Asean

Giappone e ASEAN: ritorno alle origini?

Dopo decenni di allontanamento, il Giappone e l’ASEAN sembrano voler recuperare il rapporto perduto.

Iniziate già nel 1973 per mezzo di dialoghi informali, le relazioni tra l’ASEAN e il Paese nipponico sono tra le più longeve e durature che l’Associazione del Sud-Est asiatico abbia istituito con le grandi potenze mondiali. Fin da subito, i rapporti tra l’ASEAN e il Giappone sono apparsi molto promettenti. Già nel 1977, infatti, Takeo Fukuda, l’allora Primo ministro giapponese in visita ufficiale nel Sud-Est asiatico, presentò pubblicamente a Manila un ambizioso piano di politica estera volto ad intensificare la collaborazione con i Paesi ASEAN. Questo profondo riorientamento della strategia di politica estera giapponese verso il Sud-Est asiatico, conosciuto comunemente come dottrina Fukuda, si poneva precisamente l’obiettivo di valorizzare il ruolo dell’ASEAN, di trattarla come “un socio alla pari” e di costruirci un “sincero rapporto di fiducia reciproca” e di sempre maggiore collaborazione economica e politica. È proprio all’insegna di questo entusiasmo che gli anni ’80 si rivelarono un decennio di grande crescita per i rapporti tra il Giappone e l’ASEAN. 

Tuttavia, l’idillio tra il Giappone e l’ASEAN si ruppe con lo scoppio della crisi finanziaria asiatica del 1997-98. In ossequio a uno dei principi cardine della dottrina Fukuda, quello secondo cui il Giappone sarebbe stato al fianco dell’ASEAN “non soltanto nei momenti felici ma anche in quelli più bui”, i Paesi del Sud-Est asiatico, duramente colpiti dalla crisi, si aspettavano un sostegno economico dal gigante nipponico che, tuttavia, non si materializzò mai. L’incapacità del Giappone di far fede alle ambiziose promesse fatte da Fukuda vent’anni prima ha, da allora, incrinato i rapporti tra il Paese del Sol Levante e l’ASEAN e, benché cordiali, le relazioni tra i due blocchi sono ben lontane dai fasti di un tempo. 

Un versante sul quale i rapporti tra il Giappone e l’ASEAN hanno continuato a crescere però è certamente quello economico-commerciale. Con un interscambio di beni di oltre 231 miliardi di dollari nel solo 2018, il Giappone rappresenta il quarto partner commerciale dei Paesi ASEAN, mentre l’ASEAN costituisce il secondo partner commerciale del Giappone, immediatamente dopo la Cina. A differenza degli Stati Uniti o della Cina, che possiedono enormi mercati interni, il Giappone ha necessità di vendere massicciamente i propri prodotti al di fuori dei confini nazionali. Sotto questo profilo, l’ASEAN, con un bacino potenziale di oltre 650 milioni di consumatori, rappresenta una vera e propria miniera d’oro per l’export nipponico. I Paesi del Sud-Est asiatico sono ben consapevoli dell’immenso potenziale di mercato che costituiscono per il Giappone e per le sue aziende e hanno interesse a concretizzarlo per accrescere la loro attrattività economica. Dopo la firma del trattato di libero scambio Giappone-ASEAN nell’aprile 2008, le due potenze hanno cercato costantemente di intensificare la propria integrazione economico-commerciale, contribuendo a negoziare la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) che, quando sarà istituita, formerà la più grande area di libero scambio del pianeta, con la partecipazione di tutte le principali economie dell’Asia orientale, dai Paesi ASEAN, passando per la Cina, la Corea del Sud e il Giappone fino all’Australia e alla Nuova Zelanda. Inoltre, è notizia delle ultime settimane che il Giappone e i Paesi del Sud-Est asiatico hanno emendato l’accordo del 2008 per introdurre nuove disposizioni che favoriranno ulteriormente gli scambi in materia di servizi e gli investimenti, così come una più libera circolazione delle persone fisiche. 

Per suggellare la crescente cooperazione commerciale tra il Giappone e l’ASEAN, il Premier nipponico Shinzo Abe intende recuperare la speciale alleanza tra i due blocchi anche sul piano strategico. Il ritrovato interessamento di Tokyo per il Sud-Est asiatico sta diventando sempre di più una cifra caratteristica della politica estera di Abe nel Pacifico e numerosi episodi di strettissima attualità lo dimostrano. Ad esempio, per diversificare le proprio catene di produzione nell’eventualità di nuove crisi globali come quella di Covid-19, il Giappone ha deciso di stanziare oltre 2 miliardi di dollari per le imprese nipponiche che trasferiranno le proprie fabbriche dalla Cina al Giappone o al Sud-Est asiatico. Nella stessa ottica, la proposta di preparare un comune Piano di Azione Giappone-ASEAN per la Resilienza Economica post-coronavirus, unitamente alla pubblicazione dell’annuale white paper del governo nipponico sul commercio che identifica nell’ASEAN un partner strategico per una più stretta cooperazione in materia di economia digitale, sono manifestazioni plastiche del crescente riconoscimento da parte delle autorità giapponesi dell’importanza strategica dei Paesi del Sud-Est asiatico nella fase di ripresa, più in generale, nel contesto globale del 21esimo secolo. 

Il Giappone, sotto la premiership di Abe, sembra aver finalmente riscoperto l’importanza del Sud-Est asiatico come piattaforma economica e geopolitica nel Pacifico e i Paesi ASEAN si stanno dimostrando ben disponibili a tornare a coltivare un rapporto privilegiato con il gigante nipponico. Una crescente collaborazione, commerciale e politica allo stesso tempo, tra questi due attori internazionali non potrà che favorire il mantenimento di un equilibrio regionale nell’Asia-Pacifico.

Articolo a cura di Andrea Dugo.

Asian Film Festival 2020

Grande occasione per vivere e conoscere l’affascinante cultura asiatica.

