Asean

La potenziale fusione Grab-Gojek: i nuovi giochi di potere tra i due colossi tech dell’ASEAN

Dalle trattative private alla smentita della possibile fusione, Grab e Gojek si contendono il settore ride-hailing e delivery in Indonesia. 

Secondo quanto appreso, negli ultimi mesi Grab e Gojek hanno compiuto sostanziali progressi nell’elaborazione di un accordo per unire le loro attività e realizzare la più grande fusione di aziende tech del Sud-Est asiatico. I due giganti tecnologici sembrerebbero ancora divisi sulla decisione relativa a chi spetterebbe controllare l’Indonesia, il più grande mercato della regione, nonché patria di Gojek. Varie parti dell’accordo sono ancora in fase di elaborazione tra i leader di ciascuna società e SoftBank Group Corporation, uno dei principali finanziatori di Grab. 

Negli ultimi anni Grab e Gojek sono stati al centro di un’accesa rivalità per il dominio del settore tech nella regione. Infatti, si parla da tempo di una loro potenziale fusione, soprattutto dopo la visita del CEO di SoftBank in Indonesia nel gennaio 2020. Un’unione di forze ampiamente sostenuta dai finanziatori di entrambe le parti affinché la dispendiosa contesa per le rispettive quote di mercato si concluda con la creazione di uno dei più potenti colossi economici della regione. 

Grab e Gojek, fondate rispettivamente a Singapore e Jakarta, rappresentano le due startup di ride-hailing, delivery, pagamenti finanziari e servizi assicurativi più importanti dell’Asia sud-orientale. Grab, già presente in ben otto Paesi della regione (Singapore, Malesia, Indonesia, Thailandia, Vietnam, Filippine, Myanmar, Cambogia) è stata ultimamente valutata a più di $15 miliardi. Gojek, del valore di $10 miliardi, è attiva invece cinque Stati ASEAN: Indonesia, Singapore, Filippine, Thailandia, Vietnam. Grab e Gojek si impongono come attori principali nella maggior parte dei mercati ASEAN. Inoltre, le stime confermano che l’internet economy della regione ha superato i 100 miliardi di dollari nel 2020. 

Anthony Tan, CEO e co-fondatore di Grab, in seguito alle voci relative ad una imminente fusione con Gojek, ha recentemente inviato una nota interna ai dipendenti per smentire le nuove speculazioni. “Il nostro business momentum è buono e siamo in posizione di fare acquisizioni”, ha dichiarato Tan, senza fare alcun riferimento all’eventuale fusione tra i due unicorni. Nonostante le enormi problematiche causate dalla pandemia di Covid-19, la prima crisi affrontata dalle giovani startup del Sud-Est asiatico, gli affari di Grab sono pienamente tornati ai livelli pre-pandemici. Tan ha inoltre aggiunto che Grab si è affermata, in termini di fatturato, come azienda dominante nel settore del food delivery in Indonesia, l’area di maggiore concorrenza con Gojek.

In risposta, gli amministratori delegati di Gojek hanno dichiarato che non ci sono motivi urgenti per realizzare la fusione con Grab; l’azienda è ben capitalizzata e ci sono numerose risorse per continuare a far crescere le attività nei prossimi anni, tra cui un’invidiabile lista di finanziatori, come Google, Tencent, Facebook, PayPal.

Le leadership di Grab, Gojek e SoftBank hanno preferito non commentare le voci diffuse dai media sulla possibilità di una fusione, che vedrebbe Grab in un ruolo dominante. Oltre ad avere un valore di mercato superiore rispetto a quello Gojek, l’unicorno Grab opera anche in più Paesi.

Inoltre, secondo la proposta di Grab, Tan diventerebbe “CEO a vita” della nuova società, con i dirigenti di Gojek chiamati a gestire l’Indonesia sotto il brand Gojek. Un’altra versione dell’accordo vedrebbe Gojek mantenere la sua partecipazione attiva nell’entità risultante dalla fusione, aggiungendo la creazione di un joint branding in Indonesia. 

Proprio la struttura azionaria della nuova società sarebbe il punto di rottura tra le due parti. Gojek avrebbe chiesto il 40% delle azioni, una quota che Grab ritiene troppo elevata, considerate le migliori condizioni finanziarie rispetto al rivale indonesiano, anche in termini di entrate.

Nonostante il supporto dei finanziatori, per ora le strade di Grab e Gojek restano separate e l’approvazione di un accordo definitivo sembra ancora molto lontano. A pesare sulla fusione sono anche le questioni antitrust. Il mercato cruciale è l’Indonesia, dove sia Grab che Gojek dominano entrambi i servizi di ride-hailing e delivery. Intanto, Gojek non perde tempo e ha già firmato un term-sheet con Tokopedia, il colosso indonesiano dell’e-commerce, in vista di una probabile fusione da 18 miliardi di dollari. I nuovi giochi di potere in atto nella regione potrebbero mischiare le carte e svelare nuove prospettive per il settore digitale. 

CAI: una svolta nelle relazioni economiche UE-CINA

UE e Cina hanno raggiunto un accordo di principio sugli investimenti che permetterà alle aziende europee di accedere al mercato cinese con maggiore libertà. 

Il raggiungimento dell’Accordo, sotto forma di intenti di principio, tra UE e Cina lo scorso 30 dicembre, sul Comprehensive Agreement on Investment (CAI), segna una tappa fondamentale nelle relazioni economiche tra i due grandi mercati mondiali. In base all’accordo, la Cina accetterà di aprire maggiormente la sua economia agli investimenti europei, anche e soprattutto in alcuni settori storicamente chiusi al mercato. Inoltre, si impegnerà affinché alle imprese europee sia garantito un trattamento equo così da poter competere in condizione di parità con le imprese cinesi. In ultimo, ha accettato di discutere di sviluppo sostenibile, di lavoro forzato e di ratificare le convenzioni fondamentali dell’ILO.

Sono diversi i settori economici nei quali la Cina garantirà maggiore apertura e competitività per le imprese europee. Si va dal settore manifatturiero (che riguarda la metà degli IDE europei in Cina) e dell’automotive, a quello dei servizi finanziari, dei trasporti aerei e marittimi, delle tecnologie di comunicazione e informatiche, della sanità, dell’ambiente e sostenibilità. In ciascuno dei suddetti settori non solo sarà appunto garantita maggiore apertura, ma la Cina assicurerà che il mercato sia governato da regole certe e viga la piena concorrenza tra impese europee e di Stato cinesi, soprattutto per ciò che concerne la trasparenza e i sussidi, oltre a vietare i trasferimenti forzati di tecnologia. In aggiunta, le imprese europee potranno beneficiare di iter semplificati nell’avere autorizzazioni e nel completare procedure amministrative e potranno avere accesso agli organismi di normalizzazione cinesi.

Sia l’UE che la Cina sono entrambi molto impegnati nel rispetto degli Accordi di Parigi sul clima e quindi hanno voluto ribadire la centralità del tema della sostenibilità nel recente Accordo. Infatti, le due parti contraenti hanno deciso di vincolarsi al rispetto dei valori espressi nei principi dello sviluppo sostenibile in merito agli investimenti e le questioni relative allo sviluppo sostenibile saranno soggette a un meccanismo di applicazione composto da un panel di esperti indipendenti, come avviene per tutti gli accordi commerciali dell’UE. Ciò significa una risoluzione trasparente dei disaccordi con il coinvolgimento della società civile. È da notare che questo è il primo caso in cui la Cina accetta vincoli tanto stringenti con un altro partner commerciale. Come conseguenza la Cina dovrà modificare la propria politica in materia ambientale e lavorativa in modo da innalzare gli standard di controllo rispetto al livello attuale, tenuti volontariamente bassi proprio per attrarre maggiori investimenti. In aggiunta, dovrà rispettare i propri obblighi internazionali e far si che le sue aziende attuino una condotta responsabile.  

