. È stato, infatti, protagonista di una crescita economica che 30 anni fa pochi analisti avrebbero potuto pronosticare e che oggi rappresenta oggetto di studio per tutti coloro che ne sono rimasti strabiliati.
Si ritiene che vi siano stati due elementi determinanti per lo sviluppo del Vietnam: la sua vicinanza al colosso cinese e una politica mirata all’apertura internazionale. Il primo ha permesso di attrarre imprese estere in cerca di manodopera a basso costo. Il secondo ha permesso di sfruttare i vantaggi derivanti dalla globalizzazione. Bisogna dare merito alla lungimiranza del Governo di Hanoi, che ha varato nel 1986 un pacchetto di riforme economiche denominato Doi Moi (‘Nuova Economia’, o ‘Rinnovamento’), con il quale si diede ufficialmente il via alla transizione verso il libero mercato, resa possibile anche grazie alla forte semplificazione delle leggi e delle normative riguardanti il commercio, avvenuta durante gli anni ’90. Da allora fino a oggi si sono registrati importanti segnali di miglioramento economico, ad esempio l’aumento del reddito pro capite da $100 a $1700. Sebbene non si tratti di un dato strabiliante, sicuramente ha contribuito ad attrarre prima l’attenzione, e poi gli investimenti, di numerose imprese e multinazionali estere. Altro dato indubbiamente significativo è la riduzione del tasso di povertà da un livello drammatico del 60% nel 1990 all’attuale 3%. Questo risultato quasi incredibile può trovare giustificazione nell’ eccezionale performance economica del Paese, con un tasso di crescita costante di oltre il 7% nell’ultimo decennio e un tasso di inflazione che in pochi anni (tra il 2011 e il 2014) è passato dal 23% al 4%. Alcuni esperti hanno affermato che se il Vietnam riuscisse a mantenere il tasso di sviluppo a questo livello per i prossimi 10 anni, al pari di altri paesi dell’Asean potrebbe avviare un processo di crescita paragonabile a quello delle cosiddette “Tigri Asiatiche” (Taiwan, Singapore, Corea del Sud, Hong Kong): un record non da poco, per un Paese che negli anni ’80 aveva tassi di povertà pari a quelli dell’Etiopia. Tradotto in termini monetari, il PIL vietnamita è passato da $138,4 miliardi a $155,6 miliardi, con un rapporto debito pubblico/PIL che si è stabilizzato su poco meno del 65%.
Avendo un’economia in crescita costante da oltre un decennio, alcuni osservatori hanno paragonato il Paese alla Cina del 2015; infatti, il tasso di crescita di quell’anno, pari a 6.4%, non era molto inferiore rispetto al 6.9% registrato dal vicino colosso economico. Questo sviluppo, a tratti esponenziale, è stato trainato soprattutto dall’espansione del settore manifatturiero (+7.6%), oltre che dal flusso di investimenti diretti all’estero (IDE- con una cifra record di $15,8 miliardi nel 2016), dalla domanda interna (sostenuta dall’occupazione generata dalle multinazionali), dal turismo (grazie a un afflusso record di 10 milioni di visitatori nel 2016), dal consolidamento nell’equilibrio delle partite correnti, dalla stabilità del tasso di cambio e dalla modesta inflazione. Cogliendo l’opportunità della globalizzazione, il Vietnam è riuscito a emergere da una situazione di estrema povertà e a diventare un’attraente alternativa per gli investitori stranieri, rispetto alla Cina o alle “Tigri Asiatiche”. Essendo un Paese a basso livello di rapporto costo-lavoro, gran parte della ricchezza del Paese deriva dal commercio con l’estero. Esso, infatti, attualmente assomma circa il 150% dell’intero PIL nazionale.
Nel tentativo di attrarre maggiormente gli investitori stranieri, il Governo di Hanoi ha attuato una serie di provvedimenti. In particolare, ha facilitato la loro attività non obbligandoli a comprare prodotti nazionali, ma semplificando il regime commerciale e migliorando la pressione fiscale e il livello dei dazi doganali. Il risultato ottenuto è stato un incredibile aumento degli investimenti privati esteri, tanto che oggi sono essi la causa positiva dei due terzi delle esportazioni vietnamite.
