A bordo dell’ASEAN Express

Un viaggio alla scoperta delle perle del Sud-Est asiatico

Qualcuno potrebbe obiettare che parlare di viaggi oggi suoni quasi anacronistico. Tra frontiere bloccate e crisi sanitaria, sembrano lontani i tempi in cui si poteva acquistare un biglietto aereo online e ritrovarsi in pochi giorni dall’altra parte del pianeta. Eppure, invece di farsi prendere dalla nostalgia, è possibile approfittare di questo tempo passato a casa per posare gli occhi della mente su nuovi orizzonti a Sud-Est, scoprendo nuove mete per quando viaggiare sarà di nuovo possibile. 

L’amante della natura di certo non può farsi sfuggire le spiagge paradisiache e la natura incontaminata di Filippine e Indonesia. Circondate dall’Oceano Pacifico e composte da più di 7.000 isole, le Filippine si sono guadagnate numerosi appellativi legati al turismo, settore che nel 2019 ammontava per il 12,7% del PIL del Paese (dati del Philippine Statistics Authority): capitale del Pacifico occidentale, centro dell’Asia ispanica, Perla dei Mari Orientali, capitale del divertimento, e molti altri. Le Filippine sono la meta ideale per gli appassionati di scuba diving e snorkeling: in particolare, l’isola di Cebu è una meta prediletta sia per le sue barriere coralline, sia per le grotte marine che attraggono ogni anno migliaia di fotografi da tutto il mondo. I più avventurosi si addentrano fin nella regione tribale di Sagada, oppure esplorano i siti UNESCO come le Chocolate Hills o le terrazze di riso di Batad e Bangaan, per conoscere la storia e le tradizioni dei villaggi etnici che ancora vi si trovano. 

Quanto a spiagge bianchissime e atmosfere esotiche, l’Indonesia non è da meno. Bali, in particolare, è una meta sognata da più di sei milioni di visitatori l’anno, e compare in numerosi film di fama internazionale. Anche chi preferisce la quiete e i luoghi meno turistici può trovare il suo piccolo angolo di paradiso a Giava, Sumatra, o in una delle altre 17,505 isole del più grande Stato-arcipelago del mondo.

Per i viaggiatori più interessati alla cultura, Vietnam e Thailandia sono le mete che più hanno da offrire. Tuttavia, la più piccola Cambogia può fregiarsi di ospitare il più vasto sito archeologico dell’intero Sud-Est asiatico, nonché il più grande complesso religioso al mondo, Angkor Wat. Il suo nome, che in lingua khmer significa “città dei templi”, fa riferimento alla sua origine di capitale designata dell’impero: il sovrano Suryavarman II in persona la fondò per farne il centro politico e religioso della cultura khmer. Ben 1.626 km2 di templi mastodontici, divenuti un tutt’uno con la vegetazione dopo oltre 900 anni di convivenza, tanto che spesso non si riesce più a distinguere dove la roccia arenaria finisce e la radice di un albero secolare comincia. Originariamente dedicato al dio hindu Vishnu, col tempo il sito è stato convertito in un complesso buddhista, ed è oggi un simbolo così importante da essere persino rappresentato sulla bandiera della Cambogia. 

Per chi non può fare a meno dei parchi a tema e delle luci sfavillanti della metropoli, Malesia e Singapore sono la scelta giusta. Sono lontani i tempi in cui i mari dello Stretto ispiravano Salgari per i suoi personaggi: oggi Kuala Lumpur, la capitale malese, è una città in pieno boom economico trascinato soprattutto dall’export di prodotti high-tech. Dati dellaBanca Mondiale riportano per il 2015 un valore del comparto pari a 57 miliardi di dollari, secondo solo a Singapore nell’intera regione ASEAN. Iconiche le Petronas Towers, le torri gemelle più alte al mondo, e il Genting Highlands Resort, una città-resort con al suo interno hotel, centri commerciali, casinò e parchi a tema, posizionata sulla cima della montagna Ulu Kali a più di 1800 metri sul livello del mare. 

I più appassionati di architettura contemporanea possono prendere un treno o uno dei numerosi voli low cost e arrivare in poco tempo a Singapore. Nella città-stato potranno visitare i Gardens by the Bay, un parco artificiale di più di cento ettari parte del piano governativo di trasformare Singapore da “città giardino” a “città in un giardino”, oltre che l’Helix Bridge (un ponte a forma di molecola del DNA) e l’ Esplanade – Theatres on the Bay (il centro di arti performative). Si tratta in ciascun caso di progetti dove l’ingegno umano si fonde con la forza della natura.

La purezza di spiagge incontaminate, l’inebriante profumo dell’incenso nei templi, il caos della metropoli, e molto altro: il Sud-Est asiatico di certo sa come fare breccia nel cuore del viaggiatore più esigente.

A cura di Valentina Beomonte Zobel

37°ASEAN Summit: sfide e nuove opportunità

Dalla pandemia alla RCEP e il Mar Cinese Meridionale, i Paesi dell’ASEAN al centro della regione indopacifica 

Dal 12 al 15 Novembre si è svolto online il 37° ASEAN Summit, l’ultimo della presidenza vietnamita che dovrà lasciare ora il posto al Brunei. La cerimonia di apertura del vertice tra gli Stati membri dell’ASEAN è stata infatti aperta dai discorsi del Presidente del Vietnam, Nguyen Phu Trong, e del Primo Ministro, Nguyen Xuan Phuc, che hanno sottolineato la resilienza dell’ASEAN di fronte alle sfide senza precedenti imposte dalla pandemia. 

Innanzitutto, particolare attenzione è stata dedicata al delicato tema del Mar Cinese Meridionale. I diversi Paesi membri dell’ASEAN hanno riaffermato la loro determinazione a voler mantenere la pace e la stabilità nell’area attraverso lo sviluppo di un Codice di Condotta per il Mar Cinese Meridionale con Pechino. Le trattative stentano a decollare, ma secondo quanto dichiarato a margine del Summit, il documento dovrebbe essere pronto entro la fine del 2021. L’obiettivo è quello di garantire il libero flusso delle merci nel conteso specchio d’acqua, rispettando le norme e convenzioni internazionali in materia di diritto del mare. 

In seguito, i leader dell’ASEAN hanno discusso della risposta comune alla pandemia di Covid-19, presentando l’ASEAN Strategic Framework for Public Health Emergencies. Il documento, alla base di tutte le iniziative comuni riguardanti le emergenze sanitarie nella regione, avrà lo scopo di migliorare la preparazione e la risposta dell’ASEAN di fronte alle emergenze della sanità pubblica. Incluso in questo documento è quindi il Covid-19 Response Fund, concordato dai Paesi ASEAN ad aprile, che al momento ha un budget di 10 milioni di dollari, e che avrà la funzione di fornire assistenza alle nazioni più colpite dalla pandemia. Pur molto diverso dal Next Generation EU per natura e portata dell’intervento, questo fondo rappresenta un primo passo importante dei Paesi del Sud-Est asiatico verso la definizione di strumenti comuni per affrontare le crisi. 

