La Germania spinge l’UE verso il Sud-Est asiatico

Con un nuovo documento ufficiale, la Germania presenta la sua strategia per l’Asia: meno dipendenza dalla Cina e focus sui Paesi della regione indo-pacifica

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha le idee chiare: l’Europa deve ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi e rafforzare i legami con i Paesi dell’Indo-Pacifico per rilanciare il libero scambio e il multilateralismo a livello globale. Sulla scia della Francia, il governo tedesco ha adottato una serie di linee guida per la politica estera che mettono in primo piano le relazioni con i Paesi della regione indo-pacifica. 

Non è una novità. Anche l’amministrazione di Donald Trump negli Stati Uniti sta portando avanti simili manovre di politica estera per fronteggiare le ambizioni cinesi nello scontro politico ed economico in corso. Tuttavia, se il focus dell’America di Trump è su sicurezza e unilateralismo con un approccio economico quasi mercantilista, la Germania della Merkel punta invece a rilanciare il multilateralismo e il libero scambio, invocando un dialogo europeo con l’ASEAN o Paesi come Giappone, Corea del Sud e Australia.

E’ importante sottolineare infatti che la Germania punta a trasmettere questa visione a livello europeo. Nel programma del trio di Presidenze del Consiglio dell’Unione Europea composto da Germania, Portogallo e Slovenia, che guiderà l’UE fino alla fine del 2021, emerge in maniera evidente la volontà di orientare la politica estera dell’Unione verso il continente asiatico, con particolare riguardo per la regione ASEAN. Il nuovo approccio avrebbe quindi il duplice obiettivo di ridurre la dipendenza del mercato europeo dalla Cina e rilanciare il commercio internazionale multilaterale, pilastro dell’Unione Europea. Alla luce dello scontro tra Washington e Pechino e dell’evolversi del nuovo contesto globale caratterizzato dalla pandemia, i leader europei sono sempre più convinti della necessità di diversificare le proprie partnership e approfondire i rapporti con i Paesi dell’Indo-Pacifico. La regione ospita infatti più della metà della popolazione globale e contribuisce a circa il 40% dell’economia globale, rappresentando un polo di attrazione giovane e dinamico per gli investitori di tutto il mondo. Usando le parole della cancelliera stessa, riferite all’Europa: “La nostra prosperità e la nostra influenza geopolitica degli anni a venire dipenderanno da come collaboreremo con l’Indo-Pacifico”.  

L’idea del governo tedesco, sempre più popolare tra i governi e le istituzioni europee, è che risulterà fondamentale disegnare una politica estera comune e coerente, focalizzata sulla centralità del multilateralismo e del libero scambio, in contrapposizione all’unilateralismo degli Stati Uniti di Trump o alle ambizioni egemoniche della Cina. E per fare ciò sarà necessario investire nei rapporti con organizzazioni internazionali come l’ASEAN o con Paesi asiatici orientati al libero scambio come Giappone, Corea del Sud o Indonesia.

Una maggiore apertura alla regione dell’Indo-Pacifico potrebbe quindi contribuire a rilanciare le potenzialità dell’Unione Europea. Il governo tedesco proverà a stimolare i partner europei a porre maggiore enfasi sulla dimensione geopolitica dell’Unione, conferendo un ruolo di prim’ordine alla regione dell’Indo-Pacifico e all’ASEAN in particolare. Nel nuovo e complesso scenario internazionale sembra dunque che i Paesi dell’Asia orientale assumeranno un peso sempre maggiore. 

A cura di Tullio Ambrosone e Hania Hashim

Le potenzialità della digital economy nel Sud-Est asiatico: i casi Grab e GoJek

Partite dal ride-hailing, le due società puntano ora a monopolizzare il mercato digitale ampliando l’offerta di servizi

Le misure restrittive imposte per contrastare l’avanzare della pandemia di Covid-19 stanno facendo emergere le potenzialità dell’economia digitale a livello globale in tutti i settori dei consumi. Nel Sud-Est asiatico, questa dinamica è ulteriormente rafforzata dal notevole aumento dei consumatori digitali degli ultimi anni, raggiunto grazie a una più capillare diffusione della connessione internet nei diversi Paesi della regione. Le grandi aziende locali sono ormai pienamente consapevoli di questa evoluzione e stanno puntando con decisione sul mercato digitale, che si stima crescerà fino a circa 200 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. 

Interessanti sono i casi di Grab e Gojek, tech start-up leader nel settore del ride-hailing. Nata nel 2010 a Giacarta offrendo servizi di telefonia per motociclisti, Gojek ha poi ampliato la sua gamma di servizi raggiungendo ad oggi un valore di 12,5 miliardi di dollari. Grab invece, fondata in Malesia nel giugno 2012, è rapidamente cresciuta in tutto il Sud-Est asiatico, con una valutazione corrente di quasi 14 miliardi di dollari. Partite entrambi dal settore della mobility, le due aziende hanno progressivamente ampliato la rete di servizi offerti, dal car-sharing e la consenga di cibo a domicilio fino a servizi finanziari e assicurativi. L’obiettivo di entrambe le giovani aziende è quello di diventare la prima everyday super app, sviluppando un ecosistema di imprenditori, driver e clienti collegati attraverso l’app per soddisfare tutte le necessità della vita quotidiana. 

In particolare, Grab sta sviluppando strumenti di pagamento digitale senza l’uso del contante come GrabPay, che permette di effettuare pagamenti utilizzando crediti interni all’app. Oltre a servizi finanziari e assicurativi, l’azienda offre anche servizi come GrabFood e GrabFresh per ordinare generi alimentari a domicilio. Grab ha anche iniziato a collaborare con i governi e i piccoli produttori e commercianti dell’area per digitalizzare segmenti tradizionalmente offline dell’ecosistema agroalimentare, portandoli sulla sua piattaforma. L’azienda ha  recentemente lanciato GrabMart, GrabFood, GrabExpress e GrabAssistant, stringendo a marzo e aprile 2020 rapporti con oltre 78mila commercianti e 115mila fra autisti e rider. Negli ultimi dodici mesi, Grab ha ottenuto un aumento del 21% delle entrate online arrivando a contribuire all’economia ASEAN per circa 8,5 miliardi di dollari. 