Dal punto di vista europeo il CAI assicura che la Cina continui e non torni indietro sulla sua politica di liberalizzazione degli investimenti portata avanti negli ultimi 20 anni, dando maggiore sicurezza alle aziende europee. Permette all’UE di ricorrere al meccanismo di risoluzione in caso di violazione degli impegni e di giovarsi dell’eliminazione di varie restrizioni all’accesso al mercato come restrizioni quantitative, limiti di capitale o requisiti di joint venture. D’altra parte il CAI preserva settori sensibili come energia, agricoltura, pesca, audiovisivo, servizi pubblici.

Se si analizza il CAI anche alla luce del recente accordo RCEP, si può constatare come il gigante asiatico si sia chiaramente indirizzato verso una strada che porta a una maggiore apertura verso il mercato. È significativo notare come in un lasso di tempo davvero breve la Cina abbia sottoscritto due grandi accordi commerciali da una parte con 14 paesi dell’Asia-Pacifico e dall’altra con la più grande organizzazione sovranazionale, l’UE. Bisognerà vedere come gli USA sotto la nuova presidenza Biden risponderanno a questa offensiva market friendly cinese e soprattutto quali saranno le implicazioni per le relazioni transatlantiche. Infatti, la Cina potrebbe aver voluto concedere maggior spazio di manovra agli europei nel suo mercato con l’intento di ingraziarseli e con la conseguenza recondita di rompere l’asse USA-UE in funzione anticinese in tema di rispetto dei diritti umani.  Questa mossa europea scompagina certo l’asse occidentale nei confronti della Cina, ma è difesa a Bruxelles con la motivazione che l’UE deve avere una sua relazione con la Cina indipendente dalle posizioni di Washington. il tema vero su cui l’UE dovrebbe riflettere è che ad oggi manca una vera politica europea onnicomprensiva nei confronti della Cina. 

A cura di Niccolò Camponi

Come le Nazioni Unite stanno trasformando l’agricoltura nei Paesi ASEAN

L’ONU ha da tempo avviato una fruttuosa collaborazione nel settore agricolo con l’ASEAN per lo sviluppo sostenibile delle popolazioni più vulnerabili 

L’agricoltura rappresenta una fetta sostanziale del PIL di quasi tutti i Paesi ASEAN, ed è una delle maggiori fonti di impiego, dirette o indirette, per le circa 300 milioni di persone che vivono nelle zone rurali. Benché gli stati della regione si differenzino per struttura economica e produttiva, il settore primario è una delle maggiori fonti di introiti in Indonesia, in Vietnam, in Myanmar e in Cambogia; tuttavia, nonostante alcuni di questi siano tra i principali produttori mondiali di determinate commodities (quali riso e caffè), la loro massima capacità produttiva è ancora lontana dall’essere raggiunta. Per contrastare i problemi legati ai bassi livelli di produttività, all’accesso limitato ai mercati internazionali, alla scarsa diffusione delle tecnologie, alla diminuzione della forza lavoro impegnata nel settore agricolo (conseguente allo sviluppo industriale) ed al cambiamento climatico, negli ultimi anni abbiamo assistito a sempre maggiori investimenti nel settore. A dare un contributo a questo processo, sono da annoverare le organizzazioni internazionali che operano nella regione e alle quali si può attribuire parte del merito della nuova primavera agricola nel Sud-Est asiatico.

Partner dell’ASEAN in questa sfida per rendere il settore agricolo sempre più sostenibile, sono le cosiddette Rome Based Agencies (RBAs) delle Nazioni Unite: la Food and Agriculture Organization (FAO), l’International Fund for Agricultural Development (IFAD) e il World Food Program (WFP). Esse offrono una vasta gamma di conoscenze ed esperienze nei settori finanziario e tecnologico, e sono riconosciuti a livello internazionale come le massime autorità nei campi della sicurezza alimentare, dell’agricoltura e della nutrizione.

Il WFP ha come missione primaria l’intervento in situazioni di emergenza per sostentare le popolazioni con aiuti alimentari che in prospettiva possano garantire uno sviluppo economico e sociale, ed è attualmente impegnato in progetti di assistenza in cinque Paesi dell’Associazione (Filippine, Myanmar, Laos, Indonesia e Cambogia). La FAO e l’IFAD, invece, lavorano per l’implementazione di progetti a lungo termine che possano creare sviluppo agricolo rispettivamente con l’obiettivo di sconfiggere la fame e la malnutrizione nel mondo, e di rendere le economie rurali più inclusive, produttive e sostenibili.

La FAO, della quale fanno parte tutti i membri dell’ASEAN, ha una fruttuosa storia di cooperazione bilaterale con l’Associazione stessa, alla quale fornisce consulenza su politiche, analisi e assistenza nel settore agricolo, in particolare collaborando con la ASEAN Economic Community (AEC). L’ASEAN e la FAO, attraverso un Memorandum of Understanding firmato nel 2013, si sono impegnate ad aumentare la cooperazione in campo agricolo con l’obiettivo di ridurre la fame nella regione, progredire nel campo della sicurezza alimentare, e prevenire e controllare le malattie animali transnazionali. 

L’IFAD, invece, è attualmente impegnata nella collaborazione col Segretariato per supportare due obiettivi: l’ASEAN Programme on Sustainable Management of Peatland Ecosystems per limitare l’impatto ambientale dello sfruttamento agricolo, e l’ASEAN Economic Blueprint 2025 che si concentra sullo sviluppo delle tecnologie digitali. In collaborazione con gli stati membri, l’IFAD sta facilitando la raccolta e l’analisi di dati relativi alla gestione delle terre, per monitorare e prevenire gli incendi e lo smog, oltre a rafforzare il coordinamento regionale per la prevenzione degli stessi. L’IFAD, inoltre, assiste anche i piccoli produttori nell’utilizzo di tecnologie digitali per la produzione agricola, facilitando nuove partnership tra il settore pubblico e privato, e fornendo gli strumenti necessari per l’implementazione di queste tecniche attraverso corsi di formazione mirati. 

Attraverso questi esempi di multilateralismo, l’ASEAN riceve dal sistema ONU un importante supporto nella sua corsa per rendere l’agricoltura un mezzo efficiente per il sostentamento della sua popolazione, e per uno sviluppo sostenibile come indicato dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. La stretta cooperazione tra organizzazioni regionali e globali, in particolare su problematiche che riguardano il miglioramento delle condizioni di vita delle persone, si conferma il più efficace strumento di politica di sviluppo, rendendo possibile il trasferimento rapido di nuove tecnologie anche nelle aree rurali più povere e periferiche. 