Insieme all’emergenza sanitaria, la crisi pandemica ha avuto un impatto devastante anche sulla società e sull’economia della regione. La risposta sul piano epidemiologico deve quindi andare di pari passo con la strategia di ripresa socio-economica nella regione del Sud-Est asiatico. A tal proposito, i rappresentanti dei Paesi ASEAN hanno istituito l’ASEAN Comprehensive Recovery Framework per pianificare la fase di ripresa dalla crisi. Tra le misure principali incluse nel Recovery Framework vi sono: il rafforzamento dei sistemi sanitari regionali, una maggiore cooperazione economica all’interno dell’ASEAN, la promozione della trasformazione digitale, e l’attenzione ai temi sostenibilità e ambiente. L’obiettivo di questa iniziativa è quello di gestire con un approccio cooperativo la delicata fase di ripresa dall’emergenza sanitaria, con un focus sulla dimensione regionale della crisi. 

Inoltre, questa edizione del Summit ha visto svolgersi il 1° ASEAN Women Leaders’ Summit. Per la prima volta le rappresentanti delle donne leader dell’ASEAN hanno fatto sentire la propria voce nel vertice intitolato “Women’s Role In Building a Cohesive, Dynamic, Sustainable And Inclusive ASEAN Community In a Post Covid-19 World”, enfatizzando il ruolo delle donne nella promozione dello sviluppo sostenibile nel mondo post-pandemico.Le leader hanno dichiarato con forza che la  pandemia minaccia di invertire i duri risultati ottenuti nella regione in termini di uguaglianza di genere ed empowerment femminile. A gran voce è stato, dunque, rimarcato che l’ASEAN deve mitigare gli impatti negativi del COVID-19 sulle donne, ponendole al centro dei processi di ricostruzione e ripresa. 

Di notevole importanza anche il vertice tra ASEAN, Cina, Giappone e Corea, il 23° ASEAN Plus Three Summit, incentrato sul rafforzamento della cooperazione per la resilienza economica e finanziaria di fronte alle sfide attuali. L’ASEAN e i suoi partner regionali hanno affermato la necessità di aumentare gli sforzi congiunti per ripristinare la crescita economica dell’intera regione, rafforzando il commercio regionale e la cooperazione economica, anche per promuovere le opportunità di business e di investimenti. Sforzi indirizzati anche al potenziamento di piccole e medie imprese, gruppi sociali vulnerabili, start-up e settori economici più duramente colpiti dalla pandemia, senza tralasciare lo sviluppo dell’economia digitale.

La giornata finale del Summit ha segnato un’altra data storica. Il 15 novembre 2020, durante il 4° RCEP Summit, è stata firmata la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP). Lanciata nel 2012 a margine del 21° ASEAN Summit, la RCEP è un mega accordo commerciale siglato dai 10 Paesi membri dell’ASEAN e Cina, Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Il nuovo blocco economico rappresenterà il 30% dell’economia globale e riguarderà circa 2,2 miliardi di consumatori, costituendo la più grande area di libero scambio del mondo, più vasta di quella europea o nordamericana.

Ancora una volta, dunque, l’ASEAN Summit rivela la centralità dei Paesi del Sud-Est asiatico nel nuovo contesto regionale e globale. Nel Mar Cinese Meridionale, le nazioni dell’ASEAN saranno fondamentali per bilanciare la Cina. Con la RCEP, l’Asia spinge sul libero scambio e il multilateralismo, rilanciando un’importante tendenza frenata dall’Amministrazione Trump negli ultimi anni. Di fronte alle emergenti sfide e difficoltà, l’ASEAN si è mostrata unita e forte, confermando il suo ruolo fondamentale di foro di dialogo e cooperazione centrale in Asia e nel mondo. 

A cura di Annalisa Manzo

Elezioni in Myanmar, Suu Kyi annuncia la vittoria

La Lega Nazionale per la Democrazia conquista la vittoria e accoglie nuove sfide di riforma del Paese 

In Myanmar è terminato lo spoglio dei voti delle elezioni generali di domenica 8 novembre e la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), guidata dalla popolare leader e vincitrice del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, rivendica già la vittoria, dichiarando di aver ottenuto più dell’80% dei seggi in palio.

Il Myanmar è un Paese ancora alle prime armi quando si parla di democrazia elettorale, infatti è solo la seconda volta che i suoi cittadini si recano alle urne, dopo cinquant’anni di dittatura militare. Il voto di domenica scorsa arriva per il rinnovo di 500 dei 664 seggi delle due Camere del Parlamento e la NLD, partito di governo nella precedente legislatura, contava di ottenere ancora più voti di quelli conquistati nelle elezioni del 2015. Aspettative confermate dai conteggi, che conferiscono a Suu Kyi 396 dei 498 seggi assegnati. Una vittoria schiacciante per la maggioranza, che dovrà comunque fare i conti con il potere di veto dell’esercito, che secondo le disposizioni costituzionali detiene il 25% dei seggi.

La chiamata alle urne è arrivata a seguito di una recrudescenza dei casi di Covid-19 in Myanmar, che da metà agosto ha registrato più di 60.000 contagi e 1.390 morti. I partiti di opposizione avevano chiesto un rinvio delle elezioni a causa dell’aumento esponenziale dei casi, ma la NLD e la Commissione elettorale hanno insistito per andare avanti. Agli elettori più anziani è stato consentito di votare in anticipo, mentre il governo ha promesso la fornitura di adeguati strumenti di protezione individuale per gli scrutatori e la garanzia del distanziamento sociale in ogni seggio. 

L’emergenza sanitaria e motivi di sicurezza legati alle tensioni etniche hanno reso problematico l’accesso al voto in 51 circoscrizioni elettorali, corrispondenti a circa 1,5 milioni di persone, secondo le stime della Commissione elettorale. La popolazione maggiormente colpita dalle limitazioni al voto risiede nella regione del Rakhine, dove sono al momento presenti ostilità tra le minoranze indipendentiste e la giunta militare. La parte occidentale del Paese ospita, inoltre, anche la minoranza dei Rohingya che, considerati immigrati del Bangladesh e dunque non parte della popolazione nazionale, non hanno potuto recarsi alle urne.

Il Partito di Unione Solidarietà e Sviluppo (USDP), sostenuto dai militari è stato il principale oppositore dell’NDL nelle elezioni dell’8 novembre. Il comandante in capo del Myanmar, l’Alto Generale Min Aung Hlaing, la scorsa settimana ha rifiutato di impegnarsi ad onorare i risultati delle elezioni generali, criticando la controversa gestione delle procedure elettorali. Tuttavia domenica, dopo aver espresso il suo voto, il generale ha dichiarato che “deve accettare il risultato, in quanto espressione della volontà popolare”.

Nonostante le diffuse critiche sull’amministrazione delle elezioni, definite “fondamentalmente imperfette”, il riscontro sul piano nazionale è decisamente favorevole a Suu Kyi e alla Lega Nazionale per la Democrazia. Le elezioni generali sono state viste come un vero e proprio referendum sull’operato dell’NLD nella precedente legislatura e le interviste fuori dalle cabine elettorali confermano come la maggior parte dei cittadini sia rimasta soddisfatta dai risultati del partito, grazie al quale il Myanmar sembra essersi avviato verso un futuro di libertà. Da parte sua, nell’ultimo comizio pre-elettorale, Suu Kyi ha promesso di rafforzare le strutture democratiche del Paese, se rieletta. Riconoscendo le lamentele originate dalla gestione del voto, ha affermato che “l’importante è risolvere questi problemi con mezzi pacifici entro i limiti delle leggi” e ha esortato gli elettori a rimanere calmi e preservare la stabilità.

