Un’economia aperta: l’ultimo obiettivo dell’Indonesia

Dopo aver conquistato con successo l’unità nazionale e la democrazia, ora il Paese sta spingendo per una maggiore apertura economica 

L’Indonesia è un insieme di circa 14.000 isole, 700 lingue e 1.300 gruppi etnici. Eppure, nonostante le dimensioni e l’eterogeneità, l’Indonesia è riuscita a trovare nel suo motto nazionale “Bhineka Tunggal Ika“, ovvero “Unità nella diversità”, la chiave per rafforzare la coesione sociale e potenziare lo sviluppo economico. Oggi, il Paese è la sedicesima economia del mondo e secondo un report di McKinsey, si prevede che conquisterà il settimo posto entro il 2030. Tuttavia, questo successo non è arrivato dalla sera alla mattina. 

Secondo Kishore Mahbubani, un illustre membro dell’Asia Research Institute ed ex diplomatico di Singapore, una delle ragioni del successo dell’Indonesia è che il Paese ha avuto il giusto leader in ogni momento chiave della sua storia nazionale. Sukarno, il primo Presidente dell’Indonesia, ha contribuito a creare l’unità del popolo indonesiano attraverso la politica della Pancasila – la filosofia dello Stato unitario indonesiano – e la scelta di stabilire un’unica lingua nazionale per il Paese, bahasa Indonesia. Successivamente, nonostante l’approccio autoritario, il Presidente Suharto ha gettato le fondamenta per l’importante crescita economica che ha caratterizzato l’Indonesia nell’ultimo trentennio del novecento (6,6% di crescita media durante il suo regime). Infine, dal 2014, l’amministrazione del Presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha registrato notevoli progressi in tema di democrazia e cooperazione internazionale. Anche grazie alla leadership dell’Indonesia nell’ASEAN, il Paese è stato ammesso al G20, ottenendo un ruolo permanente e visibile nello scenario geopolitico globale. 

Oggi l’attuale amministrazione, guidata dal Presidente Jokowi, si trova ad affrontare una grande sfida: l’apertura economica del Paese. L’Indonesia risulta infatti ancora restia ad aprire il mercato alla concorrenza, e la ragione di questa posizione è radicata nella storia stessa del Paese. L’Indonesia ha una tradizione di nazionalismo economico che ha avuto inizio all’epoca di Sukarno, quando la lotta per la libertà nazionale significava anche lotta per l’emancipazione economica. Venivano adottate infatti misure protezionistiche e politiche ostili nei confronti degli investitori stranieri, nel tentativo di rendere autosufficiente la nazione. Questo approccio iniziò a cambiare sotto la guida di Suharto, dal momento che vennero approvate diverse riforme orientate all’integrazione dell’Indonesia nel sistema economico globale. 

Attualmente l’obiettivo è quello di promuovere e rafforzare l’apertura economica dell’Indonesia. Il governo sta concentrando la sua attenzione sul completamento di vari accordi di libero scambio, tra i quali il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e l’Indonesia-EU Comprehensive Economic Partnership Agreement. Quest’ultimo in particolare, secondo il programma del prossimo trio di Presidenze del Consiglio dell’Unione Europea, sarà probabilmente concluso nel 2021. Quest’autunno, le due parti entreranno nel decimo round di negoziati e, considerando l’andamento dei precedenti, sono stati fatti considerevoli passi in avanti in diversi settori, tra cui la rimozione degli ostacoli tecnici al commercio, i sussidi e gli investimenti. D’altra parte, per trovare un accordo sul commercio di beni, sui diritti di proprietà intellettuale e sullo sviluppo sostenibile potrebbe essere necessario più tempo.  

I risultati positivi ottenuti dal governo negli ultimi anni si riflettono sul posizionamento dell’Indonesia nel Global Index of Economic Openness 2019 del Legatum Institute. In questo speciale indice che classifica i diversi Paesi in base alla loro apertura economica, l’Indonesia si è posizionata 68° su 157 Paesi, balzando sei posti in avanti nell’ultimo decennio. Nel complesso, l’Indonesia è riuscita concludere numerosi accordi commerciali, soprattutto con le controparti ASEAN e altri Paesi del continente asiatico. Tuttavia, permangono alcuni elementi di criticità. Le tariffe e le quote d’importazione sono applicate tuttora per proteggere il mercato interno. Inoltre, un rapporto della Banca Mondiale indica che gli investimenti esteri diretti in Indonesia sono meno della metà rispetto alla media globale – il 2% del suo PIL. Secondo gli esperti, questa carenza di investimenti potrebbe rallentare lo sviluppo in diversi settori, specialmente nelle infrastrutture.

Tuttavia, nonostante alcune limitazioni strutturali e la persistente questione del nazionalismo economico che potrebbero ostacolare lo sviluppo del Paese, l’Indonesia è sulla buona strada per diventare un attore importante nello scenario internazionale. Le azioni intraprese dal governo dimostrano che l’amministrazione del Presidente Jokowi sta dando priorità all’apertura del mercato indonesiano, per cogliere i benefici del commercio internazionale e del libero scambio. In questo momento, la vera sfida per l’Indonesia è quella di bilanciare i flussi di capitale nazionale con quelli esteri, così che il sistema economico possa effettivamente trarne giovamento. Una volta raggiunto il punto di equilibrio, senza dubbio l’Indonesia mostrerà tutto il suo vero potenziale. 

A cura di Rizka Diandra e Tullio Ambrosone 

Indonesia e Italia: un grande potenziale

L’esperienza della pandemia ha rafforzato il dialogo politico e commerciale tra Italia e Indonesia 

L’Associazione Italia-ASEAN ha organizzato un incontro sull’Indonesia e la sua risposta alla crisi causata dalla pandemia con l’Ambasciatore italiano in Indonesia, Benedetto Latteri, l’Ambasciatrice indonesiana in Italia, Esti Andayani, la Vicepresidente di Confindustria con delega all’internazionalizzazione, Barbara Beltrame, il Viceministro indonesiano per gli Affari Esteri con delega agli Affari europei e America, Ngurah Swajaya, e infine la Vicepresidente di KADIN, Shinta Kamdani.

