Asean

High Level Dialogue Italia-ASEAN

 “Gli interessi di Italia, ASEAN e Unione Europea coincidono”, sottolinea il Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, Romano Prodi

Si è svolta mercoledì 6 luglio a Kuala Lumpur, in Malesia, la sesta edizione dell’evento organizzato da The European House Ambrosetti con l’Associazione Italia-ASEAN e il patrocinio di Maeci e Confindustria. L’High-Level Dialogue on ASEAN-Italy Economic Relations è l’evento di riferimento nella regione ASEAN per il rafforzamento dei legami economici e strategici tra i Paesi ASEAN e l’Italia. Durante l’appuntamento ibrido fisico-digitale, sono stati affrontati i temi più all’avanguardia: prospettive macroeconomiche dell’ASEAN nello scenario post-pandemico, tecnologie verdi per un futuro sostenibile, e-economy, tecnologie intelligenti e catene di valore 4.0, aerospaziale e sicurezza per la resilienza, opportunità di investimento e strumenti di cooperazione tra Italia e Paesi ASEAN. L’evento è stato aperto virtualmente dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio: “Rafforzare le relazioni con l’ASEAN è una priorità per l’Italia”, ha dichiarato. “Già più di 700 imprese italiane stanno facendo affari nel mercato ASEAN, terzo in Asia e quinto al mondo, ma c’è ancora un enorme potenziale inespresso sia in comparti tradizionali come quello dell’agroalimentare che nei settori innovativi delle rinnovabili e della transizione digitale”, ha detto invece il Sottosegretario Manlio Di Stefano. All’evento hanno preso parte, tra gli altri, il Ministro dell’Economia della Malesia Dato Sri Mustapa Mohamed, il Ministro presso l’Ufficio del Primo Ministro della Cambogia Sok Chenda Sophea,  il Vice Segretario generale dell’ASEAN Satvinder Sing. Sono intervenuti anche Romano Prodi (Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN), Ramesh Subramaniam (Direttore Generale per il Sud-Est asiatico della Asian Development Bank), Carlo Ferro (Presidente dell’Italian Trade Agency), Valerio De Molli (Managing Partner & CEO, The European House – Ambrosetti), Lorenzo Tavazzi (Responsabile per lo Sviluppo Internazionale di The European House – Ambrosetti) e i due Vicepresidenti di Associazione Italia-ASEAN, Michelangelo Pipan e Romeo Orlandi. “Gli interessi di Italia, ASEAN e Unione Europea coincidono: un ordine mondiale caratterizzato dalla cooperazione e non dal confronto”, ha dichiarato il Presidente Prodi. “Un mondo che promuova il commercio, faciliti l’approvvigionamento e prometta lo sviluppo globale, con l’obiettivo di tenere sotto controllo i rischi legati all’ambiente”.

Leggi subito il comunicato stampa

L’ASEAN e l’Indo-Pacific Economic Framework

Osservando la sua fase iniziale e i vari impegni lungimiranti, sarà fondamentale vedere come i paesi membri si adattano agli obiettivi chiave di questa partnership

Articolo di Aishwarya Nautiyal

    La strategia Indo Pacifica non ha solo portato a una nuova sinergia tra i partner QUAD, ma ha dato nascita anche all nuovo Indo Pacific Economic Framework lanciato di recente dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden consentendo a 12 nazioni come membri partecipanti di aprire anche le porte a tutte le nuove nazioni disposte a partecipare in futuro. Alcune tra le maggiori potenze economiche come Stati Uniti, Australia, India, Corea del Sud e Giappone e diversi Paesi membri dell’ASEAN come Malesia, Filippine, Singapore, Brunei, Indonesia, Thailandia e Vietnam sono stati in prima linea in questo framework recentemente lanciato. È fondamentale comprendere che l’economia collettiva dei Paesi membri rappresenta quasi il 40% del PIL mondiale. Ciò apre le porte a un’opportunità per i Paesi della regione del Pacifico e dell’Oceano Indiano che sono anche coinvolti in vari partenariati economici e di sicurezza verso uno sforzo collettivo per “crescere più velocemente e in modo più equo”. Sebbene sia interessante notare che non si tratta di un patto commerciale ufficiale, il commercio è diventato un “pilastro” in tutto questo quadro insieme ad altri elementi chiave.

      Sebbene siano nella fase iniziale, molti negoziati ed emendamenti possono essere successivamente discussi tra i Paesi membri. Gli scenari chiave si sono concentrati su alcuni temi come la catena di approvvigionamento, le infrastrutture, l’energia verde, la decarbonizzazione, la tassazione e la lotta alla corruzione e il flusso del commercio libero ed equo. Quindi questo può essere visto come un contrappeso alla RCEP. I Paesi dell’ASEAN che non sono stati inclusi sono Myanmar, Laos e Cambogia. Mentre la Cina ha sollevato le sue critiche per un ulteriore rischio di disaccoppiamento economico, è stata esclusa da questa partnership. È interessante notare che Paesi come gli Stati Uniti e l’India che non hanno partecipato alla RCEP sono stati in prima linea in questo nuovo framework. La visione dell’India caratterizzata dalla sua “Look East Policy” ha portato i membri dell’ASEAN al centro della politica estera, quindi questa nuova iniziativa porta la cooperazione tra l’India e l’ASEAN con una visione per rafforzare un quadro multilaterale con altre principali economie nella regione dell’Oceano Pacifico. 

        Guardando alla geoeconomia e alla geopolitica future, il pilastro fondamentale risiede verso un’economia resiliente ed equa, che è stata anche il punto culminante della dichiarazione del presidente Biden durante il vertice dell’Asia orientale. La nuova piattaforma può anche essere vista come una possibile sostituzione del partenariato globale e progressivo transpacifico (CPTPP). È interessante notare che il lancio dell’IPEF sia arrivato appena un giorno prima del vertice QUAD a Tokyo, il Giappone ha portato due piattaforme in cui la base economica insieme ai partner QUAD ha avviato un nuovo impegno guidato dagli americani per riprogettare la partnership a vari livelli tra partner regionali e globali che si estendono dal Mar Cinese Orientale al Sud Mar Cinese e oltre fino al Golfo del Bengala e al Mar Arabico. Il Golfo del Bengala è un punto fondamentale del rapporto tra l’India e le nazioni dell’ASEAN. Il cruciale stretto di Malacca è una chiave per vari beni e scambi di energia. Oltre alla partnership India-ASEAN, l’IPEF offre la possibilità di espandersi oltre la cooperazione regionale a quella globale.

     Si punta a un’integrazione economica attraverso la creazione di nuove innovazioni tecnologiche creando anche una catena di approvvigionamento industriale in cui l’India sta cercando attivamente di diventare un nuovo punto focale con la futura partecipazione di varie nazioni dell’ASEAN a numerosi investimenti industriali e tecnologici come i semiconduttori. Considerando che l’India ha lavorato intensamente per migliorare la connettività economica aumentando gli investimenti in vari progetti infrastrutturali che collegano le nazioni dell’ASEAN con la parte nord-orientale dell’India. D’altra parte, è molto forte la volontà degli Stati Uniti di estendere la cooperazione per rafforzare l’economia e il commercio basati sul digitale, inclusi acquisti, vendite, flusso di dati consentendo la catena del valore globale e servizi intelligenti attraverso diverse piattaforme e applicazioni. L’idea chiave è garantire i costi a valle per le imprese e migliorare la capacità di elaborazione di dati e analisi, assicurando una piattaforma sicura per la continuità aziendale mentre l’accesso a materie prime chiave come semiconduttori, minerali e tecnologia energetica che rafforza i pilastri dell’IPEF è la resilienza della catena di approvvigionamento.

