Il momento del Vietnam

Nonostante la guerra commerciale tra USA e Cina e l’impatto della pandemia, il Vietnam si candida ad assumere un ruolo di spicco in questa nuova fase

Con una popolazione giovane e dinamica e attraverso una serie di riforme strutturali significative, negli ultimi decenni il Vietnam ha vissuto una crescita rapida e costante. A dispetto di crisi domestiche e internazionali, l’economia vietnamita si è mostrata forte e solida, sostenuta da una robusta domanda interna e da un’industria manifatturiera orientata all’esportazione. L’adesione all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico ha poi contribuito nel tempo a rafforzare la posizione del Paese, sia sul piano regionale che su quello internazionale.

Negli ultimi anni, lo scontro commerciale tra Cina e Stati Uniti ha generato effetti collaterali che hanno interessato gran parte delle catene di valore regionali e globali. Per aggirare le tariffe e contenere i costi di produzione, diverse aziende hanno cominciato a trasferire le attività produttive dalla Cina ad altri Paesi della regione e in particolare del Sud-Est asiatico. Tra questi, si è distinto il Vietnam che, grazie alla competitività della sua economia, è stato in grado di attirare flussi di investimenti consistenti. Secondo diversi esperti e analisti, sembra proprio che in termini commerciali il Paese sia uno dei maggiori beneficiari dello scontro gli Stati Uniti e Cina.

Il 14 maggio l’Associazione Italia-ASEAN ha organizzato un webinar sul tema del Vietnam e della sua risposta all’emergenza sanitaria con l’Ambasciatore d’Italia in Vietnam, Antonio Alessandro, e il Direttore Generale per le Relazioni Internazionali delle Province del Vietnam, l’Ambasciatore Nguyen Hoang Long. L’obiettivo era quello di fare un punto della situazione in Vietnam alla luce della recente crisi economica e sanitaria.

Oggi infatti, data la profonda integrazione con l’economia globale, il Vietnam è  stato duramente colpito dalla pandemia di Covid-19. In termini di danni subiti dall’economia, il crollo del turismo, il calo della Borsa e la parziale interruzione delle catene di valore hanno fortemente danneggiato le attività economiche nel Paese. Tuttavia, l’impatto sanitario della pandemia non è stato così grave in Vietnam come in altri Paesi, grazie a diverse misure proattive che le autorità hanno messo in campo per affrontare l’emergenza. Sul piano sanitario, la capacità del governo di agire con prontezza per isolare i casi positivi, tracciare i contatti e attuare quarantene selettive, ha dato i suoi frutti. Nel Paese i casi di Covid-19 sono meno di trecento, con una mortalità pari a zero, e solo pochi casi gravi. Le autorità vietnamite, che hanno anche ricevuto gli apprezzamenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono state in grado di fornire una risposta repentina e completa, che ha messo il Paese nelle condizioni di contenere l’impatto sanitario del virus e limitare gli effetti sul piano economico. Nonostante il Fondo Monetario Internazionale stimi per il Vietnam una crescita del 2,7% nel 2020, il governo vietnamita punta ancora a raggiungere l’obiettivo di crescita del 5% con un’ambiziosa strategia di rilancio, mirata a stimolare il consumo interno, attirare investimenti esteri diretti e sostenere l’esportazione di beni ad alto valore aggiunto.

Nonostante l’impatto della pandemia dunque, Il Vietnam si candida a svolgere un ruolo di primo piano nel contesto regionale e internazionale in questa fase incerta. La Presidenza temporanea dell’ASEAN, il seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e l’entrata in vigore degli accordi di libero scambio con l’Unione Europea ad agosto mettono il Vietnam nelle condizioni ideali per continuare a sostenere lo sviluppo economico, politico e sociale del Paese nel breve e nel lungo periodo.

 

Articolo a cura di Tullio Ambrosone.

La rilevanza del Mar Cinese Meridionale

Con l’abbondanza di risorse naturali e la sua posizione strategica questo mare è diventato il teatro di un teso scontro regionale

Il Mar Cinese Meridionale è al centro di un lungo e complesso scontro geopolitico che coinvolge diversi Paesi del Sud-Est asiatico, la Cina e altre potenze globali tra cui gli Stati Uniti. L’area è infatti incredibilmente ricca di risorse naturali con riserve di circa 11 miliardi di barili di petrolio, oltre 50 trilioni m³ di gas naturale e il 10% delle riserve ittiche mondiali. L’elemento più importante, tuttavia, è che il 30% del commercio marittimo mondiale transita nel Mar Cinese Meridionale, conferendo una cruciale rilevanza geopolitica alla regione. Si tratta dunque di uno specchio d’acqua di fondamentale importanza strategica, e diversi Paesi nella regione avanzano rivendicazioni territoriali, spesso contrastanti.

Nel cuore geografico e simbolico del Mar Cinese Meridionale ci sono diversi arcipelaghi di isole remote e disabitate, rivendicate da Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Taiwan e Brunei. Per molti di questi Paesi, l’accesso alle risorse di quest’area potrebbe rivelarsi fondamentale nel lungo periodo. Chi riuscisse a fare valere le proprie rivendicazioni territoriali su queste isole potrebbe includerle nella propria zona economica esclusiva, ottenendo diritti esclusivi su tutto il territorio e dunque il sottosuolo circostante.

La maggior parte di questi Paesi basa le proprie rivendicazioni sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ma la Cina sembra avere una posizione diversa, in contrasto con la comunità internazionale. Pechino avanza una rivendicazione storica sul Mar Cinese Meridionale che risale ad alcune esplorazioni navali del XV secolo. Il governo cinese individua i propri confini nell’area compresa all’interno della linea tratteggiata, la famosa “nine-dash line”, tracciata alla fine della Seconda Guerra Mondiale e comprendente circa il 90% del conteso specchio d’acqua.

