Asean

La competizione regionale e globale sull’automotive ASEAN

Quello automobilistico è un settore strategico per le economie ASEAN, integrate attraverso complesse catene globali del valore. La pandemia ha trasformato le preferenze di consumatori e produttori, aprendo il settore a nuovi sviluppi

La pandemia da Covid-19 ha costretto le persone a ripensare abitudini e priorità quotidiane. Nel Sud-Est asiatico, centro nevralgico delle catene del valore globali, il settore automobilistico è stato particolarmente sensibile a queste trasformazioni. Da un report della società di consulenza Deloitte, emergono alcune tendenze significative, dal lato di produzione e consumo, che potrebbero incidere fortemente sulla competizione nel settore, con conseguenze anche a livello globale.

Dal lato della domanda, la preferenza per gli spostamenti con veicoli personali è aumentata dopo la pandemia. Prima della crisi sanitaria, una media del 37% dei consumatori preferiva spostarsi con mezzi propri, ma con lo scoppio della pandemia questa percentuale è notevolmente aumentata, raggiungendo il 52%. I consumatori locali, secondo Deloitte, stanno anche ripensando la tipologia di veicolo che sarebbero disposti ad acquistare: veicoli a basso consumo di carburante stanno guadagnando terreno, ma la mancanza di infrastrutture efficienti fa sì che i consumatori continuino a preferire i veicoli elettrici ibridi (HEV) rispetto ai veicoli elettrici a batteria (BEV). Circa il 38% degli intervistati nella regione preferisce veicoli a basso consumo di carburante – in particolare in Indonesia, Filippine e Thailandia, questa preferenza è stata espressa da oltre il 40% del campione analizzato. Inoltre, secondo il rapporto, poiché gran parte della popolazione intervistata non si è detta disposta a pagare di più per l’acquisto di veicoli elettrici, il supporto del governo alla produzione e alle vendite potrebbe essere utile a incoraggiarne la diffusione. 

Per quanto riguarda l’offerta, se dieci anni fa la Thailandia poteva rivendicare il primato indiscusso nella produzione automobilistica nel Sud-Est asiatico, oggi le cose stanno cambiando. Per cogliere appieno questa trasformazione, è bene osservare la crescita dei mercati emergenti locali da un punto di vista genealogico. La produzione di automobili, l’assemblaggio e la creazione di parti intermedie, è da sempre uno dei settori privilegiati dalle economie regionali. Il Sud-Est asiatico rappresenta, a livello macroscopico, uno degli snodi strategici delle catene di approvvigionamento globali. La realizzazione di un’automobile implica un processo lungo e frammentato, che passa per reti transnazionali integrate che forniscono centinaia di migliaia di posti di lavoro, attirano miliardi di dollari di investimenti e richiedono competenze e tecnologie che possono favorire la crescita a lungo termine delle economie della regione. Paesi come la Corea del Sud e il Giappone hanno fondato la loro crescita economica su un modello che si impernia sulla produzione e l’esportazione di automobili, e questo successo li ha resi riferimenti da emulare in Asia orientale. 

La Thailandia è un caso emblematico. Si tratta di uno di quei mercati emergenti del Sud-Est asiatico che ha seguito minuziosamente le istruzioni al libero mercato promosse da Fondo monetario internazionale e Organizzazione mondiale del commercio, aprendo le catene del valore a investimenti esteri e importazioni. Per economie così dipendenti dalle interazioni con l’estero, la crisi sanitaria ha rappresentato un vero shock, e il primato thailandese nel settore automotive è stato messo in discussione dall’emergere di un altro sfidante. L’Indonesia ha seguito una strada diversa per lanciare il suo settore automobilistico e la crescita economica nazionale. Le esportazioni a Giacarta sono decollate grazie alla forte domanda interna, che è incrementata da 486.000 nel 2009 a 1,2 milioni nel 2014. L’esperienza indonesiana, secondo James Guild del The Diplomat, mette in discussione il modello di sviluppo prescritto dalle grandi istituzioni internazionali per la crescita dei mercati emergenti. 

La concorrenza tra case automobilistiche, però, non è solo una questione locale. Tra gli effetti della globalizzazione vi è l’estrema mobilità dei flussi di investimento, che svolgono anche la funzione strategica di canalizzare competizioni geopolitiche. Il Sud-Est asiatico è da sempre una destinazione particolarmente attraente per le case automobilistiche giapponesi: circa il 90% dei veicoli prodotti e venduti in Thailandia proviene da produttori giapponesi. Tuttavia, Tokyo sembra voler rimanere nel solco delle tradizionali alimentazioni a benzina, mentre cresce la predilezione dei consumatori locali a basso consumo di carburante e ibride, specie in Thailandia. Le aziende cinesi sembrano intenzionate a cogliere al balzo questa opportunità. La cinese Great Wall è entrata a pieno titolo nel mercato thailandese lo scorso anno, acquisendo uno stabilimento dalla General Motors su cui ha investito oltre 700 milioni di dollari. L’intera struttura è stata trasformata in una fabbrica all’avanguardia, con linee di produzione alimentate dall’intelligenza artificiale, che ha iniziato a produrre ibridi a giugno e programma di lanciare la produzione di modelli elettrici entro il 2023. La Great Wall avrebbe sfruttato un programma del governo thailandese che offre agevolazioni per la progettazione di veicoli elettrici. Bangkok, infatti, mira a rendere elettrico il 30% dei veicoli prodotti localmente entro il 2030, e la reticenza dei produttori giapponesi di ricorrere alla svolta elettrica sta diversificando la concorrenza.

Il settore automobilistico del Sud-Est asiatico è quindi in fase di transizione. Consumo e produzione si stanno lentamente adattando alle nuove circostanze dell’economia globalizzata post-pandemia, con velocità diverse a seconda delle economie emergenti. Sarà interessante osservare quali direzioni prenderà il settore, che dirà qualcosa dello sviluppo economico dell’intera regione.  

L’importanza della connettività tra Europa e Asia

La strategia dell’Unione europea per rilanciare i rapporti con il continente asiatico

L’Asia ha una importanza strategica per l’Europa. In questi anni abbiamo sperimentato che l’economia e i mercati finanziari di Europa e Asia sono sempre più interdipendenti e integrati. Variazioni nella performance economica di una regione hanno diretta influenza sulle condizioni economiche dell’altra. Con una popolazione che supera di gran lunga quella di ogni altro continente e con le sue economie in rapida crescita, solo nel 2019, l’Asia è stata destinataria del 28% dell’esportazioni UE e del 40% delle sue importazioni. Senza contare che la Cina è stata l’unica potenza mondiale a chiudere il 2020 in crescita, con un PIL in aumento del 2,3%.

Tutti dati che l’UE non ha potuto ignorare. Anche per questo nel 2018, i leader europei hanno adottato una comunicazione congiunta, nota come “Connecting Europe and Asia – Building Blocks for an EU Strategy”. La strategia proposta dall’Unione Europea punta sulla costruzione di un dialogo interregionale profondo creando sistemi di connettività sostenibile e regole condivise. Ciò diventa possibile, in primo luogo, ristrutturando il sistema delle reti e delle connessioni tra le due regioni, creando corridoi di trasposto, collegamenti digitali avanzati e migliorando la cooperazione energetica. In secondo luogo, predisponendo partenariati incentrati sulla connettività, che fanno perno su regole e standard comuni, in grado di consentire una migliore gestione dei flussi di merci, servizi, persone e capitali tra l’Europa e il continente asiatico. Infine, l’Unione Europea si è impegnata a colmare il divario negli investimenti dedicati alla connettività con l’Asia, mobilitando risorse e contribuendo a rafforzare la cooperazione con investitori privati e organismi di natura internazionale e banche multilaterali di sviluppo.

La strategia si è evoluta con la promozione di un incontro UE-Asia (ASEAM) diretto ad ampliare la connettività tra le due regioni. Si tratta di una piattaforma informale che include anche una dimensione parlamentare (ASEP), la quale riunisce nel dialogo 53 Paesi provenienti dalle due regioni, ovvero circa il 60% della popolazione globale e il 65% del PIL mondiale.  Altra istituzione permanente è l’ASEF (Asia-Europe Foundation), che si occupa di incoraggiare gli scambi intellettuali, culturali e interpersonali tra Asia e Europa. I rapporti tra i due blocchi sono, poi, stati rafforzati con la conclusione di cinque partenariati strategici – compreso uno con l’ASEAN – e la definizione di accordi di libero scambio con diversi paesi asiatici, di cui l’ultimo, negoziato con l’ASEAN, riguarda la liberalizzazione del traffico aereo interregionale.

Tuttavia è fin troppo evidente che migliorare la connettività costa. L’Asian Development Bank stima necessari circa 1,3 trilioni di euro all’anno, da impiegare in investimenti infrastrutturali, crescita economica e politiche green. A questa cifra occorre aggiungere un investimento di 1,5 trilioni di euro, nel periodo 2021-2030, da indirizzare al Trans-European Transport Network (TEN-T). Il progetto sarà poi sostenuto anche dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Sostenibile (EFSD+), dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) e da istituzioni finanziarie private e internazionali.

In un momento di rimescolamento delle carte sulla scena internazionale, a Bruxelles non sfuggono i vantaggi della connettività con un’area emergente del mondo: pensare al futuro significa rilanciare i rapporti con il continente asiatico, promuovendo il dialogo e rafforzando i legami tra governi, istituzioni finanziarie e attori del settore privato. 

Rita Bonucchi: “Non si può non essere in ASEAN, l’innovazione nasce lì”

ITALIA-ASEAN/ Iniziamo un ciclo di interviste e approfondimenti su aziende e realtà italiane presenti nel Sud-Est asiatico. Intervista alla CEO di Bonucchi e Associati srl, società di consulenza con sede a Milano e Singapore.
Rita Bonucchi è CEO di Bonucchi e Associati srl, una società di consulenza con sede a Milano e Singapore (dal 2011), che si occupa di marketing internazionale, strategie per l’export e l’internazionalizzazione, con una lunga e solida presenza nel Sud-Est asiatico. Export Strategist, formatrice e Management Consultant, dal 2020 ha fondato anche BeaConsulting pte ltd a Singapore, focalizzata su clienti e progetti locali.

