Covid-19: la risposta dell’Indonesia

Tra i Paesi più colpiti del Sud-Est asiatico, l’Indonesia inizia a pianificare la ripresa.

L’Indonesia, con oltre 55,000 casi confermati al 1 di luglio, è il Paese che registra il più alto numero di infezioni da Covid-19 in ASEAN. La città più colpita è Jakarta, la capitale, nonché una delle città più densamente popolate del Sud-Est Asiatico. Diversamente da molti  Paesi, l’Indonesia ha optato per un approccio diverso nell’ affrontare la pandemia. Con lo scopo di tenere a galla l’economia del Paese, il governo centrale ha deciso di non imporre il lockdown nazionale, scegliendo invece di applicare un piano di distanziamento sociale su vasta scala orientato alle regioni più colpite dal virus, come negli Stati Uniiti. 

Oggi, tre mesi dopo aver implementato tale approccio, numerose provincie indonesiane, inclusa Jakarta, stanno allentando alcune restrizioni. D’ora in avanti riapriranno gradualmente gli uffici, le scuole, i luoghi di culto e i mezzi di trasporto pubblici, sebbene ancora sotto un rigido controllo sanitario. In caso di una nuova ondata di infezioni, verrà messa in pratica una strategia d’emergenza per interrompere immediatamente la riapertura.

Nonostante il governo non abbia applicato un lockdown su scala nazionale, il Paese ha comunque risentito delle ripercussioni economiche e finanziarie della pandemia. Secondo Statistics Indonesia (BPS), nel primo quadrimestre del 2020 il PIL dell’Indonesia è cresciuto solo del 3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, il risultato più basso dal 2001. Ciononostante, secondo le previsioni dell’Economist Intelligence Unit, l’Indonesia potrebbe essere uno dei tre Paesi del G20 (insieme a Cina e India) che non subirà una recessione economica quest’anno, con una crescita del 0,2% del PIL. 

Attualmente, il governo ha stanziato un totale di oltre 45 miiardi di euro come parte di un programma nazionale di ripresa economica. Tale piano sarà essenziale per sostenere il settore sanitario, aumentare la copertura degli schemi di protezione sociale, espandere i sussidi di disoccupazione, e fornire agevolazioni fiscali e crediti alle imprese. Inoltre, l’Indonesia prevede di mantenere forti relazioni bilaterali e multilaterali per combattere la crisi, non solo con altri Paesi ASEAN, ma anche con altri attori quali Cina, Giappone e Corea del Sud. Se il mercato globale dovesse riguadagnare slancio nei prossimi mesi, c’è ancora speranza per l’Indonesia di ritornare sulla traiettoria di crescita degli ultimi anni, con un aumento del 5% del PI nel 2021 secondo un report dell’Asian Development Bank.

Nonostante i tempi incerti per l’Indonesia e il mondo intero, il Paese sta facendo del suo meglio per far ripartire l’economia. Le sfide che si trova ad affrontare sono impegnative ma il dinamismo dell’economia indonesiana potrebbe aiutare a superare il momento di difficoltà. Sarà fondamentale per il Paese investire nei giovani e nel crescente settore digitale per trasformare la crisi in un nuovo periodo di sviluppo.

Articolo a cura di Rizka Diandra 

Singapore e la gestione dell’emergenza Covid-19

La particolarità del caso Singapore rivela la complessità del fenomeno pandemico e l’importanza di un approccio cauto.

Il 25 giugno l’Associazione Italia-ASEAN ha organizzato un incontro su Singapore e la sua risposta alla crisi causata dalla pandemia con l’Ambasciatore d’Italia a Singapore, Raffaele Langella, e il Presidente del Singapore Institute of International Affairs, Simon Tay. 

Quando il 23 gennaio Singapore ha accertato il primo caso di Covid-19 sul suo territorio, il governo ha implementato misure rapide ed efficaci che sono riuscite a contenere il virus e a limitare in modo significativo il numero degli infetti. Successivamente, tra febbraio e marzo, Singapore ha vissuto una seconda moderata ondata di contagi, riconducibili ai flussi di Singaporiani rimpatriati dall’estero. Fino ad inizio aprile, dunque, Singapore contava meno di 1000 casi e solo 3 decessi dovuti al virus. Tuttavia, ad aprile, Singapore è stata colpita da una terza ondata di Covid-19. Questa volta la grande maggioranza dei casi si sono verificati tra gli oltre 300.000 lavoratori immigrati che vivono nei grandi condomini alla periferia della città, e il numero delle infezioni è aumentato rapidamente nel giro di poche settimane. A causa di questa nuova impennata, il governo singaporiano è stato costretto a imporre misure più restrittive sugli spostamenti dei cittadini, che in precedenza non erano state ritenute necessarie. Dal 7 aprile, i cittadini singaporiani hanno dovuto infatti rispettare misure preventive chiamate nel loro insieme ​circuit breaker​, che prevedono la chiusura di tutte le attività non essenziali e l’obbligo di rispettare il distanziamento sociale. 