Negli ultimi anni, la Cina ha portato avanti una politica di potenza volta a imporre le proprie rivendicazioni territoriali con la costruzione di isole artificiali, basi militari e distretti amministrativi, scatenando le proteste delle nazioni coinvolte. Le mosse di Pechino non hanno solo indispettito i Paesi della regione, ma anche la comunità internazionale, con gli Stati Uniti in testa. Gli USA hanno grossi interessi geopolitici nella regione, e sono dunque interessati a contenere le ambizioni di Pechino e a rafforzare il proprio ruolo di potenza militare e geopolitica nell’area del Pacifico.

Meccanismi di risoluzione delle dispute internazionali hanno più volte contestato l’approccio cinese nella regione, cercando di proteggere i diritti territoriali legittimi di Paesi più piccoli, come le Filippine o il Vietnam. Ma la Cina sembra trascurare le risoluzioni delle Corti internazionali e pare determinata a non retrocedere, paventando anche l’uso della forza per affermare le proprie rivendicazioni.

Finora le dispute nel Mar Cinese Meridionale non hanno preso una piega violenta, ma si sono limitate alla sfera politica e diplomatica. Dal 2017, la Cina e i Paesi ASEAN hanno deciso di provare a risolvere la contesa sul piano diplomatico, attraverso la redazione di un Codice di Condotta per il Mar Cinese Meridionale, ovvero un sistema regolatore per risolvere le dispute nella regione. Tuttavia, l’accordo è ancora lontano dalla sua conclusione, e le difficoltà che stanno emergendo non sono poche.

I Paesi coinvolti tendono sempre più a difendere le proprie rivendicazioni militarizzando la regione e provocandosi a vicenda, con gravi rischi per tutta l’area. È una situazione complessa che continuerà ad attirare l’attenzione della comunità internazionale, evidenziando segnali importanti sull’atteggiamento geopolitico della Cina nei prossimi anni e il suo rapporto con i Paesi del Sud-Est asiatico.

 

Articolo a cura di Tullio Ambrosone.

La Deutsche Bank in Thailandia

Nel 1978 la prima filiale e da allora un continuo espandersi in tutto il Paese

Il 16 aprile 2020, la Deutsche Bank, nell’ambito di un programma di modernizzazione dei pagamenti guidato dal governo della Thailandia e volto a sostenere l’inclusione finanziaria e l’introduzione dei pagamenti elettronici, ha lanciato il servizio di pagamenti istantanei “PromptPay”. Tale piattaforma, utilizzando un numero di conto o un proxy-id (numero identificativo dell’imposta sulle società), consente di ricevere pagamenti e rimborsi delle imposte sul reddito direttamente dal Dipartimento delle Entrate, senza alcun costo aggiuntivo.

Questa innovativa modalità di pagamento, già introdotta in ASEAN con le piattaforme “Fast” a Singapore e “DuitNow” in Malesia – come osservato da Burkhard Ziegenhorn, responsabile ASEAN del settore Corporate Bank di Deutsche Bank – accrescerà l’efficienza e la velocità dei pagamenti per le aziende nazionali, agevolandole nella sostituzione graduale delle tradizionali transazioni commerciali. Infatti, da un recente report di DB sull’argomento risulta che l’Asia è più propensa all’abbandono di carte di credito e contanti in favore dei pagamenti online ritenuti più sicuri ed affidabili; propensione che l’Istituto tedesco intende assecondare e valorizzare nel continente. Del resto, sin dal 1870, anno della sua fondazione, la Deutsche Bank ha sempre avuto l’ambizione di divenire una banca dal respiro internazionale. Tanto è vero che già nel 1872 vennero aperte le prime due filiali a Shangai e Yokohama e nel 1906, con il nome di Deutsche-Asiatische Bank, la prima filiale di Singapore. Alla fine degli anni’70 la Banca di Francoforte sul Meno approda anche in Thailandia; più precisamente, l’8 settembre 1978, l’Istituto tedesco inaugura la sua prima sede nella capitale Bangkok, operando sotto il nome di Banca Asiatica Europea. Solo pochi anni prima, infatti, la Deutsche-Asiatische Bank e le sue filiali erano state accorpate nella neonata Banca Asiatica Europea (Eurasbank), che diverrà nel 1986 Deutsche Bank (Asia).I primi tentativi e colloqui esplorativi per aprire filiali in Thailandia risalgono al 1960, tuttavia solo nel 1977 il ministro delle finanze thailandese concederà la licenza per l’apertura di una filiale a Bangkok, chiedendo però che fosse consentito alla Thai Farmers Bank di aprire una sede ad Amburgo. Il 3 luglio 1978 l’allora Eurasbank ottenne la licenza e poche settimane dopo iniziò ad operare in un ufficio nel centro della Capitale. Dall’epoca la Deutsche Bank non ha smesso di crescere, aumentando costantemente il numero di filiali e di dipendenti nel Paese e in generale in tutta la regione ASEAN, consapevole delle potenzialità e delle possibilità di espansione in una delle aree economicamente più vivaci del pianeta. Non a caso il 21 ottobre 2019 Pimolpa Suntichok, da poco Chief Country Officer della Deutsche Bank per la Thailandia, dichiarava al Bangkok Post la forte volontà del gruppo bancario di aumentare la quota di clienti locali, considerando la Thailandia tra le economie più importanti dell’area ASEAN.

La strategia dell’Istituto bancario nel Paese, infatti, si sviluppa secondo due direttrici principali: supportare i clienti europei interessati a sfruttare le catene locali di produzione, soprattutto nel settore automobilistico, e agevolare il commercio verso l’estero delle società thailandesi. Nel 2019 la politica di sviluppo delineata dalla Deutsche Bank ha generato in Thailandia una crescita a due cifre del suo volume d’affari e i suoi profitti sono cresciuti del 50% rispetto al 2018.

