Asean

Sud-est asiatico: green economy per il rilancio

Lo sviluppo delle infrastrutture verdi può spingere la ripresa economica post-pandemia. Ma servono ingenti finanziamenti.

L’ASEAN ha bisogno di nuove infrastrutture verdi. Non solo per migliorare l’approccio ecologico della regione, ma anche per migliorare la connettività, ridurre la povertà e incrementare lo sviluppo. Sotto questo profilo, le infrastrutture sono la spina dorsale della crescita economica di ogni Paese, ma i costi ambientali non sono indifferenti. Per questo l’Asian Development Bank ha stimato che il Sud-Est asiatico avrà bisogno di almeno 210 miliardi di dollari all’anno, per il periodo 2016-2030, per sostenere le spese delle infrastrutture green.

Se in epoca pre-Covid-19 gli investimenti in quest’area erano molto al di sotto dei livelli necessari per avvicinarsi anche minimamente a un cambiamento ecologico-ambientale significativo, la pandemia mondiale ha determinato una contrazione economica nella regione del 4%, riducendo ancora di più gli investimenti infrastrutturali. Di contrasto, però, è diventato ancora più urgente per l’ASEAN impegnarsi in questa direzione, per costruire un’economia più resiliente nel medio e lungo termine.

L’Asian Development Bank si è proposta come piattaforma di dialogo tra i Paesi del Sud-Est asiatico per capire come mitigare gli effetti negativi della pandemia, bilanciando la crescita economica con la salvaguardia del capitale naturale. Come? Sfruttando al meglio i fondi governativi, incentivando i finanziamenti privati e proteggendo le risorse naturali. Per farlo, i governi nazionali possono affidarsi a diverse strategie: imporre un prezzo alle esternalità ambientali, sovvenzionare prodotti e servizi a basso impatto ambientale, finanziare l’innovazione tecnologica e incentivare comportamenti individuali virtuosi.

Ma tutto questo non basta. Per un’efficace ripresa verde, le azioni dei governi del blocco ASEAN devono veicolare un cambiamento strutturale delle politiche ecologiche ed energetiche, integrando sempre di più gli obiettivi green nelle politiche di governo. Nel rapporto redatto da Bain & Company, Microsoft e Temasek, “La Green Economy del Sud-Est Asiatico: opportunità sulla strada per lo zero netto”, si evidenzia che circa il 40% degli investimenti infrastrutturali in Asia dovrà provenire dal settore privato. È necessario, poi, proseguire con una serie di interventi mirati riguardanti l’agricoltura sostenibile, lo sviluppo urbano verde e i modelli di trasporto, la transizione all’energia pulita, l’economia circolare e la protezione degli oceani e della biodiversità marina. Infine, i governi dovranno affidarsi a fonti di finanziamento sostenibili, introducendo tasse verdi come la Carbon Tax e rimuovendo i sussidi ai combustibili fossili.

La volontà di una ripresa verde è visibile anche nelle strategie regionali. L’ASEAN Comprehensive Recovery Framework enfatizza la sostenibilità ambientale come una componente chiave del processo di ripresa economica post-pandemia della regione.

Non sarà un cambiamento immediato né tantomeno facile, anche perché richiederà lo stanziamento di cifre imponenti. Si stima, però, che in questo modo si potranno creare oltre 30 milioni di nuovi posti di lavoro, stimolando un circolo virtuoso che nel lungo periodo potrebbe portare frutti positivi.

Mar Cinese meridionale, i Paesi ASEAN investono nelle forze aeree

Le manovre di Pechino sconfinano dall’acqua all’aria. Le aviazioni militari dei Paesi ASEAN richiedono un aumento degli investimenti per far fronte alle tensioni.

Che il Mare Cinese meridionale sia una delle aree più calde del pianeta è ormai dato acquisito e la tensione non sembra prossima a diminuire. Le dispute tra alcuni Paesi ASEAN e Cina sul controllo delle acque intorno alle isole Spratly, un arcipelago di micro-isole dall’elevato valore strategico, hanno spinto tutti gli attori ad aumentare la propria spesa militare, in particolare quella navale. Gli unici pezzi adatti a questa scacchiera – potremmo pensare – sono le navi, i sottomarini o addirittura le isole artificiali. D’altronde, la partita si gioca per l’accesso alle risorse dei fondali marini e per il controllo delle rotte commerciali marittime. Le recentissime novità che provengono dalla regione indo-pacifica sembrano confermare questa lettura: il discusso patto AUKUS è salito agli onori di cronaca innanzitutto per una commessa di sottomarini multimiliardaria. Non possiamo però dimenticare che l’influenza sul Mare Cinese meridionale passa anche per il controllo dei suoi cieli, non solo delle sue acque. Un recente contatto tra l’aviazione militare di malese e quella cinese ha riportato la corsa agli armamenti aerei al centro delle agende dei governi ASEAN. 

I diritti sulle acque del Mare Cinese meridionale sono contesi tra alcuni Paesi ASEAN (Vietnam, Malesia, Brunei, Filippine), Cina e Taiwan. Più nello specifico, questi Stati dichiarano in varia misura la propria sovranità sulle isole Spratly, al fine di estendere il perimetro delle proprie acque territoriali in mare aperto. Queste “isole della discordia” sono di dimensioni minuscole – a volte poco più che scogli – e inadatte a ospitare insediamenti umani. Eppure, il loro valore strategico è immenso. Nel 2016 in queste acque sono transitati merci per 3.37 trilioni di dollari e quasi il 40% del gas naturale liquefatto globale. L’importanza del Mare cinese meridionale per l’approvvigionamento energetico mondiale non si limita però al transito delle risorse naturali: sui suoi fondali giacciono almeno 7 miliardi di barili di petrolio e circa 25 trilioni di metri cubi di gas naturale. Inoltre, lo sfruttamento economico di queste acque riguarderebbe anche la pesca. 

La posta in palio è alta. Ormai da alcuni decenni, gli Stati che si affacciano sul Mare cinese meridionale si sfidano costruendo nuovi avamposti, rivendicando atolli disabitati od organizzando esercitazioni navali nelle acque sotto il proprio controllo. È il Vietnam a controllare il maggior numero di isolotti (21), seguito da Filippine (9), Cina (7) e Malesia (5), mentre Brunei e Taiwan occupano un’isola ciascuno. Alcuni di questi elementi geografici sono stati trasformati in isole artificiali adatte ad ospitare basi militari, in particolare da Cina e Vietnam. La crescente presenza delle flotte militari nell’area ha portato in passato anche a scontri a fuoco tra la Cina e i Paesi ASEAN. Il confronto con Pechino sulle Spratly è un interessante caso di studio per comprendere l’evoluzione dell’ASEAN. Presi singolarmente, ciascuno Stato del Sud-Est asiatico avrebbe poco potere negoziale nei confronti della ben più grande Cina e infatti i cinesi hanno sempre cercato di impostare le trattative a livello bilaterale, ma senza successo. I Paesi ASEAN si sono infatti sempre opposti alla strategia divide et impera cinese e hanno accettato di negoziare con Pechino solo in via multilaterale, sedendosi al tavolo tutti insieme. Tali esercizi diplomatici hanno permesso nel 2002 di definire un Codice di condotta ASEAN-Cina per il Mare cinese meridionale. 