Com’è nata la sua attività in ASEAN?

Nel 1993 ho avviato un’attività di consulenza per la pianificazione marketing. All’epoca, non essendo così sicura dei volumi di lavoro, ho accettato un progetto di supporto al procurement di guanti monouso. Questo settore era distante dal mio solito focus di lavoro.  Partendo da quella che fu una scelta casuale, ho iniziato a frequentare l’ASEAN dal 1993 e, in seguito a quell’incarico, avendo accumulato contatti e conoscenza di territorio, ho continuato a seguire altri progetti, che tuttavia restavano marginali rispetto alla mia attività principale.

Nel 2010 ho supportato la stesura di un business plan per un’attività di consulenza basata in Malesia. L’anno successivo la mia società, Bonucchi e Associati, sarebbe diventata maggiorenne. Dal 1993 al 2010 avevamo accompagnato tante aziende nelle loro strategie di internazionalizzazione. Così ho capito che era arrivato anche per noi il momento di guardare all’estero. Internazionalizzare una società di servizi non è semplice, ci sono molti meno modelli. Abbiamo deciso di seguire lo stesso modus operandi che utilizziamo per i nostri clienti: check up, selezione destinazioni, progetto. La selezione destinazioni ha fatto emergere l’ASEAN, anche grazie a tutta quell’esperienza iniziata in modo casuale. Dopo un primo focus sulla Malesia, è stato chiaro che Singapore è il luogo più adatto a noi e su cui abbiamo investito dal 2011. Inizialmente, abbiamo cercato partner e collaboratori per poi iniziare a stabilizzarci e fondare una sede a Singapore, investendo anche nei viaggi di lavoro. Siamo passati a più di quattro trasferte all’anno, con permanenze lunghe, soprattutto d’estate. 

Oltre a questo, una serie di progetti internazionali per la Commissione Europea mi aveva portato anche in Indonesia, in particolare a Bali. Lì ho seguito progetti destinati alle PMI e agli artigiani locali sull’empowerment per l’export verso l’Unione Europea. Seguendo clienti, missioni, progetti istituzionali, siamo arrivati a un’altra svolta della nostra storia in ASEAN.  Nel 2018 siamo diventati consulenti di un’agenzia governativa, Design Singapore, che si occupa della promozione e dello sviluppo del design di Singapore, localmente e all’estero. Siamo consulenti per l’internazionalizzazione in Europa di vari designer e studi di architettura singaporiani. Adesso continuiamo a seguire questo progetto con un ruolo che si è evoluto e ci ha portato ad avere esigenze ancora più puntuali. Fino al febbraio 2020, volavo a Singapore ogni mese. Un incarico di grande respiro con un impatto molto positivo sulla nostra visibilità in Italia, in quanto parte di questo incarico ha richiesto un matching tra designer singaporiani e produttori italiani.

Quali sono i punti focali del suo lavoro nel Sud-Est asiatico?

Non abbiamo una specializzazione settoriale chiusa, ma negli ultimi dieci anni abbiamo focalizzato la nostra attività in ASEAN su pochi settori, tra i quali i cosmetici e tutto il mondo beauty. Curiamo il percorso di internazionalizzazione nel Sud-Est asiatico di Cosmetica Italia, l’associazione dei produttori di cosmetici all’interno di Confindustria. L’altro settore sul quale puntiamo molto è quello del progetto: architetti, ingegneri, produttori di sistemi, materiali e prodotti che hanno la loro destinazione all’interno di un edificio, fino all’arredamento e al tessile per l’arredo. Adesso stiamo lavorando molto con il settore medicale e agri-tech. È Singapore che ci guida in base alle nuove tendenze su cui si concentra, alle aree sulle quali punta. Noi ci attrezziamo a seguire i trend, anche grazie ai nostri clienti locali. Dal 2020 abbiamo fondato una società controllata al 100% a Singapore, BeaConsulting pte ltd, focalizzata su clienti e progetti locali. Operiamo sia come società italiana a Singapore sia come società locale.

Quali sono i motivi che l’hanno spinta a investire a Singapore?

L’innovazione nasce in ASEAN, è lì che succedono le cose. Questa è la motivazione più forte. Non possiamo non esserci. È una convinzione per noi e per i nostri clienti, non una semplice attrazione territoriale. Non essere presenti in ASEAN significa perdere non solo una fetta del business, ma soprattutto l’onda principale dell’innovazione, a livello qualitativo. È un punto di osservazione assolutamente privilegiato, in particolare Singapore, dove si incontrano tante correnti, soprattutto quelle relative al mondo digitale. Sono presenti tutti gli strumenti tipici del mondo occidentale e della Cina e poi una enorme vivacità locale, molto visibile dal settore e-commerce. Non esserci significa perdere un pezzo di opportunità.

Altri motivi riguardano lo stile di vita e il modo di fare business. A Singapore divento più produttiva, faccio networking in modo molto più intenso. I tempi si comprimono: dall’inizio di una proposta di business alla chiusura passa meno tempo che in Italia. L’ambiente è più internazionale. Nonostante lavori a Milano, sento che la velocità di Singapore è superiore. C’è una comunità internazionale più sviluppata, una concentrazione di capitali che interessa particolarmente alle startup e che tende ad aumentare di pari passo alla crescita del venture capital. La velocità nella costituzione delle società è preponderante. Nell’ultimo anno abbiamo costituito varie società per i nostri clienti e aperto conti correnti senza essere fisicamente a Singapore, e le modalità per farlo è anche relativamente semplice.

Noi impieghiamo un modello secondo cui le PMI atterrano prima a Singapore, per poi coprire il resto dei Paesi ASEAN. Un modello tradizionale, che risponde a un’unica considerazione: molte delle PMI con cui dialoghiamo non sono pronte né a scegliere un solo territorio né a sostenere i costi e l’impegno di un insediamento in termini di proprietà industriale, intellettuale certezza del diritto, avviamento di un business. A nostro parere, Singapore rimane ancora imbattibile. Il momento per aprire in Vietnam, Thailandia, Indonesia e Malesia può sempre arrivare. Più spesso troviamo partner su Singapore che ci aiutano a coprire gli altri mercati della regione.

Ad oggi com’è la risposta dei clienti italiani?

I nostri dieci anni di esperienza sul campo ci danno quella solidità di cui i clienti hanno bisogno. Non riusciamo ancora ad arrivare così rapidamente al loro insediamento. Oltre a trovare un partner a Singapore, stimoliamo le aziende a stabilirsi il prima possibile, anche per poter usufruire dei veri vantaggi territoriali, non ultimi i grant disponibili anche per le aziende a capitale straniero. Tuttavia, questa visione non è ancora totalmente sposata dalle aziende con le quali dialoghiamo. Ci vuole più sforzo per arrivare a farli decidere un insediamento diretto. La richiesta più frequente resta l’elaborazione di un progetto export e la ricerca dei distributori, attività per le quali siamo comunque attrezzati e anche accreditati per i principali programmi di finanziamento (Maeci/Invitalia, Simest e altri). Per alcuni prodotti spingiamo anche sull’approdo diretto agli e-commerce locali.

Storia della sua realtà imprenditoriale: presente e sviluppi futuri.

Il nostro presente fa leva sui nostri collaboratori a Singapore che ci hanno permesso di andare avanti in questo periodo. Prima fra tutti la nostra Project Manager, Marianna Fichera.

Bonucchi e Associati è sia a Milano che a Singapore. Il metodo e la squadra di lavoro sono gli stessi, nonostante siamo articolati su due sedi. Ciò è davvero inusuale alla nostra dimensione. Abbiamo anche partner locali che, fin dall’inizio, hanno aiutato a radicarci e che ancora oggi sono il nostro riferimento sia a Singapore che in Malesia. Riusciamo a lavorare a diversi livelli perché possiamo contare su diversi tipi di collaboratori. Tramite il gruppo di collaboratori in loco aumentiamo il nostro focus in ASEAN.

Grazie al nostro ruolo di brand ambassador a Singapore di MM Design, un pluripremiato studio di industrial design, e all’iscrizione a varie associazioni locali abbiamo ottenuto importanti riconoscimenti come consulenti ed esperti. L’azienda locale può ottenere finanziamenti dalle varie agenzie governative di Singapore anche quando lavora con noi. Stiamo lavorando per essere equiparati a una società di consulenza locale anche per i vantaggi riservati a clienti stessi.

Di recente abbiamo cambiato sede a Milano, replicando ciò che abbiamo a Singapore all’interno del National Design Centre. Paperwork è lo spazio co-working che ospita il nostro ufficio per il team locale a Singapore, permettendoci di sfruttare la realtà innovativa e vibrante dell’hub per il mercato asiatico. Con l’obiettivo di riprodurre il modello già sperimentato a Singapore, abbiamo trasferito la nostra sede nello spazio di YoRoom, una community di aziende, freelance e start up, dove talenti e idee si incontrano nel cuore del quartiere Isola/Garibaldi a Milano.

Per il futuro prevediamo un bilanciamento dei dipendenti a Singapore e a Milano, mantenendo il concept dell’unico team e sperando di riprendere presto a viaggiare. Avendo rafforzato anche il network che ci permette di lavorare negli altri Paesi ASEAN, andremo a formalizzare e a rafforzare questi rapporti. Singapore, Indonesia e Malesia sono molto ben presidiati, seguiti da Thailandia e Vietnam.

Quale impatto ha avuto la pandemia Covid-19 sui processi aziendali?