A cura di Luca Menghini

Sicurezza comune tra UE e ASEAN

Europa e Sud-Est asiatico rafforzano il dialogo strategico nel campo della sicurezza, ampliando la loro cooperazione anche a tematiche non tradizionali

L’Unione Europea e l’ASEAN sono consapevoli che la stabilità di un Paese membro è strettamente interconnessa a quella degli altri; per questo hanno deciso che la creazione di un ecosistema di sicurezza comune dovesse essere uno dei principi fondamentali del loro partenariato. La cooperazione tra le due organizzazioni in questo campo ha solide tradizioni, ed è dimostrata, tra le altre cose, dal regolare coinvolgimento dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza nelle riunioni ministeriali del Forum Regionale dell’ASEAN (ARF). Inoltre nel corso degli anni, i funzionari europei hanno sia dato un contributo alla realizzazione dei piani dell’ARF, sia hanno co-presieduto alcune iniziative di questo Forum regionale. Specularmente, l’ASEAN dal 2014 ha iniziato a prendere parte ad alcuni corsi di orientamento sulla difesa comune dell’Unione Europea, attraverso la presenza di suoi alti funzionari.

Negli ultimi anni, gli obiettivi di sicurezza condivisi si sono ampliati a questioni non tradizionali tra cui: la lotta al terrorismo, la lotta alla criminalità transnazionale, la gestione delle crisi sociali, la prevenzione dei conflitti, la sicurezza marittima e la gestione dei pericoli dati dai materiali chimici, biologici, radiologici e nucleari.  L’abitudine alla cooperazione congiunta è culminata con la stesura di un ASEAN-EU Plan of Action (2018-2022) in occasione della 22° Riunione Ministeriale UE-ASEAN, nella quale si è deciso di far evolvere la relazione tra le due organizzazioni in un Partenariato Strategico. La decisione è stata poi confermata il 1 dicembre 2020, quando le due organizzazioni sono ufficialmente diventate partner strategici.

Il tema forse più importante della cooperazione tra UE e ASEAN, tra quelli sopra elencati, è quello relativo alla sicurezza marittima. Nel 2020 quest’ultima è stata individuata tra le aree di intervento prioritarie, in quanto tutte le principali economie dell’ASEAN si affacciano sul Mar Cinese Meridionale, acque in cui passa buona parte del traffico globale di merci. Di conseguenza, ogni focolaio di instabilità che minaccia la navigabilità degli stretti si riflette immediatamente sull’economia dei Paesi coinvolti, e rappresenta una seria minaccia per lo sviluppo pacifico della regione. L’UE, uno dei più importanti partner commerciali dell’ASEAN, è ugualmente interessata alla risoluzione pacifica dei conflitti territoriali presenti nella zona. Sul lato pratico, la collaborazione sulla sicurezza marittima  ha dato vita ad un comitato permanente UE-ASEAN su temi come la pirateria, la sicurezza dei porti e la gestione comune delle risorse. L’obiettivo che si vuole raggiungere è quello di evitare conflitti per il dominio dei mari e soprattutto promuovere il rispetto del “diritto del mare”.

Il terrorismo rappresenta una delle principali sfide alla sicurezza nei Paesi europei e in quelli dell’ASEAN. Questi ultimi hanno conosciuto la sua brutalità per la prima volta nel 2002, all’indomani degli attenti di Bali e Denpasar compiuti dall’organizzazione terroristica Jemaah Islamiyah. La strage ha dato impulso al Segretariato dell’ASEAN per la stesura di una Joint Declaration on Cooperation to Combat Terrorism, una dichiarazione di intenti nella quale si sottolinea la convinzione che il terrorismo debba essere combattuto congiuntamente e a livello internazionale; a seguito di questa dichiarazione, la lotta al terrorismo è stata ribadita ad ogni meeting congiunto UE-ASEAN. Nell’ultimo ASEAN-EU Plan of Action sono stati previsti incontri fra esperti in controterrorismo di entrambe le delegazioni: inoltre, Indonesia, Filippine, Malesia e Thailandia stanno beneficiando dell’applicazione di misure ad hoc grazie al progetto UE per la Prevenzione e il Contrasto dell’estremismo violento.

Oggi l’Unione Europea e l’ASEAN non solo collaborano come organizzazioni, ma lo fanno anche a livello bilaterale tra singoli stati membri. Un altro traguardo importante in tema di sicurezza comune lo si trova in un accordo tra UE e Vietnam. Il Vietnam ha, infatti, firmato un memorandum d’intesa per prendere parte alle operazioni civili e militari, dispiegate dall’Oceano Indiano all’Africa Orientale, portate avanti dall’Unione Europea. L’accordo è di particolare importanza perché è il primo stipulato tra Bruxelles e un singolo Paese dell’ASEAN, inoltre dimostra la volontà del Vietnam e dell’Unione Europea di voler mantenere la pace e la sicurezza all’interno dei propri confini e in altre parti del mondo. 

A cura di Carola Frattini 

RCEP: sfide e opportunità per l’Indonesia

L’Indonesia cerca di trarre vantaggio dall’adesione alla RCEP mentre è alle prese con problemi di infrastrutture e investimenti

La firma della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) avvenuta il 15 novembre segna un’importante tappa nella storia recente dell’Indonesia. Dopo otto anni di negoziati, i dieci Stati membri dell’ASEAN insieme a Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, hanno finalmente firmato un accordo commerciale destinato a diventare il più grande della storia. Il trattato infatti creerà un mercato di circa 2,1 miliardi di consumatori, equivalente al 30% del PIL globale.

L’obiettivo della RCEP è quello di creare un partenariato economico reciprocamente vantaggioso per ciascuno dei Paesi partecipanti grazie all’abbassamento delle tariffe, alla semplificazione delle procedure doganali e alla stesura di regolamenti economici comuni. Per l’Indonesia, l’adesione alla RCEP non solo aprirà le porte a una vasta gamma di opportunità commerciali future, ma nell’immediato servirà al Paese per rimettere in sesto un’economia pesantemente colpita dalla pandemia di Covid-19. Molti economisti stanno tuttavia ancora cercando di prevedere tutte le possibili implicazioni che un accordo così ambizioso comporterà per il mercato indonesiano.

Uno degli obiettivi immediati della RCEP è consentire alle merci di circolare in modo più efficiente attraverso i 15 Paesi membri. Ciò comporterebbe un indubbio vantaggio per Jakarta, poiché le attività commerciali di queste nazioni hanno rappresentato il 57% delle esportazioni totali dell’Indonesia e il 67% delle sue importazioni totali nel 2019. Inoltre, il 66% degli investimenti diretti esteri proviene da diversi Paesi firmatari quali Singapore, Cina, Giappone, Malesia e Corea del Sud. Tuttavia, per sfruttare al meglio i vantaggi dell’accordo, l’Indonesia ha bisogno di adeguare il suo sistema infrastrutturale.

Anche prima della pandemia di Covid-19, la crescita economica del Paese è stata spesso rallentata da questo fattore. Nel 2017, la Banca Mondiale ha stimato che l’Indonesia dovrà investire circa 500 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni per colmare il suo divario infrastrutturale. Secondo gli esperti, una delle possibili soluzioni è quella di sfruttare maggiormente le iniziative infrastrutturali lanciate dai governi dell’Asia-Pacifico. Questi includono la cinese Belt & Road Initiative, la Partnership for Quality Infrastructure del Giappone, e l’istituzione della Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture sponsorizzata da Pechino. 

La partecipazione a queste iniziative multilaterali non è tuttavia esente da rischi, e il governo indonesiano deve tenere conto dei risvolti geopolitici. In quanto uno dei principali Paesi del Sud-Est asiatico, l’Indonesia ha un mercato interno che fa gola alle altre potenze del continente asiatico e del mondo. Un esempio è il progetto della ferrovia ad alta velocità Jakarta-Bandung, la cui gara per la costruzione ha causato frizioni tra il Giappone e la Cina, entrambe interessate all’appalto. A vincere alla fine è stata Pechino, che ha offerto tassi di prestito più bassi e una tempistica più breve il completamento dell’opera.

