Asean

Il rischio autoritario del Covid-19 in ASEAN

Lo stato d’emergenza ha spinto le autorità di alcuni Paesi a imporre misure preoccupanti

Le misure d’emergenza prese da alcuni governi dei Paesi ASEAN per affrontare la crisi sanitaria stanno destando preoccupazione nella comunità internazionale. Si teme infatti che alcuni potrebbero approfittare della situazione per consolidare il proprio potere a scapito delle libertà e dei diritti dei cittadini.

Già all’inizio di marzo, l’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva esortato tutti i Paesi coinvolti nell’emergenza sanitaria a garantire la centralità dei diritti umani e delle norme internazionali. A tal proposito è intervenuto anche il Presidente del Comitato dei Parlamentari ASEAN per i diritti umani che ha voluto ricordare ai governi dell’area che le restrizioni per motivi di salute pubblica devono essere strettamente necessarie, di durata limitata, basate su prove scientifiche e non discriminatorie.

Tuttavia, l’approccio di alcuni governi dei Paesi ASEAN rischia di deludere tali auspici. L’Asian Forum for Human Rights and Development denuncia che Filippine, Thailandia, Cambogia e Myanmar stanno attuando politiche che rischiano di violare le norme internazionali. In Thailandia e Myanmar preoccupa la situazione relativa alla libertà di espressione, soprattutto online. Nelle Filippine sono stati conferiti ampi poteri alle forze dell’ordine, la cui azione è spesso lasciata alla discrezionalità degli agenti.

Ma a destare particolare attenzione è la situazione in Cambogia. Il 31 marzo il governo cambogiano ha approvato una legge che conferisce pieni poteri all’esecutivo per la gestione dell’emergenza, tra cui il potere di sorveglianza illimitata delle telecomunicazioni, il controllo dei media e dei social network, e la possibilità di proibire o limitare la diffusione di informazioni diverse da quelle di fonte governativa. Un giornalista è già stato arrestato per aver citato sul giornale un discorso del Primo Ministro Hun Sen e decine di persone sono state accusate ed arrestate per aver diffuso “fake news” online. Diversi gruppi di attivisti e istituzioni della comunità internazionale hanno fortemente condannato le misure imposte dal Primo Ministro Hun Sen, ritenendole eccessive e preoccupanti. Si teme infatti che le disposizioni d’emergenza attuate dalle autorità cambogiane possano restare in vigore ed essere applicate anche dopo la fine dell’emergenza.

La situazione in Cambogia, ed altri Paesi del Sud-Est asiatico come Filippine, Thailandia e Myanmar, sono ora sotto osservazione da parte degli organismi internazionali. Sarà importante capire come si comporteranno i governi con la graduale ripresa dalla crisi sanitaria ed economica, nel momento in cui verrà meno lo stato d’emergenza. La speranza della comunità internazionale, rappresentata in questo caso dalle parole dell’Alta Commissaria dell’ONU per i diritti umani e dal Presidente del Comitato dei Parlamentari ASEAN per i diritti umani, è che la fase di ripresa coincida con il ripristino della normalità, nel rispetto dei diritti e le libertà di tutti i cittadini.

 

Articolo a cura di Gabriel Zurlo Sconosciuto.

La rilevanza del Mar Cinese Meridionale

Con l’abbondanza di risorse naturali e la sua posizione strategica questo mare è diventato il teatro di un teso scontro regionale

Il Mar Cinese Meridionale è al centro di un lungo e complesso scontro geopolitico che coinvolge diversi Paesi del Sud-Est asiatico, la Cina e altre potenze globali tra cui gli Stati Uniti. L’area è infatti incredibilmente ricca di risorse naturali con riserve di circa 11 miliardi di barili di petrolio, oltre 50 trilioni m³ di gas naturale e il 10% delle riserve ittiche mondiali. L’elemento più importante, tuttavia, è che il 30% del commercio marittimo mondiale transita nel Mar Cinese Meridionale, conferendo una cruciale rilevanza geopolitica alla regione. Si tratta dunque di uno specchio d’acqua di fondamentale importanza strategica, e diversi Paesi nella regione avanzano rivendicazioni territoriali, spesso contrastanti.