L’esperienza della pandemia ha notevolmente colpito l’economia dell’Indonesia, indebolendo settori chiave come il commercio e il turismo. Ad oggi il virus si è diffuso in tutte le province del Paese e le aree più colpite sono quelle di Giacarta, Sumatra Settentrionale e Giava Orientale. Questo fenomeno ha generato una contrazione del PIL del 5.3% e una riduzione del valore degli scambi del 30% solo nel primo semestre del 2020. Tuttavia, questa esperienza ha evidenziato l’alto grado di resilienza dell’Indonesia nell’affrontare la crisi, ponendo le basi per un rinnovato spirito di cooperazione tra Indonesia e Italia.

L’Indonesia esporta una varietà di prodotti in Italia che vanno dalla frutta tropicale e gli oli vegetali ai prodotti di cosmetica, macchinari elettrici e componentistica. L’UE è infatti il terzo maggiore partner commerciale dell’Indonesia, con un valore totale degli scambi pari a 23,8 miliardi di euro nel 2019. I due Paesi sembrano avere esigenze complementari in termini di importazioni ed esportazioni e hanno intenzione di cogliere le opportunità del nuovo contesto internazionale per formulare strategie commerciali vincenti.

Per garantire un flusso di investimenti più intenso tra i due Paesi, anche l’UE si sta mostrando più flessibile nei confronti delle proprie aziende, sostenendole nella ripresa economica e rilanciando l’importanza del commercio estero e dell’internazionalizzazione. Le istituzioni europee riconoscono l’importanza strategica dell’ASEAN e stanno implementando negoziati internazionali per la realizzazione di una cooperazione più intensa che possa far fronte all’emergere di misure protezioniste da parte di altri partner. Il libero scambio è, infatti, la chiave per uscire dalla crisi e sarà lo strumento più efficace per promuovere la crescita economica dei due Paesi.

Due accordi internazionali in fase di negoziazione rappresentano un’opportunità interessante per Indonesia e UE: il Regional Comprehensive Economic Partnership, un accordo commerciale tra ben 15 Paesi asiatici, e l’Indonesia-EU Comprehensive Economic Partnership Agreement.  Quest’ultimo si concentra maggiormente sulle relazioni commerciali tra Indonesia e UE, e si pone l’obiettivo di garantire un rapporto più solido e produttivo tra l’Indonesia e i Paesi europei. I temi trattati spaziano dalla rimozione dei dazi alla promozione del flusso di investimenti, dalla protezione della proprietà intellettuale al rafforzamento della cooperazione internazionale. Con la conclusione di questi accordi, il valore degli scambi tra le due regioni aumenterebbe significativamente e garantirebbe vantaggi reciproci.

Si può concludere, dunque, che nonostante la pandemia abbia generato delle conseguenze notevoli per l’economia italiana e indonesiana, questa esperienza ha anche spalancato le porte a nuove opportunità di incontro tra i due Paesi. Essa ha, infatti, messo in risalto la volontà reciproca di esplorare i rispettivi mercati, adottando un rinnovato approccio che, riprendendo le parole dell’Ambasciatrice indonesiana in Italia Esti Andayani, miri a “trasformare il pessimismo in ottimismo”.

Articolo a cura di Hania Hashim 

Italia, Asia e la botanica: una lunga storia

Il 2020 celebra i 100 anni dalla morte di Odoardo Beccari, un botanico che ha contribuito enormemente alla conoscenza della biodiversità del Sud-Est asiatico 

Il 2020 segna due eventi importanti che collegano l’Italia ed il Sud-Est asiatico. Si celebrano i 500 anni della circumnavigazione del globo da parte del portoghese Ferdinando Magellano, con i rapporti del giovane italiano Antonio Pigafetta che descrissero agli europei le città, i popoli ed i costumi del Sud-Est asiatico. Quest’anno poi, si celebra anche il centenario dalla morte del botanico Odoardo Beccari. 

Anche se Odordo Beccari non è un nome famoso ai molti, i suoi lavori scientifici e le numerose piante descritte fanno di lui uno dei più importanti botanici tropicali a cavallo tra ottocento e novecento, sia in Italia che in Europa. I suoi scritti furono fonte di ispirazione per gli ambienti, i nomi e le avventure dei pirati di Sandokan di Emilio Salgari.

Toscano di nascita, con il Marchese Giacomo Doria, organizzarono il loro primo viaggio esplorativo nel Regno di Sarawak (Borneo) nel 1865. Il viaggio li portò nello Sri Lanka, quindi Singapore fino ad arrivare a Kuching, capitale del Sarawak. Dopo una prima permaneza, come ospiti del Rajah James Brooke, i due si spostarono sul monte Battang a circa 300 metri di altezza, cominciando da qui le loro collezioni. A questa prima spedizione ne seguirono altre, nel Sud-Est asiatico e in Africa, con altri importanti scienziati italiani. Le collezioni di Beccari si trovano oggi presso l’erbazio nazionale di Firenze, mentre le collezioni zoologiche ed antropologiche presso il Museo di Storia Naturale di Genova.

Con il centenario della morte sono state organizzate diverse iniziative in suo onore sia in Italia che nel Sud-Est asiatico. L’erbario di Firenze è prossimo ad inaugurare una mostra sulla vita e l’opera di Beccari (25 ottobre 2020 – 28 febbraio 2021). Per l’occasione verrà presentata la ristampa anastatica del libro Nelle foreste di Borneo

La città di Kuching (Sarawak) che vide il giovane ventenne affrontare le foreste tropicali, organizza ben quattro eventi di commemorazione. Il 25 luglio è stato inaugurato il ‘Beccari Discovery trail’ un percorso di 3.2 km sul monte Batang, lo stesso monte dove Beccari costruì il suo campo base (Villa Vallombrosa). A settembre verrà inaugurata la ‘Hidden Valley of the Rattans’ presso il Kubah National Park in collaborazione con il Corpo Forestale del Sarawak. Per il 2021 (eventi posticipati a causa del Covid), sono in programma una conferenza in onore di Beccari dal titolo ‘Wanderings in the Forests of Borneo’ in collaborazione con il Sarawak Biodiversity Centre ed una mostra a lui dedicata. 

