Asean

I maxi accordi commerciali proteggono l’ASEAN dai dazi

RCEP e CPTPP stanno offrendo alle economie dell’Asia-Pacifico un’importante rete di protezione contro il ritorno del protezionismo di Donald Trump. Pur senza annullarne gli effetti, i due grandi accordi di libero scambio favoriscono la diversificazione dei mercati, rafforzano le catene regionali del valore e riducono la dipendenza dall’export verso gli Stati Uniti

Di Tommaso Magrini

Il ritorno dei dazi voluti nel 2025 dall’amministrazione Trump ha riacceso i timori di una nuova fase di tensioni commerciali globali. Ma, rispetto al passato, molti Paesi dell’Asia si presentano oggi meglio attrezzati per assorbire gli shock grazie alla crescente integrazione economica regionale. A fare da scudo sono soprattutto i due grandi accordi commerciali dell’Asia-Pacifico: il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP).

Negli ultimi anni i due trattati hanno contribuito a creare una rete di scambi sempre più fitta tra le economie asiatiche, favorendo la diversificazione dei mercati di sbocco proprio mentre Washington tornava a fare ricorso ai dazi come strumento di politica economica. Pur continuando a considerare gli Stati Uniti un mercato fondamentale, molte imprese della regione possono oggi contare su un bacino commerciale molto più ampio rispetto a quello disponibile durante la prima guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Il RCEP, entrato in vigore nel 2022, riunisce i dieci Paesi dell’ASEAN insieme a Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Con circa il 30% del PIL mondiale e della popolazione globale, rappresenta il più grande accordo commerciale del pianeta. Oltre alla progressiva riduzione dei dazi, il trattato semplifica le regole di origine, consentendo alle aziende di costruire filiere produttive distribuite tra diversi Paesi membri senza perdere i benefici tariffari.

Il CPTPP, pur coinvolgendo un numero inferiore di economie, è invece considerato un accordo più avanzato dal punto di vista normativo. Include standard elevati su investimenti, servizi, commercio digitale, proprietà intellettuale e imprese statali, favorendo una più profonda integrazione economica tra i membri. Secondo diversi studi, il CPTPP garantisce una liberalizzazione commerciale più ampia rispetto al RCEP, mentre quest’ultimo punta soprattutto ad ampliare il commercio regionale attraverso una maggiore flessibilità.

La conseguenza è che molte aziende asiatiche stanno progressivamente riorganizzando le proprie catene di fornitura. Piuttosto che esportare direttamente negli Stati Uniti, aumentano gli scambi all’interno della regione, rafforzando un mercato interno sempre più dinamico. Allo stesso tempo, la presenza di regole comuni incentiva nuovi investimenti produttivi nei Paesi ASEAN, che continuano ad attrarre aziende impegnate nella diversificazione delle filiere globali.

Questo non significa che i dazi americani siano privi di effetti. Settori fortemente orientati all’export verso gli Stati Uniti, come elettronica, componentistica e manifattura, continuano a risentire dell’aumento delle barriere commerciali. Tuttavia, rispetto al passato, il peso degli shock viene attenuato dalla possibilità di riallocare parte della produzione e delle esportazioni verso altri mercati regionali.

La crescente integrazione asiatica rappresenta inoltre una risposta strategica all’incertezza della politica commerciale americana. Negli ultimi anni i governi della regione hanno accelerato la firma di accordi economici, digitali ed energetici, puntando a costruire un sistema commerciale meno dipendente da un singolo partner e più resiliente agli shock geopolitici.

In prospettiva, la competizione commerciale tra Washington e Pechino rischia quindi di produrre un effetto inatteso: rafforzare ulteriormente l’integrazione economica asiatica. Se gli Stati Uniti continuano a privilegiare un approccio bilaterale fondato su dazi e negoziati caso per caso, molti Paesi dell’Asia sembrano invece scommettere sul regionalismo e sulla costruzione di un mercato comune sempre più interconnesso. Una scelta che non elimina le conseguenze del protezionismo americano, ma ne riduce significativamente l’impatto e contribuisce a spostare il baricentro del commercio mondiale sempre più verso l’Indo-Pacifico.

Dopo Hormuz, UE e ASEAN alla ricerca dell’autonomia agricola

La crisi dello Stretto ha messo in luce la vulnerabilità sulle importazioni di fertilizzanti, essenziali per la sicurezza alimentare. Di fronte ai rischi per le catene di approvvigionamento, i due blocchi stanno adottando strategie diverse per ridurre le dipendenze esterne

Di Alessandro Forte

Sin dallo scoppio del conflitto in Iran, uno dei maggiori argomenti dibattuti dai media internazionali è stato il blocco di transito dello Stretto di Hormuz e i rischi legati all’interruzione delle catene di approvvigionamento energetico per diversi attori nazionali. I Paesi del Golfo hanno storicamente fatto del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto (GNL) gli assi nella manica della propria produzione domestica, creando negli anni una fitta rete di esportazioni che ha costituito, in ordine, le fondamenta della propria rilevanza geopolitica e la dipendenza strategica di una buona parte dei Paesi del mondo, a partire dal continente europeo. 

Tuttavia, se è vero che l’energia è il cardine di questa crisi internazionale, molto meno discusso, ma di primaria importanza, è il tema dei fertilizzanti, una risorsa decisamente più silenziosa che garantisce la sicurezza alimentare mondiale. Anche in questo caso i Paesi mediorientali ne sono protagonisti, e la maggior parte dei flussi commerciali che coinvolgono il trasporto di fertilizzanti passa – o meglio, passava – attraverso lo Stretto di Hormuz. Oggi, invece, le rotte commerciali sono state largamente interrotte, minacciando la sicurezza agricola di due blocchi regionali su cui è necessario porre particolare attenzione: l’Unione Europea e l’ASEAN.  

Da un lato, Bruxelles sconta una vulnerabilità strutturale, con un valore di import di fertilizzanti pari a circa 9 miliardi di euro nel 2025. Andando più a fondo, queste importazioni si articolano in gradi di dipendenza diversi a seconda del tipo di prodotto preso in esame, o delle materie prime necessarie alla sua produzione: guardando al concime azotato, ad esempio, circa il 30% viene importato, e aumentarne la produzione domestica richiederebbe processi ad alta intensità energetica, traducendosi in una domanda maggiore di gas naturale liquefatto – un cane che si morde la coda. Se si analizza invece il comparto dei fertilizzanti fosfatici, il 70% della produzione dipende dall’importazione di fosforite, una roccia sedimentaria che si distribuisce in pochi Paesi al di fuori dell’Unione, evidenziando un’ulteriore esposizione strategica. A complicare questo mosaico, i prezzi dei fertilizzanti schizzano vertiginosamente, con una crescita del costo di concime azotato pari al 71% rispetto al suo prezzo medio nel 2024. Sebbene, ad oggi, non si possa parlare di mancanza di rifornimenti, la volatilità delle dipendenze europee evidenzia un forte rischio per il prossimo futuro.