Sul versante dell’impatto economico, si prevede che il PIL di Singapore si contrarrà quest’anno di un valore tra il -7% e il -4% circa. Pertanto, il governo della città-stato ha risposto con un aumento significativo della spesa pubblica, tramite quattro pacchetti di stimoli economici per sostenere l’economia, per un valore pari a circa il 19% del PIL di Singapore. Gli interventi puntano a sostenere le famiglie, le aziende e i lavoratori con misure quali sussidi, moratorie, deduzioni fiscali e forme di finanziamento agevolato per le imprese più colpite (in particolare turismo e aviazione).  

L’evoluzione della crisi sanitaria nella città-Stato ha mostrato allo stesso tempo i punti di forza e le debolezze del sistema Singapore. Le infrastrutture tecnologiche e la ricerca scientifica di alto livello hanno permesso al governo di rispondere con efficacia ai primi casi di coronavirus nel Paese, rivelando una certa prontezza dal punto di vista scientifico. Questo ha permesso a molte attività economiche di proseguire nonostante la pandemia, riducendo l’impatto del virus sul tessuto produttivo del Paese. La pandemia ha però anche mostrato alcune debolezze del sistema Singapore. Come hub commerciale e finanziario, la sua dipendenza dalle interconnessioni regionali e globali ha pesato e peserà molto sulla capacità del governo di rilanciare il Paese. Il traffico aereo e navale è calato drasticamente, e questo rischia di creare gravi problemi all’economia di Singapore. Inoltre, il caso dei lavoratori immigrati ha fatto emergere uno dei pochi punti deboli della città-Stato: una dipendenza diretta dalla manodopera straniera che è fondamentale per l’efficace funzionamento di una smart-city come Singapore. 

Sarà dunque cruciale per la città-Stato riaprire quanto prima il suo sistema economico agli scambi internazionali, al fine di intercettare nuovi trend e rafforzare la dimensione globale dell’economia singaporiana.

Articolo a cura di Tullio Ambrosone

All’origine delle tensioni UE-Malesia

La divergenza di opinioni sui combustibili a base di olio di palma rischia di impedire una collaborazione più efficace tra le parti.

Secondo stime del Servizio europeo per l’azione esterna del 2014, l’UE è il terzo partner commerciale più grande della Malesia, contribuendo per al 9.9% del suo export totale. Al contempo, la Malesia è il 23esimo partner commerciale dell’UE e il secondo più grande nell’intero Sud-Est Asiatico. Nel 2010 entrambe le parti erano decise ad avviare i negoziati per un accordo di libero scambio commerciale; tuttavia, il dialogo si è presto interrotto, a causa della divergenza di opinioni sulla questione dell’olio di palma, e su come conciliare interessi economici e imperativi ambientali.

Il punto nevralgico del conflitto si colloca nella decisione, da parte della Commissione Europea, di eliminare gradualmente il carburante a base di olio di palma come fonte di energia, e passare a combustibili più ecosostenibili. Se la Direttiva sull’energia rinnovabile (RED I) del 2009 incoraggiava i Paesi ASEAN come Malesia e Indonesia a esportare olio di palma in Europa, con il tempo l’approccio è cambiato, dal momento che questo combustibile si è rivelato pericoloso per l’ambiente.

Le conseguenze della produzione dell’olio di palma sull’ambiente sono infatti particolarmente aggressive, poiché si tratta di una produzione agricola intensiva: un modello che porta alla deforestazione massiccia, alla degradazione del suolo e ad un preoccupante aumento dell’inquinamento dell’aria, principalmente attraverso l’emissione di gas serra.

Boicottaggi da parte dei consumatori in Europa negli anni hanno convinto il Parlamento Europeo a vietare progressivamente l’uso dell’olio di palma entro il 2030, e a rivedere la Direttiva (RED II) nel 2018 per stabilire dei parametri di riferimento per i biocarburanti. Tale cambiamento, tuttavia, ha complicato le relazioni tra UE e Malesia. Quest’ultima infatti, assieme all’Indonesia (i due paesi assieme producono più dell’85% dell’olio di palma sul mercato mondiale), ha interpretato il cambiamento come una misura di protezionismo, e ha cercato l’appoggio di altri Paesi ASEAN per portare la questione di fronte all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Sebbene dopo mesi di negoziati con il Commissario Europeo Kadri Simson la Malesia abbia desistito dal fare causa all’Unione, fin quando la questione non sarà risolta continuerà a penalizzare alcuni prodotti fondamentali per l’export europeo, e a sospendere i negoziati per l’accordo di libero scambio.

In Malesia, come in molti altri paesi in via di sviluppo, per ora la priorità del governo è concentrata più sulla crescita economica che sull’ambiente. Si stima infatti che tale carburante contribuisca del 5% al Prodotto interno lordo malese. Una percentuale significativa, che contribuisce a sostenere intere fasce della popolazione, fornendo un impiego e un salario stabili a milioni di persone. Pertanto, le preoccupazioni non sono soltanto economiche, ma anche politiche e sociali.

La Malesia è decisa a convincere l’Unione che il suo olio di palma sia molto più ecosostenibile di quanto le critiche affermino, e a portarla a rivedere la sua decisione entro il 2021. Fino ad allora, la controversia tra priorità economiche e impegno sul fronte ambientale rimane, e costituisce un ostacolo significativo per ulteriori discussioni su un accordo commerciale.

 

Articolo a cura di Valentina Beomonte Zobel.