Anche GoJek sta espandendo il proprio business in diversi settori di consumo, sfruttando la crescita esponenziale del settore digitale. GoFood, GoClean, GoAuto, GoLaudry e GoGlam sono solo alcuni dei servizi lanciati negli ultimi anni, dal settore alimentare ai servizi di lavanderia. Inoltre, l’azienda sta investendo massicciamente per offrire corsi di formazione di gestione aziendale, finanza e informatica a oltre 35mila imprenditori con l’obiettivo di accompagnare la trasformazione digitale anche nella società civile. 

Entrambe le aziende rappresentano dunque esempi concreti di uno dei trend più significativi che sta caratterizzando il mercato del Sud-Est asiatico. Con una popolazione giovane e dinamica, la regione si appresta a osservare un incremento considerevole della domanda di servizi digitali, lasciando ampio spazio alla proattività di aziende tecnologiche e  innovative, in grado di cavalcare l’onda della digitalizzazione. 

Articolo a cura di Tullio Ambrosone e Gabriel Zurlo Sconosciuto

India e ASEAN, un immenso potenziale

Nonostante un avvio relativamente tardivo, i rapporti India-ASEAN sono sempre più floridi e godono di un potenziale di crescita senza eguali.

I rapporti tra l’India e l’ASEAN sono relativamente recenti, specialmente se paragonati alle relazioni ben più longeve che i Paesi del Sud-Est asiatico hanno stabilito già a partire dagli anni ’70 con i grandi player regionali e globali, dagli Stati Uniti al Giappone passando per l’Unione Europea. La decisione da parte dell’ASEAN di ammettere l’India come proprio interlocutore a pieno titolo è avvenuta soltanto nel 1995, dopo lunghi ritardi e aspre discussioni tra i Paesi ASEAN. Gli Stati membri di cultura islamica, in particolare la Malesia e l’Indonesia, chiedevano, infatti, che qualora fosse stata ammessa l’India, anche il Pakistan avrebbe dovuto entrare a far parte del ristretto circolo dei Paesi partner dell’Associazione. Gli altri Paesi ASEAN, invece, mostravano preoccupazione circa l’eventualità che una partecipazione congiunta dell’India e del Pakistan alle riunioni dell’ASEAN avrebbe trascinato le tensioni tra i due Paesi in seno all’Associazione. Alla fine, grazie alla raffinata mediazione politica di Singapore, fu concesso soltanto all’India di entrare. Tuttavia, da allora, tutti gli Stati membri dell’ASEAN, anche i più reticenti, hanno cominciato a rivalutare l’importanza sia economica che geopolitica dell’India per l’interesse strategico del Sud-Est asiatico. 

Ad oggi, l’India rappresenta il sesto maggior partner economico-commerciale dell’ASEAN e, a sua volta, l’ASEAN costituisce il terzo principale partner commerciale dell’India, subito dopo l’UE e gli USA ma prima della Cina, con uno scambio totale di beni di oltre 96 miliardi di dollari nel solo 2019. Dopo la firma dell’accordo di libero scambio India-ASEAN nel 2009, infatti, l’interscambio commerciale tra i due blocchi è cresciuto costantemente anno dopo anno e l’obiettivo, piuttosto ambizioso, è quello di raggiungere un volume di scambi bilaterali dal valore di oltre 200 miliardi di dollari entro il 2022. L’enorme bacino collettivo di circa 1,8 miliardi di potenziali consumatori che abitano le due regioni, molti dei quali fanno parte di una classe media in rapidissima crescita, offre un immenso, quasi impareggiabile, potenziale di sviluppo economico-commerciale non solo in Asia, ma anche a livello mondiale. Le opportunità di crescita tra l’India e l’ASEAN, tuttavia, non sono solo commerciali. La cultura indiana ha avuto e continua ad avere un incredibile ascendente sugli abitanti dei Paesi del Sud-Est asiatico. In passato, infatti, la civiltà indiana ha gettato le basi culturali nella stragrande maggioranza dei Paesi ASEAN, in maniera non dissimile al contributo che la civiltà greco-romana ha dato alla cultura occidentale odierna e, ancora oggi, il soft power indiano, con l’industria cinematografica di Bollywood in testa, esercita un ruolo cruciale nel Sud-Est asiatico. L’attuale Primo Ministro dell’India, Narendra Modi, ha espresso l’intenzione di usare questo profondo legame culturale che unisce l’India e i Paesi ASEAN per forgiare un’alleanza che vada ben oltre i meri interessi economico-commerciali. Per usare le parole dello stesso Modi, “la partnership India-ASEAN avrà anche solo 25 anni, ma i legami dell’India con il Sud-Est asiatico risalgono a più di due millenni fa.” Ed è proprio in virtù di questo rapporto privilegiato, che affonda le radici in oltre duemila anni di storia, che “l’ASEAN è al centro della politica indiana nell’Asia-Pacifico e lo sarà sempre. Un’ASEAN integrata, coesa e sviluppata economicamente serve gli interessi fondamentali dell’India.” I leader dei Paesi del Sud-Est asiatico hanno risposto con grande entusiasmo alla proposta di Modi di lavorare ad una sempre crescente cooperazione tra l’India e l’ASEAN e hanno anch’essi espresso il desiderio di approfondire i legami strategici con il gigante indiano. Prova ne sia la 20esima riunione dell’ASEAN-India Joint Cooperation Committee, tenutasi online il 12 giugno scorso, durante la quale i rappresentati dell’India e dell’ASEAN hanno concordato il finanziamento di numerosi progetti in comune, tra cui anche una linea di credito del governo indiano da oltre un miliardo di dollari per sostenere progetti infrastrutturali e di connettività digitale tra i Paesi del Sud-Est asiatico e l’India. 

Malgrado un avvio relativamente lento, le relazioni tra l’India e l’ASEAN godono oggi di ottima salute e sono in costante miglioramento. Le opportunità di crescita, sia sul versante economico-commerciale che su quello geopolitico, sono immense e un ulteriore approfondimento dei rapporti tra i Paesi del Sud-Est asiatico e l’India non potrà far altro che portare ad un maggiore equilibrio di potere nella regione Asia-Pacifico.