Nel cuore geografico e simbolico del Mar Cinese Meridionale ci sono diversi arcipelaghi di isole remote e disabitate, rivendicate da Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Taiwan e Brunei. Per molti di questi Paesi, l’accesso alle risorse di quest’area potrebbe rivelarsi fondamentale nel lungo periodo. Chi riuscisse a fare valere le proprie rivendicazioni territoriali su queste isole potrebbe includerle nella propria zona economica esclusiva, ottenendo diritti esclusivi su tutto il territorio e dunque il sottosuolo circostante.

La maggior parte di questi Paesi basa le proprie rivendicazioni sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ma la Cina sembra avere una posizione diversa, in contrasto con la comunità internazionale. Pechino avanza una rivendicazione storica sul Mar Cinese Meridionale che risale ad alcune esplorazioni navali del XV secolo. Il governo cinese individua i propri confini nell’area compresa all’interno della linea tratteggiata, la famosa “nine-dash line”, tracciata alla fine della Seconda Guerra Mondiale e comprendente circa il 90% del conteso specchio d’acqua.

Negli ultimi anni, la Cina ha portato avanti una politica di potenza volta a imporre le proprie rivendicazioni territoriali con la costruzione di isole artificiali, basi militari e distretti amministrativi, scatenando le proteste delle nazioni coinvolte. Le mosse di Pechino non hanno solo indispettito i Paesi della regione, ma anche la comunità internazionale, con gli Stati Uniti in testa. Gli USA hanno grossi interessi geopolitici nella regione, e sono dunque interessati a contenere le ambizioni di Pechino e a rafforzare il proprio ruolo di potenza militare e geopolitica nell’area del Pacifico.

Meccanismi di risoluzione delle dispute internazionali hanno più volte contestato l’approccio cinese nella regione, cercando di proteggere i diritti territoriali legittimi di Paesi più piccoli, come le Filippine o il Vietnam. Ma la Cina sembra trascurare le risoluzioni delle Corti internazionali e pare determinata a non retrocedere, paventando anche l’uso della forza per affermare le proprie rivendicazioni.

Finora le dispute nel Mar Cinese Meridionale non hanno preso una piega violenta, ma si sono limitate alla sfera politica e diplomatica. Dal 2017, la Cina e i Paesi ASEAN hanno deciso di provare a risolvere la contesa sul piano diplomatico, attraverso la redazione di un Codice di Condotta per il Mar Cinese Meridionale, ovvero un sistema regolatore per risolvere le dispute nella regione. Tuttavia, l’accordo è ancora lontano dalla sua conclusione, e le difficoltà che stanno emergendo non sono poche.

I Paesi coinvolti tendono sempre più a difendere le proprie rivendicazioni militarizzando la regione e provocandosi a vicenda, con gravi rischi per tutta l’area. È una situazione complessa che continuerà ad attirare l’attenzione della comunità internazionale, evidenziando segnali importanti sull’atteggiamento geopolitico della Cina nei prossimi anni e il suo rapporto con i Paesi del Sud-Est asiatico.

 

Articolo a cura di Tullio Ambrosone.

L’outsourcing nelle Filippine

Come le Filippine sono diventate un hub del BPO

Il Business Process Outsourcing (BPO) è uno dei settori in più rapida crescita nelle Filippine, al punto da rappresentare uno dei tre pilastri dell’economia del paese, insieme alle rimesse inviate dai lavoratori filippini all’estero ed al turismo.

La crescita del BPO nelle Filippine ha mostrato infatti un tasso di espansione medio annuo del 20% nel corso dello scorso decennio. Secondo i dati dell’Oxford Business Group, il settore rappresentava solo lo 0,075% del PIL nel 2000, dato cresciuto progressivamente fino a raggiungere il 12% nel 2019.

Secondo gli ultimi dati del governo filippino l’industria del BPO impiega 1,35 milioni di lavoratori, la maggior parte dei quali (87,6%) nei call center, mentre quasi il 12% lavora in aziende di computer e servizi informatici. Nell’ultimo anno, è emerso un forte trend di crescita anche del segmento del Data Analytics.

La Roadmap 2016-2022 della IT and Business Process Association of the Philippines (IBPAP) si pone tuttavia obiettivi di crescita ancora maggiori per il settore, puntando a toccare – entro un paio di anni – 1,8 milioni di persone occupate, 40 miliardi di dollari di fatturato complessivo e una quota del 15% nel mercato globale del BPO.