Dall’altro lato, lo scossone geopolitico di Hormuz non risparmia nemmeno i Paesi ASEAN, con un settore agricolo che costituisce il 9,6% del PIL regionale, e una dipendenza dalle importazioni di fertilizzanti chimici pari a più dell’82%. In questo quadro, interessante è il ruolo della Cina, uno dei maggiori esportatori nel Sudest asiatico, la cui presa sulle economie ASEAN si fa man mano più stretta: nel primo quadrimestre del 2026, il Vietnam ha importato più della metà dei fertilizzanti dalla Repubblica Popolare Cinese; le Filippine, dal canto loro, vivono uno scenario ancora più drastico, con il 75% dei propri fertilizzanti importati dalla Cina, e una produzione domestica praticamente assente. Tale cornice di subordinazione, poi, si complica ulteriormente a seguito del conflitto in Iran: per proteggere il mercato interno dal divario fra prezzi domestici e internazionali e dal rincaro del GNL, Pechino ha infatti imposto un congelamento che colpisce circa l’80% del proprio export di fertilizzanti, un duro colpo per la stabilità delle catene di approvvigionamento dell’intera regione.

Di tutta risposta, i due blocchi hanno adottato strategie più o meno concrete, la cui efficacia è ancora da verificare. Il 19 maggio, l’Unione Europea ha lanciato il Fertiliser Action Plan, un’iniziativa che punta ad erogare un immediato contributo finanziario alle attività agricole più in difficoltà, rafforzare la coesione tra governi e industrie dell’Unione, e supportare progetti di produzione di biometano e biogas per ridurre le dipendenze dal GNL straniero. Contestualmente, il Consiglio dell’UE ha deliberato una sospensione annuale delle tariffe doganali sui concimi azotati, puntando ad abbattere i costi per gli agricoltori e ridurre le dipendenze da Russia e Bielorussia, dato che la decisione esclude i prodotti importati da questi Paesi. Lato ASEAN, data la conformazione strutturalmente diversa dell’organizzazione regionale, la risposta è meno coesa, ma anche meno burocratica. Le Filippine si fanno portavoce di iniziative bilaterali, portando avanti un dialogo con la Cina per risolvere l’urgenza del proprio approvvigionamento, mentre importanti industrie di Indonesia, Malesia e Brunei creano la Southeast Asia Fertiliser Association (SEAFA), una forma di associazionismo volta a rafforzare la collaborazione fra produttori di fertilizzanti nel Sudest asiatico, favorire la condivisione di know-how, e rilanciare la propria competitività a livello globale. 

In definitiva, risulta difficile prevedere se tali iniziative saranno sufficienti a garantire la stabilità dei due blocchi regionali nel medio periodo. Eppure, una certezza emerge con chiarezza: al di là delle crisi operative, le vulnerabilità di fondo si riducono, inevitabilmente, alle stesse identiche necessità strutturali. L’Unione Europea ha bisogno di una reale autonomia strategica per non rimanere ostaggio dei propri paradossi energetici; i Paesi ASEAN, invece, devono accelerare sulla diversificazione dei propri fornitori, uscendo dalla morsa asimmetrica dei monopoli di vicinato. La sicurezza alimentare, in ultima analisi, si fa termometro della stabilità strategica globale.

Nuove opportunità per l’aviazione del Sud-Est asiatico

La crisi in Medio Oriente e le crescenti difficoltà operative per gli hub del Golfo stanno creando nuovo spazio per il settore aeronautico dei Paesi ASEAN, in un contesto di forte crescita della domanda regionale

Di Tommaso Magrini

La crisi che negli ultimi mesi ha investito il Medio Oriente sta ridisegnando le mappe del trasporto aereo globale. Per decenni aeroporti come Dubai, Doha e Abu Dhabi hanno rappresentato il fulcro delle connessioni tra Europa, Asia e Africa, consentendo alle compagnie del Golfo di costruire modelli di business fondati sul traffico di transito intercontinentale. Oggi, però, l’instabilità geopolitica, le chiusure temporanee di spazi aerei e l’aumento dei costi operativi stanno spingendo compagnie e passeggeri a cercare rotte alternative, creando nuove opportunità per il settore aeronautico del Sud-Est asiatico.

Con la crisi, migliaia di voli sono stati cancellati o riprogrammati, mentre molte compagnie hanno dovuto evitare le tradizionali rotte che attraversano il Medio Oriente. Il risultato è stato un aumento dei tempi di percorrenza, dei consumi di carburante e dei costi operativi. L’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) ha rivisto drasticamente al ribasso le prospettive di profitto del settore per il 2026, indicando il carburante come la principale fonte di pressione sui bilanci delle compagnie aeree.

In questo contesto, il Sud-Est asiatico si sta proponendo come una delle principali aree beneficiarie della riorganizzazione delle reti globali. Hub come Singapore, Kuala Lumpur, Bangkok e Ho Chi Minh City stanno rafforzando il proprio ruolo di piattaforme di collegamento tra Asia orientale, Oceania ed Europa. Le compagnie della regione stanno investendo nell’espansione delle flotte e nell’apertura di nuove rotte, approfittando della crescente domanda di collegamenti che evitino le aree più instabili del Medio Oriente.

Il fenomeno si inserisce inoltre in una dinamica strutturale favorevole. L’Asia-Pacifico continua a essere il mercato dell’aviazione più dinamico del mondo, con oltre 588 milioni di posti programmati nel secondo trimestre del 2026 e una crescita costante della domanda passeggeri. Paesi come Vietnam, Thailandia, Indonesia e Malesia stanno registrando un forte aumento della mobilità interna e internazionale, sostenuto dall’espansione della classe media e dalla crescita del turismo regionale.