La diciassettesima edizione dell’Asian Film Festival, organizzata con il supporto dell’Associazione Italia-ASEAN, presenta in anteprima 27 lungometraggi e 3 cortometraggi provenienti da 10 Paesi dell’Asia orientale (Giappone, Corea del Sud, Cina, Filippine, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam) e avrà luogo, dal 30 luglio al 5 agosto, a Roma, presso  la Casa del Cinema di Villa Borghese. 

L’Asian Film Festival, diretto da Antonio Termenini, presenta una selezione del meglio del cinema di ricerca e indipendente asiatico, con una grande attenzione per gli esordi e i giovani registi della ricca sezione Newcomers.

Significativa è la programmazione di ben 8 lungometraggi provenienti dalle Filippine per festeggiare i 100 anni del cinema filippino con il meglio delle produzioni più recenti. Tra queste, si segnala The Halt di Lav Diaz, della durata di 4 ore e 40 minuti (quasi un cortometraggio, per gli standard del regista!), che era stato presentato a Cannes nel 2019 e poi è rimasto sostanzialmente invisibile: un film potente e provocatorio che immagina un vicino futuro cupo troppo simile al presente. Altro film importante è Kaputol, di Mac Alejandre, che mescola passato, presente e futuro, realtà e finzione, film nel film, per raccontare una dolorosa storia di scomparse e speranze. Nella serata di chiusura viene inoltre presentato Kalel, 15 di Jun Lana, storia di un’adolescenza difficile negli slum di Manila.

L’Asian Film Festival si svolgerà a Roma, presso la Casa del Cinema, Largo Marcello Mastroianni 1, da 30 luglio – 5 agosto 2020. Ingresso singola proiezione 5 euro, abbonamento per 25 euro, 15 euro abbonamento studenti.

Info: www.asianfilmfestival.info

Cina e ASEAN, dal sospetto reciproco alla progressiva cooperazione

Dopo decenni di lento avvicinamento, la Cina e l’ASEAN continuano ad intensificare la propria cooperazione.

Nel corso degli ultimi decenni, i rapporti tra la Repubblica Popolare Cinese e l’ASEAN sono cambiati radicalmente. Alla sua nascita nel 1967, l’ASEAN, sorta, oltre che in nome di una maggiore cooperazione economica anche per contrastare l’espansione del comunismo nella regione del Sud-Est asiatico, veniva vista con sospetto dalla Cina. Al tempo, la Repubblica Popolare Cinese, formalmente vicina all’URSS, vedeva la creazione dell’Associazione come un diretto affronto alla tenuta dei due regimi. Ben presto, però, con la crisi dei rapporti sino-sovietici e il conseguente disgelo tra la Cina e gli Stati Uniti, il clima di ostilità tra la Repubblica Popolare e l’ASEAN si attenuò progressivamente. Già a partire dalla metà degli anni ’70, infatti, alcuni Stati membri dell’ASEAN cominciarono a stabilire rapporti diplomatici con la Cina. Cruciale nel rafforzare le relazioni tra Cina e ASEAN, però, fu lo scoppio della crisi finanziaria asiatica del 1997-98. I Paesi del Sud-Est asiatico, fortemente colpiti e profondamente amareggiati dalla mancanza di assistenza finanziaria da parte di storici alleati quali Stati Uniti e Giappone, apprezzarono enormemente l’iniziativa cinese di sostenere l’economia thailandese con oltre un miliardo di dollari in aiuti e l’impegno da parte della Repubblica Popolare a non svalutare lo yuan. Di altrettanto valore agli occhi dei Paesi del Sud-Est asiatico fu, negli stessi anni, la proposta cinese di creare un’area di libero scambio Cina-ASEAN, la prima proposta da parte di qualsiasi Paese che prevedesse un accordo con l’intera Associazione e non soltanto con suoi singoli Stati membri. Benché consci dei rischi di un eccessivo rafforzamento economico della Repubblica Popolare, i Paesi ASEAN decisero di accogliere con favore l’approccio conciliante di Pechino e di siglare un accordo di libero scambio con la Cina nel 2002. 

Tuttavia, la crescente assertività cinese nel Pacifico meridionale, abbinata al sempre maggiore peso economico di Pechino nella regione, hanno reso i rapporti tra le due potenze più incerti nell’ultimo decennio. Nonostante le molteplici rassicurazioni di Pechino, alcuni Stati membri dell’ASEAN, in particolare, sono preoccupati di un eccessivo sbilanciamento di potere verso la Cina nel Sud-Est asiatico. Allo stesso tempo, l’ASEAN e i suoi membri sono consapevoli delle immense potenzialità economiche, e non solo, che possono derivare da una sempre più stretta cooperazione con la Cina e così lo è la Repubblica Popolare. Non è passata di certo inosservata né all’ASEAN né tantomeno alla Cina l’enorme prosperità economica che l’integrazione commerciale ha portato a entrambe le potenze. Il volume degli scambi bilaterali tra Cina e ASEAN è cresciuto dai soli 7,9 miliardi di dollari del 1991 agli oltre 483 miliardi del 2018, facendo della Cina di gran lunga il primo partner commerciale dell’ASEAN e, a sua volta, dell’ASEANil primo partner commerciale della Cina, perlomeno dallo scoppio della pandemia di Covid-19. La Cina, con il suo enorme mercato di 1,4 miliardi di potenziali consumatori, è diventata una destinazione privilegiata per i prodotti dei Paesi ASEAN e, parallelamente, le economie del Sud-Est asiatico sono divenute preziose recettrici degli investimenti diretti esteri cinesi per un valore di quasi 10 miliardi di dollari nel solo 2018. A coronamento di questa crescente cooperazione, proprio in occasione di una sua visita ufficiale nel Sud-Est asiatico, il Presidente cinese Xi Jinping ha presentato nell’ottobre 2013 il progetto della Belt and Road Initiative (BRI), atto, tra gli altri obiettivi, a rafforzare “la costruzione di una comunità coesa tra Cina e ASEAN”. I Paesi del Sud-Est asiatico hanno accolto la proposta in maniera ambivalente, da un lato evidenziando le grandi opportunità di sviluppo ad essa associate, ma, dall’altro, rimanendo vigili circa i rischi di uno strapotere cinese nella regione. Benché consapevoli dell’immenso potenziale che le loro economie possono ottenere dalla BRI, l’interesse primario dei Paesi ASEAN risiede nel fatto che nessuna potenza sconvolga l’equilibrio di potere nella regione del Sud-Est asiatico. Per prosperare, infatti, l’ASEAN e i suoi Stati membri hanno bisogno di mantenere buoni rapporti sia con gli Stati Uniti che con la Cina e, a sua volta, che le relazioni tra gli USA e la Cina nell’Asia-Pacifico rimangano stabili. Qualsiasi ulteriore passo nella direzione dell’integrazione tra la Cina e l’ASEAN non potrà che tenerne conto. 