Un risultato così favorevole alla NLD potrebbe fornire al partito di Suu Kyi la possibilità di emanciparsi in maggior misura dalla giunta militare e tentare perfino di riscrivere le disposizioni costituzionali che assegnano alle forze armate il controllo di tre ministeri chiave: Interni, Difesa ed Esteri. La leader birmana ha, d’altronde, già lasciato intendere quali saranno le priorità del suo secondo mandato. In primo luogo si parla di lotta alla pandemia, che ha investito il Myanmar con una seconda ondata proprio durante il periodo delle elezioni, ma anche di misure di contrasto alla crisi economica e accelerazione del processo di pace tra le varie minoranze etniche in disaccordo con il governo centrale.

A cura di Emilia Leban 

Singapore punta sulle cripto-valute

Come Singapore sta diventando la nuova capitale delle monete virtuali in Asia 

Alla fine di ottobre di ques’tanno sul sito della DBS di Singapore, una delle maggiori banche del Sud-Est asiatico, sono apparse per errore informazioni relative all’imminente lancio di un exchange di cripto-valute; prontamente eliminate, vennero però riportate da un utente su Twitter. Stando a queste indiscrezioni, la nuova piattaforma permetterebbe di scambiare le nascenti monete elettroniche con alcune delle principali valute asiatiche. Il progetto includerebbe anche una piattaforma per security tokens e per la digitalizzazione di assets, oltre a servizi di custodia di cripto-valute e tokens. Ad oggi il progetto risulterebbe ancora in lavorazione e in attesa di autorizzazione da parte delle autorità locali. Si tratta di una delle ultime notizie che confermano non solo l’interesse di Singapore per la digitalizzazione della finanza, ma anche della presa d’atto da parte di istituti bancari tradizionali del ruolo che le cripto-valute già svolgono nei nostri sistemi economici. 

Nella città-stato hanno già sede diverse aziende leader nell’ecosistema delle cripto-valute, quali Binance (piattaforma di trading), Wirex (piattaforma di pagamenti) e Coinbase (exchange di cripto-valute). Singapore inoltre, ha visto incrementare le proprie start-up blockchain con 91 nuovi progetti nel 2020, per un totale di 234 nuovi attori nel settore. Alcune di queste sono coinvolte in progetti con Mastercard, Visa, Alibaba, Tencent e Facebook.

Nella più vasta area dell’Asia-Pacifico, i primi ad aver autorizzato le cripto-valute sono stati il Giappone, le Corea del Sud e la Cina, salvo poi, in alcuni casi, porre restrizioni o bandirne l’utilizzo. Singapore, al contrario, ha adottato una strategia meno improvvisata. La Monetary Authority of Singapore (MAS) – la Banca centrale e autorità di vigilanza e regolamentazione dei mercati finanziari – ha proattivamente seguito l’evoluzione di queste tecnologie e le relative iniziative imprenditoriali. In un primo momento ha tutelato i consumatori e gli investitori sia consigliando di prestare attenzione ai rischi connessi ad alcuni tipi di investimenti, sia intervenendo direttamente, chiedendo che venissero rimborsati investitori locali di un Initial Coin Offerings ritenuta in violazione delle regolamentazioni locali. Infine mettendo sotto sorveglianza degli exchange di cripto-valute che operavano senza aver fornito informazioni sulle loro attività. 

Gli interventi di regolamentazione non sono volti ad impedire o ostacolare queste iniziative, quanto piuttosto servono a monitorare il settore ed elaborare progressivamente una normativa specifica. Un percorso iniziato nel 2017 con un “Guide to Digital Tokens Offerings”, perfezionato nel 2019 con il Payment Services Act,  entrato in vigore a gennaio 2020. La recente normativa serve a regolare i servizi di pagamento digitali (che includono anche gli exchange di cripto-valute con sede a Singapore): le società di cripto-valute, per poter operare a Singapore, devono ora registrarsi per ottenere una licenza. 

L’aver definito un quadro normativo chiaro in un settore economico in espansione, consentirà a Singapore non solo di mantenere il proprio status di centro finanziario internazionale, ma anche di approfittare di queste tecnologie innovative per attirare nuovi investimenti. Intanto, ricadute positive a livello occupazionale hanno già iniziato a manifestarsi. 

Le applicazioni di tecnologie come la blockchain, inoltre, non sono circoscritte al solo mondo della finanza. La struttura con cui vengono organizzati e custoditi i dati garantisce un alto livello di sicurezza; consente di creare quello che viene comunemente definito un “autentico digitale”. Le sue applicazioni quindi, oltre a quelle a vocazione prettamente monetaria come nel caso del Bitcoin, possono riguardare anche altri ambiti di interesse per una pubblica amministrazione, quali gestione di dati anagrafici, di archivi e altri servizi pubblici.   

La MAS ha anche recentemente comunicato che stanzierà l’equivalente di $180 milioni di dollari nei prossimi tre anni per lo sviluppo del settore finanziario. I fondi verranno allocati per sostenere progetti Fintech e di digitalizzazione della finanza, incluso lo sviluppo dell’intelligenza artificiale applicata al settore finanziario. In associazione con la National University of Singapore e la National Researche Foundation, la MAS ha anche costituito l’Asian Institute of Digital Finance con l’intento di coordinare le sinergie tra università, istituti di ricerca e mondo imprenditoriale, e promuovere iniziative Fintech, la blockchain, piattaforme per la finanza digitale fino ai servizi finanziari di nuova generazione su network 5G. Il tutto inizierà ad operare entro la fine dell’anno. 

Sembra quindi che Singapore stia creando le condizioni per essere un punto di riferimento nell’innovazione tecnologica nel settore della digitalizzazione della finanza e nelle sue varie declinazioni. Le sinergie che sta creando tra indirizzo pubblico e iniziative private potrebbero sicuramente determinare il successo di questi sforzi.  

A cura di Luca Annone

Un futuro green per l’ASEAN: rispondere al cambiamento climatico attraverso la sostenibilità

La regione punta sul rispetto per l’ambiente e sull’innovazione tecnologica

Si è tenuta martedì 10 novembre la Terza tavola rotonda del Digital High Level Dialogue organizzato da The European House Ambrosetti, in collaborazione con l’Associazione Italia-ASEAN, sul tema delle relazioni tra l’Italia e l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico. La regione si sta rivelando un’area promettente per attività di import/export, nonché una valida destinazione per gli investimenti in materia di sviluppo sostenibile ed economia circolare. L’esperienza dei Paesi ASEAN nel gestire la pandemia da Covid-19, infatti, ci ha mostrato come problemi di portata internazionali possono essere affrontati tramite azioni collettive e con un approccio resiliente. Tuttavia, permane la minaccia del cambiamento climatico che richiede l’adozione di soluzioni adeguate da parte di istituzioni e aziende. 

Una speranza viene dal rapporto Renewables 2020 dell’International Energy Agency (IEA), secondo il quale nel 2020 abbiamo assistito ad un incremento delle energie rinnovabili in tutto il mondo, rappresentando il 90% della nuova energia generata a livello globale, con il restante 10% derivato da gas e carbone. Le previsioni di crescita per il 2021, inoltre, lasciano intendere un risultato altrettanto roseo: entro il 2025 le Fonti di Energia Rinnovabile (FER) diventeranno la principale fonte di produzione di energia elettrica su scala mondiale.