 

Articolo a Cura di Alessio Piazza.

L’outsourcing nelle Filippine

Come le Filippine sono diventate un hub del BPO

Il Business Process Outsourcing (BPO) è uno dei settori in più rapida crescita nelle Filippine, al punto da rappresentare uno dei tre pilastri dell’economia del paese, insieme alle rimesse inviate dai lavoratori filippini all’estero ed al turismo.

La crescita del BPO nelle Filippine ha mostrato infatti un tasso di espansione medio annuo del 20% nel corso dello scorso decennio. Secondo i dati dell’Oxford Business Group, il settore rappresentava solo lo 0,075% del PIL nel 2000, dato cresciuto progressivamente fino a raggiungere il 12% nel 2019.

Secondo gli ultimi dati del governo filippino l’industria del BPO impiega 1,35 milioni di lavoratori, la maggior parte dei quali (87,6%) nei call center, mentre quasi il 12% lavora in aziende di computer e servizi informatici. Nell’ultimo anno, è emerso un forte trend di crescita anche del segmento del Data Analytics.

La Roadmap 2016-2022 della IT and Business Process Association of the Philippines (IBPAP) si pone tuttavia obiettivi di crescita ancora maggiori per il settore, puntando a toccare – entro un paio di anni – 1,8 milioni di persone occupate, 40 miliardi di dollari di fatturato complessivo e una quota del 15% nel mercato globale del BPO.

Il settore BPO è fortemente internazionalizzato nelle Filippine: il 55% delle aziende opera a livello globale (il 65% delle quali esporta verso gli Stati Uniti), il 27% a livello regionale e solo il 18% all’interno del Paese. Sono tre le ragioni principali per cui le Filippine sono riuscite a diventare un hub internazionale del BPO.

In primo luogo, il governo filippino si è attivato fin dai primi anni 2000 per incentivare gli investitori ad esternalizzare nel Paese. Ha infatti messo in atto diverse politiche liberali, inclusi benefici fiscali e misure di semplificazione nelle procedure in materia di occupazione.

Il secondo aspetto riguarda il bilinguismo. Oltre al filippino, gli studenti imparano fin da subito l’American English. La padronanza della lingua inglese e l’affinità con la cultura occidentale conferiscono alle Filippine un vantaggio concorrenziale rispetto ai suoi diretti competitors nel BPO, come l’India.

Infine, il salario medio dei lavoratori filippini nel settore è meno della metà di quello delle loro controparti nei paesi occidentali. Gli Stati Uniti ed altre imprese anglofone sfruttano questo fattore per abbassare i loro costi fissi.

Nonostante la crisi legata al COVID-19 abbia avuto un impatto negativo e rallentato la crescita del BPO nelle Filippine, le multinazionali straniere non hanno abbandonato il paese. Se la crisi continuerà a favorire la domanda di servizi telematici è infatti probabile che il settore riprenda presto la propria traiettoria positiva di crescita.

Articolo a cura di Amiel Masarap e Maria Viola.

Myanmar, verso una progressiva liberalizzazione

Negli ultimi anni, il Myanmar ha approvato importanti riforme di liberalizzazione, volte ad attrarre investimenti esteri.

Dopo 35 anni, nel 2015 si sono tenute in Myanmar le prime elezioni generali libere con la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia. Da quel momento nel Paese è iniziata una progressiva liberalizzazione ed apertura all’internazionalizzazione, dopo anni di isolamento dettato dal governo militare.

Le nuove politiche di liberalizzazione puntano all’ingresso di investitori stranieri nel Paese soprattutto nei settori bancario, assicurativo e del commercio (al dettaglio e all’ingrosso). La strategia di attrazione di nuovi investimenti diretti esteri punta in particolar modo su una semplificazione e standardizzazione delle procedure burocratiche e ad un ammodernamento del diritto d’impresa.

Queste misure sono state valutate positivamente dalla Banca Mondiale, che – prima dell’emergenza COVID-19 – stimava una crescita del PIL al 6,5% sia per il 2020 sia per il 2021, a fronte invece di un rallentamento dell’economia globale.

Già nel 2016, era stata inaugurata la Borsa Yangon di Myanmar (YSX), joint-venture tra la Myanmar Economic Bank, il giapponese Daiwa Institute of Research e il Japan Exchange Group, tuttavia l’afflusso di investimenti diretti esteri era ostacolato dai rigorosi controlli istituiti dal governo militare, attenuati gradualmente nel 2018 con la diminuzione delle restrizioni all’ingresso di capitali stranieri nel settore del commercio al dettaglio e all’ingrosso.

Le nuove norme sul diritto d’impresa società sostituiscono una legge del 1914 e permettono agli investitori stranieri di poter detenere fino al 35% delle azioni di una società locale. Gli analisti prevedono che l’afflusso di capitali stranieri diffonderà nel Paese una maggiore cultura della trasparenza, best practices e know how, importanti per lo sviluppo del tessuto imprenditoriale del Myanmar

Inoltre, è stato avviato anche un processo di semplificazione burocratica: nell’autunno 2018 è stato istituito il Myanmar Companies Online (MyCO), un sistema online di registrazione delle società online, volto a favorire la trasparenza e a ridurre il numero di documenti necessari per avviare un’attività.

Dal novembre 2019, poi, la Banca centrale del Myanmar permette a compagnie assicurative e banche estere di accedere al mercato locale, fornendo loro le licenze necessarie. Nei prossimi anni il governo sosterrà l’apertura e la liberalizzazione di nuovi settori di investimento.