Nonostante l’impetuosa crescita e miglioramenti impronosticabili, il sistema economico vietnamita presenta, secondo alcuni analisti, ancora persistenti criticità, che rendono necessari dei tempestivi interventi di risanamento finanziario. Da un lato, al suo interno il Paese è penalizzato da due fragilità persistenti, ossia un settore bancario vulnerabile, a causa della quota elevata di non performing loans, e le finanze pubbliche relativamente scarse. Il rapporto debito pubblico/PIL, relativamente alto e in aumento, desta non poche preoccupazioni al Governo di Hanoi, essendo a un decimo di punto dalla soglia legale del 65%. Dall’altro, al suo esterno il Vietnam, poiché basato su un modello economico “export-oriented”, è esposto a shock esogeni. Infatti, il settore dell’abbigliamento, estremamente importante per l’economia vietnamita, potrebbe risentire fortemente delle tendenze protezionistiche globali, rappresentate in particolare dalla politica commerciale di Donald Trump, che ha ritirato il Paese dagli accordi trans-pacifici (Trans-Pacific Partnership) e ha minacciato l’aumento dei dazi sulle importazioni. Inoltre, l’impatto di uno scenario globale caratterizzato dai rimpatri di capitale e da pressioni svalutative contro un USD forte potrebbe non rivelarsi neutrale per il Vietnam, che dispone di un buffer di riserve valutarie limitato. Tuttavia, la vera sfida dei prossimi anni per il Paese è l’avanzamento nella privatizzazione delle imprese di Stato (SOEs, che detengono una quota di assets pari al 74% del PIL). Per questo motivo, nel tentativo di attrarre maggiormente investimenti privati stranieri, il Governo di Hanoi ha posto come obiettivo di ridurre da 51 a 6 i settori in cui non sono permessi investimenti privati.
Recentemente, Il Vietnam si è affermato come leader mondiale della produzione di sneakers (o, più comunemente chiamate, scarpe da ginnastica). In soli 6 anni, infatti, il Paese ha esportato più di 300 milioni di paia, triplicando la produzione. I principali Paesi importatori sono gli Stati Uniti (100 milioni di paia di scarpe), l’Europa (93 milioni di paia di scarpe) e il Messico. Questo dato, in fondo, non dovrebbe stupirci più di tanto, poiché ognuno di noi ha nel suo armadio (o addirittura ai suoi piedi in questo momento), un paio di scarpe con la scritta “made in Vietnam”.
Il successo dell’esportazione di questo prodotto è dovuto primariamente all’aumento (quasi esponenziale) della domanda globale registrato negli ultimi anni. All’inizio del 2010, il commercio internazionale di sneakers deteneva livelli abbastanza bassi, attestandosi sulle 300 mila paia vendute. Nel 2016, invece, questa cifra è cresciuta fino ad arrivare a 736 milioni, posizionando questo prodotto tra i più dinamici del commercio mondiale.
Limitare la spiegazione di questo successo solamente a fattori esogeni potrebbe portare, tuttavia, a conclusioni errate. Infatti, tra le favorevoli condizioni socio-economiche descritte nel paragrafo precedente, ve ne sono due che indubbiamente hanno contribuito maggiormente alla conquista vietnamita del primato nella produzione di sneakers: una popolazione mediamente giovane (18.7% della popolazione ha un’età compresa tra i 20 e i 29 anni) e un costo del lavoro molto basso (dato che un lavoratore in Vietnam percepisce $2/h, rispetto ai $7/h in Cina e i $42/h negli USA). Questo secondo elemento è fondamentale per la costruzione del vantaggio competitivo delle imprese. Infatti, adottando un’ottica sempre meno limitata dai confini dei mercati nazionali, le aziende, e in particolar modo le grandi multinazionali, hanno esteso le loro catene del valore su scala globale, inserendo le produzioni delle economie emergenti in una o più fasi della stessa. Viene dunque disegnato un nuovo assetto della divisione internazionale del lavoro, in cui molti beni divengono il risultato di “catene produttive globali” alle quali imprese di Paesi diversi aggiungono pezzi di valore. Nello specifico caso del Vietnam, notiamo come esso rappresenti l’anello di congiunzione tra la fase di produzione e quella di commercializzazione delle sneakers.