Le manovre cinesi sono seguite con attenzione dagli USA, decisi a rilanciare la propria presenza nella regione, ma anche da Giappone, India, Unione Europea (più recentemente) e Australia. Proprio da Canberra – che aveva inaugurato anni fa una fase di avvicinamento a Pechino, ora bruscamente interrotta – giunge l’ultima novità dello scenario indopacifico: l’accordo strategico AUKUS con USA e Regno Unito. Accordo che ha destato preoccupazione nei governi ASEAN, dato che potrebbe spingere Pechino ad aumentare la propria presenza militare nel Mare cinese meridionale. Il nuovo Premier malese Ismail Sabri Yaakob ha commentato in modo molto duro l’Accordo, esprimendo il timore che possa “rendere le altre potenze più aggressive” e aprire la strada a “una nuova corsa alle armi nucleari”. L’allarme di Kuala Lumpur si spiega alla luce di alcuni recenti incidenti con le avanguardie di Pechino. Lo scorso 31 maggio è avvenuto un contatto tra i jet malesi e uno stormo di velivoli militari cinesi impegnati in un’esercitazione ai confini dello spazio aereo della Malesia. Questo episodio ha ricordato a tutti i governi ASEAN che la partita per il Mare cinese meridionale si gioca anche nell’aria – e che la Cina ha un notevole vantaggio.

Una efficiente difesa aerea richiede lo sviluppo di un sistema integrato di velivoli moderni, impianti di rilevazione e installazioni missilistiche, nonché personale preparato. E molti investimenti. Singapore e Vietnam sono gli unici Paesi ASEAN con un’aviazione militare adeguata, commentano gli analisti. Hanoi sta investendo molto anche per modernizzare la sua flotta. La Malesia invece ha forze aeree ridotte, armate con velivoli obsoleti –  e nel suo bilancio, ancora in affanno a causa della crisi Covid, non pare possibile inserire previsioni di spesa in questo settore. Anche le Filippine sembrano impreparate, tanto che Manila sta mettendo in ordine le proprie regole sulle forniture militari in vista di futuri investimenti. L’Indonesia appare più attrezzata, anche se gli investimenti sono ancora insufficienti e poco efficienti. Il Paese non avanza pretese di sovranità sulle Spratly, ma la nine-dash line cinese che delimita le rivendicazioni di Pechino passa vicino al territorio indonesiano e non è vista di buon occhio da Giacarta.

Alla luce di questi elementi, è possibile aspettarsi negli anni a venire ingenti investimenti nelle forze aeree da parte dei Paesi ASEAN. Risulta però difficile fare previsioni sull’entità e l’efficacia di tale sforzo da parte dei singoli Stati. Come abbiamo visto, mentre alcuni governi sono riusciti ad ottenere buoni risultati in passato, altri sembrano poco preparati nella spesa efficiente delle ingenti risorse da stanziare e nella formazione del personale militare. Gli altri attori internazionali interessati a bilanciare l’influenza cinese – Stati Uniti, Unione Europea, Giappone – potrebbero supportare questi governi nel capacity building. Anche l’industria della difesa avrà un ruolo importante, dato che i Paesi ASEAN avranno necessariamente bisogno di partner affidabili per ottenere le forniture necessarie. Le aziende italiane del settore già collaborano con i governi ASEAN. Per fare qualche esempio: Leonardo con Singapore, Malesia e Thailandia; Fincantieri con l’Indonesia.

La 76esima UNGA: ASEAN e l’Agenda 2030

Articolo a cura di Clara Lomonaco

Nelle scorse settimane si è svolto l’attesissimo appuntamento annuale con l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un’opportunità per fare il punto sulle politiche di contrasto al cambiamento climatico adottate dai dieci Paesi del blocco del Sud-Est asiatico. Ecco una panoramica.

Nelle scorse settimane, il Palazzo di Vetro ha ospitato l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: l’attesissimo appuntamento annuale in cui tutti gli Stati Membri si riuniscono per rafforzare la continua rilevanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e costruire uno slancio prima dei principali vertici e delle riunioni intergovernative, quali la COP26 sul cambiamento climatico, il G20 e il COP15 sulla biodiversità.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha identificato cinque aree in cui è necessaria un’azione urgente per mantenere la promessa degli SDGs (Sustainable Development Goals): (1) la mobilitazione di piani di vaccinazione globale, (2) l’attuazione di un recupero sostenibile ed equo per tutti attraverso investimenti coraggiosi nello sviluppo umano, (3) la parità di diritti per le donne e le ragazze attraverso investimenti e rappresentanza, (4) la fine della guerra al pianeta e l’affermazione di emissioni zero entro il 2050, e (5) la cooperazione multilaterale per mettere le persone al primo posto nei bilanci e nei piani di recupero. 

Anche quest’anno uno dei temi caldi del dibattito internazionale è stata la pandemia da Covid-19. Ogni Stato si è espresso sulla propria situazione interna promuovendo il concetto del “Leaving No One Behind”: una frase che è ormai diventata il motto dell’intera comunità internazionale, il cui significato rimanda alla forte volontà di uscire dalla situazione di crisi come un gruppo unito e forte. I capi di Governo e i Ministri presenti hanno ancora una volta rinnovato la loro promessa e il loro impegno nella battaglia contro il Covid-19 e nella promozione delle campagne vaccinali.

Tuttavia, il virus non è stato il solo ed unico protagonista del General Debate. Il cambiamento climatico è un’altra sfida imminente che continua a catalizzare l’attenzione mondiale e che richiede azioni globali urgenti e concrete a tutti i livelli. In questo contesto, i paesi ASEAN si sono espressi per affermare l’impegno ad aumentare il proprio coinvolgimento nel processo di adattamento e mitigazione dell’Accordo di Parigi, in linea con il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”.

La comunità mondiale guarda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per dare risposte alle principali preoccupazioni globali.  Diverse sono state le idee e le opinioni sul tema della sostenibilità ambientale. Ma quali sono state le proposte avanzate dai paesi ASEAN in merito, e a che punto sono nel processo di implementazione dell’Agenda 2030?

Sin dall’inizio, il percorso verso il raggiungimento dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile non è stato facile. Vi sono stati dei progressi costanti nel tempo ma il COVID-19 ha annullato molte vittorie duramente conquistate. La pandemia ha amplificato le disuguaglianze e le incertezze preesistenti; ha ampliato il divario tra “chi ha e chi non ha”; e diversi gradi di carenze nella governance e nella sicurezza sociale hanno spinto le popolazioni più vulnerabili di nuovo nella povertà. 

Inutile dire che siamo più lontani dal raggiungere l’Agenda 2030 ora di quanto lo fossimo prima.

L’impegno dell’Indonesia verso la resilienza climatica, lo sviluppo a basse emissioni di carbonio e la green technology è fermo e chiaro. Nel 2020, l’Indonesia ha ridotto gli incendi boschivi dell’82% rispetto all’anno precedente e i tassi di deforestazione sono diminuiti significativamente, raggiungendo la più basa percentuale degli ultimi 20 anni. Tuttavia, il processo di trasformazione energetica e tecnologica deve assicurare il principio (precedentemente citato) del “Leaving No One Behind”, facilitando la partecipazione dei paesi in via di sviluppo nella crescita delle industrie e nella produzione di tecnologia. Nel 2022, l’Indonesia assumerà la presidenza del G20, con il tema “Recuperare insieme, recuperare più forte“, impegnandosi affinché si lavori a beneficio di tutti, dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo, da nord a sud, dagli arcipelaghi ai piccoli stati insulari del Pacifico.

