Asean

Thailandia e Malesia verso l’ingresso nei BRICS

Pubblichiamo qui un estratto di un articolo a firma di Maria Siow pubblicato sul South China Morning Post

La prospettiva che i Paesi del Sud-Est asiatico entrino a far parte dei BRICS ha suscitato un acceso dibattito tra gli analisti: i sostenitori sostengono che l’adesione potrebbe sbloccare lucrose opportunità commerciali e geopolitiche, mentre gli scettici avvertono che rischia di trascinare i Paesi nell’orbita di Cina e Russia e di erodere ulteriormente l’unità regionale. Thailandia e Malesia hanno annunciato nelle scorse settimane che chiederanno l’adesione alla piattaforma, seguendo le orme di Laos e Myanmar, che hanno dichiarato il loro interesse lo scorso anno. Contrariamente ai timori che l’adesione ai BRICS possa erodere l’unità e la centralità dell’ASEAN, diversi analisti asiatici ritengono che l’Associazione abbia la flessibilità e la capacità di resistenza necessarie per mantenere la sua importanza per gli Stati membri. Molti membri dell’ASEAN appartengono anche ad altre organizzazioni come l’Organizzazione della cooperazione islamica, l’Associazione dell’Oceano Indiano e il forum della Cooperazione economica Asia-Pacifico. Altre istituzioni multilaterali a cui i membri dell’Asean appartengono già sono la Banca asiatica di sviluppo, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture. “L’adesione ai BRICS darà accesso a una nuova fonte di finanziamento per le numerose esigenze di sviluppo dei Paesi della regione del Sud-Est asiatico”, ha dichiarato Jayant Menon, senior fellow dell’ISEAS-Yusof Ishak Institute di Singapore, riferendosi alla Nuova Banca di Sviluppo istituita nel 2015 dai Paesi BRICS. Anche l’Indonesia e il Vietnam hanno dichiarato che stanno valutando i vantaggi dell’adesione ai BRICS. L’adesione al gruppo delle economie emergenti potrebbe fornire un migliore accesso a mercati lucrativi, un aumento degli investimenti stranieri e opportunità di collaborazione per progetti infrastrutturali. L’adesione ai BRICS può essere vista anche come una mossa strategica per diversificare i partenariati economici e ridurre la dipendenza dalle istituzioni finanziarie guidate dall’Occidente. La mossa, se gestita in modo efficace, potrebbe rafforzare la voce e l’influenza del Sud-Est asiatico negli affari globali. L’Indonesia punta ad aderire anche all’OCSE entro tre anni, come ha ribadito il ministro dell’Economia coordinatore del Paese a maggio, dopo la visita a Giacarta del segretario generale dell’organizzazione, che ha incontrato il Presidente Joko Widodo. Secondo le proiezioni dell’OCSE, il prodotto interno lordo dell’Indonesia raggiungerà i 10.500 miliardi di dollari entro il 2050, diventando una delle maggiori economie insieme a Cina, Stati Uniti e India.

Amici di tutti, arruolati da nessuno

La recente visita di Vladimir Putin non è stata per il Vietnam una scelta, ma una necessità per la sua linea diplomatica

Editoriale a cura di Lorenzo Lamperti

In Occidente c’è spesso una visione “esclusiva” dei rapporti diplomatici. Quasi come se mantenere o perseguire migliori relazioni con l’uno o l’altro relazioni significasse fare una scelta di campo. Una visione da bianco e nero che non aiuta a capire la prospettiva di molti Paesi emergenti, il cosiddetto “Sud globale”. E in particolare del Sud-Est asiatico, regione che è la cartina di tornasole del desiderio di multipolarità e multilateralismo. Un desiderio radicato nel profondo dell’approccio dell’ASEAN e che si riflette, pur mantenendo diversi tratti e specificità, nei suoi Stati membri. Chi forse più di tutti incarna questa postura è il Vietnam, con la sua “diplomazia del bambù”. L’idea alla base: essere amici di tutti, nemici di nessuno. Proprio come i bambù, il Vietnam crede che con questo approccio possa crescere in modo flessibile ma saldo. Una convinzione che si è fin qui rivelata corretta. Hanoi è riuscita a mantenere stretti legami politico-difensivi con la Russia ed economici con la Cina. Ma ha anche perseguito con successo un percorso di approfondimento delle relazioni con gli altri vicini asiatici e con l’Occidente. Nel corso di pochi anni, il Vietnam ha elevato le relazioni bilaterali con Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine. Ma ha anche sottoscritto due importanti accordi di libero scambio con Unione Europea e Regno Unito. Non solo. Durante la sua presidenza di turno dell’ASEAN è stato siglato anche il RCEP, accordo commerciale che riunisce gran parte dei Paesi dell’Asia-Pacifico. Quando, lo scorso settembre, Joe Biden è stato protagonista di una storica visita nella capitale vietnamita, Hanoi ha anche portato al massimo livello la partnership col suo vecchio rivale. Approfondendo ulteriormente le già floride relazioni commerciali: il Vietnam è sempre di più epicentro regionale di investimenti e hub produttivo globale. Un processo che negli ultimi tempi coinvolge con sempre maggiore convinzione i grandi colossi internazionali della tecnologia. Tutto questo, però, non significa che Hanoi abbia fatto o voglia fare una scelta di campo. La visita del Presidente americano non preludeva a un “arruolamento” del Vietnam in ottica anti russa o anti cinese, come forse pensava qualcuno viste le critiche per il recente viaggio di Vladimir Putin nel Paese. Per il Vietnam, ricevere il Presidente russo non è stata una scelta, ma una necessità per continuare a tutelare le sue relazioni internazionali, fornendo qualche rassicurazione allo storico partner dopo i due passi in direzione di Washington. I rapporti con Mosca non hanno peraltro impedito al governo vietnamita di mostrare vicinanza anche all’Ucraina. Negli ultimi due anni, il Premier ha incontrato due volte il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky e Hanoi ha anche inviato degli aiuti umanitari a Kiev. Il tutto provando come sempre a favorire il dialogo e la risoluzione politica del conflitto. 