Il settore BPO è fortemente internazionalizzato nelle Filippine: il 55% delle aziende opera a livello globale (il 65% delle quali esporta verso gli Stati Uniti), il 27% a livello regionale e solo il 18% all’interno del Paese. Sono tre le ragioni principali per cui le Filippine sono riuscite a diventare un hub internazionale del BPO.

In primo luogo, il governo filippino si è attivato fin dai primi anni 2000 per incentivare gli investitori ad esternalizzare nel Paese. Ha infatti messo in atto diverse politiche liberali, inclusi benefici fiscali e misure di semplificazione nelle procedure in materia di occupazione.

Il secondo aspetto riguarda il bilinguismo. Oltre al filippino, gli studenti imparano fin da subito l’American English. La padronanza della lingua inglese e l’affinità con la cultura occidentale conferiscono alle Filippine un vantaggio concorrenziale rispetto ai suoi diretti competitors nel BPO, come l’India.

Infine, il salario medio dei lavoratori filippini nel settore è meno della metà di quello delle loro controparti nei paesi occidentali. Gli Stati Uniti ed altre imprese anglofone sfruttano questo fattore per abbassare i loro costi fissi.

Nonostante la crisi legata al COVID-19 abbia avuto un impatto negativo e rallentato la crescita del BPO nelle Filippine, le multinazionali straniere non hanno abbandonato il paese. Se la crisi continuerà a favorire la domanda di servizi telematici è infatti probabile che il settore riprenda presto la propria traiettoria positiva di crescita.

Articolo a cura di Amiel Masarap e Maria Viola.

Gli equilibri commerciali in Asia ai tempi del Covid-19

Nel primo trimestre del 2020 l’ASEAN è risultato il primo partner commerciale della Cina

Negli ultimi anni il panorama commerciale globale ha subito profonde trasformazioni che hanno contribuito a produrre nuove e significative dinamiche economiche nel continente asiatico.

Fino a qualche anno fa, prima della guerra commerciale tra USA e Cina e prima dello scoppio della pandemia, Unione Europea e Stati Uniti erano rispettivamente il primo e il secondo partner commerciale della Repubblica Popolare Cinese. Oggi invece, nel bel mezzo di una crisi sanitaria ed economica globale, l’ASEAN ha scavalcato UE e USA ed è risultato il maggior partner commerciale della Cina nel primo trimestre del 2020. Secondo l’Amministrazione generale cinese delle dogane, nei primi tre mesi di quest’anno, il commercio bilaterale totale tra ASEAN e Cina è aumentato del 6,1% su base annua a 140,62 miliardi di dollari, nonostante l’emergenza sanitaria.

Diversi elementi sono intervenuti a produrre questo scenario, con cambiamenti profondi per tutto il sistema commerciale e per gli equilibri di potere globali.

Sul versante europeo, ha sicuramente influito la Brexit. La Gran Bretagna rappresentava infatti circa il 10% degli scambi commerciali tra UE e Cina. Con la sua uscita dall’Unione dunque, i Paesi europei hanno perso una quota significativa del rapporto commerciale con la Cina, che ha influito pesantemente sui dati aggregati relativi al commercio UE-Cina.

Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, invece, la guerra commerciale avviata dall’amministrazione di Donald Trump ha contribuito in maniera decisiva al deterioramento dei rapporti commerciali tra USA e Cina, scatenando diversi effetti collaterali. Non sono cambiati solo i rapporti tra Washington e Pechino, le tensioni commerciali hanno finito per spingere molte aziende a trasferire capacità produttive dalla Cina ai Paesi del Sud-Est asiatico, rinforzando catene di valore e sistemi produttivi regionali. Lo scontro con gli USA ha anche indotto le autorità cinesi a rafforzare i legami economici e diplomatici con i partner del continente asiatico, mettendo i Paesi ASEAN in una posizione di primo piano, date le dimensioni del blocco commerciale.

Inoltre, la gravità dello shock economico causato dalla pandemia di COVID-19 ha contribuito ad acuire tali trasformazioni, mettendo in crisi il sistema economico e commerciale globale. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, i Paesi più colpiti a livello economico sono quelli occidentali, in Europa e Nord America, mettendo Paesi come quelli del Sud-Est asiatico nelle condizioni di guadagnare terreno a livello commerciale. Inoltre, rafforzando le dinamiche scaturite dalla guerra commerciale, le misure restrittive attuate dai governi per limitare i contagi stanno inducendo molte aziende a rivedere le catene di produzione e fornitura, favorendo soluzioni regionali a scapito di meccanismi globali.