La Repubblica Democratica Popolare del Laos ha evidenziato l’importanza di affrontare il cambiamento climatico integrando l’impegno dell’Accordo di Parigi. Dal 2000 al 2020, le emissioni di gas serra del Laos sono state ridotte del 34%. Presentando il Nationally Determined Contribution (NDC) sul Cambiamento Climatico alla comunità delle Nazioni Unite in questa stessa occasione, il governo del Laos ha rinnovato il suo impegno a ridurre il 60% delle emissioni di gas serra entro il 2030. 

Per la Malesia, l’integrazione della sostenibilità è la chiave per assicurare una transizione fluida verso un ecosistema socio-economico più verde. Il governo malese ha stabilito piani ambiziosi per facilitare la transizione verso un futuro più sostenibile e a basse emissioni di carbonio. Nuove politiche incentrate sull’economia circolare sono state introdotte per mantenere la promessa di rendere la Malesia una nazione a basse emissioni di carbonio entro il 2050.

Le Filippine hanno presentato il primo Nationally Determined Contribution, promettendo di raggiungere l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 75% entro il 2030. Il governo filippino ha voluto appellarsi ad un’azione urgente per il clima, specialmente da parte di coloro che possono davvero far pendere l’ago della bilancia.  I paesi sviluppati devono rispettare il loro impegno di lunga data per il finanziamento del clima, il trasferimento di tecnologia e l’investimento in capacity building nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Questo è un obbligo morale che non può essere evitato. La transizione del nostro mondo verso un’economia verde non deve avvenire a spese della vitalità economica dei paesi in via di sviluppo. 

Per le piccole nazioni insulari come Singapore, il cambiamento climatico rimane un pericolo chiaro e presente e i recenti eventi meteorologici estremi ci ricordano che non abbiamo tempo da perdere. Singapore è sempre stata una forte sostenitrice dell’Accordo di Parigi e quest’anno ha presentato il “Singapore Green Plan 2030”: un piano d’azione ben strutturato che delinea un approccio nazionale allo sviluppo sostenibile, tracciando obiettivi ambiziosi e concreti per i prossimi 10 anni in nuove aree come la green finance e la clean energy. 

Singapore ha inoltre sottolineato il bisogno di un’urgente azione multilaterale sugli oceani. Gli oceani sostengono il nostro ecosistema globale; sono un deposito di biodiversità e un cuscinetto per il cambiamento climatico. Sono un’arteria critica per il commercio e una fonte di lavoro e di sostentamento per miliardi di persone. Singapore è un grande sostenitore della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare: l’UNCLOS, un documento che costituisce la base della governance degli oceani, stabilisce le regole per i diritti marittimi e fornisce il quadro generale per la risoluzione pacifica delle controversie marittime. Il 40° anniversario dell’adozione dell’UNCLOS l’anno prossimo è un’opportunità per riaffermare il nostro impegno verso questo strumento giuridico vitale per la governance degli oceani, e fare di più per assicurare la sua effettiva attuazione.

La Thailandia sta preparando il Piano energetico nazionale con l’obiettivo di raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2065-2070. Allo stesso tempo, il governo ha fissato l’obiettivo di aumentare la proporzione di energia rinnovabile ad almeno il 50% della quantità totale di elettricità generata. Il discorso della delegazione thailandese ha esortato i paesi sviluppati e invitato l’intera comunità globale a intraprendere azioni collettive e garantire risultati costruttivi e concreti per la prossima COP26.

Il Vietnam guarda con speranza alla COP-26, un momento di raccolta internazionale in cui ogni Stato membro è in dovere di rinnovare il proprio sforzo e impegno a ridurre le emissioni di gas serra. Anche il governo vietnamita ha voluto porre l’accento sulla necessità di un maggiore finanziamento nei paesi in via di sviluppo, i quali necessitano di una più accurata assistenza nel trasferimento di tecnologia e nel processo di capacity building in modo da favorire la transizione verso un’economia verde e circolare. Solo attraverso la collaborazione e la cooperazione tra nord e sud del mondo, si potranno raggiungere tutti e 17 gli obiettivi di sviluppo sostenibile contenuti nell’Agenda 2030.

Che si tratti dell’innalzamento del livello del mare o dello scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya, di uragani, tempeste, inondazioni o incendi, il cambiamento climatico è diventato una minaccia esistenziale per l’umanità. Abbiamo bisogno di una risposta collettiva globalmente sostenuta e ambiziosa per affrontare il cambiamento climatico.

È ormai chiaro a tutta la comunità internazionale che abbiamo bisogno di convogliare l’attenzione mondiale nel raggiungimento di un impegno duraturo per l’Agenda 2030 che metta il cambiamento climatico al centro degli sforzi internazionali. Il mondo non può permettersi che la COP26 sia inconcludente. È necessario adattare gli SDGs alla nuova realtà del mondo post pandemia. Per farlo, è necessaria una maggiore e più forte solidarietà e cooperazione tra tutti i tipi di entità. Portare avanti la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) in tutti i settori è uno strumento chiave per rispondere alle sfide che il mondo sta affrontando, e per affrontare le disuguaglianze esacerbate dalla pandemia COVID-19. 

La competizione tecnologica globale si gioca nel Sud-Est asiatico

I giganti tecnologici cinesi e statunitensi guardano ai mercati emergenti dell’area ASEAN, investendo ingentemente nel settore dell’archiviazione dati.

Per i giganti tecnologici cinesi e statunitensi nessun luogo è più promettente del Sud-Est asiatico. La regione ospita economie in rapida crescita e un mercato dei consumatori che conta quasi 700 milioni di persone. Il processo di digitalizzazione in rapido sviluppo è decollato con la pandemia da Covid-19, creando le condizioni favorevoli per i protagonisti dell’e-commerce locale di prosperare e attrarre investimenti stranieri. Anche alcuni fattori esogeni contribuiscono a rendere attraente l’investimento nel settore tech asiatico, tra strette normative per le aziende in Cina e opportunità di guadagno che spingono le multinazionali statunitensi a espandersi sempre più “a Est”.

I tech titans cinesi Tencent e Alibaba sono state tra le prime aziende straniere a supportare l’incipiente crescita dell’e-commerce nella regione, con investimenti in Sea Limited e Lazada. Sea Ltd., ad esempio, è il fiore all’occhiello del Sud-Est asiatico. Grazie all’entusiasmo dei finanziatori stranieri per le opportunità offerte dalla regione, si è recentemente guadagnata circa 6 miliardi di dollari in nuovi fondi. Si tratta di una società quotata del settore dei giochi, della finanza e del commercio digitale. A inizio settembre ha stipulato un accordo con la cinese Tencent Holdings Ltd., che ora ne detiene il 23%. In effetti non è un momento facile per le aziende del settore in Cina, dove una stretta sulle regolamentazioni ha comportato una forte riduzione del loro spazio di manovra. Secondo The Economist, con l’ultimo intervento del 17 agosto le autorità cinesi hanno rilasciato bozze di misure antitrust che danneggerebbero i modelli di business dei giganti nazionali Alibaba e Tencent. I mercati esteri rappresentano una quota relativamente piccola delle vendite di questi gruppi cinesi, con percentuali troppo basse perché venga pubblicato il resoconto di una ripartizione geografica. Ma se tutto continua nella direzione intrapresa, le circostanze sembrano suggerire che il Sud-Est asiatico giocherà un ruolo di primo piano nel processo di espansione delle aziende cinesi.