       D’altra parte, la decarbonizzazione e la costruzione di nuove infrastrutture per superare i problemi del riscaldamento globale e dell’aumento dei livelli di inquinamento fornendo finanziamenti e tecnologia per condividere l’assistenza tecnica e mobilitare finanziamenti agevolati adottando infrastrutture durevoli per l’energia rinnovabile. Il focus sul lato fiscale e sull’anticorruzione ha lo scopo di promuovere una concorrenza libera e leale superando le questioni della tassazione, del riciclaggio di denaro e della corruzione attraverso standard e accordi multilaterali adottati dai membri dell’IPEF.  Osservando la sua fase iniziale e i vari impegni lungimiranti, sarà fondamentale vedere come le nazioni membri si adattano agli obiettivi chiave di questa partnership e il livello di fiducia che costruisce con vari impegni nel prossimo futuro garantendo obblighi geografici ed economici regionali e globali creando nuove opportunità e strade per le future nazioni disposte a far parte della cooperazione economica globale dell’IPEF.

Grab e la gig-economy alla prova dell’inflazione

L’aumento dei prezzi del carburante è il primo vero shock che gli unicorni asiatici devono affrontare. Un circolo vizioso che sfida la resilienza della gig-economy made in ASEAN

Anche nei paesi ASEAN l’inflazione non perdona. Soprattutto se il tuo modello di business ha sempre puntato sullo hype degli investitori e la convenienza per i consumatori. È quanto sta accadendo al gigante del ride-hailing Grab, ex unicorno oggi situato a Singapore e salita agli onori dell’indice Nasdaq. La mannaia sui prezzi del carburante, in particolare, sta mettendo a dura prova le entrate dell’azienda in tutta la regione. Il core business di Grab, infatti, sono il food delivery e i servizi taxi, entrambi dipendenti dall’uso di automobili e scooter.

Secondo il CEO e co-fondatore dell’azienda Anthony Tan “l’offerta di mobilità di Grab si stabilizzerà nella seconda metà dell’anno”. La soluzione? Incentivi per i lavoratori e la speranza che il mercato si riprenda. Un messaggio che prende tempo con gli investitori, ma che non rassicura i clienti: “”È stato così difficile trovare un’auto ultimamente, si arriva fino a mezz’ora di attesa”, lamenta un utente premium a Rest of World. Se in Occidente stiamo assistendo a un aumento dei lavoratori nella gig economy, perlopiù dipendenti che cercano di sbarcare il lunario con qualche entrata extra, in Asia – dove questo mercato è ancora acerbo, anche se in crescita – la professione diventa invece meno appetibile. Il fenomeno, infatti, si era invece rivelato un’alternativa valida ad altri impieghi tradizionali e molto redditizia. Ma i recenti shock hanno cambiato le carte in tavola.

L’inflazione colpisce i paesi ASEAN

Oggi un fattorino nelle Filippine spende il 67% in più per il carburante rispetto a febbraio, mentre le entrate sono minacciate dal generale rigonfiamento dei prezzi. In Malaysia si stima che i prezzi dei viaggi durante le ore di punta siano aumentati fino al 400%. Anche chi si affida ai servizi di delivery oggi trova tutto più costoso. Non solo sono aumentati i prezzi per le materie prime – a questo si aggiungono i cataclismi che stanno facendo alzare, per esempio, il prezzo del caffè filippino – ma anche le commissioni iniziano a diventare troppo onerose per le piccole realtà imprenditoriali

Dal punto di vista dei clienti, senza i vantaggi economici di prima anche il servizio taxi perde di appetibilità. Come rivela uno studio sulle tendenze del ride-hailing nel Sudest asiatico, l’utilizzo ai mezzi con conducente è spesso una valida alternativa per i pendolari per studio o lavoro. Una tendenza piuttosto comune a Manila, dove le app di ride-hailing permettono di evitare il caos (anche in termini di disservizi) della metro. In Indonesia sono i mezzi pubblici sovraffollati e radi che spingono gli utenti alle app per prenotare un taxi. Curioso, infine, che le ricerche nell’area abbiano rilevato come, in mancanza di questi servizi, molti clienti tornerebbero semplicemente…a muoversi a piedi. Secondo gli studi per la mobilità sostenibile esiste un limite, stimato tra i 2 e i 5 km, che non giustificherebbe l’utilizzo dell’auto come mezzo principale di trasporto: un possibile punto a sfavore del traffico in quelle città asiatiche dove è sempre più urgente imporre delle limitazioni alle emissioni climalteranti. E, dunque, un’altra sfida nell’orizzonte della mobilità modello Uber.

Non che i governi ASEAN siano mai stati aperti all’ingresso di Grab sui loro mercati. La concorrenza impari contro i taxi e i contratti con poche (o nulle) garanzie per i lavoratori sono solo alcuni dei fattori che impediscono un rapporto sereno tra queste aziende e le autorità regolatorie. Il sistema si è dimostrato fragile ai momenti di crisi e non è ancora chiaro se le strategie adottate riusciranno a tamponare il deficit fiscale.

Il circolo vizioso della gig economy

Meno entrate, più costi. Meno lavoratori, più disservizi. Grab non è in realtà l’unica compagnia a trovarsi incastrata nella trappola degli unicorni tech. Anche l’indonesiana Go-Jek deve fare i conti con prezzi alle stelle, pur resistendo grazie al forte supporto di Jakarta e dei clienti che vedono nella compagnia un baluardo di progresso made in Indonesia. FoodPanda è a sua volta vittima della corsa al ribasso tentata per penetrare nell’impero di Grab, tanto che oggi la strategia di espansione in Asia si è fatta più cauta mentre l’azienda cerca nuovi porti altrove (per esempio nell’Est Europa).

Il modello di espansione di Grab nel Sudest asiatico è stato spesso definito come “aggressivo”. La startup è riuscita a penetrare nei mercati della regione grazie ai prezzi competitivi, alla flessibilità delle condizioni lavorative e qualche lacuna normativa. In più, non è mai mancato il sostegno degli investitori, che hanno permesso all’azienda di passare da unicorno a leader del ride-hailing in meno di dieci anni. Tra il 2013 e il 2014, Grab è entrata nelle Filippine, in Thailandia, in Vietnam e Indonesia, battendo la multinazionale Uber nel giro di pochi mesi.  Nel 2021 la società è stata quotata in borsa per un valore di oltre 40 miliardi di dollari e le azioni sono subito aumentate del 21%. Ma non è tutto oro quel che luccica: l’azienda afferma che non prevede di fare profitti entro il 2023 e l’attuale crisi dei consumi potrebbe allontanare ulteriormente questo orizzonte.
Le ambizioni di Grab, e le sue promesse, rimangono alte: vorrebbe estendere a tutti i paesi dove opera anche i servizi più avanzati, come le assicurazioni e i pagamenti digitali (attualmente riservati solo ad alcune località). E spera di superare questo inverno inflazionistico con dei sussidi che trattengano i lavoratori e non facciano crollare la qualità del servizio. Soprattutto, le tariffe devono rimanere estremamente competitive – come suggeriscono gli studi sulle preferenze dei consumatori asiatici. Una serie di sfide, quelle del 2022, che mettono alla prova un intero (nuovo) modo di fare business e la cui sopravvivenza potrebbe determinare la riscrittura delle regole del fare impresa.