Tra le pieghe del Funan Techo

Tutto quello che c’è da sapere sul canale in fase di costruzione in Cambogia. Un’infrastruttura chiave anche a livello commerciale

Di Francesco Mattogno

Da un paio di mesi in Cambogia, Vietnam e un po’ in tutti gli stati attraversati dal fiume Mekong si parla molto di un canale che ancora non esiste, se non sulla carta. Ufficialmente si chiama Tonle Bassac Navigation Road and Logistics System Project, ma per tutti è semplicemente il “Funan Techo”. Nelle intenzioni del governo cambogiano il canale collegherà il porto sul fiume Mekong della capitale Phnom Penh a quello di Kampot, città che affaccia sul Golfo della Thailandia (o Golfo del Siam), e quindi sul mare.

Il Funan Techo sarà profondo 5,4 metri, largo 100, lungo 180 km, sarà composto da due corsie e la sua costruzione verrà interamente finanziata dalla Cina. Pechino investirà 1,7 miliardi di dollari sul progetto, affidato all’azienda statale China Road and Bridge Corporation (CRBC). Una sussidiaria della CRBC, la China Harbour Engineering, ha inoltre stretto un accordo con un costruttore locale per contribuire alla realizzazione del porto di Kampot (dal costo stimato di 1,5 miliardi di dollari), proprio dove sfocerà il Funan Techo. I lavori per la costruzione del canale dovrebbero partire entro la fine del 2024 e durare al massimo quattro anni, dice Phnom Penh.

La forte presenza cinese all’interno del progetto è solo una delle ragioni per cui se ne sta discutendo molto. Il Funan Techo è stato pensato per ridurre la dipendenza logistica della Cambogia dal Vietnam, attraverso cui sono obbligate a passare tutte le merci cambogiane trasportate via nave sul Mekong destinate al commercio internazionale. È una questione geografica: il fiume, uno dei più grandi e importanti al mondo, scorre lungo tutta la Cambogia ma prima di sfociare in mare attraversa per oltre un centinaio di km il territorio vietnamita.

Questa condizione conferisce al Vietnam una certa leva politica ed economica sulla Cambogia, le cui aziende sono costrette a sostenere costi di trasporto elevati (con conseguenze sulla competitività delle proprie esportazioni) e a convivere con il rischio perenne di un blocco navale. È già successo trent’anni fa, nel 1994, quando in un momento di forte tensione tra i due paesi Hanoi decise di fermare per mesi la navigazione delle imbarcazioni cambogiane lungo il tratto vietnamita del Mekong. Oggi i rapporti tra Cambogia e Vietnam sono buoni ma, nonostante nel 2009 i due vicini abbiano anche firmato un trattato per la libertà di navigazione sul fiume, Phnom Penh non ha mai smesso di cercare un’alternativa. Ed eccola qui.

Non è solo una questione di sicurezza economica. Il Funan Techo è anche un veicolo per fomentare il nazionalismo e legittimare il nuovo corso del primo ministro Hun Manet, che ad agosto ha sostituito suo padre Hun Sen, rimasto al potere per 38 anni. Lo dimostra lo stesso nome dato al canale. “Funan” richiama l’antico Regno del Funan (nato nei primi secoli dopo Cristo) che si ritiene essere precursore dell’Impero Khmer, mentre “Techo” è un termine che fa parte del titolo onorifico di Hun Sen. Secondo l’analista cambogiano Chhengpor Aun, con la costruzione del canale Phnom Penh cercherà di risanare a livello simbolico la perdita del Delta del Mekong, che la Francia ha formalmente consegnato al Vietnam nel 1949, durante il suo dominio coloniale.

Da settimane il governo cambogiano continua a elencare i benefici derivanti dalla costruzione del canale, che «faciliterà l’irrigazione dei terreni» e comporterà la creazione di «10 mila posti di lavoro». Secondo le stime di Phnom Penh i costi per il trasporto navale delle merci si ridurranno del 30%, e le spedizioni risulteranno più agili e veloci. È però presto per dire quanto queste proiezioni troveranno riscontro nella realtà. Come hanno fatto notare diversi esperti, per esempio, la profondità del canale non permetterà il trasporto di carichi troppo pesanti, e questo significa che molti prodotti dovranno ugualmente passare per il Vietnam (che comunque si è subito lamentato del progetto). 

Al di là delle questioni economiche, su quanto convenga o meno alla Cambogia costruirlo, il Funan Techo presenta questioni ambientali. Il timore è che il canale, con i suoi argini molto alti, possa ostacolare le inondazioni naturali delle pianure che circondano il Mekong (fondamentali per il settore agricolo), alterare i flussi d’acqua degli altri affluenti e aumentare la salinità dei terreni. Phnom Penh si è impegnata a eseguire tutte le valutazioni di impatto ambientale del caso con «48 esperti internazionali».

Modi vuole avvicinare India e ASEAN

Tra gli obiettivi del terzo mandato del Premier indiano c’è quello di rafforzare i rapporti col Sud-Est asiatico

Il terzo mandato da Primo Ministro di Narendra Modi può avvicinare India e ASEAN? Se lo chiede un commento di Syed Munir Khasru, pubblicato sul South China Morning Post. La politica indiana “Act East” è pronta per una ricalibrazione. L’impegno economico e strategico di Nuova Delhi con il Sud-Est asiatico ha registrato un’impennata durante i suoi primi due mandati, anche se con alcune carenze che richiedono una correzione di rotta. Modi potrebbe ora dare nuovo vigore a questa politica estera chiave, mentre l’India cerca di stabilire una presenza più forte nell’Indo-Pacifico. Sul fronte economico, i legami commerciali e d’investimento con i Paesi del Sud-Est asiatico hanno ricevuto un notevole impulso, con un’impennata del commercio bilaterale annuale da circa 80 miliardi di dollari nel 2014 a oltre 110 miliardi di dollari entro il 2021-22. Tuttavia, l’accordo commerciale esistente con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico – l’Area di Libero Scambio Asean-India – è visto come fortemente favorevole alla parte Asean, frustrando l’India. Le esportazioni indiane verso il Sud-Est asiatico hanno registrato un moderato aumento nell’anno finanziario 2023, passando a 44 miliardi di dollari dai 42,3 miliardi dell’anno precedente. Nel frattempo, le importazioni dai Paesi dell’ASEAN sono aumentate a un ritmo più sostenuto, passando da 68 a 87,6 miliardi di dollari, con un conseguente sostanziale deficit commerciale di 43,6 miliardi di dollari per l’India. La necessità di affrontare lo squilibrio commerciale è ancora più urgente se si considera che nel 2011 il deficit commerciale era di soli 5 miliardi di dollari. Ma il governo di Modi non ha colto tutte le opportunità di avvicinamento economico ai Paesi dell’ASEAN a causa della riluttanza a intraprendere riforme di mercato e a liberalizzare le tariffe. Sul fronte strategico, gli sforzi dell’India nell’ambito della politica Act East hanno contribuito a far entrare sette membri dell’Asean nell’Indo-Pacific Economic Framework, un’iniziativa volta a rafforzare la cooperazione economica tra le due regioni. La partecipazione a queste strategie indo-pacifiche complementari consente un maggiore coordinamento dei rispettivi interessi in questa regione strategicamente vitale. Le iniziative che riguardano la connettività, come il progetto di trasporto multimodale Kaladan da 484 milioni di dollari che collega l’India al Myanmar e l’autostrada trilaterale India-Myanmar-Thailandia, sono esempi di ciò che la collaborazione tra ASEAN e India può raggiungere in questo settore.