La partecipazione alla RCEP contribuirà senza dubbio ad aumentare degli investimenti esteri diretti verso l’Indonesia. In passato, le rigide leggi sul lavoro hanno indotto molte aziende straniere a ridurre i propri investimenti; per risolvere questo problema, il governo ha introdotto quest’anno una nuova riforma, la Legge Omnibus, che mira a facilitare le attività economiche nel Paese modificando ben 76 leggi esistenti. Sono incluse tra le varie norme la riduzione della burocrazia, l’allentamento delle restrizioni sugli investimenti stranieri e l’abrogazione di alcune leggi sul lavoro.

Nonostante gli sforzi del governo, il progetto ha ricevuto severe critiche da vari gruppi sociali, poiché il disegno di legge taglia alcune protezioni sociali e allenta le norme ambientali, aumentando il rischio deforestazione e inquinamento. Tuttavia, è ancora troppo presto per vedere l’impatto a lungo termine del disegno di legge, in quanto tutto dipende dalle modalità di attuazione. La Legge Omnibus potrebbe effettivamente portare a un clima migliore per gli investimenti in Indonesia e quindi creare più posti di lavoro, ma deve essere sostenuta da una solida esecuzione e da un ampio monitoraggio da parte del governo.

Sulla base di quanto descritto è chiaro che fare affidamento solo sulla RCEP non è sufficiente, né per la ripresa post-pandemia, né per lo sviluppo economico a lungo termine dell’Indonesia. Per trarre il massimo vantaggio da questo accordo, il Paese deve sostenerlo con una solida pianificazione infrastrutturale e un quadro normativo moderno, entrambe grandi priorità per l’attuale governo. Una volta raggiunti questi obiettivi, l’Indonesia otterrà significativi benefici economici, aumentando la propria competitività e integrandosi maggiormente nella regione Asia-Pacifico. 

A cura di Rizka Diandra 

Traduzione di Andrea Passannanti 

Dietro la macchina da presa

Sfide e opportunità per la cinematografia del Sud-Est asiatico

Manila in the Claws of Light è come un film neorealista italiano. Ma ambientato all’inferno.”

È questo il commento riguardo al più famoso film del regista e sceneggiatore filippino Lino Brocka. Già nel 1975, anno della sua uscita sul grande schermo, il lungometraggio aveva ricevuto il consenso della critica: quella dei FAMAS (Filipino Academy of Movie Arts and Sciences Awards), che gli aveva attributo il premio come miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura, miglior direttore della fotografia, miglior attore, e miglior attore non protagonista; ma anche di quella occidentale, che lo aveva inserito nella lista dei migliori film al mondo, vi aveva dedicato un articolo sul New York Times, e ne aveva proiettato una parte al Festival di Cannes nel 2013. Nella sua versione in Blu-Ray, il film è preceduto da un’introduzione di Martin Scorsese.

Se negli anni d’oro del grande cinema italiano era più raro sentir nominare attori e registi provenienti da Sud-Est, la ricezione di Brocka ed altri in Europa a partire dagli anni 2000 è il segno di un nuovo interesse verso la settima arte del continente asiatico. Il caso più eclatante è sicuramente Parasite, film del regista sudcoreano Bong Joon-ho che nel 2020 è stato il primo film al mondo a ricevere contemporaneamente l’Oscar come Miglior Film e come Miglior Film Internazionale. 

Rispetto a Corea o Giappone, ci sono ancora difficoltà per i Paesi ASEAN nel fare breccia nel mercato cinematografico occidentale. Tuttavia, nonostante gli ostacoli, negli ultimi anni alcuni di loro sono riusciti ad inserirsi nel circuito dei Festival internazionali del Cinema.

È il caso dell’Indonesia con il suo Gundala, un film di supereroi scaturito dalla vena creativa del regista Joko Anwar. Il protagonista principale è tratto da uno dei personaggi del fumettista indonesiano Harya “Hasmi” Suraminata, che per oltre 50 anni si è dedicato a creare vignette, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Stan Lee indonesiano”. Gundala è forse il supereroe più amato in Indonesia, e Anwar ha ben deciso di prenderlo come soggetto per il suo film. Distribuito nei cinema nel 2019, in solo una settimana ha portato nelle sale più di un milione di spettatori, e ha avuto la sua premiere al Toronto International Film Festival. Non è raro trovarlo nei numerosi Far East Asia festival italiani durante l’anno assieme a Impetigore, capolavoro horror sempre del medesimo regista. Nel 2020 è stato anche doppiato in francese e distribuito in Blu-Ray da Condor Films, una compagnia nota per distribuire film premiati a Cannes o al Sundance Film Festival.

Il genere documentaristico invece è ben rappresentato da Midi-Z, il direttore cinematografico naturalizzato taiwanese, ma originariamente nato in Myanmar. Il suo Ice Poison del 2014 è stato scelto da Taiwan per concorrere ai Foreign Language Academy Awards. Una scelta sensata, visti il suo esordio al Festival di Berlino, e la sua vittoria come “Best International Feature Movie” al festival di Edimburgo. Midi Z stesso è stato nominato “Regista Taiwanese dell’anno” ai 53esimi Golden Horse Awards di Taipei. Nonostante sia naturalizzato taiwanese, il tema di Myanmar è una costante delle sue opere più celebri, da Return to Burma (2014) a Road to Mandalay (2016).

Nonostante la poliedricità e la varietà di temi del cinema del Sud-Est asiatico, non molto riesce ancora ad arrivare nelle sale europee al di là dei Festival d’autore. Oltre all’ancora scarsa domanda del mercato, soprattutto la mancanza di fondi e di maggiore supporto governativo per il cinema creativo giocano un ruolo importante. L’Italia, in questo senso, è privilegiata: esistono spazi importanti per il cinema asiatico in molte città italiane, primo tra tutti il Festival del Cinema di Venezia. Anche la Rai offre da alcuni decenni una delle vetrine di cinefilia televisiva più importante a livello globale, dove trovare prodotti allettanti e curiosità di nicchia. Un ruolo di rilievo del nostro Paese, che se sfruttato nel modo giusto potrebbe portare ancora più persone ad avere un assaggio del ricco repertorio cinematografico dei Paesi ASEAN.

Articolo di Valentina Beomonte Zobel

UE – ASEAN, sempre più forte la cooperazione internazionale

Unione Europea e ASEAN consolidano i loro rapporti in materia di economia, sicurezza, sostenibilità ambientale, e connettività

Dopo sei anni di colloqui, nella riunione di martedì primo dicembre, l’Unione Europea e i dieci Paesi del gruppo ASEAN hanno aggiornato lo status delle rispettive relazioni, passando dal “Partenariato di Dialogo” al ben più consistente “Partenariato Strategico”.

Le interazioni tra Unione Europea e ASEAN hanno una lunga storia alle spalle, costellata da scambi commerciali, investimenti diretti esteri e accordi bilaterali tra l’UE e i singoli membri dell’Associazione. Tuttavia, il desiderio da parte della Commissione Europea di rafforzare i rapporti tramite una partnership più avanzata è emerso in via ufficiale solo nel 2015 e due anni dopo, nel 2019, i Ministri degli Esteri dell’ASEAN e dell’UE hanno concordato i principi per l’elaborazione del Partenariato Strategico. 