Anche le principali compagnie low-cost dell’area stanno accelerando i propri piani di sviluppo. AirAsia, ad esempio, ha annunciato importanti programmi di espansione regionale e nuovi ordini di aeromobili destinati a rafforzare la propria presenza nei mercati ASEAN e Asia-Pacifico. Parallelamente, governi e operatori stanno investendo negli aeroporti, nei servizi di manutenzione e nelle infrastrutture logistiche per consolidare il ruolo della regione come nuovo baricentro dell’aviazione globale.

Ciò non significa che il settore sia immune dai rischi. L’aumento del prezzo del carburante continua a rappresentare una minaccia significativa e alcune compagnie della regione hanno già dovuto ridurre frequenze o sospendere collegamenti meno redditizi. Rispetto ai vettori maggiormente dipendenti dagli hub del Golfo, gli operatori del Sud-Est asiatico dispongono però di un vantaggio strategico: la possibilità di intercettare una quota crescente dei flussi di traffico che stanno cercando nuove rotte e nuovi punti di connessione. La regione si sta così candidando a diventare non solo il principale mercato della domanda aerea globale, ma anche uno dei nuovi snodi strategici della connettività internazionale.

L’ASEAN al centro dello Shangri-La Dialogue

Il vertice di Singapore ha mostrato un Sud-Est asiatico determinato a non essere soltanto il teatro della competizione tra potenze. L’obiettivo comune è preservare un ordine internazionale basato su regole condivise, evitare la formazione di blocchi contrapposti e ritagliarsi un ruolo più attivo

Di Tommaso Magrini

Per anni lo Shangri-La Dialogue è stato raccontato soprattutto attraverso la lente della competizione tra Stati Uniti e Cina. Anche nel 2026, a Singapore, il confronto tra le due superpotenze ha dominato gran parte dell’attenzione mediatica. Eppure, osservando da vicino il dibattito emerso durante i tre giorni del principale forum sulla sicurezza dell’Asia-Pacifico, è emerso un altro protagonista: il Sud-Est asiatico. In un contesto caratterizzato dall’incertezza sulla tenuta dell’impegno americano, dall’assenza per il secondo anno consecutivo del ministro della Difesa cinese e da una crescente frammentazione dell’ordine internazionale, i rappresentanti dell’ASEAN hanno cercato di trasmettere un messaggio comune: la regione non vuole scegliere tra Washington e Pechino, ma pretende che entrambe contribuiscano alla stabilità regionale in modo responsabile.

La frase pronunciata dal ministro della Difesa malese Mohamed Khaled bin Nordin rappresenta forse meglio di qualsiasi altra la prospettiva della regione. “Ci era stato detto che le regole contano, che gli impegni contano e che le norme internazionali si sarebbero applicate in modo uguale a tutte le nazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni e dal loro potere. Oggi, però, trattati, principi umanitari e impegni internazionali vengono ignorati e interpretati in modo selettivo ogni volta che non si allineano agli interessi geopolitici”, ha detto il ministro malese.

Per molti Paesi dell’ASEAN, il problema non è soltanto la competizione tra grandi potenze, ma la crescente percezione che le regole internazionali vengano applicate in modo selettivo. In un contesto nel quale i Paesi medio-piccoli dipendono dall’apertura commerciale, dalla libertà di navigazione e dalla prevedibilità delle relazioni internazionali, il deterioramento dell’ordine multilaterale viene percepito come una minaccia diretta.

Da qui deriva anche la centralità attribuita all’ASEAN come piattaforma di dialogo. Nel corso del Dialogo, numerosi leader regionali hanno insistito sul fatto che il Sud-Est asiatico non deve trasformarsi in un’arena di confronto tra blocchi rivali. È un tema ricorrente nella diplomazia della regione, ma che nel 2026 ha assunto una rilevanza particolare a causa delle incertezze create dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e dalla ridefinizione delle priorità strategiche americane.

Anche per questo ha assunto un significato particolare uno dei concetti pronunciati dal Presidente vietnamita To Lam: “L’Asia-Pacifico è uno spazio aperto e tutti i Paesi che hanno interessi legittimi possono svolgere un ruolo nel contribuire alla sua pace, stabilità e sviluppo. Ciò che la regione cerca non è né la semplice presenza né l’assenza di una qualsiasi grande potenza. Ciò che cerca è un impegno responsabile”.

Dietro queste parole c’è una posizione che accomuna gran parte del Sud-Est asiatico. I governi della regione non chiedono un disimpegno degli Stati Uniti, né una marginalizzazione della Cina. Al contrario, riconoscono l’importanza di entrambe le potenze per la stabilità e la prosperità regionale. Ciò che chiedono è prevedibilità, moderazione e responsabilità.

In questo scenario, Singapore ha offerto una delle riflessioni più interessanti. Il ministro della Difesa Chan Chun Sing ha affrontato direttamente il tema della percezione della potenza: “Quanto più siamo potenti, tanto maggiore è lo sforzo che dobbiamo compiere per rassicurare gli altri, perché in ultima analisi, nel settore della difesa, le persone non guardano soltanto alle capacità. Guardano anche alle intenzioni”.

La frase coglie uno dei nodi centrali del dibattito regionale. Il problema non riguarda soltanto le capacità militari di una potenza, ma anche le intenzioni che gli altri le attribuiscono. Per questo motivo Singapore continua a promuovere una diplomazia basata sulla trasparenza, sulla costruzione della fiducia e sulla gestione preventiva delle crisi.

In generale, lo Shangri-La Dialogue 2026 ha mostrato un Sud-Est asiatico meno disposto a essere considerato un semplice teatro della rivalità tra grandi potenze. Vietnam, Singapore, Malesia, Filippine e altri Paesi dell’ASEAN hanno cercato di proporre una propria agenda: difesa del multilateralismo, rifiuto della logica dei blocchi, rafforzamento delle regole internazionali e gestione responsabile della competizione strategica.

È ancora difficile dire se questa visione riuscirà a influenzare concretamente l’evoluzione dell’ordine regionale. Ma il messaggio emerso da Singapore è stato chiaro: il futuro della del Sud-Est asiatico non deve essere deciso da altri.

