Asean

L’ASEAN al centro dello Shangri-La Dialogue

Il vertice di Singapore ha mostrato un Sud-Est asiatico determinato a non essere soltanto il teatro della competizione tra potenze. L’obiettivo comune è preservare un ordine internazionale basato su regole condivise, evitare la formazione di blocchi contrapposti e ritagliarsi un ruolo più attivo

By Tommaso Magrini

Per anni lo Shangri-La Dialogue è stato raccontato soprattutto attraverso la lente della competizione tra Stati Uniti e Cina. Anche nel 2026, a Singapore, il confronto tra le due superpotenze ha dominato gran parte dell’attenzione mediatica. Eppure, osservando da vicino il dibattito emerso durante i tre giorni del principale forum sulla sicurezza dell’Asia-Pacifico, è emerso un altro protagonista: il Sud-Est asiatico. In un contesto caratterizzato dall’incertezza sulla tenuta dell’impegno americano, dall’assenza per il secondo anno consecutivo del ministro della Difesa cinese e da una crescente frammentazione dell’ordine internazionale, i rappresentanti dell’ASEAN hanno cercato di trasmettere un messaggio comune: la regione non vuole scegliere tra Washington e Pechino, ma pretende che entrambe contribuiscano alla stabilità regionale in modo responsabile.

La frase pronunciata dal ministro della Difesa malese Mohamed Khaled bin Nordin rappresenta forse meglio di qualsiasi altra la prospettiva della regione. “Ci era stato detto che le regole contano, che gli impegni contano e che le norme internazionali si sarebbero applicate in modo uguale a tutte le nazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni e dal loro potere. Oggi, però, trattati, principi umanitari e impegni internazionali vengono ignorati e interpretati in modo selettivo ogni volta che non si allineano agli interessi geopolitici”, ha detto il ministro malese.

Per molti Paesi dell’ASEAN, il problema non è soltanto la competizione tra grandi potenze, ma la crescente percezione che le regole internazionali vengano applicate in modo selettivo. In un contesto nel quale i Paesi medio-piccoli dipendono dall’apertura commerciale, dalla libertà di navigazione e dalla prevedibilità delle relazioni internazionali, il deterioramento dell’ordine multilaterale viene percepito come una minaccia diretta.

Da qui deriva anche la centralità attribuita all’ASEAN come piattaforma di dialogo. Nel corso del Dialogo, numerosi leader regionali hanno insistito sul fatto che il Sud-Est asiatico non deve trasformarsi in un’arena di confronto tra blocchi rivali. È un tema ricorrente nella diplomazia della regione, ma che nel 2026 ha assunto una rilevanza particolare a causa delle incertezze create dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e dalla ridefinizione delle priorità strategiche americane.

Anche per questo ha assunto un significato particolare uno dei concetti pronunciati dal Presidente vietnamita To Lam: “L’Asia-Pacifico è uno spazio aperto e tutti i Paesi che hanno interessi legittimi possono svolgere un ruolo nel contribuire alla sua pace, stabilità e sviluppo. Ciò che la regione cerca non è né la semplice presenza né l’assenza di una qualsiasi grande potenza. Ciò che cerca è un impegno responsabile”.

Dietro queste parole c’è una posizione che accomuna gran parte del Sud-Est asiatico. I governi della regione non chiedono un disimpegno degli Stati Uniti, né una marginalizzazione della Cina. Al contrario, riconoscono l’importanza di entrambe le potenze per la stabilità e la prosperità regionale. Ciò che chiedono è prevedibilità, moderazione e responsabilità.

In questo scenario, Singapore ha offerto una delle riflessioni più interessanti. Il ministro della Difesa Chan Chun Sing ha affrontato direttamente il tema della percezione della potenza: “Quanto più siamo potenti, tanto maggiore è lo sforzo che dobbiamo compiere per rassicurare gli altri, perché in ultima analisi, nel settore della difesa, le persone non guardano soltanto alle capacità. Guardano anche alle intenzioni”.

La frase coglie uno dei nodi centrali del dibattito regionale. Il problema non riguarda soltanto le capacità militari di una potenza, ma anche le intenzioni che gli altri le attribuiscono. Per questo motivo Singapore continua a promuovere una diplomazia basata sulla trasparenza, sulla costruzione della fiducia e sulla gestione preventiva delle crisi.

In generale, lo Shangri-La Dialogue 2026 ha mostrato un Sud-Est asiatico meno disposto a essere considerato un semplice teatro della rivalità tra grandi potenze. Vietnam, Singapore, Malesia, Filippine e altri Paesi dell’ASEAN hanno cercato di proporre una propria agenda: difesa del multilateralismo, rifiuto della logica dei blocchi, rafforzamento delle regole internazionali e gestione responsabile della competizione strategica.

È ancora difficile dire se questa visione riuscirà a influenzare concretamente l’evoluzione dell’ordine regionale. Ma il messaggio emerso da Singapore è stato chiaro: il futuro della del Sud-Est asiatico non deve essere deciso da altri.

ASEAN, la nuova frontiera dei minerali critici

Mentre la Cina continua a dominare il settore delle terre rare, Vietnam, Malaysia e Thailandia stanno emergendo come nuovi attori strategici nelle catene globali del settore. Anche l’Europa cerca accordi coi paesi ASEAN

By Lara Tarantino

Quando parliamo di terre rare il pensiero va immediatamente alla Cina, ma esiste in realtà una schiera di paesi che, lontano dai riflettori, sta guadagnando terreno nel settore. In particolare, Vietnam, Malaysia e Thailandia sono oggi i protagonisti di una profonda ridefinizione delle catene di approvvigionamento di minerali critici, spinta in particolare dalle tensioni commerciali tra Washington e Pechino e dai nuovi accordi strategici siglati nell’autunno del 2025 con gli Stati Uniti. Ma procediamo con ordine: quali sono le risorse che rendono questi paesi dei tasselli così preziosi nello scacchiere minerario globale?