La nuova ferrovia Cina-Laos

La fine dei lavori, prevista per Dicembre 2021, apporterà cambiamenti significativi al commercio nel Sud-Est asiatico.

Il progetto sembra inserirsi perfettamente nel quadro della strategia del governo laotiano di trasformare il Laos da Paese privo di sbocchi sul mare in fulcro dei collegamenti terrestri. La ferrovia, la più lunga in Asia al di fuori del territorio cinese, collegherà via terra la Cina alla Thailandia attraverso il Laos: il tragitto si snoderà da Boten (cittadina di confine tra la provincia cinese dello Yunnan e il nord del Laos) fino alla capitale Vientiane (al confine tra Laos e Thailandia), per un totale di 414 km. I lavori di costruzione sono cominciati a fine 2016, e nonostante i rallentamenti inevitabili dovuti al COVID-19, le operazioni sono ripartite dopo un fermo di appena 23 giorni, lasciando invariata la fine prevista inizialmente per i lavori.

Sia per la Cina che per l’intero Sud-Est asiatico, i vantaggi economici e geopolitici della nuova ferrovia saranno considerevoli. Per la priva volta nella storia lo Yunnan, già regione cruciale per i collegamenti tra Cina e ASEAN, sarà collegato via terra direttamente alla Thailandia. La ferrovia permetterà l’arrivo dei prodotti cinesi sul mercato non solo nei Paesi direttamente coinvolti, ma anche in Malesia e a Singapore, senza più dipendere dal trasporto aereo o da lunghe e costose rotte navali. Un’opzione logistica senza precedenti per la Cina, che sarà in grado di espandersi più a sud e a ovest di quanto mai stato possibile fino ad ora. Il progetto, parte della Belt and Road Initiative, non si intende dedito esclusivamente allo scambio di merci e persone, ma anche come un importante supporto sanitario per Paesi in via di sviluppo. La cooperazione nel settore sanitario, possibile attraverso la nuova infrastruttura e il progetto della China’s Health Silk Road, offrirebbe aiuto sostanziale ai Paesi ASEAN più colpiti dalla pandemia e dalla mancanza di strutture sanitarie adeguate.

Secondo le stime della Banca Mondiale, se accompagnata da riforme importanti, la ferrovia potrebbe dare una svolta positiva all’economia del Laos. L’elezione di nuovi leader e un cambiamento dell’attuale politburo, previsti per l’anno prossimo durante il Congresso Nazionale del Partito Rivoluzionario del Popolo Lao, potrebbero rappresentare il giusto stimolo per approvare tali riforme.

Da nuove infrastrutture deriva necessariamente una nuova tipologia di traffico, che sia essa di merci o passeggeri in arrivo o semplicemente in transito. È un momento da non perdere per le industrie laotiane: se saranno in grado di sfruttarlo, potranno creare un nuovo corridoio economico secondo una pianificazione logistica di alta qualità. In un altro report della Banca Mondiale infatti, viene attribuito un buon punteggio al Laos nella sezione “facilità degli scambi tra frontiere”. Con il giusto approccio strategico, da parte del settore pubblico e privato, diversi esperti ritengono che la ferrovia possa costituire un incentivo importante per diversificare l’economia del Laos, rimasta troppo a lungo dipendente da un numero esiguo di settori commerciali.

 

 

Articolo a cura di Valentina Beomonte Zobel.

Global Economic Recovery – New Goals & New Drivers

On June the 9th and 10th, the International Conference on Global Economic Recovery – New Goals & New Drivers was held in Beijing, organized by the China Center for International Economic Exchange, within the Global Think Tank Online Forum on International Cooperation to Combat Covid-19.

The Vice-President of the Italy-ASEAN Association, Professor Romeo Orlandi, attended the event. Here is the transcript of his speech:

It is obviously difficult to ascertain whether the recovery after the Covid-19 pandemic will be quick, full, partial and which shape it will take. Still, some forecasts are possible, based on current data and past experiences. Very likely, the L shaped recovery will be avoided. Actually, in this case it would be a stagnation, not a recovery. We have already signs in China, in Asia and in some European countries that probably and hopefully the worst is behind us. A fast rebound is on sight, as envisaged by the majority of international organizations and governments. If so, we have a couple of questions to be answered. Will the recovery compensate the recession? In addition, is a new crisis a clear and present danger? The first answer is quite easy: in a short period, the recovery will not regain what we have lost in terms of GDP. The negative impact has been – and still is – so deep that wiping out the loss would be a dream. Statistically, too, that will not be possible. Moreover, there is a good possibility of another crisis, due to the dynamics of the economy and the unpredictability of the Coronavirus. The best guess is a W shaped recovery, which means we are supposed to live with uncertainty, in both good and difficult times. Crisis and recoveries will probably be on governments’ agendas and on ordinary people’s lives for quite some time.