ASEAN, la nuova frontiera dei minerali critici

Mentre la Cina continua a dominare il settore delle terre rare, Vietnam, Malaysia e Thailandia stanno emergendo come nuovi attori strategici nelle catene globali del settore. Anche l’Europa cerca accordi coi paesi ASEAN

Articolo di Lara Tarantino

Quando parliamo di terre rare il pensiero va immediatamente alla Cina, ma esiste in realtà una schiera di paesi che, lontano dai riflettori, sta guadagnando terreno nel settore. In particolare, Vietnam, Malaysia e Thailandia sono oggi i protagonisti di una profonda ridefinizione delle catene di approvvigionamento di minerali critici, spinta in particolare dalle tensioni commerciali tra Washington e Pechino e dai nuovi accordi strategici siglati nell’autunno del 2025 con gli Stati Uniti. Ma procediamo con ordine: quali sono le risorse che rendono questi paesi dei tasselli così preziosi nello scacchiere minerario globale?

Il Vietnam spicca come il secondo paese al mondo per depositi di terre rare: secondo le stime dello U.S. Geological Survey (USGS), i suoi 22 milioni di tonnellate rappresentano esattamente la metà del patrimonio cinese. Sebbene la produzione sia ancora agli inizi, i dati di Eco-Business e FULCRUM di aprile 2025 parlano di circa 600 tonnellate annue: il margine di crescita è enorme. Il governo di Hanoi, come riportato da un piano citato da Reuters, punta infatti a portare l’output a due milioni di tonnellate entro il 2030.

Il vero punto di forza di Hanoi è però il tungsteno. I dati USGS confermano che il Vietnam, con 3.000 tonnellate nel 2025, è ormai il secondo produttore mondiale. Il cuore di questa attività è la miniera di Nui Phao, gestita dalla società privata Masan High-Tech Materials. Come spiega The Investor, l’impianto non si limita all’estrazione di tungsteno, fluorite, bismuto e rame, ma trasforma il tungsteno in materiali avanzati per semiconduttori e sistemi aerospaziali. A questo si aggiungono le enormi riserve di bauxite, che secondo Vietnam Briefing sfiorano i 5,8 miliardi di tonnellate, un quinto delle risorse mondiali.

La Malaysia risponde con oltre 16 milioni di tonnellate di riserve e una particolarità geologica non da poco: le sue miniere sono ricche di terre rare pesanti, vitali per la difesa. Ma il vero asso nella manica di Kuala Lumpur è la raffinazione. Il paese ospita il Lynas Advanced Materials Plant, il più grande impianto di lavorazione di terre rare pesanti fuori dalla Cina. I progressi sono rapidi: a metà 2025 la società Lynas ha annunciato la prima produzione commerciale di ossido di disprosio “non cinese”, e pochi mesi dopo ha stanziato 180 milioni di dollari per un’ulteriore espansione. Il tutto è protetto da una strategia politica precisa: dal 2024 vige una moratoria sulle esportazioni di minerale grezzo, obbligando i partner a lavorare i materiali direttamente in territorio malese.


La Thailandia presenta invece un profilo anomalo rispetto ai suoi vicini: le riserve sono modeste, circa 4.500 tonnellate secondo i dati USGS aggiornati a gennaio 2024, ma la sua posizione nella catena produttiva globale è tutt’altro che marginale. Secondo il Krungsri Research Institute, nel paese non esiste estrazione commerciale di terre rare. Le aziende locali, tra cui Sakorn Minerals nella provincia di Prachuap Khiri Khan e Ratanarungsiwat a Phang Nga, operano nella cosiddetta beneficiation: importano minerale grezzo, separano le componenti contenenti terre rare dagli altri materiali e riesportano il concentrato verso paesi in grado di raffinarlo ulteriormente. È questa attività di lavorazione intermedia a spiegare perché l’USGS collochi la Thailandia al quarto posto mondiale per produzione di terre rare nel 2024, con 13.000 tonnellate di ossidi equivalenti. I depositi di terre rare si trovano prevalentemente nelle province occidentali del paese, da nord a sud: Chiang Rai, Mae Hong Son, Kanchanaburi, Prachuap Khiri Khan, Chumphon, Ranong, Phang Nga e Surat Thani, secondo il Dipartimento delle Risorse Minerarie thailandese.

Ma queste risorse, per quanto vaste, non restano confinate nel sottosuolo. I giacimenti sono anche asset in quella che viene definita “diplomazia dei minerali critici”. Un esempio concreto è arrivato con il tour asiatico di Donald Trump dello scorso ottobre. Durante la sua visita a Kuala Lumpur, Washington ha siglato accordi cruciali che impegnano la Malaysia a garantire l’accesso agli investimenti statunitensi in cambio di cooperazione tecnologica e meccanismi di protezione dei prezzi. Nello stesso giorno, intese analoghe sono state raggiunte con la Thailandia e il Vietnam. Anche il fronte europeo si è attivato per ridurre la dipendenza da Pechino con il lancio del piano RESourceEU nell’ottobre 2025. L’UE sta iniziando così a negoziare accordi di libero scambio con Malaysia, Thailandia e Filippine. Questa è una mossa che Bruxelles ritiene necessaria per dare concretezza ai suoi target: il Critical Raw Materials Act impone infatti di raggiungere entro il 2030 una quota di raffinazione domestica pari al 40% del consumo annuo. Un traguardo ambizioso che passa inevitabilmente per le raffinerie e le miniere della “via asiatica”.

Come attrarre investimenti strategici

A cura di Giovanni Savini, Direttore Generale Unità di Missione per l’Attrazione e lo Sblocco degli Investimenti (UMASI), Ministero delle Imprese e del Made in Italy

Nel contesto economico globale attuale, caratterizzato da profonde trasformazioni geopolitiche, tecnologiche e industriali, la capacità dei Paesi di attrarre investimenti produttivi di qualità non dipende più soltanto da fattori tradizionali. In questo scenario, la Pubblica Amministrazione è chiamata a svolgere un ruolo decisivo: non più mero apparato regolatorio, ma partner attivo dello sviluppo economico e industriale.

È in questa prospettiva che si colloca l’azione della Unità di Missione per l’Attrazione e lo Sblocco degli Investimenti (UMASI), istituita presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy con l’obiettivo di facilitare, accelerare e coordinare i procedimenti amministrativi relativi a investimenti di rilevante impatto economico e strategico per il Paese. UMASI rappresenta un cambio di paradigma nella governance pubblica degli investimenti: un modello operativo fondato sull’integrazione tra livelli di governo e sull’utilizzo coerente degli strumenti di semplificazione previsti dall’ordinamento.