Per quanto concerne i Paesi ASEAN, il cambiamento climatico rappresenta una sfida alla loro stessa esistenza. La regione, infatti, è nota per il suo clima tropicale umido, caratterizzato da una temperatura media superiore ai 18°C e dalle continue piogge monsoniche. Tuttavia, le conseguenze generate dall’inquinamento, dall’innalzamento del livello del mare e dall’aumento delle emissioni di CO2 si manifestano già in modo dirompente attraverso catastrofi naturali e le cosiddette “migrazioni climatiche”, fenomeni che possono influire sulla loro dimensione socio-economica. Secondo uno studio della Asian Development Bank (ADB), in assenza di misure adeguate il PIL della regione potrebbe subire una contrazione dell’11% entro il 2100.

I governi ASEAN si stanno muovendo nella giusta direzione, manifestando la chiara intenzione di voler adottare modelli di sviluppo che siano sostenibili, inclusivi e durevoli nel tempo. Ne discuteranno dal 17 al 20 novembre in occasione della 38° edizione dell’ASEAN Ministers on Energy Meeting (AMEM), ovvero un momento di confronto sul tema della “Transizione energetica verso uno sviluppo sostenibile” , a testimonianza di quanto temi come “sostenibilità” ed “economia circolare” stiano diventando prioritari all’interno delle agende istituzionali. 

Per sottolineare questo percorso di crescita verso lo sviluppo sostenibile, durante l’incontro è stata fondamentale la testimonianza di aziende della regione provenienti da settori che, parallelamente all’azione dei governi, stanno manifestando un chiaro interesse per uno sviluppo sempre più green. È il caso riportato da Claudia Anselmi, Amministratore Delegato di Hung Yen Knitting & Dyeing Co., azienda leader dell’industria del settore tessile fondata in Vietnam nel 2008 dal gruppo italiano Carvico, e nota per il suo approccio sostenibile finalizzato alla riduzione dei rifiuti e all’efficientamento della catena di produzione. Per altri settori, invece, come segnalato da Alberto Maria Martinelli, Presidente della Camera di Commercio Italiana a Singapore, sono necessari investimenti green al fine di realizzare infrastrutture e tecnologie sostenibili. Funge da esempio, infatti, il caso del settore agricolo, sempre più minato dalle catastrofi naturali e in cui la digitalizzazione può giocare un ruolo fondamentale attraverso l’utilizzo di modelli predittivi. Questo fenomeno, noto come digital agriculture, sta diventando sempre più centrale nel dibattito sulla salvaguardia delle popolazioni minacciate dalle calamità naturali, e si pone anche in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030 delle Nazioni Unite.

È indubbio, dunque, che il cambiamento climatico esiste da ben prima della pandemia da Covid-19, ma solo quest’ultima è riuscita far emergere l’esigenza di una trasformazione sostenibilea livello globale. L’Italia e i Paesi ASEAN stanno mostrando di saper cogliere questa opportunità attraverso maggiori investimenti sull’innovazione tecnologica e con un approccio ecocompatibile volto al rafforzamento della cooperazione internazionale.

L’importanza del Pan-Asia Railway Network per il Sud-Est asiatico

La rete ferroviaria ad alta velocità che collegherà Kunming a Singapore contribuirà ad aumentare l’integrazione economica in Asia orientale

La ferrovia Kunming-Singapore, conosciuta anche come Pan-Asia Railway Network, rappresenta uno dei progetti infrastrutturali più ambiziosi attualmente in costruzione in Asia, ed è stato ideato con lo scopo di connettere il Sud-Est asiatico alle provincie meridionali della Cina. Composta da una fitta rete di linee ferroviarie in parte già funzionanti, una volta completato il Pan-Asia Railway Network collegherà la città di Kunming, capitale della provincia dello Yunnan e centro economico del Sud della Cina, a Singapore, passando per Thailandia, Cambogia, Vietnam, Laos e Myanmar.

La base del progetto risale alla fine del XIX, quando le amministrazioni coloniali inglesi e francesi si accordarono per lo sviluppo congiunto di una rete di trasporti in modo da collegare con facilità la Cina sud-occidentale alla penisola indocinese. L’obiettivo era quello di facilitare l’esportazione di merci e prodotti europei nella regione, oltre che sfruttare le ingenti risorse minerarie dello Yunnan. Tuttavia, i numerosi conflitti succedutisi nel corso del secolo successivo assestarono un duro colpo alle ambizioni commerciali europee e, all’indomani della seconda guerra mondiale, i nuovi Paesi dell’area erano troppo impegnati nei rispettivi processi di indipendenza per pensare a un sistema di trasporti unitario e funzionale. Complice anche lo scarso peso economico dell’Asia sud-orientale che non giustificava un investimento così ingente, il progetto venne accantonato per decenni.

L’inizio del terzo millennio vede emergere la Cina come principale potenza economica del continente. Dell’impetuosa crescita cinese ne hanno beneficiato tutti i Paesi dell’area, tanto che agli inizi degli anni 2000 sia l’ASEAN che la Cina sentivano l’esigenza di investire sull’adeguamento delle infrastrutture regionali. Con il varo della Belt and Road Initiative nel 2013, la rilevanza strategica della Kunming-Singapore è ulteriormente accresciuta. Il governo cinese ha investito cifre significative per connettere tutto il continente: Pechino sta puntando con forza sul Sud-Est asiatico, orientando quasi un terzo degli investimenti totali della BRI verso i Paesi ASEAN. 

Sono stati proposti diversi progetti per completare il Pan-Asia Railway Network, che oggi vede tre rotte principali in fase di costruzione: quella centrale, da Kunming a Singapore passando per Bangkok; la rotta orientale che da Kunming arriva ad Ho Chi Minh City via Hanoi; e la rotta occidentale, da Kunming a Yangon in Myanmar, ancora in fase progettuale. 

Per i Paesi ASEAN la Pan-Asia Railway Network avrà un notevole impatto geopolitico: un progetto di tale portata rappresenta un’opportunità unica per rafforzare i legami economici all’interno della regione e con il resto della comunità internazionale. I circa 5.500 km di future linee ferroviarie contribuiranno ad aumentare la circolazione di merci, persone e idee in Asia orientale nei prossimi decenni, con un ritorno positivo per tutti i Paesi coinvolti.

Non mancano però anche dei lati negativi. In molti casi non sono mancati ritardi o rinvii nella fase di implementazione dei progetti a causa di diverse difficoltà strutturali. Da un lato la complessa geomorfologia del territorio di Myanmar e Laos sta creando non poche difficoltà agli ingegneri locali, dall’altro diversi gruppi etnici che vivono lungo il percorso delle nuove ferrovie protestano per l’impatto che i canteri avranno sulle loro comunità. Inoltre, in Thailandia, Vietnam, Malesia e Cambogia le reti ferroviarie esistenti non sono ancora in grado di garantire il funzionamento di treni ad alta velocità, in parte perché molte ferrovie sono a binario unico e in parte perché le stesse sono spesso in cattive condizioni. La Cambogia in particolare presenta il gap infrastrutturale più allargato, con gran parte delle infrastrutture costruite dall’autorità coloniale francese fuori uso per decenni.