Il Vietnam spicca come il secondo paese al mondo per depositi di terre rare: secondo le stime dello U.S. Geological Survey (USGS), i suoi 22 milioni di tonnellate rappresentano esattamente la metà del patrimonio cinese. Sebbene la produzione sia ancora agli inizi, i dati di Eco-Business e FULCRUM di aprile 2025 parlano di circa 600 tonnellate annue: il margine di crescita è enorme. Il governo di Hanoi, come riportato da un piano citato da Reuters, punta infatti a portare l’output a due milioni di tonnellate entro il 2030.

Il vero punto di forza di Hanoi è però il tungsteno. I dati USGS confermano che il Vietnam, con 3.000 tonnellate nel 2025, è ormai il secondo produttore mondiale. Il cuore di questa attività è la miniera di Nui Phao, gestita dalla società privata Masan High-Tech Materials. Come spiega The Investor, l’impianto non si limita all’estrazione di tungsteno, fluorite, bismuto e rame, ma trasforma il tungsteno in materiali avanzati per semiconduttori e sistemi aerospaziali. A questo si aggiungono le enormi riserve di bauxite, che secondo Vietnam Briefing sfiorano i 5,8 miliardi di tonnellate, un quinto delle risorse mondiali.

La Malaysia risponde con oltre 16 milioni di tonnellate di riserve e una particolarità geologica non da poco: le sue miniere sono ricche di terre rare pesanti, vitali per la difesa. Ma il vero asso nella manica di Kuala Lumpur è la raffinazione. Il paese ospita il Lynas Advanced Materials Plant, il più grande impianto di lavorazione di terre rare pesanti fuori dalla Cina. I progressi sono rapidi: a metà 2025 la società Lynas ha annunciato la prima produzione commerciale di ossido di disprosio “non cinese”, e pochi mesi dopo ha stanziato 180 milioni di dollari per un’ulteriore espansione. Il tutto è protetto da una strategia politica precisa: dal 2024 vige una moratoria sulle esportazioni di minerale grezzo, obbligando i partner a lavorare i materiali direttamente in territorio malese.


La Thailandia presenta invece un profilo anomalo rispetto ai suoi vicini: le riserve sono modeste, circa 4.500 tonnellate secondo i dati USGS aggiornati a gennaio 2024, ma la sua posizione nella catena produttiva globale è tutt’altro che marginale. Secondo il Krungsri Research Institute, nel paese non esiste estrazione commerciale di terre rare. Le aziende locali, tra cui Sakorn Minerals nella provincia di Prachuap Khiri Khan e Ratanarungsiwat a Phang Nga, operano nella cosiddetta beneficiation: importano minerale grezzo, separano le componenti contenenti terre rare dagli altri materiali e riesportano il concentrato verso paesi in grado di raffinarlo ulteriormente. È questa attività di lavorazione intermedia a spiegare perché l’USGS collochi la Thailandia al quarto posto mondiale per produzione di terre rare nel 2024, con 13.000 tonnellate di ossidi equivalenti. I depositi di terre rare si trovano prevalentemente nelle province occidentali del paese, da nord a sud: Chiang Rai, Mae Hong Son, Kanchanaburi, Prachuap Khiri Khan, Chumphon, Ranong, Phang Nga e Surat Thani, secondo il Dipartimento delle Risorse Minerarie thailandese.

Ma queste risorse, per quanto vaste, non restano confinate nel sottosuolo. I giacimenti sono anche asset in quella che viene definita “diplomazia dei minerali critici”. Un esempio concreto è arrivato con il tour asiatico di Donald Trump dello scorso ottobre. Durante la sua visita a Kuala Lumpur, Washington ha siglato accordi cruciali che impegnano la Malaysia a garantire l’accesso agli investimenti statunitensi in cambio di cooperazione tecnologica e meccanismi di protezione dei prezzi. Nello stesso giorno, intese analoghe sono state raggiunte con la Thailandia e il Vietnam. Anche il fronte europeo si è attivato per ridurre la dipendenza da Pechino con il lancio del piano RESourceEU nell’ottobre 2025. L’UE sta iniziando così a negoziare accordi di libero scambio con Malaysia, Thailandia e Filippine. Questa è una mossa che Bruxelles ritiene necessaria per dare concretezza ai suoi target: il Critical Raw Materials Act impone infatti di raggiungere entro il 2030 una quota di raffinazione domestica pari al 40% del consumo annuo. Un traguardo ambizioso che passa inevitabilmente per le raffinerie e le miniere della “via asiatica”.

Come attrarre investimenti strategici

A cura di Giovanni Savini, Direttore Generale Unità di Missione per l’Attrazione e lo Sblocco degli Investimenti (UMASI), Ministero delle Imprese e del Made in Italy

Nel contesto economico globale attuale, caratterizzato da profonde trasformazioni geopolitiche, tecnologiche e industriali, la capacità dei Paesi di attrarre investimenti produttivi di qualità non dipende più soltanto da fattori tradizionali. In questo scenario, la Pubblica Amministrazione è chiamata a svolgere un ruolo decisivo: non più mero apparato regolatorio, ma partner attivo dello sviluppo economico e industriale.

È in questa prospettiva che si colloca l’azione della Unità di Missione per l’Attrazione e lo Sblocco degli Investimenti (UMASI), istituita presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy con l’obiettivo di facilitare, accelerare e coordinare i procedimenti amministrativi relativi a investimenti di rilevante impatto economico e strategico per il Paese. UMASI rappresenta un cambio di paradigma nella governance pubblica degli investimenti: un modello operativo fondato sull’integrazione tra livelli di governo e sull’utilizzo coerente degli strumenti di semplificazione previsti dall’ordinamento.

Ѐ stata redatta un’analisi che offre una ricostruzione puntuale e documentata dell’evoluzione recente delle politiche italiane in materia di attrazione degli investimenti, con particolare attenzione agli strumenti introdotti a partire dal 2022, tra cui l’articolo 13 del decreto-legge n. 104 del 2023 e il rafforzamento dei poteri sostitutivi e commissariali. Attraverso l’analisi di casi concreti – che spaziano dai semiconduttori alle biotecnologie, dall’acciaio ai data center – il contributo dimostra come la semplificazione amministrativa, se attuata in modo consapevole e responsabile, possa produrre risultati tangibili e rafforzare la credibilità del sistema Paese nei confronti degli investitori internazionali, compresi quelli dell’area ASEAN.