Il meeting del primo dicembre scorso ha sancito l’impegno delle parti nell’organizzazione di vertici a cadenza regolare e nel rafforzamento della cooperazione in quattro aree strategiche: economia, sicurezza, sostenibilità ambientale e connettività. I copresidenti della riunione ministeriale, l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri Josep Borrell e il Ministro degli Esteri singaporiano Vivian Balakrishman, hanno entrambi accolto con favore l’iniziativa, sottolineando l’importanza di questo “evento storico”.

L’esito della trattativa è stato a lungo incerto a causa delle controversie sull’olio di palma, un prodotto ancora essenziale per le economie di Malesia e Indonesia ma avverso all’UE per le ripercussioni ambientali della sua produzione. Nell’ottica dello sforzo comune, però, entrambe le parti hanno convenuto sull’istituzione di un comitato congiunto, interamente dedicato alla riformulazione in chiave sostenibile dell’industria degli oli vegetali. Nell’approccio allo sviluppo sostenibile, inoltre, i leader UE e ASEAN hanno fatto riferimento agli obiettivi individuati da alcuni precedenti accordi internazionali, come l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e la Convenzione Quadro di Sendai per la riduzione del rischio di catastrofi ambientali. L’idea è quella di instaurare un dialogo completo che includa argomenti quali il cambiamento climatico, la preservazione degli oceani e della biodiversità, l’incremento dell’energia rinnovabile e il rispetto dei diritti umani. L’ASEAN ha poi accolto favorevolmente l’impegno comunitario per la promozione di città più “verdi”, attraverso l’implementazione del programma “ASEAN Smart Green Cities”.

La pandemia di Covid-19 è stata il secondo punto all’ordine del giorno. Riconoscendone l’impatto senza precedenti, i leader hanno incoraggiato una maggiore cooperazione per incrementare le rispettive capacità di risposta alla crisi, coniugando salute pubblica e sviluppo sostenibile. L’UE ha già offerto all’ASEAN 800 milioni di euro per affrontare l’emergenza sanitaria e si è impegnata nell’elargizione di altri 20 milioni e nel sostegno del progetto “South East Asia Health”. Entrambe le parti hanno, inoltre, concordato un approccio congiunto per garantire l’accessibilità equa e collettiva ai vaccini, definiti come “beni pubblici globali”. In tale contesto, l’Unione Europea fornirà un contributo di 500 milioni di euro in sovvenzioni e prestiti garantiti per sostenere il COVAX, la struttura multilaterale destinata ad accelerare lo sviluppo, la produzione e la diffusione globale di vaccini.

I leader hanno poi riconosciuto l’importanza di una sempre più solida cooperazione economica, soprattutto indirizzata alla ripresa dell’economia mondiale post-Covid-19. Nel concreto, l’impegno assunto dalle parti sarà quello di compiere ulteriori sforzi verso la negoziazione di un ambizioso accordo di libero scambio tra UE e ASEAN, incentrato su maggiore integrazione economica e liberalizzazione del commercio.

Nel richiamare la dichiarazione UE-ASEAN sulla cooperazione in materia di cybersecurity, adottata nel 2019, le parti hanno inoltre sottolineato l’importanza di rafforzare la cooperazione in tale ambito, per promuovere l’informazione aperta, sicura, accessibile e pacifica. Il tema della sicurezza viene ulteriormente ripreso dall’intento di consolidare gli sforzi congiunti per contrastare il terrorismo e i crimini transnazionali oltre che per assicurare la pace e la stabilità duratura nella regione.

Infine, in una dichiarazione separata i Ministri si sono impegnati a promuovere la connettività tra l’UE e l’ASEAN, necessaria per supportare la ripresa socioeconomica post-pandemia, in modo più sostenibile e inclusivo. Si pensa dunque a semplificare e diversificare le reti di trasporto, incoraggiare l’utilizzo di energie pulite e rinnovabili, garantire maggiore sicurezza alimentare, energetica e sanitaria e favorire lo scambio politico nei campi dell’istruzione, della ricerca, del turismo e della tecnologia.

Alla fine delle trattative è emerso ancora una volta l’approccio pragmatico di Unione Europea e ASEAN. La pandemia non ha risparmiato nessuno e il Partenariato Strategico sottolinea l’urgenza di avvicinare due fra i maggiori blocchi economici esistenti, che valgono quasi il 30% del PIL mondiale e che insieme possono essere determinanti per la ripresa economica del mondo intero. Come ha ricordato Gunnar Wiegand, Direttore degli Affari Esteri per l’Asia e il Pacifico dell’UE, si è tratta di un accordo storico “tra due ancore di stabilità in un mondo di crescenti incertezze”.

A cura di Emilia Leban

A bordo dell’ASEAN Express

Un viaggio alla scoperta delle perle del Sud-Est asiatico

Qualcuno potrebbe obiettare che parlare di viaggi oggi suoni quasi anacronistico. Tra frontiere bloccate e crisi sanitaria, sembrano lontani i tempi in cui si poteva acquistare un biglietto aereo online e ritrovarsi in pochi giorni dall’altra parte del pianeta. Eppure, invece di farsi prendere dalla nostalgia, è possibile approfittare di questo tempo passato a casa per posare gli occhi della mente su nuovi orizzonti a Sud-Est, scoprendo nuove mete per quando viaggiare sarà di nuovo possibile. 

L’amante della natura di certo non può farsi sfuggire le spiagge paradisiache e la natura incontaminata di Filippine e Indonesia. Circondate dall’Oceano Pacifico e composte da più di 7.000 isole, le Filippine si sono guadagnate numerosi appellativi legati al turismo, settore che nel 2019 ammontava per il 12,7% del PIL del Paese (dati del Philippine Statistics Authority): capitale del Pacifico occidentale, centro dell’Asia ispanica, Perla dei Mari Orientali, capitale del divertimento, e molti altri. Le Filippine sono la meta ideale per gli appassionati di scuba diving e snorkeling: in particolare, l’isola di Cebu è una meta prediletta sia per le sue barriere coralline, sia per le grotte marine che attraggono ogni anno migliaia di fotografi da tutto il mondo. I più avventurosi si addentrano fin nella regione tribale di Sagada, oppure esplorano i siti UNESCO come le Chocolate Hills o le terrazze di riso di Batad e Bangaan, per conoscere la storia e le tradizioni dei villaggi etnici che ancora vi si trovano. 

Quanto a spiagge bianchissime e atmosfere esotiche, l’Indonesia non è da meno. Bali, in particolare, è una meta sognata da più di sei milioni di visitatori l’anno, e compare in numerosi film di fama internazionale. Anche chi preferisce la quiete e i luoghi meno turistici può trovare il suo piccolo angolo di paradiso a Giava, Sumatra, o in una delle altre 17,505 isole del più grande Stato-arcipelago del mondo.

Per i viaggiatori più interessati alla cultura, Vietnam e Thailandia sono le mete che più hanno da offrire. Tuttavia, la più piccola Cambogia può fregiarsi di ospitare il più vasto sito archeologico dell’intero Sud-Est asiatico, nonché il più grande complesso religioso al mondo, Angkor Wat. Il suo nome, che in lingua khmer significa “città dei templi”, fa riferimento alla sua origine di capitale designata dell’impero: il sovrano Suryavarman II in persona la fondò per farne il centro politico e religioso della cultura khmer. Ben 1.626 km2 di templi mastodontici, divenuti un tutt’uno con la vegetazione dopo oltre 900 anni di convivenza, tanto che spesso non si riesce più a distinguere dove la roccia arenaria finisce e la radice di un albero secolare comincia. Originariamente dedicato al dio hindu Vishnu, col tempo il sito è stato convertito in un complesso buddhista, ed è oggi un simbolo così importante da essere persino rappresentato sulla bandiera della Cambogia. 