As a consequence, we will be asked to manage a complex situation, where concepts like collaboration and sharing will not simply sound as tools of propaganda. Take the case of the decoupling. Many augur that the economies of the industrialized countries should and must separate their destinies from those of emerging countries. The rationale for this position is in front of our eyes: a decline in China and Asia’s supply have repercussions on the global value chain. This is an obvious result of the globalized delocalization originated in the West. A virus in Asia affected the whole world. Then, with the spread of the epidemic, also the industrialized countries were affected with a tremendous slowdown in economic activities, a painful and blatant crisis of demand. So, what is the good in finding the culprit, to point the finger to others? Is it a wise policy to cancel the integration of different economies and replace it with protectionism and trade war? It is not a matter of right or wrong. It is crucial to consider if we can go back to the old times. Reshoring is now deemed fashionable, aimed at creating new employment in industrialized countries. Will it be possible? Are we going to see the restoration of smoking chimneys now dismissed? Are we ready to create overnight another “factory of the world”, the same we witnessed in Asia over the last few decades? The answer is probably not. You cannot build another industrial powerhouse overnight. So, my final remark, is that the only way to pass this tragic moment is to negotiate, continuing trade talks and accept the best sides of globalization without demonizing it after having created it.

 

La condizione delle donne in ASEAN ai tempi del Covid-19

L’emergenza sanitaria pone nuove sfide alla parità di genere

L’uguaglianza di genere è una partita ancora aperta per le donne dell’ASEAN: un report del World Economic Forum mostra infatti che, in assenza di grandi cambiamenti, ci vorranno altri 163 anni per colmare il gender gap nei Paesi del Sud-Est Asiatico e del Pacifico, più che per ogni altra regione del globo. Nonostante differenze significative tra Paesi (dalle Filippine classificate al 16° posto per uguaglianza di genere, al Myanmar in 114° posizione), questo report evidenzia una forte disuguaglianza di genere in tutti i Paesi dell’ASEAN.

Con l’avvento della pandemia di Covid-19 e le sue conseguenze, queste barriere all’emancipazione femminile si sono ulteriormente rafforzate. Come riportato da UN Women, nell’Asia-Pacifico donne e ragazze, durante il lockdown, hanno dovuto assumere maggiori responsabilità domestiche, di cura dei figli e di assistenza ad anziani e malati. Questo non solo ha esposto le donne al rischio di contrarre il virus, ma ha anche peggiorato le disuguaglianze nei nuclei domestici; avendo dovuto occuparsi della famiglia e delle faccende domestiche, le donne hanno avuto meno tempo a disposizione per lavorare, a differenza della loro controparte maschile. Inoltre, il settore sanitario dei Paesi ASEAN è caratterizzato da un divario retributivo tra uomini e donne, così come da una bassa rappresentanza femminile in posizioni decisionali. Sebbene più dell’80% di infermieri e assistenti sanitari siano donne in prima linea nella lotta al virus, nella leadership sanitaria gli uomini occupano il 72% delle posizioni di vertice, e ricevono una remunerazione più elevata rispetto alle loro colleghe.

Ciò nonostante, la pandemia ha portato con sé una serie di cambiamenti ed opportunità per l’emancipazione femminile nella regione. Il passaggio all’economia digitale, che ha causato un incremento massiccio nell’uso di piattaforme di e-commerce, di formazione e comunicazione a distanza, è un settore in cui le donne possono inserirsi come imprenditrici e aumentare la loro partecipazione all’economia. Per esempio, in Indonesia la rapida crescita del commercio elettronico ha favorito l’imprenditoria femminile. Per facilitare il loro ingresso in questo settore, i Paesi ASEAN possono investire in politiche per ridurre il digital gap tra uomini e donne. Ad incoraggiare la maggiore autonomia femminile contribuiscono inoltre numerose iniziative di carattere sociale ed istituzionale che vedono le donne come risorse fondamentali per la costruzione di un’economia sostenibile: in Cambogia, imprenditrici donne impegnate in attività sostenibili potranno finanziare le proprie idee tramite i fondi messi a disposizione dalla Women’s Livelihood Bond, una serie di obbligazioni messa a disposizione dalla Impact Investment Exchange.

Nonostante gli ostacoli posti dall’emergenza Covid-19, i Paesi ASEAN sembrano determinati a voler raggiungere una vera e propria parità di genere, mettendo a disposizione strumenti utili al fine di colmare le disparità. Oltre a vedere un aumento del numero di donne in posizioni di leadership nel 2020, recentemente l’ASEAN Women for Peace Registry ha convocato un incontro online per discutere le iniziative volte a promuovere il ruolo delle donne nelle società del Sud-Est asiatico. Si tratta di un’occasione che fa ben sperare sul futuro delle politiche di genere nella regione e che rafforza le speranze delle donne dell’ASEAN.

Articolo a cura di Elena Colonna.

UE e ASEAN: così lontani, così vicini

La cooperazione UE-ASEAN si estende via via a nuovi settori, tra cui la collaborazione nella gestione del Covid-19

L’Unione Europea e l’ASEAN rappresentano i due più avanzati progetti di integrazione regionale al mondo. Lo spirito multilaterale che caratterizza i due blocchi li rende interlocutori privilegiati sul piano internazionale: non è un caso che nell’EU-ASEAN Blue Book 2020, pubblicato dal Servizio europeo per l’azione esterna, l’UE e l’ASEAN vengano definiti “partner naturali” nel raggiungimento di numerosi obiettivi comuni, quali la tutela dell’ordine multilaterale, la promozione di uno sviluppo sostenibile e la protezione dei diritti umani.