La pandemia è arrivata mentre eravamo sulla rampa di lancio di molti progetti. All’inizio è stato complicato, anche per l’annullamento di tutti gli eventi, ma poi abbiamo capito come adattarci alla situazione, cambiando modo di lavorare. Adesso ci siamo riassestati. 

L’impossibilità di viaggiare da Paese a Paese rappresenta il danno maggiore, perciò stiamo aumentando l’enfasi su Singapore. In tutti gli incarichi che stanno arrivando ci concentriamo inizialmente su Singapore, aspettando di essere più incisivi anche sugli altri Paesi. Prima il lavoro prevedeva movimento continuo, ora dobbiamo aspettare e utilizzare di più i nostri riferimenti locali perché è ancora inimmaginabile quella fortissima mobilità, che poi è una delle caratteristiche principali del mercato ASEAN. La mancanza di mobilità è stato l’impatto più rilevante, che poi ci ha portato a concentrarci su settori che hanno il proprio focus a Singapore: health-tech, agri-tech e food-tech, sicurezza alimentare e approvvigionamento, economia circolare. 

Riguardo il settore della sostenibilità, siamo coinvolti in Coffeefrom, un progetto di economia circolare che realizza, ad esempio, tazzine con i fondi di caffè. Il progetto pilota è in Italia e noi abbiamo l’incarico di replicarlo partendo proprio da Singapore. Con il Green Plan 2030, Singapore è certamente il Paese più visionario in questa direzione. Inoltre, si creano economie di agglomerazione, c’è una grande possibilità sia di incontrare aziende del settore della sostenibilità sia i loro finanziatori. Ci sono fondi di venture capital esclusivamente dedicati a startup impegnate nella sostenibilità, come Pufferfish Partners. Nella necessità di lavorare a distanza e non potendo più partecipare fisicamente agli eventi, è diventato più importante approfondire e mantenere il network virtuale con questi soggetti.

Il ruolo delle donne nell’imprenditoria a Singapore.

A Milano siamo un gruppo di donne e anche a Singapore abbiamo mantenuto questa prevalenza. Mi dedico molto alla valorizzazione delle professionalità femminili italiane presenti a Singapore. Sono socia dell’Italian Women’s Group Singapore (parte di Singapore Business and Professional Women’s Association), che unisce più di 120 donne italiane a Singapore: manager, imprenditrici, e tantissime donne che si sono trasferite per motivi di famiglia. In quest’ultimo caso, molto spesso le loro professionalità vengono compresse. Molte professioni non sono replicabili a Singapore, ad esempio quelle relative al mondo legale. In altri casi, la continua mobilità del coniuge rende impossibile replicare un certo tipo di attività. Alcune donne che lavorano o hanno lavorato con me provengono da questo bacino. Finora era possibile farle lavorare con la letter of consent, che non è più possibile richiedere da maggio di quest’anno, rendendo la situazione ancora più critica. 

A Singapore c’è un’imprenditoria femminile molto sviluppata, in cui emerge il ruolo di Christina Teo di she1K, una competizione aperta alle startup femminili. Molto interessanti anche le iniziative finanziate da CRIB. Singapore è una società multietnica, attenta alle pari opportunità. Purtroppo, molte professionalità esportate dall’Italia subiscono una compressione. Ad oggi, è un patrimonio assolutamente sprecato. Ci sono donne che si muovono dall’Italia con una posizione di valore e non ritrovano la possibilità di continuare ad esprimerla in questo assetto. Alcune donne optano per attività in proprio. Ci sono attività interessanti relative alla produzione di gioielli, come Italian Hands di Ilenia Circolani, e alla psicomotricità, come Sparkd | The Brain & Fitness Hub, fondato da Anna Milani. Tuttavia, in altri settori non si riescono ad avere le stesse opportunità che c’erano in Italia. 

L’arte digitale in Asean passa dagli NFT

Articolo a cura di Sabrina Moles

Anche nei dieci Paesi del Sud-Est asiatico sta prendendo piede il mercato decentralizzato e senza intermediari basato sulla blockchain. Ma gli NFT non tutelano solo i diritti d’autore nel mondo digital: per i lavoratori delle economie emergenti è una vera e propria alternativa di guadagno

Il treno dei token non fungibili (meglio conosciuti come NFT) è arrivato anche nel Sud-Est asiatico. Tra gli investitori d’arte sta già diventando lo strumento principale per tentare il successo in un nuovo settore d’investimento. Innanzitutto, chiariamo che cosa sono gli NFT: come dice il nome stesso, questo tipo di beni non sono fungibili, ossia intercambiabili. Questo significa che ogni NFT non è uguale all’altro, permettendo agli investitori di entrare in possesso di qualcosa di unico e irripetibile. Idealmente, qualsiasi cosa può essere registrata come NFT nella blockchain, che più precisamente si basa sul sistema fornito da Ethereum (la tecnologia dietro la seconda criptovaluta più diffusa dopo il Bitcoin). L’ecosistema creato da Ethereum è caratterizzato da una blockchain senza mediatori dove circolano, sono acquistati o venduti questi “contratti intelligenti”.

Non ci è voluto molto perché in tutto il mondo l’effetto NFT facesse notizia, diventando argomento di dibattito tra appassionati di criptovalute e investitori come uno strumento eccezionale in un mercato di scarsità. Uno dei maggiori usi che viene fatto degli NFT oggi, infatti, è sul mercato dell’arte digitale. Grazie a questa tecnologia vengono etichettati file di qualsiasi tipo, a cui viene attribuito un valore determinato (anche, ma non solo) dal loro essere un pezzo unico, da collezione. Le opere vendute come NFT, esattamente come avviene per quelle esistenti sui mercati dell’economia reale, possono valere migliaia, se non milioni, di dollari. Si tratta di una rivoluzione per il mondo dell’arte digitale, dove è sempre stato  facile contraffare e rubare le opere. Ma non solo: agli artisti rimane così più libertà di vendere le proprie opere senza dover passare dai canali tradizionali dei mediatori e delle esposizioni. Questo crea un sistema che non solo riduce i costi operativi, ma amplifica le opportunità di raggiungere il pubblico ideale. Come ha dichiarato ad Art Sg Shavonne Wong, fotografa di Singapore: “Gli NFT mi hanno dato uno spazio in cui posso davvero fare ciò che voglio, senza una direzione esterna. È un’esperienza molto liberatoria”. Infine, gli NFT stanno creando degli spazi per sperimentare una nuova esperienza artistica che oltrepassi i limiti della percezione e della concettualizzazione delle opere fisiche. “Con gli NFT, c’è una maggiore possibilità di esplorare l’approccio digitale che integro nel mio processo artistico e di mostrare più lavori in motion graphics”, racconta l’artista indonesiano Radhinal Indra. Per i più appassionati di questo nuovo mondo delle contrattazioni e investimenti digitali, gli NFT sono una vera e propria rivoluzione, che potrebbe presto sbarcare nel mondo della finanza tradizionale. Su questo mercato si stanno rapidamente moltiplicano le opportunità per gli artisti di guadagnare vendendo opere d’arte e pezzi unici come NFT.

Gli NFT, in quanto elementi creati e scambiati nella blockchain, possono essere prodotti attraverso le attività di mining – un processo bidirezionale dove chi offre sistemi hardware o contribuisce a far funzionare parte della blockchain ottiene in cambio altra criptovaluta. Il mondo del gaming è un’altra funzione degli NFT che sta spopolando nei Paesi ASEAN e in generale nelle economie emergenti, da dove proviene l’80% dei cosiddetti “miners”. Anche spendere una determinata quantità di ore al giorno su un videogioco equivale, infatti, a un processo di mining. Nel Sud-Est asiatico, per esempio, come racconta Nikkei Asia, il gioco Axie Infinity è diventato per tanti precari del mondo del lavoro un’entrata stabile. Come racconta uno degli intervistati, il filippino Gilbert Jalovaal, almeno due ore al giorno trascorse sulla piattaforma permettono di estrarre abbastanza NFT che convertiti in moneta locale o Ethereum raggiungono cifre di gran lunga superiori al suo salario mensile.

Sul vagone degli NFT stanno saltando tante realtà diverse, un’ambiente libero dove – almeno per ora – l’unico limite sembrano gli strumenti analitici per capirne appieno le potenzialità. La finanza decentralizzata, come si può definire il sistema basato sugli NFT, è un processo che si sta arricchendo proprio grazie a questa eterogeneità di contributi. Ci sono realtà come il Tropical Futures Institute, uno studio multidisciplinare con sede nelle Filippine, che fanno ricerca e partecipano all’ecosistema delle criptovalute nel mondo dell’arte dal 2015. A volte emergono storie di grande solidarietà e collaborazione, come il progetto della filippina Narra Gallery che ha creato un fondo virtuale dedicato agli artisti che desiderano avvicinarsi all’universo degli NFT. Gli acquirenti possono accedere al sito e acquistare le opere attraverso un’offerta in criptovalute: una sorta di asta virtuale.

È ancora presto per dire se l’entusiasmo del mondo dell’arte (e non) nei confronti degli NFT avrà un futuro, così come è prematuro vederne una larga diffusione in Asia. Per ora i Paesi ASEAN  offrono alcuni degli spazi più creativi in questo senso, e sarà interessante osservare come evolverà l’ecosistema NFT in questo parte di mondo. È solo l’inizio di una sperimentazione che sta avendo grande successo ma potrebbe esplodere come altre “bolle” del passato.