Beccari scrisse i suoi racconti di viaggio nel libro: Nelle foreste di Borneo, l’opera tradotta in inglese: Wanderings in the Great Forests of Borneo, divenne l’unico best-seller scientifico italiano conosciuto all’estero. In quel libro egli scrisse che con il futuro sviluppo della Malesia, quelle foreste sarebbero state studiate da botanici locali. Oggi quegli stessi botanici lo celebrano per il suo grande contributo alla conoscenza della biodiversità. 

A cura di Daniele Cicuzza 

Crescono i rapporti tra Italia e ASEAN

Dopo la Germania, anche l’Italia (e la Francia) diventa Partner di Sviluppo dell’ASEAN, evidenziando l’intenzione del nostro sistema Paese di puntare sul Sud-Est asiatico

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, insieme alle severe conseguenze della pandemia, stanno contribuendo a ridisegnare il panorama commerciale e geopolitico globale. In Europa così come in Asia, le élite politiche sono alla ricerca di nuove partnership commerciali con l’obiettivo di far fronte agli sconvolgimenti degli equilibri economici degli ultimi anni. A tale proposito, L’Italia e l’Europa guardano con sempre maggiore interesse alla regione dell’Indo-Pacifico, considerata un’area giovane, dinamica e ricca di opportunità. 

Sin dalla prima visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Segretariato dell’ASEAN nel 2015, l’Italia si è impegnata a fortificare le relazioni con la regione. Attraverso l’organizzazione di incontri ed eventi, rappresentati delle istituzioni italiane ed ASEAN hanno lavorato per favorire il dialogo e gli scambi commerciali tra le due parti. Il 9 settembre di quest’anno poi, l’Italia è ufficialmente diventata Partner di Sviluppo dell’ASEAN, coronando un processo di avvicinamento portato avanti con successo negli ultimi anni. Inoltre, la recente entrata in vigore dell’accordo di libero scambio tra UE e Vietnam (dopo l’accordo con Singapore del 2019) rappresenta un ulteriore fattore positivo che segnala il processo di avvicinamento in corso tra Italia, Europa e Sud-Est asiatico. 

Anche dal punto di vista commerciale le relazioni tra Italia e ASEAN sono cresciute negli ultimi anni. Secondo i dati del Segretariato generale dell’ASEAN, dal 2009 al 2019 le esportazioni italiane verso i Paesi ASEAN sono passate da 7,14 a 13,29 miliardi di dollari, mentre le importazioni sono passate da 5,27 a 9,65 miliardi di dollari. Tra le principali merci italiane esportate, i macchinari, le attrezzature e i prodotti chimici, mentre i Paesi ASEAN hanno esportato in Italia soprattutto computer, prodotti elettronici e alimentari. Tuttavia, vale la pena sottolineare che il volume degli scambi tra Italia e ASEAN resta ancora piuttosto basso, soprattutto in relazione ad altri Paesi europei. Il blocco ASEAN è il 14° partner commerciale dell’Italia in termini di export, import e investimenti diretti esteri, mentre l’Italia è oltre il 20° posto tra i partner dell’ASEAN, molto dopo Germania, Francia, Regno Unito e persino Paesi Bassi e Svizzera. 

Alla luce di questi dati, risulta evidente come la notizia della partnership tra Italia e ASEAN segnali l’intenzione dell’establishment politico italiano di voler recuperare il ritardo accumulato rispetto ai partner europei e ai competitor a livello globale. Del resto, l’ASEAN è una delle regioni più dinamiche al mondo, con una popolazione di oltre 600 milioni di abitanti, la quinta economia a livello globale e un crescita media negli ultimi 10 anni attestata attorno al 5% del PIL complessivo. 

La partnership appena avviata risulta dunque non un punto d’arrivo, ma un punto di partenza per migliorare e approfondire le relazioni politiche, economiche e culturali tra l’Italia e i Paesi del Sud-Est asiatico. Nei prossimi mesi, sarà necessario monitorare e valutare i progressi fatti per capire la portata di questo processo e per cogliere le innumerevoli opportunità che ne emergeranno. 

L’Italia diventa Partner di Sviluppo dell’ASEAN

Dopo la Germania, anche Italia (e Francia) puntano sul Sud-Est asiatico guardando alle innumerevoli opportunità che la regione offre

L’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, ASEAN, ha concesso, il 9 settembre, all’Italia lo status di Development Partner dell’organizzazione. 

Con una lettera inviata al Ministro degli Esteri Luigi di Maio, il Segretario Generale dell’ASEAN Dato Lim Jock Hoi ha comunicato che, a margine del 53esimo ASEAN Foreign Ministers’ Meeting, è stato riconosciuto all’Italia lo status di Partner di Sviluppo. Durante lo stesso meeting anche la Francia ha ricevuto il riconoscimento di Development Partner. Roma e Parigi raggiungono Berlino nel livello di dialogo con l’organizzazione con sede a Jakarta.

Enrico Letta, Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, commenta così questo importante traguardo: “E’ un momento cruciale per le relazioni tra l’ASEAN e il nostro Paese. La notizia evidenzia il grande lavoro fatto negli ultimi anni da tutto il Sistema Paese per approfondire il legame tra due aree distanti a livello geografico e culturale, ma che condividono valori fondamentali come il libero scambio e il multilateralismo. Complimenti alla Farnesina, al Ministro degli Esteri e al Presidente Mattarella, primo capo di stato del G7 ad andare in visita presso il Segretariato Generale dell’ASEAN nel 2015. L’ASEAN è infatti già oggi la quinta potenza economica globale e le proiezioni indicano chiaramente che entro il 2050 raggiungerà il quarto posto, dietro solamente a Cina, India e Stati Uniti.”