Tuttavia, ad oggi, sono certamente le relazioni commerciali tra i due blocchi a costituire il fulcro del rapporto UE-ASEAN. L’UE è, dopo la Cina, il secondo partner commerciale dell’ASEAN e rappresenta il 14% del commercio estero dei Paesi del Sud-Est asiatico. Inoltre, l’UE è di gran lunga la prima fonte di investimenti diretti esteri nei Paesi ASEAN, per un valore cumulato di oltre 337 miliardi di euro. Nonostante un peso specifico relativamente limitato rispetto all’UE in termini di PIL (3111 miliardi di dollari contro oltre 18290 miliardi), l’ASEAN è a sua volta il terzo partner commerciale dell’Unione Europea, dopo Stati Uniti e Cina, e la sua quota di investimenti diretti esteri nei paesi UE è in constante crescita. L’UE e l’ASEAN sono determinati ad accrescere il loro interscambio commerciale, che già oggi conta oltre 273 miliardi di euro in beni e oltre 85 miliardi in servizi, attraverso la creazione di una vasta area di libero scambio tra le due regioni. La difficoltà a stringere un accordo di tale portata ha spinto l’UE a negoziare trattati bilaterali con singoli Paesi ASEAN, tra cui Singapore (già in vigore da Novembre 2019) e Vietnam (in vigore da Giugno 2020), ma sempre nell’ottica di un futuro accordo con l’intera Associazione, il quale rimane l’obiettivo primario dell’Unione.

Lo scoppio della pandemia di coronavirus ha indotto UE e ASEAN a collaborare su un versante inedito, quello sanitario. La comune vocazione multilaterale ha spinto le due potenze a organizzare una videoconferenza ministeriale congiunta il 20 Marzo, durante la quale entrambe hanno affermato l’importanza della cooperazione internazionale per l’efficace risoluzione della crisi Covid-19. In ossequio a questo principio, in data 24 Aprile, l’UE ha donato 350 milioni di euro ai paesi ASEAN per sostenerli nella lotta al Covid-19 e alle sue conseguenze economiche e sociali.

UE e ASEAN, in virtù della comune fede negli ideali della cooperazione sovranazionale, si stanno avvicinando sempre più, sia in un’ottica economico-commerciale che in un’ottica politica. La crisi Covid-19, la vera prova del fuoco del rapporto UE-ASEAN, sta mostrando, una volta per tutte, l’indispensabilità della collaborazione internazionale nella risoluzione dei problemi che non conoscono frontiere e che coinvolgono tutti.

 

Articolo a cura di Andrea Dugo.

E-commerce: un volano per l’economia dell’ASEAN

Nonostante la crisi causata dal virus, l’economia ASEAN potrebbe risollevarsi grazie alle opportunità del commercio digitale

Le misure restrittive adottate per contrastare il Covid-19 hanno avuto un forte impatto sulle attività economiche e sulle abitudini dei cittadini, provocando una profonda crisi a livello globale. L’Asia, nonostante le previsioni incoraggianti del Fondo Monetario Internazionale, sarà una tra le regioni più colpite, con un alto rischio di aumento della povertà.

Di fronte agli sconvolgimenti del mercato regionale ed internazionale, le imprese e i governi dell’area ASEAN sono ora impegnati a trovare nuove modalità di incontro tra domanda e offerta, nel rispetto della sicurezza e del distanziamento sociale necessari per gestire il virus.  A questo proposito sembra proprio che il commercio digitale possa risultare uno strumento interessante.

Uno studio di Facebook e Bain & Company prevede che entro il 2025 i consumatori dell’area spenderanno circa il triplo sulle piattaforme digitali rispetto al 2018, grazie ad un maggiore potere d’acquisto e un più capillare accesso ad internet. Il settore è dunque in grande crescita e potrebbe raggiungere nel 2025 circa 150 miliardi di dollari di valore.

Proprio la pandemia sembra aver accelerato tale processo, come sostiene Pierre Poignant, CEO di Lazada, uno dei maggiori portali di e-commerce dell’area ASEAN, controllato da Alibaba. Con le restrizioni agli spostamenti e il distanziamento sociale, necessari per contenere la pandemia, è cambiato il rapporto tra domanda e offerta, moltiplicando le occasioni di interazione online. L’allargamento della base di consumatori associata ai cambiamenti nei consumi degli ultimi mesi ha visto un forte incremento nell’acquisto di prodotti online di qualsiasi tipologia.

Anche le imprese hanno compreso la potenzialità dell’e-commerce dopo le restrizioni imposte dalla pandemia: avendo dovuto chiudere il canale del commercio al dettaglio hanno investito ingenti risorse su nuove infrastrutture digitali, come mostrano i dati dello studio “Riding the Digital Wave: Southeast Asia’s Discovery Generation”, cui hanno partecipato circa 13mila intervistati e oltre 30 CEO e venture capitalists.

Il digitale può dunque dimostrarsi un’opportunità per lo sviluppo dei Paesi ASEAN ed in particolare per le PMI che ne caratterizzano il tessuto economico e che operano nelle aree extra-urbane. In queste zone infatti l’incontro tra domanda e offerta avveniva generalmente in loco, con una relativamente stretta cerchia di consumatori dello stesso territorio. Ora, grazie ai canali digitali le imprese potranno invece accedere a mercati anche geograficamente distanti e lo stesso accadrà per i consumatori che vedranno la moltiplicazione di beni e servizi altrimenti non accessibili con il tradizionale scambio brevi manu.