Le opportunità offerte dai mercati digitali in rapida crescita del Sud-Est asiatico non sono sfuggite neanche agli investitori statunitensi. Un’industria particolarmente competitiva, in cui si gioca molta parte dell’agonismo finanziario tra Cina e Stati Uniti, è quello del cloud computing. Si tratta del settore che fornisce servizi di elaborazione e archiviazione dei dati: una funzione di vitale importanza sia per piccole e grandi aziende che per le istituzioni governative del terzo millennio. Secondo gli esperti, la dimensione totale del mercato del cloud nella regione è ancora modesta, con meno di 2 miliardi di dollari l’anno, ma il dato incoraggiante è che risulta cresciuta di oltre il 50% nel 2020 e che non sembra mostrare alcun segno di cedimento. Nel settore sono già impegnati Amazon, Google, Microsoft. Facebook ha recentemente investito nella costruzione di un’imponente struttura di 170.000 metri quadrati nella periferia di Singapore, che ospiterà il primo data center personalizzato di Zuckerberg in Asia. Ma non è l’unica: il sistema politico stabile, l’abbondanza di lavoratori del settore tecnologico altamente qualificati e le sue infrastrutture super sofisticate rendono Singapore riferimento affidabile per i grandi protagonisti della tecnologia che puntano ai servizi cloud. Amazon, dal canto suo, è ancora il leader globale indiscusso tra i fornitori di questi servizi di archiviazione: i suoi Amazon Web Services (AWS) controllavano oltre il 30% del mercato mondiale nel secondo trimestre del 2021, secondo gli esperti. Attualmente si sta espandendo, grazie alla costruzione di infrastrutture a Giacarta, in Indonesia, che dovrebbero essere operative entro la fine del 2021 o all’inizio del 2022, secondo Nikkei Asia.

I colossi digitali cinesi e statunitensi cavalcano l’antagonismo delle due superpotenze mondiali. Tra fattori di attrazione, come il mercato digitale in espansione e il promettente potenziale demografico, e fattori di spinta del paese d’origine, come il rinnovato zelo normativo promosso dalle autorità cinesi, il Sud-Est asiatico è destinato rappresentare il terreno di scontro della competizione tecnologica globale, guidata da Cine e Stati Uniti.

Contro il traffico illecito di rifiuti serve un ASEAN unito

Dopo la crisi dei rifiuti innescata dalla Cina l’attenzione degli esportatori si è spostata sui Paesi del Sud-Est asiatico. Dati e soluzioni.

Tutto (o quasi) è iniziato con la messa al bando dei rifiuti importati dall’estero verso la Cina. Era il 2018, Pechino aveva già raggiunto lo status economico e politico che la rendono oggi una delle nazioni più potenti al mondo. Ed era ora di dire “basta” alla sporca pratica di occuparsi dei rifiuti altrui. Oggi siamo nel 2021, ed il traffico illegale o meno dei rifiuti ha iniziato a spostarsi laddove esistano dei gruppi di potere che lo ritengano ancora un business vantaggioso. L’operazione cinese “National Sword” ha improvvisamente riversato nel resto della regione miliardi di tonnellate di scarti in arrivo da ogni parte del mondo, inceppando un meccanismo attivo da decenni.

La crisi dei rifiuti innescata dalla Cina ha risvegliato negli esperti nuove speranze affinché i Paesi sviluppati iniziassero a ideare forme più virtuose di gestione dei rifiuti, speranze che si sono presto ridimensionate. L’attenzione degli esportatori si è infatti spostata sui Paesi del Sud-Est asiatico, dove ora vengono accumulati o riciclati i rifiuti di Europa, Stati Uniti e Australia che non possono più entrare in Cina. Tra i rifiuti più esportati figurano le plastiche monouso (più o meno adatte al riciclo), ma anche i rifiuti elettronici, pericolosissimi se trattati impropriamente.

• I dati

Questa vicenda viene approfondita in un report pubblicato ad agosto 2021 e redatto gruppo per la salute e la giustizia ambientale EcoWaste Coalition in collaborazione con l’International Pollutants Elimination Network (IPEN). Secondo le ultime stime la regione dell’Asia Pacifico accoglierà fino a 714 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno entro il 2050: un problema imminente, che sta già travolgendo quei paesi dove mancano le strutture adeguate alla gestione dei rifiuti solidi. Il documento sottolinea come la crisi pandemica abbia da un lato contribuito ad aumentare esponenzialmente la quantità di rifiuti in arrivo nei paesi Asean, mentre la crisi economica legata all’emergenza sanitaria ha aggravato la situazione economica dei paesi dipendenti dalle esportazioni, disposti a tutto pur di non aggravare i bilanci.

Insieme all’allarme di EcoWaste Coalition si unisce l’annoso problema della gestione dei rifiuti domestici. In Indonesia, per esempio, solo le grandi città possiedono un sistema di raccolta e gestione dei rifiuti, mentre nelle aree rurali ci si arrangia riutilizzando quello che può tornare utile, mentre gli scarti finiscono per essere depositati in luoghi in appropriati o bruciati in fuochi improvvisati. In alcuni casi i rifiuti diventano il combustibile più utilizzato in cucina. Altre volte, gli elementi chimici presenti nella spazzatura penetrano nella catena alimentare degli abitanti locali attraverso il terreno e le falde acquifere vicini a coltivazioni e falde acquifere.

Secondo quanto rilevato dall’analisi delle politiche ambientali, i dieci paesi asiatici hanno sufficiente leadership per rispondere alla crisi dei rifiuti. Un esempio che ha fatto molto rumore era stato quello delle Filippine nel 2019, quando il presidente Rodrigo Duterte iniziò la sua battaglia (non certo scevra di toni populisti) contro i rifiuti in arrivo dal Canada. Durante lo stesso anno anche l’Indonesia aveva risposto all’invasione di rifiuti esteri “rispedendo indietro” una parte dei 58 container arrivati dagli Usa. La situazione è però molto più complessa: dove Jakarta ha detto “no”, ecco che 38 di quei container sono finiti in Corea del Sud, Thailandia, Vietnam, Messico, Paesi Bassi e Canada.

• Le soluzioni

Tra i tanti compiti dell’ASEAN, quello della gestione dei rifiuti rappresenta una sfida complessa da affrontare. Secondo l’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), pubblicato nel 2020, le dieci nazioni del Sud-Est asiatico hanno già una propria strategia nazionale per gestire il problema dei rifiuti. Quello che manca, sottolinea il documento, sarebbe un passaggio concettuale: non più “dove” depositare o eliminare i rifiuti, ma “come” trasformarli in risorse.

L’invito per tutte le nazioni al mondo, ovviamente, rimane quello di ridimensionare il problema alla radice, eliminando dove possibile la plastica monouso e lo spreco. Ma la creazione di una politica comune, una gestione armonica e cooperativa dei rifiuti tra i diversi attori coinvolti potrebbe trasformare i problemi in opportunità.