La Development Partnership è una forma di partenariato che prevede il rafforzamento della cooperazione tra Italia e ASEAN, e il coordinamento di progetti comuni volti a valorizzare le potenzialità delle due regioni. In qualità di Partner di Sviluppo, il Segretariato dell’ASEAN e la Farnesina lavoreranno insieme in settori quali connettività, lotta al cambiamento climatico e sviluppo sostenibile, gestione dei disastri naturali, tutela del patrimonio culturale, potenziamento del ruolo delle donne, peacekeeping e contrasto alla diffusione del Covid-19. 

Alessia Mosca, Segretario Generale dell’Associazione Italia-ASEAN, sottolinea l’importanza di creare nuove alleanze per l’Italia e il sistema Europa: “La nuova situazione globale da ancora più valore al rapporto tra Italia e ASEAN che in questi ultimi anni si è molto rafforzato. Grazie a questo riconoscimento e grazie ai risultati conseguiti dai negoziati della politica commerciale europea, le aziende Italiane possono adesso competere meglio in una delle aree più dinamiche del pianeta.”

Nei prossimi mesi l’Ambasciata d’Italia a Jakarta avrà il compito di coordinarsi con il Segretariato dell’ASEAN per dare seguito agli sforzi fatti sinora e sviluppare la partnership appena annunciata.

A cura della Redazione

La Germania spinge l’UE verso il Sud-Est asiatico

Con un nuovo documento ufficiale, la Germania presenta la sua strategia per l’Asia: meno dipendenza dalla Cina e focus sui Paesi della regione indo-pacifica

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha le idee chiare: l’Europa deve ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi e rafforzare i legami con i Paesi dell’Indo-Pacifico per rilanciare il libero scambio e il multilateralismo a livello globale. Sulla scia della Francia, il governo tedesco ha adottato una serie di linee guida per la politica estera che mettono in primo piano le relazioni con i Paesi della regione indo-pacifica. 

Non è una novità. Anche l’amministrazione di Donald Trump negli Stati Uniti sta portando avanti simili manovre di politica estera per fronteggiare le ambizioni cinesi nello scontro politico ed economico in corso. Tuttavia, se il focus dell’America di Trump è su sicurezza e unilateralismo con un approccio economico quasi mercantilista, la Germania della Merkel punta invece a rilanciare il multilateralismo e il libero scambio, invocando un dialogo europeo con l’ASEAN o Paesi come Giappone, Corea del Sud e Australia.

E’ importante sottolineare infatti che la Germania punta a trasmettere questa visione a livello europeo. Nel programma del trio di Presidenze del Consiglio dell’Unione Europea composto da Germania, Portogallo e Slovenia, che guiderà l’UE fino alla fine del 2021, emerge in maniera evidente la volontà di orientare la politica estera dell’Unione verso il continente asiatico, con particolare riguardo per la regione ASEAN. Il nuovo approccio avrebbe quindi il duplice obiettivo di ridurre la dipendenza del mercato europeo dalla Cina e rilanciare il commercio internazionale multilaterale, pilastro dell’Unione Europea. Alla luce dello scontro tra Washington e Pechino e dell’evolversi del nuovo contesto globale caratterizzato dalla pandemia, i leader europei sono sempre più convinti della necessità di diversificare le proprie partnership e approfondire i rapporti con i Paesi dell’Indo-Pacifico. La regione ospita infatti più della metà della popolazione globale e contribuisce a circa il 40% dell’economia globale, rappresentando un polo di attrazione giovane e dinamico per gli investitori di tutto il mondo. Usando le parole della cancelliera stessa, riferite all’Europa: “La nostra prosperità e la nostra influenza geopolitica degli anni a venire dipenderanno da come collaboreremo con l’Indo-Pacifico”.  

L’idea del governo tedesco, sempre più popolare tra i governi e le istituzioni europee, è che risulterà fondamentale disegnare una politica estera comune e coerente, focalizzata sulla centralità del multilateralismo e del libero scambio, in contrapposizione all’unilateralismo degli Stati Uniti di Trump o alle ambizioni egemoniche della Cina. E per fare ciò sarà necessario investire nei rapporti con organizzazioni internazionali come l’ASEAN o con Paesi asiatici orientati al libero scambio come Giappone, Corea del Sud o Indonesia.

Una maggiore apertura alla regione dell’Indo-Pacifico potrebbe quindi contribuire a rilanciare le potenzialità dell’Unione Europea. Il governo tedesco proverà a stimolare i partner europei a porre maggiore enfasi sulla dimensione geopolitica dell’Unione, conferendo un ruolo di prim’ordine alla regione dell’Indo-Pacifico e all’ASEAN in particolare. Nel nuovo e complesso scenario internazionale sembra dunque che i Paesi dell’Asia orientale assumeranno un peso sempre maggiore. 

A cura di Tullio Ambrosone e Hania Hashim

Le potenzialità della digital economy nel Sud-Est asiatico: i casi Grab e GoJek

Partite dal ride-hailing, le due società puntano ora a monopolizzare il mercato digitale ampliando l’offerta di servizi

Le misure restrittive imposte per contrastare l’avanzare della pandemia di Covid-19 stanno facendo emergere le potenzialità dell’economia digitale a livello globale in tutti i settori dei consumi. Nel Sud-Est asiatico, questa dinamica è ulteriormente rafforzata dal notevole aumento dei consumatori digitali degli ultimi anni, raggiunto grazie a una più capillare diffusione della connessione internet nei diversi Paesi della regione. Le grandi aziende locali sono ormai pienamente consapevoli di questa evoluzione e stanno puntando con decisione sul mercato digitale, che si stima crescerà fino a circa 200 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. 

Interessanti sono i casi di Grab e Gojek, tech start-up leader nel settore del ride-hailing. Nata nel 2010 a Giacarta offrendo servizi di telefonia per motociclisti, Gojek ha poi ampliato la sua gamma di servizi raggiungendo ad oggi un valore di 12,5 miliardi di dollari. Grab invece, fondata in Malesia nel giugno 2012, è rapidamente cresciuta in tutto il Sud-Est asiatico, con una valutazione corrente di quasi 14 miliardi di dollari. Partite entrambi dal settore della mobility, le due aziende hanno progressivamente ampliato la rete di servizi offerti, dal car-sharing e la consenga di cibo a domicilio fino a servizi finanziari e assicurativi. L’obiettivo di entrambe le giovani aziende è quello di diventare la prima everyday super app, sviluppando un ecosistema di imprenditori, driver e clienti collegati attraverso l’app per soddisfare tutte le necessità della vita quotidiana. 