Sembra dunque che le trasformazioni degli ultimi anni stiano spingendo il continente asiatico verso maggiori forme di cooperazione economica e commerciale. Cina e ASEAN sono oggi più vicine dal punto di vista economico e diplomatico di quanto non lo fossero qualche anno fa. Lo scenario resta complesso e indefinito, sarà fondamentale seguire l’evolversi della situazione nei prossimi mesi per capire la portata dei cambiamenti in corso e analizzarne l’impatto a livello globale.

Articolo a cura di Tullio Ambrosone

Emergenza COVID-19: le opportunità per l’ASEAN

Smart working ASEAN

Nonostante la gravità della crisi, si aprono scenari interessanti

Anche nei Paesi del Sud-Est asiatico l’epidemia di coronavirus sta avendo un impatto significativo: diverse aree sono in isolamento, i grandi eventi sono stati annullati o rinviati, le strutture mediche sono in difficoltà e il sistema economico ne sta risentendo. Tuttavia, la grave emergenza sanitaria ed economica che i Paesi ASEAN stanno affrontando sta aprendo nuovi scenari, che potrebbero recare alcuni benefici nel lungo termine.

Le aziende stanno iniziando a diversificare le loro catene produttive, spostando investimenti e capitali dalla Cina verso i Paesi del Sud-Est asiatico. Anche prima della pandemia, tensioni politiche come la guerra commerciale tra Washington e Pechino, stavano spingendo le grandi compagnie a dirottare le catene di produzione dalla Cina a Paesi terzi, ma l’emergenza sanitaria ha finito per accelerare questo trend. Nel tentativo di diversificare la produzione infatti, grandi aziende come Google e Microsoft trasferiranno le attività di fabbricazione di nuovi telefoni, computer e altri dispositivi dalla Cina a Vietnam e Thailandia. Altri giganti come Sony e Nokia investiranno in Indonesia, mentre Samsung sta puntando sul Vietnam. Questi esempi non solo dimostrano l’intenzione delle grandi aziende di evitare la dipendenza dalla Cina e scommettere sulle economie del Sud-Est asiatico, ma rivelano anche una grande opportunità per la regione di sviluppare maggiori competenze nel settore della produzione tecnologica.

La crisi sanitaria, che obbliga i Paesi a imporre misure di distanziamento sociale, sta anche trasformando il mondo del lavoro. Sta cambiando infatti anche la mentalità imprenditoriale, che si sta adattando al contesto di crisi e sta sfruttando la tecnologia per affrontare le limitazioni ai movimenti e il distanziamento sociale. Aziende come CoXplore o AngkorHub, specializzate in co-working e piattaforme di smart-working, stanno crescendo in maniera significativa negli ultimi mesi, evidenziando un trend che potrebbe sopravvivere alla crisi. Specialmente nel Sud-Est asiatico, regione densamente popolata, queste start-up hanno il potenziale per trasformare l’approccio al lavoro e numerose aziende sono pronte a investire in questa direzione, anche dopo l’emergenza.

L’isolamento di migliaia di persone, inoltre, sta offrendo grandi occasioni al crescente settore del ride-hailing nel Sud-Est asiatico. Aziende come Grab e Gojek stanno intensificando le proprie attività nei Paesi ASEAN, con l’obiettivo di fornire servizi di consegna a domicilio a più persone possibile durante l’emergenza. Altri settori, come quello della vendita di prodotti alimentari online, stanno crescendo nella regione, aprendo nuovi scenari non solo per le aziende, ma anche per i lavoratori.

Ancora una volta dunque un momento di crisi sta offrendo opportunità e dando vita a nuove tendenze economiche e sociali. Nonostante il contesto di grande tensione, la crisi del sistema sta avviando trasformazioni che porteranno benefici nel lungo termine. Sarà interessante continuare a seguire l’evoluzione della situazione per identificare nuovi trend e capire che volto avrà la regione del Sud-Est asiatico dopo questa epocale crisi sanitaria ed economica.