Da marzo 2020 invece gli investitori stranieri sono ammessi agli scambi nel mercato azionario del Myanmar. Per partecipare alla negoziazione, gli investitori stranieri (residenti e non) dovranno aprire un conto presso intermediari nazionali specializzati nella detenzione di fondi di investimenti.

Per ora solo cinque società sono quotate nella YSX, di cui tre aperte agli investimenti esteri, per un toltale di circa 9 milioni di dollari di azioni disponibili per l’acquisto. Tuttavia, è probabile che dagli investitori arriveranno richieste per allentare ulteriormente determinati aspetti: ad esempio, ad oggi è obbligatoria una verifica di persona dell’identità, che richiede la presenza fisica in Myanmar.

Le liberalizzazioni nel settore bancario

Sulla scorta del graduale processo di liberalizzazione del settore finanziario, all’inizio di aprile 2020 la Banca Centrale del Myanmar ha approvato l’entrata graduale nel mercato del Paese di sette banche provenienti da tutta l’Asia, che inizieranno ad operare dal 2021 dopo il rilascio delle dovute licenze.

Si tratta di una novità rilevante per il settore bancario, su cui il governo di Aung San Suu Kyi ha investito molto, se si pensa che fino al 2019 il Myanmar concedeva “licenze di filiale”, consentendo alle banche estere di operare solo verso le imprese, ma senza poter accettare depositi. Solo dal novembre 2019 vi era stata una prima apertura all’offerta di servizi a famiglie e consumatori.

Le nuove licenze consentiranno alle banche estere di offrire una gamma completa di servizi come concedere prestiti ai clienti privati e ad aziende, scambiare valuta estera e permettere a società, banche e private di gestire liquidità e prelevare depositi sia in valuta estera che locale. Queste informazioni sono state confermate dalla Siam Commercial Bank, una delle più grandi banche della Thailandia, prossima all’entrata nel Myanmar.

Rimane tuttavia la limitazione per cui le banche estere potranno aprire nel Paese solo filiali, quindi con un’entità legale separata e costituite come società con sede in Myanmar.

Una possibile alternativa per le società bancarie estere sarà investire nelle banche locali, nel massimo del 35% del capitale sociale.

Tuttavia, sul settore bancario del Myanmar continua a pesare la legislazione dell’ex governo militare. Sean Turnell (consigliere economico di Aung San Suu Kyi) ha affermato che il maggiore ostacolo risiede nelle norme che fissano per legge i tassi di interesse al 13% per i prestiti con garanzie reali e al 16% per i prestiti non garantiti. Ciò impedisce di valutare e premiare adeguatamente i clienti che rientrano in una bassa classe di rischio. Anche il tasso sui depositi è fissato dalla legge al 10%. Sempre secondo le parole di Turnell, il governo mira ad eliminare tali limiti nel prossimo futuro.

Un ulteriore ostacolo è rappresentato, inoltre, dalle barriere culturali che ancora esistono nel Paese. I cittadini hanno scarsa fiducia nel settore bancario e preferiscono conservare valuta fisica o immagazzinare ricchezza sotto forma di oro e giada. A riprova di ciò, basti considerare che il 90% dei cittadini del Myanmar non possiede un conto corrente.

Tuttavia, anche in Myanmanr come in tutta l’ASEAN, cominciano a diffondersi servizi di digital wallet (il primo è stato Wawe Money nel 2017), che potrebbero permettere una rapida evoluzione del mercato dei servizi finanziari da mobile, malgrado le enormi barriere regolamentarie che ancora pesano sul settore.

La proattività mostrata negli ultimi anni dal Governo sembra dunque andare nella direzione giusta, nonostante negli investitori permanga preoccupazione per l’instabilità del Paese, per la poca trasparenza nei processi decisionali e per lo scarso coordinamento tra i vari livelli e organi istituzionali ai quali è preposta l’emissione di licenze e permessi per operare nel Paese.

Il processo di liberalizzazione e ammodernamento del Paese sta comunque procedendo molto rapidamente, anche supportato dal fatto che il Myanmar può contare su una grande disponibilità di forza lavoro, su bassi costi di produzione e sulla ricchezza di risorse naturali, oltre che sui legami commerciali con le dinamiche economie dell’ASEAN.

Articolo a cura di Gabriel Zurlo Sconosciuto

Gli equilibri commerciali in Asia ai tempi del Covid-19

Nel primo trimestre del 2020 l’ASEAN è risultato il primo partner commerciale della Cina

Negli ultimi anni il panorama commerciale globale ha subito profonde trasformazioni che hanno contribuito a produrre nuove e significative dinamiche economiche nel continente asiatico.

Fino a qualche anno fa, prima della guerra commerciale tra USA e Cina e prima dello scoppio della pandemia, Unione Europea e Stati Uniti erano rispettivamente il primo e il secondo partner commerciale della Repubblica Popolare Cinese. Oggi invece, nel bel mezzo di una crisi sanitaria ed economica globale, l’ASEAN ha scavalcato UE e USA ed è risultato il maggior partner commerciale della Cina nel primo trimestre del 2020. Secondo l’Amministrazione generale cinese delle dogane, nei primi tre mesi di quest’anno, il commercio bilaterale totale tra ASEAN e Cina è aumentato del 6,1% su base annua a 140,62 miliardi di dollari, nonostante l’emergenza sanitaria.

Diversi elementi sono intervenuti a produrre questo scenario, con cambiamenti profondi per tutto il sistema commerciale e per gli equilibri di potere globali.

Sul versante europeo, ha sicuramente influito la Brexit. La Gran Bretagna rappresentava infatti circa il 10% degli scambi commerciali tra UE e Cina. Con la sua uscita dall’Unione dunque, i Paesi europei hanno perso una quota significativa del rapporto commerciale con la Cina, che ha influito pesantemente sui dati aggregati relativi al commercio UE-Cina.

Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, invece, la guerra commerciale avviata dall’amministrazione di Donald Trump ha contribuito in maniera decisiva al deterioramento dei rapporti commerciali tra USA e Cina, scatenando diversi effetti collaterali. Non sono cambiati solo i rapporti tra Washington e Pechino, le tensioni commerciali hanno finito per spingere molte aziende a trasferire capacità produttive dalla Cina ai Paesi del Sud-Est asiatico, rinforzando catene di valore e sistemi produttivi regionali. Lo scontro con gli USA ha anche indotto le autorità cinesi a rafforzare i legami economici e diplomatici con i partner del continente asiatico, mettendo i Paesi ASEAN in una posizione di primo piano, date le dimensioni del blocco commerciale.

Inoltre, la gravità dello shock economico causato dalla pandemia di COVID-19 ha contribuito ad acuire tali trasformazioni, mettendo in crisi il sistema economico e commerciale globale. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, i Paesi più colpiti a livello economico sono quelli occidentali, in Europa e Nord America, mettendo Paesi come quelli del Sud-Est asiatico nelle condizioni di guadagnare terreno a livello commerciale. Inoltre, rafforzando le dinamiche scaturite dalla guerra commerciale, le misure restrittive attuate dai governi per limitare i contagi stanno inducendo molte aziende a rivedere le catene di produzione e fornitura, favorendo soluzioni regionali a scapito di meccanismi globali.

Sembra dunque che le trasformazioni degli ultimi anni stiano spingendo il continente asiatico verso maggiori forme di cooperazione economica e commerciale. Cina e ASEAN sono oggi più vicine dal punto di vista economico e diplomatico di quanto non lo fossero qualche anno fa. Lo scenario resta complesso e indefinito, sarà fondamentale seguire l’evolversi della situazione nei prossimi mesi per capire la portata dei cambiamenti in corso e analizzarne l’impatto a livello globale.

Articolo a cura di Tullio Ambrosone

Emergenza COVID-19: le opportunità per l’ASEAN

Smart working ASEAN

Nonostante la gravità della crisi, si aprono scenari interessanti

Anche nei Paesi del Sud-Est asiatico l’epidemia di coronavirus sta avendo un impatto significativo: diverse aree sono in isolamento, i grandi eventi sono stati annullati o rinviati, le strutture mediche sono in difficoltà e il sistema economico ne sta risentendo. Tuttavia, la grave emergenza sanitaria ed economica che i Paesi ASEAN stanno affrontando sta aprendo nuovi scenari, che potrebbero recare alcuni benefici nel lungo termine.

Le aziende stanno iniziando a diversificare le loro catene produttive, spostando investimenti e capitali dalla Cina verso i Paesi del Sud-Est asiatico. Anche prima della pandemia, tensioni politiche come la guerra commerciale tra Washington e Pechino, stavano spingendo le grandi compagnie a dirottare le catene di produzione dalla Cina a Paesi terzi, ma l’emergenza sanitaria ha finito per accelerare questo trend. Nel tentativo di diversificare la produzione infatti, grandi aziende come Google e Microsoft trasferiranno le attività di fabbricazione di nuovi telefoni, computer e altri dispositivi dalla Cina a Vietnam e Thailandia. Altri giganti come Sony e Nokia investiranno in Indonesia, mentre Samsung sta puntando sul Vietnam. Questi esempi non solo dimostrano l’intenzione delle grandi aziende di evitare la dipendenza dalla Cina e scommettere sulle economie del Sud-Est asiatico, ma rivelano anche una grande opportunità per la regione di sviluppare maggiori competenze nel settore della produzione tecnologica.

La crisi sanitaria, che obbliga i Paesi a imporre misure di distanziamento sociale, sta anche trasformando il mondo del lavoro. Sta cambiando infatti anche la mentalità imprenditoriale, che si sta adattando al contesto di crisi e sta sfruttando la tecnologia per affrontare le limitazioni ai movimenti e il distanziamento sociale. Aziende come CoXplore o AngkorHub, specializzate in co-working e piattaforme di smart-working, stanno crescendo in maniera significativa negli ultimi mesi, evidenziando un trend che potrebbe sopravvivere alla crisi. Specialmente nel Sud-Est asiatico, regione densamente popolata, queste start-up hanno il potenziale per trasformare l’approccio al lavoro e numerose aziende sono pronte a investire in questa direzione, anche dopo l’emergenza.

L’isolamento di migliaia di persone, inoltre, sta offrendo grandi occasioni al crescente settore del ride-hailing nel Sud-Est asiatico. Aziende come Grab e Gojek stanno intensificando le proprie attività nei Paesi ASEAN, con l’obiettivo di fornire servizi di consegna a domicilio a più persone possibile durante l’emergenza. Altri settori, come quello della vendita di prodotti alimentari online, stanno crescendo nella regione, aprendo nuovi scenari non solo per le aziende, ma anche per i lavoratori.

Ancora una volta dunque un momento di crisi sta offrendo opportunità e dando vita a nuove tendenze economiche e sociali. Nonostante il contesto di grande tensione, la crisi del sistema sta avviando trasformazioni che porteranno benefici nel lungo termine. Sarà interessante continuare a seguire l’evoluzione della situazione per identificare nuovi trend e capire che volto avrà la regione del Sud-Est asiatico dopo questa epocale crisi sanitaria ed economica.

Articolo a cura di Tullio Ambrosone

Fallito il tentativo di riforma costituzionale in Myanmar

Il Partito per l’Unione, la solidarietà e lo sviluppo (USDP) e i militari del Tamtadaw bloccano le riforme di Aung San Suu Kyi

A partire dal 10 Marzo il Parlamento del Myanmar ha iniziato le votazioni sulla legge di revisione costituzionale fortemente voluta dalla Lega Nazionale per la Democrazia, partito della Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi.