Negli ultimi decenni, le relazioni tra l’ASEAN e la Cina si sono evolute da un rapporto caratterizzato dallo scetticismo reciproco verso una partnership dinamica e stimolante. Al netto di alcune preoccupazioni che persistono nei rapporti Cina-ASEAN, quest’evoluzione è la testimonianza dell’importanza della cooperazione internazionale. La sfida nei prossimi anni per la Repubblica Popolare e per i Paesi del Sud-Est asiatico è quella di continuare nella direzione della collaborazione commerciale e politica nell’ambito di un equilibrio regionale nell’Asia-Pacifico. 

High Level Dialogue sulle relazioni economiche tra Italia e ASEAN

Il Sud-Est asiatico: un’opportunità da non perdere per le industrie italiane.

Il Covid-19 non ferma le occasioni di spunto e riflessione sul ruolo sempre più importante dell’ASEAN in Italia e nel mondo. L’Associazione Italia-ASEAN e The European House Ambrosetti, con il patrocinio del Ministero italiano degli Affari Esteri e Confindustria, hanno ospitato il 2 luglio 2020 l’High Level Dialogue sulle relazioni economiche Italia-ASEAN: il primo round-table digitale in sostituzione dell’evento fisico che si sarebbe dovuto svolgere a Kuala Lumpur, in Malesia. Sono intervenuti, tra gli altri, il Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, Enrico Letta, Il Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Italiana, Manlio Di Stefano, il Segretario Generale dell’ASEAN, Dato Lim Jock Hoi, l’Ambasciatore italiano in Malesia, Cristiano Maggipinto, e la Vicepresidente per L’internazionalizzazione di Confindustria, Barbara Beltrame. Altre 370 persone tra manager ed imprenditori, con oltre 200 partecipanti, hanno contribuito a rendere il webinar intenso e partecipato.

Gli ultimi cinque anni sono stati cruciali per rafforzare l’intesa tra l’Italia e i Paesi del Sud-Est asiatico. Tale processo di rafforzamento è cominciato con l’incontro tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Segretario Generale dell’ASEAN nel 2015, in occasione di una visita di Stato in Indonesia. Il miglioramento delle relazioni negli ultimi anni è stato evidente, e l’era post-Covid prospetta interessanti occasioni per entrambe le regioni. 

In un mondo sconvolto dagli effetti della pandemia, l’ASEAN ha spiccato per la sua resilienza. La regione è riuscita a rispondere e mitigare l’impatto del Covid-19 con forza e decisione, grazie soprattutto alla collaborazione sanitaria ed economica tra i diversi Paesi.  Secondo il Segretario Generale dell’ASEAN Lim Jock Hoi, sarà necessaria un’integrazione economica regionale ancora maggiore per la fase di ripresa. Il focus sarà sull’economia digitale: secondo un report pubblicato da Facebook e Bain & Company, entro il 2025 i consumatori dell’area spenderanno circa il triplo sulle piattaforme digitali rispetto al 2018. 

Come emerso dagli interventi dei partecipanti, i Paesi membri dell’ASEAN vedono l’Italia come un partner fondamentale nello scenario globale, grazie anche alle molte aree e settori di comune interesse, tra cui il settore dell’elettronica, del digitale, del tessile, e dell’alimentare. Nella fase di ripresa post-Covid-19, sarà fondamentale per l’Italia e l’ASEAN rafforzare i legami bilaterali. Sia il Segretario Generale dell’ASEAN che il Sottosegretario Di Stefano hanno rimarcato la necessità di lavorare insieme per promuovere l’integrazione economica, gli investimenti, la rivoluzione industriale 4.0 e la lotta ai cambiamenti climatici.  

L’evento ha confermato il crescente e reciproco interesse del Sistema Italia verso l’area ASEAN. Diversi partecipanti hanno sottolineato l’importanza di una maggiore collaborazione tra Europa e Sud-Est asiatico in un contesto internazionale di cresente rivalità tra Cina e Stati Uniti. La collaborazione tra i Paesi ASEAN, Italia e Europa sarà cruciale per rafforzare i principi del multilateralismo e del libero scambio. 

A cura della Redazione

Stati Uniti e ASEAN, un rapporto dinamico

Nel nuovo e complesso scenario geopolitico, sia gli USA che l’ASEAN hanno interesse a riscoprire l’importanza strategica reciproca. 