Al tempo stesso, il lavoro non elude una riflessione critica di fondo: le procedure straordinarie non possono e non devono diventare la regola. Il vero obiettivo di una moderna politica industriale è il miglioramento strutturale dei procedimenti ordinari, affinché rapidità, prevedibilità e coordinamento interistituzionale diventino elementi sistemici dell’azione amministrativa. Solo così l’Italia potrà consolidare nel lungo periodo i risultati raggiunti e competere stabilmente nei nuovi equilibri della geografia industriale europea e globale.

Clicca qui per leggere l’analisi completa.

Cina e ASEAN rafforzano l’asse finanziario

Tre fondi sovrani lanciano una nuova piattaforma di investimento tra Pechino e Sud-est asiatico per sostenere industria, tecnologia e catene globali del valore. L’iniziativa riflette il ruolo sempre più centrale dell’ASEAN nella nuova geografia economica globale

By Tommaso Magrini

La nascita di una nuova piattaforma di investimento tra Cina e ASEAN, sostenuta da grandi fondi sovrani e già dotata di una prima raccolta significativa di capitali, rappresenta un segnale importante delle trasformazioni in atto nell’economia globale. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche, riorganizzazione delle catene del valore e crescente competizione tra blocchi economici, il rafforzamento dei legami finanziari e industriali tra Pechino e il Sud-Est asiatico assume un significato che va ben oltre la semplice dimensione economica.

Il progetto, noto come Galaxy Orientis China–ASEAN Investment Platform, nasce dall’iniziativa congiunta di tre grandi fondi sovrani: la China Investment Corporation, l’Indonesia Investment Authority e il fondo petrolifero dell’Azerbaigian. Si tratta di attori che, per natura e funzione, operano al crocevia tra finanza e strategia nazionale, utilizzando capitali pubblici per perseguire obiettivi economici di lungo periodo e, al tempo stesso, interessi geopolitici più ampi. 

La piattaforma ha già raggiunto una prima chiusura di circa 520 milioni di dollari, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 1 miliardo. La logica alla base dell’iniziativa è chiara: intercettare le opportunità generate dalla crescente integrazione economica tra Cina e ASEAN e dalla riconfigurazione delle catene di approvvigionamento. Negli ultimi anni, molte imprese hanno iniziato a diversificare la produzione verso il Sud-Est asiatico, sia per ridurre la dipendenza dalla Cina sia per sfruttare i vantaggi competitivi della regione. Questo processo rappresenta una vera e propria ristrutturazione del sistema industriale globale, in cui l’ASEAN si sta affermando come uno dei poli più dinamici.

In questo scenario, la piattaforma si propone di canalizzare capitali verso settori considerati strategici per questa trasformazione: industria, tecnologia, sanità, consumi e servizi avanzati. L’obiettivo non è solo ottenere rendimenti finanziari, ma contribuire alla creazione di valore nel lungo periodo, sostenendo imprese e progetti capaci di rafforzare i legami economici tra Cina e Sud-Est asiatico.

Un elemento particolarmente significativo è la natura sovrana e congiunta dell’iniziativa. Non si tratta di un fondo tradizionale, ma di una piattaforma governata direttamente da investitori pubblici, che riflette una crescente tendenza alla cooperazione tra fondi sovrani. La partecipazione dell’Indonesia evidenzia anche il ruolo crescente dei Paesi ASEAN non solo come destinatari di capitali, ma come partner attivi nella definizione delle strategie di investimento. Giacarta, in particolare, punta a utilizzare questa piattaforma per attrarre capitali, competenze e tecnologie, rafforzando il proprio posizionamento come hub industriale e logistico della regione.

Allo stesso tempo, per la Cina, l’iniziativa rappresenta un ulteriore tassello di una strategia più ampia volta a consolidare la propria presenza economica nel Sud-Est asiatico. Nel complesso, la creazione di questa piattaforma segnala un cambiamento più ampio nella natura degli investimenti globali. Non si tratta più soltanto di allocare capitale dove i rendimenti sono più elevati, ma di costruire ecosistemi economici integrati, in cui finanza, industria e diplomazia si intrecciano. In un mondo sempre più frammentato, iniziative come questa mostrano come la globalizzazione non stia scomparendo, ma stia cambiando forma. 

Le misure dei Paesi ASEAN per sostenere le nascite

Anche alcuni governi del Sud-Est asiatico stanno affrontando sfide demografiche cruciali: il Vietnam ha abolito il limite di due figli per invertire il calo delle nascite e sostenere la forza lavoro futura, mentre l’Indonesia cerca un equilibrio tra fertilità e crescita economica nelle diverse regioni dell’arcipelago

By Tommaso Magrini

Negli ultimi anni, diverse nazioni dell’Asia stanno abbandonando o riformando le politiche demografiche basate su limiti al numero di figli, mossi da crescenti preoccupazioni per il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione e le implicazioni economiche di bilanci sempre più squilibrati tra giovani e anziani. Per decenni, alcuni Paesi della regione avevano spinto le famiglie ad avere uno o due figli. Ora stanno ripensando tali approcci per contrastare un trend di natalità in caduta libera. 

Uno degli esempi più concreti di questo cambio di paradigma è il Vietnam, che nel 2025 ha ufficialmente abolito il suo storico limite di due figli per famiglia. Introdotta alla fine degli anni ’80 per contenere una crescita demografica percepita come troppo rapida, la politica aveva contribuito ad abbattere il tasso di fecondità nazionale. La legge — che in passato veniva applicata con rigore soprattutto ai membri del Partito Comunista e ai dipendenti pubblici — aveva portato il tasso di fecondità totale (TFR) a circa 1,91 figli per donna nel 2024, ben al di sotto del livello di sostituzione di circa 2,1. Per contrastare questa tendenza, Hanoi ha ora smantellato i limiti e sta parallelamente rafforzando misure di sostegno alla famiglia, come estensioni dei congedi parentali, miglior accesso alle cure prenatali e incentivi economici locali per le coppie con bambini, nella speranza di rendere più attraente la scelta di avere figli.