In particolare, Grab sta sviluppando strumenti di pagamento digitale senza l’uso del contante come GrabPay, che permette di effettuare pagamenti utilizzando crediti interni all’app. Oltre a servizi finanziari e assicurativi, l’azienda offre anche servizi come GrabFood e GrabFresh per ordinare generi alimentari a domicilio. Grab ha anche iniziato a collaborare con i governi e i piccoli produttori e commercianti dell’area per digitalizzare segmenti tradizionalmente offline dell’ecosistema agroalimentare, portandoli sulla sua piattaforma. L’azienda ha  recentemente lanciato GrabMart, GrabFood, GrabExpress e GrabAssistant, stringendo a marzo e aprile 2020 rapporti con oltre 78mila commercianti e 115mila fra autisti e rider. Negli ultimi dodici mesi, Grab ha ottenuto un aumento del 21% delle entrate online arrivando a contribuire all’economia ASEAN per circa 8,5 miliardi di dollari. 

Anche GoJek sta espandendo il proprio business in diversi settori di consumo, sfruttando la crescita esponenziale del settore digitale. GoFood, GoClean, GoAuto, GoLaudry e GoGlam sono solo alcuni dei servizi lanciati negli ultimi anni, dal settore alimentare ai servizi di lavanderia. Inoltre, l’azienda sta investendo massicciamente per offrire corsi di formazione di gestione aziendale, finanza e informatica a oltre 35mila imprenditori con l’obiettivo di accompagnare la trasformazione digitale anche nella società civile. 

Entrambe le aziende rappresentano dunque esempi concreti di uno dei trend più significativi che sta caratterizzando il mercato del Sud-Est asiatico. Con una popolazione giovane e dinamica, la regione si appresta a osservare un incremento considerevole della domanda di servizi digitali, lasciando ampio spazio alla proattività di aziende tecnologiche e  innovative, in grado di cavalcare l’onda della digitalizzazione. 

Articolo a cura di Tullio Ambrosone e Gabriel Zurlo Sconosciuto

India e ASEAN, un immenso potenziale

Nonostante un avvio relativamente tardivo, i rapporti India-ASEAN sono sempre più floridi e godono di un potenziale di crescita senza eguali.

I rapporti tra l’India e l’ASEAN sono relativamente recenti, specialmente se paragonati alle relazioni ben più longeve che i Paesi del Sud-Est asiatico hanno stabilito già a partire dagli anni ’70 con i grandi player regionali e globali, dagli Stati Uniti al Giappone passando per l’Unione Europea. La decisione da parte dell’ASEAN di ammettere l’India come proprio interlocutore a pieno titolo è avvenuta soltanto nel 1995, dopo lunghi ritardi e aspre discussioni tra i Paesi ASEAN. Gli Stati membri di cultura islamica, in particolare la Malesia e l’Indonesia, chiedevano, infatti, che qualora fosse stata ammessa l’India, anche il Pakistan avrebbe dovuto entrare a far parte del ristretto circolo dei Paesi partner dell’Associazione. Gli altri Paesi ASEAN, invece, mostravano preoccupazione circa l’eventualità che una partecipazione congiunta dell’India e del Pakistan alle riunioni dell’ASEAN avrebbe trascinato le tensioni tra i due Paesi in seno all’Associazione. Alla fine, grazie alla raffinata mediazione politica di Singapore, fu concesso soltanto all’India di entrare. Tuttavia, da allora, tutti gli Stati membri dell’ASEAN, anche i più reticenti, hanno cominciato a rivalutare l’importanza sia economica che geopolitica dell’India per l’interesse strategico del Sud-Est asiatico. 

Ad oggi, l’India rappresenta il sesto maggior partner economico-commerciale dell’ASEAN e, a sua volta, l’ASEAN costituisce il terzo principale partner commerciale dell’India, subito dopo l’UE e gli USA ma prima della Cina, con uno scambio totale di beni di oltre 96 miliardi di dollari nel solo 2019. Dopo la firma dell’accordo di libero scambio India-ASEAN nel 2009, infatti, l’interscambio commerciale tra i due blocchi è cresciuto costantemente anno dopo anno e l’obiettivo, piuttosto ambizioso, è quello di raggiungere un volume di scambi bilaterali dal valore di oltre 200 miliardi di dollari entro il 2022. L’enorme bacino collettivo di circa 1,8 miliardi di potenziali consumatori che abitano le due regioni, molti dei quali fanno parte di una classe media in rapidissima crescita, offre un immenso, quasi impareggiabile, potenziale di sviluppo economico-commerciale non solo in Asia, ma anche a livello mondiale. Le opportunità di crescita tra l’India e l’ASEAN, tuttavia, non sono solo commerciali. La cultura indiana ha avuto e continua ad avere un incredibile ascendente sugli abitanti dei Paesi del Sud-Est asiatico. In passato, infatti, la civiltà indiana ha gettato le basi culturali nella stragrande maggioranza dei Paesi ASEAN, in maniera non dissimile al contributo che la civiltà greco-romana ha dato alla cultura occidentale odierna e, ancora oggi, il soft power indiano, con l’industria cinematografica di Bollywood in testa, esercita un ruolo cruciale nel Sud-Est asiatico. L’attuale Primo Ministro dell’India, Narendra Modi, ha espresso l’intenzione di usare questo profondo legame culturale che unisce l’India e i Paesi ASEAN per forgiare un’alleanza che vada ben oltre i meri interessi economico-commerciali. Per usare le parole dello stesso Modi, “la partnership India-ASEAN avrà anche solo 25 anni, ma i legami dell’India con il Sud-Est asiatico risalgono a più di due millenni fa.” Ed è proprio in virtù di questo rapporto privilegiato, che affonda le radici in oltre duemila anni di storia, che “l’ASEAN è al centro della politica indiana nell’Asia-Pacifico e lo sarà sempre. Un’ASEAN integrata, coesa e sviluppata economicamente serve gli interessi fondamentali dell’India.” I leader dei Paesi del Sud-Est asiatico hanno risposto con grande entusiasmo alla proposta di Modi di lavorare ad una sempre crescente cooperazione tra l’India e l’ASEAN e hanno anch’essi espresso il desiderio di approfondire i legami strategici con il gigante indiano. Prova ne sia la 20esima riunione dell’ASEAN-India Joint Cooperation Committee, tenutasi online il 12 giugno scorso, durante la quale i rappresentati dell’India e dell’ASEAN hanno concordato il finanziamento di numerosi progetti in comune, tra cui anche una linea di credito del governo indiano da oltre un miliardo di dollari per sostenere progetti infrastrutturali e di connettività digitale tra i Paesi del Sud-Est asiatico e l’India. 