Armi nucleari in Asia: l’approccio dell’ASEAN

I Paesi del Sud-Est asiatico sono quelli maggiormente attivi e volenterosi a evitare la proliferazione delle armi nucleari nella regione

Di Francesca Leva

A un discorso tenuto alle Nazioni Unite lo scorso marzo, il Segretario Generale Antonio Guterres ha dichiarato che il rischio di una guerra nucleare è al punto più alto dopo decenni e che le armi nucleari stanno crescendo in potenza, gittata ed in modo sempre meno rilevabile. Antonio Guterres ha inoltre aggiunto che “un lancio accidentale è a un solo errore, una sola valutazione errata, un solo atto impulsivo di distanza”.

L’Asia non rappresenta un’eccezione: nell’area le armi nucleari hanno infatti avuto un profondo impatto sulla salute pubblica e sull’ambiente, portando all’evacuazione e allo spostamento di persone e impattando negativamente su sviluppo, educazione, preservazione della cultura e delle tradizioni locali e sulla stabilità economica.

Le armi nucleari arrivarono in Asia nel 1945 con gli eventi tragici a Hiroshima e a Nagasaki. Qualche anno dopo, l’URSS annunciò i suoi programmi per lo sviluppo di armi nucleari: durante la Guerra Fredda, dal 1950 al 1990, il termine MAD – “Mutual Assured Destruction” – venne coniato per descrivere la fase di armamento nucleare in Stati Uniti e in URSS. Avendo riconosciuto la necessità di uno sviluppo pacifico e controllato del nucleare, nel 1957 le Nazioni Unite fondarono l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Nel 1968 adottarono inoltre il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), stando al quale solo le cinque potenze nucleari dell’epoca – Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito e Francia – potevano possedere armi nucleari, al contempo impegnandosi a ridurre il proprio arsenale e ad applicare la tecnologia nucleare a scopi pacifici. Tuttavia, plurimi Paesi non firmatari del Trattato cominciarono a sviluppare il proprio arsenale indipendentemente: tra questi India, Pakistan e Israele. Nel 1988 l’India detonò infatti tre bombe vicino al confine con il Pakistan, azione che fu immediatamente seguita dai test nucleari condotti da Islamabad.

Una pattern osservabile è quello per il quale quando un Paese sviluppa delle armi nucleari i suoi vicini inizieranno a sviluppare il proprio arsenale per proteggere i propri confini e per pregio nazionale. Questa dinamica rappresenta un pericolo concreto e attuale in Asia dove Cina, Pakistan, India. Corea del Nord e Federazione Russa sono tutti Paesi dotati di arsenali nucleari.

Una delle aree più soggette a questa dinamica è il cosiddetto “triangolo nucleare”, costituito da Cina, India e Pakistan. In questo caso il rischio è accentuato da competizione regionale, situazioni domestiche instabili e rapidi sviluppi tech. Lo sviluppo della deterrenza nucleare ad ampio spettro adottata dal Pakistan ha infatti portato l’India a sviluppare preventivamente il proprio arsenale. Questo meccanismo è accentuato dalla competizione tra Stati Uniti e Cina: mentre Pechino tenta di sviluppare le proprie testate in risposta agli Stati Uniti, l’India è a sua volta incentivata a massimizzare il proprio arsenale, allontanandosi dalla sua tradizionale politica del “no first use”. La situazione interna in evoluzione del Pakistan, così come l’incremento della competizione tra Islamabad e Nuova Delhi, aumentano ulteriormente il rischio di utilizzo accidentale ed escalation involontaria. 

Un’ ulteriore potenziale area di crisi è costituita da Nord Corea e Sud Corea: in questo caso il rischio non è solo di una guerra tra Seoul e Pyongyang, ma anche che Giappone e Corea del Sud sentano la necessità di sviluppare le proprie armi. Altre possibili aree di tensione si trovano infine nel Mar Cinese Meridionale, dove competizione regionale e priorità nazionali entrano in collisione.

Nel 1995 gli Stati Membri dell’ASEN hanno firmarono il Southeast Asia Nuclear-Weapon-Free Zone Treaty – SEANWFZ, conosciuto anche come Trattato di Bangkok – inizialmente ideato per riaffermare l’ importanza dell’ NPT e per stabilire una a nuclear weapons-free zone (NWFZ). Vi sono al momento cinque NWFZ al mondo che rappresentano un approccio regionale volto alla non -proliferazione e al disarmo nucleare. Nelle aree coperte dai Trattati di Nuclear Free Zone è esplicitamente proibito svolgere attività relative ad acquisizione, possesso, test e utilizzo di armi nucleari. Inoltre, gli Stati che hanno ratificato suddetti trattati stanno attivamente lavorando per istituzionalizzare trattati legalmente vincolanti per assicurare che Paesi dotati di armi nucleari non utilizzino i propri arsenali contro Paesi localizzati entro queste zone.

Vi è stata tuttavia crescente preoccupazione e scetticismo tra i Paesi firmatari dell’NPT, poiché’ le cinque potenze nucleari hanno continuato a sviluppare i propri arsenali, i paesi non firmatari – India, Pakistan e Israele – non sono stati integrati nell’NPT e la Corea del Nord non è stata reintrodotta. Di conseguenza, nel 2017 è stato ideato il Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons (TPNW) a supporto dell’NPT. Il TPNW è stato firmato da tutti i Paesi ASEAN tranne Singapore. Sebbene l’esito di queste misure rimanga incerto, è evidente che la minaccia nucleare rappresenta un rischio inaccettabile per i paesi asiatici, soprattutto considerando il numero, la densità e la vicinanza delle aree urbane e abitate.