Il rapporto tra gli Stati Uniti e i Paesi del Sud-Est asiatico è stato senza dubbio alla base della creazione e dello sviluppo dell’ASEAN a partire dalla fine degli anni ‘60. Sebbene l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico sia nata nel 1967 dal sincero afflato comunitario dei suoi cinque membri fondatori e dal comune tentativo di fermare l’avanzata del comunismo sovietico nell’Asia sudorientale, è difficile negare che il contributo degli Stati Uniti sia stato fondamentale per lo sviluppo dell’ASEAN. Il comune sentire anti-sovietico ha fatto dell’ASEAN un prezioso alleato americano negli anni ’70 e ’80: non è un caso che, nel maggio 1986, l’allora Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan definì “il sostegno e la cooperazione con l’ASEAN il cardine della politica americana nel Pacifico”. Tuttavia, la fine della Guerra Fredda ha rappresentato anche la fine dell’idillio tra gli Stati Uniti e l’ASEAN. Benché formalmente le relazioni tra le parti non siano mai cessate, il collasso dell’URSS ha segnato la fine dell’espansionismo del comunismo sovietico e, con essa, il passaggio in secondo piano dell’Asia tra le priorità strategiche americane. Ben presto però, già a partire dai primi anni 2000, la comparsa del terrorismo internazionale e, più marcatamente, il riaffacciarsi della Cina sulla scena politica mondiale hanno imposto agli USA di rivalutare l’importanza strategica dell’Asia-Pacifico e dunque dell’ASEAN. L’avvento dell’amministrazione Obama ha poi sancito il coronamento di questo cambio di passo nella politica americana. In discontinuità con i suoi ultimi predecessori infatti, Obama ha riconosciuto immediatamente la centralità dell’Asia-Pacifico per le future sorti del pianeta e ha dichiarato, senza mezzi termini, che l’ASEAN plasmerà il 21esimo secolo.   

La ritrovata rilevanza del Sud-Est asiatico agli occhi statunitensi non è però soltanto geopolitica. L’ASEAN infatti, rappresenta il quarto partner commerciale degli USA, per un interscambio totale di beni e servizi di oltre 330 miliardi di dollari nel solo 2018. L’ASEAN vanta un surplus commerciale con gli Stati Uniti di oltre 85 miliardi di dollari l’anno ed è stata e rimane una destinazione privilegiata per gli investimenti esteri statunitensi, per un ammontare complessivo ad oggi di oltre 271 miliardi di dollari. Il crescente peso economico dell’ASEAN, abbinato al suo immenso potenziale nel bilanciare le mire cinesi nella regione, la rendono un alleato naturale degli USA nell’Asia-Pacifico. Allo stesso modo, gli Stati Uniti rappresentano per l’ASEAN un prezioso partner sul piano commerciale e un utile alleato sul piano geopolitico. In virtù dello status americano di terzo partner commerciale dell’ASEAN e dell’essenziale ruolo della potenza americana nel mantenimento di un equilibrio di potere stabile nella regione del Pacifico, entrambi elementi vitali per la prosperità dell’Associazione nel lungo termine, anche i Paesi del Sud-Est asiatico hanno interesse a mantenere una cooperazione forte e duratura con gli USA, sia sul fronte economico che su quello delle relazioni internazionali. Tuttavia, il recente avvento di Donald Trump alla Casa Bianca ha contribuito a modificare ulteriormente lo scenario. Lo scetticismo dell’attuale Presidente americano verso le soluzioni multilaterali, che l’ha portato a disertare per ben due volte i summit USA-ASEAN, ha fatto storcere il naso a molti nel Sud-Est asiatico. Nonostante l’innato bilateralismo che guida l’agenda politica di Trump, però, l’apparato diplomatico-militare americano conosce bene l’importanza strategica dell’ASEAN per gli Stati Uniti. Queste due anime determinano una certa ambivalenza della politica americana nel Sud-Est asiatico che si è manifestata più volte, anche all’interno della stessa amministrazione Trump. Il Segretario di Stato Mike Pompeo, non soltanto ha reiterato il proprio pieno sostegno alle istituzioni regionali dell’ASEAN, ma, in occasione di una videoconferenza congiunta svoltasi il 22 Aprile scorso tra i rappresentanti delle due potenze per discutere gli effetti della crisi Covid-19, ha lanciato la “US-ASEAN Health Futures initiative”, un piano da 35 milioni di dollari pensato per sostenere i Paesi ASEAN nella lotta al coronavirus e che va ad aggiungersi agli oltre 3,5 miliardi di dollari che gli USA hanno già investito nel Sud-Est asiatico negli ultimi 20 anni in campo sanitario. 

Con la fine della Guerra Fredda e del mondo bipolare ad essa associato, le relazioni tra Stati Uniti e ASEAN hanno vissuto più di tre decenni di alti e bassi. La complessità, e talvolta l’ambiguità, della strategia americana nel Pacifico ha determinato un rapporto dinamico e in continua evoluzione. Tuttavia, se desiderano mantenere salda la propria presenza nel Pacifico, sia l’ASEAN che gli Stati Uniti devono necessariamente riscoprire la reciproca centralità economica e geopolitica, collaborando per costruire un sistema regionale e internazionale più equilibrato. 

Articolo a cura di Andrea Dugo

Global Economic Recovery – New Goals & New Drivers

On June the 9th and 10th, the International Conference on Global Economic Recovery – New Goals & New Drivers was held in Beijing, organized by the China Center for International Economic Exchange, within the Global Think Tank Online Forum on International Cooperation to Combat Covid-19.

The Vice-President of the Italy-ASEAN Association, Professor Romeo Orlandi, attended the event. Here is the transcript of his speech:

It is obviously difficult to ascertain whether the recovery after the Covid-19 pandemic will be quick, full, partial and which shape it will take. Still, some forecasts are possible, based on current data and past experiences. Very likely, the L shaped recovery will be avoided. Actually, in this case it would be a stagnation, not a recovery. We have already signs in China, in Asia and in some European countries that probably and hopefully the worst is behind us. A fast rebound is on sight, as envisaged by the majority of international organizations and governments. If so, we have a couple of questions to be answered. Will the recovery compensate the recession? In addition, is a new crisis a clear and present danger? The first answer is quite easy: in a short period, the recovery will not regain what we have lost in terms of GDP. The negative impact has been – and still is – so deep that wiping out the loss would be a dream. Statistically, too, that will not be possible. Moreover, there is a good possibility of another crisis, due to the dynamics of the economy and the unpredictability of the Coronavirus. The best guess is a W shaped recovery, which means we are supposed to live with uncertainty, in both good and difficult times. Crisis and recoveries will probably be on governments’ agendas and on ordinary people’s lives for quite some time.