Ѐ stata redatta un’analisi che offre una ricostruzione puntuale e documentata dell’evoluzione recente delle politiche italiane in materia di attrazione degli investimenti, con particolare attenzione agli strumenti introdotti a partire dal 2022, tra cui l’articolo 13 del decreto-legge n. 104 del 2023 e il rafforzamento dei poteri sostitutivi e commissariali. Attraverso l’analisi di casi concreti – che spaziano dai semiconduttori alle biotecnologie, dall’acciaio ai data center – il contributo dimostra come la semplificazione amministrativa, se attuata in modo consapevole e responsabile, possa produrre risultati tangibili e rafforzare la credibilità del sistema Paese nei confronti degli investitori internazionali, compresi quelli dell’area ASEAN.

Al tempo stesso, il lavoro non elude una riflessione critica di fondo: le procedure straordinarie non possono e non devono diventare la regola. Il vero obiettivo di una moderna politica industriale è il miglioramento strutturale dei procedimenti ordinari, affinché rapidità, prevedibilità e coordinamento interistituzionale diventino elementi sistemici dell’azione amministrativa. Solo così l’Italia potrà consolidare nel lungo periodo i risultati raggiunti e competere stabilmente nei nuovi equilibri della geografia industriale europea e globale.

Clicca qui per leggere l’analisi completa.

Cina e ASEAN rafforzano l’asse finanziario

Tre fondi sovrani lanciano una nuova piattaforma di investimento tra Pechino e Sud-est asiatico per sostenere industria, tecnologia e catene globali del valore. L’iniziativa riflette il ruolo sempre più centrale dell’ASEAN nella nuova geografia economica globale

Di Tommaso Magrini

La nascita di una nuova piattaforma di investimento tra Cina e ASEAN, sostenuta da grandi fondi sovrani e già dotata di una prima raccolta significativa di capitali, rappresenta un segnale importante delle trasformazioni in atto nell’economia globale. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche, riorganizzazione delle catene del valore e crescente competizione tra blocchi economici, il rafforzamento dei legami finanziari e industriali tra Pechino e il Sud-Est asiatico assume un significato che va ben oltre la semplice dimensione economica.

Il progetto, noto come Galaxy Orientis China–ASEAN Investment Platform, nasce dall’iniziativa congiunta di tre grandi fondi sovrani: la China Investment Corporation, l’Indonesia Investment Authority e il fondo petrolifero dell’Azerbaigian. Si tratta di attori che, per natura e funzione, operano al crocevia tra finanza e strategia nazionale, utilizzando capitali pubblici per perseguire obiettivi economici di lungo periodo e, al tempo stesso, interessi geopolitici più ampi. 

La piattaforma ha già raggiunto una prima chiusura di circa 520 milioni di dollari, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 1 miliardo. La logica alla base dell’iniziativa è chiara: intercettare le opportunità generate dalla crescente integrazione economica tra Cina e ASEAN e dalla riconfigurazione delle catene di approvvigionamento. Negli ultimi anni, molte imprese hanno iniziato a diversificare la produzione verso il Sud-Est asiatico, sia per ridurre la dipendenza dalla Cina sia per sfruttare i vantaggi competitivi della regione. Questo processo rappresenta una vera e propria ristrutturazione del sistema industriale globale, in cui l’ASEAN si sta affermando come uno dei poli più dinamici.

In questo scenario, la piattaforma si propone di canalizzare capitali verso settori considerati strategici per questa trasformazione: industria, tecnologia, sanità, consumi e servizi avanzati. L’obiettivo non è solo ottenere rendimenti finanziari, ma contribuire alla creazione di valore nel lungo periodo, sostenendo imprese e progetti capaci di rafforzare i legami economici tra Cina e Sud-Est asiatico.

Un elemento particolarmente significativo è la natura sovrana e congiunta dell’iniziativa. Non si tratta di un fondo tradizionale, ma di una piattaforma governata direttamente da investitori pubblici, che riflette una crescente tendenza alla cooperazione tra fondi sovrani. La partecipazione dell’Indonesia evidenzia anche il ruolo crescente dei Paesi ASEAN non solo come destinatari di capitali, ma come partner attivi nella definizione delle strategie di investimento. Giacarta, in particolare, punta a utilizzare questa piattaforma per attrarre capitali, competenze e tecnologie, rafforzando il proprio posizionamento come hub industriale e logistico della regione.

Allo stesso tempo, per la Cina, l’iniziativa rappresenta un ulteriore tassello di una strategia più ampia volta a consolidare la propria presenza economica nel Sud-Est asiatico. Nel complesso, la creazione di questa piattaforma segnala un cambiamento più ampio nella natura degli investimenti globali. Non si tratta più soltanto di allocare capitale dove i rendimenti sono più elevati, ma di costruire ecosistemi economici integrati, in cui finanza, industria e diplomazia si intrecciano. In un mondo sempre più frammentato, iniziative come questa mostrano come la globalizzazione non stia scomparendo, ma stia cambiando forma. 

Le misure dei Paesi ASEAN per sostenere le nascite

Anche alcuni governi del Sud-Est asiatico stanno affrontando sfide demografiche cruciali: il Vietnam ha abolito il limite di due figli per invertire il calo delle nascite e sostenere la forza lavoro futura, mentre l’Indonesia cerca un equilibrio tra fertilità e crescita economica nelle diverse regioni dell’arcipelago

Di Tommaso Magrini

Negli ultimi anni, diverse nazioni dell’Asia stanno abbandonando o riformando le politiche demografiche basate su limiti al numero di figli, mossi da crescenti preoccupazioni per il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione e le implicazioni economiche di bilanci sempre più squilibrati tra giovani e anziani. Per decenni, alcuni Paesi della regione avevano spinto le famiglie ad avere uno o due figli. Ora stanno ripensando tali approcci per contrastare un trend di natalità in caduta libera. 

Uno degli esempi più concreti di questo cambio di paradigma è il Vietnam, che nel 2025 ha ufficialmente abolito il suo storico limite di due figli per famiglia. Introdotta alla fine degli anni ’80 per contenere una crescita demografica percepita come troppo rapida, la politica aveva contribuito ad abbattere il tasso di fecondità nazionale. La legge — che in passato veniva applicata con rigore soprattutto ai membri del Partito Comunista e ai dipendenti pubblici — aveva portato il tasso di fecondità totale (TFR) a circa 1,91 figli per donna nel 2024, ben al di sotto del livello di sostituzione di circa 2,1. Per contrastare questa tendenza, Hanoi ha ora smantellato i limiti e sta parallelamente rafforzando misure di sostegno alla famiglia, come estensioni dei congedi parentali, miglior accesso alle cure prenatali e incentivi economici locali per le coppie con bambini, nella speranza di rendere più attraente la scelta di avere figli.