I nuovi “valori asiatici” e i diritti LGBTQIA+

Nell’area dei Paesi ASEAN sono state registrate alcune battute d’arresto ma anche numerosi passi avanti sul tema del riconoscimento giuridico e politico della comunità LGBTQIA+

Nel mese di giugno, le celebrazioni, le commemorazioni e le iniziative del Pride Month fioriscono in tutto il mondo. Molti paesi del Sud-Est asiatico hanno fatto passi avanti in materia di diritti civili per la comunità LGBTQIA+, mentre altri sono ancora reticenti ad accoglierne le rivendicazioni politiche e le istanze di riconoscimento identitario. Condizionamenti culturali e religiosi e leggi non accomodanti si intersecano con l’amara esperienza della colonizzazione occidentale, fornendo argomentazioni politiche ai detrattori dei movimenti sociali che lottano per la libera espressione dell’identità di genere e degli orientamenti sessuali. Ma recuperare i “valori asiatici”, secondo alcuni analisti, può portare a un’accelerazione delle aperture sui diritti civili.

Anche attraverso l’operato delle grandi organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, i diritti LGBTQIA+ sono stati riconosciuti come diritti umani nel quadro del diritto internazionale. Nel 2007 sono stati adottati i Principi di Yogyakarta, un compendio di linee guida rivolto agli Stati della comunità internazionale sulla prevenzione delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, per “un futuro diverso, in cui tutte le persone nate libere ed eguali in dignità e diritti” possano godere del diritto arendtiano di avere diritti. Ma a mano a mano che ci si avventura in contesti nazionali e locali sembra che le raccomandazioni dell’alta politica si facciano sempre più opache. Il Sud-Est asiatico è una delle regioni in cui questa contraddizione si esprime con più vigore. 

Nell’area dei Paesi ASEAN sono stati registrati numerosi passi avanti sul tema del riconoscimento giuridico e politico della comunità LGBTQIA+, ma anche diverse battute d’arresto. Nel Brunei e in Indonesia i rapporti tra persone dello stesso sesso sono vietati e nel Sultanato possono implicare anche la pena di morte. In Indonesia si registra uno dei livelli più alti di intolleranza dei confronti delle coppie omosessuali nel Sud-Est asiatico: secondo un sondaggio del Pew Research Center del 2019, l’80% degli intervistati era contrario all’accettazione dell’omosessualità nella società. Di recente, un programma giornalistico in onda su Youtube è stato al centro di uno scandalo per aver invitato una coppia gay in trasmissione: il talk show “Close The Door” di Deddy Corbuzier è spesso oggetto di polemiche per la presenza di figure pubbliche che intervengono su questioni sensibili, e stavolta ha fatto infuriare molti esponenti della grande comunità musulmana indonesiana. Il presidente del Consiglio indonesiano degli Ulema Cholil Nafis era molto contrariato quando ha affermato che “l’Islam proibisce le persone LGBT. È come una parte malata del corpo che deve essere amputata, non celebrata”. 

Anche Singapore non si annovera tra i Paesi più progressisti in tema di diritti LGBTQIA+. Nella città-stato asiatica è in vigore una legge che criminalizza ancora il sesso tra uomini, anche se “non viene applicata rigorosamente”. La Thailandia, spesso definita come un “paradiso LGBTQIA+” per via della relativa libertà con cui le persone possono esprimere genere e orientamento sessuale, potrebbe presto legalizzare l’unione matrimoniale tra coppie dello stesso sesso. Kittinun Daramadhaj, presidente dell’Associazione Rainbow Sky della Thailandia, ha affermato che l’uguaglianza di genere in Thailandia è “una finta uguaglianza, perché siamo contenti delle persone LGBT, ma non abbiamo alcun meccanismo legale per proteggere i loro diritti”. Solo di recente, dopo una sentenza della Corte costituzionale che ha stabilito che le leggi thailandesi dovrebbero essere ampliate per garantire maggiori diritti alla comunità LGBTQIA+, in Thailandia sembra muoversi qualcosa. Secondo alcuni osservatori il Paese si trova sulla buona strada per divenire il primo nel Sud-Est asiatico a legalizzare le unioni omosessuali, con un disegno di legge ora in fase di approvazione al Parlamento. La proposta non riguarda il matrimonio vero e proprio, ma consentirebbe alle coppie gay di adottare bambini e gestire il proprio patrimonio in comune.

Un altro esempio virtuoso del riconoscimento sociale delle persone LGBTQIA+ viene da un Paese insospettabile: le Filippine. Nonostante la storia di autoritarismo e la profonda pervasività della dottrina cattolica, l’arcipelago del Sud-Est asiatico ha un record di inclusività per le persone gender-fluid e queer. Questo primato deve molto anche all’eredità delle religioni tradizionali, che sopravvivendo all’avvento dell’imperialismo spagnolo e all’arrivo del Cattolicesimo, hanno continuato ad orientare le dinamiche relazionali della società. Il regista, produttore e scrittore Vonne Patiag, di origini filippine, si concentra molto nei suoi lavori sulle storie personali di identità marginalizzate. In un articolo apparso sul Guardian, riporta l’esempio dei bakla, spesso considerati un terzo genere nelle Filippine, definiti quasi “una celebrazione intersezionale delle culture asiatiche e queer”. Si tratta di un’identità di genere fondata su una pratica culturale performativa più che sulla sessualità, che trascende la dualità uomo-donna, in un rifiuto del binarismo ante-litteram. Secondo Vonne Patiag, “bakla è una parola tagalog che indica la pratica filippina del cross-dressing maschile, che indica un uomo che ha modi “femminili”, si veste come una donna “sexy” o si identifica come una donna”. I bakla, storicamente, rivestono anche ruoli di leadership importanti a livello sociale. Nonostante questo modello di fluidità di genere, e anche se l’omosessualità è legale nelle Filippine, il matrimonio per le coppie omosessuali non è ancora riconosciuto, e la legislazione per la conversione delle persone transessuali è ancora piuttosto ambigua. Secondo Brian Wong, dottorando in Teoria politica presso il Balliol College di Oxford e borsista Rhodes di Hong Kong, “è stato il contatto con l’Occidente a ridurre progressivamente la permissività dell’Asia nei confronti delle relazioni omosessuali”. Gli episodi di omofobia, secondo lo studioso, avrebbero una correlazione con l’esperienza coloniale, che comprometterebbe l’unicità del dibattito sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale in Asia orientale. Per questo, Wong invita la comunità del Sud-Est asiatico a recuperare quei “valori asiatici”, che qualche detrattore vorrebbe confondere con paradigmi di pensiero conservatori, ai quali invece bisognerebbe attingere per portare lo stato dei diritti delle comunità LGBTQIA+ nel Sud-Est asiatico ancora avanti.