As a consequence, we will be asked to manage a complex situation, where concepts like collaboration and sharing will not simply sound as tools of propaganda. Take the case of the decoupling. Many augur that the economies of the industrialized countries should and must separate their destinies from those of emerging countries. The rationale for this position is in front of our eyes: a decline in China and Asia’s supply have repercussions on the global value chain. This is an obvious result of the globalized delocalization originated in the West. A virus in Asia affected the whole world. Then, with the spread of the epidemic, also the industrialized countries were affected with a tremendous slowdown in economic activities, a painful and blatant crisis of demand. So, what is the good in finding the culprit, to point the finger to others? Is it a wise policy to cancel the integration of different economies and replace it with protectionism and trade war? It is not a matter of right or wrong. It is crucial to consider if we can go back to the old times. Reshoring is now deemed fashionable, aimed at creating new employment in industrialized countries. Will it be possible? Are we going to see the restoration of smoking chimneys now dismissed? Are we ready to create overnight another “factory of the world”, the same we witnessed in Asia over the last few decades? The answer is probably not. You cannot build another industrial powerhouse overnight. So, my final remark, is that the only way to pass this tragic moment is to negotiate, continuing trade talks and accept the best sides of globalization without demonizing it after having created it.

 

La condizione delle donne in ASEAN ai tempi del Covid-19

L’emergenza sanitaria pone nuove sfide alla parità di genere

L’uguaglianza di genere è una partita ancora aperta per le donne dell’ASEAN: un report del World Economic Forum mostra infatti che, in assenza di grandi cambiamenti, ci vorranno altri 163 anni per colmare il gender gap nei Paesi del Sud-Est Asiatico e del Pacifico, più che per ogni altra regione del globo. Nonostante differenze significative tra Paesi (dalle Filippine classificate al 16° posto per uguaglianza di genere, al Myanmar in 114° posizione), questo report evidenzia una forte disuguaglianza di genere in tutti i Paesi dell’ASEAN.

Con l’avvento della pandemia di Covid-19 e le sue conseguenze, queste barriere all’emancipazione femminile si sono ulteriormente rafforzate. Come riportato da UN Women, nell’Asia-Pacifico donne e ragazze, durante il lockdown, hanno dovuto assumere maggiori responsabilità domestiche, di cura dei figli e di assistenza ad anziani e malati. Questo non solo ha esposto le donne al rischio di contrarre il virus, ma ha anche peggiorato le disuguaglianze nei nuclei domestici; avendo dovuto occuparsi della famiglia e delle faccende domestiche, le donne hanno avuto meno tempo a disposizione per lavorare, a differenza della loro controparte maschile. Inoltre, il settore sanitario dei Paesi ASEAN è caratterizzato da un divario retributivo tra uomini e donne, così come da una bassa rappresentanza femminile in posizioni decisionali. Sebbene più dell’80% di infermieri e assistenti sanitari siano donne in prima linea nella lotta al virus, nella leadership sanitaria gli uomini occupano il 72% delle posizioni di vertice, e ricevono una remunerazione più elevata rispetto alle loro colleghe.

Ciò nonostante, la pandemia ha portato con sé una serie di cambiamenti ed opportunità per l’emancipazione femminile nella regione. Il passaggio all’economia digitale, che ha causato un incremento massiccio nell’uso di piattaforme di e-commerce, di formazione e comunicazione a distanza, è un settore in cui le donne possono inserirsi come imprenditrici e aumentare la loro partecipazione all’economia. Per esempio, in Indonesia la rapida crescita del commercio elettronico ha favorito l’imprenditoria femminile. Per facilitare il loro ingresso in questo settore, i Paesi ASEAN possono investire in politiche per ridurre il digital gap tra uomini e donne. Ad incoraggiare la maggiore autonomia femminile contribuiscono inoltre numerose iniziative di carattere sociale ed istituzionale che vedono le donne come risorse fondamentali per la costruzione di un’economia sostenibile: in Cambogia, imprenditrici donne impegnate in attività sostenibili potranno finanziare le proprie idee tramite i fondi messi a disposizione dalla Women’s Livelihood Bond, una serie di obbligazioni messa a disposizione dalla Impact Investment Exchange.

Nonostante gli ostacoli posti dall’emergenza Covid-19, i Paesi ASEAN sembrano determinati a voler raggiungere una vera e propria parità di genere, mettendo a disposizione strumenti utili al fine di colmare le disparità. Oltre a vedere un aumento del numero di donne in posizioni di leadership nel 2020, recentemente l’ASEAN Women for Peace Registry ha convocato un incontro online per discutere le iniziative volte a promuovere il ruolo delle donne nelle società del Sud-Est asiatico. Si tratta di un’occasione che fa ben sperare sul futuro delle politiche di genere nella regione e che rafforza le speranze delle donne dell’ASEAN.

Articolo a cura di Elena Colonna.

UE e ASEAN: così lontani, così vicini

La cooperazione UE-ASEAN si estende via via a nuovi settori, tra cui la collaborazione nella gestione del Covid-19

L’Unione Europea e l’ASEAN rappresentano i due più avanzati progetti di integrazione regionale al mondo. Lo spirito multilaterale che caratterizza i due blocchi li rende interlocutori privilegiati sul piano internazionale: non è un caso che nell’EU-ASEAN Blue Book 2020, pubblicato dal Servizio europeo per l’azione esterna, l’UE e l’ASEAN vengano definiti “partner naturali” nel raggiungimento di numerosi obiettivi comuni, quali la tutela dell’ordine multilaterale, la promozione di uno sviluppo sostenibile e la protezione dei diritti umani.