Tuttavia, la reale preoccupazione di alcuni governi del Sud-Est asiatico è che la Cina possa sfruttare gli investimenti per ottenere, oltre al controllo operativo, anche quello finanziario e politico. Pechino infatti non fornisce sovvenzioni a Paesi terzi ma solo prestiti, e può dunque prendere in carico il progetto qualora il beneficiario non fosse in grado di ripagare il proprio debito. Ad essere preoccupati sono anche gli Stati Uniti, che temono un indebolimento dei rapporti con i Paesi ASEAN e in particolare con Singapore, oggi il più fedele alleato di Washington nella regione nonché quello con la maggiore importanza strategica. La possibilità di collegare direttamente Singapore alla Repubblica popolare marchia il progetto di forte significato geopolitico, in quanto se Pechino riuscisse a portare la città-Stato nella sua orbita, indebolirebbe il primato strategico americano e avrebbe più spazio per operare nella regione indopacifica.

Nonostante ciò, i progetti infrastrutturali cinesi continuano ad avere grande rilevanza per i Paesi ASEAN, che ancora dipendono dagli investimenti di Pechino e dalle opportunità che l’enorme mercato cinese può loro garantire. La potenza di fuoco del gigante cinese sarà fondamentale per sviluppare le infrastrutture nell’Asia orientale, tuttavia le nazioni del Sud-Est asiatico dovranno bilanciare i rapporti con la Cina per evitare di perdere peso  geopolitico e al contempo sfruttare le opportunità economiche derivanti dal rapporto con Pechino.

Articolo a cura di Diego Mastromatteo

La sostenibile indipendenza del Laos

Siccità e cassa costringono il Paese del ‘Milione di Elefanti’ a rivedere la propria strategia di sviluppo

La Repubblica Popolare Democratica del Laos è l’unico tra gli stati membri dell’ASEAN a non avere uno sbocco sul mare: il piccolo Paese montuoso, infatti, confina a nord con la Cina ed il Myanmar, ad est con il Vietnam, a sud con la Cambogia e ad ovest con la Thailandia. Tale condizione peculiare, che ha ristretto l’accesso del Paese alle principali rotte commerciali marittime e ridotto la sua attrattività per gli investitori stranieri, ha però conferito alla Repubblica Popolare una certa centralità strategica. Non a caso, le grandi potenze considerano il Laos, erede dell’antico Regno di Lan Xang, il ‘Milione di Elefanti’, uno stato cruciale nella “battaglia per i cuori e le menti” del Sud-Est Asiatico.

Tali affermazioni trovano riscontro nella travagliata storia del Laos, che, in molte occasioni, ha visto la propria sovranità messa in discussione dall’intervento di paesi vicini e lontani. In seguito alla dissoluzione del Regno in piccoli principati vassalli di Siam (Thailandia) e Birmania (Myanmar), il Paese è stato riunificato come protettorato francese alla fine dell’800. L’indipendenza faticosamente raggiunta nel 1953 è stata però compromessa dallo scoppio della guerra in Vietnam. Il Tra il 1959 ed il 1975, il Regno del Laos è stato teatro di una sanguinosa guerra per procura tra gli Stati Uniti ed il Vietnam del Nord, che si è conclusa con la vittoria dei comunisti laotiani e la creazione della Repubblica Popolare.

I primi anni del Laos indipendente sono stati fortemente caratterizzati dalla ‘relazione speciale’ con il Vietnam unito, suggellata dal ventennale Trattato di Amicizia e Cooperazione del 1977. Soltanto la fine della guerra fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica hanno permesso al Laos di rompere l’isolamento economico e diplomatico e di riprendere i legami con gli altri paesi confinanti. Il primo Ponte dell’Amicizia Thai-Lao, inaugurato nel 1994 grazie a finanziamenti australiani, ben documenta il cambio di passo. 

Il fiume Mekong, la ‘madre delle acque’ più importante del sudest asiatico, ha giocato un ruolo cruciale nel rilancio dell’economia laotiana e nel suo re-inserimento all’interno dell’ecosistema ASEAN, a cui il Laos ha aderito nel 1997. Tra il 1994 e il 2019, il PIL del Paese è cresciuto in media del 7% annuo, attraverso lo sfruttamento delle ingenti risorse minerarie e l’apertura di alcune rotte commerciali con i paesi vicini. Il governo laotiano ha investito molto sullo sviluppo del settore idroelettrico, costruendo decine di dighe lungo il Mekong ed i suoi affluenti con l’obiettivo di esportare energia ai paesi vicini e diventare così la nuova “Batteria dell’Asia”.

L’iniziale avversione degli stati a valle, in particolare il Vietnam, preoccupato anche dal ruolo della Cina, il principale sostenitore del progetto, è stata sorpassata dagli interessi privati dei singoli attori. La Thailandia, ad esempio, è il principale consumatore dei 6457 MW di energia prodotta per l’esportazione nelle centrali idroelettriche laotiane: ai 63 impianti già operativi se ne dovrebbero aggiungere 37, alla cui costruzione parteciperanno anche importanti aziende vietnamiti (mentre il Vietnam stesso sarebbe il secondo destinatario dell’export laotiano!). Negli ultimi anni però numerose organizzazioni internazionali si sono aggiunte ad organizzazioni ambientaliste e comitati locali, per evidenziare i limiti di un modello di crescita basato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. 

L’Asian Development Bank, ad esempio, ha messo in evidenza i limiti strutturali del settore energetico, che offre un numero limitato di posti di lavoro e manca di connessioni con il resto dell’economia. Circa il 75% della forza lavoro laotiana, infatti, è occupato nell’agricoltura, il settore più colpito dalla siccità che anche quest’anno, per l’effetto combinato delle dighe cinesi e laotiane e del cambiamento climatico, hanno messo in ginocchio le economie del basso Mekong. La crisi globale del Covid-19, che ha azzerato gli introiti di un settore turistico in rapida ascesa e diminuito notevolmente l’importo delle rimesse estere, ha contributo alla diminuzione delle entrate fiscali e al calo delle riserve in moneta estera. La scelta dell’agenzia Fitch di declassare ulteriormente il rating del Laos, da B- a CCC, mette in mostra la preoccupazione dei creditori internazionali riguardo alla capacità del Paese di ripagare i propri debiti (evitando di cadere nella cosiddetta ‘trappola del debito’).

Lo stesso governo laotiano aveva indicato, all’interno dell’VIII Piano Nazionale di Sviluppo Socio-Economico 2016-2020, la necessità di creare un’agenda ‘verde’ che garantisca al Paese uno sviluppo sostenibile ed inclusivo. La volontà politica, però, da sola non basta: servono istituzioni all’altezza, infrastrutture all’avanguardia e, ovviamente, investimenti adeguati. Significativamente, nella proposta per il prossimo piano quinquennale 2021-2025, che dovrebbe sancire finalmente l’uscita del Laos dal gruppo dei Paesi Meno Sviluppati, il Ministero della Pianificazione e degli Investimenti ha aggiunto un elemento che prima mancava: il rafforzamento della cooperazione internazionale. Tra le righe, il governo sembrerebbe dare ragione a Kishore Mahbubani, che anni fa scriveva: “la cosa più saggia che il Laos possa fare per proteggere la propria indipendenza (…) è divenire uno dei campioni dell’ASEAN”.