A cura di Andrea Dugo 

L’ASEAN del futuro

Intraprendenti e dinamiche, le nuove generazioni nel Sud-Est asiatico sono pronte a diventare protagoniste

Dai dati relativi al 2018 risulta che circa il 60% della popolazione dei Paesi ASEAN ha meno di 35 anni. Una percentuale destinata a crescere e che segnala quanto i giovani del Sud-Est asiatico occupino un ruolo considerevole non solo nello spazio politico e sociale, ma anche in quello economico, costituendo, infatti, buona parte dei lavoratori e dei consumatori della regione. Ma quali sono gli orizzonti e le opportunità che l’ASEAN offre loro? Come possono i giovani trasformare l’ASEAN del futuro?

Il Youth Development Index (YDI) delle Nazioni Unite​ considera diversi indicatori che misurano lo sviluppo economico, sociale e culturale dei giovani tra i 15 e i 29 anni, in una scala da 0 (nessuno sviluppo per i giovani) a 1 (grandi opportunità per i giovani). Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2015 l’indice complessivo dei Paesi ASEAN era 0.6, un dato promettente e indicativo delle buone condizioni di crescita dei giovani nella regione. Nel periodo compreso tra il 2011 e il 2015, il Paese con l’indice di sviluppo più alto è risultato Singapore, seguito in ordine da Brunei, Malesia, Vietnam, Myanmar, Filippine, Indonesia, Thailandia, Cambogia e Laos. Per quanto, dunque, i giovani stiano assumendo un ruolo sempre più rilevante nelle società del Sud-Est asiatico, le prospettive e le risorse a cui possono accedere differiscono tra i vari Paesi. 

Da un punto di vista economico, nonostante le differenze nei livelli di istruzione, le tendenze comportamentali e di consumo dei giovani in ASEAN presentano caratteristiche similari. Le nuove generazioni mostrano un forte interesse per l’innovazione, l’imprenditorialità e la tecnologia. Sta crescendo enormemente il mercato digitale, che dovrebbe raggiungere i 150 miliardi di dollari di valore entro il 2025, dai 44 miliardi del 2019. I giovani consumano e socializzano sempre di più online, e molte aziende della regione, come i colossi Grab e Gojek, stanno intercettando le nuove modalità di consumo dei più giovani ottenendo grandi profitti. Per quanto concerne, invece, l’orientamento lavorativo​, gli under-35 in ASEAN mostrano una forte motivazione a sviluppare nuove competenze che li rendano pronti ad affrontare le sfide dell’innovazione e i cambiamenti tecnologici del futuro. Sono intraprendenti, dinamici, aperti a nuovi settori e a nuove possibilità lavorative, in particolare nell’ambito della tecnologia e dello sviluppo digitale. 

Sul piano del coinvolgimento nella vita politica della regione, passi in avanti significativi sono stati fatti attraverso l’organizzazione di incontri e summit locali e internazionali, come l’India-ASEAN Youth Dialogue 2020 o l’ASEAN Youth Interface with ASEAN Leaders, allestito a margine del 36esimo ASEAN Summit del 26 giugno. Questo genere di incontri ha infatti l’obiettivo di favorire l’inclusione dei più giovani nei processi decisionali, poiché è anche l’occasione per dare risalto alle prospettive delle nuove generazioni. In particolare, L’ASEAN Youth Interface with ASEAN Leaders 2020 ha offerto a venti giovani della regione la possibilità  di incontrare virtualmente i propri capi di Stato e di governo, gettando così le basi per una discussione aperta e duratura riguardo a temi chiave quali innovazione, imprenditorialità, industria 4.0 e ambiente. Questa e diverse altre iniziative dimostrano come l’ASEAN miri a incoraggiare il dialogo con i giovani e ad aumentare il loro coinvolgimento nei processi decisionali. 

Risulta quindi fondamentale per lo sviluppo e l’economia del Paesi ASEAN sfruttare le enormi potenzialità offerte dalle nuove generazioni, investendo in capitale umano e offrendo loro opportunità formative e lavorative. Con una popolazione così giovane e dinamica, il Sud-Est asiatico si candida a diventare uno dei protagonisti della fase di ripresa post-Covid-19. 

A cura della Redazione 

Eni conferma e incrementa il potenziale della scoperta a gas e condensati in Vietnam

Eni informa che il pozzo esplorativo Ken Bau- 2X, situato nel Blocco 114 nel bacino del Song Hong, nell’offshore del Vietnam, ha confermato il significativo accumulo di idrocarburi associato alla scoperta di Ken Bau, incrementandone il potenziale. 

Ken Bau 2X è stato perforato a 2km dal pozzo di scoperta, in 95m d’acqua raggiungendo una profondità di 3658m sotto il livello del mare. Il pozzo ha incontrato mineralizzazione a gas e condensati su uno spessore complessivo di oltre 110 m in svariati intervalli di arenarie di età Miocenica intercalate da argille. 

Il pozzo è stato oggetto di una intensa campagna di acquisizione dati comprendente campionamento dei fluidi nei vari livelli risultati mineralizzati. Il pozzo verrà adesso abbandonato minerariamente. 

Le stime preliminari dell’accumulo dopo i dati acquisiti su Ken Bau 2X indicano una scoperta compresa tra circa 200 e 250 miliardi di m3 di gas grezzo in posto con 400 – 500 milioni di barili di condensato associato. 

I risultati di Ken Bau 2X confermano l’importanza della scoperta effettuata nel 2019 e l’impegno di Eni Vietnam e del suo partner Essar E&P nel delinearne velocemente il potenziale, nonostante le operazioni siano state condotte in un periodo particolarmente sfidante a causa dell’epidemia COVID-19. 

Eni Vietnam è l’operatore del Blocco 114 con il 50% di interesse partecipativo; Essar E&P detiene il rimanente 50%. Sulla base di questi risultati Eni Vietnam con il suo partner stanno pianificando un ulteriore pozzo di delineazione sulla scoperta di Ken Bau e nel medesimo bacino di Song Hong, dove Eni opera con il 100% di interesse partecipativo il vicino Blocco 116, nuova attività di prospezione e perforazione. 