USA e Cina si scontrano sul commercio digitale nel Sud-Est asiatico

Gli USA pensano a un “piano Marshall” digitale asiatico. La volontà di Biden è quella di controbilanciare l’influenza cinese nella regione, ma il Sud-Est asiatico ha rapporti molto stretti con le aziende tecnologiche cinesi

L’amministrazione Biden sta discutendo la proposta di un accordo sul commercio digitale  in Asia-Pacifico, per rilanciare il ruolo degli USA nella regione. Il Presidente Donald Trump aveva ridimensionato il primato internazionale di Washington con una serie di mosse inequivocabili: tra le altre, interventi contro le istituzioni dell’ordine liberale internazionale e l’abbandono del Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership nel 2017. Joe Biden cambia rotta, e dopo aver impiegato i primi mesi del mandato presidenziale a rafforzare accordi esistenti e a ritrattare le posizioni assunte dal suo predecessore, sta valutando l’idea di lanciare quello che è stato definito un “piano Marshall” digitale per l’Asia e Pacifico. Secondo alcuni analisti, oltre all’interesse economico di brand e investitori statunitensi, rafforzare la presenza di Washington nella regione è anche un modo per controbilanciare l’influenza cinese. Wendy Cutler, dell’Asia Society Policy Institute a Washington, ha affermato che l’accordo “riporterebbe gli Stati Uniti nel gioco commerciale in Asia, mentre considerano i benefici di ricongiungersi all’accordo globale per il partenariato transpacifico (CPTPP)”.

Per il momento l’obiettivo è quello di creare un paradigma di standard condivisi per l’economia digitale, che comprenda norme sull’uso di dati, accordi doganali elettronici e agevolazioni degli scambi. Sarebbero inclusi nel progetto Paesi come Giappone, Malesia, Singapore, Australia e Nuova Zelanda. Come ha sottolineato Nigel Cory, direttore associato presso il think tank Information Technology & Innovation Foundation, durante le negoziazioni di trattati commerciali la difficoltà risiede nel dover conciliare istanze diverse e talvolta divergenti, come quelle sul lavoro, sui servizi e sulle normative ambientali. “È un compito molto impegnativo e complicato”, ha osservato, “mentre con gli accordi specifici per il commercio digitale è un po’ più semplice”.

Il Sud-Est asiatico ha già intrapreso la via verso una maggiore integrazione digitale. Attualmente la regione ospita circa 400 milioni di utenti internet, il 10% dei quali è sbarcato per la prima volta online nel 2020. Gli sforzi dell’ASEAN vanno nella direzione di una maggiore cooperazione internazionale sul tema, sia tra i Paesi membri sia tra l’Associazione e i suoi partner di dialogo. Come ha sottolineato la Ministra per la Comunicazione e l’Informazione di Singapore, Josephine Teo, bisognerebbe impedire la frammentazione dello spazio tecnologico e digitale, intensificando gli sforzi verso partenariati che favoriscano il commercio digitale nell’area. “Dovremmo cercare più partnership, non meno” ha suggerito “invece della biforcazione tecnologica, stiamo effettivamente cercando di avere sistemi e standard più interoperabili (…) [per] promuovere flussi di dati transfrontalieri e far crescere il commercio digitale che aiuterà le nostre aziende, sia grandi che piccole”.

L’ottica anti-cinese degli interessi strategici statunitensi è un tema controverso per il Sud-Est asiatico. Per quanto il rapporto tra i Paesi ASEAN e la Cina possa risultare ambivalente, la possibilità di essere cooptati nell’alveo dei Paesi atlantisti non è una questione da poco. I giganti della tecnologia cinesi investono  in modo ingente nella regione: tra infrastrutture, commercio e finanziamenti rappresentano una vera risorsa per le economie locali.  Grandi società cinesi come Alibaba Group Holding Ltd. e Tencent Holdings Ltd. negli ultimi anni hanno guidato un’ondata di investimenti tra i Paesi ASEAN. Questa settimana i rappresentanti nazionali di alcuni Paesi asiatici hanno espresso sostegno alla proposta di Biden, avendo cura di evitare qualsiasi menzione alla potenziale esclusione di Pechino. Il Ministro del Commercio malese, Azmin Ali, ha accolto con favore l’idea e ha invitato le imprese americane a utilizzare il suo Paese come “porta d’ingresso” verso il Sud-Est asiatico. Il tutto a pochi giorni di distanza dalla decisione di Kuala Lumpur di scegliere Ericsson e non Huawei per lo sviluppo dell’infrastruttura di rete 5G. Mossa che è stata notata a Washington. mentre Singapore ha suggerito che l’accordo ha il potenziale per creare “beni comuni digitali globali aperti e affidabili”. In ogni caso, come hanno osservato gli analisti,  una maggiore esposizione del Sud-Est asiatico alle regole occidentali può mettere in crisi il rapporto con le aziende tecnologiche cinesi, fautrici di un approccio alla privacy, alla trasparenza e alla sorveglianza totalmente diverso.

Alcuni media statali cinesi hanno accolto negativamente la proposta della Casa Bianca. Hanno tacciato d’ipocrisia l’amministrazione statunitense, accusandola di promuovere un trattamento solo apparentemente alla pari con il Sud-Est asiatico, che manca della stabilità economica adeguata per poter godere di un interscambio equo con gli USA. Secondo il Global Times, gli Stati Uniti hanno adottato una mentalità a somma zero per promuovere discordia e instabilità nella regione. Uno dei settori in cui ASEAN e Cina cooperano più proficuamente sono le infrastrutture digitali, che consentirebbero di creare le condizioni preliminari per sviluppare il settore del commercio virtuale. Le economie dell’Indo-Pacifico sembrano disposte a trarre vantaggio dalla cooperazione con Washington, senza rinunciare all’intenso rapporto con Pechino. La stabilità regionale resta la massima priorità di tutti gli attori coinvolti, per questo dovranno essere mitigate le conseguenze geopolitiche più dirompenti di un accordo commerciale digitale con gli Stati Uniti.

La cooperazione Italia-ASEAN per un futuro condiviso

Nel settembre 2020 l’Italia è divenuta partner di sviluppo ASEAN. Le relazioni bilaterali si intensificheranno su vari ambiti: politico, securitario, economico. La cooperazione  bilaterale ha tutto il potenziale per creare opportunità per un futuro condiviso

L’Italia intrattiene con l’ASEAN ottime relazioni politiche ed economiche. Mercoledì 7 luglio, durante una webinar del CeSI, gli  ospiti hanno elogiato l’intensificarsi della cooperazione bilaterale, anche alla luce della partnership di sviluppo lanciata lo scorso anno. Nel settembre 2020, infatti, all’Italia è stato conferito il ruolo di “ASEAN Development Partner”, un titolo prestigioso che implica maggiore prossimità tra le parti su varie aree: connettività, lotta ai cambiamenti climatici e sviluppo sostenibile, gestione dei disastri naturali, tutela del patrimonio culturale, rafforzamento del ruolo delle donne, mantenimento della pace e limitazione delle diffusione del Covid-19. L’Italia ha deciso, con lungimiranza, di valorizzare la relazioni con i Paesi del Sud-Est asiatico puntando su una cooperazione multilivello. 

In occasione del webinar, l’Ambasciatrice della Repubblica di Indonesia in Italia, Esti Andayani, ha osservato come quello presente sia un periodo d’oro per i rapporti Italia-ASEAN. Nonostante l’irrompere della crisi sanitaria, la cooperazione per lo sviluppo non è venuta meno. “Nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro. Una delle lezioni da imparare è che dovremmo cooperare di più nella realizzazione di uno sviluppo sostenibile”, ha sottolineato. Anche se la pandemia si è fatta sentire, causando una repentina contrazione del commercio internazionale, Andayani è ottimista sul futuro. Il Direttore Generale del Ministero degli Esteri Luca Sabbatucci ha descritto poi l’approccio dell’Italia alla cooperazione con la regione. Il paradigma italiano è costituito dal potenziamento di piani per lo sviluppo sostenibile, per l’economia verde e digitale e per l’energia verde. Gli sforzi bilaterali si innestano nella consapevolezza che le due economie possano essere di supporto l’una per l’altra, a livello politico-diplomatico, culturale e commerciale.

L’Italia intrattiene ottime relazioni con i 10 Paesi del blocco, e gode di un’immagine molto positiva anche agli occhi dei locali. Come sottolinea Romeo Orlandi, Vice-Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, “il nostro Paese ha eccellenti relazioni bilaterali, non inquinate da rancori post-coloniali. Non esistono tensioni politiche, tanto meno militari o legate alla sicurezza. Anche tra i consumatori è forte l’immagine dell’Italia come Paese che esprime arte e cultura, dove la qualità della vita è alta e si producono prestigiosi beni di consumo. Se ne apprezzano lo stile di vita, la cucina, le manifestazioni sportive”. 

Questa attrazione è reciproca. Il Sud-Est asiatico è apprezzato dalla popolazione italiana per la sua cultura, la cucina e gli usi e i costumi, ma anche il mondo imprenditoriale riconosce il valore delle relazioni con l’ASEAN. Tuttavia, a causa di narrazioni mediatiche talvolta poco accurate e di un fascino dell’esotico che deriva dall’esperienza del colonialismo europeo, prevale ancora una percezione stereotipata della regione. Tra “le spiagge della Thailandia e di Bali, i templi buddhisti del Myanmar, gli shopping mall di Singapore”, osserva Giuseppe Gabusi del TWAI (Torino World Affairs Institute), “è difficile trasmettere l’immagine reale di questi Paesi”. È utile perciò trasformare l’approccio, guardare al partenariato con l’ASEAN come a un interscambio reciprocamente fruttuoso. Come ha sottolineato l’Ambasciatore UE in India Ugo Astuto, il proliferare di think tank e istituti di ricerca sta recentemente contribuendo a una conoscenza più approfondita del Sud-Est asiatico. 

L’Italia riconosce all’ASEAN anche il merito di rappresentare un “esempio positivo di multilateralismo basato sul rispetto del diritto internazionale”, e punta ad approfondire le relazioni con la regione anche in ambito securitario. Appena dopo aver accettato la sua candidatura come Development Partner, si è tenuto un incontro tra i rappresentanti delle parti per discutere di questioni legate alla sicurezza transnazionale. Con l’occasione, l’Italia si è impegnata a lavorare con i Paesi ASEAN a operazioni di capacity-building contro il terrorismo, la criminalità organizzata, il traffico di droga e il cybercrimine.