Il rapporto Italia-ASEAN a una svolta

Editoriale a cura di Benedetto Latteri

Ambasciatore d’Italia in Indonesia, Timor-Est e ASEAN
* Pubblicato originariamente su The Jakarta Post

La recente visita del Vice Ministro degli Affari Esteri italiano Manlio Di Stefano a Giacarta e la sua partecipazione al secondo incontro del Comitato di partenariato per lo sviluppo ASEAN-Italia rappresenta un progresso fondamentale verso il consolidamento delle relazioni tra l’Italia e l’ASEAN. Le ragioni che hanno portato il mio Paese alla decisione di richiedere lo status di partenariato per lo sviluppo sono evidenti a chiunque abbia familiarità con le dinamiche internazionali: l’ASEAN è un partner chiave in una regione strategica, l’Indo-Pacifico, una regione che ospita le più grandi economie in più rapida crescita e una vasta quota del commercio globale che passa attraverso le sue acque. L’ASEAN è uno degli esempi di maggior successo di integrazione regionale, nonché un fornitore affidabile di stabilità e crescita economica. Il suo contributo alla difesa della libertà di navigazione, alla prevenzione dei conflitti e alla promozione del pluralismo e della tolleranza è stato senza precedenti. Allo stesso tempo, nell’Indo-Pacifico stanno emergendo sviluppi preoccupanti: crescenti tensioni sul commercio e sulle catene di approvvigionamento, nonché un’intensa concorrenza sul fronte politico e della sicurezza. Di conseguenza, le potenze regionali e globali, compresa l’Unione Europea ei suoi Stati membri, guardano all’Indo-Pacifico con crescente attenzione, cercando di rafforzare la cooperazione con l’ASEAN, che rappresenta un ottimo quadro per disinnescare le tensioni geopolitiche. Dal primo Comitato misto Italia-ASEAN nell’aprile dello scorso anno, abbiamo negoziato intensamente le aree di cooperazione congiunta. È stato un processo lungo e impegnativo, culminato ieri con l’adozione di un documento di 62 paragrafi, le Aree di cooperazione pratica (APC). Gli APC riaffermano il nostro impegno a lavorare insieme in un’ampia gamma di campi. Il documento definisce la direzione futura del partenariato di sviluppo delineando una strategia che richiede un impegno globale e quindi uno sforzo molto significativo da entrambe le parti. Giusto per dare un’idea della profondità e dell’entità della nostra futura cooperazione, i campi della cooperazione includono pace e sicurezza, cooperazione marittima, buon governo e diritti umani, commercio, investimenti e sviluppo del settore privato, energia, alimentazione, agricoltura e silvicoltura, turismo , scienza, tecnologia e innovazione, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, integrazione digitale e commercio elettronico, scambi interpersonali, gestione delle catastrofi e assistenza umanitaria, salute, ambiente e cambiamenti climatici, cultura, connettività e sviluppo sostenibile. Già prima dell’approvazione degli APC, l’Italia e l’ASEAN avevano lanciato o discusso una serie di iniziative in materia di patrimonio culturale, criminalità informatica, protezione ambientale, pesca sostenibile e sviluppo costiero e cooperazione spaziale. Inoltre, il 5 e 6 luglio si svolgerà a Kuala Lumpur la sesta edizione del Dialogo ad alto livello sulle relazioni economiche tra l’Italia e l’ASEAN, la prima che si terrà in presenza dall’inizio della pandemia di COVID-19. L’evento riunisce ministri, CEO e alti funzionari dell’Italia, degli Stati membri dell’ASEAN e del Segretariato dell’ASEAN con l’obiettivo di rafforzare i legami economici tra i nostri paesi. Riteniamo che questa iniziativa contribuirà a svelare le opportunità che il mercato dell’ASEAN offre ai nostri investitori ea costruire partnership economiche “win-win” con il Sud-Est asiatico. Come tutti possono vedere, la collaborazione che Italia e Asean prevedono per il prossimo quinquennio non si limiti a pochi temi o settori. Per avere successo, l’Italia e l’ASEAN dovranno impegnarsi pienamente nella loro partnership. In questo contesto, desideriamo elogiare la presidenza cambogiana dell’ASEAN per la fruttuosa collaborazione che siamo stati in grado di instaurare nel 2022. E non vediamo l’ora di lavorare con la presidenza dell’Indonesia nel 2023 con la quale, ne sono certo, continueremo a portare avanti con successo i nostri obiettivi comuni di pace e sviluppo attraverso la cooperazione e il sostegno reciproci. La presenza del Viceministro degli Affari Esteri italiano a Giacarta, soprattutto in un momento di estrema crisi in Europa, lancia un messaggio molto chiaro: l’Italia è pienamente impegnata nella regione e conta sui suoi amici dell’ASEAN per il successo della nostra cooperazione negli anni a venire.

La corsa delle imprese giapponesi al Sud-Est asiatico

La pandemia ha acceso una nuova consapevolezza sull’importanza dell’igiene personale e degli ambienti.Le aziende giapponesi di settore, potendo contare su un sempre più ampio bacino di consumatori appartenenti alla fascia di reddito medio, stanno espandendo le proprie attività nella regione ASEAN

Se da un lato la pandemia ha frenato la crescita di innumerevoli settori, dall’altro la situazione emergenziale ha dato impulso alla repentina espansione di alcuni specifici segmenti di mercato, tra cui spicca quello dei prodotti per l’igiene personale e la cura della casa. È il caso di alcune aziende giapponesi che hanno rilanciato le proprie attività dopo una prima fase di stallo, facendo leva sulle nuove consapevolezze portate dalla pandemia tra la crescente classe media. Takafumi Ohno, che dirige le attività internazionali di Lion, ha reso noto di voler puntare sul grande potenziale del mercato della bellezza nel Sud-Est asiatico.

A settembre, l’azienda, già affermata nel settore dei prodotti per la casa, ha lanciato Azzura, il suo primo marchio di cosmetici. Il brand ha esordito in Indonesia, ma l’intenzione è di raggiungere nei prossimi anni anche altri Paesi, come la Malesia. Proponendo un prezzo che si colloca nella fascia media e rivolgendosi a un numero sempre crescente di giovane donne lavoratrici, Lion si dice fiduciosa a conquistare anche questo nuovo segmento di mercato, in cui la domanda cresce rapidamente a fronte di una poco intensa concorrenza di marche locali e estere. Alla fine dello scorso anno, sempre grazie a Lion, a Singapore è arrivato SunoHada, marchio giapponese di prodotti per la cura della pelle, mentre in Thailandia approdava la skincare targata Rawquest, prodotto dalla filiale sudcoreana.