Il mercato del gas in Vietnam è in rapida crescita, in risposta al costante progresso del PIL nazionale ed al conseguente sviluppo di impianti a gas per la produzione di energia alimentati da risorse nazionali e, in futuro, da LNG di importazione. La scoperta di Ken Bau rappresenta l’opportunità per andare incontro rapidamente a questa domanda emergente. 

Eni è presente in Vietnam dal 2013 e opera 4 blocchi localizzati nei bacini sotto esplorati di Song Hong e Phu Khan, nell’offshore del Vietnam centrale. 

Comunicato Stampa Eni 

Giappone e ASEAN: ritorno alle origini?

Dopo decenni di allontanamento, il Giappone e l’ASEAN sembrano voler recuperare il rapporto perduto.

Iniziate già nel 1973 per mezzo di dialoghi informali, le relazioni tra l’ASEAN e il Paese nipponico sono tra le più longeve e durature che l’Associazione del Sud-Est asiatico abbia istituito con le grandi potenze mondiali. Fin da subito, i rapporti tra l’ASEAN e il Giappone sono apparsi molto promettenti. Già nel 1977, infatti, Takeo Fukuda, l’allora Primo ministro giapponese in visita ufficiale nel Sud-Est asiatico, presentò pubblicamente a Manila un ambizioso piano di politica estera volto ad intensificare la collaborazione con i Paesi ASEAN. Questo profondo riorientamento della strategia di politica estera giapponese verso il Sud-Est asiatico, conosciuto comunemente come dottrina Fukuda, si poneva precisamente l’obiettivo di valorizzare il ruolo dell’ASEAN, di trattarla come “un socio alla pari” e di costruirci un “sincero rapporto di fiducia reciproca” e di sempre maggiore collaborazione economica e politica. È proprio all’insegna di questo entusiasmo che gli anni ’80 si rivelarono un decennio di grande crescita per i rapporti tra il Giappone e l’ASEAN. 

Tuttavia, l’idillio tra il Giappone e l’ASEAN si ruppe con lo scoppio della crisi finanziaria asiatica del 1997-98. In ossequio a uno dei principi cardine della dottrina Fukuda, quello secondo cui il Giappone sarebbe stato al fianco dell’ASEAN “non soltanto nei momenti felici ma anche in quelli più bui”, i Paesi del Sud-Est asiatico, duramente colpiti dalla crisi, si aspettavano un sostegno economico dal gigante nipponico che, tuttavia, non si materializzò mai. L’incapacità del Giappone di far fede alle ambiziose promesse fatte da Fukuda vent’anni prima ha, da allora, incrinato i rapporti tra il Paese del Sol Levante e l’ASEAN e, benché cordiali, le relazioni tra i due blocchi sono ben lontane dai fasti di un tempo. 

Un versante sul quale i rapporti tra il Giappone e l’ASEAN hanno continuato a crescere però è certamente quello economico-commerciale. Con un interscambio di beni di oltre 231 miliardi di dollari nel solo 2018, il Giappone rappresenta il quarto partner commerciale dei Paesi ASEAN, mentre l’ASEAN costituisce il secondo partner commerciale del Giappone, immediatamente dopo la Cina. A differenza degli Stati Uniti o della Cina, che possiedono enormi mercati interni, il Giappone ha necessità di vendere massicciamente i propri prodotti al di fuori dei confini nazionali. Sotto questo profilo, l’ASEAN, con un bacino potenziale di oltre 650 milioni di consumatori, rappresenta una vera e propria miniera d’oro per l’export nipponico. I Paesi del Sud-Est asiatico sono ben consapevoli dell’immenso potenziale di mercato che costituiscono per il Giappone e per le sue aziende e hanno interesse a concretizzarlo per accrescere la loro attrattività economica. Dopo la firma del trattato di libero scambio Giappone-ASEAN nell’aprile 2008, le due potenze hanno cercato costantemente di intensificare la propria integrazione economico-commerciale, contribuendo a negoziare la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) che, quando sarà istituita, formerà la più grande area di libero scambio del pianeta, con la partecipazione di tutte le principali economie dell’Asia orientale, dai Paesi ASEAN, passando per la Cina, la Corea del Sud e il Giappone fino all’Australia e alla Nuova Zelanda. Inoltre, è notizia delle ultime settimane che il Giappone e i Paesi del Sud-Est asiatico hanno emendato l’accordo del 2008 per introdurre nuove disposizioni che favoriranno ulteriormente gli scambi in materia di servizi e gli investimenti, così come una più libera circolazione delle persone fisiche. 

Per suggellare la crescente cooperazione commerciale tra il Giappone e l’ASEAN, il Premier nipponico Shinzo Abe intende recuperare la speciale alleanza tra i due blocchi anche sul piano strategico. Il ritrovato interessamento di Tokyo per il Sud-Est asiatico sta diventando sempre di più una cifra caratteristica della politica estera di Abe nel Pacifico e numerosi episodi di strettissima attualità lo dimostrano. Ad esempio, per diversificare le proprio catene di produzione nell’eventualità di nuove crisi globali come quella di Covid-19, il Giappone ha deciso di stanziare oltre 2 miliardi di dollari per le imprese nipponiche che trasferiranno le proprie fabbriche dalla Cina al Giappone o al Sud-Est asiatico. Nella stessa ottica, la proposta di preparare un comune Piano di Azione Giappone-ASEAN per la Resilienza Economica post-coronavirus, unitamente alla pubblicazione dell’annuale white paper del governo nipponico sul commercio che identifica nell’ASEAN un partner strategico per una più stretta cooperazione in materia di economia digitale, sono manifestazioni plastiche del crescente riconoscimento da parte delle autorità giapponesi dell’importanza strategica dei Paesi del Sud-Est asiatico nella fase di ripresa, più in generale, nel contesto globale del 21esimo secolo. 