Malgrado un avvio relativamente lento, le relazioni tra l’India e l’ASEAN godono oggi di ottima salute e sono in costante miglioramento. Le opportunità di crescita, sia sul versante economico-commerciale che su quello geopolitico, sono immense e un ulteriore approfondimento dei rapporti tra i Paesi del Sud-Est asiatico e l’India non potrà far altro che portare ad un maggiore equilibrio di potere nella regione Asia-Pacifico.

A cura di Andrea Dugo 

L’ASEAN del futuro

Intraprendenti e dinamiche, le nuove generazioni nel Sud-Est asiatico sono pronte a diventare protagoniste

Dai dati relativi al 2018 risulta che circa il 60% della popolazione dei Paesi ASEAN ha meno di 35 anni. Una percentuale destinata a crescere e che segnala quanto i giovani del Sud-Est asiatico occupino un ruolo considerevole non solo nello spazio politico e sociale, ma anche in quello economico, costituendo, infatti, buona parte dei lavoratori e dei consumatori della regione. Ma quali sono gli orizzonti e le opportunità che l’ASEAN offre loro? Come possono i giovani trasformare l’ASEAN del futuro?

Il Youth Development Index (YDI) delle Nazioni Unite​ considera diversi indicatori che misurano lo sviluppo economico, sociale e culturale dei giovani tra i 15 e i 29 anni, in una scala da 0 (nessuno sviluppo per i giovani) a 1 (grandi opportunità per i giovani). Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2015 l’indice complessivo dei Paesi ASEAN era 0.6, un dato promettente e indicativo delle buone condizioni di crescita dei giovani nella regione. Nel periodo compreso tra il 2011 e il 2015, il Paese con l’indice di sviluppo più alto è risultato Singapore, seguito in ordine da Brunei, Malesia, Vietnam, Myanmar, Filippine, Indonesia, Thailandia, Cambogia e Laos. Per quanto, dunque, i giovani stiano assumendo un ruolo sempre più rilevante nelle società del Sud-Est asiatico, le prospettive e le risorse a cui possono accedere differiscono tra i vari Paesi. 

Da un punto di vista economico, nonostante le differenze nei livelli di istruzione, le tendenze comportamentali e di consumo dei giovani in ASEAN presentano caratteristiche similari. Le nuove generazioni mostrano un forte interesse per l’innovazione, l’imprenditorialità e la tecnologia. Sta crescendo enormemente il mercato digitale, che dovrebbe raggiungere i 150 miliardi di dollari di valore entro il 2025, dai 44 miliardi del 2019. I giovani consumano e socializzano sempre di più online, e molte aziende della regione, come i colossi Grab e Gojek, stanno intercettando le nuove modalità di consumo dei più giovani ottenendo grandi profitti. Per quanto concerne, invece, l’orientamento lavorativo​, gli under-35 in ASEAN mostrano una forte motivazione a sviluppare nuove competenze che li rendano pronti ad affrontare le sfide dell’innovazione e i cambiamenti tecnologici del futuro. Sono intraprendenti, dinamici, aperti a nuovi settori e a nuove possibilità lavorative, in particolare nell’ambito della tecnologia e dello sviluppo digitale. 

Sul piano del coinvolgimento nella vita politica della regione, passi in avanti significativi sono stati fatti attraverso l’organizzazione di incontri e summit locali e internazionali, come l’India-ASEAN Youth Dialogue 2020 o l’ASEAN Youth Interface with ASEAN Leaders, allestito a margine del 36esimo ASEAN Summit del 26 giugno. Questo genere di incontri ha infatti l’obiettivo di favorire l’inclusione dei più giovani nei processi decisionali, poiché è anche l’occasione per dare risalto alle prospettive delle nuove generazioni. In particolare, L’ASEAN Youth Interface with ASEAN Leaders 2020 ha offerto a venti giovani della regione la possibilità  di incontrare virtualmente i propri capi di Stato e di governo, gettando così le basi per una discussione aperta e duratura riguardo a temi chiave quali innovazione, imprenditorialità, industria 4.0 e ambiente. Questa e diverse altre iniziative dimostrano come l’ASEAN miri a incoraggiare il dialogo con i giovani e ad aumentare il loro coinvolgimento nei processi decisionali. 

Risulta quindi fondamentale per lo sviluppo e l’economia del Paesi ASEAN sfruttare le enormi potenzialità offerte dalle nuove generazioni, investendo in capitale umano e offrendo loro opportunità formative e lavorative. Con una popolazione così giovane e dinamica, il Sud-Est asiatico si candida a diventare uno dei protagonisti della fase di ripresa post-Covid-19. 

A cura della Redazione 

Eni conferma e incrementa il potenziale della scoperta a gas e condensati in Vietnam

Eni informa che il pozzo esplorativo Ken Bau- 2X, situato nel Blocco 114 nel bacino del Song Hong, nell’offshore del Vietnam, ha confermato il significativo accumulo di idrocarburi associato alla scoperta di Ken Bau, incrementandone il potenziale. 