Articolo a cura di Tullio Ambrosone

La BRI è stata contagiata?

L’impatto del Covid-19 sui Paesi ASEAN, tra approvvigionamenti interrotti e lavoratori quarantenati

Dopo la Cina, anche i Paesi ASEAN sono impegnati nel contrasto al Covid-19. Ne è risultato il blocco di diversi stabilimenti produttivi (come in Cambogia, dove più di 200 fabbriche hanno interrotto la produzione per la mancanza di materie prime provenienti dalla Cina) e lo stop di importanti cantieri infrastrutturali, fra cui quelli legati alla Belt and Road Initiative (BRI; il progetto strategico sotto il quale la Cina sta pianificando la costruzione di grosse arterie strategiche stradali, ferroviarie e marittime, che la colleghino ai principali Paesi partner).

Le autorità dei Paesi ASEAN hanno iniziato a calcolare i danni di questi ritardi: in particolare, il rallentamento dei cantieri della BRI rischia di rappresentare un freno alla ripresa economica, una volta superata la fase di emergenza sanitaria.

In Indonesia, il Ministro per gli affari marittimi e gli investimenti ha annunciato ritardi nella costruzione della ferrovia ad alta velocità da 6 mld di dollari che collegherà Jakarta a Bandung. Non solo il 50% dei materiali provengono dalla Cina, ma anche i lavoratori nel cantiere sono per quasi il 20% cinesi. Inoltre, risulta interrotta anche la costruzione della diga da 510 megawatt nella foresta di Batang Toru.

Rallentamenti si registrano anche in Cambogia, dove la BRI prevede grossi cantieri nella zona economica speciale di Sihanoukville (la quale si propone di diventare un hub per l’intero ASEAN). Il progetto ha subito una graduale interruzione degli approvvigionamenti dalla Cina ed ha visto gli uffici dei dirigenti cinesi restare vuoti. Ciò allungherà le tempistiche e farà lievitare i costi. Il Primo Ministro cambogiano Hun Sen si è detto comunque fiducioso, prevedendo che i lavori possano riprendere già nel mese di aprile.

In Malaysia, fino ad un mese fa, la Malaysia Rail Link assicurava che non ci sarebbero stati invece ritardi nella costruzione della East Coast Rail Link, il progetto da oltre 10 miliardi di dollari che collegherà la capitale malese Kuala Lumpur e la capitale amministrativa Putrajaya agli Stati della costa orientale di Pahang, Terengganu e Kelantan. Tuttavia, a causa dei provvedimenti del governo malese (che dal 18 marzo ha posto lo Stato in una quarantena totale, dalla durata di almeno 14 giorni), non è possibile escludere rallentamenti o temporanee interruzioni del progetto, che ad oggi risulta completato solo al 15%.

Al contrario, il Covid-19 non sembra rallentare la Cina-Laos Railway, il progetto che entro il 2021 vuole trasformare il Paese in un hub per il commercio via terra nella regione. La direzione centrale aveva deciso di non interrompere i lavori nonostante le festività per il Capodanno cinese: funzionari e operai sono così rimasti in cantiere, al riparo dall’epidemia. Inoltre, in questi giorni, gli ingegneri cinesi e laotiani sono al lavoro sulla linea di energia elettrica che alimenterà la ferrovia; si tratta del primo progetto energetico per il quale il Laos ricorre alla formula di project-financing conosciuta come BOT (build-operate-transfer).

Il completamento totale della Belt and Road Initiative è previsto per il 2049, ma gli analisti mettono ora in dubbio che questa data possa essere realmente rispettata, nel caso in cui gli effetti del Covid-19 pesino per un lungo periodo.

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Articolo a cura di Gabriel Zurlo Sconosciuto

L’ASEAN scommette sul libero scambio

I negoziati per il RCEP stanno volgendo al termine e l’accordo dovrebbe vedere la luce a fine 2020

Dopo lunghi negoziati, quest’anno i Paesi ASEAN si apprestano a concludere il RCEP, uno degli accordi commerciali più ampi del mondo. L’accordo il cui nome per esteso è  Regional Comprehensive Economic Partnership, coinvolge i dieci Paesi del blocco ASEAN e cinque dei suoi principali partner commerciali, ossia Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Insieme questi Paesi costituiscono quasi un terzo della popolazione mondiale e del PIL globale, superando blocchi commerciali come Unione Europea, USMCA o Mercosur.