La queerness nel cinema dell’Asia sudorientale

Il cinema queer nella regione è vivace e prolifico e interseca la rappresentazione della comunità Lgbtqia+ a tradizioni locali. Tratto dall’ebook “Cinema e politica” di China Files

Articolo di Agnese Ranaldi

“Oggi chiedo al capo villaggio o all’autorità di riconoscermi. Anche se sono lesbica, ho anche un cuore. Amo tutto il popolo khmer. Rivendico i miei diritti di non essere discriminata e questo vale anche per le prossime generazioni”. A parlare è Soth Yun, una delle protagoniste di Two girls against the rain, cortometraggio del 2012 diretto da Sopheak Sao.

Due donne si conoscono sin dai tempi degli Khmer Rossi, negli anni Settanta. Stanno insieme da allora. Molti anni dopo, le ultracinquantenni Soth Yun e Sem Eang raccontano il loro vissuto in una società che ha fatto difficoltà ad accoglierle. Hanno sfidato le convenzioni etero-patriarcali e ogni pregiudizio rispetto alla loro capacità di mantenersi da sole e di sfamare le loro famiglie. Ma raccontano la frustrazione di dover attendere ancora il riconoscimento ufficiale da parte delle autorità del villaggio. La loro storia, raccontata in un corto di 10 minuti e ambientata in Cambogia, parla per tante altre. Il cinema Lgbtqia+ nel Sud-Est asiatico mette in luce le ingiustizie che discendono dal mancato riconoscimento delle coppie queer in tutta la regione.

Dagli anni Cinquanta ad oggi

L’esperienza della comunità Lgbtqia+ è una storia di lotte per la visibilità. Tra regimi autoritari, censure, e stigmi sociali radicati in alcune culture, il cinema ha rappresentato una delle espressioni più efficaci per la battaglia queer nella regione. Dove le parole non bastano, arrivano le immagini. Cinema, documentari, serie, cortometraggi sono diventati lo strumento per mettere in questione la normatività legata al sesso e al genere, a partire dalle prime, timide aperture avvenute nella seconda metà del XX secolo, fino agli ultimi decenni, quando i film hanno iniziato a fare luce sul legame tra la queerness e la storia della regione.

Sono quattro i fattori che spiegano il recente aumento delle pellicole sul tema, secondo Atit Pongpanit e Ben Murtagh. Gli autori dell’articolo Emergent queer identities in 20th century films from Southeast Asia sostengono che negli ultimi anni si sia creato un ambiente in cui le rivendicazioni dal basso delle comunità queer hanno trovato spazio anche nei Paesi più restrittivi. Il diffuso accesso alle tecnologie digitali, la crescita di piattaforme come Youtube e Vimeo, un incremento del discorso pubblico sul tema attraverso festival come “&Proud” Yangon Lgbt Film Festival del Myanmar (non più attivo dal colpo di Stato del 2021), o l’Indonesia Q! Film Festival; e infine una diffusa tendenza a decostruire i discorsi sulla sessualità e i generi normativi in tutta l’Asia, nonostante le resistenze di alcuni governi. 

Il caso delle Filippine
Le Filippine, ad esempio, nonostante una cultura politica autoritaria e rigide tradizioni religiose, hanno una lunga storia di film che affrontano  queste tematiche, anche perché si innestano bene in una società a cui la fluidità sessuale e di genere non sono estranee. A partire dal film filippino Tubog sa Ginto (“Gold Plated”) diretto da Lino Brocka e considerato uno dei capisaldi del cinema queer in tutto il Sud-est asiatico.

Nelle Filippine “esiste una sorta di sistema in quattro parti, che combina le idee di sesso, espressione di genere e identità”, scrive Griselda Gabriele su Kontinentalist, “babae (donne eterosessuali cisgender), lalaki (uomini eterosessuali cisgender), tomboy (usato indifferentemente per uomini trans, donne mascoline o lesbiche) e bakla (usato indifferentemente per donne trans, uomini effeminati o gay). Il bakla, in particolare, è descritto con vari termini in altri Paesi, come kathoey in Thailandia, waria in Indonesia e mak nyah in Malesia. In alcune lingue, come il malese e il birmano, i pronomi binari non sono affatto predefiniti”.

Quella dei bakla è anche una storia di potere e autodeterminazione. Nella lingua tagalog, parlata nelle filippine, bakla indica la pratica del cross-dressing maschile. “Si tratta di un’identità costruita sulla pratica culturale performativa più che sulla sessualità”, ha detto il regista australiano di origini filippine Vonne Patiag in un articolo apparso sul Guardian. In uno dei suoi cortometraggi, Tomgirl, racconta la vita di un giovane filippino di Western Sydney che riceve un corso intensivo sulla cultura di origine, in occasione del quale suo zio gli rivela di osservare la tradizione bakla

“Erano rinomati come leader della comunità, visti come i governanti tradizionali che trascendevano la dualità tra uomo e donna”, spiega Patiag, “molti dei primi resoconti dei colonizzatori spagnoli facevano riferimento a entità mistiche che erano ‘più uomo dell’uomo e più donna della donna’. Più tardi ho scoperto che molte persone, in modo problematico, traducono bakla con ‘gay’ in inglese. Essendo un’identità non legata al sesso, la parola non corrisponde direttamente alla nomenclatura occidentale delle identità Lgbtqia+, collocandosi a metà strada tra gay, trans e queer. Quando i filippini si sono trasferiti in Paesi come l’Australia e gli Stati Uniti, i bakla sono stati erroneamente etichettati come parte della cultura gay occidentale e rapidamente sessualizzati”. Patiag spera che, attraverso Tomgirl, si possa far conoscere questa cultura e possa essere d’ispirazione per un’interpretazione dei confini di genere che sia più fluida.

La diasporaUn altro segno della vivace proliferazione di film sul tema nel Sud-Est asiatico, è il Queer East film festival di Londra. Si tratta della rassegna di film provenienti dall’Asia orientale e sudorientale e dalle comunità della sua diaspora. Presenta opere cinematografiche, ma anche arti dal vivo e icone del movimento Lgbtqia+. Per i suoi organizzatori, lo scopo è esplorare “cosa significhi essere queer e asiatici oggi”. “Gli eventi globali degli ultimi anni ci hanno ricordato ancora una volta che una rappresentazione razziale e sessuale equa e autentica è fondamentale per la nostra società – si legge sul sito del Queer Festival. – La ricchezza del patrimonio asiatico e queer costituisce una parte vitale dell’identità di questo Paese”. Attraverso un programma diversificato, il festival mira ad amplificare le voci delle comunità asiatiche e a sfidare le normatività eteropatriarcale. L’obiettivo? Eliminare le etichette e gli stereotipi associati alle rappresentazioni asiatiche queer.