Per chi non può fare a meno dei parchi a tema e delle luci sfavillanti della metropoli, Malesia e Singapore sono la scelta giusta. Sono lontani i tempi in cui i mari dello Stretto ispiravano Salgari per i suoi personaggi: oggi Kuala Lumpur, la capitale malese, è una città in pieno boom economico trascinato soprattutto dall’export di prodotti high-tech. Dati dellaBanca Mondiale riportano per il 2015 un valore del comparto pari a 57 miliardi di dollari, secondo solo a Singapore nell’intera regione ASEAN. Iconiche le Petronas Towers, le torri gemelle più alte al mondo, e il Genting Highlands Resort, una città-resort con al suo interno hotel, centri commerciali, casinò e parchi a tema, posizionata sulla cima della montagna Ulu Kali a più di 1800 metri sul livello del mare. 

I più appassionati di architettura contemporanea possono prendere un treno o uno dei numerosi voli low cost e arrivare in poco tempo a Singapore. Nella città-stato potranno visitare i Gardens by the Bay, un parco artificiale di più di cento ettari parte del piano governativo di trasformare Singapore da “città giardino” a “città in un giardino”, oltre che l’Helix Bridge (un ponte a forma di molecola del DNA) e l’ Esplanade – Theatres on the Bay (il centro di arti performative). Si tratta in ciascun caso di progetti dove l’ingegno umano si fonde con la forza della natura.

La purezza di spiagge incontaminate, l’inebriante profumo dell’incenso nei templi, il caos della metropoli, e molto altro: il Sud-Est asiatico di certo sa come fare breccia nel cuore del viaggiatore più esigente.

A cura di Valentina Beomonte Zobel

37°ASEAN Summit: sfide e nuove opportunità

Dalla pandemia alla RCEP e il Mar Cinese Meridionale, i Paesi dell’ASEAN al centro della regione indopacifica 

Dal 12 al 15 Novembre si è svolto online il 37° ASEAN Summit, l’ultimo della presidenza vietnamita che dovrà lasciare ora il posto al Brunei. La cerimonia di apertura del vertice tra gli Stati membri dell’ASEAN è stata infatti aperta dai discorsi del Presidente del Vietnam, Nguyen Phu Trong, e del Primo Ministro, Nguyen Xuan Phuc, che hanno sottolineato la resilienza dell’ASEAN di fronte alle sfide senza precedenti imposte dalla pandemia. 

Innanzitutto, particolare attenzione è stata dedicata al delicato tema del Mar Cinese Meridionale. I diversi Paesi membri dell’ASEAN hanno riaffermato la loro determinazione a voler mantenere la pace e la stabilità nell’area attraverso lo sviluppo di un Codice di Condotta per il Mar Cinese Meridionale con Pechino. Le trattative stentano a decollare, ma secondo quanto dichiarato a margine del Summit, il documento dovrebbe essere pronto entro la fine del 2021. L’obiettivo è quello di garantire il libero flusso delle merci nel conteso specchio d’acqua, rispettando le norme e convenzioni internazionali in materia di diritto del mare. 

In seguito, i leader dell’ASEAN hanno discusso della risposta comune alla pandemia di Covid-19, presentando l’ASEAN Strategic Framework for Public Health Emergencies. Il documento, alla base di tutte le iniziative comuni riguardanti le emergenze sanitarie nella regione, avrà lo scopo di migliorare la preparazione e la risposta dell’ASEAN di fronte alle emergenze della sanità pubblica. Incluso in questo documento è quindi il Covid-19 Response Fund, concordato dai Paesi ASEAN ad aprile, che al momento ha un budget di 10 milioni di dollari, e che avrà la funzione di fornire assistenza alle nazioni più colpite dalla pandemia. Pur molto diverso dal Next Generation EU per natura e portata dell’intervento, questo fondo rappresenta un primo passo importante dei Paesi del Sud-Est asiatico verso la definizione di strumenti comuni per affrontare le crisi. 

Insieme all’emergenza sanitaria, la crisi pandemica ha avuto un impatto devastante anche sulla società e sull’economia della regione. La risposta sul piano epidemiologico deve quindi andare di pari passo con la strategia di ripresa socio-economica nella regione del Sud-Est asiatico. A tal proposito, i rappresentanti dei Paesi ASEAN hanno istituito l’ASEAN Comprehensive Recovery Framework per pianificare la fase di ripresa dalla crisi. Tra le misure principali incluse nel Recovery Framework vi sono: il rafforzamento dei sistemi sanitari regionali, una maggiore cooperazione economica all’interno dell’ASEAN, la promozione della trasformazione digitale, e l’attenzione ai temi sostenibilità e ambiente. L’obiettivo di questa iniziativa è quello di gestire con un approccio cooperativo la delicata fase di ripresa dall’emergenza sanitaria, con un focus sulla dimensione regionale della crisi. 

Inoltre, questa edizione del Summit ha visto svolgersi il 1° ASEAN Women Leaders’ Summit. Per la prima volta le rappresentanti delle donne leader dell’ASEAN hanno fatto sentire la propria voce nel vertice intitolato “Women’s Role In Building a Cohesive, Dynamic, Sustainable And Inclusive ASEAN Community In a Post Covid-19 World”, enfatizzando il ruolo delle donne nella promozione dello sviluppo sostenibile nel mondo post-pandemico.Le leader hanno dichiarato con forza che la  pandemia minaccia di invertire i duri risultati ottenuti nella regione in termini di uguaglianza di genere ed empowerment femminile. A gran voce è stato, dunque, rimarcato che l’ASEAN deve mitigare gli impatti negativi del COVID-19 sulle donne, ponendole al centro dei processi di ricostruzione e ripresa. 

Di notevole importanza anche il vertice tra ASEAN, Cina, Giappone e Corea, il 23° ASEAN Plus Three Summit, incentrato sul rafforzamento della cooperazione per la resilienza economica e finanziaria di fronte alle sfide attuali. L’ASEAN e i suoi partner regionali hanno affermato la necessità di aumentare gli sforzi congiunti per ripristinare la crescita economica dell’intera regione, rafforzando il commercio regionale e la cooperazione economica, anche per promuovere le opportunità di business e di investimenti. Sforzi indirizzati anche al potenziamento di piccole e medie imprese, gruppi sociali vulnerabili, start-up e settori economici più duramente colpiti dalla pandemia, senza tralasciare lo sviluppo dell’economia digitale.

La giornata finale del Summit ha segnato un’altra data storica. Il 15 novembre 2020, durante il 4° RCEP Summit, è stata firmata la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP). Lanciata nel 2012 a margine del 21° ASEAN Summit, la RCEP è un mega accordo commerciale siglato dai 10 Paesi membri dell’ASEAN e Cina, Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Il nuovo blocco economico rappresenterà il 30% dell’economia globale e riguarderà circa 2,2 miliardi di consumatori, costituendo la più grande area di libero scambio del mondo, più vasta di quella europea o nordamericana.

Ancora una volta, dunque, l’ASEAN Summit rivela la centralità dei Paesi del Sud-Est asiatico nel nuovo contesto regionale e globale. Nel Mar Cinese Meridionale, le nazioni dell’ASEAN saranno fondamentali per bilanciare la Cina. Con la RCEP, l’Asia spinge sul libero scambio e il multilateralismo, rilanciando un’importante tendenza frenata dall’Amministrazione Trump negli ultimi anni. Di fronte alle emergenti sfide e difficoltà, l’ASEAN si è mostrata unita e forte, confermando il suo ruolo fondamentale di foro di dialogo e cooperazione centrale in Asia e nel mondo. 