Anche per Earth Corporation, società leader nel settore degli insetticidi per uso domestico, si intravedono buone possibilità di accelerare l’espansione del business nel Sud-Est asiatico. Sfruttando la maggiore attenzione al rischio di trasmissione di malattie infettive attraverso gli insetti dovuta alla recente esperienza pandemica, il momento sembra adatto per arricchire la propria offerta di prodotti e ultimare le operazioni di espansione in paesi come Malesia, Cambogia e Filippine. L’obiettivo è quello di aumentare i ricavi provenienti dalla vendita di repellenti nella regione del 15% entro la fine del 2023, partendo dalla cifra attuale a 16 miliardi di yen (130 milioni di dollari), come dichiarato dal presidente di Earth, Katsunori Kawabata.

I recenti progetti di espansione delle imprese giapponesi nella regione lasciano intravedere non solo un allargamento del bacino dei consumatori, ma anche la partecipazione in iniziative virtuose a vantaggio delle comunità locali. Uno dei progetti più significativi vede Kao, azienda chimica e cosmetica, impegnata nel lancio di una collaborazione con Wota, una startup affiliata all’Università di Tokyo che ambisce a fornire soluzioni per combattere la crisi idrica mondiale. I due partner hanno reso noto che “Kao e WOTA uniranno le forze in una partnership commerciale volta a risolvere i problemi globali relativi all’acqua e ai servizi igienici” attraverso una serie di iniziative, tra cui l’installazione di lavamani in luoghi privi di accesso all’acqua corrente. “Espandiamo la nostra attività in modo che le persone in questi luoghi possano usare acqua e sapone per una migliore igiene”, ha affermato Atsushi Koizumi, amministratore delegato e direttore del centro di promozione aziendale globale della Kao. 

Attualmente, le due imprese sono impegnate in un test pilota in Indonesia che prevede l’installazione di stand WOSH, dotati di serbatoi d’acqua propri e di una tecnologia che sarebbe in grado di filtrare, disinfettare e rendere nuovamente potabile l’acqua precedentemente usata per lavarsi le mani. La speranza è che lo sforzo in direzione della risoluzione di un problema sociale diffuso in alcune aree del Sud-Est asiatico come l’assenza di sistemi di approvvigionamento idrico possa avere un impatto positivo anche sulla domanda di saponi e detersivi e premiare sul piano delle vendite.

La pandemia ha modificato profondamente la sensibilità e le esigenze dei consumatori asiatici, riaccendendo simultaneamente le ambizioni di quegli operatori che desiderano proporre prodotti ad alto valore aggiunto per soddisfare le sempre più esigente richieste della crescente classe media. Anche se di recente la Cina ha superato il Giappone come “top partner” nell’opinione dei cittadini della regione del Sud-Est asiatico, nel tentativo di espandere il proprio business e mitigare le conseguenze del calo demografico nel mercato interno, tante imprese giapponesi scelgono di scommettere sulle emergenti economie dell’ASEAN. 

Reindirizzamento della cooperazione in materia di difesa tra India e ASEAN

La cooperazione non si limita solo all’impegno militare, ma è andata avanti con prospettive future nello spazio e nell’intelligence

Articolo di Aishwarya Nautiyal

Il forum regionale dell’ASEAN, che è un’importante piattaforma del dialogo sulla sicurezza dell’ASEAN per la consultazione e la cooperazione al più alto livello di impegno nella difesa, ha visto una partecipazione attiva dell’India dando priorità alle relazioni ASEAN-India, sottolineando l’importanza del forum come chiave per l’impegno regionale con una visione di reciproca sicurezza e crescita mantenendo l’equilibrio attraverso visite portuali ed esercitazioni militari. L’India Act East Policy ha portato nuove piattaforme come SIMBEX e SITMEX con Singapore e Thailandia attraverso esercitazioni militari assicurando la prontezza a mantenere la pace e la sicurezza regionali. Impegno marittimo sfruttando la posizione geografica strategica delle isole Andamane e Nicobare (India) e dei suoi vicini come Thailandia, Malesia, Indonesia, Myanmar, Singapore, che fornisce un focus chiave alla cooperazione di Malacca e promuove una linea sicura per i canali commerciali internazionali.

      L’India non vedeva l’ora di fornire varie piattaforme di difesa come i sistemi missilistici Brahmos alle Filippine, che sono costati quasi 375 milioni di dollari per la marina. D’altra parte, l’India e Singapore hanno mostrato una crescita significativa nella cooperazione bilaterale in materia di sicurezza impegnandosi in varie esercitazioni navali, inclusa una nuova cooperazione navale in cui l’India ha ottenuto l’accesso alla base navale di Changi per le sue navi con diritti di rifornimento e supporto logistico. L’accordo prevede anche una disposizione per il reciproco rifornimento e riarmo sulle basi militari dell’altro. Uno degli sviluppi significativi può essere visto con la cooperazione di difesa tra India e Vietnam, dove l’India ha ottenuto l’accesso alla base navale e aerea di Cham Ranh Bay fornendo anche addestramento e sistemi d’arma avanzati alle forze di difesa vietnamite. Finora 550 sottomarini vietnamiti hanno acquisito una formazione e una conoscenza approfondite presso la base di addestramento dei sottomarini di INS Satavahana insieme a 100 milioni di dollari di credito per acquistare attrezzature di difesa indiane. I piloti vietnamiti vengono regolarmente formati per le piattaforme Sukhoi, mentre l’impegno di imprese private può essere visto anche con Larsen e Toubro per equipaggiare le guardie di frontiera vietnamite con 12 navi offshore. Nel 2016 è stata fornita una nuova linea di credito di 500 milioni di dollari per l’acquisto di nuove piattaforme di difesa.

     La cooperazione non si limita solo all’impegno militare, ma è andata avanti con prospettive future nello spazio e nell’intelligence. La decisione dell’India di istituire un sistema di localizzazione e imaging satellitare intorno alla città di Ho Chi Minh con il finanziamento dell’ISRO di 23 milioni di dollari per il monitoraggio e lo scambio di dati con il Vietnam e la condivisione della futura sorveglianza e intelligence è collegata alle stazioni di Biak in Indonesia e Brunei. Guardando a una nuova convergenza geostrategica, diverse navi da guerra dal comando navale orientale dell’India sono state inviate con l’obiettivo di impegnarsi in esercitazioni bilaterali con Filippine, Singapore e Indonesia. Di recente, la Malesia tende a procurarsi caccia leggeri e ha ingaggiato il jet da combattimento indiano TEJAS per partecipare alla gara di appalto insieme ad altri concorrenti globali. Questa è la prima volta che un jet di origine indiana è stato coinvolto in una gara globale. Mekong-Ganga Cooperazione in cui India e Vietnam sono entrambi membri insieme ad altri membri dell’ASEAN come Thailandia, Myanmar, Cambogia, Laos. L’obiettivo chiave di questo impegno risiede nella cooperazione nello scambio di cultura e turismo insieme allo sviluppo dell’istruzione e dei trasporti.