I mercati emergenti dell’area hanno dimostrato un grande dinamismo, specie di fronte alle difficoltà causate dalla pandemia da Covid-19. In questo periodo il commercio bilaterale tra l’Italia e il blocco asiatico si è mantenuto vivo, pur subendo un’inflessione negativa. Secondo i dati dell’International Trade Center, il volume dell’interscambio commerciale nel 2020 ammontava a circa 18,7 miliardi di euro, con l’Italia in leggero avanzo commerciale (10,3 miliardi di esportazioni nel 2020). La nostra penisola è  la quinta economia europea per esportazioni nel Sud-Est asiatico, dopo Germania, Francia, Regno Unito e Svizzera, mentre Singapore, Thailandia e Malaysia, sono i principali partner commerciali, specie per quanto riguarda macchinari e apparecchiature elettroniche. Circa 1,8 miliardi di euro di prodotti esportati dall’Italia arrivano a Singapore, per poi essere smistati in altri Paesi dell’Asia orientale. L’ASEAN è l’origine del 2,3% circa delle importazioni italiane (8,4 miliardi su un totale di 370 miliardi nel 2020), e destinazione dell’1,7% circa delle esportazioni (7,3 miliardi su un totale di 434 miliardi nel 2020). 

La cooperazione multilivello dovrà declinarsi simultaneamente in questi ambiti: politico, securitario e socio-economico. Il proliferare di occasioni di scambio può contribuire a una maggiore comprensione reciproca e creare le coordinate giuste per un futuro condiviso.

Il Giappone e la transizione energetica in ASEAN

Tokyo vuole essere protagonista nelle dinamiche economiche dell’ASEAN post-Covid e grazie alla transizione energetica punta a limitare l’espansione cinese nell’area

Nel recente incontro dei leader del G-7 è stato messo sul tavolo della discussione anche il complicato dossier sui cambiamenti climatici e la transizione energetica. I leader politici si sono ormai resi conto che il tema deve essere affrontato di petto per arrivare ad una soluzione che limiti il più possibile gli effetti negativi del cambiamento climatico. Se i Paesi industrializzati sono in grado di mettere in campo ingenti risorse economiche e know-how per garantire la transizione energetica e raggiungere la de-carbonizzazione delle economie, lo stesso non può dirsi di quelli a medio reddito che stanno attraversando un processo di sviluppo economico, largamente basato su risorse energetiche fossili, ma che mancano sia delle risorse economiche che delle conoscenze tecnologiche per mettere in campo progetti di conversione ecologica delle loro società. Il Sud-Est asiatico si trova in questa condizione e necessità del sostegno dei Paesi sviluppati per poter portare a compimento l’ASEAN Plan of Action for Energy Cooperation (APAEC) 2016-2025 in modo da ridurre la dipendenza dalle fonti fossili. 

Pertanto, il Giappone si appresta a investire per favorire la transizione energetica dell’ASEAN. In un recente meeting tra i Ministri dell’energia dei Paesi ASEAN e il Ministro dell’Economia e commercio del Giappone è stata rilasciata una dichiarazione comune che impegna le parti a rafforzare la cooperazione e il Paese del sol levante a investire 10 miliardi di dollari in supporto alla transizione tramite la Japan Bank for International Cooperation (JBIC) e altre istituzioni finanziarie. Questo denaro sarà finalizzato a incrementare le rinnovabili, l’efficienza energetica, la transizione dal carbone al gas, l’utilizzo di tecnologie per la cattura e stoccaggio della CO2 e per ultimo il trasferimento di know-how. Tokyo vorrebbe aiutare ognuno dei 10 Paesi ASEAN a stilare una road map per arrivare a zero emissioni, senza però indicare precisamente una deadline entro la quale raggiungere l’obiettivo. Va però ricordato che ad oggi solo tre Paesi ASEAN, cioè Cambogia, Myanmar e Laos, hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali per il raggiungimento della neutralità entro il 2050 e il Giappone sta premendo su tutti gli altri membri affinché stilino dei piani e definiscano le tempistiche. 

Gli investimenti in sostenibilità ambientale promossi dal Giappone non devono essere visti come una mossa a sé stante, ma rientrano in una logica di sistema più grande che il Paese asiatico ha da tempo messo in campo. Infatti, negli ultimi anni Tokyo è tornata ad interessarsi al Sud-Est asiatico e ha rafforzato le relazioni diplomatiche ed economiche con i Paesi ASEAN. Nello specifico, il Giappone è molto attivo in investimenti nei comparti della difesa, delle infrastrutture, delle risorse e dell’automotive e ultimamente ha lanciato un piano di sussidi fiscali per favorire lo spostamento delle imprese nipponiche con sede in Cina verso il Sud-Est asiatico. Tokyo ritiene che investire nell’ASEAN, delocalizzandovi imprese e aiutare la regione nella transizione ecologica possa tornare utile sia per se stessa in termini di crescita economica, sia per controbilanciare l’influenza cinese nell’area Per esempio, diminuire la dipendenza dal carbone dei Paesi ASEAN indirettamente significherebbe limitare l’influenza cinese verso di loro visto che Pechino è un grande investitore e costruttore di centrali termiche a carbone.

È chiaro che tutte queste azioni, oltre ad avere un risvolto economico, hanno anche una valenza geopolitica. Tokyo guarda con allarme alla Belt and Road Initiative di Pechino e in conseguenza di ciò è stato l’unico Paese asiatico a non aver aderito alla Asian Infrastructure Investment Bank nata appunto per finanziare la nuova Via della Seta cinese. D’altra parte, il Giappone può contare sulla Asian Development Bank con sede a Manila. L’istituto, fondato negli anni ’60 e di cui Tokyo detiene la percentuale più ampia e pertanto ne esprime sempre il presidente, ha contribuito a investire massicciamente nel Sud-Est asiatico e ora sta orientando i flussi finanziari affinché sostengano la transizione energetica nell’ASEAN

L’influenza russa nel Sud-Est passa per le armi

La Russia punta sulla cooperazione militare nel Sud-Est asiatico. Detiene il primato nell’esportazione di armi, e continua ad approfondire le relazioni con alcuni attori regionali attraverso la cosiddetta “diplomazia della difesa”

Negli scorsi giorni, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha incontrato l’omonimo laotiano Saleumxay Kommasith a Vientiane, capitale del Laos. Il Ministro Kommasith ha ringraziato la Russia per l’aiuto ricevuto durante la pandemia da Covid-19. L’incontro si innesta nel quadro della più ampia politica “turn to the East” perseguita da Mosca come strategia per rafforzare le relazioni con l’Asia-Pacifico, che si impernia sul primato russo nella vendita di armi e negli investimenti difensivi. Strategia che proprio di recente ha visto sviluppi in Laos, con l’avvio della costruzione congiunta di un aeroporto e di infrastrutture difensive.

Vladimir Putin riconosce nel Sud-Est asiatico un grande potenziale, e avanza i propri obiettivi strategici puntando sulla diplomazia della difesa. Questa enfasi sull’hard power è una peculiarità della politica estera del Cremlino, la cui cultura politica valorizza meno la pervasività del soft power. Secondo diversi analisti, sono proprio le velleità geostrategiche e gli imperativi di sicurezza di Mosca che hanno consentito un rafforzamento della cooperazione con la regione dell’Asia-Pacifico.

Negli ultimi anni Mosca ha intensificato gli sforzi per la vendita di armi in Asia orientale. Il primato incontestato nella vendita di forniture militari nella regione sembra mostrare, però, segni di cedimento. Le esportazioni sono in declino, perlopiù per via del Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA), approvato nel 2017 dall’amministrazione Trump. Davanti al continuo coinvolgimento della Russia nelle guerre in Ucraina e Siria e alla sua interferenza nelle elezioni statunitensi del 2016, la reazione di Washington non si è fatta attendere: la legge impone sanzioni a chiunque abbia rapporti commerciali col complesso militare-industriale russo. Nel periodo 2015-19, le esportazioni di armi della Russia nella regione dell’Asia sudorientale ammontavano a 2,7 miliardi di dollari, in calo rispetto 4,7 miliardi di dollari del 2010-14, secondo Ian Storey dell’Institute for Southeast Asian Studies (ISEAS). Tra il 2010 e il 2019 anche le esportazioni globali della Russia sono diminuite, scendendo da 36,8 miliardi di dollari nel 2010 a 30,1 miliardi di dollari nel 2019 con un calo del 18%. 

I Paesi del Sud-Est asiatico rivestono un ruolo strategico. La crescita della spesa nazionale per la difesa è andata di pari passo con lo sviluppo economico. “Le armi sono affluite nel Sud-Est asiatico negli ultimi anni in parte perché le nazioni dell’ASEAN possono ora permettersi di acquistarle” ha dichiarato Siemon Wezeman, ricercatore presso lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Il commercio con la Russia presenta diversi vantaggi: i prezzi delle armi sono decisamente più competitivi di quelli di concorrenti come USA, Cina ed Unione Europea. In più “La Russia è flessibile sui metodi di pagamento diversi dai contanti, il che le dà un vantaggio nelle economie in via di sviluppo“, ha affermato Shinji Hyodo, direttore degli studi politici presso l’Istituto Nazionale Giapponese per gli Studi sulla Difesa. Ad esempio, l’Indonesia dovrebbe pagare metà del suo pagamento per i jet Su-35 con esportazioni di olio di palma, gomma e altri prodotti. Ma il vero vantaggio strategico è il fatto che Mosca non richiede alcuna contropartita ideologica, al contrario di quanto accade con Stati Uniti ed UE, che richiedono garanzie sul trattamento dei diritti umani e sulla democrazia. A questo proposito, il Myanmar non può importare armi dall’UE per via di un embargo in vigore già dal 1990 e anche in Thailandia il colpo di stato militare del 2014 ha provocato restrizioni da parte dei fornitori europei. 