La decisione di Hanoi riflette una preoccupazione crescente per l’invecchiamento della popolazione e per il potenziale impatto economico di un ridotto bacino di forza lavoro. La cosiddetta “popolazione d’oro” — ovvero il periodo in cui le persone in età lavorativa superano nettamente quelle dipendenti — è prevista terminare entro il 2039, con conseguenze significative sui servizi sociali, sui sistemi pensionistici e sulla capacità di sostenere una crescita economica robusta a lungo termine. 

L’Indonesia ha storicamente implementato un robusto programma di pianificazione familiare, grazie al quale il TFR è passato da valori molto elevati negli anni ’70 (oltre 5 figli per donna) a circa 2,1‑2,2 nel 2025, allineandosi al livello di sostituzione demografica. Tuttavia le dinamiche sono complesse e molto variegate tra regioni: aree urbane come Jakarta mostrano tassi di fertilità più bassi, mentre in alcune province rurali restano più alti.

Il governo indonesiano ha riconosciuto che la natalità eccessivamente bassa in alcune aree — insieme a pressioni su alloggi, mercato del lavoro e costi di vita — può influire negativamente sulla capacità di sfruttare appieno il proprio “dividendo demografico”, ovvero il vantaggio economico derivante da un’ampia popolazione in età lavorativa. Per questo le politiche nazionali si stanno orientando verso un equilibrio più attento tra stabilità demografica, accesso a servizi di pianificazione familiare e supporto alle famiglie moderne. Il quadro politico, infatti, non punta più semplicemente al controllo delle nascite, ma a preservare una struttura demografica equilibrata e sostenibile, evitando sia la crescita eccessiva sia un potenziale declino futuro.

La tendenza ad abbandonare le politiche dei due figli in Asia segna un’unica transizione storica da controlli demografici volti a contenere la crescita verso misure volte a prevenirne il collasso. Il successo di queste nuove strategie dipenderà non solo dalle riforme legislative, ma anche da interventi integrati su welfare familiare, mercato del lavoro e costi di vita, per creare condizioni in cui le famiglie si sentano davvero supportate nel fare figli.

Nel 2026 l’ASEAN continuerà a crescere

Nonostante i dazi e le turbolenze internazionali, il Sud-Est asiatico continua a crescere nel 2025 e nel 2026. E per il futuro può puntare a un modello a elevata sostenibilità

Di Tommaso Magrini

Negli ultimi mesi, l’Asia — e in particolare i Paesi in via di sviluppo nella regione Asia-Pacifico — hanno mostrato una notevole resilienza economica in un contesto globale segnato da forti tensioni commerciali, guerre tariffarie, pressioni inflazionistiche e instabilità geopolitica. Un segnale importante di questa capacità di tenuta viene da un aggiornamento delle proiezioni pubblicato di recente da Asian Development Bank (ADB), che ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita per il 2025. 

In particolare, l’ADB prevede che le economie in “developing Asia and the Pacific” — ovvero l’insieme di economie in via di sviluppo della regione, tra cui molti paesi ASEAN — crescano del 5,1% nel 2025. Questo dato rappresenta un aumento rispetto alla previsione di settembre 2025, in quella che viene considerata una mossa significativa alla luce delle tensioni globali attuali. Per il 2026, la crescita attesa è leggermente più moderata ma comunque solida, stimata intorno al 4,6%. 

Queste stime riviste al rialzo arrivano in un momento in cui molti osservatori internazionali — e non soltanto l’ADB — avevano messo in guardia sul possibile “atterraggio brusco” per le economie asiatiche, a causa di un cocktail di fattori sfavorevoli: da una parte la crescente instabilità del commercio globale e l’impatto delle nuove tariffe sui flussi commerciali; dall’altra, la debolezza strutturale di alcune grandi economie, con una domanda interna spesso incerta e problemi nei settori chiave come l’immobiliare. 

Eppure, il nuovo outlook dell’ADB — insieme ad altri segnali economici — suggerisce che almeno per l’immediato futuro l’Asia e l’ASEAN si stanno adattando: non con un rimbalzo straordinario, ma con una tenuta più robusta di quanto previsto, grazie a fattori combinati di domanda esterna ancora stabile, esportazioni forti (specialmente nei settori tecnologici e manifatturieri), e in alcuni casi una spinta interna dovuta a consumi e investimenti. 

Per i Paesi dell’ASEAN, questa prospettiva — se confermata — potrebbe segnare una fase positiva, pur in un contesto di sfide globali. La crescita relativamente sostenuta dell’intera regione Asia-Pacifico riduce il rischio che un rallentamento in Paesi come la Cina si traduca immediatamente in un effetto domino per tutto il Sud-Est asiatico. Allo stesso tempo, l’adozione continua di politiche orientate all’apertura commerciale, all’integrazione regionale e al rafforzamento delle filiere può contribuire a consolidare questo slancio. 

Un elemento cruciale da considerare è che, nonostante l’ottimismo dell’ADB, lo scenario non è privo di rischi. L’istituto stesso ha messo in guardia: l’aumento delle tariffe globali, l’incertezza nelle catene di approvvigionamento, i carichi energetici, le turbolenze macroeconomiche — specialmente legate all’andamento del mercato immobiliare in Cina — potrebbero esercitare un freno nei prossimi anni. 

In questo senso, la resilienza dell’Asia e dell’ASEAN appare per ora un mix di capacità di adattamento, di opportunità offerte da dinamiche globali complesse (come la diversificazione dei flussi commerciali e il boom dei settori high-tech), e di fondamentali economici ancora relativamente solidi. Per trasformare questa fase in un percorso stabile e duraturo, i governi della regione puntano su riforme strutturali, miglioramento delle infrastrutture, cooperazione intra-regionale, e diversificazione economica — lontano da una dipendenza eccessiva dalle esportazioni o da mercati instabili.

Il rialzo della previsione dell’ADB a 5,1% per il 2025 va dunque interpretato non come un segnale di vittoria definitiva, ma come un avvertimento positivo: l’Asia (e l’ASEAN) non sono ancora uscita dalla zona di rischio, ma per ora stanno dimostrando una tenuta che molti — fino a poco tempo fa — consideravano poco probabile. Se sapranno gestire le incognite globali e investire nei loro punti di forza, potrebbero consolidare un percorso di crescita sostenibile nei prossimi anni.