Il progetto iniziale prevedeva anche il coinvolgimento dell’India, che tuttavia ha preferito non aderire per il timore di danneggiare la produzione nazionale e avvantaggiare la Cina. Diversi analisti e osservatori sostengono infatti che Pechino possa utilizzare il RCEP per contrastare l’influenza americana nella regione e rilanciarsi come garante del libero scambio a livello globale. L’aggressiva politica tariffaria di Donald Trump ha poi contributo a rafforzare questa dinamica, inducendo diversi Paesi a dare maggiore rilievo ai negoziati per il RCEP.

Anche se meno ambizioso di accordi come l’USMCA, il RCEP darà impulso agli scambi commerciali nella regione asiatica abbassando le tariffe, armonizzando regole e procedure doganali, ed estendendo l’accesso al mercato soprattutto ai Paesi membri che non hanno grandi accordi commerciali in vigore. La novità più significativa è la creazione di norme d’origine comuni per l’intero blocco commerciale.

Una volta firmato il patto, i Paesi membri potranno ottenere un unico certificato di origine che consentirà alle aziende di trasferire facilmente prodotti all’interno del blocco, senza doversi preoccupare dei criteri specifici delle norme d’origine di ogni Paese. Tutto ciò ridurrà i costi per le aziende, incoraggiandole a esportare di più verso i Paesi membri del RCEP e a sviluppare catene di valore regionali.

La riduzione delle tariffe e altri benefici non saranno applicati in base alla sede centrale di un’azienda, ma in base alla sede di produzione, consentendo così anche ad aziende americane o europee, che già producono in un Paese RCEP, di esportare in altri stati del blocco alle stesse condizioni.

Tuttavia, va anche sottolineato che l’accordo incoraggerà lo sviluppo di catene produttive regionali, e genererà per le aziende occidentali uno svantaggio in termini competitivi, favorendo la produzione locale. Da segnalare anche che, rispetto ad altri accordi commerciali, il RCEP prevede solo alcune misure limitate su servizi, investimenti e standard comuni e non include riferimenti specifici alla tutela dei lavoratori e dell’ambiente.

Con qualche mese di ritardo rispetto alla data inizialmente prevista, il RCEP dovrebbe entrare in vigore a fine 2020. Nonostante le preoccupazioni per il ruolo della Cina e gli svantaggi per le aziende occidentali, è indubbio che il RCEP rappresenterà un grande risultato sul terreno del multilateralismo e del libero scambio.

Articolo a cura di Tullio Ambrosone

Working Breakfast col Sottosegretario Scalfarotto

Ivan Scalfarotto Associazione Italia-ASEAN

Il Sottosegretario Scalfarotto ha descritto la strategia del Governo per l'internazionalizzazione

Il 17 febbraio, l’Associazione Italia-ASEAN ha avuto il piacere di ospitare nel proprio ufficio di Milano un incontro con Ivan Scalfarotto, Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. L’evento è stato introdotto di Alessia Mosca, Segretario Generale dell’Associazione, e si è concentrato sulla posizione dell’Italia nell’attuale quadro commerciale globale.

Il Sottosegretario Scalfarotto ha innanzitutto riaffermato l’impegno del Governo italiano a rafforzare i legami economici e diplomatici con l’ASEAN e ha descritto la strategia per sostenere le imprese italiane nel processo di internazionalizzazione.

Scalfarotto ha poi proseguito con un ragionamento sull’importanza strategica del commercio internazionale per la nostra economia, fortemente trainata dalle esportazioni negli anni della crisi: tra il 2010 e il 2017, le esportazioni italiane sono infatti cresciute del +6,4%, pur a fronte di calo del PIL dello -0,6%. Gli effetti della crisi sarebbero stati quindi molto più duri se le aziende italiane non avessero potuto fare affidamento sulla domanda proveniente dai mercati esteri.

Inoltre, anche eccellenze tipiche italiane si basano sulla lavorazione di prodotti importati. L’Italia, ad esempio, è famosa per il cioccolato e per il caffè pur non producendo né cacao né chicchi di caffè; inoltre l’Italia neanche produce il grano sufficiente a soddisfare la domanda che arriva dai propri produttori di pasta.