Articolo a cura di Francesco Brusaporco

L’Indonesia sposta la capitale: i problemi delle megalopoli nel Sud-Est asiatico

Pochi mesi dopo la sua rielezione, il Presidente indonesiano Joko Widodo ha annunciato lo spostamento della capitale da Giava a Kalimantan 

Jakarta, la capitale dell’Indonesia che sorge sulla costa nord-occidentale dell’isola di Giava, conta quasi 11 milioni di abitanti. Includendo la sua enorme area metropolitana, che prende il nome di Jabodetabek dall’unione delle cinque megacittà di cui è composta (Jakarta, Bogor, Depok, Tangerang e Bekasi), la popolazione totale raggiunge i 30 milioni di abitanti. 

Uno studio condotto da Euromonitor International rivela che Jakarta diventerà la città più popolata del mondo entro il 2030, con una popolazione totale di 35.6 milioni di abitanti, superando il primato attualmente detenuto dalla Grande Area di Tokyo. 

Con una densità abitativa di oltre 14 mila residenti per km², il sovrappopolamento è già uno dei problemi principali della capitale indonesiana, a cui si aggiungono le criticità causate dall’inquinamento idrico e atmosferico. 

Infatti, secondo il TomTom Traffic Index 2019, Jakarta rientra fra le prime 10 città più trafficate al mondo, con un livello di congestione del 53% che impatta notevolmente l’indice di qualità dell’aria. Si stima che gli abitanti di Jakarta trascorrono in media 22 giorni all’anno nel traffico, con danni sulle casse dello stato pari a 7 miliardi di dollari annui. 

A questo quadro si aggiungono il recente innalzamento del livello del mare causato dal riscaldamento globale, dalla massiccia presenza di asfalto e cemento che non permettono il deflusso dell’acqua nel suolo, ma soprattutto dall’eccessiva estrazione di acqua dalle falde acquifere sotterranee, in risposta all’insufficiente distribuzione idrica. Inoltre, tutta l’area urbana è soggetta a frequenti e pericolosi allagamenti. 

Calamità naturali e interventi antropici stanno causando uno sprofondamento del sottosuolo di circa 25 centimetri all’anno. Metà dell’abitato è oggi sotto il livello del mare e stime prevedono che il 95% della parte settentrionale della città sarà del tutto sommersa entro il 2050.

La somma di queste problematiche ha spinto il Presidente Jokowi a trasferire la capitale dall’isola di Giava, il cuore politico ed economico dell’intera nazione, al Kalimantan. Il 16 agosto 2019, solo pochi mesi dopo l’inizio del suo secondo mandato presidenziale, Jokowi ha affermato che «il trasferimento della capitale è necessario per raggiungere l’uguaglianza economica. Serve a realizzare il progresso dell’Indonesia».

Non si tratta di una tematica nuova in Indonesia, ma è un progetto di cui si parla da molto tempo e che adesso Jokowi intende portare finalmente a compimento. Infatti «Il progetto di spostare la capitale è stato considerato fin dall’era del primo Presidente della Repubblica di Indonesia, Sukarno. E come grande nazione, indipendente da 74 anni, l’Indonesia non ha mai scelto la sua capitale», afferma ancora il Presidente, motivando le ragioni di tale decisione nell’intento di alleggerire il peso delle funzioni svolte da Jakarta e dall’isola di Giava. 

«Il carico che grava su Jakarta è attualmente troppo pesante, in quanto essa rappresenta il centro governativo, economico, finanziario, commerciale e dei servizi, nonché sede del più grande aeroporto e porto marittimo in Indonesia. Anche il peso sull’isola di Giava sta diventando troppo oneroso, registrando una popolazione di 150 milioni, il 54% della popolazione totale dell’Indonesia; il 58% del PIL dell’intera nazione è concentrato a Giava, che costituisce anche la fonte di sicurezza alimentare», dichiara Jokowi, enfatizzando l’immediata urgenza del provvedimento affinché «tale peso, in termini di densità di popolazione, traffico e inquinamento atmosferico e idrico, non diventi ancor più dannoso». 

L’Indonesia non sarebbe il primo membro dell’ASEAN a spostare la propria capitale: la Malesia l’ha fatto nel 1999, il Myanmar nel 2006. Questo fenomeno ha coinvolto anche altri stati come Egitto, Pakistan, Kazakistan, Nigeria e Brasile, sottolineando un trend in rapida diffusione fra i paesi in via di sviluppo. 

Il 26 agosto 2019 è arrivato l’annuncio ufficiale dello spostamento della capitale nel Kalimantan, la parte indonesiana dell’isola del Borneo e la seconda provincia più grande della nazione: questa regione vanta un’eccezionale ricchezza naturale e, con una popolazione di 13 milioni di abitanti, è molto meno congestionata rispetto a Giava. La scelta specifica riguarda un’area di 180.000 ettari compresa tra le città di Balikapan e Samarinda, nella provincia orientale del Kalimantan, che annovera «un minimo rischio di disastri naturali inclusi inondazioni, terremoti, tsunami, incendi boschivi, eruzioni vulcaniche e smottamenti; e una posizione strategica al centro dell’Indonesia, adiacente ad aree urbane sviluppate e dotata di infrastrutture adeguate», spiega Jokowi. 

Il progetto di spostamento della capitale, che costerà 466 trilioni di rupie (33 miliardi di dollari), è stato incluso nel Piano Nazionale di Sviluppo a Medio Termine 2020-2025. L’inizio della prima fase di adeguamento delle infrastrutture era stato fissato nella seconda metà del 2020 con termine nel 2024. Tuttavia, il Ministro della Pianificazione dello Sviluppo Nazionale ha recentemente annunciato che il piano di costruzione della nuova capitale sarà rinviato al 2021 per dare priorità all’emergenza causata dalla pandemia Covid-19. 

L’Indonesia prova dunque ad affrontare e risolvere i problemi della sua capitale, comuni a tante altre metropoli del Sud-Est asiatico, ponendosi degli obiettivi molto ambiziosi. Un nuovo, grande inizio che aspetta solo di essere avviato. 

A cura di Annalisa Manzo 

Trade Expo Indonesia 2020: la fiera B2B per la prima volta in modalità virtuale

Una grande opportunità di rilancio per l’export Made in Indonesia

Il Covid-19 ha indotto persone e aziende a ripensare lo svolgimento delle proprie attività con le lenti del distanziamento sociale e il settore dell’organizzazione degli eventi ha comprensibilmente risentito di questa evoluzione. Tuttavia, nonostante l’impossibilità di attirare e gestire numeri imponenti di spettatori e visitatori in presenza (sono saltati eventi del calibro delle Olimpiadi di Tokyo 2020 e del Campionato europeo di calcio UEFA), il mondo degli eventi sta segnalando comunque la sua vitalità provando ad adattarsi alle contingenze. Del resto, non si tratta d’altro che dell’ancestrale bisogno umano di socialità.

E infatti il governo indonesiano sta organizzando online dal 10 al 16 novembre 2020 la 35° edizione di una delle più importanti fiere B2B per il Paese, la “Trade Expo Indonesia Virtual Exhibition (TEI-VE) 2020”. L’evento ospiterà in rete più di 400 aziende provenienti da tutto il mondo e il tema di quest’anno sarà quello del “Commercio Sostenibile nell’Era Digitale”. Attraverso l’impiego della tecnologia 3D, i buyers avranno accesso ad una piattaforma espositiva virtuale, tramite cui potranno sviluppare reti di business e coltivare opportunità di investimento.