      L’India e la Thailandia condividono il loro confine marittimo attraverso una rotta commerciale cruciale dello Stretto di Malacca. Ciò porta entrambi i paesi in un punto focale per garantire la sicurezza e la protezione della regione del Golfo del Bengala. Le relazioni tra due paesi sono vecchie di secoli con diversi punti in comune storici all’interno delle loro relazioni culturali. L’India ha fornito ingegneri regolari e delegazioni mediche in varie esercitazioni condotte tra due nazioni, tra cui Ex-Cobra Gold, una delle più grandi esercitazioni militari. La 31a edizione della pattuglia coordinata India-Thailandia (CORPAT) è stata uno di questi impegni in cui HTMS Krabi insieme a INS Saryu e Dornier Patrol Aircraft sono stati impegnati per 3 giorni vicino al Mare delle Andamane in posizione strategica. Il collegamento tra l’amicizia tra due forze armate e diverse questioni come la pesca non regolamentata, il traffico di droga, la pirateria, il terrorismo, il contrabbando e l’immigrazione illegale, comprese le operazioni di soccorso in mare, sono stati fondamentali per comprendere l’interoperabilità tra due marine in CORPAT.

      Con l’India che non vede l’ora di espandere la sua impronta geostrategica nel Sud-Est asiatico, il Brunei, ricco di energia, sembra occupare una posizione di rilievo nella politica dell’India Act East. Finora le relazioni non sono state a fuoco e non sono state in grado di realizzare il suo pieno potenziale, ma con una nuova visione l’India non vede l’ora di aumentare il livello di intensità e vitalità del collegamento con il Brunei come partner marittimo cruciale. Il porto ha guidato lo sviluppo in cui il porto di Maura può essere un nuovo punto focale dei responsabili politici indiani insieme all’accordo India-Brunei nel 2018 per rafforzare le relazioni di difesa, compreso lo scambio di informazioni, esercitazioni, formazione e sviluppo industriale della difesa. Trovandosi in un momento cruciale del cambiamento delle dinamiche globali dall’Europa al Medio Oriente, l’Asia meridionale sta diventando sempre più cruciale per bilanciare e trarre vantaggio attraverso varie piattaforme in cui la cooperazione nel campo della difesa e dell’intelligence ha il suo ruolo fondamentale garantendo la fiducia tra i partner regionali.

L’ASEAN è sempre più al centro

Editoriale di Lorenzo Lamperti

Dopo la pandemia e in seguito alla guerra in Ucraina, l’Asia e in particolare il Sud-Est asiatico stanno diventando sempre più cruciali per gli equilibri politici e commerciali globali

La tendenza era già chiara prima. Ma ora lo è probabilmente ancora di più. Il Sud-Est asiatico e l’ASEAN sono destinati a essere sempre più fondamentali per gli equilibri commerciali e politici globali. La regione è già un motore fondamentale della crescita globale ed è destinata a diventare la quarta economia mondiale entro il 2030, soprattutto grazie al suo crescente status di hub commerciale e dell’innovazione. Non solo. Da Sud-Est arriva una forte spinta a digitalizzazione e sviluppo sostenibile. Le due componenti non sono scollegate, visto che proprio il focus sulla tecnologia consente l’utilizzo di sistemi smart per rafforzare la transizione energetica. La necessità di tenere sotto controllo l’inflazione e di diversificare le catene di approvvigionamento sta focalizzando ancora di più l’attenzione sull’area ASEAN, che sta proponendo misure spesso efficaci per calmierare l’aumento dei prezzi ed è diventata un’alternativa fondamentale a livello produttivo. Paesi come Vietnam e Malesia sono ormai al centro delle mappe delle forniture globali. I flussi di investimenti esteri nella regione sono in costante aumento, con le società di venture capital che scommettono con sempre maggiore convinzione sulle startup locali. Secondo i dati della società di ricerca Preqin, i fondi di capitale di rischio incentrati sul Sud-Est asiatico e sull’India hanno raccolto finora 3,1 miliardi di dollari nel 2022, avvicinandosi già ai 3,5 miliardi di dollari raccolti in tutto lo scorso anno. In confronto, la raccolta di fondi da parte dei fondi di venture capital focalizzati sulla Cina è scesa bruscamente da 27,2 miliardi di dollari nel 2021 a soli 2,1 miliardi di dollari. Come ha notato in un editoriale il Jakarta Post, la popolazione della regione è giovane, esperta di tecnologia digitale e sempre più prospera. Per le aziende, ciò significa che l’ASEAN non solo rappresenta una base da cui diversificare l’offerta, ma offre anche una diversificazione della domanda e della forza lavoro. Entro il 2030, si prevede che i consumi saranno più che raddoppiati, raggiungendo i 4 mila miliardi di dollari, mentre 40 milioni di persone si aggiungeranno alla popolazione in età lavorativa. Inevitabile che il Sud-Est asiatico sia un’area in cui ora tutti vogliono essere presenti.

L’Asia cerca risposte al dilemma energetico

Gli effetti della guerra russo-ucraina sul mercato globale dei combustibili fossili investono anche i Paesi asiatici e spingono i governi a cambiare le loro strategie di lungo termine.

La guerra russo-ucraina ha provocato un grave aumento dei prezzi dell’energia, in Asia come nel resto del mondo. Nel breve periodo, tale aumento peserà maggiormente sulle fasce più deboli – colpite anche dall’aumento dei prezzi di molti prodotti alimentari, sempre causato dalla guerra. Sul lungo periodo invece, potrebbe rappresentare un’opportunità. Governi e aziende potrebbero decidere di ridurre la loro dipendenza dai combustibili fossili, i cui prezzi sono schizzati, e fare maggiore affidamento sulle fonti rinnovabili. Possiamo dunque consolarci guardando al bicchiere mezzo pieno? Non proprio. La capacità di trasformare la crisi energetica in opportunità cambia molto a seconda della zona del mondo e della lungimiranza che i decisori pubblici dimostreranno nel far fronte agli effetti immediati della crisi. Esaminare l’impatto che la guerra sta avendo sul mercato energetico dell’Asia oggi può essere utile per azzardare una previsione su quali saranno le conseguenze profonde domani. Economie avanzate e in via di sviluppo, governi molto attrezzati o meno, tensioni di sicurezza internazionale ed effetti tangibili della crisi climatica… Il continente presenta tutti gli elementi di rilievo per essere un eccellente caso di studio sugli effetti immediati e profondi del conflitto.

La guerra russo-ucraina avrà tre effetti immediati sulle economie asiatiche. Innanzitutto, i prezzi globali dell’energia rimarranno alti e volatili per tutto il 2022, portando a un aumento generalizzato dell’inflazione; secondo, gli sforzi per superare definitivamente la crisi Covid, i cui effetti economici sono ancora intensi in certi paesi del continente, dovranno essere rivisti e accresciuti; infine, i governi cambieranno le proprie strategie energetiche, probabilmente aumentando le quote di energia prodotte attraverso il carbone e il gas naturale liquefatto (LNG), così da ridurre l’utilizzo di petrolio e gas trasportato via gasdotto – i due combustibili fossili maggiormente colpiti dalla riduzione dell’export russo causato dalla guerra e dalle sanzioni.