Ken Bau 2X è stato perforato a 2km dal pozzo di scoperta, in 95m d’acqua raggiungendo una profondità di 3658m sotto il livello del mare. Il pozzo ha incontrato mineralizzazione a gas e condensati su uno spessore complessivo di oltre 110 m in svariati intervalli di arenarie di età Miocenica intercalate da argille. 

Il pozzo è stato oggetto di una intensa campagna di acquisizione dati comprendente campionamento dei fluidi nei vari livelli risultati mineralizzati. Il pozzo verrà adesso abbandonato minerariamente. 

Le stime preliminari dell’accumulo dopo i dati acquisiti su Ken Bau 2X indicano una scoperta compresa tra circa 200 e 250 miliardi di m3 di gas grezzo in posto con 400 – 500 milioni di barili di condensato associato. 

I risultati di Ken Bau 2X confermano l’importanza della scoperta effettuata nel 2019 e l’impegno di Eni Vietnam e del suo partner Essar E&P nel delinearne velocemente il potenziale, nonostante le operazioni siano state condotte in un periodo particolarmente sfidante a causa dell’epidemia COVID-19. 

Eni Vietnam è l’operatore del Blocco 114 con il 50% di interesse partecipativo; Essar E&P detiene il rimanente 50%. Sulla base di questi risultati Eni Vietnam con il suo partner stanno pianificando un ulteriore pozzo di delineazione sulla scoperta di Ken Bau e nel medesimo bacino di Song Hong, dove Eni opera con il 100% di interesse partecipativo il vicino Blocco 116, nuova attività di prospezione e perforazione. 

Il mercato del gas in Vietnam è in rapida crescita, in risposta al costante progresso del PIL nazionale ed al conseguente sviluppo di impianti a gas per la produzione di energia alimentati da risorse nazionali e, in futuro, da LNG di importazione. La scoperta di Ken Bau rappresenta l’opportunità per andare incontro rapidamente a questa domanda emergente. 

Eni è presente in Vietnam dal 2013 e opera 4 blocchi localizzati nei bacini sotto esplorati di Song Hong e Phu Khan, nell’offshore del Vietnam centrale. 

Comunicato Stampa Eni 

Giappone e ASEAN: ritorno alle origini?

Dopo decenni di allontanamento, il Giappone e l’ASEAN sembrano voler recuperare il rapporto perduto.

Iniziate già nel 1973 per mezzo di dialoghi informali, le relazioni tra l’ASEAN e il Paese nipponico sono tra le più longeve e durature che l’Associazione del Sud-Est asiatico abbia istituito con le grandi potenze mondiali. Fin da subito, i rapporti tra l’ASEAN e il Giappone sono apparsi molto promettenti. Già nel 1977, infatti, Takeo Fukuda, l’allora Primo ministro giapponese in visita ufficiale nel Sud-Est asiatico, presentò pubblicamente a Manila un ambizioso piano di politica estera volto ad intensificare la collaborazione con i Paesi ASEAN. Questo profondo riorientamento della strategia di politica estera giapponese verso il Sud-Est asiatico, conosciuto comunemente come dottrina Fukuda, si poneva precisamente l’obiettivo di valorizzare il ruolo dell’ASEAN, di trattarla come “un socio alla pari” e di costruirci un “sincero rapporto di fiducia reciproca” e di sempre maggiore collaborazione economica e politica. È proprio all’insegna di questo entusiasmo che gli anni ’80 si rivelarono un decennio di grande crescita per i rapporti tra il Giappone e l’ASEAN. 

Tuttavia, l’idillio tra il Giappone e l’ASEAN si ruppe con lo scoppio della crisi finanziaria asiatica del 1997-98. In ossequio a uno dei principi cardine della dottrina Fukuda, quello secondo cui il Giappone sarebbe stato al fianco dell’ASEAN “non soltanto nei momenti felici ma anche in quelli più bui”, i Paesi del Sud-Est asiatico, duramente colpiti dalla crisi, si aspettavano un sostegno economico dal gigante nipponico che, tuttavia, non si materializzò mai. L’incapacità del Giappone di far fede alle ambiziose promesse fatte da Fukuda vent’anni prima ha, da allora, incrinato i rapporti tra il Paese del Sol Levante e l’ASEAN e, benché cordiali, le relazioni tra i due blocchi sono ben lontane dai fasti di un tempo. 

Un versante sul quale i rapporti tra il Giappone e l’ASEAN hanno continuato a crescere però è certamente quello economico-commerciale. Con un interscambio di beni di oltre 231 miliardi di dollari nel solo 2018, il Giappone rappresenta il quarto partner commerciale dei Paesi ASEAN, mentre l’ASEAN costituisce il secondo partner commerciale del Giappone, immediatamente dopo la Cina. A differenza degli Stati Uniti o della Cina, che possiedono enormi mercati interni, il Giappone ha necessità di vendere massicciamente i propri prodotti al di fuori dei confini nazionali. Sotto questo profilo, l’ASEAN, con un bacino potenziale di oltre 650 milioni di consumatori, rappresenta una vera e propria miniera d’oro per l’export nipponico. I Paesi del Sud-Est asiatico sono ben consapevoli dell’immenso potenziale di mercato che costituiscono per il Giappone e per le sue aziende e hanno interesse a concretizzarlo per accrescere la loro attrattività economica. Dopo la firma del trattato di libero scambio Giappone-ASEAN nell’aprile 2008, le due potenze hanno cercato costantemente di intensificare la propria integrazione economico-commerciale, contribuendo a negoziare la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) che, quando sarà istituita, formerà la più grande area di libero scambio del pianeta, con la partecipazione di tutte le principali economie dell’Asia orientale, dai Paesi ASEAN, passando per la Cina, la Corea del Sud e il Giappone fino all’Australia e alla Nuova Zelanda. Inoltre, è notizia delle ultime settimane che il Giappone e i Paesi del Sud-Est asiatico hanno emendato l’accordo del 2008 per introdurre nuove disposizioni che favoriranno ulteriormente gli scambi in materia di servizi e gli investimenti, così come una più libera circolazione delle persone fisiche. 