La centralità ASEAN in un mondo che cambia

Pubblichiamo qui uno stralcio dell’analisi di Kavi Chongkittavorn, apparsa sul Bangkok Post

Che cos’è la centralità dell’ASEAN? Può avere significati diversi per persone diverse, ma in generale può essere vista come un quadro regionale che sostiene il ruolo dell’ASEAN come piattaforma regionale dominante per superare le sfide comuni e impegnarsi con le potenze esterne. I cittadini della comunità ASEAN ne conoscono il valore intrinseco, poiché ha mantenuto la regione stabile e resiliente nel corso degli oltre cinque decenni di esistenza. In un mondo in rapida evoluzione, ci si chiede spesso se il concetto di centralità dell’ASEAN debba essere ridefinito. Negli anni Novanta, l’ASEAN è stata percepita come un “motore” della cooperazione regionale. Ci si chiedeva se fosse solo un motore e se fossero i passeggeri (gli Stati membri) a stabilire la direzione. Indipendentemente dalla risposta, l’ASEAN ha continuato a ritenere di essere al posto di guida, contribuendo a guidare i processi regionali. Quando l’ASEAN è entrata nel XXI secolo, il blocco si è trasformato in un “hub centrale”, simile a un aeroporto in grado di fornire servizi di navigazione e protezione. 

Oggi, la centralità dell’ASEAN è riconosciuta per il suo ruolo nel guidare l’elevata crescita economica della regione. Ma quale forma assumerà la centralità dell’ASEAN nei prossimi 20 anni? In un futuro non troppo lontano, si prevede che la regione ASEAN diventerà la terza regione più popolosa del mondo e la quarta economia più grande, con una classe media in rapida crescita. Inoltre, grazie alla sua diversità e alla buona connettività, la regione diventerà una società innovativa. 

L’ASEAN potrebbe e dovrebbe essere più coraggiosa in futuro, diventando un pioniere della trasformazione verde, della connessione digitale e dell’economia innovativa. L’ASEAN può anche essere un esempio per trasformare la contesa e il confronto nel Mar Cinese Meridionale in cooperazione e connettività. Inoltre, l’ASEAN può essere un esempio di come affrontare con successo crisi multiple, come il cambiamento climatico e la sicurezza idrica e alimentare nella regione del Mekong, fornendo così soluzioni ad altre regioni. 

La centralità dell’ASEAN ha già guadagnato terreno, poiché le grandi potenze, in particolare Stati Uniti, Cina e Unione europea, continuano a corteggiare l’ASEAN. Con il suo potere di convocazione e di convincimento, la centralità 2.0 dell’ASEAN può diventare globale e creare una pietra miliare, soprattutto per quanto riguarda gli sforzi per costruire un mondo migliore e pacifico.

ASEAN e Giappone uniti per la sostenibilità

I Paesi del Sud-Est asiatico rafforzano la cooperazione in materia di ambiente e innovazione tecnologica. Uno sviluppo molto importante

Di Walter Minutella

In un mondo che evolve rapidamente verso la sostenibilità e la sofisticazione tecnologica, l’ASEAN e il Giappone hanno intrapreso numerose iniziative collaborative mirate a promuovere la crescita economica, la sostenibilità ambientale e l’innovazione tecnologica. 

Durante una significativa visita a Hekinan City, nella Prefettura di Aichi, in Giappone, Dr. Kao Kim Hourn, Segretario Generale dell’ASEAN, ha esplorato la Centrale Termoelettrica di Hekinan e il sito di costruzione del Combustibile Termico a Base di Ammoniaca gestito dalla Japan’s Energy for a New Era, Inc. (JERA). Accompagnato dal Presidente e Direttore di JERA, Hisahide Okuda, Dr. Kao ha osservato da vicino i progetti innovativi della struttura, che includono una dimostrazione pionieristica mirata a raggiungere zero emissioni di carbonio attraverso la co-combustione di carbone e ammoniaca. Questa tecnologia potrebbe rendere la centrale di Hekinan la prima al mondo su larga scala a utilizzare questa soluzione, segnando un passo significativo verso la neutralità carbonica.

L’impegno dell’ASEAN a collaborare con il Giappone in tali iniziative verdi sottolinea una visione condivisa per un futuro sostenibile. Diversificare le fonti di energia per includere l’ammoniaca e l’idrogeno è un componente critico di questa strategia, riflettendo un sforzo concertato per ridurre le impronte di carbonio garantendo al contempo forniture elettriche stabili a regioni come Chubu e oltre.

La strategia proposta da Giappone e ASEAN si concentra su diverse aree chiave per rafforzare la loro competitività nel mercato dei veicoli elettrici. Innanzitutto, un impegno significativo viene dedicato alla formazione del personale, con il Giappone che intende stanziare 140 miliardi di yen (circa 900 milioni di dollari) per migliorare le competenze tecniche dei lavoratori nelle tecnologie digitali presso fabbriche e fornitori di componenti. Questo investimento mira a potenziare l’efficienza e la qualità della forza lavoro, contribuendo alla sostenibilità della produzione.

Un’altra area fondamentale della strategia è la decarbonizzazione della produzione. Utilizzando tecnologie giapponesi avanzate, verranno misurate le emissioni di anidride carbonica e promosse soluzioni per il passaggio a fonti di energia rinnovabile nei processi produttivi. Questa iniziativa è in linea con gli sforzi globali per mitigare il cambiamento climatico e ridurre l’impronta di carbonio industriale.

L’approvvigionamento di risorse minerali essenziali per le batterie dei veicoli elettrici è un altro pilastro della strategia. Gli sforzi congiunti si concentreranno sull’ottenimento di materiali rari e sulla ricerca di metodi di riciclaggio, garantendo così un approvvigionamento stabile e sostenibile di componenti cruciali.

Allo stesso modo, anche gli investimenti in campi di nuova generazione, come i biocarburanti, rappresentano un’ulteriore area di interesse. Particolare attenzione verrà rivolta allo sviluppo di biocarburanti derivati da olio da cucina usato, un’iniziativa che non solo diversifica le fonti di energia ma supporta anche la trasformazione dei rifiuti in risorse energetiche.