L’attuale Carta Costituzionale birmana è entrata in vigore nel 2008 e garantisce di diritto ai militari un quarto dei seggi in Parlamento. Garantisce loro, inoltre, la maggioranza in diversi organi statali, uno su tutti il Consiglio Nazionale di Difesa e Sicurezza. La stessa Carta prevede una maggioranza dei tre quarti per il procedimento di revisione costituzionale, maggioranza che, de facto, senza il voto dei militari è impossibile da raggiungere.

L’opposizione dei militari in Parlamento è stata quindi efficace. Nei primi giorni di votazione, infatti, sono state bocciate le due principali proposte della riforma: quella riguardante la riduzione, gradualmente e in 15 anni, dei seggi spettanti alle Forze Armate e quella finalizzata alla modifica dell’articolo 59 della Costituzione, che nega ai cittadini con parenti di nazionalità straniera la possibilità di poter concorrere alla Presidenza del Paese. Proprio quest’ultima disposizione rappresenta l’ostacolo più importante per la Consigliera Suu Kyi, vedova dello studioso inglese dell’Università di Oxford, Michael Aris, e madre di due figli con cittadinanza britannica. Le due proposte hanno raggiunto rispettivamente 404 e 393 “sì”, non sufficienti, quindi, per raggiungere il 75% di voti favorevoli previsto dalla Costituzione.

Altro obiettivo della riforma presentata è, inoltre, proprio quello di ridurre la maggioranza necessaria per la revisione della Carta Costituzionale da tre quarti a due terzi.

Il boicottaggio da parte dei militari e del USDP era iniziato già qualche mese fa, quando, i componenti dei due schieramenti, erano fuoriusciti anzitempo dal Comitato per l’Emendamento, organo che avrebbe dovuto studiare e preparare il nuovo assetto istituzionale del Myanmar. Il loro obiettivo è sicuramente quello di arrivare, con l’attuale assetto costituzionale, alle prossime elezioni limitando il potere della Lega Nazionale per la Democrazia.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea aspettano ormai da anni una svolta nel Paese che, nonostante le grandi aspettative riposte in Aung San Suu Kyi, stentano ad arrivare. Il Myanmar è ‘sotto osservazione’ su temi come il riciclaggio di denaro e le violazioni dei diritti umani nei confronti delle minoranze etniche, una su tutte quella dei Rohingya, gruppo a maggioranza musulmano perseguitato e, per questo, costretto a rifugiarsi in Bangladesh. Non sono dello stesso avviso Cina e Giappone che, in una continua “disputa regionale”, non perdono occasione per rafforzare i rapporti con il Paese.

Anche questo tentativo di riformare le istituzioni, con l’obiettivo di ridurre definitivamente il potere dei militari, sembra ormai naufragato. Per ora tutto rinviato alle prossime elezioni nazionali in programma per l’Autunno del 2020.

Articolo a cura di Alessio Piazza

La BRI è stata contagiata?

L’impatto del Covid-19 sui Paesi ASEAN, tra approvvigionamenti interrotti e lavoratori quarantenati

Dopo la Cina, anche i Paesi ASEAN sono impegnati nel contrasto al Covid-19. Ne è risultato il blocco di diversi stabilimenti produttivi (come in Cambogia, dove più di 200 fabbriche hanno interrotto la produzione per la mancanza di materie prime provenienti dalla Cina) e lo stop di importanti cantieri infrastrutturali, fra cui quelli legati alla Belt and Road Initiative (BRI; il progetto strategico sotto il quale la Cina sta pianificando la costruzione di grosse arterie strategiche stradali, ferroviarie e marittime, che la colleghino ai principali Paesi partner).

Le autorità dei Paesi ASEAN hanno iniziato a calcolare i danni di questi ritardi: in particolare, il rallentamento dei cantieri della BRI rischia di rappresentare un freno alla ripresa economica, una volta superata la fase di emergenza sanitaria.

In Indonesia, il Ministro per gli affari marittimi e gli investimenti ha annunciato ritardi nella costruzione della ferrovia ad alta velocità da 6 mld di dollari che collegherà Jakarta a Bandung. Non solo il 50% dei materiali provengono dalla Cina, ma anche i lavoratori nel cantiere sono per quasi il 20% cinesi. Inoltre, risulta interrotta anche la costruzione della diga da 510 megawatt nella foresta di Batang Toru.

Rallentamenti si registrano anche in Cambogia, dove la BRI prevede grossi cantieri nella zona economica speciale di Sihanoukville (la quale si propone di diventare un hub per l’intero ASEAN). Il progetto ha subito una graduale interruzione degli approvvigionamenti dalla Cina ed ha visto gli uffici dei dirigenti cinesi restare vuoti. Ciò allungherà le tempistiche e farà lievitare i costi. Il Primo Ministro cambogiano Hun Sen si è detto comunque fiducioso, prevedendo che i lavori possano riprendere già nel mese di aprile.

In Malaysia, fino ad un mese fa, la Malaysia Rail Link assicurava che non ci sarebbero stati invece ritardi nella costruzione della East Coast Rail Link, il progetto da oltre 10 miliardi di dollari che collegherà la capitale malese Kuala Lumpur e la capitale amministrativa Putrajaya agli Stati della costa orientale di Pahang, Terengganu e Kelantan. Tuttavia, a causa dei provvedimenti del governo malese (che dal 18 marzo ha posto lo Stato in una quarantena totale, dalla durata di almeno 14 giorni), non è possibile escludere rallentamenti o temporanee interruzioni del progetto, che ad oggi risulta completato solo al 15%.