Questo non dovrà escludere un’azione unitaria sul piano internazionale, punto di forza di qualsiasi unione tra paesi. “L’ASEAN ha bisogno di una dichiarazione unanime che chieda una posizione chiara e concreta sul commercio dei rifiuti. Tra le altre cose dovrà chiedere agli stessi Stati membri di ratificare immediatamente l’emendamento sul divieto alle esportazioni all’interno della Convenzione di Basilea, adottare misure per vietare tutte le importazioni di rifiuti nei loro paesi e migliorare l’implementazione di tali leggi, insieme ad altre che vadano nella direzione rifiuti zero”, ha affermato l’esperto in diritto ambientale Gregorio Rafael P. Bueta in merito al rapporto EcoWaste Coalition/Ipen del 2021.

La Convenzione di Basilea costituisce l’accordo globale più importante sulla gestione dei rifiuti ed è stata firmata da tutti i paesi ASEAN, tranne il Laos. L’emendamento che vieta i movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e di altro tipo del 1994, al contrario, è stato ratificato solo da tre dei Paesi membri. Un segnale che, nonostante le posizioni più determinate dei Governi contro il traffico di rifiuti, siano ancora molto complessi gli interessi in gioco.

India e ASEAN – La sinergia è nei pagamenti digitali

Diversi giganti del fintech indiano sono ora focalizzati sui mercati e-commerce ASEAN. Obiettivo: modellare insieme la futura infrastruttura finanziaria della regione.

I pagamenti digitali sono un fattore essenziale per la crescita della online economy: Alipay, in Cina, ha permesso nei primi anni duemila di creare fiducia e instaurare nuovi rapporti produttivi per centinaia di milioni di utenti, grazie a un semplice meccanismo di ‘paga ora, soddisfatto o rimborsato’. Diversi studi testimoniano come le piattaforme di digital payment siano stati forti catalizzatori della crescita economica cinese negli ultimi 20 anni.

L’ASEAN è ormai sede di leader internazionali del mondo dell’ecommerce B2C (vendita al dettaglio al consumatore), come Sea, Tokopedia e Grab, oltre che di una miriade di piccole entità in continua crescita.

Le azioni di Sea sono fra le più ambite nel mondo tech a livello mondiale, mentre Grab continua a evolversi in una super-app del valore stimato di oltre 40 miliardi di dollari, ed ora abbraccia virtualmente ogni aspetto della vita quotidiana dei suoi utenti.

Con ogni probabilità, nel prossimo decennio il Sud-Est asiatico completerà il suo exploit nella online economy, data la dimensione della regione, la scalabilità della sua struttura economica grazie a enormi sinergie e knowledge spillover possibili fra diversi Paesi. Ma la crescita sarà con ogni probabilità nutrita anche dall’esterno.

Per avere pieno successo ogni super-app deve saper garantire ai propri utenti, e a se stessa, delle infrastrutture finanziarie e sistemi di pagamento digitali che permettano di instaurare una importante fiducia tra attori economici.

L’India rappresenta in questo ambito un esempio di successo internazionale: dei 51 unicorni indiani, il 30% sono aziende operanti nei pagamenti digitali, sintomo che le sue industrie stanno beneficiando della presenza interna di un laboratorio leader nel fintech. Qui i pagamenti digitali sono cresciuti in soli quattro anni da 3 a 42 trilioni di rupie (2020).

È con spirito imprenditoriale che alcune scale-up finanziarie indiane fra cui Pine Labs, Zeta e Razorpay, hanno mosso i primi passi nel mercato ASEAN, acquistando piccole-medie realtà B2B e B2C. Nelle parole di Amrish Rau, CEO di Pine Labs, ‘alcuni mercati del Sud.Est asiatico sono dove era l’India circa tre anni fa: l’opportunità risiede nell’intercettare questi mercati quando ancora frammentati, dando loro una struttura finanziaria che permetta di prosperare’.

Fave, una azienda malesiana specializzata in buoni promozione nell’ecommerce, è stata rilevata da Pine Labs, mentre Razorpay sta valutando l’acquisizione di alcuni importanti player ecommerce nel food delivery: Harshil Mathur, il suo CEO, ha dichiarato che entro la fine dell’anno l’azienda investirà in due Paesi tra Vietnam, Filippine, Malesia e Indonesia, dove i mercati ‘sono simili a quelli indiani, ma al tempo stesso vi è un grosso margine di miglioramento nei pagamenti digitali’.

In ultima analisi, quindi, l’ASEAN continua a confermarsi un mercato solido proprio perché continua ad attrarre capitali dall’esterno: In aggiunta ad investimenti intra-regionali, la online economy nella regione continuerà a crescere grazie a capitali e finanziamenti provenienti da top player internazionali, siano essi legati a finanza,logistica o produttori di beni.

Non solo sicurezza. La cooperazione economica Stati Uniti-ASEAN

Se Washington vuole rilanciare il suo ruolo nel Sud-Est asiatico, anche la politica commerciale è un tassello fondamentale per competere con Pechino.

America is back. Soprattutto nel Sud-Est asiatico. A meno di un anno dal suo insediamento, l’amministrazione Biden sembra aver riservato alla regione la maggior parte delle sue attenzioni. Il Presidente Biden ha ripreso in mano la strategia Pivot to Asia di Obama dopo gli scossoni dell’era Trump, mettendo in campo tutte le figure chiave del suo esecutivo: la Vicepresidente Harris si è recata in Vietnam e Singapore, il Segretario di Stato Blinken ha preso parte a incontri di alto livello con i suoi omologhi ASEAN e anche il Segretario alla difesa Austin ha visitato Singapore. La strategia statunitense passa anche per il rilancio della cooperazione strategica con gli altri suoi partner regionali, riaffermando l’”alleanza indistruttibile” con il Giappone e inaugurando il patto a tre AUKUS con Australia e Gran Bretagna – una mossa che ha causato tensioni con la Cina e anche con la Francia. La sicurezza non è però l’unico campo in cui si registra un rinnovato impegno degli Stati Uniti. In tempi di Covid e crisi climatica, la cooperazione con ASEAN tocca anche la sanità e lo sviluppo sostenibile. E il commercio? 

Se guardiamo ad appena due anni fa, l’U.S.-ASEAN Business Council lamentava l’assenza dell’amministrazione Trump in un periodo di grandi novità per la politica commerciale del blocco asiatico: la trattativa sullo storico accordo RCEP era nelle sue fasi avanzate e l’UE rafforzava i suoi legami economici con Singapore e Vietnam attraverso due ambiziosi accordi di libero scambio. Con il cambio di amministrazione a Washington, possiamo aspettarci delle novità nei rapporti commerciali tra USA e ASEAN. Il punto di partenza è di tutto rilievo: l’ASEAN è, per dimensioni, il quarto mercato al mondo (con un PIL di quasi 3 trilioni e 647 milioni di consumatori) e, per volume corrente degli scambi, l’undicesimo partner commerciale degli Stati Uniti. Le imprese statunitensi esportano nei paesi ASEAN merci per circa 86 miliardi di dollari e importano prodotti per circa 206 miliardi di dollari. La bilancia commerciale risulta dunque nettamente a favore dei paesi ASEAN (120 miliardi di dollari). Mettendo a confronto la bilancia commerciale USA-ASEAN con quella UE-ASEAN, emerge che le aziende europee esportano beni per un valore maggiore (quasi 100 miliardi di dollari) e importano merci per un valore minore (146 miliardi di dollari), con un deficit commerciale di circa 47 miliardi di dollari a favore di ASEAN. Questi dati devono essere considerati alla luce della differenza di PIL tra USA e UE. Esploreremo le ragioni dietro il maggiore volume di export europeo in un futuro articolo. Per completare il quadro, occorre tenere a mente che il volume totale degli scambi tra ASEAN e Cina è di circa 298 miliardi di dollari.