La decisione di Hanoi riflette una preoccupazione crescente per l’invecchiamento della popolazione e per il potenziale impatto economico di un ridotto bacino di forza lavoro. La cosiddetta “popolazione d’oro” — ovvero il periodo in cui le persone in età lavorativa superano nettamente quelle dipendenti — è prevista terminare entro il 2039, con conseguenze significative sui servizi sociali, sui sistemi pensionistici e sulla capacità di sostenere una crescita economica robusta a lungo termine. 

L’Indonesia ha storicamente implementato un robusto programma di pianificazione familiare, grazie al quale il TFR è passato da valori molto elevati negli anni ’70 (oltre 5 figli per donna) a circa 2,1‑2,2 nel 2025, allineandosi al livello di sostituzione demografica. Tuttavia le dinamiche sono complesse e molto variegate tra regioni: aree urbane come Jakarta mostrano tassi di fertilità più bassi, mentre in alcune province rurali restano più alti.

Il governo indonesiano ha riconosciuto che la natalità eccessivamente bassa in alcune aree — insieme a pressioni su alloggi, mercato del lavoro e costi di vita — può influire negativamente sulla capacità di sfruttare appieno il proprio “dividendo demografico”, ovvero il vantaggio economico derivante da un’ampia popolazione in età lavorativa. Per questo le politiche nazionali si stanno orientando verso un equilibrio più attento tra stabilità demografica, accesso a servizi di pianificazione familiare e supporto alle famiglie moderne. Il quadro politico, infatti, non punta più semplicemente al controllo delle nascite, ma a preservare una struttura demografica equilibrata e sostenibile, evitando sia la crescita eccessiva sia un potenziale declino futuro.

La tendenza ad abbandonare le politiche dei due figli in Asia segna un’unica transizione storica da controlli demografici volti a contenere la crescita verso misure volte a prevenirne il collasso. Il successo di queste nuove strategie dipenderà non solo dalle riforme legislative, ma anche da interventi integrati su welfare familiare, mercato del lavoro e costi di vita, per creare condizioni in cui le famiglie si sentano davvero supportate nel fare figli.

Nel 2026 l’ASEAN continuerà a crescere

Nonostante i dazi e le turbolenze internazionali, il Sud-Est asiatico continua a crescere nel 2025 e nel 2026. E per il futuro può puntare a un modello a elevata sostenibilità

By Tommaso Magrini

Negli ultimi mesi, l’Asia — e in particolare i Paesi in via di sviluppo nella regione Asia-Pacifico — hanno mostrato una notevole resilienza economica in un contesto globale segnato da forti tensioni commerciali, guerre tariffarie, pressioni inflazionistiche e instabilità geopolitica. Un segnale importante di questa capacità di tenuta viene da un aggiornamento delle proiezioni pubblicato di recente da Asian Development Bank (ADB), che ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita per il 2025. 

In particolare, l’ADB prevede che le economie in “developing Asia and the Pacific” — ovvero l’insieme di economie in via di sviluppo della regione, tra cui molti paesi ASEAN — crescano del 5,1% nel 2025. Questo dato rappresenta un aumento rispetto alla previsione di settembre 2025, in quella che viene considerata una mossa significativa alla luce delle tensioni globali attuali. Per il 2026, la crescita attesa è leggermente più moderata ma comunque solida, stimata intorno al 4,6%. 

Queste stime riviste al rialzo arrivano in un momento in cui molti osservatori internazionali — e non soltanto l’ADB — avevano messo in guardia sul possibile “atterraggio brusco” per le economie asiatiche, a causa di un cocktail di fattori sfavorevoli: da una parte la crescente instabilità del commercio globale e l’impatto delle nuove tariffe sui flussi commerciali; dall’altra, la debolezza strutturale di alcune grandi economie, con una domanda interna spesso incerta e problemi nei settori chiave come l’immobiliare. 

Eppure, il nuovo outlook dell’ADB — insieme ad altri segnali economici — suggerisce che almeno per l’immediato futuro l’Asia e l’ASEAN si stanno adattando: non con un rimbalzo straordinario, ma con una tenuta più robusta di quanto previsto, grazie a fattori combinati di domanda esterna ancora stabile, esportazioni forti (specialmente nei settori tecnologici e manifatturieri), e in alcuni casi una spinta interna dovuta a consumi e investimenti. 

Per i Paesi dell’ASEAN, questa prospettiva — se confermata — potrebbe segnare una fase positiva, pur in un contesto di sfide globali. La crescita relativamente sostenuta dell’intera regione Asia-Pacifico riduce il rischio che un rallentamento in Paesi come la Cina si traduca immediatamente in un effetto domino per tutto il Sud-Est asiatico. Allo stesso tempo, l’adozione continua di politiche orientate all’apertura commerciale, all’integrazione regionale e al rafforzamento delle filiere può contribuire a consolidare questo slancio. 

Un elemento cruciale da considerare è che, nonostante l’ottimismo dell’ADB, lo scenario non è privo di rischi. L’istituto stesso ha messo in guardia: l’aumento delle tariffe globali, l’incertezza nelle catene di approvvigionamento, i carichi energetici, le turbolenze macroeconomiche — specialmente legate all’andamento del mercato immobiliare in Cina — potrebbero esercitare un freno nei prossimi anni. 

In questo senso, la resilienza dell’Asia e dell’ASEAN appare per ora un mix di capacità di adattamento, di opportunità offerte da dinamiche globali complesse (come la diversificazione dei flussi commerciali e il boom dei settori high-tech), e di fondamentali economici ancora relativamente solidi. Per trasformare questa fase in un percorso stabile e duraturo, i governi della regione puntano su riforme strutturali, miglioramento delle infrastrutture, cooperazione intra-regionale, e diversificazione economica — lontano da una dipendenza eccessiva dalle esportazioni o da mercati instabili.