Tuttavia, ad oggi, sono certamente le relazioni commerciali tra i due blocchi a costituire il fulcro del rapporto UE-ASEAN. L’UE è, dopo la Cina, il secondo partner commerciale dell’ASEAN e rappresenta il 14% del commercio estero dei Paesi del Sud-Est asiatico. Inoltre, l’UE è di gran lunga la prima fonte di investimenti diretti esteri nei Paesi ASEAN, per un valore cumulato di oltre 337 miliardi di euro. Nonostante un peso specifico relativamente limitato rispetto all’UE in termini di PIL (3111 miliardi di dollari contro oltre 18290 miliardi), l’ASEAN è a sua volta il terzo partner commerciale dell’Unione Europea, dopo Stati Uniti e Cina, e la sua quota di investimenti diretti esteri nei paesi UE è in constante crescita. L’UE e l’ASEAN sono determinati ad accrescere il loro interscambio commerciale, che già oggi conta oltre 273 miliardi di euro in beni e oltre 85 miliardi in servizi, attraverso la creazione di una vasta area di libero scambio tra le due regioni. La difficoltà a stringere un accordo di tale portata ha spinto l’UE a negoziare trattati bilaterali con singoli Paesi ASEAN, tra cui Singapore (già in vigore da Novembre 2019) e Vietnam (in vigore da Giugno 2020), ma sempre nell’ottica di un futuro accordo con l’intera Associazione, il quale rimane l’obiettivo primario dell’Unione.

Lo scoppio della pandemia di coronavirus ha indotto UE e ASEAN a collaborare su un versante inedito, quello sanitario. La comune vocazione multilaterale ha spinto le due potenze a organizzare una videoconferenza ministeriale congiunta il 20 Marzo, durante la quale entrambe hanno affermato l’importanza della cooperazione internazionale per l’efficace risoluzione della crisi Covid-19. In ossequio a questo principio, in data 24 Aprile, l’UE ha donato 350 milioni di euro ai paesi ASEAN per sostenerli nella lotta al Covid-19 e alle sue conseguenze economiche e sociali.

UE e ASEAN, in virtù della comune fede negli ideali della cooperazione sovranazionale, si stanno avvicinando sempre più, sia in un’ottica economico-commerciale che in un’ottica politica. La crisi Covid-19, la vera prova del fuoco del rapporto UE-ASEAN, sta mostrando, una volta per tutte, l’indispensabilità della collaborazione internazionale nella risoluzione dei problemi che non conoscono frontiere e che coinvolgono tutti.

 

Articolo a cura di Andrea Dugo.

E-commerce: un volano per l’economia dell’ASEAN

Nonostante la crisi causata dal virus, l’economia ASEAN potrebbe risollevarsi grazie alle opportunità del commercio digitale

Le misure restrittive adottate per contrastare il Covid-19 hanno avuto un forte impatto sulle attività economiche e sulle abitudini dei cittadini, provocando una profonda crisi a livello globale. L’Asia, nonostante le previsioni incoraggianti del Fondo Monetario Internazionale, sarà una tra le regioni più colpite, con un alto rischio di aumento della povertà.

Di fronte agli sconvolgimenti del mercato regionale ed internazionale, le imprese e i governi dell’area ASEAN sono ora impegnati a trovare nuove modalità di incontro tra domanda e offerta, nel rispetto della sicurezza e del distanziamento sociale necessari per gestire il virus.  A questo proposito sembra proprio che il commercio digitale possa risultare uno strumento interessante.

Uno studio di Facebook e Bain & Company prevede che entro il 2025 i consumatori dell’area spenderanno circa il triplo sulle piattaforme digitali rispetto al 2018, grazie ad un maggiore potere d’acquisto e un più capillare accesso ad internet. Il settore è dunque in grande crescita e potrebbe raggiungere nel 2025 circa 150 miliardi di dollari di valore.

Proprio la pandemia sembra aver accelerato tale processo, come sostiene Pierre Poignant, CEO di Lazada, uno dei maggiori portali di e-commerce dell’area ASEAN, controllato da Alibaba. Con le restrizioni agli spostamenti e il distanziamento sociale, necessari per contenere la pandemia, è cambiato il rapporto tra domanda e offerta, moltiplicando le occasioni di interazione online. L’allargamento della base di consumatori associata ai cambiamenti nei consumi degli ultimi mesi ha visto un forte incremento nell’acquisto di prodotti online di qualsiasi tipologia.

Anche le imprese hanno compreso la potenzialità dell’e-commerce dopo le restrizioni imposte dalla pandemia: avendo dovuto chiudere il canale del commercio al dettaglio hanno investito ingenti risorse su nuove infrastrutture digitali, come mostrano i dati dello studio “Riding the Digital Wave: Southeast Asia’s Discovery Generation”, cui hanno partecipato circa 13mila intervistati e oltre 30 CEO e venture capitalists.

Il digitale può dunque dimostrarsi un’opportunità per lo sviluppo dei Paesi ASEAN ed in particolare per le PMI che ne caratterizzano il tessuto economico e che operano nelle aree extra-urbane. In queste zone infatti l’incontro tra domanda e offerta avveniva generalmente in loco, con una relativamente stretta cerchia di consumatori dello stesso territorio. Ora, grazie ai canali digitali le imprese potranno invece accedere a mercati anche geograficamente distanti e lo stesso accadrà per i consumatori che vedranno la moltiplicazione di beni e servizi altrimenti non accessibili con il tradizionale scambio brevi manu.