Il Giappone, sotto la premiership di Abe, sembra aver finalmente riscoperto l’importanza del Sud-Est asiatico come piattaforma economica e geopolitica nel Pacifico e i Paesi ASEAN si stanno dimostrando ben disponibili a tornare a coltivare un rapporto privilegiato con il gigante nipponico. Una crescente collaborazione, commerciale e politica allo stesso tempo, tra questi due attori internazionali non potrà che favorire il mantenimento di un equilibrio regionale nell’Asia-Pacifico.

Articolo a cura di Andrea Dugo.

La risposta della Thailandia alla crisi Covid-19

La Thailandia ha affrontato efficacemente le conseguenze sanitarie ed economiche della pandemia di coronavirus, distinguendosi come un modello da seguire per i Paesi vicini e non solo.

Il 9 luglio, l’Associazione Italia-ASEAN ha organizzato un incontro sulla Thailandia e sulla sua risposta alla crisi causata dal Covid-19 con il Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, Enrico Letta, l’Ambasciatore della Thailandia in Italia, Chirdchu Raktabutr, l’Ambasciatore d’Italia in Thailandia, Lorenzo Galanti, la Presidentessa della Commissione Affari Esteri del Senato thailandese, Pikulkaew Krairiksh, il Ministro thailandese per lo Sviluppo Sociale e la Sicurezza Umana, Chuti Krairiksh e l’Amministratore Delegato di Ducati, Claudio Domenicali. L’incontro è stato moderato dal Vicepresidente dell’Associazione Italia-ASEAN e già Ambasciatore d’Italia in Thailandia Michelangelo Pipan.

Nonostante la Thailandia sia stata il primo Paese al di fuori della Cina ad accertare un caso di Covid-19 sul proprio territorio all’inizio di gennaio, da allora la gestione thailandese della pandemia è emersa come una delle storie di maggior successo nel Sud-Est asiatico e non solo. Al momento, infatti, la Thailandia è soltanto il 99esimo Paese più colpito al mondo, con un numero totale di casi estremamente basso, circa 3200 unità a fronte di una popolazione di oltre 70 milioni di abitanti, e un’incidenza dei decessi in rapporto alla popolazione tra le più basse al mondo. Questi risultati invidiabili sul piano epidemiologico sono il frutto dell’efficace azione del governo, che ha imposto misure restrittive in maniera tempestiva, ma anche dell’incredibile disciplina sociale e del rigoroso rispetto delle regole da parte dei cittadini thailandesi.

Sul versante economico, la Thailandia ha risentito fortemente del crollo del commercio e del turismo a livello internazionale, entrambi settori chiave per l’economia del Regno. Le stime più recenti della Banca centrale thailandese e della Banca mondiale ipotizzano una contrazione del PIL per il 2020 compresa tra i 5 e gli 8 punti percentuali e una ripresa per il 2021 di un valore tra il 4% e il 5%. Il governo thailandese ha pertanto risposto alla grave crisi economica varando un pacchetto di stimolo all’economia reale da oltre 64 miliardi di dollari statunitensi, il 16% del PIL del Paese, pensato per sostenere le famiglie, le aziende e i progetti di sviluppo locale sul territorio. Malgrado l’inevitabile devastazione economica causata dalla pandemia di coronavirus, il governo thailandese, complice anche la solidità delle finanze del Regno, che vanta un rapporto debito pubblico-PIL di appena 44%, si è detto fiducioso di aver limitato i danni e di poter rimettere in piedi l’economia in un tempo relativamente breve. 

L’evoluzione della crisi Covid-19 in Thailandia ha dimostrato una certa resilienza del sistema Paese agli shock esterni. Sia sul fronte economico che su quello più strettamente sanitario, la Thailandia ha dato prova di grande resistenza e flessibilità nella risposta al fenomeno pandemico. Ora l’obiettivo del governo thailandese nel medio termine è, però, quello di operare una cauta riapertura al commercio e al turismo internazionali, cercando, allo stesso tempo, di ridurre la propria eccessiva dipendenza dai fattori esterni. Il governo della Thailandia ha, infatti, dichiarato di voler perseguire una strategia politica all’insegna della nozione di “immunità”, coniugando sicurezza sanitaria, resilienza economica e preparazione alle crisi esterne. Il governo thailandese intende pertanto accrescere la propria autosufficienza economica, di modo da limitare un’eccessiva esposizione agli sconvolgimenti sul piano internazionale, mantenendo comunque un elevato grado di apertura del mercato nazionale al commercio e al turismo esteri.

La Thailandia ha dato grande prova di sé nell’approccio alla pandemia di coronavirus, facendo il possibile per limitare le conseguenze sanitarie ed economiche della crisi Covid-19. La sfida per il Regno nei prossimi anni sarà quella di accrescere ulteriormente la propria resilienza agli shock esterni nell’eventualità di nuove crisi di entità analoga.  

Articolo a cura di Andrea Dugo

Asian Film Festival 2020

Grande occasione per vivere e conoscere l’affascinante cultura asiatica.

La diciassettesima edizione dell’Asian Film Festival, organizzata con il supporto dell’Associazione Italia-ASEAN, presenta in anteprima 27 lungometraggi e 3 cortometraggi provenienti da 10 Paesi dell’Asia orientale (Giappone, Corea del Sud, Cina, Filippine, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam) e avrà luogo, dal 30 luglio al 5 agosto, a Roma, presso  la Casa del Cinema di Villa Borghese. 

L’Asian Film Festival, diretto da Antonio Termenini, presenta una selezione del meglio del cinema di ricerca e indipendente asiatico, con una grande attenzione per gli esordi e i giovani registi della ricca sezione Newcomers.

Significativa è la programmazione di ben 8 lungometraggi provenienti dalle Filippine per festeggiare i 100 anni del cinema filippino con il meglio delle produzioni più recenti. Tra queste, si segnala The Halt di Lav Diaz, della durata di 4 ore e 40 minuti (quasi un cortometraggio, per gli standard del regista!), che era stato presentato a Cannes nel 2019 e poi è rimasto sostanzialmente invisibile: un film potente e provocatorio che immagina un vicino futuro cupo troppo simile al presente. Altro film importante è Kaputol, di Mac Alejandre, che mescola passato, presente e futuro, realtà e finzione, film nel film, per raccontare una dolorosa storia di scomparse e speranze. Nella serata di chiusura viene inoltre presentato Kalel, 15 di Jun Lana, storia di un’adolescenza difficile negli slum di Manila.