Anche la cooperazione economica tra USA e ASEAN sembra condizionata dalla crescente influenza cinese. Washington non intende perdere terreno rispetto a Pechino nella corsa agli investimenti sulle infrastrutture nella regione e risponde alle sue mosse. Lo scorso giugno Biden e gli altri leader del G7 hanno lanciato il piano Build Back Better World (B3W) con l’obiettivo dichiarato di rivaleggiare la Belt and Road Initiative (BRI) cinese; inoltre, l’amministrazione USA finanzia molti progetti per sviluppare la connectivity nella regione, ad esempio con un partnership mirata per il bacino del Mekong (anche in questo caso, un’iniziativa arrivata qualche anno dopo l’omologa cinese). Guardando al grado di liberalizzazione dei flussi commerciali, la Cina continuerà a vedere crescere i propri scambi con ASEAN grazie all’accordo RCEP, mentre gli Stati Uniti possono contare su una rete di accordi commerciali limitata e un po’ datata (soprattutto l’Accordo di libero scambio USA-Singapore del 2003 e l’Accordo commerciale bilaterale USA-Vietnam del 2001). Eppure, propri tali accordi potrebbero permettere alle aziende americane di passare dalla porta sul retro e trarre dei benefici dalla RCEP, approfittando delle condizioni molto favorevoli allo stabilimento di proprie società controllate in certi Paesi della regione. In ogni caso, Washington deve rafforzare i suoi legami commerciali con i Paesi ASEAN, forse riconsiderando il suo ritiro dal progetto TPP o esplorando altre opzioni. In attesa di un progetto più ambizioso e comprensivo, c’è fermento tra i due lati del Pacifico per un possibile accordo sul commercio digitale. Dopo gli anni di politica commerciale muscolare alla Trump, tutti gli osservatori si aspettano un cambio di rotta di Biden, un approccio più cooperativo e coraggioso rispetto ai Paesi ASEAN, ma la nuova amministrazione deve ancora svelare appieno le sue carte e non si sbilancia. Anche nel commercio internazionale, America is back. Stiamo a vedere come.

Aukus e Quad visti dall’ASEAN

Si moltiplicano le iniziative multilaterali in Asia-Pacifico. Speranze e timori dei Paesi del Sud-Est asiatico

Editoriale di Alessia Mosca

Segretario Generale Associazione Italia-ASEAN

Da una parte Aukus e Quad, dall’altra RCEP e CPTPP. Le sigle e le iniziative multilaterali nell’area dell’Asia-Pacifico si stanno moltiplicando. Ne nascono di nuove, mentre quelle già esistenti ritrovano vigore. Una tendenza che dimostra ancora una volta la centralità di una regione in continua ascesa commerciale, tecnologica e geopolitica. Come ha detto il nostro Presidente Romano Prodi a “Mezz’ora in più”, “è il sigillo definitivo che l’unica cosa che conta è l’Asia”. Resta da capire se lo sviluppo potrà procedere su binari di sostanziale serenità oppure si acuiranno elementi di tensione. Tra i governi degli Stati membri dell’ASEAN, non tutti hanno accolto con favore la nascita del nuovo accordo Stati Uniti-Regno Unito-Australia. In particolare, Malesia e Indonesia hanno avvertito dei possibili rischi per la stabilità della regione dopo l’annuncio di Aukus. Giacarta ha espresso “profonda preoccupazione sulla corsa alle armi e sulle dimostrazioni di forza nella regione, riferendosi ai sottomarini a propulsione nucleare di cui sarà dotata l’Australia. Il Ministro della Difesa di Kuala Lumpur ha invece lanciato la proposta di aprire un dialogo tra ASEAN e Canberra per capire quali sono le intenzioni dell’accordo trilaterale. In controtendenza le Filippine, che dopo l’avvicinamento alla Cina operato negli scorsi anni dal Presidente Rodrigo Duterte hanno riallacciato i rapporti (anche difensivi) con gli Stati Uniti di Joe Biden. Manila ha accolto l’Aukus come una novità in grado di “bilanciare” i rapporti di forza nella regione e dunque di garantire maggiore stabilità. Il governo australiano, intanto, sostiene che non si tratta di “un’alleanza militare” e prova a rassicurare il Sud-Est asiatico sul suo sostegno all’infrastruttura regionale rappresentata dall’ASEAN. Il tutto mentre venerdì 24 settembre si svolge a Washington il primo summit fisico tra i leader del Quad, la piattaforma che unisce Stati Uniti, Australia, Giappone e India. Così come nel caso dell’Aukus, la maggior parte dei Paesi ASEAN vorrebbe che queste iniziative guardino al di là dell’aspetto difensivo e che includano semmai incentivi alla cooperazione commerciale, infrastrutturale, digitale o ambientale. Su queste tematiche i Paesi asiatici hanno dimostrato di saper dialogare, come in occasione della chiusura del negoziato sulla RCEP nel 2020. Essere “pro Asia”, e non contro qualcuno: ecco la chiave.

UE-ASEAN, il Blue Book 2021 sul partenariato strategico

Associazione Italia-ASEAN pubblica il Blue Book 2021. Oltre cento pagine di analisi, prospettive e dati sulla cooperazione bilaterale

Lo scorso maggio, la missione europea nell’ASEAN e il segretariato dell’ASEAN hanno presentato l’EU-ASEAN Strategic Partnership Blue Book 2021. Il Blue Book è ormai giunto alla sua sesta edizione e la pubblicazione di quest’anno è incentrata sulla cooperazione nell’ambito della ripresa post-pandemica, la sicurezza, la cooperazione economica la crescita green e la sostenibilità ambientale. “Come partner strategici ci attendiamo una cooperazione sempre maggiore, volta a rafforzare la stabilità regionale e globale, ripristinare la fiducia nel libero scambio e lavorare insieme per uno sviluppo sostenibile dell’area”, ha dichiarato presentando il documento Lim Jock Hoi, Segretario Generale dell’ASEAN, esprimentro tra l’altro la speranza di “promuovere un accordo di libero scambio capace di contribuire in modo significativo alla crescita di entrambe le regioni”. Speranza ribadita dalla strategia UE sull’Indo-Pacifico comunicata solo pochi giorni fa. Nell’implementare più profonde relazioni economiche con l’ASEAN, l’UE si aspetta inoltre di consolidare i rapporti diplomatici e dare nuovo impulso al proprio soft power nel Sud-Est asiatico, andando ad inserirsi come uno dei pochi interlocutori internazionali di tipo democratico nella regione.