Molti Paesi del Sud-Est asiatico hanno capito l’importanza del commercio online e appaiono determinati a sfruttarne le opportunità. Il Vietnam, dopo un aumento degli scambi online del 20% causato dal lockdown e dalle restrizioni alla circolazione imposte, punta ad arrivare sul podio delle economie digitalizzate dell’ASEAN entro il 2030 con una copertura completa 5G del territorio nazionale. La Malesia intende rafforzare la strategia di sviluppo lanciata nel 2019 al motto di “One click, a million opportunities”,  incrementando l’adozione delle nuove tecnologie per supportare e stimolare l’economia nazionale, supportando le PMI nel processo di digitalizzazione. Singapore ha invece messo in campo alcune misure per rafforzare l’e-commerce e stimolare i commercianti e le aziende ad espandere la propria attività sul mercato online, fornendo loro anche formazione, assistenza e consulenza, nonché i mezzi per le spese di inizio attività sui portali online.

Nell’economie dei Paesi ASEAN sta dunque crescendo e si sta sviluppando il commercio 4.0, ma sarà fondamentale che i governi locali assecondino questo processo. Il primo passo sarà capillarizzare l’accesso a internet anche nelle zone rurali e poi incentivare la diffusione dei pagamenti mobile e cashless. Infine, sarà necessario predisporre norme snelle ed efficienti per regolamentare il settore e metterlo nelle condizioni di produrre benefici per tutti. Risulta infatti che l’e-commerce potrà rappresentare uno strumento utile per rilanciare le economie ASEAN nel contesto della crisi causata dall’emergenza sanitaria.

 

Articolo a cura di Gabriel Zurlo.

Accordo commerciale UE-Vietnam: benefici e opportunità

L’accordo di libero scambio è stato ufficialmente ratificato da Ue e Vietnam. Quali conseguenze avrà per l’Italia?

Il 30 Marzo 2020 è stata approvata dal Consiglio dell’Unione europea la sottoscrizione degli accordi commerciali e di investimento tra Ue e Vietnam. Oggi invece, è arrivata l’approvazione della controparte vietnamita, che ha dato il via all’accordo commerciale più ambizioso che l’Ue abbia mai concluso con un Paese in via di sviluppo. L’accordo non solo rilancia il commercio internazionale in un momento delicato, ma offre anche concrete opportunità e vantaggi alle aziende disposte a investire nel commercio con il Sud-est asiatico. L’EU-Vietnam Free Trade Agreement è il secondo accordo dell’Unione con un Paese ASEAN, dopo quello con Singapore del novembre 2019.

Secondo uno studio della Commissione Europea infatti, entro il 2035 l’accordo farà crescere le esportazioni dall’Ue verso il Vietnam del 29%, per un valore superiore a 8 miliardi di euro. Inoltre, potrebbe contribuire alla creazione di 116.200 posti di lavoro in Europa. Numeri considerevoli, che saranno raggiunti attraverso una prima eliminazione del 65% dei dazi vietnamiti sui prodotti provenienti dall’Ue, fino ad arrivare ad una eliminazione complessiva del 99% entro 10 anni. Oltre all’eliminazione dei dazi, l’accordo ruota attorno ad alcuni altri punti fondamentali per i paesi UE: la riduzione delle barriere non tariffarie, attraverso l’adozione di standard europei e internazionali; l’accesso senza precedenti per le imprese europee al mercato vietnamita degli appalti pubblici e dei servizi; la ratificazione di convenzioni internazionali sul rispetto dei diritti dei lavoratori e sulla salvaguardia dell’ambiente.

Per quanto riguarda l’Italia, l’accordo potrebbe rivelarsi particolarmente vantaggioso. Dati ISTAT e Confindustria confermano che finora il nostro Paese ha un deficit commerciale con il Vietnam, importando beni, nel 2018, per 2,5 miliardi di euro, a fronte di 1,3 miliardi di esportazioni. Tra le ragioni del deficit vi è sicuramente l’alta percentuale di dazi applicata ai prodotti europei, che rappresenta un freno anche per le 4.400 imprese italiane che esportano in Vietnam (principalmente PMI). L’abbattimento dei dazi e l’apertura del mercato vietnamita porteranno grandi benefici a diversi settori dell’export italiano, come la meccanica, l’automotive, il tessile, il comparto farmaceutico, e la filiera vinicola e agroalimentare.

L’ Accordo, infatti, riconosce la tutela di 169 Indicazioni Geografiche europee. Le IG italiane sono 38 e tra queste spiccano: Aceto Balsamico di Modena, Asiago, Bresaola della Valtellina, Gorgonzola, Grana Padano, Mozzarella di Bufala Campana, Prosciutto di Parma e di San Daniele, Prosecco, Franciacorta. La lista è soggetta a revisione continua e a un possibile ampliamento.

L’accordo rappresenta una ventata di aria fresca, in un contesto nel quale il commercio internazionale ha subito più duramente il colpo dell’emergenza Covid-19. L’augurio è che l’Accordo possa non solo costituire un’opportunità per le imprese, ma anche che costituisca una nuova tappa nel raggiungimento di una intesa vasta e ambiziosa tra Unione Europea e ASEAN.