Come già sottolineato in precedenza, Il Governo di Hanoi ricopre oggi un ruolo di primario interesse nell’ambito del commercio internazionale. Il Vietnam ha infatti chiuso i negoziati di FTAs con l’Unione Europea (EVFTA), Corea, Unione Euroasiatica e il TPP (con una membership a 11, a seguito del ritiro USA), ed è già parte di FTAs con Cina, Corea, Giappone, India, Australia e Nuova Zelanda, in qualità di Paese ASEAN.

La UE, secondo partner commerciale del Vietnam, elimina in questo modo le sue tariffe in sette anni, mentre Hanoi ha tre anni in più, tenendo così conto del diverso livello di sviluppo economico. Inoltre, si elimina il 65% dei dazi già all’entrata in vigore. L’accordo è paragonabile nei contenuti a quelli con Singapore, Corea del Sud e Canada. L’intesa punta infatti ad aprire alle imprese europee un mercato da 90 milioni di persone. Servirà però certamente un lavoro lungo e costoso per vigilare sulla sua applicazione.

In questo modo, si aprono diverse prospettive di inserimento anche per le aziende italiane: esportazione a dazio zero grazie all’EVFTA in base a fasi successive di liberalizzazione, esportazione a dazio zero, o quasi zero, verso le più importanti economie mondiali (UE, Cina e Giappone) qualora sia realizzato un investimento produttivo nel Paese. Entra infatti in vigore il 15 giugno 2017 la legge che autorizza la ratifica ed esecuzione dell’accordo di cooperazione e mutua assistenza in materia doganale stipulato tra l’Italia e il Vietnam. Lo scopo è quello di favorire la corretta applicazione della legislazione doganale, nonché di prevenire, reprimere e accertare le infrazioni agli accordi presi precedentemente, tramite lo scambio di informazioni fra le amministrazioni dei due Stati.

Intensi sono pertanto i rapporti economici e commerciali tra Italia e Vietnam. Lo scorso anno, con lo scopo primario di supportare lo sviluppo dell’industria locale, è stato inaugurato in Vietnam il primo Centro Tecnologico Italo-Vietnamita, realizzato da ASSOMAC (Associazione nazionale costruttori tecnologie per calzature, pelletteria e conceria), grazie al sostegno finanziario del MiSE (Ministero dello Sviluppo Economico) e di ICE-Agenzia.
Il Centro Tecnologico è dotato di una linea completa di macchinari e attrezzature italiani per la produzione di calzature, costituendo così un importante passo avanti nella promozione della tecnologia italiana nell’area.
Grazie al supporto di PISIE (Politecnico Internazionale per lo Sviluppo Industriale ed Economico), ASSOMAC ha inoltre curato la formazione professionale del personale impiegato nel Centro e nuovi corsi di formazione saranno poi realizzati nel corso dell’anno.

Ad oggi, in Vietnam si registra la presenza di una cinquantina circa di aziende italiane e i settori nei quali sono presenti le maggiori opportunità per le nostre imprese sono: macchinari, materie plastiche e petrolio raffinato. Il Vietnam ha infatti una struttura imprenditoriale molto simile a quella italiana, costituita per il 96% da PMI, attive in particolare nei settori dei macchinari e della tecnologia.

I rapporti economici tra Italia e Vietnam sono in costante crescita, basti pensare che l’interscambio commerciale tra i due paesi dal 2010 al 2015 è aumentato del 50%, raggiungendo il valore di oltre 4 miliardi di euro, permettendo all’Italia di posizionarsi al quarto posto tra i partner commerciali del Vietnam tra i paesi dell’Unione Europea, con una quota sul totale del 10,4%.
I posti di lavoro generati dal consistente flusso di IDE, i regolari aumenti del minimo salariale e la crescita di turismo e servizi hanno trainato una forte espansione dei consumi privati. Tale trend, sostenuto dal tradizionale richiamo esercitato dai nostri marchi e lifestyle, apre importanti opportunità per l’affermazione dei nostri prodotti sul mercato vietnamita.

Al contrario, pur occupando posizioni di leadership nell’esportazione di alcuni prodotti della pesca e commodities agricole (riso, anacardi, pepe e caffè), il Vietnam presenta un comparto industriale ancora in via di sviluppo, con criticità legate all’inquinamento ambientale, all’intrusione salina e all’eccessivo uso di fertilizzanti. Per garantire ai propri prodotti qualità e rispetto degli standard di sicurezza alimentare, la filiera ha esigenza di nuovi investimenti in tecnologie e macchinari, impianti di trattamento e di stoccaggio, per la catena del freddo, il packaging e l’ottimizzazione in fase di post-raccolto.