Al contrario, il Covid-19 non sembra rallentare la Cina-Laos Railway, il progetto che entro il 2021 vuole trasformare il Paese in un hub per il commercio via terra nella regione. La direzione centrale aveva deciso di non interrompere i lavori nonostante le festività per il Capodanno cinese: funzionari e operai sono così rimasti in cantiere, al riparo dall’epidemia. Inoltre, in questi giorni, gli ingegneri cinesi e laotiani sono al lavoro sulla linea di energia elettrica che alimenterà la ferrovia; si tratta del primo progetto energetico per il quale il Laos ricorre alla formula di project-financing conosciuta come BOT (build-operate-transfer).

Il completamento totale della Belt and Road Initiative è previsto per il 2049, ma gli analisti mettono ora in dubbio che questa data possa essere realmente rispettata, nel caso in cui gli effetti del Covid-19 pesino per un lungo periodo.

.

Articolo a cura di Gabriel Zurlo Sconosciuto

L’ASEAN scommette sul libero scambio

I negoziati per il RCEP stanno volgendo al termine e l’accordo dovrebbe vedere la luce a fine 2020

Dopo lunghi negoziati, quest’anno i Paesi ASEAN si apprestano a concludere il RCEP, uno degli accordi commerciali più ampi del mondo. L’accordo il cui nome per esteso è  Regional Comprehensive Economic Partnership, coinvolge i dieci Paesi del blocco ASEAN e cinque dei suoi principali partner commerciali, ossia Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Insieme questi Paesi costituiscono quasi un terzo della popolazione mondiale e del PIL globale, superando blocchi commerciali come Unione Europea, USMCA o Mercosur.

Il progetto iniziale prevedeva anche il coinvolgimento dell’India, che tuttavia ha preferito non aderire per il timore di danneggiare la produzione nazionale e avvantaggiare la Cina. Diversi analisti e osservatori sostengono infatti che Pechino possa utilizzare il RCEP per contrastare l’influenza americana nella regione e rilanciarsi come garante del libero scambio a livello globale. L’aggressiva politica tariffaria di Donald Trump ha poi contributo a rafforzare questa dinamica, inducendo diversi Paesi a dare maggiore rilievo ai negoziati per il RCEP.

Anche se meno ambizioso di accordi come l’USMCA, il RCEP darà impulso agli scambi commerciali nella regione asiatica abbassando le tariffe, armonizzando regole e procedure doganali, ed estendendo l’accesso al mercato soprattutto ai Paesi membri che non hanno grandi accordi commerciali in vigore. La novità più significativa è la creazione di norme d’origine comuni per l’intero blocco commerciale.

Una volta firmato il patto, i Paesi membri potranno ottenere un unico certificato di origine che consentirà alle aziende di trasferire facilmente prodotti all’interno del blocco, senza doversi preoccupare dei criteri specifici delle norme d’origine di ogni Paese. Tutto ciò ridurrà i costi per le aziende, incoraggiandole a esportare di più verso i Paesi membri del RCEP e a sviluppare catene di valore regionali.

La riduzione delle tariffe e altri benefici non saranno applicati in base alla sede centrale di un’azienda, ma in base alla sede di produzione, consentendo così anche ad aziende americane o europee, che già producono in un Paese RCEP, di esportare in altri stati del blocco alle stesse condizioni.

Tuttavia, va anche sottolineato che l’accordo incoraggerà lo sviluppo di catene produttive regionali, e genererà per le aziende occidentali uno svantaggio in termini competitivi, favorendo la produzione locale. Da segnalare anche che, rispetto ad altri accordi commerciali, il RCEP prevede solo alcune misure limitate su servizi, investimenti e standard comuni e non include riferimenti specifici alla tutela dei lavoratori e dell’ambiente.

Con qualche mese di ritardo rispetto alla data inizialmente prevista, il RCEP dovrebbe entrare in vigore a fine 2020. Nonostante le preoccupazioni per il ruolo della Cina e gli svantaggi per le aziende occidentali, è indubbio che il RCEP rappresenterà un grande risultato sul terreno del multilateralismo e del libero scambio.

Articolo a cura di Tullio Ambrosone

Working Breakfast col Sottosegretario Scalfarotto

Ivan Scalfarotto Associazione Italia-ASEAN

Il Sottosegretario Scalfarotto ha descritto la strategia del Governo per l'internazionalizzazione

Il 17 febbraio, l’Associazione Italia-ASEAN ha avuto il piacere di ospitare nel proprio ufficio di Milano un incontro con Ivan Scalfarotto, Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. L’evento è stato introdotto di Alessia Mosca, Segretario Generale dell’Associazione, e si è concentrato sulla posizione dell’Italia nell’attuale quadro commerciale globale.

Il Sottosegretario Scalfarotto ha innanzitutto riaffermato l’impegno del Governo italiano a rafforzare i legami economici e diplomatici con l’ASEAN e ha descritto la strategia per sostenere le imprese italiane nel processo di internazionalizzazione.

Scalfarotto ha poi proseguito con un ragionamento sull’importanza strategica del commercio internazionale per la nostra economia, fortemente trainata dalle esportazioni negli anni della crisi: tra il 2010 e il 2017, le esportazioni italiane sono infatti cresciute del +6,4%, pur a fronte di calo del PIL dello -0,6%. Gli effetti della crisi sarebbero stati quindi molto più duri se le aziende italiane non avessero potuto fare affidamento sulla domanda proveniente dai mercati esteri.

Inoltre, anche eccellenze tipiche italiane si basano sulla lavorazione di prodotti importati. L’Italia, ad esempio, è famosa per il cioccolato e per il caffè pur non producendo né cacao né chicchi di caffè; inoltre l’Italia neanche produce il grano sufficiente a soddisfare la domanda che arriva dai propri produttori di pasta.