L’evento sarà anche un’occasione per conoscere i prodotti Made in Indonesia e, parallelamente alla mostra, verranno presentati dei tavoli di lavoro su commercio e turismo coadiuvati da sessioni di business matching. Tra gli espositori, figureranno aziende leader della ristorazione, dell’artigianato e del mondo della moda, ma anche imprese provenienti dal settore manifatturiero e terziario. Per sopperire alla mancanza di momenti di aggregazione e networking, l’evento includerà delle cerimonie virtuali di apertura e di chiusura e strumenti di supporto dedicati a buyers e suppliers, con lo scopo di offrire un’esperienza virtuale completa sulle opportunità commerciali e di investimento. Durante l’evento, inoltre, si terrà l’assegnazione del premio Primaniyarta, il più alto riconoscimento conferito dal governo indonesiano agli esportatori di maggior successo.

La fiera è, dunque, un momento molto importante per l’Indonesia. In tal senso, il Ministero del Commercio ha segnalato il successo dell’edizione precedente che ha registrato un livello di transazioni pari a 10.96 miliardi di dollari. In aumento del 29,04% rispetto al risultato del 2018 di 8.49 miliardi di dollari. “Con il diffondersi della pandemia di Covid-19, non possiamo fermarci” sono state le parole del Ministro del Commercio Agus Suparmanto che ha poi aggiunto “questo evento rappresenta per noi un passo importante per combattere il virus”. Egli spera, infatti, che il TEI-VE 2020 possa segnare l’inizio di una nuova era per il mondo delle fiere B2B, mostrando agli operatori commerciali che è possibile mettere in moto il commercio internazionale anche attraverso strumenti virtuali.

Si tratta di un’occasione che rappresenta appieno la capacità di reazione e lo spirito di resilienza che tanto hanno caratterizzato i Paesi ASEAN in questi ultimi mesi. L’Indonesia ha saputo reagire alla nuova sfida e ripensare uno dei momenti più importanti per la politica commerciale del Paese, nel nuovo contesto imposta dall’attuale emergenza sanitaria. Sarà, dunque, un evento ricco di novità e di contenuti, che potrebbe dare segnali interessanti sul settore dell’organizzazione degli eventi e sullo stato di salute del commercio internazionale.

RCEP: l’accordo che cambierà gli equilibri mondiali

La firma dell’accordo di libero scambio, attesa per la fine del 2020, aumenterà la fiducia nella cooperazione internazionale 

Nasce nel 2012 l’idea di dare vita ad un mega accordo commerciale regionale, capace di riunire quasi tutti gli attori dell’Asia orientale. I Paesi membri dell’ASEAN, radunati in occasione del 21° ASEAN Summit in Cambogia, delinearono all’epoca una strategia di convergenza commerciale da adottare negli anni a venire e che terminerà con la definizione della cosiddetta Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo di libero scambio di dimensioni mastodontiche e di importanza globale, la cui conclusione è prevista entro la fine del 2020. 

Inizialmente al tavolo delle trattative si sono presentate ben 16 nazioni, ma successivamente l’India ha deciso di abbandonare il progetto a causa delle condizioni relative all’abbattimento progressivo delle tariffe doganali. Cosa che, secondo Nuova Delhi, avrebbe reso più agevole l’accesso al mercato interno indiano ad articoli di provenienza cinese e australiana, andando a danneggiare i produttori locali e conducendo a squilibri economici non indifferenti. Dunque, le nazioni aderenti si sono ridotte ai 10 membri dell’ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Birmania, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam) più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda.

Nonostante la defezione dell’India, il RCEP è destinato a diventare il più grande accordo di libero scambio al mondo. I 15 partecipanti della partnership sono, infatti, tra i maggiori Paesi in via di sviluppo e comprendono collettivamente circa il 30% del PIL e della popolazione mondiali. Allo stesso tempo, il RCEP si configura come un accordo ampio e esaustivo, in grado di osservare le diverse sfaccettature dell’agire economico, includendo oltre a disposizioni di tipo commerciale anche forme di cooperazione tra i membri e meccanismi di risoluzione delle controversie. Si propone, da un lato, di incorporare gli impegni stabiliti dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) per un’ulteriore riduzione delle barriere tariffarie e, dall’altro, di integrare disposizioni che esulano dall’OMC, volte ad affrontare altre questioni normative. Tra queste assumono rilievo i capitoli dedicati alle piccole e medie imprese, l’e-commerce, la risoluzione delle controversie, la proprietà intellettuale e la definizione di procedure per la cooperazione economica e tecnica interstatale. 

Sotto il profilo politico-economico, il RCEP ha tutto il potenziale per diventare un punto di riferimento per gli standard commerciali relativi ai nuovi accordi di libero scambio in Asia e oltre, andando a costituire un precedente legale per i futuri rapporti regionali e internazionali. Al di là di numeri e statistiche la conclusione di un accordo di tale portata avviene in un momento cruciale per la governance economica globale, in cui il multilateralismo cede sempre più spesso il passo a politiche nazionaliste e, occasionalmente, unilaterali. La recessione economica dovuta alla pandemia di Covid-19 è, di fatto, andata a consolidare un trend che si è mostrato in crescita negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti, un attore tutt’ora dominante sulla scena mondiale. Proprio quando la presidenza Trump erige barriere tariffarie e riduce la presenza commerciale estera in nome del motto “America First”, parte del continente asiatico si muove verso una direzione differente, a sostegno del multilateralismo con un approccio cooperativo, nel rispetto dell’ordine economico internazionale basato su regole condivise. 

Con la ratifica del RCEP, in aggiunta al Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, l’Asia orientale potrà fare affidamento su due giganteschi accordi commerciali che hanno il pregio di promuovere l’integrazione e la stabilità regionale e di rafforzare la centralità dell’ASEAN, tanto nell’Indopacifico, quanto nel panorama internazionale. Tali accordi combinati plasmeranno il più grande blocco commerciale del mondo, coprendo più di un terzo del PIL globale, e contribuendo a questo per circa 137 miliardi di dollari USA nel lungo periodo.

Nel contesto delle controversie commerciali tra Stati Uniti e Cina, il RCEP invia un forte segnale al mondo, manifestando a gran voce la volontà di apertura del continente asiatico. Non a caso, dopo la crisi finanziaria del 1997, la risposta dell’ASEAN alle turbolenze politiche e monetarie è stata quella di raddoppiare i suoi sforzi per un’integrazione economica sempre più inclusiva. La conseguenza finale potrebbe essere uno slittamento degli equilibri mondiali a favore dell’emisfero asiatico, rendendo il RCEP un’importante opportunità di cooperazione con Paesi finora ritenuti quasi secondari e un’occasione di ristabilire la fiducia collettiva nonostante la crescente instabilità del sistema globale. 

A cura di Emilia Leban

La partnership strategica tra UE e ASEAN

Accrescere la cooperazione tra le due regioni sarà utile per affrontare le emergenti sfide globali

La partnership UE-ASEAN risale al 1972, quando la Comunità Economica Europea divenne il primo partner formale di dialogo dell’ASEAN. Negli ultimi 48 anni, la cooperazione tra i due soggetti è notevolmente migliorata, includendo aree sempre più strategiche e promuovendo il dialogo su tematiche inerenti all’economia, alla politica, alla sicurezza e socioculturali in senso più ampio.

