Dopo Hormuz, UE e ASEAN alla ricerca dell’autonomia agricola

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La crisi dello Stretto ha messo in luce la vulnerabilità sulle importazioni di fertilizzanti, essenziali per la sicurezza alimentare. Di fronte ai rischi per le catene di approvvigionamento, i due blocchi stanno adottando strategie diverse per ridurre le dipendenze esterne

Di Alessandro Forte

Sin dallo scoppio del conflitto in Iran, uno dei maggiori argomenti dibattuti dai media internazionali è stato il blocco di transito dello Stretto di Hormuz e i rischi legati all’interruzione delle catene di approvvigionamento energetico per diversi attori nazionali. I Paesi del Golfo hanno storicamente fatto del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto (GNL) gli assi nella manica della propria produzione domestica, creando negli anni una fitta rete di esportazioni che ha costituito, in ordine, le fondamenta della propria rilevanza geopolitica e la dipendenza strategica di una buona parte dei Paesi del mondo, a partire dal continente europeo. 

Tuttavia, se è vero che l’energia è il cardine di questa crisi internazionale, molto meno discusso, ma di primaria importanza, è il tema dei fertilizzanti, una risorsa decisamente più silenziosa che garantisce la sicurezza alimentare mondiale. Anche in questo caso i Paesi mediorientali ne sono protagonisti, e la maggior parte dei flussi commerciali che coinvolgono il trasporto di fertilizzanti passa – o meglio, passava – attraverso lo Stretto di Hormuz. Oggi, invece, le rotte commerciali sono state largamente interrotte, minacciando la sicurezza agricola di due blocchi regionali su cui è necessario porre particolare attenzione: l’Unione Europea e l’ASEAN.  

Da un lato, Bruxelles sconta una vulnerabilità strutturale, con un valore di import di fertilizzanti pari a circa 9 miliardi di euro nel 2025. Andando più a fondo, queste importazioni si articolano in gradi di dipendenza diversi a seconda del tipo di prodotto preso in esame, o delle materie prime necessarie alla sua produzione: guardando al concime azotato, ad esempio, circa il 30% viene importato, e aumentarne la produzione domestica richiederebbe processi ad alta intensità energetica, traducendosi in una domanda maggiore di gas naturale liquefatto – un cane che si morde la coda. Se si analizza invece il comparto dei fertilizzanti fosfatici, il 70% della produzione dipende dall’importazione di fosforite, una roccia sedimentaria che si distribuisce in pochi Paesi al di fuori dell’Unione, evidenziando un’ulteriore esposizione strategica. A complicare questo mosaico, i prezzi dei fertilizzanti schizzano vertiginosamente, con una crescita del costo di concime azotato pari al 71% rispetto al suo prezzo medio nel 2024. Sebbene, ad oggi, non si possa parlare di mancanza di rifornimenti, la volatilità delle dipendenze europee evidenzia un forte rischio per il prossimo futuro.

Dall’altro lato, lo scossone geopolitico di Hormuz non risparmia nemmeno i Paesi ASEAN, con un settore agricolo che costituisce il 9,6% del PIL regionale, e una dipendenza dalle importazioni di fertilizzanti chimici pari a più dell’82%. In questo quadro, interessante è il ruolo della Cina, uno dei maggiori esportatori nel Sudest asiatico, la cui presa sulle economie ASEAN si fa man mano più stretta: nel primo quadrimestre del 2026, il Vietnam ha importato più della metà dei fertilizzanti dalla Repubblica Popolare Cinese; le Filippine, dal canto loro, vivono uno scenario ancora più drastico, con il 75% dei propri fertilizzanti importati dalla Cina, e una produzione domestica praticamente assente. Tale cornice di subordinazione, poi, si complica ulteriormente a seguito del conflitto in Iran: per proteggere il mercato interno dal divario fra prezzi domestici e internazionali e dal rincaro del GNL, Pechino ha infatti imposto un congelamento che colpisce circa l’80% del proprio export di fertilizzanti, un duro colpo per la stabilità delle catene di approvvigionamento dell’intera regione.

Di tutta risposta, i due blocchi hanno adottato strategie più o meno concrete, la cui efficacia è ancora da verificare. Il 19 maggio, l’Unione Europea ha lanciato il Fertiliser Action Plan, un’iniziativa che punta ad erogare un immediato contributo finanziario alle attività agricole più in difficoltà, rafforzare la coesione tra governi e industrie dell’Unione, e supportare progetti di produzione di biometano e biogas per ridurre le dipendenze dal GNL straniero. Contestualmente, il Consiglio dell’UE ha deliberato una sospensione annuale delle tariffe doganali sui concimi azotati, puntando ad abbattere i costi per gli agricoltori e ridurre le dipendenze da Russia e Bielorussia, dato che la decisione esclude i prodotti importati da questi Paesi. Lato ASEAN, data la conformazione strutturalmente diversa dell’organizzazione regionale, la risposta è meno coesa, ma anche meno burocratica. Le Filippine si fanno portavoce di iniziative bilaterali, portando avanti un dialogo con la Cina per risolvere l’urgenza del proprio approvvigionamento, mentre importanti industrie di Indonesia, Malesia e Brunei creano la Southeast Asia Fertiliser Association (SEAFA), una forma di associazionismo volta a rafforzare la collaborazione fra produttori di fertilizzanti nel Sudest asiatico, favorire la condivisione di know-how, e rilanciare la propria competitività a livello globale. 

In definitiva, risulta difficile prevedere se tali iniziative saranno sufficienti a garantire la stabilità dei due blocchi regionali nel medio periodo. Eppure, una certezza emerge con chiarezza: al di là delle crisi operative, le vulnerabilità di fondo si riducono, inevitabilmente, alle stesse identiche necessità strutturali. L’Unione Europea ha bisogno di una reale autonomia strategica per non rimanere ostaggio dei propri paradossi energetici; i Paesi ASEAN, invece, devono accelerare sulla diversificazione dei propri fornitori, uscendo dalla morsa asimmetrica dei monopoli di vicinato. La sicurezza alimentare, in ultima analisi, si fa termometro della stabilità strategica globale.

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