La capacità delle imprese italiane di competere sui mercati globali non deve però spingere a pensare che esse possano prescindere dal supporto di politiche industriali e commerciali adeguate. Il Sottosegretario Scalfarotto ha infatti sottolineato come, a livello globale, il valore degli accordi G2G (Government to Government) superi di molto quello degli accordi B2B (Business to Business). Il Governo deve quindi giocare un ruolo attivo di facilitatore degli scambi commerciali. Per una singola azienda, per quanto grande, è difficile instaurare rapporti solidi con partner stranieri, senza avere alle spalle l’intero Sistema Paese (e questo è particolarmente vero nei Paesi asiatici).

A questo proposito, Scalfarotto ha ricordato che il Governo – tramite le proprie agenzie e società controllate – ha implementato diverse misure per sostenere attivamente le imprese italiane nei processi di internazionalizzazione. Ad esempio, negli ultimi anni, il Gruppo Cassa Depositi e Prestiti ha svolto un ruolo sempre più importante nel garantire il credito necessario alle imprese. Inoltre, Scalfarotto ha ricordato come il Governo sia stato in grado di muoversi in maniera unitaria su questioni chiave, quali l’imposizione di nuovi dazi da parte degli USA.

Scalfarotto ha quindi ricordato che la politica commerciale può rappresentare uno strumento di politica estera, come dimostrato recentemente dall’l’Amministrazione Trump. Per questo motivo il Governo deve intervenire nei settori cruciali, dove possono emergere irregolarità (come nel caso delle tecnologie 5G), per garantire un level playing field.

Infine, Scalfarotto ha sottolineato il ruolo strategico dell’ASEAN. Da un punto di vista strettamente economico, infatti, il blocco dei Paesi del sud-est asiatico rappresenta già oggi la quinta potenza economica globale. Da un punto di vista geopolitico, inoltre, l’ASEAN ha giocato un ruolo cruciale nel mitigare le tensioni in Asia. L’Italia e l’Unione europea dovrebbero quindi giocare un ruolo più proattivo nel sud-est asiatico, andando a colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Un approfondimento delle relazioni economiche coi Paesi asiatici può infatti essere uno strumento per promuovere stabilità e crescita nella regione, in analogia con la strategia già adottato dall’Unione europea in America Latina.

 

 

Il Parlamento europeo ratifica gli accordi col Vietnam

L’accordo di libero scambio eliminerà il 99 per cento delle barriere doganali tra EU e Vietnam

Il 12 febbraio 2020, il Parlamento europeo ha ratificato l’Accordo di libero scambio (EU-Vietnam Free Trade Agreement, EVFTA) e l’Accordo sulla protezione degli investimenti (Investment Protection Agreement, EVIPA) tra l’Unione europea e il Vietnam.

La ratifica definitiva dell’EVFTA da parte del Consiglio europeo e del Parlamento vietnamita è prevista entro l’estate 2020 mentre bisognerà attendere la ratifica di tutti i 27 paesi UE per l’entrata in vigore dell’EVIPA.

L’accordo di libero scambio eliminerà il 99 per cento delle barriere doganali tra EU e Vietnam, stimolando il commercio in particolar modo nel settore tessile, agroalimentare e manifatturiero. Sono inoltre previste agevolazioni fiscali nei settori dei servizi e degli appalti pubblici nonché capitoli in materia di proprietà intellettuale, protezione dei diritti umani e salvaguardia ambientale.

La Commissione Europea stima che l’accordo di libero scambio incrementerà il PIL dell’Ue di 29,5 miliardi di dollari e le esportazioni verso il Vietnam del 29% entro il 2035. Il governo vietnamita stima invece una crescita del PIL nazionale del 4,6% e delle esportazioni verso l’UE del 42,7% entro il 2025.

Enrico Letta, Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN accoglie la ratifica come “un’ottima notizia per l’industria italiana, che trova un canale di accesso preferenziale ad una delle regioni più dinamiche e più in forte crescita del mondo. Il Vietnam è il nostro secondo partner commerciale in ASEAN dopo Singapore ed è già oggi la quinta potenza economica globale e le proiezioni indicano chiaramente che entro il 2050 raggiungerà il quarto posto, dietro solamente a Cina, India e Stati Uniti

Alessia Mosca, ex portavoce del gruppo S&D in Parlamento Europeo per gli accordi con il Vietnam e attuale Segretario Generale dell’Associazione Italia-ASEAN sottolinea come “il Vietnam è al momento il Paese ASEAN più interessante per le imprese italiane, che lì trovano un tessuto di PMI capace di dialogare con le nostre aziende e un settore industriali dinamico e aperto all’innovazione. Negli ultimi anni, l’Italia ha consolidato la propria presenza in Vietnam: nel 2019, il nostro Paese è stato il secondo fornitore europeo del Vietnam, dietro solamente alla Germania”

L’economia vietnamita cresce a tassi medi del 6% mentre nei prossimi 30 anni è prevista una crescita del 5%. Il tessuto produttivo è composto per il 96% da PMI intenzionate ad inserirsi in global value chains.

Le riforme attuate negli ultimi anni soprattutto in materia di accesso al credito e managing delle operazioni quotidiane hanno permesso al paese di aumentare il FDI del 7,4% secondo fonti della Banca Mondiale, che lo ha classificato 70esimo su 190 paesi in termini di facilità di condurre business.

L’export italiano verso il Vietnam ammontava a 1.302,42 mln. € nel 2018, con un forte focus sui settori manifatturiero, tessile ed agroalimentare.

Membri attivi di recente
Foto del profilo di Cristina
Foto del profilo di Ed
Foto del profilo di Gabriel
Foto del profilo di Redazione
Foto del profilo di Redazione
Foto del profilo di Alessio
Foto del profilo di niccolo
Chi è Online
Al momento non ci sono utenti online
Membri