 

Articolo a cura di Valentina Beomonte Zobel.

La risposta dell’ASEAN all’emergenza COVID-19

Dopo una reazione iniziale tardiva, l'ASEAN ha adottato un approccio multilaterale efficace alla lotta contro il virus

Data la vicinanza geografica e le intense relazioni economiche con la Cina, i Paesi ASEAN hanno presto confermato i primi casi di coronavirus. All’inizio della pandemia, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico ha ricevuto critiche a livello internazionali per la lenta risposta e poca cooperazione nella gestione della crisi. Tuttavia, negli ultimi mesi, l’ASEAN ha efficacemente contribuito a contenere l’epidemia dimostrando solidarietà regionale e rafforzando la cooperazione internazionale.

 

L’organizzazione, di natura intergovernativa, ha adottato misure comuni significative, dando prova di unità in un momento di grande crisi. Attraverso diverse videoconferenze tenute con il Consiglio dell’ASEAN, i Paesi membri hanno scambiato informazioni sulle misure di contenimento e mitigazione del virus. Nel quadro degli obiettivi dichiarati nell’ASEAN Post-2015 Health Development Agenda, il Centro operativo ha fornito una piattaforma per aggiornamenti quotidiani e informazioni su misure di prevenzione; inoltre, l’ASEAN BioDiaspora Regional Virtual Centre ha fornito rapporti sui rischi a tutti i Paesi, attraverso l’analisi di dati statistici. Gli Stati membri dell’ASEAN hanno poi mostrato solidarietà per quanto riguarda le attività di laboratorio e le esigenze di assistenza medica: Vietnam e Brunei hanno offerto sostegno sotto forma di attrezzature mediche a Laos e Cambogia. Il 9 aprile l’ASEAN ha istituito una riserva regionale di forniture mediche e un fondo COVID-19, per sostenere le esigenze degli Stati membri e consentire una risposta rapida all’emergenza sanitaria. Tutti questi accordi regionali hanno garantito una risposta positiva all’epidemia di COVID-19, come dimostra il basso numero di casi nella maggior parte dei 10 Stati membri dell’ASEAN.

 

Oltre a tali sforzi, i membri dell’ASEAN sono riusciti a contenere la pandemia attraverso la cooperazione con Paesi esteri e istituzioni internazionali. Il 10 marzo i ministri dell’ASEAN hanno tenuto una videoconferenza con l’Unione Europea per discutere le misure da adottare immediatamente per i rischi sulla salute pubblica, e a più lungo termine per quanto riguarda le preoccupazioni socio-economiche causate dal virus. Il 14 aprile si è tenuto un video summit tra i 10 membri dell’ASEAN e  Cina, Giappone e Corea del Sud, per rafforzare la cooperazione, lo scambio di informazioni, gli aggiornamenti sui trattamenti clinici, le misure di prevenzione e l’approvvigionamento di forniture mediche tra i Paesi. Il 30 aprile, infine, è seguita un’altra videoconferenza tra i Ministri della Salute dell’ASEAN e degli Stati Uniti, che ha ribadito l’importanza della cooperazione internazionale per combattere efficacemente la pandemia.

 

Articolo a cura di Elena Colonna

Il rischio autoritario del Covid-19 in ASEAN

Lo stato d’emergenza ha spinto le autorità di alcuni Paesi a imporre misure preoccupanti

Le misure d’emergenza prese da alcuni governi dei Paesi ASEAN per affrontare la crisi sanitaria stanno destando preoccupazione nella comunità internazionale. Si teme infatti che alcuni potrebbero approfittare della situazione per consolidare il proprio potere a scapito delle libertà e dei diritti dei cittadini.

Già all’inizio di marzo, l’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva esortato tutti i Paesi coinvolti nell’emergenza sanitaria a garantire la centralità dei diritti umani e delle norme internazionali. A tal proposito è intervenuto anche il Presidente del Comitato dei Parlamentari ASEAN per i diritti umani che ha voluto ricordare ai governi dell’area che le restrizioni per motivi di salute pubblica devono essere strettamente necessarie, di durata limitata, basate su prove scientifiche e non discriminatorie.

Tuttavia, l’approccio di alcuni governi dei Paesi ASEAN rischia di deludere tali auspici. L’Asian Forum for Human Rights and Development denuncia che Filippine, Thailandia, Cambogia e Myanmar stanno attuando politiche che rischiano di violare le norme internazionali. In Thailandia e Myanmar preoccupa la situazione relativa alla libertà di espressione, soprattutto online. Nelle Filippine sono stati conferiti ampi poteri alle forze dell’ordine, la cui azione è spesso lasciata alla discrezionalità degli agenti.

Ma a destare particolare attenzione è la situazione in Cambogia. Il 31 marzo il governo cambogiano ha approvato una legge che conferisce pieni poteri all’esecutivo per la gestione dell’emergenza, tra cui il potere di sorveglianza illimitata delle telecomunicazioni, il controllo dei media e dei social network, e la possibilità di proibire o limitare la diffusione di informazioni diverse da quelle di fonte governativa. Un giornalista è già stato arrestato per aver citato sul giornale un discorso del Primo Ministro Hun Sen e decine di persone sono state accusate ed arrestate per aver diffuso “fake news” online. Diversi gruppi di attivisti e istituzioni della comunità internazionale hanno fortemente condannato le misure imposte dal Primo Ministro Hun Sen, ritenendole eccessive e preoccupanti. Si teme infatti che le disposizioni d’emergenza attuate dalle autorità cambogiane possano restare in vigore ed essere applicate anche dopo la fine dell’emergenza.