Infine, una campagna di informazione globale è prevista per sensibilizzare i consumatori sulle caratteristiche ecologiche dei veicoli prodotti nell’ASEAN. Questo sforzo mira a incrementare le esportazioni facendo leva sull’attenzione dei consumatori internazionali verso pratiche e prodotti sostenibili.

Nello stesso giorno, Dr. Kao ha visitato le strutture all’avanguardia della DENSO Corporation ad Aniyo City, in Giappone. Questa visita è stata fondamentale per mostrare i recenti progressi di DENSO nella tecnologia dei veicoli elettrici, nei sistemi di guida autonoma e nelle pratiche di produzione sostenibile. La visita ha evidenziato il potenziale per la collaborazione tra ASEAN e Giappone nell’affrontare le sfide in evoluzione dell’industria automobilistica, in particolare per quanto riguarda la sostenibilità ambientale e l’innovazione tecnologica.

Durante la visita, si sono svolte discussioni sulle potenziali partnership e collaborazioni mirate a migliorare la sostenibilità e i progressi tecnologici del settore automobilistico. Questo si allinea con le iniziative più ampie ASEAN-Giappone per promuovere soluzioni automobilistiche più verdi ed efficienti di fronte alle crescenti preoccupazioni ambientali.

L’urgenza di questa strategia congiunta nasce anche dalla rapida espansione dei produttori di veicoli elettrici cinesi nel Sud-est asiatico, che guadagnano rapidamente terreno. Di conseguenza, Giappone e ASEAN stanno sviluppando una strategia comune per rafforzare la loro competitività per riuscire a contrastare il dominio cinese del settore attraverso una collaborazione rafforzata nella produzione e nella vendita di automobili nella regione.

Ad esempio, sussidi e agevolazioni fiscali in Thailandia hanno permesso a compagnie cinesi come BYD di dominare il mercato, con l’85% degli EV venduti in Thailandia lo scorso anno di produzione cinese. La strategia congiunta tra ASEAN e Giappone punta a riconquistare quote di mercato sfruttando il know-how tecnologico giapponese e le capacità produttive dei paesi ASEAN.

Attualmente, l’ASEAN ospita impianti di produzione di numerosi grandi produttori di automobili giapponesi, tra cui Toyota Motor e Honda Motor. Questi produttori assemblano oltre tre milioni di veicoli all’anno nei paesi ASEAN, rappresentando l’80% della produzione automobilistica totale della regione. La strategia congiunta proposta dovrebbe essere formalizzata durante il prossimo incontro tra i ministri economici di Giappone e ASEAN a settembre.

Oltre ai legami economici, programmi educativi, eventi culturali e la popolarità dell’intrattenimento giapponese hanno favorito connessioni interpersonali più profonde. Le imprese giapponesi assumono sempre più talenti del Sud-est asiatico, riflettendo una relazione più integrata e reciprocamente vantaggiosa.

Negli ultimi anni, ASEAN e Giappone hanno collaborato su iniziative di stabilità regionale e integrazione economica, come l’Accordo Globale e Progressivo per il Partenariato Trans-Pacifico (CPTPP) e il Partenariato Economico Regionale Globale (RCEP). L’approccio discreto e consensuale del Giappone alla diplomazia ha facilitato queste collaborazioni, assicurando che gli interessi delle nazioni del Sud-Est asiatico siano adeguatamente rappresentati. 

La partnership ASEAN-Giappone è una testimonianza del potere della collaborazione nell’affrontare le sfide globali. Dai progetti pionieristici per la neutralità carbonica al contrasto del dominio dei veicoli elettrici cinesi, questa alleanza è pronta a guidare significativi progressi nella sostenibilità e nell’innovazione tecnologica. Continuando a investire nell’istruzione, nella crescita reciproca e nella stabilità regionale, ASEAN e Giappone possono forgiare un futuro economicamente prospero, ecologicamente sostenibile e tecnologicamente avanzato.

Tech, perché si investe in ASEAN

L’analisi di Gregory B. Poling e Japhet Quitzon per il Center for Strategic and International Studies

I 10 membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) costituiscono il mercato online in più rapida crescita al mondo, con 125.000 nuovi utenti internet al giorno. I giganti tecnologici statunitensi sono consapevoli dell’importanza strategica del Sud-Est asiatico e stanno rafforzando la loro presenza nella regione con ingenti investimenti promessi da Apple, Microsoft e Amazon nelle ultime settimane. 

A metà aprile, Tim Cook, CEO di Apple, ha compiuto un viaggio in Vietnam, Indonesia e Singapore. Ha annunciato un’espansione programmata di 250 milioni di dollari del campus dell’azienda a Singapore, che, secondo quanto riferito, si concentrerà sull’intelligenza artificiale. Cook ha inoltre dichiarato che Apple intende aumentare gli investimenti in Vietnam ed esplorare le opportunità di produzione in Indonesia.

Poco dopo, il CEO di Microsoft Satya Nadella ha visitato Indonesia, Malesia e Thailandia dal 30 aprile al 2 maggio. Nella sua prima tappa a Giacarta, ha annunciato l’intenzione di investire 1,7 miliardi di dollari in quattro anni in architetture cloud e AI in Indonesia, il più grande investimento nei 29 anni di presenza dell’azienda nel Paese. Il giorno successivo ha dichiarato che Microsoft aprirà il suo primo centro dati in Thailandia, sulla base di un accordo con il governo thailandese per la fornitura di infrastrutture cloud e AI. 

Nadella si è poi recato in Malesia, dove ha annunciato l’intenzione di investire 2,2 miliardi di dollari in infrastrutture di cloud computing e intelligenza artificiale nei prossimi quattro anni. Microsoft collaborerà con il governo malese per potenziare le sue capacità di cybersecurity e fornirà formazione sull’intelligenza artificiale a 200.000 persone nel Paese. Nadella ha inoltre dichiarato che Microsoft si impegna a fornire formazione sulle competenze di intelligenza artificiale a 2,5 milioni di persone in tutta la regione, in particolare in Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia e Vietnam.

Infine, il 7 maggio, Amazon Web Services (AWS) ha impegnato 9 miliardi di dollari per espandere la propria infrastruttura cloud a Singapore. Gli investimenti saranno destinati alla costruzione, al funzionamento e alla manutenzione di centri dati nella città-stato nei prossimi cinque anni. Come Microsoft, AWS sta collaborando con il governo di Singapore per creare un programma per 5.000 persone all’anno per espandere le capacità di ricerca e sviluppo.