Il rialzo della previsione dell’ADB a 5,1% per il 2025 va dunque interpretato non come un segnale di vittoria definitiva, ma come un avvertimento positivo: l’Asia (e l’ASEAN) non sono ancora uscita dalla zona di rischio, ma per ora stanno dimostrando una tenuta che molti — fino a poco tempo fa — consideravano poco probabile. Se sapranno gestire le incognite globali e investire nei loro punti di forza, potrebbero consolidare un percorso di crescita sostenibile nei prossimi anni.

Tech-Driven E-Commerce Growth in ASEAN

The sector accelerates growth, fueled by the rise of generative artificial intelligence and the boom in video content that are transforming how consumers discover and purchase products

By Tommaso Magrini

Negli ultimi anni, la regione del Sud-Est asiatico è diventata un laboratorio cruciale per l’evoluzione dell’economia digitale. Secondo il rapporto e-Conomy SEA 2025, realizzato da Google, Temasek Holding e Bain & Company, l’e-commerce nei mercati principali dell’ASEAN (Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam) dovrebbe registrare nel 2025 una crescita del 16% del suo valore lordo della merce (GMV), portandosi a 181 miliardi di dollari, rispetto ai 156 miliardi del 2024. 

Questa espansione non è guidata solo da un aumento della domanda tradizionale di beni online, ma bensì da trasformazioni profonde nella modalità di acquisto: il video commerce, ossia la vendita tramite livestreaming e brevi video, sta emergendo come un motore di crescita decisivo. Nel rapporto, si stima che il video commerce arrivi a rappresentare nel 2025 circa il 25% del GMV totale dell’e-commerce, un salto enorme rispetto a meno del 5 % nel 2022. 

This phenomenon is supported by social platforms and live scenarios where creators can sell products in real time. Apps like TikTok, along with many local operators, are allowing influencers and sellers to promote products directly during videos, seamlessly integrating entertainment and shopping.

But the change does not stop at video: artificial intelligence (AI) is reshaping the shopping experience. Retailers are using AI tools to provide more personalized product recommendations, improve inventory management, and optimize supply chains. This makes the online shopping experience more intuitive and faster, especially in mobile-first markets like those in ASEAN, where many users rely exclusively on smartphones. 

The report also highlights that growth is not limited to e-commerce alone: the overall digital economy in Southeast Asia continues to gain momentum. When combining food delivery, ride-hailing, and online travel services, the ASEAN digital economy is projected to grow 15% in 2025, reaching $299 billion.

Another strategic element highlighted by the report is the evolution of digital advertising. Video and AI-driven advertising, as well as retail media networks, are among the key drivers of online media market expansion. According to the report from Temasek, Google, and Bain, demand for more sophisticated advertising formats is growing thanks to the maturation of video commerce. 

At the same time, the region is heavily investing in infrastructure that supports AI. Data center capacity is expected to grow rapidly to meet rising computational demand. Google, Temasek, and Bain report that the AI boom is already attracting significant investment: in the first half of 2025, over $2.3 billion was invested in AI startups in Southeast Asia, representing more than 30% of private funding in the region.

This digital transformation also puts small businesses into a new competitive dynamic. Many small sellers in the region are leveraging AI to personalize their offerings, better respond to customers, and optimize their processes, especially in a context where digital is essential for survival.

Meanwhile, the digital payments and embedded financial services sector (such as in-app lending) is rapidly maturing. According to the report, ten ASEAN countries now use unified national QR systems, and eight have cross-border QR interoperability. This means that digital platforms not only sell products but also create more integrated financial ecosystems, offering credit, savings, and investment solutions. 

However, despite its great potential, there are also risks and challenges. AI adoption can generate high costs for small businesses that lack technological resources or necessary skills. Additionally, the rapid growth of video commerce requires adequate regulation to protect consumers from aggressive or non-transparent sales practices. On the infrastructure side, the increase in data center capacity must be managed sustainably, taking into account energy consumption and environmental needs.

Furthermore, regulatory and ethical issues related to AI use are emerging: data collection, user privacy, biases in recommendation models, and transaction security are all areas that require attention. As highlighted in other AI contexts, proper and regulated AI use is essential to ensure that technological benefits are effective and inclusive. 

In conclusion, the e-Conomy SEA 2025 report paints a very promising picture for e-commerce in ASEAN: the sector is truly entering the “AI era,” and video commerce represents a disruptive innovation that changes not only how people shop but also how brands engage with consumers. If businesses and regulators can guide this transformation in a balanced and sustainable way, Southeast Asia could consolidate its position as the beating heart of the global digital economy.

Il bilancio del summit dell’ASEAN

Ingresso di Timor-Leste, cooperazione commerciale e tecnologica, accordo tra Thailandia e Cambogia: come è andato il vertice di Kuala Lumpur

By Tommaso Magrini

Il 47° Summit dell’ASEAN, svoltosi a Kuala Lumpur dal 26 al 28 ottobre 2025, si è concluso con un bilancio che riflette la complessità del momento geopolitico e sociale del Sud-Est asiatico. Guidato dalla presidenza malese, l’incontro ha posto al centro il tema “Inclusivity and Sustainability”, un motto che ben sintetizza le ambizioni e le contraddizioni del blocco: da un lato la volontà di ampliare la partecipazione regionale e di rafforzare la cooperazione economica, dall’altro la necessità di affrontare le sfide legate alla sostenibilità, alla stabilità politica e alla gestione dei rapporti con le grandi potenze.

Tra i risultati più significativi emersi a Kuala Lumpur figura l’adesione ufficiale di Timor-Leste come undicesimo membro dell’ASEAN. Dopo anni di attesa e un lungo processo di valutazione, l’ingresso di Dili rappresenta un passo storico: per la prima volta dal 1999 il blocco si espande, includendo un paese giovane e ancora fragile, ma simbolicamente importante. La decisione è stata accolta con favore da tutti i leader presenti, che hanno sottolineato l’importanza dell’inclusività come principio fondante dell’associazione. Tuttavia, diversi osservatori hanno messo in guardia sul fatto che l’integrazione effettiva di Timor-Leste richiederà tempo, risorse e una chiara strategia di sostegno, per evitare che la nuova adesione resti un gesto più politico che operativo.