Nell’ASEAN, ciascun Paese sta vivendo gli effetti della crisi in modo diverso. I paesi produttori di petrolio e gas naturale come Indonesia, Malesia e Vietnam potranno utilizzare i nuovi guadagni per finanziare misure a sostegno delle categorie colpite dall’inflazione. Ci sono poi differenze preesistenti per quanto riguarda il mix di fonti fossili consumate: alcuni paesi consumavano già relativamente poco petrolio ed energia (Indonesia, Malesia, Filippine), altri invece sono più esposti (Singapore, Thailandia). Un altro elemento da considerare è il peso dell’export sull’economia nazionale: alcuni Paesi devono infatti preoccuparsi dell’inflazione anche dei propri partner commerciali. I consumatori UE, particolarmente colpiti dagli effetti economici della guerra, potranno comprare meno prodotti asiatici. In particolare, appaiono in difficoltà Filippine e Vietnam. Manila deve affrontare un’impennata dell’inflazione, il peggioramento del deficit commerciale, la svalutazione del peso e un numero ancora elevato di casi di Covid. Hanoi invece risente da sempre di una certa vulnerabilità agli shock economici esterni e questi ultimi anni di crisi globale sembrano una tempesta perfetta per la sua economia export-oriented.

L’energia non è soltanto un fattore di produzione, ma anche un asset strategico. Il concetto di sicurezza energetica appare di frequente nei discorsi dei leader mondiali e la guerra russo-ucraina ha reso ancora più urgente la questione, oltre a complicare i rapporti tra gli Stati Uniti e le potenze asiatiche, Cina e India in primis. Le risorse naturali russe rappresentano una sorta di pomo della discordia tra i tre giganti. Mosca cerca di spezzare il suo isolamento dirottando i suoi combustibili fossili dall’Europa verso Nuova Delhi e Pechino. L’India importa l’80% del petrolio che consuma, di cui il 3% proviene dalla Russia, e sembra intenzionata ad aumentare tale percentuale nel breve periodo. Il governo di Modi sembra indifferente alle scelte di Mosca e alle pressioni USA e vuole continuare a collaborare con la Russia. Anche la Cina ha una linea ambigua con la Russia e non sembra voler mettere in discussione l’accordo stipulato prima dello scoppio della guerra per aumentare le forniture di gas. La Cina non pare avere comunque molta scelta: già da prima della guerra, Pechino voleva ridurre la sua dipendenza dal carbone e dal LNG, il cui mercato è dominato da Stati Uniti e Australia. La crisi energetica alza la posta anche della disputa sul Mar cinese meridionale: i suoi fondali sono ricchi giacimenti di risorse fossili e le sue acque sono attraversate da un gran numero di cargo carichi di LNG e petrolio.

La crisi energetica è però rilevante soprattutto sul piano climatico. Se le economie si affidassero maggiormente alle fonti rinnovabili, anziché a quelle fossili, sarebbero meno esposte all’aumento dei prezzi di queste ultime – prezzi che si sono dimostrati, ancora una volta, estremamente volatili. La guerra è stata un campanello d’allarme per i politici del pianeta e dovrebbe spingerli a un reset della loro politica ambientale a favore della sostenibilità: forse le energie rinnovabili non sono poi meno affidabili di quelle fossili. Ma potrebbero scegliere di andare anche nella direzione opposta. Sempre dall’India arrivano segnali preoccupanti. Il Paese era sulla via giusta per raggiungere i propri obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti ai sensi dell’Accordo di Parigi – l’unica tra le grandi economie del mondo a poter vantare questo merito –, ma ora sta dedicando molte risorse per acquistare petrolio direttamente dalla Russia e distribuirlo a prezzo calmierato in modo da attenuare gli effetti della crisi energetica. Anche aumentare il ricorso al LNG potrebbe rivelarsi non sostenibile sul lungo periodo, sia in termini economici che ambientali. Il suo prezzo è aumentato molto e la sua inclusione nelle fonti energetiche verdi genera controversie.

Sicurezza energetica o lotta al cambiamento climatico? Rimedi di breve o di lungo periodo? La guerra russo-ucraina ha sottoposto all’Asia un “dilemma energetico” di non facile soluzione. In ogni caso, la crisi colpirà duramente tutte le economie del pianeta e i leader politici dovranno trovare il modo di proteggere le fasce deboli, senza perdere la sempre più complessa sfida ambientale e navigando uno scenario internazionale turbolento.

Le mosse del Sud-Est sull’inflazione

I governi dell’area ASEAN stanno adottando una serie di strategie mirate per proteggere i consumatori dall’aumento dei prezzi. Spesso con efficacia

La guerra in Ucraina sta avendo un inevitabile e forte impatto sulle economie di tutto il mondo. Gli effetti collaterali sulla catena alimentare, sui rifornimenti energetici e sull’inflazione sono evidenti a diverse latitudini. Compresi l’Europa e il Sud-Est asiatico. In questo caso, forse i governi europei potrebbero trarre qualche ispirazione dalle mosse dei governi asiatici, che stanno adottando un approccio più mirato rispetto alle loro controparti occidentali per contenere la pressione inflazionistica globale, una strategia che sembra funzionare, almeno per ora. Sebbene l’inflazione rimanga una seria sfida economica in Asia, infatti, in molti Paesi le misure adottate hanno contribuito a proteggere il pubblico da alcuni aumenti dei prezzi e hanno fatto sì che la maggior parte delle banche centrali della regione non abbia dovuto aumentare i tassi di interesse così rapidamente come è accaduto altrove. I vari sforzi hanno anche spostato parte degli oneri dei costi dai consumatori e dalle piccole imprese ai bilanci statali. L’Indonesia, un Paese con una storia di volatilità finanziaria e di oscillazioni dei prezzi, la scorsa settimana ha aumentato i sussidi energetici di 24 miliardi di dollari per contenere i costi dell’energia, dopo la revoca di un controverso divieto di esportazione dell’olio di palma. Sebbene l’impatto dell’aumento dei prezzi continui a farsi sentire in particolare sulle piccole e medie imprese, la domanda delle famiglie rimane forte e l’inflazione è all’interno della fascia del 2-4% fissata dalla banca centrale di Giacarta. I pesanti sussidi al carburante e ai trasporti operati dalla Malesia hanno probabilmente ridotto di circa 1,5 punti percentuali l’inflazione del Paese, che ad aprile era solo del 2,3%. In Thailandia, l’inflazione complessiva ha appena superato il target della banca centrale dell’1-3% e il capo della banca si è impegnato a continuare a sostenere la ripresa economica. L’onere di contenere i prezzi in Europa e negli Stati Uniti è stato sostenuto soprattutto dalla politica monetaria, con le banche centrali di Stati Uniti, Regno Unito e Canada ora impegnate in cicli aggressivi di rialzo dei tassi di interesse. Nel Sud-Est asiatico, invece, la maggior parte delle banche centrali ha iniziato solo di recente un passaggio molto cauto da tassi di interesse estremamente bassi, con un innalzamento che dovrebbe essere più graduale rispetto all’Occidente.