A cura di Annalisa Manzo

Un futuro green per l’ASEAN: rispondere al cambiamento climatico attraverso la sostenibilità

La regione punta sul rispetto per l’ambiente e sull’innovazione tecnologica

Si è tenuta martedì 10 novembre la Terza tavola rotonda del Digital High Level Dialogue organizzato da The European House Ambrosetti, in collaborazione con l’Associazione Italia-ASEAN, sul tema delle relazioni tra l’Italia e l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico. La regione si sta rivelando un’area promettente per attività di import/export, nonché una valida destinazione per gli investimenti in materia di sviluppo sostenibile ed economia circolare. L’esperienza dei Paesi ASEAN nel gestire la pandemia da Covid-19, infatti, ci ha mostrato come problemi di portata internazionali possono essere affrontati tramite azioni collettive e con un approccio resiliente. Tuttavia, permane la minaccia del cambiamento climatico che richiede l’adozione di soluzioni adeguate da parte di istituzioni e aziende. 

Una speranza viene dal rapporto Renewables 2020 dell’International Energy Agency (IEA), secondo il quale nel 2020 abbiamo assistito ad un incremento delle energie rinnovabili in tutto il mondo, rappresentando il 90% della nuova energia generata a livello globale, con il restante 10% derivato da gas e carbone. Le previsioni di crescita per il 2021, inoltre, lasciano intendere un risultato altrettanto roseo: entro il 2025 le Fonti di Energia Rinnovabile (FER) diventeranno la principale fonte di produzione di energia elettrica su scala mondiale.

Per quanto concerne i Paesi ASEAN, il cambiamento climatico rappresenta una sfida alla loro stessa esistenza. La regione, infatti, è nota per il suo clima tropicale umido, caratterizzato da una temperatura media superiore ai 18°C e dalle continue piogge monsoniche. Tuttavia, le conseguenze generate dall’inquinamento, dall’innalzamento del livello del mare e dall’aumento delle emissioni di CO2 si manifestano già in modo dirompente attraverso catastrofi naturali e le cosiddette “migrazioni climatiche”, fenomeni che possono influire sulla loro dimensione socio-economica. Secondo uno studio della Asian Development Bank (ADB), in assenza di misure adeguate il PIL della regione potrebbe subire una contrazione dell’11% entro il 2100.

I governi ASEAN si stanno muovendo nella giusta direzione, manifestando la chiara intenzione di voler adottare modelli di sviluppo che siano sostenibili, inclusivi e durevoli nel tempo. Ne discuteranno dal 17 al 20 novembre in occasione della 38° edizione dell’ASEAN Ministers on Energy Meeting (AMEM), ovvero un momento di confronto sul tema della “Transizione energetica verso uno sviluppo sostenibile” , a testimonianza di quanto temi come “sostenibilità” ed “economia circolare” stiano diventando prioritari all’interno delle agende istituzionali. 

Per sottolineare questo percorso di crescita verso lo sviluppo sostenibile, durante l’incontro è stata fondamentale la testimonianza di aziende della regione provenienti da settori che, parallelamente all’azione dei governi, stanno manifestando un chiaro interesse per uno sviluppo sempre più green. È il caso riportato da Claudia Anselmi, Amministratore Delegato di Hung Yen Knitting & Dyeing Co., azienda leader dell’industria del settore tessile fondata in Vietnam nel 2008 dal gruppo italiano Carvico, e nota per il suo approccio sostenibile finalizzato alla riduzione dei rifiuti e all’efficientamento della catena di produzione. Per altri settori, invece, come segnalato da Alberto Maria Martinelli, Presidente della Camera di Commercio Italiana a Singapore, sono necessari investimenti green al fine di realizzare infrastrutture e tecnologie sostenibili. Funge da esempio, infatti, il caso del settore agricolo, sempre più minato dalle catastrofi naturali e in cui la digitalizzazione può giocare un ruolo fondamentale attraverso l’utilizzo di modelli predittivi. Questo fenomeno, noto come digital agriculture, sta diventando sempre più centrale nel dibattito sulla salvaguardia delle popolazioni minacciate dalle calamità naturali, e si pone anche in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030 delle Nazioni Unite.

È indubbio, dunque, che il cambiamento climatico esiste da ben prima della pandemia da Covid-19, ma solo quest’ultima è riuscita far emergere l’esigenza di una trasformazione sostenibilea livello globale. L’Italia e i Paesi ASEAN stanno mostrando di saper cogliere questa opportunità attraverso maggiori investimenti sull’innovazione tecnologica e con un approccio ecocompatibile volto al rafforzamento della cooperazione internazionale.

L’importanza del Pan-Asia Railway Network per il Sud-Est asiatico

La rete ferroviaria ad alta velocità che collegherà Kunming a Singapore contribuirà ad aumentare l’integrazione economica in Asia orientale

La ferrovia Kunming-Singapore, conosciuta anche come Pan-Asia Railway Network, rappresenta uno dei progetti infrastrutturali più ambiziosi attualmente in costruzione in Asia, ed è stato ideato con lo scopo di connettere il Sud-Est asiatico alle provincie meridionali della Cina. Composta da una fitta rete di linee ferroviarie in parte già funzionanti, una volta completato il Pan-Asia Railway Network collegherà la città di Kunming, capitale della provincia dello Yunnan e centro economico del Sud della Cina, a Singapore, passando per Thailandia, Cambogia, Vietnam, Laos e Myanmar.

La base del progetto risale alla fine del XIX, quando le amministrazioni coloniali inglesi e francesi si accordarono per lo sviluppo congiunto di una rete di trasporti in modo da collegare con facilità la Cina sud-occidentale alla penisola indocinese. L’obiettivo era quello di facilitare l’esportazione di merci e prodotti europei nella regione, oltre che sfruttare le ingenti risorse minerarie dello Yunnan. Tuttavia, i numerosi conflitti succedutisi nel corso del secolo successivo assestarono un duro colpo alle ambizioni commerciali europee e, all’indomani della seconda guerra mondiale, i nuovi Paesi dell’area erano troppo impegnati nei rispettivi processi di indipendenza per pensare a un sistema di trasporti unitario e funzionale. Complice anche lo scarso peso economico dell’Asia sud-orientale che non giustificava un investimento così ingente, il progetto venne accantonato per decenni.

L’inizio del terzo millennio vede emergere la Cina come principale potenza economica del continente. Dell’impetuosa crescita cinese ne hanno beneficiato tutti i Paesi dell’area, tanto che agli inizi degli anni 2000 sia l’ASEAN che la Cina sentivano l’esigenza di investire sull’adeguamento delle infrastrutture regionali. Con il varo della Belt and Road Initiative nel 2013, la rilevanza strategica della Kunming-Singapore è ulteriormente accresciuta. Il governo cinese ha investito cifre significative per connettere tutto il continente: Pechino sta puntando con forza sul Sud-Est asiatico, orientando quasi un terzo degli investimenti totali della BRI verso i Paesi ASEAN. 

Sono stati proposti diversi progetti per completare il Pan-Asia Railway Network, che oggi vede tre rotte principali in fase di costruzione: quella centrale, da Kunming a Singapore passando per Bangkok; la rotta orientale che da Kunming arriva ad Ho Chi Minh City via Hanoi; e la rotta occidentale, da Kunming a Yangon in Myanmar, ancora in fase progettuale. 