Vietnam e Myanmar sono invece le principali destinazioni di armi russe, seguite da Malaysia, Indonesia e Laos. In Vietnam la Russia domina il 60% delle importazioni per la difesa. In Myanmar il ruolo di fornitore di armi è oggi particolarmente controverso, a causa del recente colpo di stato militare. Il mese scorso una delegazione russa ha visitato segretamente la giunta militare golpista, tra le proteste degli attivisti per i diritti umani. Tra gli altri membri della delegazione anche una rappresentante di Rosoboronexport – agenzia statale che si occupa di esportazioni di beni e servizi legati alla difesa. Il Generale golpista birmano Min Aung Hlaing ha ricambiato la visita il 22 giugno, a riprova che la cooperazione militare tra i due Paesi non sembra mostrare segni di cedimento. Anzi: la Russia è stata tra i Paesi che alle Nazioni Unite si sono astenuti alla risoluzione assembleare che richiedeva un embargo sulle armi in Myanmar: Russia e Cina sono infatti i due maggiori fornitori di armi del Paese. 

I Paesi della regione si stanno ritagliando un ruolo autonomo dell’arena politica internazionale, e i vantaggi competitivi rappresentati dalla Russia potrebbero essere surclassati da calcoli diversi. All’urgenza di gestire questioni securitarie come il Myanmar e il Mar Cinese meridionale, si aggiunge il desiderio di tutelare la stabilità regionale e il quieto vivere dei suoi abitanti. La diplomazia della difesa del Cremlino dovrà diversificare la sua offerta di beni e servizi legati alla difesa se vorrà competere con l’aumento della concorrenza internazionale.

Introduzione al mercato del lavoro nei Paesi dell’ASEAN

Articolo a cura di Carola Frattini

Il lavoro è come il carburante di un’economia e per questo è importante avere un quadro del mercato del lavoro nei Paesi ASEAN per comprenderne lo sviluppo e i possibili scenari futuri.

Il lavoro è di vitale importanza in uno stato ed è ovviamente anche al centro della costituzione italiana. In particolare, il mercato del lavoro influisce sull’economia di un Paese essendo l’insieme dei meccanismi economici che riguardano il modo in cui domanda e offerta di lavoro entrano in contatto. Per esempio, avere un sano mercato del lavoro permette una crescita economica più rapida e solida. Un mercato del lavoro forte permette di avere tassi di occupazione e salari più alti e, a livello sociale, diminuisce le disuguaglianze tra gli individui. Inoltre, i dati relativi al mercato del lavoro sono importanti anche per gli imprenditori che vogliono aprire un’attività nel Paese di interesse e per gli investitori che vogliono investire in aziende locali.

Più della metà della manodopera mondiale si trova nei Paesi asiatici e, in particolare, il 10%   è situata nel Sud-Est asiatico. Principalmente per analizzare il mercato del lavoro di un Paese si guarda ai tassi di occupazione, disoccupazione e al tasso di partecipazione alla forza lavoro. Se si guarda al tasso di disoccupazione dei Paesi dell’ASEAN nell’ultimo decennio, si può constatare che alcuni di questi hanno avuto i tassi tra i più bassi al mondo. In generale nel periodo dal 2006 e il 2020 il tasso di disoccupazione è rimasto sempre più alto in Europa che nei Paesi dell’ASEAN. Questa tendenza sembra continuare poiché secondo i dati del Ministero degli Esteri italiano, il tasso di disoccupazione dell’ASEAN 2021 è del 3,2% mentre quello europeo è del 7,3%. Inoltre, con un range tra il 67.5% e l’84.4% la Cambogia, la Thailandia e il Vietnam hanno il tasso di partecipazione alla forza lavoro più alto tra i Paesi ASEAN.

Molti Paesi dell’ASEAN, prima del Covid-19, mostravano incoraggianti segni di sviluppo del mercato del lavoro. Per esempio, le Filippine, una delle tre grandi economie del Sud-Est asiatico, stavano vivendo un momento di espansione, accompagnato da un aumento dei salari e una diminuzione delle persone impegnate in impieghi nell’ambito del “lavoro informale”. Infatti, uno dei problemi del mercato del lavoro delle Filippine è sempre stato il lavoro informale, un rapporto di impiego in cui non vengono rispettati i diritti di lavoratori. Purtroppo, però, il Covid-19 ha fermato e forse ribaltato queste tendenze portando a una risalita del numero di persone coinvolte nel lavoro informale ma soprattutto ad un aumento del tasso di disoccupazione.

Anche se i Paesi membri dell’ASEAN non hanno ancora pubblicato i dati ufficiali e completi sulla disoccupazione del 2020, secondo uno studio dell’”Asia-Europe Institute”, alcuni Paesi del Sud-Est asiatico hanno un forte incremento del tasso di disoccupazione. Un aumento del tasso di disoccupazione può avere effetti a lungo termine. Quando uno shock molto importante e negativo, come il Covid-19 e le sue conseguenze, colpisce l’economia è possibile che si verifichi un’isteresi della disoccupazione. Un problema serio, perché le persone disoccupate nel lungo periodo perdono negli anni delle capacità fondamentali nel lavoro e pertanto sarà più difficile per loro essere assunti e riprendere a lavorare e, di conseguenza, il tasso di disoccupazione farà più fatica a ridursi.

Il Covid-19, inoltre, ha portato a una ricollocazione dei posti di lavoro nei diversi settori. Questo cambio nel mondo del lavoro si sta iniziando a far sentire nei Paesi dell’Asean. Durante la pandemia, infatti, i settori del turismo e tutti quei settori dipendenti dal contatto personale sono stati i più colpiti e sono anche quelli che ora stanno facendo più fatica a riprendersi. I settori che invece si stanno riprendendo più in fretta sono quelli che richiedono una manodopera più specializzata e competenze più specifiche ai lavoratori. Questo però costituisce un problema per l’incontro tra domanda e offerta nel mercato del lavoro, poiché essendo salito il tasso di disoccupazione ci sono più lavoratori che cercano un lavoro ma non sempre i lavoratori hanno le competenze richieste. Questo può portare ad una persistenza della disoccupazione a lungo termine.

Nonostante questi potenziali problemi, l’organizzazione internazionale del lavoro sembra credere che il mercato del lavoro dei Paesi membri dell’ASEAN si stia già riprendendo mostrando che il Covid-19 ha solo rallentato e non fermato il suo sviluppo.  

Per ulteriori informazioni sul mondo del lavoro nei paesi ASEAN

Una nuova ondata di Covid minaccia la ripresa dell’Asia

Diversi Paesi asiatici avevano reagito con efficienza allo scoppio della crisi sanitaria, contenendo e talvolta prevenendo i contagi. La tempestività delle misure adottate rischia di essere ora compromessa dalla scarsa disponibilità di vaccini

Una nuova ondata di contagi da Covid-19 ha travolto nelle scorse settimane la regione dell’Indo-Pacifico. Mentre dall’altra parte dell’emisfero la pur contrastata diffusione dei vaccini consente di ritornare progressivamente alla normalità, il virus fa breccia in diversi Paesi asiatici. Tra questi anche vari stati ASEAN come Singapore, Vietnam e Malesia. E dire che i primi due nel 2020 erano state considerate tra le roccaforti mondiali della lotta al Covid-19. Le autorità erano state a tal punto virtuose nel contenere l’epidemia, che si era parlato di un vero e proprio modello asiatico di prevenzione della crisi sanitaria. Un modello che appunto, oltre ai casi più noti di Cina, Corea del Sud e Taiwan, includeva anche diversi Paesi ASEAN. Allora gli osservatori internazionali si erano interrogati a lungo sulle ragioni politiche e culturali di questo successo. Stavolta invece la causa principale della nuova emergenza è chiara: mancano i vaccini.

Secondo l’istituto di ricerca Our World Data, meno del 20% della popolazione è stata vaccinata in otto dei Paesi ASEAN – eccetto Singapore, che ne ha vaccinata la metà, e il Myanmar, i cui dati sono parziali e arrivano solo al 15 maggio scorso. Rispetto alle stime di Paesi più avanzati lo svantaggio è netto: è vaccinata il 52.71% della popolazione statunitense, il 46.6% di quella dell’Unione Europea e il 43.21% di quella cinese. L’approvvigionamento iniziale è stato una sfida in tutto il mondo, ma sono stati i Paesi più ricchi e colpiti maggiormente dalla pandemia a dotarsi più rapidamente dei brevetti vaccinali. Quelli del Sud-Est asiatico, con tassi di infezione più bassi, non hanno cavalcato questo vantaggio comparato o sono rimasti esitanti di fronte al traslare della competizione sino-statunitense dal piano commerciale a quello della diplomazia dei vaccini.

“Per porre fine alla pandemia, sono necessarie strategie sia difensive che offensive. La strategia offensiva sono i vaccini”, ha suggerito Jason Wang, docente presso la Stanford University School of Medicine. Secondo il Prof. Wang, quando la minaccia percepita dalla popolazione si è abbassata, i governi si sono limitati a rispondere a quella minaccia in modo reattivo. Ecco che quindi la strategia più diffusa in area ASEAN è stata la chiusura dei confini nazionali, una misura difensiva funzionale volta anche a placare alcune derive xenofobe che stavano conquistando spazio nel discorso pubblico sulla crisi sanitaria. Inoltre, come ha dichiarato Peter Collignon, medico e professore di microbiologia presso l’Australian National University, “la realtà è che coloro che producono i vaccini li tengono per sé”. Nel cercare risposte politicamente accettabili a questa realtà, i rappresentanti dei governi nazionali in Asia orientale hanno pensato che in fondo non c’era alcun motivo di affrettarsi. Mentre in Europa e negli Stati Uniti la corsa al vaccino è stata anche motivo di orgoglio nazionale, il Ministro della Sanità sudcoreano ha per esempio dichiarato a fine 2020: “Ce la siamo cavata abbastanza bene con il Covid-19, quindi non abbiamo fretta di partire con le vaccinazioni quando i rischi [dei vaccini] non sono stati ancora verificati”.