La situazione in Cambogia, ed altri Paesi del Sud-Est asiatico come Filippine, Thailandia e Myanmar, sono ora sotto osservazione da parte degli organismi internazionali. Sarà importante capire come si comporteranno i governi con la graduale ripresa dalla crisi sanitaria ed economica, nel momento in cui verrà meno lo stato d’emergenza. La speranza della comunità internazionale, rappresentata in questo caso dalle parole dell’Alta Commissaria dell’ONU per i diritti umani e dal Presidente del Comitato dei Parlamentari ASEAN per i diritti umani, è che la fase di ripresa coincida con il ripristino della normalità, nel rispetto dei diritti e le libertà di tutti i cittadini.

 

Articolo a cura di Gabriel Zurlo Sconosciuto.

La Malesia durante l’emergenza Covid-19

La crisi ha colpito il Paese soprattutto sul piano economico, ma le opportunità non mancano

Con l’obiettivo di meglio comprendere come la Malesia abbia affrontato l’emergenza sanitaria del Covid-19 e il suo impatto economico e sociale, il 19 maggio l’Associazione Italia-ASEAN ha organizzato un webinar sulla Malesia con la Ministra malese per l’Housing e il Local Government, Zuraida Kamaruddin e il Presidente e Amministratore Delegato di PwC Italia, Giovanni Andrea Toselli.

Oggi infatti, come la maggior parte dei Paesi, la Malesia è duramente colpita dalla pandemia di Covid-19 e dalle sue conseguenze. Tuttavia, il governo malese ha messo in campo una risposta importante sia sul piano sanitario, che su quello economico e sociale, che dovrebbe mettere il Paese nelle condizioni migliori per reagire alla crisi.

Sul versante del contenimento sanitario, non appena i numeri hanno iniziato a crescere a metà marzo, il governo ha immediatamente disposto il lockdown per i cittadini, lasciando aperti e attivi solamente i servizi essenziali in ambito medico e alimentare. Persino per celebrare l’importante festa religiosa del Ramadan non sono state consentite grandi adunate o visite presso amici e parenti. Per isolare il Paese da flussi esterni, il governo ha poi deciso che tutte le persone che arrivano dall’estero dovranno obbligatoriamente essere sottoposte a due settimane di quarantena in apposite strutture e, soltanto quando risulteranno negative ai tamponi, potranno rientrare nelle proprie abitazioni. Per meglio gestire la situazione dei tanti lavoratori malesi che operano a Singapore invece, sono stati firmati accordi tra i due Paesi con un protocollo comune a tutela della sicurezza di tutti i cittadini. Infine, la Malesia è impegnata con i partner dell’ASEAN a sviluppare un protocollo unico di coordinamento per gestire efficacemente l’emergenza sanitaria in tutta la regione. Ad oggi l’intento delle autorità malesi è quello di revocare le misure di contenimento gradualmente fino al 9 giugno, nella speranza che i contagi non aumentino in maniera significativa.

Per quanto riguarda invece la situazione economica, il governo è subito intervenuto con forti misure di stimolo all’economia e di sostegno alle imprese, ai lavoratori e alle fasce sociali più deboli. Tra gli interventi principali varati dal governo malese, sono da evidenziare la sospensione degli affitti, il prolungamento delle scadenze fiscali per le PMI, le misure di sostegno ai disoccupati e gli investimenti infrastrutturali. I pacchetti di stimolo all’economia sono stati tra i più sostanziosi nell’area dell’Asia-Pacifico e per il momento la Malesia guida la classifica dei Paesi ASEAN, con un intervento da circa 65 miliardi di dollari. Nonostante lo sforzo tuttavia, la Banca Centrale malese stima per il Paese una crescita del PIL tra -2% e 0.5% nel 2020. A soffrire maggiormente per il momento è il settore turistico, asset fondamentale dell’economia malese. Il governo ha quindi in programma grandi piani di sostegno, con l’obiettivo di sostenere il turismo locale e rilanciare quello internazionale, quando le condizioni lo consentiranno.

È interessante notare che durante l’emergenza, alcuni settori hanno avuto l’occasione di espandersi e svilupparsi. Le piattaforme di e-commerce sono aumentate nel Paese, e sta aumentando esponenzialmente anche la domanda di servizi digitali. La pratica dello smart-working sta poi aprendo nuovi scenari nel mondo del lavoro, creando interessanti opportunità. Sembra anche che dopo questa crisi i cittadini malesi abbiano sviluppato una maggiore sensibilità ai temi della sanità e dell’ambiente, temi importanti per costruire una società migliore dopo l’emergenza.

È utile sottolineare dunque che malgrado le difficoltà economiche e sociali che questa crisi sta causando in Malesia, la pronta risposta del governo e il dinamismo dell’economia malese permettono ancora al Paese di attirare attenzione e presentare interessanti opportunità, soprattutto per quanto riguarda la tecnologia e il settore digitale.

 

Articolo a cura di Tullio Ambrosone.

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