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La dimensione della sicurezza nei rapporti ASEAN-UE

Unione Europea e ASEAN sono i due progetti di integrazione più avanzati al mondo  e sono chiamate a collaborare sul tema della sicurezza per rafforzare il multilateralismo a livello globale

Come ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza. per la sicurezza Josep Borrell parlando della partnership UE-ASEAN, né l’Unione Europea né l’ASEAN sono pronte a diventare parte di sfere di influenza. Per questo è importante, secondo il punto di vista dell’Europa, promuovere una visione multilaterale del mondo. A seguito della decisione di UE e ASEAN di innalzare la collaborazione bilaterale al livello di partenariato strategico, Federica Mogherini, ex Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha commentato che questa decisione sottolinea come i due sistemi di integrazioni più avanzati e di più successo al mondo credano fermamente nel multilateralismo e in un ordine globale basato sulle leggi internazionali. Per rafforzare l’integrazione blocco-a-blocco, si cerca di incrementare anche la cooperazione sulla sicurezza. L’Unione Europea si è impegnata a svolgere una funzione di “Capacity building” nei confronti dei Paesi ASEAN e in questo ambito potrebbe anche condividere la sua “strategia sulla sicurezza marittima”. Infatti, negli ultimi anni, gli obiettivi di sicurezza condivisi tra UE e ASEAN si sono ampliati alla sicurezza marittima e alla lotta al terrorismo.

La sicurezza marittima e il rispetto del diritto del mare hanno un peso rilevante nelle relazioni tra l’Unione Europea e l’ASEAN. La stabilità nel mar Cinese meridionale è di vitale importanza per gli interessi economici dell’Unione Europea nella regione. Infatti, quasi il 40% del commercio estero dell’Unione Europea passa per quelle acque. Per questo, l’UE ha sempre favorito un dibattito costruttivo tra la Cina e i Paesi ASEAN interessati nelle dispute territoriali, al fine di trovare un Codice di Condotta efficace. Per il momento però non si è ancora trovato un accordo. Nell’ultimo “Brussels’ Indo-Pacific strategy paper” redatto dal Consiglio dell’Unione Europea in data 16 aprile 2021, viene scritto che il Consiglio dell’Unione osserva con preoccupazione le dinamiche che si sono create nell’Indo-pacifico e che hanno dato origine ad un’intensa competizione geopolitica, che si aggiunge alle crescenti tensioni sulle catene commerciali e di approvvigionamento nonché nelle aree tecnologiche, politiche e di sicurezza.  Nell’ultimo periodo sta aumentando anche la presenza militare europea nella regione. Fino a pochi mesi fa solo la Francia, tra i Paesi membri dell’Unione Europea, aveva navi militari nella zona, ma si è aggiunta ad agosto una nave militare tedesca, ufficialmente presente nella zona per una missione ONU di supervisione della Corea del Nord. Presto potrebbe essere il turno dei Paesi Bassi, mentre l’UE sta per rilasciare la sua strategia sull’Indo-Pacifico.

La dimensione della sicurezza nei rapporti tra Unione Europea e ASEAN si estende anche al commercio di tecnologie militari. Per esempio, dei circa 124 miliardi di investimenti annunciati dal Ministero della Difesa Indonesiano in cinque anni, che equivale a tre volte il budget stanziato normalmente da Giacarta, una buona parte è destinata a produttori difensivi europei. L’Indonesia ha infatti deciso di comprare 8 navi militari da Fincantieri, azienda cantieristica pubblica italiana impegnata nel settore navale. Di queste 8 navi militari, 6 saranno costruite ex-novo da Fincantieri mentre le altre due verranno rinnovate essendo navi “in pensione” della Marina Militare italiana. Come anche Fincantieri ha dichiarato, questo accordo non è solo vantaggioso da un punto di vista economico ma è anche di estrema importanza nell’ambito della collaborazione tra Italia e Indonesia in un’area strategica come  l’Asia Pacifico. Inoltre, sempre l’Indonesia ha deciso di comprare 36 caccia militari  della Francia. Molti stati Europei, infatti, vedono il Sud-Est asiatico come un mercato promettente per la vendita di armamenti e tecnologie militari.

Indo-Pacifico, l’UE cerca una sua via

Gli Stati Uniti annunciano un nuovo patto difensivo con Regno Unito e Australia. Anche Bruxelles rilancia la sua presenza nell’Indo-Pacifico

Editoriale a cura di Valerio Bordonaro, Direttore Associazione Italia-ASEAN

Le prime reazioni provenienti dall’Unione Europea in merito al nuovo patto di difesa Aukus sono state sostanzialmente negative. L’accordo riunisce Stati Uniti, Regno Unito e Australia nell’area dell’Indo-Pacifico e prevede la condivisione delle tecnologie in materia di sicurezza informatica, intelligenza artificiale, sistemi subacquei e capacità di attacco a lungo raggio e prevede di dotare Canberra di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare. Peter Stano, portavoce dell’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’UE, ha fatto sapere che Bruxelles non era stata avvertita preventivamente della decisione. A lamentarsi è stata soprattutto la Francia, visto che con la nascita di Aukus si è vista cancellare un contratto firmato nel 2019 per la fornitura all’Australia di 12 sottomarini convenzionali per un importo pari a 56 miliardi di euro. Il Ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian ha parlato di decisione “brutale”. Diversi funzionari comunitari fanno notare che si tratta, dopo il ritiro dall’Afghanistan, della seconda importante decisione strategica assunta da Washington senza consultare i partner europei. Da sottolineare anche la coincidenza di tempi tra l’annuncio dell’accordo trilaterale e l’attesa pubblicazione della strategia UE per l’Indo-Pacifico. Il documento, presentato dall’Alto rappresentante per la Politica estera Josep Borrell contiene molti spunti sull’area ASEAN. Si prevedono infatti la conclusione di accordi di partenariato e cooperazione (Pca) con Malaysia e Thailandia,  la valutazione di una possibile ripresa dei negoziati commerciali con Malaysia, Filippine e Thailandia e l’eventuale negoziazione di un accordo commerciale interregionale con l’intero blocco dei Paesi del Sud-Est asiatico. Si mira anche all’ampliamento della rete di partnership digitali con i partner indo-pacifici, nonché l’esplorazione della possibilità di nuove partnership digitali con Giappone, Corea del Sud e Singapore. Oltre a Quad e Aukus, l’UE può provare a ritagliarsi lo spazio per una presenza regionale con le sue specificità e votata alla cooperazione, non al contrasto. 

La tutela delle indicazioni geografiche UE in ASEAN

L’export dell’agrifood italiano in Asia vale milioni. Il modello UE di tutela delle indicazioni geografiche si sta diffondendo nel Sud-Est asiatico.

Prosecco, parmigiano reggiano, pecorino romano. I prodotti dell’agrifood italiano sono un indiscusso orgoglio nazionale. Le esportazioni di alimenti e bevande valevano quasi 38 miliardi di euro nel 2019, circa l’8% dell’export italiano. Non si tratta solo di una questione economica, però. Il cibo per noi è una cosa seria, tanto che a volte finiamo per scaldarci quando all’estero lo vediamo bistrattato o, addirittura, “usurpato” da aziende straniere. Questo nostro essere così suscettibili sul cibo sorprende le persone degli altri paesi – e diverte: Italians mad at food (italiani matti per il cibo) è un ricco filone di meme sui social mediainternazionali. Questo doppio valore del cibo, economico e simbolico, spinge l’Italia ad essere particolarmente attenta quando si tratta di difendere i propri prodotti alimentari attraverso il riconoscimento delle indicazioni geografiche (IIGG) a livello europeo. È proprio l’UE a occuparsi della regolamentazione e della tutela delle IIGG anche sui mercati esteri, inserendo dei capitoli appositamente dedicati nei suoi trattati di libero scambio, come avviene negli accordi con Singapore e Vietnam, per esempio.