La capacità delle imprese italiane di competere sui mercati globali non deve però spingere a pensare che esse possano prescindere dal supporto di politiche industriali e commerciali adeguate. Il Sottosegretario Scalfarotto ha infatti sottolineato come, a livello globale, il valore degli accordi G2G (Government to Government) superi di molto quello degli accordi B2B (Business to Business). Il Governo deve quindi giocare un ruolo attivo di facilitatore degli scambi commerciali. Per una singola azienda, per quanto grande, è difficile instaurare rapporti solidi con partner stranieri, senza avere alle spalle l’intero Sistema Paese (e questo è particolarmente vero nei Paesi asiatici).

A questo proposito, Scalfarotto ha ricordato che il Governo – tramite le proprie agenzie e società controllate – ha implementato diverse misure per sostenere attivamente le imprese italiane nei processi di internazionalizzazione. Ad esempio, negli ultimi anni, il Gruppo Cassa Depositi e Prestiti ha svolto un ruolo sempre più importante nel garantire il credito necessario alle imprese. Inoltre, Scalfarotto ha ricordato come il Governo sia stato in grado di muoversi in maniera unitaria su questioni chiave, quali l’imposizione di nuovi dazi da parte degli USA.

Scalfarotto ha quindi ricordato che la politica commerciale può rappresentare uno strumento di politica estera, come dimostrato recentemente dall’l’Amministrazione Trump. Per questo motivo il Governo deve intervenire nei settori cruciali, dove possono emergere irregolarità (come nel caso delle tecnologie 5G), per garantire un level playing field.

Infine, Scalfarotto ha sottolineato il ruolo strategico dell’ASEAN. Da un punto di vista strettamente economico, infatti, il blocco dei Paesi del sud-est asiatico rappresenta già oggi la quinta potenza economica globale. Da un punto di vista geopolitico, inoltre, l’ASEAN ha giocato un ruolo cruciale nel mitigare le tensioni in Asia. L’Italia e l’Unione europea dovrebbero quindi giocare un ruolo più proattivo nel sud-est asiatico, andando a colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Un approfondimento delle relazioni economiche coi Paesi asiatici può infatti essere uno strumento per promuovere stabilità e crescita nella regione, in analogia con la strategia già adottato dall’Unione europea in America Latina.

 

 

Lecture di Vivian Balakrishnan, Ministro degli Esteri di Singapore

Alla sua prima visita ufficiale in Italia, il Ministro degli Esteri di Singapore ha incontrato l’Associazione Italia-ASEAN

Il 19 dicembre 2019, il Ministro degli Esteri di Singapore Vivian Balakrishnan ha tenuto una conferenza su sviluppi e direzione della globalizzazione, nella sede di Roma dell’Associazione Italia-ASEAN.

Nel corso del suo intervento, il Ministro Balakrishnan ha sottolineato il duraturo e stabile rapporto di collaborazione tra Italia e Singapore. In particolare, l’Italia è stato uno dei primi Paesi al mondo a riconoscere l’indipendenza di Singapore nel 1965.

Oggi, sono più di 600 le aziende italiane attive a Singapore e, allo stesso tempo, sono ingenti gli investimenti singaporiano in Italia. Il recente accordo commerciale tra Unione europea e Singapore, entrato in vigore nel novembre 2019, ha il potenziale per intensificare ulteriormente gli scambi economici.

La lecture si è tenuta nel quadro della prima visita ufficiale del Ministro Balakrishnan in Italia. All’evento hanno partecipato il Presidente Enrico Letta e tutti gli Ambasciatori dei Paesi ASEAN in Italia, sottolineando la volontà di rafforzare i legami tra l’Italia e la regione del sud est asiatico.

L’edizione inglese Straits Times, influente giornale di Singapore, ha riportato un resoconto più dettagliato della visita del Ministro Balakrishnan in Italia. L’articolo è disponibile al seguente link.

Working Breakfast sulla Malaysia

Un working breakfast sulla Malaysia apre il percorso di avvicinamento all’High Level Dialogue di Kuala Lumpur

Il 3 dicembre 2019, l’Associazione Italia-ASEAN ha organizzato nella propria sede di Milano un working Breakfast sulla Malaysia, alla presenza dell’Ambasciatore’ Abdul Malik Melvin Castelino.