L’Asian Film Festival si svolgerà a Roma, presso la Casa del Cinema, Largo Marcello Mastroianni 1, da 30 luglio – 5 agosto 2020. Ingresso singola proiezione 5 euro, abbonamento per 25 euro, 15 euro abbonamento studenti.

Info: www.asianfilmfestival.info

Cina e ASEAN, dal sospetto reciproco alla progressiva cooperazione

Dopo decenni di lento avvicinamento, la Cina e l’ASEAN continuano ad intensificare la propria cooperazione.

Nel corso degli ultimi decenni, i rapporti tra la Repubblica Popolare Cinese e l’ASEAN sono cambiati radicalmente. Alla sua nascita nel 1967, l’ASEAN, sorta, oltre che in nome di una maggiore cooperazione economica anche per contrastare l’espansione del comunismo nella regione del Sud-Est asiatico, veniva vista con sospetto dalla Cina. Al tempo, la Repubblica Popolare Cinese, formalmente vicina all’URSS, vedeva la creazione dell’Associazione come un diretto affronto alla tenuta dei due regimi. Ben presto, però, con la crisi dei rapporti sino-sovietici e il conseguente disgelo tra la Cina e gli Stati Uniti, il clima di ostilità tra la Repubblica Popolare e l’ASEAN si attenuò progressivamente. Già a partire dalla metà degli anni ’70, infatti, alcuni Stati membri dell’ASEAN cominciarono a stabilire rapporti diplomatici con la Cina. Cruciale nel rafforzare le relazioni tra Cina e ASEAN, però, fu lo scoppio della crisi finanziaria asiatica del 1997-98. I Paesi del Sud-Est asiatico, fortemente colpiti e profondamente amareggiati dalla mancanza di assistenza finanziaria da parte di storici alleati quali Stati Uniti e Giappone, apprezzarono enormemente l’iniziativa cinese di sostenere l’economia thailandese con oltre un miliardo di dollari in aiuti e l’impegno da parte della Repubblica Popolare a non svalutare lo yuan. Di altrettanto valore agli occhi dei Paesi del Sud-Est asiatico fu, negli stessi anni, la proposta cinese di creare un’area di libero scambio Cina-ASEAN, la prima proposta da parte di qualsiasi Paese che prevedesse un accordo con l’intera Associazione e non soltanto con suoi singoli Stati membri. Benché consci dei rischi di un eccessivo rafforzamento economico della Repubblica Popolare, i Paesi ASEAN decisero di accogliere con favore l’approccio conciliante di Pechino e di siglare un accordo di libero scambio con la Cina nel 2002. 

Tuttavia, la crescente assertività cinese nel Pacifico meridionale, abbinata al sempre maggiore peso economico di Pechino nella regione, hanno reso i rapporti tra le due potenze più incerti nell’ultimo decennio. Nonostante le molteplici rassicurazioni di Pechino, alcuni Stati membri dell’ASEAN, in particolare, sono preoccupati di un eccessivo sbilanciamento di potere verso la Cina nel Sud-Est asiatico. Allo stesso tempo, l’ASEAN e i suoi membri sono consapevoli delle immense potenzialità economiche, e non solo, che possono derivare da una sempre più stretta cooperazione con la Cina e così lo è la Repubblica Popolare. Non è passata di certo inosservata né all’ASEAN né tantomeno alla Cina l’enorme prosperità economica che l’integrazione commerciale ha portato a entrambe le potenze. Il volume degli scambi bilaterali tra Cina e ASEAN è cresciuto dai soli 7,9 miliardi di dollari del 1991 agli oltre 483 miliardi del 2018, facendo della Cina di gran lunga il primo partner commerciale dell’ASEAN e, a sua volta, dell’ASEANil primo partner commerciale della Cina, perlomeno dallo scoppio della pandemia di Covid-19. La Cina, con il suo enorme mercato di 1,4 miliardi di potenziali consumatori, è diventata una destinazione privilegiata per i prodotti dei Paesi ASEAN e, parallelamente, le economie del Sud-Est asiatico sono divenute preziose recettrici degli investimenti diretti esteri cinesi per un valore di quasi 10 miliardi di dollari nel solo 2018. A coronamento di questa crescente cooperazione, proprio in occasione di una sua visita ufficiale nel Sud-Est asiatico, il Presidente cinese Xi Jinping ha presentato nell’ottobre 2013 il progetto della Belt and Road Initiative (BRI), atto, tra gli altri obiettivi, a rafforzare “la costruzione di una comunità coesa tra Cina e ASEAN”. I Paesi del Sud-Est asiatico hanno accolto la proposta in maniera ambivalente, da un lato evidenziando le grandi opportunità di sviluppo ad essa associate, ma, dall’altro, rimanendo vigili circa i rischi di uno strapotere cinese nella regione. Benché consapevoli dell’immenso potenziale che le loro economie possono ottenere dalla BRI, l’interesse primario dei Paesi ASEAN risiede nel fatto che nessuna potenza sconvolga l’equilibrio di potere nella regione del Sud-Est asiatico. Per prosperare, infatti, l’ASEAN e i suoi Stati membri hanno bisogno di mantenere buoni rapporti sia con gli Stati Uniti che con la Cina e, a sua volta, che le relazioni tra gli USA e la Cina nell’Asia-Pacifico rimangano stabili. Qualsiasi ulteriore passo nella direzione dell’integrazione tra la Cina e l’ASEAN non potrà che tenerne conto. 

Negli ultimi decenni, le relazioni tra l’ASEAN e la Cina si sono evolute da un rapporto caratterizzato dallo scetticismo reciproco verso una partnership dinamica e stimolante. Al netto di alcune preoccupazioni che persistono nei rapporti Cina-ASEAN, quest’evoluzione è la testimonianza dell’importanza della cooperazione internazionale. La sfida nei prossimi anni per la Repubblica Popolare e per i Paesi del Sud-Est asiatico è quella di continuare nella direzione della collaborazione commerciale e politica nell’ambito di un equilibrio regionale nell’Asia-Pacifico. 