Attualmente il Vietnam, che aveva ricevuto l’encomio della comunità internazionale per l’efficienza con cui aveva prevenuto il diffondersi delle infezioni, sta subendo l’ondata più grave dall’inizio della pandemia. Dall’inizio della nuova ondata, cominciata la fine di aprile, è passato da pochissimi casi giornalieri ad averne quasi 500 ogni 24 ore, con un incremento esponenziale delle infezioni totali in soli due mesi (da 3.000 a 13.000 casi circa). Anche  Thailandia, Cambogia e Malesia sono alle prese con nuove restrizioni, specialmente Kuala Lumpur, che ha previsto un’estensione del lockdown nazionale almeno fino al 28 giugno.

Alcuni Paesi dell’area speravano di risollevare il turismo, attraverso la graduale riapertura dei confini. In Cambogia, Filippine e Thailandia, infatti, il contributo del settore all’economia nazionale è vicino al 20-30%: per questo una rapida ripresa dei viaggi internazionali avrebbe potuto contribuire fortemente alla ripresa economica regionale. Al contrario, il traffico passeggeri internazionale nel Sud-Est asiatico è fermo da diversi mesi a circa il 3% dei livelli pre-pandemia, secondo Channel News Asia. La situazione non può che peggiorare, dal momento che il successo delle campagne vaccinali in altre aree del mondo consentirà al settore turistico di riprendere fiato, lasciando indietro diversi Paesi asiatici.

La Thailandia è determinata ad attuare le misure necessarie perché l’economia del settore possa risollevarsi. Mercoledì 16 giugno i rappresentanti del governo si sono detti pronti a riaprire i confini entro 120 giorni per i viaggiatori che esibiscano un certificato di vaccinazione valido. Phuket è la meta individuata per il programma pilota che prevede l’accoglienza di turisti provenienti da Paesi a basso e medio rischio, a condizione che questi non lascino l’isola per almeno 14 giorni. Si tratta del “Phuket Sandbox plan”, che è stato approvato a fine maggio dalla task force economica del governo thailandese, e arriva a pochi giorni dall’inizio di una campagna di vaccinazioni di massa. La speranza è che questo possa aiutare chi vive di attività legate al turismo e ha subito gravemente l’assenza dei 40 milioni di turisti l’anno che visitavano il Paese prima della pandemia.

Gli sforzi di Bangkok potrebbero risultare insufficienti se i Paesi continueranno a reagire in modo disomogeneo alla nuova ondata da Covid-19. Una ripresa economica coordinata non può fare a meno della sicurezza sanitaria legata ai vaccini. Il contraccolpo subito dai Paesi ASEAN, e più in generale da buona parte dell’Asia orientale e meridionale, rischia di rallentare la ripresa economica post Covid della regione e di rendere vana la straordinaria tempestività con cui diversi governi asiatici avevano arginato i contagi nel 2020.

Energia, i Paesi ASEAN puntano sul nucleare

Articolo a cura di Sabrina Moles

Cinque Paesi ASEAN (Indonesia, Malesia, Vietnam, Thailandia e Filippine) hanno incluso lo sviluppo dell’energia nucleare civile nelle strategie di sviluppo dei prossimi anni

La sicurezza energetica nei Paesi ASEAN è un problema urgente per la loro strategia di sviluppo. La necessità di rispondere alle sfide per l’energia di domani è, inoltre, sempre più legata a doppio filo alla questione climatica e all’obbiettivo emissioni zero. In questo complesso quadro politico, economico e sociale si fa avanti un’opzione mai presa in considerazione dal gruppo fino agli ultimi anni: l’energia nucleare.

I Paesi ASEAN stanno raggiungendo gli altri Paesi nella corsa alle energie di nuova generazione, finanziando progetti ambiziosi per le rinnovabili. Così l’ASEAN punta a creare un ecosistema di collaborazione, confronto e crescita per il settore energetico, strategia che ora cerca di trasferire anche al settore nucleare. Tra i fattori determinanti emerge soprattutto la domanda energetica dei Paesi della regione, che dal 2000 è aumentata dell’80%. A questo si unisce la ricerca di fonti energetiche alternative e meno inquinanti, proprio perché la rapida crescita dei consumi ha anche dato la spinta alle emissioni con conseguenze dirette anche sulla salute pubblica. Si stima che negli stati ASEAN moriranno per causa delle emissioni nocive più di 650 mila persone all’anno entro il 2040, rispetto alle circa 450.000 vittime del 2018. Spinti da esigenze ambientali, economiche e sociali la regione ha registrato uno dei più promettenti tassi di crescita nel settore delle rinnovabili. I piani dei Paesi ASEAN sono ambiziosi, e puntano a far salire la quota delle energie rinnovabili al 70% sul totale del mix energetico. Ma per raggiungere l’obbiettivo delle emissioni zero servirà uno sforzo importante: per questo motivo, il nucleare appare come una soluzione coerente con gli obbiettivi del gruppo.

La crisi post-Covid ha portato i governi a ripensare la strategia di sviluppo energetico con maggiore pragmatismo, facendo rientrare nel calcolo anche l’opzione nucleare. Gli impianti sono sempre più longevi: in pochi anni si è passati da stime intorno ai 40 anni di vita degli impianti per arrivare a calcoli, più ottimisti, che raggiungono i 90-100 anni. L’impatto ambientale del nucleare in rapporto all’efficienza giustificherebbe ulteriormente gli investimenti in questo settore. Secondo l’ASEAN Centre for Energy (ACE), il nucleare ha la stessa impronta climatica dell’eolico, quando vengono calcolate anche le emissioni del processo di estrazione delle materie prime, la manutenzione e lo smantellamento delle infrastrutture. Un altro elemento chiamato in campo è il cosiddetto fattore CF (fattore di capacità). Questo misura il rapporto tra energia generata ed energia generabile, offrendo un quadro dell’affidabilità di una fonte energetica, quanto effettivamente è l’output prodotto in base alle potenzialità. Stando ai calcoli dell’Energy Information Administration (EIA) degli Stati Uniti il CF dell’energia nucleare ha toccato il 93,5% nel 2019, un valore molto più alto di tutte le altre fonti di energia. Cifre che in questo caso raggiungono al massimo il 52% con l’eolico, mentre crollano al 21% per il solare.

Per le nazioni ASEAN c’è un forte interesse a promuovere l’energia nucleare, che è stata sempre – anche prima della pandemia – “sottovalutata”. Per questa ragione i piani promossi dal gruppo dei Paesi del Sud-Est asiatico prevedono una precisa roadmap per implementare i progetti per l’energia nucleare nella regione. Un elemento interessante, che ricorre spesso nel Memorandum of Understanding firmato a marzo 2021 con la World Nuclear Association (WNA), è la questione dell’accettazione pubblica. Alla cosiddetta “alfabetizzazione” dei cittadini sul tema del nucleare sono dedicati alcuni paragrafi del capitolo sul nucleare nel documento per la fase II dell’APAEC (Piano d’azione e cooperazione energetica ASEAN) per il 2021-2025. In Asia le preoccupazioni sul nucleare sono arrivate dopo l’incidente all’impianto di Fukushima-Daiichi, seguite da un’ondata di dichiarazioni da parte dell’Occidente sulla recessione dal nucleare. Stati come Germania, Belgio, Spagna e Regno Unito hanno già dichiarato da tempo che desiderano spegnere i reattori entro il 2030. Ciononostante, la tendenza non è globale, anzi. Sono altrettanti i Paesi che stanno intraprendendo nuovi progetti, dal Medio Oriente (Emirati Arabi Uniti, Egitto, Iran) all’Asia, passando per la Russia.

Per avviare la nuova strategia non servirà solo la comunicazione, si evince dal documento sulla fase II, ma occorreranno altre forme di preparazione antecedenti l’inizio dei cantieri. Tra questi, la creazione di una solida base conoscitiva del mondo dell’energia nucleare e degli standard di sicurezza internazionali.  Qui entrano in campo attori più importanti sulla scena, che hanno permesso all’ASEAN di affidarsi anche alla cooperazione internazionale per progettare il suo futuro nucleare. Dal 2016 è iniziata una collaborazione con il governo del Canada nel quadro del progetto “ACE-Canada”. Dal lavoro congiunto è emerso il primo vero studio di fattibilità per l’energia nucleare nei paesi Asean. Rilasciato nell’aprile del 2018, il report dà un quadro generale dello stato del capitale umano ed economico a disposizione dell’ASEAN per lanciare un programma di sviluppo energetico. La collaborazione con l’estero permette di inquadrare gli obbiettivi del gruppo in un’ottica di condivisione delle competenze non solo da un punto di vista tecnico, ma anche come capacità in ambito legislativo, di adattamento delle politiche locali e della comunicazione dei rischi e dei benefici.

Metà dei Paesi ASEAN hanno sufficienti conoscenze e risorse per avviare dei piani di nucleare civile. Indonesia, Malesia, Vietnam, Thailandia e Filippine vengono identificati come l’avanguardia anche per i quadri normativi avanzati, la capacità di costruire infrastrutture nucleari e la formazione di risorse umane competenti sui diversi aspetti progettuali (ma non solo). Questi cinque Paesi hanno già incluso l’elemento nucleare nelle loro strategie di sviluppo dei prossimi anni. Le Filippine puntano ad attivare la centrale nucleare di Bataan, nel nord del Paese, e mai  operativa sin dalla sua costruzione terminata nel 1984. La scelta del nucleare di allora era nata durante lo shock petrolifero del 1973 come strategia di sicurezza energetica e oggi ritorna per rispondere sia a rischi sistemici sul mercato energetico, sia per allinearsi agli obbiettivi globali per il clima. La prima centrale indonesiana è programmata per entrare in funzione nel 2030, insieme ad altre due che arriveranno nel 2035. Anche Malesia e Thailandia guardano alla stessa scadenza: tra tutti la Malesia risulta il Paese più preparato al salto verso il nucleare, grazie alla collaborazione efficace tra governo e l’ente responsabile del programma per l’energia nucleare, la Malaysian Nuclear Power Corporation.