Per i Paesi ASEAN la Pan-Asia Railway Network avrà un notevole impatto geopolitico: un progetto di tale portata rappresenta un’opportunità unica per rafforzare i legami economici all’interno della regione e con il resto della comunità internazionale. I circa 5.500 km di future linee ferroviarie contribuiranno ad aumentare la circolazione di merci, persone e idee in Asia orientale nei prossimi decenni, con un ritorno positivo per tutti i Paesi coinvolti.

Non mancano però anche dei lati negativi. In molti casi non sono mancati ritardi o rinvii nella fase di implementazione dei progetti a causa di diverse difficoltà strutturali. Da un lato la complessa geomorfologia del territorio di Myanmar e Laos sta creando non poche difficoltà agli ingegneri locali, dall’altro diversi gruppi etnici che vivono lungo il percorso delle nuove ferrovie protestano per l’impatto che i canteri avranno sulle loro comunità. Inoltre, in Thailandia, Vietnam, Malesia e Cambogia le reti ferroviarie esistenti non sono ancora in grado di garantire il funzionamento di treni ad alta velocità, in parte perché molte ferrovie sono a binario unico e in parte perché le stesse sono spesso in cattive condizioni. La Cambogia in particolare presenta il gap infrastrutturale più allargato, con gran parte delle infrastrutture costruite dall’autorità coloniale francese fuori uso per decenni.

Tuttavia, la reale preoccupazione di alcuni governi del Sud-Est asiatico è che la Cina possa sfruttare gli investimenti per ottenere, oltre al controllo operativo, anche quello finanziario e politico. Pechino infatti non fornisce sovvenzioni a Paesi terzi ma solo prestiti, e può dunque prendere in carico il progetto qualora il beneficiario non fosse in grado di ripagare il proprio debito. Ad essere preoccupati sono anche gli Stati Uniti, che temono un indebolimento dei rapporti con i Paesi ASEAN e in particolare con Singapore, oggi il più fedele alleato di Washington nella regione nonché quello con la maggiore importanza strategica. La possibilità di collegare direttamente Singapore alla Repubblica popolare marchia il progetto di forte significato geopolitico, in quanto se Pechino riuscisse a portare la città-Stato nella sua orbita, indebolirebbe il primato strategico americano e avrebbe più spazio per operare nella regione indopacifica.

Nonostante ciò, i progetti infrastrutturali cinesi continuano ad avere grande rilevanza per i Paesi ASEAN, che ancora dipendono dagli investimenti di Pechino e dalle opportunità che l’enorme mercato cinese può loro garantire. La potenza di fuoco del gigante cinese sarà fondamentale per sviluppare le infrastrutture nell’Asia orientale, tuttavia le nazioni del Sud-Est asiatico dovranno bilanciare i rapporti con la Cina per evitare di perdere peso  geopolitico e al contempo sfruttare le opportunità economiche derivanti dal rapporto con Pechino.

Articolo a cura di Diego Mastromatteo

RCEP: l’accordo che cambierà gli equilibri mondiali

La firma dell’accordo di libero scambio, attesa per la fine del 2020, aumenterà la fiducia nella cooperazione internazionale 

Nasce nel 2012 l’idea di dare vita ad un mega accordo commerciale regionale, capace di riunire quasi tutti gli attori dell’Asia orientale. I Paesi membri dell’ASEAN, radunati in occasione del 21° ASEAN Summit in Cambogia, delinearono all’epoca una strategia di convergenza commerciale da adottare negli anni a venire e che terminerà con la definizione della cosiddetta Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo di libero scambio di dimensioni mastodontiche e di importanza globale, la cui conclusione è prevista entro la fine del 2020. 

Inizialmente al tavolo delle trattative si sono presentate ben 16 nazioni, ma successivamente l’India ha deciso di abbandonare il progetto a causa delle condizioni relative all’abbattimento progressivo delle tariffe doganali. Cosa che, secondo Nuova Delhi, avrebbe reso più agevole l’accesso al mercato interno indiano ad articoli di provenienza cinese e australiana, andando a danneggiare i produttori locali e conducendo a squilibri economici non indifferenti. Dunque, le nazioni aderenti si sono ridotte ai 10 membri dell’ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Birmania, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam) più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda.

Nonostante la defezione dell’India, il RCEP è destinato a diventare il più grande accordo di libero scambio al mondo. I 15 partecipanti della partnership sono, infatti, tra i maggiori Paesi in via di sviluppo e comprendono collettivamente circa il 30% del PIL e della popolazione mondiali. Allo stesso tempo, il RCEP si configura come un accordo ampio e esaustivo, in grado di osservare le diverse sfaccettature dell’agire economico, includendo oltre a disposizioni di tipo commerciale anche forme di cooperazione tra i membri e meccanismi di risoluzione delle controversie. Si propone, da un lato, di incorporare gli impegni stabiliti dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) per un’ulteriore riduzione delle barriere tariffarie e, dall’altro, di integrare disposizioni che esulano dall’OMC, volte ad affrontare altre questioni normative. Tra queste assumono rilievo i capitoli dedicati alle piccole e medie imprese, l’e-commerce, la risoluzione delle controversie, la proprietà intellettuale e la definizione di procedure per la cooperazione economica e tecnica interstatale. 

Sotto il profilo politico-economico, il RCEP ha tutto il potenziale per diventare un punto di riferimento per gli standard commerciali relativi ai nuovi accordi di libero scambio in Asia e oltre, andando a costituire un precedente legale per i futuri rapporti regionali e internazionali. Al di là di numeri e statistiche la conclusione di un accordo di tale portata avviene in un momento cruciale per la governance economica globale, in cui il multilateralismo cede sempre più spesso il passo a politiche nazionaliste e, occasionalmente, unilaterali. La recessione economica dovuta alla pandemia di Covid-19 è, di fatto, andata a consolidare un trend che si è mostrato in crescita negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti, un attore tutt’ora dominante sulla scena mondiale. Proprio quando la presidenza Trump erige barriere tariffarie e riduce la presenza commerciale estera in nome del motto “America First”, parte del continente asiatico si muove verso una direzione differente, a sostegno del multilateralismo con un approccio cooperativo, nel rispetto dell’ordine economico internazionale basato su regole condivise. 

Con la ratifica del RCEP, in aggiunta al Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, l’Asia orientale potrà fare affidamento su due giganteschi accordi commerciali che hanno il pregio di promuovere l’integrazione e la stabilità regionale e di rafforzare la centralità dell’ASEAN, tanto nell’Indopacifico, quanto nel panorama internazionale. Tali accordi combinati plasmeranno il più grande blocco commerciale del mondo, coprendo più di un terzo del PIL globale, e contribuendo a questo per circa 137 miliardi di dollari USA nel lungo periodo.

Nel contesto delle controversie commerciali tra Stati Uniti e Cina, il RCEP invia un forte segnale al mondo, manifestando a gran voce la volontà di apertura del continente asiatico. Non a caso, dopo la crisi finanziaria del 1997, la risposta dell’ASEAN alle turbolenze politiche e monetarie è stata quella di raddoppiare i suoi sforzi per un’integrazione economica sempre più inclusiva. La conseguenza finale potrebbe essere uno slittamento degli equilibri mondiali a favore dell’emisfero asiatico, rendendo il RCEP un’importante opportunità di cooperazione con Paesi finora ritenuti quasi secondari e un’occasione di ristabilire la fiducia collettiva nonostante la crescente instabilità del sistema globale. 

A cura di Emilia Leban