High Level Dialogue sulle relazioni economiche tra Italia e ASEAN

Il Sud-Est asiatico: un’opportunità da non perdere per le industrie italiane.

Il Covid-19 non ferma le occasioni di spunto e riflessione sul ruolo sempre più importante dell’ASEAN in Italia e nel mondo. L’Associazione Italia-ASEAN e The European House Ambrosetti, con il patrocinio del Ministero italiano degli Affari Esteri e Confindustria, hanno ospitato il 2 luglio 2020 l’High Level Dialogue sulle relazioni economiche Italia-ASEAN: il primo round-table digitale in sostituzione dell’evento fisico che si sarebbe dovuto svolgere a Kuala Lumpur, in Malesia. Sono intervenuti, tra gli altri, il Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, Enrico Letta, Il Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Italiana, Manlio Di Stefano, il Segretario Generale dell’ASEAN, Dato Lim Jock Hoi, l’Ambasciatore italiano in Malesia, Cristiano Maggipinto, e la Vicepresidente per L’internazionalizzazione di Confindustria, Barbara Beltrame. Altre 370 persone tra manager ed imprenditori, con oltre 200 partecipanti, hanno contribuito a rendere il webinar intenso e partecipato.

Gli ultimi cinque anni sono stati cruciali per rafforzare l’intesa tra l’Italia e i Paesi del Sud-Est asiatico. Tale processo di rafforzamento è cominciato con l’incontro tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Segretario Generale dell’ASEAN nel 2015, in occasione di una visita di Stato in Indonesia. Il miglioramento delle relazioni negli ultimi anni è stato evidente, e l’era post-Covid prospetta interessanti occasioni per entrambe le regioni. 

In un mondo sconvolto dagli effetti della pandemia, l’ASEAN ha spiccato per la sua resilienza. La regione è riuscita a rispondere e mitigare l’impatto del Covid-19 con forza e decisione, grazie soprattutto alla collaborazione sanitaria ed economica tra i diversi Paesi.  Secondo il Segretario Generale dell’ASEAN Lim Jock Hoi, sarà necessaria un’integrazione economica regionale ancora maggiore per la fase di ripresa. Il focus sarà sull’economia digitale: secondo un report pubblicato da Facebook e Bain & Company, entro il 2025 i consumatori dell’area spenderanno circa il triplo sulle piattaforme digitali rispetto al 2018. 

Come emerso dagli interventi dei partecipanti, i Paesi membri dell’ASEAN vedono l’Italia come un partner fondamentale nello scenario globale, grazie anche alle molte aree e settori di comune interesse, tra cui il settore dell’elettronica, del digitale, del tessile, e dell’alimentare. Nella fase di ripresa post-Covid-19, sarà fondamentale per l’Italia e l’ASEAN rafforzare i legami bilaterali. Sia il Segretario Generale dell’ASEAN che il Sottosegretario Di Stefano hanno rimarcato la necessità di lavorare insieme per promuovere l’integrazione economica, gli investimenti, la rivoluzione industriale 4.0 e la lotta ai cambiamenti climatici.  

L’evento ha confermato il crescente e reciproco interesse del Sistema Italia verso l’area ASEAN. Diversi partecipanti hanno sottolineato l’importanza di una maggiore collaborazione tra Europa e Sud-Est asiatico in un contesto internazionale di cresente rivalità tra Cina e Stati Uniti. La collaborazione tra i Paesi ASEAN, Italia e Europa sarà cruciale per rafforzare i principi del multilateralismo e del libero scambio. 

A cura della Redazione

Stati Uniti e ASEAN, un rapporto dinamico

Nel nuovo e complesso scenario geopolitico, sia gli USA che l’ASEAN hanno interesse a riscoprire l’importanza strategica reciproca. 

Il rapporto tra gli Stati Uniti e i Paesi del Sud-Est asiatico è stato senza dubbio alla base della creazione e dello sviluppo dell’ASEAN a partire dalla fine degli anni ‘60. Sebbene l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico sia nata nel 1967 dal sincero afflato comunitario dei suoi cinque membri fondatori e dal comune tentativo di fermare l’avanzata del comunismo sovietico nell’Asia sudorientale, è difficile negare che il contributo degli Stati Uniti sia stato fondamentale per lo sviluppo dell’ASEAN. Il comune sentire anti-sovietico ha fatto dell’ASEAN un prezioso alleato americano negli anni ’70 e ’80: non è un caso che, nel maggio 1986, l’allora Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan definì “il sostegno e la cooperazione con l’ASEAN il cardine della politica americana nel Pacifico”. Tuttavia, la fine della Guerra Fredda ha rappresentato anche la fine dell’idillio tra gli Stati Uniti e l’ASEAN. Benché formalmente le relazioni tra le parti non siano mai cessate, il collasso dell’URSS ha segnato la fine dell’espansionismo del comunismo sovietico e, con essa, il passaggio in secondo piano dell’Asia tra le priorità strategiche americane. Ben presto però, già a partire dai primi anni 2000, la comparsa del terrorismo internazionale e, più marcatamente, il riaffacciarsi della Cina sulla scena politica mondiale hanno imposto agli USA di rivalutare l’importanza strategica dell’Asia-Pacifico e dunque dell’ASEAN. L’avvento dell’amministrazione Obama ha poi sancito il coronamento di questo cambio di passo nella politica americana. In discontinuità con i suoi ultimi predecessori infatti, Obama ha riconosciuto immediatamente la centralità dell’Asia-Pacifico per le future sorti del pianeta e ha dichiarato, senza mezzi termini, che l’ASEAN plasmerà il 21esimo secolo.   