Molti Paesi del Sud-Est asiatico hanno capito l’importanza del commercio online e appaiono determinati a sfruttarne le opportunità. Il Vietnam, dopo un aumento degli scambi online del 20% causato dal lockdown e dalle restrizioni alla circolazione imposte, punta ad arrivare sul podio delle economie digitalizzate dell’ASEAN entro il 2030 con una copertura completa 5G del territorio nazionale. La Malesia intende rafforzare la strategia di sviluppo lanciata nel 2019 al motto di “One click, a million opportunities”,  incrementando l’adozione delle nuove tecnologie per supportare e stimolare l’economia nazionale, supportando le PMI nel processo di digitalizzazione. Singapore ha invece messo in campo alcune misure per rafforzare l’e-commerce e stimolare i commercianti e le aziende ad espandere la propria attività sul mercato online, fornendo loro anche formazione, assistenza e consulenza, nonché i mezzi per le spese di inizio attività sui portali online.

Nell’economie dei Paesi ASEAN sta dunque crescendo e si sta sviluppando il commercio 4.0, ma sarà fondamentale che i governi locali assecondino questo processo. Il primo passo sarà capillarizzare l’accesso a internet anche nelle zone rurali e poi incentivare la diffusione dei pagamenti mobile e cashless. Infine, sarà necessario predisporre norme snelle ed efficienti per regolamentare il settore e metterlo nelle condizioni di produrre benefici per tutti. Risulta infatti che l’e-commerce potrà rappresentare uno strumento utile per rilanciare le economie ASEAN nel contesto della crisi causata dall’emergenza sanitaria.

 

Articolo a cura di Gabriel Zurlo.

La risposta dell’ASEAN all’emergenza COVID-19

Dopo una reazione iniziale tardiva, l'ASEAN ha adottato un approccio multilaterale efficace alla lotta contro il virus

Data la vicinanza geografica e le intense relazioni economiche con la Cina, i Paesi ASEAN hanno presto confermato i primi casi di coronavirus. All’inizio della pandemia, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico ha ricevuto critiche a livello internazionali per la lenta risposta e poca cooperazione nella gestione della crisi. Tuttavia, negli ultimi mesi, l’ASEAN ha efficacemente contribuito a contenere l’epidemia dimostrando solidarietà regionale e rafforzando la cooperazione internazionale.

 

L’organizzazione, di natura intergovernativa, ha adottato misure comuni significative, dando prova di unità in un momento di grande crisi. Attraverso diverse videoconferenze tenute con il Consiglio dell’ASEAN, i Paesi membri hanno scambiato informazioni sulle misure di contenimento e mitigazione del virus. Nel quadro degli obiettivi dichiarati nell’ASEAN Post-2015 Health Development Agenda, il Centro operativo ha fornito una piattaforma per aggiornamenti quotidiani e informazioni su misure di prevenzione; inoltre, l’ASEAN BioDiaspora Regional Virtual Centre ha fornito rapporti sui rischi a tutti i Paesi, attraverso l’analisi di dati statistici. Gli Stati membri dell’ASEAN hanno poi mostrato solidarietà per quanto riguarda le attività di laboratorio e le esigenze di assistenza medica: Vietnam e Brunei hanno offerto sostegno sotto forma di attrezzature mediche a Laos e Cambogia. Il 9 aprile l’ASEAN ha istituito una riserva regionale di forniture mediche e un fondo COVID-19, per sostenere le esigenze degli Stati membri e consentire una risposta rapida all’emergenza sanitaria. Tutti questi accordi regionali hanno garantito una risposta positiva all’epidemia di COVID-19, come dimostra il basso numero di casi nella maggior parte dei 10 Stati membri dell’ASEAN.

 

Oltre a tali sforzi, i membri dell’ASEAN sono riusciti a contenere la pandemia attraverso la cooperazione con Paesi esteri e istituzioni internazionali. Il 10 marzo i ministri dell’ASEAN hanno tenuto una videoconferenza con l’Unione Europea per discutere le misure da adottare immediatamente per i rischi sulla salute pubblica, e a più lungo termine per quanto riguarda le preoccupazioni socio-economiche causate dal virus. Il 14 aprile si è tenuto un video summit tra i 10 membri dell’ASEAN e  Cina, Giappone e Corea del Sud, per rafforzare la cooperazione, lo scambio di informazioni, gli aggiornamenti sui trattamenti clinici, le misure di prevenzione e l’approvvigionamento di forniture mediche tra i Paesi. Il 30 aprile, infine, è seguita un’altra videoconferenza tra i Ministri della Salute dell’ASEAN e degli Stati Uniti, che ha ribadito l’importanza della cooperazione internazionale per combattere efficacemente la pandemia.

 

Articolo a cura di Elena Colonna

Il rischio autoritario del Covid-19 in ASEAN

Lo stato d’emergenza ha spinto le autorità di alcuni Paesi a imporre misure preoccupanti

Le misure d’emergenza prese da alcuni governi dei Paesi ASEAN per affrontare la crisi sanitaria stanno destando preoccupazione nella comunità internazionale. Si teme infatti che alcuni potrebbero approfittare della situazione per consolidare il proprio potere a scapito delle libertà e dei diritti dei cittadini.

Già all’inizio di marzo, l’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva esortato tutti i Paesi coinvolti nell’emergenza sanitaria a garantire la centralità dei diritti umani e delle norme internazionali. A tal proposito è intervenuto anche il Presidente del Comitato dei Parlamentari ASEAN per i diritti umani che ha voluto ricordare ai governi dell’area che le restrizioni per motivi di salute pubblica devono essere strettamente necessarie, di durata limitata, basate su prove scientifiche e non discriminatorie.

Tuttavia, l’approccio di alcuni governi dei Paesi ASEAN rischia di deludere tali auspici. L’Asian Forum for Human Rights and Development denuncia che Filippine, Thailandia, Cambogia e Myanmar stanno attuando politiche che rischiano di violare le norme internazionali. In Thailandia e Myanmar preoccupa la situazione relativa alla libertà di espressione, soprattutto online. Nelle Filippine sono stati conferiti ampi poteri alle forze dell’ordine, la cui azione è spesso lasciata alla discrezionalità degli agenti.