Le IIGG rientrano nella più ampia categoria dei diritti di proprietà intellettuale, al fianco dei marchi e dei brevetti. I nomi dei prodotti registrati come indicazione geografica sono protetti dalle imitazioni e dall’uso improprio all’interno del mercato unico europeo. Ciascun nome registrato è legato a un territorio, ma anche a un metodo di produzione e a specifiche materie prime. Se le aziende desiderano vendere il proprio prodotto utilizzando il nome protetto dall’indicazione geografica, dovranno attenersi scrupolosamente alle regole di produzione registrate a livello europeo. Nel concreto, le IIGG diventano poi un marchio sull’etichetta di molti prodotti che troviamo sugli scaffali, a garanzia del legame tra quel prodotto e il suo territorio. Si tratta di una tutela legale definita sui generis: le IIGG forniscono una protezione diversa dai marchi commerciali ordinari. Altri ordinamenti, come quello statunitense, ricorrono proprio a quest’ultimo strumento per proteggere gli interessi economici dei produttori di una determinata area geografica. Il marchio che fa riferimento a una specifica provenienza geografica è di proprietà di un’azienda o di un consorzio e viene poi concesso da quell’azienda ad altri produttori. Per fare un esempio, il Parmigiano Reggiano è una indicazione geografica nell’ordinamento UE, mentre è un marchio registrato di proprietà del Consorzio omonimo negli USA. Questa differenza di tutela produce molte conseguenze e altrettante controversie. Entrambi gli strumenti sono compatibili con l’Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPS) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Nei Paesi ASEAN vengono utilizzati entrambi i tipi di tutela, anche se ormai la maggioranza degli Stati membri è passata al sistema sui generis. Utilizzare le IIGG per proteggere i prodotti alimentari, anziché il semplice marchio, rende anche più facile un’armonizzazione con il sistema di protezione UE. Bruxelles ha spinto per inserire un’apposita sezione dedicata alle IIGG nei due accordi di libero scambio conclusi rispettivamente con Singapore e Vietnam, portando i Partner a rafforzare la propria legislazione interna in materia e garantendo una tutela piena e reciproca dei nomi registrati. Il mutuo riconoscimento delle IIGG si realizza allegando una lista dei prodotti da proteggere agli Accordi: al momento della loro conclusione, l’accordo con Singapore proteggeva 196 IIGG europee, quello con il Vietnam 169 IIGG europee e 39 vietnamite. Queste liste possono essere poi aggiornate di comune accordo tra le parti. I negoziatori europei sono sempre molto agguerriti sulla questione IIGG, che riemerge con puntualità in ogni nuova trattativa sugli accordi commerciali. Non si tratta mai di un capitolo facile da affrontare. L’Europa riconosce un gran numero di indicazioni (oltre 3300), molto richieste dai consumatori e, quindi, imitate all’estero. Le controparti invece spesso non hanno un numero comparabile di IIGG da proteggere: è evidente la disparità numerica tra le liste dei prodotti tutelati nell’Accordo UE-Vietnam; ci accorgiamo subito che il numero dei soli prodotti italiani tutelati dall’Accordo è maggiore di quello dei prodotti vietnamiti – e dobbiamo poi inserire i prodotti di tutti gli altri Stati membri UE. I negoziatori della Commissione devono di volta in volta trovare un punto di incontro con i partner, magari facendo concessioni su altri capitoli dell’Accordo, e selezionare un numero limitato di IIGG europee “strategiche” per il mercato in questione con l’aiuto dei governi nazionali e dei consorzi dei produttori. I risultati della politica commerciale UE sono comunque soddisfacenti e favoriscono soprattutto quegli Stati membri che hanno delle IIGG molto rilevanti sul piano commerciale: Italia in primis, ma anche Francia, Spagna e Grecia, per fare degli esempi.

A volte la questione IIGG diventa un grande ostacolo per i negoziati: lo abbiamo visto nelle trattative per il TTIP (anche se non sono certo fallite solo per questo) e in quelle in corso con Australia e Nuova Zelanda. Alle differenze di tutela legale (sui generis vs marchio) si aggiungono interessi commerciali molto rilevanti. Al contrario, l’UE sembra aver avuto particolare fortuna con l’ASEAN, che ha interiorizzato la tutela delle IIGG tra i suoi obiettivi istituzionali e sta costruendo la propria capacity con l’aiuto di Bruxelles grazie al progetto ARISE+. Questo processo porterà prodotti pregiati di tutto il Sud-Est asiatico ad essere protetti efficacemente nei mercati ASEAN e in quello europeo – come, ad esempio, le differenti varietà di arabica indonesiana o il pepe nero del Sarawak dalla Malesia. Stiamo forse assistendo a una nuova manifestazione del cosiddetto Brussels effect, la capacità dell’UE di far circolare i suoi standard e imporli agli altri attori (privati e pubblici) dell’economia globale nei panni di una “superpotenza regolatrice”. L’UE sembra  ormai aver consolidato il suo modello di tutela delle IIGG come quello più rilevante a livello internazionale, anche attraverso la conclusione di un accordo storico con la Cina, che protegge i suoi prodotti d’eccellenza in un mercato fondamentale come quello cinese. È interessante osservare poi come il modello europeo non circoli in una sola direzione: proprio dai partner asiatici arrivano sempre più stimoli al regolatore europeo per estendere la tutela delle IIGG ai prodotti non-agricoli e ampliare le liste allegate ai vari accordi commerciali. La Commissione sta già studiando una riforma del sistema delle IIGG in questo senso e fra qualche anno potremmo vedere il marmo di Carrara e il vetro di Murano ricevere una tutela rafforzata nel mercato europeo, ma anche in quelli asiatici.

Ci sono però anche delle resistenze alla diffusione del modello europeo. Ad esempio, le aziende del settore lattiero-caseario di tutto il resto del mondo, in particolare statunitensi e australiane, guardano con fastidio alle mosse di Bruxelles nei mercati asiatici sulla questione IIGG. Questi produttori, a volte discendenti di immigrati italiani che hanno portato dall’Italia con sé e adattato il know-how tradizionale, ritengono che il sistema delle IIGG sia una forma di protezionismo surrettizio europeo, uno strumento per ostacolare la competizione nei Paesi con cui l’UE ha stretto accordi commerciali. I consorzi di queste aziende sono agguerriti quanto quelli europei e molto attivi nel persuadere i propri governi a reagire all’accerchiamento del sistema delle indicazioni UE e garantire il diritto all’utilizzo commerciale dei “nomi comuni” (parmesan, gorgonzola, chardonnaybologna sausage, etc.). La battaglia è aperta e si combatte senza esclusione di colpi. Non è casuale che i dazi statunitensi dell’epoca Trump colpissero soprattutto i prodotti alimentari italiani e UE che godono di maggiore tutela nei mercati dei Paesi terzi. O che i consorzi di entrambi i lati a volte abbiano firmato quelli che sembrano “accordi di non belligeranza”. L’UE non intende tirarsi indietro e cercherà sicuramente di ottenere una tutela quanto più ampia possibile per le IIGG di entrambe le parti nell’Accordo che sta negoziando con l’Indonesia.