Sul piano economico, il summit ha evidenziato una forte attenzione verso la cooperazione commerciale e tecnologica, in particolare con la Cina. A margine dell’incontro è stato firmato l’aggiornamento dell’accordo di libero scambio Cina-ASEAN (versione 3.0), che introduce nuove aree di collaborazione come la digital economy, la green economy e il settore farmaceutico. Si tratta di un segnale importante della volontà dell’ASEAN di rinnovare la propria strategia di crescita, puntando su transizione verde, innovazione e infrastrutture sostenibili. Parallelamente, sono stati rilanciati i progetti legati alla Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’enorme accordo commerciale che coinvolge anche Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Tutti questi elementi confermano l’obiettivo di consolidare l’ASEAN come un polo dinamico nel commercio globale e un attore capace di attrarre investimenti strategici, senza rinunciare alla propria autonomia.

L’altro grande capitolo del vertice ha riguardato la diplomazia e la sicurezza regionale. La questione del Myanmar è rimasta al centro dell’attenzione: i leader hanno approvato un documento di revisione del cosiddetto Five-Point Consensus, riaffermando l’impegno per una soluzione pacifica della crisi, la protezione dei civili e la ripresa del dialogo politico. Tuttavia, dietro la facciata unitaria, persistono divisioni sulla reale capacità dell’ASEAN di influenzare la giunta militare e di ottenere risultati concreti. L’organizzazione continua a trovarsi in una posizione difficile, stretta tra il principio di non interferenza negli affari interni e la crescente pressione internazionale per un ruolo più incisivo.

Sul fronte delle relazioni bilaterali, la presidenza malese ha annunciato la firma del Kuala Lumpur Accord tra Thailandia e Cambogia, un’intesa che mira a disinnescare le tensioni di confine e a favorire la creazione di una missione di osservatori regionali. È un passo che rafforza l’immagine dell’ASEAN come piattaforma di mediazione e dialogo, anche se resta da verificare la reale attuazione delle misure previste. In più, la discussione sul concetto di ASEAN Centrality – cioè il ruolo del blocco come attore autonomo nell’Indo-Pacifico – ha attraversato tutto il summit. I leader hanno insistito sull’importanza di mantenere una posizione di equilibrio tra le grandi potenze, evitando di schierarsi apertamente né con gli Stati Uniti né con la Cina, ma cercando di affermare una visione asiatica della sicurezza e dello sviluppo.

In questo senso, uno degli aspetti più positivi emersi dal summit è la rinnovata capacità dell’ASEAN di dialogare con tutti. Kuala Lumpur ha ospitato, nel corso dei tre giorni, una fitta rete di incontri bilaterali e multilaterali con partner come Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia, Unione Europea e Regno Unito. La presidenza malese ha saputo mantenere un equilibrio diplomatico che pochi altri fori regionali riescono a garantire: da un lato ha valorizzato il legame storico con Pechino, dall’altro ha accolto con apertura le istanze occidentali su sicurezza marittima, sostenibilità e diritti umani. Questo approccio pragmatico e multilaterale conferma la vocazione dell’ASEAN a fungere da ponte tra Oriente e Occidente, da piattaforma di dialogo capace di ridurre tensioni e favorire convergenze. In un momento in cui la competizione strategica tra grandi potenze si fa sempre più accesa, la capacità del blocco di mantenere relazioni costruttive con tutti gli attori rappresenta un patrimonio prezioso e, forse, uno dei suoi principali punti di forza.

Nonostante gli elementi di progresso, il vertice ha anche messo in luce le fragilità interne dell’ASEAN. Le differenze tra i paesi membri in termini di sviluppo economico, governance e capacità amministrativa restano profonde. La stessa adesione di Timor-Leste, se da un lato arricchisce la legittimità politica del blocco, dall’altro accentua le disparità, poiché il piccolo Stato necessita di un ampio supporto tecnico e finanziario per allinearsi agli standard regionali. Inoltre, la credibilità dell’ASEAN sulla crisi del Myanmar rimane messa in discussione: la revisione del Five-Point Consensus è apparsa più come una riaffermazione di principio che come un vero cambio di passo.

In prospettiva, il summit di Kuala Lumpur delinea un’organizzazione che vuole rinnovarsi, ma che è ancora alla ricerca di un equilibrio tra ambizioni e realtà. L’ASEAN del 2025 si presenta come un blocco che tenta di coniugare sviluppo sostenibile, apertura economica e stabilità politica, ma che deve affrontare tensioni interne, sfide istituzionali e una competizione geopolitica sempre più intensa nell’Indo-Pacifico. La presidenza malese, che ha guidato con equilibrio un summit logisticamente impeccabile e diplomaticamente solido, lascia in eredità ai prossimi vertici un’agenda ambiziosa: rendere l’ASEAN non solo più inclusiva, ma anche più incisiva e credibile sul piano internazionale.

Nel complesso, il bilancio del summit del 26-28 ottobre 2025 è quello di un’ASEAN in transizione, consapevole della propria centralità ma chiamata a dimostrarla con fatti concreti. Inclusività, sostenibilità e autonomia strategica restano le parole d’ordine, ma la loro realizzazione dipenderà dalla capacità dei leader regionali di tradurre gli accordi di Kuala Lumpur in azioni coordinate e durature. Se saprà mantenere la sua tradizionale arte del dialogo, l’ASEAN potrà continuare a rappresentare una rara voce di equilibrio e cooperazione in un mondo sempre più polarizzato.

ASEAN, Timor Leste nuovo membro. Amb. Pipan: “Segnale di pace e sviluppo”

Durante il vertice di Kuala Lumpur, la piccola repubblica indipendente dal 2002 è diventata l’undicesimo appartenente al gruppo dei Paesi del Sud-Est asiatico

“L’adesione della piccola repubblica di Timor Leste segna un momento importante per il Paese e per l’intero ASEAN”. L’Ambasciatore Michelangelo Pipan, Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, commenta così l’ammissione di Dili nell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico, formalizzata durante il summit in corso a Kuala Lumpur. “Timor Leste, dopo gli anni dolorosi dell’occupazione indonesiana e l’indipendenza faticosamente conquistata nel 2002, raggiunge un livello internazionale che le dà prestigio e le consente di far parte di un’organizzazione regionale che certamente le offre una cintura di protezione e le conferisce autorevolezza”, prosegue Pipan. “Per l’ASEAN si tratta di un allargamento significativo che dimostra la fondatezza delle sue ragioni di pace, tolleranza e progresso”.