Per suggellare la crescente cooperazione commerciale tra il Giappone e l’ASEAN, il Premier nipponico Shinzo Abe intende recuperare la speciale alleanza tra i due blocchi anche sul piano strategico. Il ritrovato interessamento di Tokyo per il Sud-Est asiatico sta diventando sempre di più una cifra caratteristica della politica estera di Abe nel Pacifico e numerosi episodi di strettissima attualità lo dimostrano. Ad esempio, per diversificare le proprio catene di produzione nell’eventualità di nuove crisi globali come quella di Covid-19, il Giappone ha deciso di stanziare oltre 2 miliardi di dollari per le imprese nipponiche che trasferiranno le proprie fabbriche dalla Cina al Giappone o al Sud-Est asiatico. Nella stessa ottica, la proposta di preparare un comune Piano di Azione Giappone-ASEAN per la Resilienza Economica post-coronavirus, unitamente alla pubblicazione dell’annuale white paper del governo nipponico sul commercio che identifica nell’ASEAN un partner strategico per una più stretta cooperazione in materia di economia digitale, sono manifestazioni plastiche del crescente riconoscimento da parte delle autorità giapponesi dell’importanza strategica dei Paesi del Sud-Est asiatico nella fase di ripresa, più in generale, nel contesto globale del 21esimo secolo. 

Il Giappone, sotto la premiership di Abe, sembra aver finalmente riscoperto l’importanza del Sud-Est asiatico come piattaforma economica e geopolitica nel Pacifico e i Paesi ASEAN si stanno dimostrando ben disponibili a tornare a coltivare un rapporto privilegiato con il gigante nipponico. Una crescente collaborazione, commerciale e politica allo stesso tempo, tra questi due attori internazionali non potrà che favorire il mantenimento di un equilibrio regionale nell’Asia-Pacifico.

Articolo a cura di Andrea Dugo.

La risposta della Thailandia alla crisi Covid-19

La Thailandia ha affrontato efficacemente le conseguenze sanitarie ed economiche della pandemia di coronavirus, distinguendosi come un modello da seguire per i Paesi vicini e non solo.

Il 9 luglio, l’Associazione Italia-ASEAN ha organizzato un incontro sulla Thailandia e sulla sua risposta alla crisi causata dal Covid-19 con il Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, Enrico Letta, l’Ambasciatore della Thailandia in Italia, Chirdchu Raktabutr, l’Ambasciatore d’Italia in Thailandia, Lorenzo Galanti, la Presidentessa della Commissione Affari Esteri del Senato thailandese, Pikulkaew Krairiksh, il Ministro thailandese per lo Sviluppo Sociale e la Sicurezza Umana, Chuti Krairiksh e l’Amministratore Delegato di Ducati, Claudio Domenicali. L’incontro è stato moderato dal Vicepresidente dell’Associazione Italia-ASEAN e già Ambasciatore d’Italia in Thailandia Michelangelo Pipan.

Nonostante la Thailandia sia stata il primo Paese al di fuori della Cina ad accertare un caso di Covid-19 sul proprio territorio all’inizio di gennaio, da allora la gestione thailandese della pandemia è emersa come una delle storie di maggior successo nel Sud-Est asiatico e non solo. Al momento, infatti, la Thailandia è soltanto il 99esimo Paese più colpito al mondo, con un numero totale di casi estremamente basso, circa 3200 unità a fronte di una popolazione di oltre 70 milioni di abitanti, e un’incidenza dei decessi in rapporto alla popolazione tra le più basse al mondo. Questi risultati invidiabili sul piano epidemiologico sono il frutto dell’efficace azione del governo, che ha imposto misure restrittive in maniera tempestiva, ma anche dell’incredibile disciplina sociale e del rigoroso rispetto delle regole da parte dei cittadini thailandesi.

Sul versante economico, la Thailandia ha risentito fortemente del crollo del commercio e del turismo a livello internazionale, entrambi settori chiave per l’economia del Regno. Le stime più recenti della Banca centrale thailandese e della Banca mondiale ipotizzano una contrazione del PIL per il 2020 compresa tra i 5 e gli 8 punti percentuali e una ripresa per il 2021 di un valore tra il 4% e il 5%. Il governo thailandese ha pertanto risposto alla grave crisi economica varando un pacchetto di stimolo all’economia reale da oltre 64 miliardi di dollari statunitensi, il 16% del PIL del Paese, pensato per sostenere le famiglie, le aziende e i progetti di sviluppo locale sul territorio. Malgrado l’inevitabile devastazione economica causata dalla pandemia di coronavirus, il governo thailandese, complice anche la solidità delle finanze del Regno, che vanta un rapporto debito pubblico-PIL di appena 44%, si è detto fiducioso di aver limitato i danni e di poter rimettere in piedi l’economia in un tempo relativamente breve. 

L’evoluzione della crisi Covid-19 in Thailandia ha dimostrato una certa resilienza del sistema Paese agli shock esterni. Sia sul fronte economico che su quello più strettamente sanitario, la Thailandia ha dato prova di grande resistenza e flessibilità nella risposta al fenomeno pandemico. Ora l’obiettivo del governo thailandese nel medio termine è, però, quello di operare una cauta riapertura al commercio e al turismo internazionali, cercando, allo stesso tempo, di ridurre la propria eccessiva dipendenza dai fattori esterni. Il governo della Thailandia ha, infatti, dichiarato di voler perseguire una strategia politica all’insegna della nozione di “immunità”, coniugando sicurezza sanitaria, resilienza economica e preparazione alle crisi esterne. Il governo thailandese intende pertanto accrescere la propria autosufficienza economica, di modo da limitare un’eccessiva esposizione agli sconvolgimenti sul piano internazionale, mantenendo comunque un elevato grado di apertura del mercato nazionale al commercio e al turismo esteri.

La Thailandia ha dato grande prova di sé nell’approccio alla pandemia di coronavirus, facendo il possibile per limitare le conseguenze sanitarie ed economiche della crisi Covid-19. La sfida per il Regno nei prossimi anni sarà quella di accrescere ulteriormente la propria resilienza agli shock esterni nell’eventualità di nuove crisi di entità analoga.  

Articolo a cura di Andrea Dugo

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