Le aziende tecnologiche statunitensi stanno scommettendo molto sulle future economie digitali del Sud-Est asiatico. Così facendo, daranno impulso alle economie regionali e ai propri profitti. Inoltre, cercheranno di dare forma alle regole sulla governance dei dati e sull’IA mentre i governi regionali sono alle prese con il futuro digitale, comprese le visioni concorrenti sostenute da Cina, Europa e Stati Uniti.

ASEAN e Taiwan nell’era Lai

L’insediamento del nuovo presidente Lai Ching-te a Taipei e le possibili ripercussioni economiche e politiche nel Sud-Est Asiatico

Di Luca Menghini

Il 20 maggio, Lai Ching-te diventerà ufficialmente il nuovo presidente di Taiwan. Questo evento sarà di grande rilievo non solo per l’isola ma anche per il contesto geopolitico dell’intero Sud-Est asiatico. Taiwan si sta infatti preparando a un cambiamento significativo con l’insediamento del leader del Partito Progressista Democratico (DPP), noto per le sue inclinazioni verso l’indipendenza dell’isola dalla Cina. Lai ha ottenuto il 40,1% dei voti, superando i candidati del Kuomintang (KMT) e del Taiwan People’s Party (TPP). Nonostante la vittoria del DPP, il partito ha perso il controllo dell’assemblea legislativa, costringendo il nuovo presidente a cercare un consenso più ampio che lo porterà a moderare le sue politiche più estreme.

La perdita della maggioranza parlamentare potrebbe essere vista dall’ASEAN come un elemento di stabilità, in quanto potrebbe mitigare le politiche di Lai, riducendo così le tensioni nello Stretto di Taiwan. Questa area è di vitale importanza strategica, essendo un corridoio marittimo cruciale per il commercio globale. L’ASEAN, che tradizionalmente segue una politica di non interferenza e di consenso, ha reagito all’elezione di Lai con cautela. I Paesi membri, posizionati in una regione incrociata da svariate rotte commerciali e sfere di influenza di grandi potenze, cercano di mantenere un equilibrio per evitare conflitti. La stabilità dello stretto è essenziale non solo per la sicurezza regionale ma anche per l’economia globale.

Durante il periodo che ha preceduto le elezioni, le tensioni tra Taiwan e Cina sono cresciute, specialmente durante la presidenza di Tsai Ing-wen, che ha cercato di rafforzare i legami con gli Stati Uniti. La Cina ha risposto aumentando la pressione militare e diplomatica sull’isola, che considera una provincia ribelle da dover riunificare in futuro. Se la reazione dell’ASEAN e della maggioranza dei suoi paesi membri all’elezione di Lai è stata generalmente contenuta, con la maggior parte dei paesi che hanno evitato di prendere posizioni forti pubblicamente, lo stesso non si può dire per il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. Marcos è stato l’unico leader a distaccarsi da questa linea, esprimendo pubblicamente congratulazioni a Lai e riferendosi a lui come presidente, sottolineando la speranza di una collaborazione stretta e il rafforzamento degli interessi reciproci. Questa mossa non è stata vista favorevolmente dalla Cina, che, rivendicando Taiwan come parte del suo territorio, non riconosce a Lai il titolo di presidente. Ancora più critica è stata la reazione della Cina alle congratulazioni estese dagli Stati Uniti attraverso il Segretario di Stato Antony Blinken, accusando il governo statunitense di inviare “un segnale gravemente sbagliato alle forze separatiste per l’indipendenza di Taiwan”.

Sul fronte economico, la politica del Nuovo Corso verso il Sud, avviata dall’ex presidente Tsai Ing-wen a partire dal 2016, ha avuto l’obiettivo di ridurre la dipendenza economica di Taiwan dalla Cina, promuovendo la cooperazione economica con 18 paesi, inclusi i membri dell’ASEAN, sei stati del Sud Asia, l’Australia e la Nuova Zelanda. Questa iniziativa ha cercato di incentivare la cooperazione economica e commerciale, oltre allo scambio di talenti e risorse. Tuttavia, nonostante gli sforzi, le reazioni sono state miste, influenzate anche dalla cautela dei vari governi che cercano di non irritare la Cina. Il ministro degli Affari Economici di Taiwan, Wang Mei-hua, ha indicato come nel 2022 gli investimenti delle aziende taiwanesi nel Sud-Est e nel Sud Asia abbiano superato gli investimenti in Cina, raggiungendo i 5,2 miliardi di dollari. Questo incremento è stato spinto dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, ma la vicinanza geopolitica alla Cina continua a rappresentare un ostacolo significativo per un’espansione più libera delle relazioni commerciali di Taiwan.

Adesso, con l’insediamento di Lai, si prevede che l’impegno di Taiwan verso il Sud-Est asiatico continui ad aumentare e anzi si intensifichi ulteriormente, con una particolare attenzione alla cooperazione nell’industria ad alta tecnologia. Tuttavia, la crescente influenza della Cina nella regione rappresenta una sfida imminente. Un sondaggio recente ha evidenziato che la maggior parte dei paesi del Sud-Est asiatico favorisce la Cina rispetto agli Stati Uniti. La complessa situazione richiederà infatti a Lai di bilanciare attentamente la promozione degli interessi economici di Taiwan con la necessità di navigare le sensibilità politiche e diplomatiche del Sud-Est asiatico.

In conclusione, l’insediamento di Lai Ching-te come presidente di Taiwan rappresenta un momento significativo per la politica dell’isola. Confrontato con la perdita della maggioranza parlamentare e le crescenti tensioni con la Cina, Lai dovrà navigare un contesto geopolitico di crescente complessità, cercando di bilanciare le aspirazioni indipendentiste del suo partito con la necessità di mantenere stabilità e rapporti pacifici nella regione. Le sue politiche, in particolare il rafforzamento delle relazioni con i paesi del Sud-Est asiatico e oltre, saranno cruciali per la sicurezza e il progresso economico di Taiwan. In questo delicato equilibrio, la capacità di Lai di attuare una diplomazia efficace e di promuovere una crescita economica sostenibile, pur gestendo le pressioni esterne, definirà il successo del suo mandato e potenzialmente influenzerà l’ordine regionale del Sud-Est asiatico per gli anni a venire.