Non è esclusa l’opzione nucleare anche per Laos, Cambogia e Myanmar. Questi Paesi hanno intrapreso degli accordi in merito con la Russia, anche se per ora prevalgono i progetti per idroelettrico e solare con la Cina. Questa scelta avviene anche fronte della disponibilità di capitali cinesi destinati a questi progetti, mentre le centrali nucleari hanno importanti costi iniziali per la loro costruzione che frenano le ambizioni dei governi. Ciò non esclude che prossimamente la commercializzazione dei reattori cinesi raggiunga anche i vicini a sud, soprattutto per il potenziale dei cosiddetti Small modular reactors su cui la Cina sta puntando nella sua strategia di apertura sui mercati dell’energia globali. Brunei e Singapore sono le due grandi incognite del nucleare targato ASEAN, anche se nella metropoli-stato asiatica si sta lavorando per sviluppare un know-how di rilievo nel settore della sicurezza nucleare, e l’autosufficienza sostenibile sembra diventato il nuovo imperativo della fase post-pandemica.

Timor Est 11° Paese ASEAN: 2022 anno giusto?

Il prossimo potrebbe essere l’anno in cui, dopo una lunga attesa, Timor Est entrerà a far parte dell’ASEAN

Un undicesimo Paese del Sud-Est asiatico è pronto a sedersi al tavolo dell’ASEAN: il prossimo anno, infatti, Timor Est potrebbe entrare a far parte della più importante organizzazione politica, economica e culturale dell’area del Pacifico. Timor Est è stato riconosciuto ufficialmente come Stato indipendente  da meno di 20 anni, ma la sua storia recente è costellata da episodi di violenza e conflitti, sviluppatisi negli ultimi trent’anni del XX secolo durante la lotta per l’indipendenza dall’Indonesia.

Nel 1975 l’isola di Timor viene abbandonata dai portoghesi, dando vita a quello che doveva essere l’inizio del processo di decolonizzazione del Paese. Tuttavia, la situazione sull’isola è instabile a causa delle controversie tra i tre partiti principali del Paese e di questo ne approfitta l’Indonesia che con le sue truppe militari occupa Timor Est: l’anno seguente il dittatore indonesiano Suharto proclama Timor Timur nuova provincia dell’Indonesia.

Per circa 24 anni nell’area si susseguono scontri violenti tra le forze militari indonesiane e le forze socialiste-rivoluzionarie del Fronte Rivoluzionario di Timor Est indipendente (FRETILIN),  il movimento formato dai ribelli che chiedevano l’indipendenza di Timor. Il controllo del territorio da parte dell’Indonesia viene più volte contestato presso le Nazioni Unite che però sono intervenute per risolvere il conflitto solo nel 1999: negli anni precedenti, infatti, l’Indonesia riceve l’appoggio di numerosi Stati occidentali che erano interessati a mantenere buoni rapporti con il governo autoritario di Suharto (solo l’Australia, oggi tra i principali partner commerciali di Timor Est, appoggia la sua indipendenza).

È però con gli anni Novanta che vengono alla luce le atrocità commesse dalle forze militari indonesiane: grazie ad un servizio televisivo condotto da alcuni giornalisti australiani, vengono trasmesse in tutto il mondo le immagini del massacro di Santa Cruz del 12 novembre 1991 nella capitale Dili, nel quale i militari indonesiani spararono sulla folla timorese provocando circa la morte di 400 civili.

L’Indonesia perde credibilità internazionale e la situazione favorisce il FRETILIN che negli anni successivi trovò l’appoggio delle Nazioni Unite grazie all’International Force for East Timor (INTERFET), un contingente militare composto da soldati di 17 Paesi che nel 1999 intervengono per porre fine ai conflitti.  

Con la caduta del governo di Suharto, che nel 1998 si dimette dal ruolo di Presidente dell’Indonesia in seguito ad alcuni scandali, il suo successore Jusuf Habibie indice il referendum per l’indipendenza,  approvata con il 79% dei voti degli abitanti: Timor Est non è più sotto il controllo dell’Indonesia.

Dal 1999 al 2002 la United Nations Transitional Administration (UNTAET), la missione speciale delle Nazioni Unite, ha il compito di stabilire dialoghi di pace tra le etnie presenti a Timor Est in modo da creare un governo locale autonomo e porre solide basi per lo sviluppo del Paese, che all’epoca era una dei più poveri al mondo con un reddito pro capite di circa 350 dollari. Grazie all’UNTAET, nel 2000 l’economia  cresce del 18% mentre nel Paese vengono costruite strutture pubbliche come scuole ed ospedali.

È infine il 20 maggio 2002 il giorno in cui nasce lo Stato di Timor Est con l’insediamento del primo governo del Paese guidato da Xanana Gusmao, leader del FRETILIN.

Il percorso per entrare all’interno dell’ASEAN ha inizio già nel 2000 quando il Presidente Ramos Horta, durante il discorso di accettazione del Premio Nobel per la Pace, dice che Timor Est presto avrebbe cercato di entrare a far parte dell’associazione più importante del Sud-Est asiatico.

Con la stabilità politica ottenuta durante il governo Gusmao e un’economia più forte ed in crescita, grazie ai ricavi derivati dai giacimenti di petrolio e di gas naturale presenti nelle acque territoriali di Timor Est, il Paese ritiene di essere pronto a sedersi al tavolo insieme ai Paesi dell’ASEAN: Timor Est viene  invitato a partecipare ai summit dell’organizzazione e ottiene lo status di Paese osservatore, per poi firmare nel 2007 il TAC, il Trattato di Amicizia e Cooperazione che aveva fatto pensare ad un ingresso  imminente nell’associazione.

Ciò però non è accaduto.

Il processo di integrazione di Timor Est è rimasto bloccato per oltre dieci anni a causa delle perplessità di alcuni Paesi membri come Laos e Singapore che hanno ostacolato il suo ingresso nell’ASEAN.

Nel novembre 2007 i Paesi membri hanno firmato il Trattato dell’ASEAN con l’intento di rendere l’organizzazione più vicina al modello europeo: per Timor Est però si sono aggiunti ulteriori punti da rispettare  per poter entrare a far parte dell’organizzazione.

In precedenza, per poter diventare membro ufficiale  ASEAN era necessario rispettare alcuni parametri quali l’essere uno Stato presente nell’area geografica del Sud-Est asiatico e l’adesione ai principi fondamentali dell’organizzazione (rispetto della sovranità, dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e della non interferenza negli affari interni di uno Stato membro). Il trattato del 2007 introduce invece l’obbligo di un voto unanime da parte di tutti i membri  ASEAN,  novità che ha di fatto interrotto per molti anni le speranze di Timor Est di  entrare nell’organizzazione. Nel 2011 il Paese ha presentato la richiesta ufficiale di poter far parte dell’ASEAN e solo negli ultimi due anni si cominciano ad intravedere degli spiragli per l’accettazione di Timor Est come undicesimo Paese membro.

Nonostante le prospettive economiche di futuri investimenti esteri e i buoni rapporti commerciali stretti  con  Thailandia, Indonesia e Singapore (oltre a quelli fiorenti con l’Australia), proprio quest’ultima per molti anni si è imposta contro l’ingresso di Timor Est nell’ASEAN, presentando tra le ragioni la debole stabilità politica del Paese e un’economia ancora troppo legata agli aiuti internazionali.

In realtà, Timor Est ha migliorato con gli anni la propria stabilità economica non basandosi solo sulle riserve di gas e petrolio, ma investendo nel mercato internazionale e incrementando il settore privato, oltre allo sviluppo del settore agricolo con esportazioni di prodotti quali caffè e riso.

I buoni risultati economici hanno portato nel 2014 Timor Est ad avere un tasso di crescita maggiore della Cambogia e in linea con i parametri di Vietnam, Myanmar e Laos mentre da oltre 25 anni, secondo le parole dell’Ambasciatore timorese a Giacarta Ermenigildo Kupa Lopes, il Paese non dipende da aiuti internazionali.

La stabilità politica infine è un altro elemento tradizionalmente criticato e renderebbe più complesso l’ingresso di Timor Est nell’ASEAN. Se andiamo però a vedere i dati dei Paesi del Sud-Est asiatico, nemmeno la Thailandia e Myanmar spiccano per la forte stabilità politica, tant’è che si posizionano rispettivamente al 141° e 171° posto nel ranking globale.Un rapporto pubblicato dall’Economist Intelligence Unit evidenzia inoltre che per quanto concerne il grado di democrazia dei Paesi, Timor Est è davanti a tutti i membri dell’ASEAN trovandosi perfino prima di alcuni Paesi dell’Unione Europea.

Nonostante le perplessità avanzate da Singapore, il supporto degli altri Paesi ASEAN e in particolar modo dell’Indonesia e della Cambogia, i quali nel corso degli anni hanno stretto accordi bilaterali e di cooperazione con Timor Est, rendono le speranze di Timor Est più concrete: Hun Sen, Presidente della Cambogia, negli ultimi anni ha infatti più volte confermato l’appoggio verso Timor Est, il cui ingresso nell’ASEAN sarebbe importante dal punto di vista geopolitico ed economico oltre a coniare il sogno di riunire tutti i Paesi del Sud-Est asiatico sotto la stessa organizzazione. Con la Cambogia che ricoprirà il ruolo di Presidente dell’ASEAN nel 2022, il sogno si potrebbe avverare.