Si tratta della prima espansione del gruppo dagli anni ’90. “È un sogno che si realizza, ha dichiarato il primo ministro Xanana Gusmão agli altri leader, mentre la bandiera di Timor Leste veniva aggiunta alle altre dieci sul palco durante la cerimonia ufficiale. Per Timor Leste, l’adesione all’ASEAN offre accesso agli accordi commerciali del blocco, opportunità di investimento e un mercato regionale sempre più vasto e dinamico. Ma l’arrivo dell’undicesimo membro ha anche un significato più ampio, come spiega l’Ambasciatore Pipan.

“In un momento intriso di forti tensioni internazionali, nel Sud-Est asiatico con l’adesione di Timor Leste si corona un lungo periodo di ricerca della pace attraverso il dialogo e l’accettazione della diversità”, dice il Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN. “Dopo le ferite del passato, i Paesi ASEAN sono ora piu che mai impegnati, attraverso la cooperazione interna e la apertura senza riserve al mondo, verso la pace, lo sviluppo e la costruzione economica e sociale”, conclude Pipan.

More Trade Agreements Incoming Between the EU and ASEAN

After the deal signed with Indonesia, Brussels aims to conclude other negotiations. By 2026, agreements with Thailand, the Philippines, and Malaysia could be finalized

Di Alessandro Forte

September 23, 2025 adds another piece to the long and complex puzzle of bilateral relations between the European Union and ASEAN countries: Commission President Von der Leyen and Indonesian President Subianto have concluded a Free Trade Agreement (FTA) and an Investment Protection Agreement (IPA) after nine years of negotiations, pending formal approval by the Member States and the European Parliament. This agreement fits into a much broader political and commercial framework for Brussels, which views the region as not only a solid economic partner, but above all a strategic opportunity. In 2024, ASEAN confirmed its role as the EU’s third-largest trading partner, with a goods exchange worth €258.7 billion (9.6% of the Asian bloc’s total trade), and stands out as a crucial manufacturing and logistics hub for access to the Indo-Pacific area, serving as a bridge between advanced and developing economies, and as a key node in supply chains—among them electronics and automotive. 

In this context, Jakarta and Brussels agreed to eliminate tariffs on more than 90% of products as soon as the deal enters into force, including the 50% tariffs on EU automobiles, which will be gradually phased out within five years. The Indonesian president, in this regard, expressed confidence that these conditions will double bilateral trade within the first five years. 

Moreover, the newly signed agreement marks the third achievement rewarding the EU’s bilateral approach toward ASEAN countries. Indeed, after the attempt in 2007 to negotiate a region-to-region agreement, the process stalled and was suspended in 2009 due to regulatory heterogeneity among Southeast Asian countries. This, however, did not prevent Brussels from concluding FTAs with Singapore in 2019—with an IPA pending ratification—and with Vietnam in 2020, opening up broader product and service diversification in the region. From a strategic standpoint, the Singapore–Indonesia pairing—respectively a services champion and a demographic powerhouse rich in raw materials—inevitably sends a positive signal for the negotiations that are still on hold. 

For Thailand, ASEAN’s automotive hub, the Indonesian precedent on progressive tariff dismantling in the sector acts as a regulatory facilitator, reducing investment uncertainty and opening the door to a more realistic and extensive integration of regional value chains. For Malaysia, the world’s second-largest palm oil producer after Jakarta, the removal of EU tariffs on the product creates a more attractive negotiating scenario, while maintaining European standards on food safety and sustainability. For the Philippines, where services account for 63.2% of GDP, an FTA modeled after the Singapore deal would bring interoperability in digital services, streamlined procedures for licensing and payments, and common frameworks for fintech and open banking, making EU market access more immediate for Filipino operators.

One question remains: does a regional EU–ASEAN agreement still make sense? The short answer is yes—but not in the immediate future. The bilateral path, however, should not be seen as an alternative to a region-to-region deal, but rather as a pragmatic way to gradually align agreements with other Southeast Asian countries, building a broader framework that lowers compliance costs for businesses and strengthens ASEAN integration. In the medium term, this could certainly create fertile ground for a credible regional agreement. The global context, moreover, pushes in the same direction: amid rising U.S. tariffs and persistent dependence on the Chinese market, for both the EU and ASEAN, supply chain diversification is no longer an option, but a strategic necessity. Hence the urgency of transforming bilateral progress into a shared roadmap, with concrete objectives and defined timelines.

Indo-Pacific? For Italy it Mainly Means ASEAN

The most distinctive feature of Italy’s approach to the Indo-Pacific lies in the depth with which it seeks to expand relations with Southeast Asian countries: almost a unicum in Europe

By Emanuele Ballestracci

When, in 2008, the Obama administration inaugurated a new era of American foreign policy with the now famous “Pivot to Asia,” few would have imagined that little more than a decade later Europe would also partially follow in its footsteps. The Indo-Pacific region — whose precise geographical boundaries vary depending on the parameters adopted by each actor — is increasingly at the center of the European Union’s and its member states’ strategic interests. Since 2018, the year France published its Indo-Pacific strategy, these interests have taken shape in policy documents drafted by European governments. The Netherlands, Germany, the United Kingdom, the Czech Republic, and Lithuania — as well as the EU itself — have all followed France’s example. Italy, however, still lacks an official strategy, though parliamentary work to define one began in 2023.

Although it does not yet have a fully codified framework and lacks the resources of powers with a stable presence such as the United Kingdom and France, Italy’s commitment to the Indo-Pacific has nevertheless helped position Rome as a credible partner for regional actors. For more than fifteen years, Italy has deepened its ties with the region through a multidimensional and consistent approach, despite the proverbial discontinuity of its governments.