La crescita tech dell’e-commerce in ASEAN

Il settore accelera la crescita, spinto dall’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa e dal boom dei contenuti video che stanno trasformando il modo in cui i consumatori scoprono e acquistano prodotti

Di Tommaso Magrini

Negli ultimi anni, la regione del Sud-Est asiatico è diventata un laboratorio cruciale per l’evoluzione dell’economia digitale. Secondo il rapporto e-Conomy SEA 2025, realizzato da Google, Temasek Holding e Bain & Company, l’e-commerce nei mercati principali dell’ASEAN (Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam) dovrebbe registrare nel 2025 una crescita del 16% del suo valore lordo della merce (GMV), portandosi a 181 miliardi di dollari, rispetto ai 156 miliardi del 2024. 

Questa espansione non è guidata solo da un aumento della domanda tradizionale di beni online, ma bensì da trasformazioni profonde nella modalità di acquisto: il video commerce, ossia la vendita tramite livestreaming e brevi video, sta emergendo come un motore di crescita decisivo. Nel rapporto, si stima che il video commerce arrivi a rappresentare nel 2025 circa il 25% del GMV totale dell’e-commerce, un salto enorme rispetto a meno del 5 % nel 2022. 

Questo fenomeno è sostenuto da piattaforme social e situazioni live in cui i creatori possono vendere prodotti in tempo reale. App come TikTok, assieme a molti operatori locali, stanno permettendo a influencer e venditori di promuovere beni direttamente durante i video, integrando intrattenimento e shopping in modo sempre più fluido e naturale.

Ma il cambiamento non si ferma al video: l’intelligenza artificiale (IA) sta rimodellando l’esperienza di acquisto. I commercianti utilizzano strumenti di IA per fare raccomandazioni di prodotto più personalizzate, migliorare la gestione dell’inventario e ottimizzare la catena di approvvigionamento. Questo rende l’esperienza di shopping online più intuitiva e veloce, specialmente nei mercati mobili-first come quelli dell’ASEAN, dove molti utenti usano esclusivamente il cellulare. 

Il rapporto evidenzia inoltre che la crescita non è limitata solo all’e-commerce: l’intera economia digitale del Sud-Est asiatico continua a guadagnare slancio. Quando si combinano le attività di consegna di cibo, ride-hailing e viaggi online, l’economia digitale complessiva dell’ASEAN è prevista crescere del 15% nel 2025, toccando i 299 miliardi di dollari.

Un altro elemento strategico segnalato dal rapporto è l’evoluzione del settore pubblicitario digitale. L’advertising in formato video e basato su IA, così come le reti di retail media, sono tra i fattori trainanti dell’espansione del mercato media online. Secondo il documento di Temasek, Google e Bain, la domanda di formati pubblicitari più sofisticati è in crescita grazie alla maturazione del video commerce. 

Allo stesso tempo, la regione sta investendo pesantemente nell’infrastruttura che supporta l’IA. La capacità dei data center è destinata a crescere rapidamente per far fronte alla domanda crescente di calcolo. Google, Temasek e Bain segnalano che il boom dell’intelligenza artificiale sta già attirando molti investitori: nel primo semestre del 2025, oltre 2,3 miliardi di dollari sono stati investiti in startup AI nel Sud-Est asiatico, che rappresentano oltre il 30% dei finanziamenti privati nella regione.

Questa trasformazione digitale pone anche le piccole imprese in una nuova dinamica competitiva. Molti piccoli venditori nella regione sfruttano l’IA per personalizzare le proprie offerte, rispondere meglio ai clienti e ottimizzare i loro processi, soprattutto in un contesto dove il digitale è diventato essenziale alla loro sopravvivenza.

Nel frattempo, il settore dei pagamenti digitali e dei servizi finanziari embedded (come prestiti in app) sta maturando rapidamente. Secondo il report, dieci Paesi dell’ASEAN ora utilizzano sistemi QR nazionali unificati e otto hanno interoperabilità QR transfrontaliera. Questo significa che le piattaforme digitali non solo vendono prodotti, ma creano ecosistemi finanziari più integrati, offrendo soluzioni di credito, risparmio e investimenti. 

Tuttavia, nonostante il grande potenziale, ci sono anche rischi e sfide. L’adozione dell’IA può generare costi elevati per le piccole imprese che non dispongono delle risorse tecnologiche o competenze necessarie. Inoltre, la rapida crescita del video commerce richiede regolamentazioni adeguate per proteggere i consumatori da pratiche di vendita aggressive o poco trasparenti. Sul fronte infrastrutturale, il salto nella capacità dei data center deve essere gestito in modo sostenibile, considerando anche il consumo energetico e le esigenze ambientali.

Inoltre, emergono questioni normative ed etiche legate all’uso dell’IA: la raccolta di dati, la privacy degli utenti, i bias nei modelli di raccomandazione e la sicurezza delle transazioni sono tutti nodi che richiedono attenzione. Come sottolineato in altri contesti sull’intelligenza artificiale, un uso corretto e regolato dell’IA è fondamentale per garantire che i benefici tecnologici siano effettivi e inclusivi. 

In conclusione, il rapporto e-Conomy SEA 2025 disegna un quadro molto promettente per l’e-commerce nell’ASEAN: il settore sta entrando davvero “nell’era dell’IA”, e il video commerce rappresenta un’innovazione dirompente che cambia non solo come si compra, ma anche come i brand interagiscono con i consumatori. Se le imprese e i regolatori sapranno guidare questo cambiamento in modo equilibrato e sostenibile, il Sud-Est asiatico potrebbe consolidare la sua posizione di cuore pulsante dell’economia digitale globale.

Il bilancio del summit dell’ASEAN

Ingresso di Timor-Leste, cooperazione commerciale e tecnologica, accordo tra Thailandia e Cambogia: come è andato il vertice di Kuala Lumpur

Di Tommaso Magrini

Il 47° Summit dell’ASEAN, svoltosi a Kuala Lumpur dal 26 al 28 ottobre 2025, si è concluso con un bilancio che riflette la complessità del momento geopolitico e sociale del Sud-Est asiatico. Guidato dalla presidenza malese, l’incontro ha posto al centro il tema “Inclusivity and Sustainability”, un motto che ben sintetizza le ambizioni e le contraddizioni del blocco: da un lato la volontà di ampliare la partecipazione regionale e di rafforzare la cooperazione economica, dall’altro la necessità di affrontare le sfide legate alla sostenibilità, alla stabilità politica e alla gestione dei rapporti con le grandi potenze.