Per ripartire l’Asia punta sulle infrastrutture

L’ampiezza dei progetti richiederà non solo il sostegno del governo, ma anche del settore privato, nonché finanziamenti bilaterali e multilaterali

Il potenziamento infrastrutturale è in cima all’agenda 2022 del Sud-Est asiatico e dell’Asia meridionale. L’urgenza parte da un dato fondamentale: dal 2020 al 2040, un terzo dell’aumento della popolazione mondiale proverrà dalle giovani economie dell’Asia meridionale e del Sud-Est asiatico, ovvero India, Pakistan, Bangladesh, Indonesia, Malesia, Filippine e Vietnam. Le proiezioni delle Nazioni Unite stimano anche un netto sviluppo dell’urbanizzazione, con circa 462 milioni di persone che si trasferiranno nelle città entro il 2040, o un aumento del 52% della popolazione urbana, che si aggiunge agli 895 milioni di abitanti attuali. Questi fenomeni eserciteranno senza dubbio una forte pressione sulle infrastrutture esistenti, richiedendo maggiori investimenti per mantenere non solo la domanda esistente, ma soprattutto quella futura.

Il divario infrastrutturale più importante riguarda l’India, seguita da Pakistan e Bangladesh. Nel Sud-Est asiatico, sono le Filippine e l’Indonesia ad avere le maggiori falle infrastrutturali da colmare, soprattutto le infrastrutture stradali. Tuttavia, l’India mantiene il primato per la quantità di strade costruite, ma è la qualità delle superstrade a destare preoccupazione. Anche il Vietnam ha investito molto nella costruzione di superstrade, migliorando nettamente il sistema delle infrastrutture.  Le Filippine stanno concentrando gli investimenti sul trasporto aereo, fondamentale per la mobilità domestica, il commercio e il turismo. Il Pakistan è il Paese più in ritardo negli investimenti in infrastrutture aeree. Invece, le infrastrutture ferroviarie ricevono pochi investimenti sia in Asia meridionale che nel Sud-Est asiatico, ad eccezione di Malesia e Indonesia. 

Il divario infrastrutturale è quindi al centro delle agende politiche di questi Paesi, molti dei quali hanno già escogitato supporti politici e investimenti governativi per affrontare il problema. Il governo indiano ha annunciato il PM Gati Shakti del valore di 1,3 trilioni di dollari per potenziare le infrastrutture nazionali nei prossimi 25 anni e attirare Investimenti Diretti Esteri. A supporto di questo piano nazionale a lungo termine – nel bilancio dell’anno fiscale 2023 – l’India ha chiesto un aumento del 35,4% degli investimenti, ponendo la costruzione di infrastrutture, in particolare autostrade, ferrovie e logistica, al centro della sua agenda di sviluppo economico, con cifre nettamente superiori ai budget precedenti. I piani di spesa includono la costruzione di 25.000 km di nuove autostrade e 100 nuovi terminal merci in tre anni. Anche settori come l’acqua e l’energia elettrica stanno ricevendo le giuste attenzioni.

Nel Sud-Est asiatico, l’Indonesia punta a investire 400 miliardi di dollari entro il 2020 e il 2024 per migliorare gli aeroporti, l’energia elettrica e il trasporto di massa. Il Vietnam sta continuando il suo febbrile sviluppo delle infrastrutture per aumentare la propria competitività. I progetti principali riguardano la costruzione di oltre 5.000 km di superstrade entro il 2030; 172 percorsi di autostrade nazionali con una lunghezza totale di 29.795 km; tre circonvallazioni urbane ad Hanoi con una lunghezza totale di 425 km, e altre due a Ho Chi Minh City con una lunghezza totale di 295 km.

Il Pakistan, con il secondo divario di domanda più ampio, ha trovato nell’alleanza con la Cina – attraverso il corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) – il supporto necessario per migliorare le sue infrastrutture. Anche il Bangladesh ha introdotto il Delta Plan 2100 per realizzare 65 progetti infrastrutturali.

I finanziamenti sono il punto nevralgico del piano infrastrutturale di questi Paesi. L’ampiezza dei progetti richiederà non solo il sostegno del governo, ma anche del settore privato, nonché finanziamenti bilaterali e multilaterali. Questo problema è particolarmente sentito da India, Filippine e Indonesia.

L’India mira a emettere obbligazioni verdi per supportare la costruzione di infrastrutture rispettose del clima, anche come veicolo di finanziamento per lo sviluppo sostenibile. Nel 2021, l’India ha emesso green bond da 6,8 miliardi di dollari, contro i 66,1 miliardi della Cina. Anche le nazioni del Sud-Est asiatico stanno puntando all’emissione di green bond per sostenere le ambizioni infrastrutturali. Le Filippine, ad esempio, stanno valutando l’emissione di green bond sovrani per aiutare i fondi privati ​​a valutare le esigenze di investimento in infrastrutture sostenibili negli arcipelaghi. 

La riduzione del gap infrastrutturale è un obiettivo urgente per questi Paesi. Con l’aumentata consapevolezza e la priorità garantita, il 2022 segnerà il punto di svolta per migliorare la connettività, e quindi la produttività e la competitività commerciale di queste economie strategiche per gli equilibri internazionali. 

Cooperazione sì, contrapposizione no

La maggior parte dei Paesi dell’ASEAN hanno aderito al lancio dell’Indo-Pacific Economic Framework di Biden. Ma dicono no alla logica di scontro tra blocchi

Ci sono tutti tranne tre. Solo Myanmar, Cambogia e Laos non fanno parte dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity (IPEF), il programma di cooperazione lanciato dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden da Tokyo, durante il suo viaggio in Asia. Malesia, Singapore, Indonesia, Filippine, Brunei, Vietnam e Thailandia hanno invece aderito insieme anche a India, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda in un gruppo che comprende il 40% del PIL mondiale. Il programma intende rafforzare le catene di approvvigionamento e la collaborazione tra i partner, in particolare nei settori del commercio digitale e della transizione energetica con un focus sullo sviluppo delle energie rinnovabili. I Paesi del Sud-Est asiatico hanno chiarito più volte che vorrebbero vedere un maggiore impegno degli Stati Uniti sotto il profilo commerciale e in passato hanno espresso la loro frustrazione per il ritiro di Washington dal Partenariato Trans-Pacifico (TPP) da parte dell’ex presidente americano Donald Trump nel 2017. L’amministrazione Biden non ha mostrato interesse a tornare al patto, il cui “problema principale” era la mancanza di sostegno da parte del Congresso. Allo stesso tempo la Casa Bianca prova a convincere l’ASEAN, attraverso l’IPEF, che gli USA sono pronti a fare la loro parte per sostenere lo sviluppo commerciale, infrastrutturale, ambientale e digitale della regione e contenere l’impatto economico della guerra in Ucraina. Eppure, l’amministrazione Biden ha chiarito preventivamente che non si trattava di un accordo di libero scambio e che dunque la cornice non porterà a un abbassamento delle tariffe sulle importazioni. La neutralità dell’Associazione è stata comunque ribadita ed esemplificata dalle parole con cui il Premier di Singapore, Lee Hsien Loong, ha annunciato l’adesione al programma lanciato da Biden. “L’Asia non ha bisogno di un equivalente della Nato”, ha dichiarato Lee riferendosi anche al summit del Quad. E ha chiarito la volontà inclusiva del Sud-Est asiatico chiedendo contestualmente al lancio dell’IPEF il via libera all’ingresso della Cina nel TPP. Cooperazione sì, contrapposizione no.