Il Libro Blu ASEAN-UE 2024-2025

Il documento sottolinea il partenariato strategico tra l’ASEAN e l’UE e presenta nuovi programmi di cooperazione

L’ASEAN e l’UE hanno lanciato il Libro Blu ASEAN-UE 2024-2025 presso la sede dell’ASEAN a Giacarta. Il Libro Blu sottolinea il partenariato strategico tra l’ASEAN e l’UE e illustra i nuovi programmi di cooperazione nell’ambito della strategia Global Gateway dell’UE. Il Libro Blu testimonia la solida e completa cooperazione tra l’ASEAN e l’UE con l’obiettivo di garantire la pace e la sicurezza regionale, favorire la connettività sostenibile, promuovere un commercio libero ed equo e promuovere lo sviluppo sostenibile in tutta l’ASEAN. Il Libro Blu di quest’anno evidenzia anche l’approccio e le iniziative del Team Europe sulla connettività sostenibile e la transizione verde nella regione ASEAN. Nell’ambito della strategia Global Gateway, l’UE si è impegnata a mobilitare 10 miliardi di euro di investimenti da parte del Team Europe per programmi verdi e di connettività nell’ASEAN. In 47 anni di relazioni ASEAN-UE, abbiamo dimostrato la forza del nostro partenariato strategico e ciò che possiamo fare insieme di fronte alle sfide globali. Questo Libro Blu offre una panoramica completa delle relazioni sfaccettate e profonde tra le nostre regioni e dell’impegno delle nostre due regioni a unire le forze per perseguire i nostri obiettivi comuni”, ha dichiarato S.E. Sujiro Seam, ambasciatore dell’Unione europea presso l’ASEAN. Il Libro Blu ASEAN-UE continua ad essere una preziosa piattaforma per illustrare il significativo sostegno dell’UE agli sforzi di costruzione della comunità ASEAN, il potenziale del nostro partenariato strategico e i progressi e i principali risultati ottenuti nell’attuazione del Piano d’azione ASEAN-UE (2023-2027)”, ha dichiarato S.E. Dr. Kao Kim Hourn, Segretario Generale dell’ASEAN. L’ambasciatore Hjayceelyn M. Quintana ha dichiarato: “L’approfondimento del partenariato strategico tra l’ASEAN e l’UE, due delle organizzazioni regionali più avanzate e di successo al mondo, potrebbe servire da modello di partenariato per altri raggruppamenti in tutto il mondo, che contribuiscono alla promozione della pace, della stabilità e della prosperità internazionali”.

I punti salienti del Libro blu ASEAN-UE 2024-2025 comprendono: 

  1. Il vertice commemorativo ASEAN-UE del dicembre 2022 e la 24a riunione ministeriale ASEAN-UE, che si terrà nel febbraio 2024 a Bruxelles;
  2. L’iniziativa Global Gateway, che illustra l’impegno dell’UE di 10 miliardi di euro dal Team Europe per progetti verdi e di connettività nell’ASEAN;
  3. il 5° dialogo politico ASEAN-UE sui diritti umani dell’ottobre 2023, preceduto dal 3° Forum della società civile ASEAN-UE e seguito dalla visita di studio AICHR-UE a Strasburgo;
  4. Priorità di cooperazione dell’UE e aggiornamenti sui progetti sostenuti dall’UE nei settori chiave dell’ASEAN;
  5. storie avvincenti dal campo, che illustrano l’impatto tangibile della cooperazione ASEAN-UE sulla vita dei cittadini dell’ASEAN.

Qui per scaricare il Libro Blu

Sostenibilità significa redditività

Pubblichiamo qui uno stralcio dell’analisi di Benjamin Soh per e27

I Paesi dell’ASEAN hanno costantemente raggiunto alti tassi di crescita economica, attribuiti ad attente strategie macroeconomiche, a politiche commerciali e di investimento aperte e all’accesso ai mercati di esportazione dei Paesi sviluppati. Un motore fondamentale delle economie dell’ASEAN è costituito dalle catene di fornitura manifatturiere. Dal 2015 al 2019, le esportazioni manifatturiere dei dieci Stati membri dell’ASEAN hanno registrato una crescita media annua del 5%, superiore alla media globale del 3%. Man mano che i governi di tutto il mondo implementano le normative ESG e di rendicontazione, le imprese e i produttori dell’ASEAN si trovano di fronte a una maggiore urgenza e pressione nell’adottare pratiche sostenibili per mantenere la competitività nelle catene di fornitura globali. Vi sono notevoli opportunità di estendere le proprie capacità produttive e di affermare la propria competitività nel settore della produzione verde. A livello globale, i quadri normativi si sono evoluti rapidamente. Nell’ambito del Carbon Border Adjustment Mechanism, le esportazioni verso l’Europa saranno soggette a una carbon tax sulle loro emissioni a partire dal 2026. Molti governi dell’ASEAN hanno iniziato ad adottare un approccio graduale per incorporare i nuovi standard globali di rendicontazione della sostenibilità, con la rendicontazione delle emissioni che diventerà obbligatoria secondo gli standard normativi a partire dal 2025. Non c’è dubbio che la sostenibilità equivalga alla redditività nel lungo periodo. È tempo che i Paesi ASEAN estendano la loro attenzione e le loro capacità dalla produzione alla produzione verde per mantenere la competitività nel mercato globale. I Paesi ASEAN possono trarre vantaggio dalla collaborazione transfrontaliera per costruire la loro economia e forza lavoro verde. Ad esempio, il bilancio 2024 del governo di Singapore ha previsto un approccio di sostegno graduale per le imprese sulla loro tabella di marcia per la digitalizzazione, concentrandosi in particolare sul sostegno finanziario per la formazione e l’adozione del digitale e delle tecnologie digitali come l’IA. Si tratta di un approccio che gli altri governi dell’ASEAN possono considerare di emulare per far progredire le iniziative ESG nella regione. I governi dell’ASEAN possono anche prendere in considerazione l’introduzione di una serie di linee guida standardizzate in relazione all’informativa ESG per aiutare le aziende a essere a prova di futuro rispetto all’obbligo di rendicontazione della sostenibilità che verrà implementato nel 2025. Esempi rilevanti già implementati nella regione sono il Simplified ESG Disclosure Guide (SEDG) Adopter Programme in Malesia e il Sustainability Report (SuRe) Form nelle Filippine.