La ritrovata rilevanza del Sud-Est asiatico agli occhi statunitensi non è però soltanto geopolitica. L’ASEAN infatti, rappresenta il quarto partner commerciale degli USA, per un interscambio totale di beni e servizi di oltre 330 miliardi di dollari nel solo 2018. L’ASEAN vanta un surplus commerciale con gli Stati Uniti di oltre 85 miliardi di dollari l’anno ed è stata e rimane una destinazione privilegiata per gli investimenti esteri statunitensi, per un ammontare complessivo ad oggi di oltre 271 miliardi di dollari. Il crescente peso economico dell’ASEAN, abbinato al suo immenso potenziale nel bilanciare le mire cinesi nella regione, la rendono un alleato naturale degli USA nell’Asia-Pacifico. Allo stesso modo, gli Stati Uniti rappresentano per l’ASEAN un prezioso partner sul piano commerciale e un utile alleato sul piano geopolitico. In virtù dello status americano di terzo partner commerciale dell’ASEAN e dell’essenziale ruolo della potenza americana nel mantenimento di un equilibrio di potere stabile nella regione del Pacifico, entrambi elementi vitali per la prosperità dell’Associazione nel lungo termine, anche i Paesi del Sud-Est asiatico hanno interesse a mantenere una cooperazione forte e duratura con gli USA, sia sul fronte economico che su quello delle relazioni internazionali. Tuttavia, il recente avvento di Donald Trump alla Casa Bianca ha contribuito a modificare ulteriormente lo scenario. Lo scetticismo dell’attuale Presidente americano verso le soluzioni multilaterali, che l’ha portato a disertare per ben due volte i summit USA-ASEAN, ha fatto storcere il naso a molti nel Sud-Est asiatico. Nonostante l’innato bilateralismo che guida l’agenda politica di Trump, però, l’apparato diplomatico-militare americano conosce bene l’importanza strategica dell’ASEAN per gli Stati Uniti. Queste due anime determinano una certa ambivalenza della politica americana nel Sud-Est asiatico che si è manifestata più volte, anche all’interno della stessa amministrazione Trump. Il Segretario di Stato Mike Pompeo, non soltanto ha reiterato il proprio pieno sostegno alle istituzioni regionali dell’ASEAN, ma, in occasione di una videoconferenza congiunta svoltasi il 22 Aprile scorso tra i rappresentanti delle due potenze per discutere gli effetti della crisi Covid-19, ha lanciato la “US-ASEAN Health Futures initiative”, un piano da 35 milioni di dollari pensato per sostenere i Paesi ASEAN nella lotta al coronavirus e che va ad aggiungersi agli oltre 3,5 miliardi di dollari che gli USA hanno già investito nel Sud-Est asiatico negli ultimi 20 anni in campo sanitario. 

Con la fine della Guerra Fredda e del mondo bipolare ad essa associato, le relazioni tra Stati Uniti e ASEAN hanno vissuto più di tre decenni di alti e bassi. La complessità, e talvolta l’ambiguità, della strategia americana nel Pacifico ha determinato un rapporto dinamico e in continua evoluzione. Tuttavia, se desiderano mantenere salda la propria presenza nel Pacifico, sia l’ASEAN che gli Stati Uniti devono necessariamente riscoprire la reciproca centralità economica e geopolitica, collaborando per costruire un sistema regionale e internazionale più equilibrato. 

Articolo a cura di Andrea Dugo

Covid-19: la risposta dell’Indonesia

Tra i Paesi più colpiti del Sud-Est asiatico, l’Indonesia inizia a pianificare la ripresa.

L’Indonesia, con oltre 55,000 casi confermati al 1 di luglio, è il Paese che registra il più alto numero di infezioni da Covid-19 in ASEAN. La città più colpita è Jakarta, la capitale, nonché una delle città più densamente popolate del Sud-Est Asiatico. Diversamente da molti  Paesi, l’Indonesia ha optato per un approccio diverso nell’ affrontare la pandemia. Con lo scopo di tenere a galla l’economia del Paese, il governo centrale ha deciso di non imporre il lockdown nazionale, scegliendo invece di applicare un piano di distanziamento sociale su vasta scala orientato alle regioni più colpite dal virus, come negli Stati Uniiti. 

Oggi, tre mesi dopo aver implementato tale approccio, numerose provincie indonesiane, inclusa Jakarta, stanno allentando alcune restrizioni. D’ora in avanti riapriranno gradualmente gli uffici, le scuole, i luoghi di culto e i mezzi di trasporto pubblici, sebbene ancora sotto un rigido controllo sanitario. In caso di una nuova ondata di infezioni, verrà messa in pratica una strategia d’emergenza per interrompere immediatamente la riapertura.

Nonostante il governo non abbia applicato un lockdown su scala nazionale, il Paese ha comunque risentito delle ripercussioni economiche e finanziarie della pandemia. Secondo Statistics Indonesia (BPS), nel primo quadrimestre del 2020 il PIL dell’Indonesia è cresciuto solo del 3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, il risultato più basso dal 2001. Ciononostante, secondo le previsioni dell’Economist Intelligence Unit, l’Indonesia potrebbe essere uno dei tre Paesi del G20 (insieme a Cina e India) che non subirà una recessione economica quest’anno, con una crescita del 0,2% del PIL. 

Attualmente, il governo ha stanziato un totale di oltre 45 miiardi di euro come parte di un programma nazionale di ripresa economica. Tale piano sarà essenziale per sostenere il settore sanitario, aumentare la copertura degli schemi di protezione sociale, espandere i sussidi di disoccupazione, e fornire agevolazioni fiscali e crediti alle imprese. Inoltre, l’Indonesia prevede di mantenere forti relazioni bilaterali e multilaterali per combattere la crisi, non solo con altri Paesi ASEAN, ma anche con altri attori quali Cina, Giappone e Corea del Sud. Se il mercato globale dovesse riguadagnare slancio nei prossimi mesi, c’è ancora speranza per l’Indonesia di ritornare sulla traiettoria di crescita degli ultimi anni, con un aumento del 5% del PI nel 2021 secondo un report dell’Asian Development Bank.

Nonostante i tempi incerti per l’Indonesia e il mondo intero, il Paese sta facendo del suo meglio per far ripartire l’economia. Le sfide che si trova ad affrontare sono impegnative ma il dinamismo dell’economia indonesiana potrebbe aiutare a superare il momento di difficoltà. Sarà fondamentale per il Paese investire nei giovani e nel crescente settore digitale per trasformare la crisi in un nuovo periodo di sviluppo.

 

Articolo a cura di Rizka Diandra 

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