Ma a destare particolare attenzione è la situazione in Cambogia. Il 31 marzo il governo cambogiano ha approvato una legge che conferisce pieni poteri all’esecutivo per la gestione dell’emergenza, tra cui il potere di sorveglianza illimitata delle telecomunicazioni, il controllo dei media e dei social network, e la possibilità di proibire o limitare la diffusione di informazioni diverse da quelle di fonte governativa. Un giornalista è già stato arrestato per aver citato sul giornale un discorso del Primo Ministro Hun Sen e decine di persone sono state accusate ed arrestate per aver diffuso “fake news” online. Diversi gruppi di attivisti e istituzioni della comunità internazionale hanno fortemente condannato le misure imposte dal Primo Ministro Hun Sen, ritenendole eccessive e preoccupanti. Si teme infatti che le disposizioni d’emergenza attuate dalle autorità cambogiane possano restare in vigore ed essere applicate anche dopo la fine dell’emergenza.

La situazione in Cambogia, ed altri Paesi del Sud-Est asiatico come Filippine, Thailandia e Myanmar, sono ora sotto osservazione da parte degli organismi internazionali. Sarà importante capire come si comporteranno i governi con la graduale ripresa dalla crisi sanitaria ed economica, nel momento in cui verrà meno lo stato d’emergenza. La speranza della comunità internazionale, rappresentata in questo caso dalle parole dell’Alta Commissaria dell’ONU per i diritti umani e dal Presidente del Comitato dei Parlamentari ASEAN per i diritti umani, è che la fase di ripresa coincida con il ripristino della normalità, nel rispetto dei diritti e le libertà di tutti i cittadini.

 

Articolo a cura di Gabriel Zurlo Sconosciuto.

La rilevanza del Mar Cinese Meridionale

Con l’abbondanza di risorse naturali e la sua posizione strategica questo mare è diventato il teatro di un teso scontro regionale

Il Mar Cinese Meridionale è al centro di un lungo e complesso scontro geopolitico che coinvolge diversi Paesi del Sud-Est asiatico, la Cina e altre potenze globali tra cui gli Stati Uniti. L’area è infatti incredibilmente ricca di risorse naturali con riserve di circa 11 miliardi di barili di petrolio, oltre 50 trilioni m³ di gas naturale e il 10% delle riserve ittiche mondiali. L’elemento più importante, tuttavia, è che il 30% del commercio marittimo mondiale transita nel Mar Cinese Meridionale, conferendo una cruciale rilevanza geopolitica alla regione. Si tratta dunque di uno specchio d’acqua di fondamentale importanza strategica, e diversi Paesi nella regione avanzano rivendicazioni territoriali, spesso contrastanti.

Nel cuore geografico e simbolico del Mar Cinese Meridionale ci sono diversi arcipelaghi di isole remote e disabitate, rivendicate da Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Taiwan e Brunei. Per molti di questi Paesi, l’accesso alle risorse di quest’area potrebbe rivelarsi fondamentale nel lungo periodo. Chi riuscisse a fare valere le proprie rivendicazioni territoriali su queste isole potrebbe includerle nella propria zona economica esclusiva, ottenendo diritti esclusivi su tutto il territorio e dunque il sottosuolo circostante.

La maggior parte di questi Paesi basa le proprie rivendicazioni sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ma la Cina sembra avere una posizione diversa, in contrasto con la comunità internazionale. Pechino avanza una rivendicazione storica sul Mar Cinese Meridionale che risale ad alcune esplorazioni navali del XV secolo. Il governo cinese individua i propri confini nell’area compresa all’interno della linea tratteggiata, la famosa “nine-dash line”, tracciata alla fine della Seconda Guerra Mondiale e comprendente circa il 90% del conteso specchio d’acqua.

Negli ultimi anni, la Cina ha portato avanti una politica di potenza volta a imporre le proprie rivendicazioni territoriali con la costruzione di isole artificiali, basi militari e distretti amministrativi, scatenando le proteste delle nazioni coinvolte. Le mosse di Pechino non hanno solo indispettito i Paesi della regione, ma anche la comunità internazionale, con gli Stati Uniti in testa. Gli USA hanno grossi interessi geopolitici nella regione, e sono dunque interessati a contenere le ambizioni di Pechino e a rafforzare il proprio ruolo di potenza militare e geopolitica nell’area del Pacifico.

Meccanismi di risoluzione delle dispute internazionali hanno più volte contestato l’approccio cinese nella regione, cercando di proteggere i diritti territoriali legittimi di Paesi più piccoli, come le Filippine o il Vietnam. Ma la Cina sembra trascurare le risoluzioni delle Corti internazionali e pare determinata a non retrocedere, paventando anche l’uso della forza per affermare le proprie rivendicazioni.

Finora le dispute nel Mar Cinese Meridionale non hanno preso una piega violenta, ma si sono limitate alla sfera politica e diplomatica. Dal 2017, la Cina e i Paesi ASEAN hanno deciso di provare a risolvere la contesa sul piano diplomatico, attraverso la redazione di un Codice di Condotta per il Mar Cinese Meridionale, ovvero un sistema regolatore per risolvere le dispute nella regione. Tuttavia, l’accordo è ancora lontano dalla sua conclusione, e le difficoltà che stanno emergendo non sono poche.

I Paesi coinvolti tendono sempre più a difendere le proprie rivendicazioni militarizzando la regione e provocandosi a vicenda, con gravi rischi per tutta l’area. È una situazione complessa che continuerà ad attirare l’attenzione della comunità internazionale, evidenziando segnali importanti sull’atteggiamento geopolitico della Cina nei prossimi anni e il suo rapporto con i Paesi del Sud-Est asiatico.

 

Articolo a cura di Tullio Ambrosone.