L’evento ha rappresentato la prima tappa di avvicinamento al quarto High Level Dialogue, che si terrà a Kuala Lumpur il 1° e 2 luglio 2020.

L’High Level Dialogue è un summit annuale, organizzato congiuntamente dall’Associazione Italia-ASEAN e The European House – Ambrosetti. Rappresenta il più importante evento italiano in ASEAN, capace di riunire i vertici imprenditoriali e istituzionali delle due regioni.

Durante il working breakfast, l’Ambasciatore Abdul Malik Melvin Castelino ha esposto le opportunità di sviluppo che la Malaysia può offrire all’Italia. Gaia Brandolin, a nome della Malaysia Investment Development Authority, ha invece esposto gli strumenti che la Malaysia offre alle aziende straniere interessate ad investire nel Paese.

Inoltre, Lorenzo Tavazzi (Associate Partner and Head of Scenario & Intelligence department, The European House-Ambrosetti ) ha presentato lo stato di avanzamento dei lavori di preparazione all’High Level Dialogue.

Infine, il Segretario Generale dell’Associazione Italia-ASEAN, Alessia Mosca, ha guidato una discussione tra i partecipanti.

L’Associazione Italia-ASEAN partecipa a Bookcity 2019

Il Presidente Letta e il Vice presidente Orlandi presentano ASEAN for Italy e Le Anime dello Sviluppo

L’Associazione Italia-ASEAN partecipa a Bookcity, organizzando due eventi: Il Sud-est Asiatico dopo Salgari e “Apocalypse Now”. Un viaggio tra geopolitica, economia, culture e tradizioni e Le anime dello sviluppo: dialogo su geoeconomia e religione da Milano all’Asia. Entrambi gli eventi si terranno il 15 novembre, a Milano.

Il primo evento si terrà alle ore 17.00 nell’ufficio dell’Associazione a Milano in Corso Buenos Aires 56. Il Vice presidente Romeo Orlandi presenterà il libro ASEAN FOR ITALY. L’ASEAN per il sistema Italia. Assieme al giornalista, Danilo Taino, e all’Ambasciatrice dell’Indonesia in Italia, Esti Andayani, si discuterà a fondo del “miracolo” ASEAN.

Il secondo evento avrà luogo, invece, alle ore 19.00 nel Castello Sforzesco. Il Presidente Letta si confronterà con S.E.R Mario Delpini, Archivescovo di Milano, su come la dimensione geopolitica ed economica del sud-est asiatico sia fortemente intrecciata alle questioni religiose.

Il complicato connubio tra religione e geopolitica nell’odierno villaggio globale è infatti il tema principale del libro Le anime dello sviluppo. Religioni ed economia nel sud-est asiatico.

L’E-commerce, come opportunità di penetrazione del mercato ASEAN

L’Associazione Italia-ASEAN analizza l’espansione del mercato digitale nel sud-est asiatico

Lunedì 14 ottobre 2019 si è tenuto presso la sede di Milano dell’Associazione Italia-ASEAN il working breakfast, dal titolo “Dalle caravelle ai cavi: l’E-commerce come opportunità di penetrazione nel sud-est asiatico”.

Nel corso dell’evento, si è discusso dello sviluppo del settore dell’e-commerce nella regione, evidenziando le implicazioni che ne derivano per le aziende italiane.

L’incontro ha visto l’intervento di Giulia Ajmone Marsan (Strategy and Partnership Director presso l’ERIA), Tito Costa (partner presso Global Founders Capital), e Marco Ogliengo (founder di ProntoPro).

I Paesi ASEAN hanno aumentato i loro investimenti nel settore del commercio digitale, che si è sviluppato molto negli ultimi anni. Tre sono i fattori che hanno favorito lo sviluppo del settore nella regione: l’avanzamento tecnologico, la demografia e – paradossalmente – lo scarso livello delle infrastrutture tradizionali.

L’E-commerce rappresenta una possibile soluzione ad imperfezioni di mercato nel sud-est asiatico. Tuttavia, il settore risulta ancora complesso e non ha ancora raggiunto il suo pieno potenziale.

Una attenzione costante, anche da parte di partner commerciali come l’Italia, potrebbe rivelarsi strategica. Le stime prevedono che il mercato e-commerce dell’ASEAN raggiungerà il valore di 350 miliardi di dollari entro il 2025.