A turning point in Italy’s Indo-Pacific trajectory came in 2007, when Rome joined the Pacific Islands Forum as a Dialogue Partner — after France and the United Kingdom, but before Germany and Spain. Since then, Italy has expanded a network of strategic partnerships with its traditional regional allies: with South Korea in 2018, and with India and Japan in 2023, followed in 2024 by Joint Strategic Action Plans with New Delhi and Tokyo. In 2019 it also joined the Indian Ocean Rim Association (IORA) as a Dialogue Partner, one of only three European countries to do so.

On the defense front, industrial and military cooperation have emerged as crucial areas, particularly with the launch in 2022 of the Global Combat Air Programme (GCAP), a trilateral partnership with the United Kingdom and Japan to develop a sixth-generation fighter jet. Over the past decade, the Italian Navy has also carried out regular missions in the area: the frigate Carabiniere in 2017, ITS Morosini in 2023, ITS Montecuccoli and F-35As in Japan in 2024, and ITS Antonio Marceglia in 2025. Italy also took part in Operation AGENOR — the European maritime security initiative in the Strait of Hormuz — from July 2022 to January 2023, assuming command and contributing two frigates and air assets.

The most significant peculiarity of Italy’s approach, however, lies in the depth with which Rome has extended its relations with Southeast Asian countries — almost a unicum compared with the orientations of other European countries such as the Netherlands and Germany. These latter tend to emphasize cooperation with “like-minded partners” — the United States, Japan, South Korea, India, and Australia — to strengthen their regional presence, while the United Kingdom relies heavily on minilateral forums that exclude ASEAN.

Italy, instead, has significantly reinforced its engagement with Southeast Asia, launching collaborations and consolidating partnerships on multiple levels. Memoranda of Understanding of an economic nature have been signed with Indonesia and Thailand, while in 2020 Rome became an ASEAN Development Partner. Italian companies have also worked with Vietnam, Indonesia, and Thailand in supplying machinery and industrial equipment for manufacturing modernization, and have developed projects with the Philippines and Malaysia in renewable energy and climate transition. ASEAN was also identified as a strategic priority in the “Action Plan for Italian Exports to High-Potential Extra-EU Markets” presented in June 2025, with Italian exports reaching €10.7 billion in 2024 — a 10.3% increase over the previous year.

In this context, the strengthening of ties with Malaysia is emblematic: the visit of Prime Minister Anwar Ibrahim to Rome in July 2025, culminating in a summit with Prime Minister Giorgia Meloni, marked the evolution of relations with Putrajaya into a strategic partnership. Italy-Malaysia relations have consolidated across all levels, thanks also to contributions from the private sector and Italian giants such as Leonardo, Fincantieri, and Eni. Relations with Indonesia have also grown significantly: in 2024 the country became the main importer of Italian armaments, with acquisitions worth €1.25 billion and a historic contract with Fincantieri and Leonardo for two multipurpose patrol vessels. Rumors have also circulated about possible new agreements, including the sale of the aircraft carrier Garibaldi.

Deepening relations with ASEAN countries thus constitutes a cornerstone of Italy’s renewed interest in the Indo-Pacific. Alongside cooperation with traditional partners, Rome has in fact significantly strengthened its ties with Southeast Asian capitals on diplomatic, economic, and defense levels. This approach differs from that of other European actors, even though both the EU and ASEAN are united in their support for principles such as multilateralism and the centrality of international law. 

The Future of ASEAN Solar Power

Southeast Asia’s solar industry is facing major challenges after the imposition of heavy U.S. tariffs. To turn these into opportunities, ASEAN must diversify its export markets and strengthen domestic demand

Di Fabrizio Bottara

When the United States imposed unprecedented tariffs on solar panels and cells from Cambodia, Vietnam, Thailand, and Malaysia, it rang an alarm bell for the entire Southeast Asian sector: if exports continue to depend too heavily on the U.S. market, the whole supply chain risks fragility and economic shocks that will be hard to absorb. The tariffs have already had a deep and uneven impact on exports to the U.S. Cambodia, Vietnam, and Thailand are at the forefront of the complaints, while the overall picture of the sector has been upended. “This commercial shift demands a change of paradigm,” according to an editorial published in Nikkei by Huang Yijia and Yan Bowen, researchers at the Asia Competitiveness Institute of the Lee Kuan Yew School of Public Policy, National University of Singapore. In some areas, major Chinese companies that had relocated production to ASEAN to avoid tariffs have already anticipated the crisis, moving to less penalized regions such as Indonesia or Laos, or even bringing part of their production back to the U.S. For ASEAN’s solar sector, this is an aspect to take into account: the model built on easy access to the American market is no longer sustainable. Southeast Asian countries are therefore considering possible ways to steer the industry so that it can emerge stronger and more resilient. Redirecting toward emerging markets such as Europe, Japan, and Australia can cushion the blow of reduced U.S. exports. Not only that: developing internal demand within ASEAN by promoting local installation of solar systems can support the supply chain, create jobs, and enable greater strategic autonomy. Coordinated action among ASEAN countries can foster economies of scale and more efficient distribution models. The idea of an ASEAN Power Grid — a regional electricity network — could boost the sharing of renewable resources and improve energy security. With fewer outlets to the U.S., part of the industry can find a market for its excess supply within ASEAN itself, reducing transportation costs and accelerating the regional energy transition. According to analysts, dependence on Chinese components can be reduced by developing local R&D capacity, producing higher-value components, and advancing toward comprehensive clean tech systems. It is a path that requires investment but one that could potentially raise the entire sector. Many companies, especially smaller ones, risk shutting down. They will need public and private support to relocate or restructure, for example by targeting new regional markets or developing turnkey solutions. The conclusion is clear: the protectionist wind that has struck ASEAN solar exports to the U.S. is an urgent wake-up call. But it can be turned into an opportunity — if the sector knows how to diversify markets, strengthen domestic and regional demand, push for innovation, cooperate as a political-economic bloc, and turn excess capacity into new services for local markets. ASEAN’s solar industry today has the chance to rise and become a driver of energy transition — autonomous and sustainable within its borders, while maintaining a careful and diversified projection outward.