Tra i risultati più significativi emersi a Kuala Lumpur figura l’adesione ufficiale di Timor-Leste come undicesimo membro dell’ASEAN. Dopo anni di attesa e un lungo processo di valutazione, l’ingresso di Dili rappresenta un passo storico: per la prima volta dal 1999 il blocco si espande, includendo un paese giovane e ancora fragile, ma simbolicamente importante. La decisione è stata accolta con favore da tutti i leader presenti, che hanno sottolineato l’importanza dell’inclusività come principio fondante dell’associazione. Tuttavia, diversi osservatori hanno messo in guardia sul fatto che l’integrazione effettiva di Timor-Leste richiederà tempo, risorse e una chiara strategia di sostegno, per evitare che la nuova adesione resti un gesto più politico che operativo.

Sul piano economico, il summit ha evidenziato una forte attenzione verso la cooperazione commerciale e tecnologica, in particolare con la Cina. A margine dell’incontro è stato firmato l’aggiornamento dell’accordo di libero scambio Cina-ASEAN (versione 3.0), che introduce nuove aree di collaborazione come la digital economy, la green economy e il settore farmaceutico. Si tratta di un segnale importante della volontà dell’ASEAN di rinnovare la propria strategia di crescita, puntando su transizione verde, innovazione e infrastrutture sostenibili. Parallelamente, sono stati rilanciati i progetti legati alla Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’enorme accordo commerciale che coinvolge anche Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Tutti questi elementi confermano l’obiettivo di consolidare l’ASEAN come un polo dinamico nel commercio globale e un attore capace di attrarre investimenti strategici, senza rinunciare alla propria autonomia.

L’altro grande capitolo del vertice ha riguardato la diplomazia e la sicurezza regionale. La questione del Myanmar è rimasta al centro dell’attenzione: i leader hanno approvato un documento di revisione del cosiddetto Five-Point Consensus, riaffermando l’impegno per una soluzione pacifica della crisi, la protezione dei civili e la ripresa del dialogo politico. Tuttavia, dietro la facciata unitaria, persistono divisioni sulla reale capacità dell’ASEAN di influenzare la giunta militare e di ottenere risultati concreti. L’organizzazione continua a trovarsi in una posizione difficile, stretta tra il principio di non interferenza negli affari interni e la crescente pressione internazionale per un ruolo più incisivo.

Sul fronte delle relazioni bilaterali, la presidenza malese ha annunciato la firma del Kuala Lumpur Accord tra Thailandia e Cambogia, un’intesa che mira a disinnescare le tensioni di confine e a favorire la creazione di una missione di osservatori regionali. È un passo che rafforza l’immagine dell’ASEAN come piattaforma di mediazione e dialogo, anche se resta da verificare la reale attuazione delle misure previste. In più, la discussione sul concetto di ASEAN Centrality – cioè il ruolo del blocco come attore autonomo nell’Indo-Pacifico – ha attraversato tutto il summit. I leader hanno insistito sull’importanza di mantenere una posizione di equilibrio tra le grandi potenze, evitando di schierarsi apertamente né con gli Stati Uniti né con la Cina, ma cercando di affermare una visione asiatica della sicurezza e dello sviluppo.

In questo senso, uno degli aspetti più positivi emersi dal summit è la rinnovata capacità dell’ASEAN di dialogare con tutti. Kuala Lumpur ha ospitato, nel corso dei tre giorni, una fitta rete di incontri bilaterali e multilaterali con partner come Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia, Unione Europea e Regno Unito. La presidenza malese ha saputo mantenere un equilibrio diplomatico che pochi altri fori regionali riescono a garantire: da un lato ha valorizzato il legame storico con Pechino, dall’altro ha accolto con apertura le istanze occidentali su sicurezza marittima, sostenibilità e diritti umani. Questo approccio pragmatico e multilaterale conferma la vocazione dell’ASEAN a fungere da ponte tra Oriente e Occidente, da piattaforma di dialogo capace di ridurre tensioni e favorire convergenze. In un momento in cui la competizione strategica tra grandi potenze si fa sempre più accesa, la capacità del blocco di mantenere relazioni costruttive con tutti gli attori rappresenta un patrimonio prezioso e, forse, uno dei suoi principali punti di forza.

Nonostante gli elementi di progresso, il vertice ha anche messo in luce le fragilità interne dell’ASEAN. Le differenze tra i paesi membri in termini di sviluppo economico, governance e capacità amministrativa restano profonde. La stessa adesione di Timor-Leste, se da un lato arricchisce la legittimità politica del blocco, dall’altro accentua le disparità, poiché il piccolo Stato necessita di un ampio supporto tecnico e finanziario per allinearsi agli standard regionali. Inoltre, la credibilità dell’ASEAN sulla crisi del Myanmar rimane messa in discussione: la revisione del Five-Point Consensus è apparsa più come una riaffermazione di principio che come un vero cambio di passo.

In prospettiva, il summit di Kuala Lumpur delinea un’organizzazione che vuole rinnovarsi, ma che è ancora alla ricerca di un equilibrio tra ambizioni e realtà. L’ASEAN del 2025 si presenta come un blocco che tenta di coniugare sviluppo sostenibile, apertura economica e stabilità politica, ma che deve affrontare tensioni interne, sfide istituzionali e una competizione geopolitica sempre più intensa nell’Indo-Pacifico. La presidenza malese, che ha guidato con equilibrio un summit logisticamente impeccabile e diplomaticamente solido, lascia in eredità ai prossimi vertici un’agenda ambiziosa: rendere l’ASEAN non solo più inclusiva, ma anche più incisiva e credibile sul piano internazionale.

Nel complesso, il bilancio del summit del 26-28 ottobre 2025 è quello di un’ASEAN in transizione, consapevole della propria centralità ma chiamata a dimostrarla con fatti concreti. Inclusività, sostenibilità e autonomia strategica restano le parole d’ordine, ma la loro realizzazione dipenderà dalla capacità dei leader regionali di tradurre gli accordi di Kuala Lumpur in azioni coordinate e durature. Se saprà mantenere la sua tradizionale arte del dialogo, l’ASEAN potrà continuare a rappresentare una rara voce di equilibrio e cooperazione in un mondo sempre più polarizzato.