Come precedentemente preso in esame con il caso delle sneakers, il Vietnam sta cercando di farsi strada nel settore calzaturiero. Per quanto riguarda le calzature, il made in Italy è stato da sempre il più apprezzato a livello globale. Ciononostante, il sistema calzaturiero nazionale ha conosciuto con il nuovo Millennio un forte ridimensionamento in termini di volumi produttivi, addetti e aziende. Le dinamiche di globalizzazione prima, con l’ingresso delle nuove e sempre più competitive economie dei paesi emergenti, e la crisi economica e finanziaria poi che, negli anni successivi al 2008, ha pesantemente ridimensionato la domanda finale mondiale compromettendo anche quella nazionale hanno fortemente condizionato la capacità competitiva e produttiva del settore calzaturiero italiano, costringendo le tradizionali economie distrettuali nazionali a ristrutturazioni e quindi a scelte di delocalizzazione o di chiusura.

Il calzaturiero nazionale è comunque riuscito a rifondare i propri vantaggi competitivi spostando sempre di più la produzione verso la gamma alta e verso le produzioni a maggior valore aggiunto facendo leva sui propri punti di forza tradizionali: qualità dei materiali impiegati e tecniche di lavorazione capaci di coniugare la tradizione artigiana con le moderne tecniche e tecnologie di produzione, in un processo di ricerca continua di soluzioni creative in grado di restituire uno stile inconfondibile.

Oggi, il settore si trova di fronte a un difficile percorso di consolidamento per rafforzare il proprio posizionamento e ripartire da lì per avviare una nuova fase di crescita. Occorre ottenere un innalzamento dei livelli di efficienza operativa a supporto del processo produttivo e accelerare le dinamiche di innovazione nei prodotti, nei materiali e nelle forme, e la creazione di canali di vendita per rispondere alle cangianti esigenze di una domanda che, soprattutto nelle fasce medie e alte di consumo, chiede sempre più personalizzazione di prodotto e velocità di immissione sul mercato di nuovi modelli.

In questo quadro di complessità crescente delle dinamiche di competitività, la risposta del sistema produttivo calzaturiero è ancora debole in termini di attivazione dei processi di innovazione e scelte di investimento. Tuttavia, un nuovo fattore di spinta che potrebbe accelerare questo processo è senza dubbio rappresentato dalla possibilità di accedere alle opportunità tecnologiche dell’Industria 4.0.

I modelli produttivi basati sul nuovo paradigma della fabbrica intelligente potrebbero rafforzare, infatti, il posizionamento strategico di un settore che ha dimostrato fino ad oggi una straordinaria capacità di interpretare il cambiamento e rispondere alle crisi di domanda e alla pressione competitiva dei produttori con lavoratori a basso costo, attraverso la leva della sapienza produttiva tradizionale, ma che, davanti alla domanda di una nuova classe di consumatori finali globali sempre più evoluti, rischia di non trovare la via maestra della crescita, se non rinnova a fondo tutti i suoi processi distributivi e produttivi.

Ovviamente, non si tratta di abbandonare la tradizione artigianale italiana, ma di passare da processi manual intensive a linee di produzione a elevata automazione in cui il talento creativo e lo stile si esprimono soprattutto nella capacità di interagire con sistemi robotizzati ad alta precisione e produttività, e con sistemi automatizzati in grado di garantire prodotti di sempre più elevata qualità e sempre più personalizzati.

Dall’esperienza vietnamita si evince come la Politica (e le politiche) abbiano avuto un ruolo centrale per il raggiungimento di importanti risultati da un punto di vista di crescita economica. Senza la lungimiranza del Governo di Hanoi, infatti, non sarebbero mai state attuate tutte quelle misure (menzionate in precedenza) che hanno permesso al Paese, a distanza di 30 anni, di diventare la fabbrica mondiale di calzature. Il caso in analisi mostra chiaramente come i fattori geografici, sociali ed economici siano stati necessari, ma non sufficienti, per il conseguimento di questo sviluppo; Paesi con caratteristiche simili, infatti, non hanno avuto la stessa sorte. Concludendo, i rapporti economici e gli scambi commerciali tra Europa e Vietnam e, in particolare, tra Italia e Vietnam si sono intensificati notevolmente nell’ultimo decennio. La posizione strategica del Paese del sudest asiatico, rispetto alle compagnie straniere che operano in quell’area, fa del Vietnam un ideale centro direzionale per l’export. Le opportunità commerciali che Hanoi offre all’export italiano sono pertanto di indubbio interesse per le imprese italiane e devono essere perciò colte nel modo più efficiente e redditizio possibile.
BIBLIOGRAFIA

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