Questi temi sono diventati sempre più centrali nelle relazioni UE-ASEAN. Per affrontarli adeguatamente, quindi, le due regioni hanno promosso diverse iniziative tra cui meeting tecnici, incontri ministeriali periodici e grandi eventi, come i Dialoghi di alto livello su argomenti specifici, rafforzando il coordinamento e la cooperazione sulla base di interessi e valori comuni. 

La cooperazione economica, in particolare, è diventata sempre più rilevante e sta generando vantaggi significativi per entrambi gli attori. Il commercio interregionale e gli investimenti si sono notevolmente intensificati negli ultimi decenni. Ad oggi, l’UE è il secondo partner commerciale dell’ASEAN e l’ASEAN è il terzo partner commerciale dell’UE. Nel 2018 gli scambi complessivi di merci hanno raggiunto i 237 miliardi di euro, il doppio rispetto al 2008, mentre gli scambi di servizi – 88,3 miliardi di euro – sono più che raddoppiati nel 2017 rispetto al 2007. L’UE rimane il maggiore fornitore di investimenti diretti esteri nell’ASEAN con un valore di 330 miliardi di euro, sulla base dei dati del 2017. Inoltre, la metà dei fondi di cooperazione dell’UE all’ASEAN per il periodo 2014-2020 è stata destinata all’integrazione economica del Sud-Est asiatico e all’ASEAN Economic Community, con progetti specifici volti a promuovere il dialogo e la cooperazione in ambito economico e commerciale. Singapore e Vietnam hanno già firmato un accordo di libero scambio con l’UE e i negoziati stanno gradualmente evolvendo con diversi altri Stati membri dell’ASEAN, in vista della possibile definizione di un accordo commerciale tra i due blocchi. Nonostante l’impatto della pandemia globale dunque, entrambe le organizzazioni sembrano decise a continuare ad investire nella cooperazione economica per rafforzare la resilienza del sistema globale. 

Per quanto riguarda le tematiche di sicurezza, invece, anche se il coordinamento tra i due attori è migliorato negli ultimi anni, devono ancora essere compiuti progressi significativi. La prima missione della Politica europea di sicurezza e di difesa comune nel Sud-Est asiatico, la missione di monitoraggio di Aceh – incentrata sul processo di pace in Aceh, Indonesia – ha inizialmente avuto un discreto successo ma non è stata poi in grado di produrre risultati concreti. Tuttavia, la cooperazione UE-ASEAN in questo ambito si è notevolmente ampliata nel campo delle questioni di sicurezza “non tradizionali”, quali sicurezza informatica, deradicalizzazione, minacce chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari. A questo proposito, l’iniziativa dell’UE per il lancio di Centri di eccellenza per la riduzione dei rischi chimici, biologici, radiologici e nucleari (CBRN) è stata istituita proprio con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento con i Paesi partner, tra cui gli Stati membri dell’ASEAN, e di ridurre i rischi CBRN a livello nazionale, regionale e internazionale. Per il futuro, un partenariato globale UE-ASEAN che metta l’accento anche sul rafforzamento delle capacità comuni in materia di sicurezza sarà fondamentale per rafforzare gli interessi di entrambi gli attori nella regione del Pacifico. 

Inoltre, le due regioni stanno lavorando insieme per migliorare la cooperazione anche in altri campi, tra cui la cultura, l’istruzione e l’innovazione. La cooperazione UE-ASEAN mira infatti a costruire società in cui venga dato il giusto peso al benessere comune. Tra le varie iniziative, è stata posta maggiore enfasi sull’istruzione superiore, come area tematica chiave della cooperazione UE-ASEAN. Dal 2014, oltre 5500 studenti e personale delle università del Sud-Est asiatico si sono recati in Europa, finanziati dall’UE e dai suoi Stati membri, e quasi 3000 studenti e componenti del personale europee hanno lavorato o studiato in ASEAN nell’ambito del programma Erasmus+. La cooperazione accademica comprende anche il programma Horizon 2020, che sostiene la ricerca e l’innovazione con progetti di collaborazione nella regione ASEAN, coprendo aree che includono salute, cibo, ambiente e nanotecnologie. 

Essendo i due più importanti progetti di integrazione regionale al mondo, l’ASEAN e l’Unione Europea appaiono come partner naturali, legati da valori e interessi condivisi nel promuovere la pace, la stabilità e la prosperità per i loro cittadini. Entrambi sono impegnati ad affrontare le sfide attuali con un approccio multilaterale, incentrato sul dialogo e sulla cooperazione. Il 22 gennaio 2019, la riunione dei Ministri degli Esteri dei due blocchi ha deciso di elevare le relazioni UE-ASEAN al livello di partenariato strategico, riconoscendo gli impressionanti progressi compiuti nell’attuazione del piano d’azione UE-ASEAN per il periodo 2018-2022. Ciò consentirà un maggiore impegno sulle principali questioni regionali e sulle sfide globali più urgenti di questo secolo, compresa la risposta all’emergenza climatica e la promozione della pace e della sicurezza. Saranno necessari ulteriori sforzi in questa delicata fase caratterizzata dalla pandemia, al fine di rafforzare le relazioni tra le due regioni e ottenere risultati concreti nell’adeguamento del processo di globalizzazione a beneficio del maggior numero possibile di cittadini ma sempre nel rispetto dell’ambiente e a tutela delle classi più deboli della società.

A cura di Ngoc lien Tran 

Myanmar, l’apparente stabilità alla prova elettorale

L’ombra del Covid-19 sulle elezioni politiche generali, tra diritti delle minoranze e conflitti in corso

L’8 novembre prossimo il Myanmar è chiamato alle urne per le elezioni parlamentari generali. Cinque anni fa, nel 2015, nel Paese si tennero le prime elezioni democratiche, dopo decenni di dittatura militare, che videro il trionfo del partito National League for Democracy (NLD) di Aung San Suu Kyi, premio Nobel e icona pro-democrazia. 

Nonostante la schiacciante vittoria del 2015, l’NLD non è stato in grado di apportare cambiamenti significativi al sistema politico birmano e non è riuscito nel suo intento di emendare la Costituzione. Per modificare la carta costituzionale serve infatti una maggioranza qualificata del 75% dei parlamentari, e considerando che al momento ai militari è garantito il 25% dei seggi e tre ministeri chiave (Esteri, Interni, Difesa), il governo di Suu Kyi non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi di riforma. 

Non solo, per negare a Suu Kyi la Presidenza, i militari hanno incluso una disposizione nella Costituzione secondo cui il Presidente non può avere un coniuge o figli in possesso di cittadinanza straniera. E, sfortunatamente, questo è proprio il caso della leader dell’NLD. In questi anni Suu Kyi ha parzialmente aggirato l’ostacolo creando il ruolo del Consigliere di Stato, che ha ricoperto finora, ma rimane esclusa per lei la possibilità di accedere alla Presidenza del Myanmar. 

Quasi certamente le prossime elezioni, che si svolgeranno nel contesto delle restrizioni imposte a causa del Covid-19, vedranno nuovamente la vittoria dell’NLD di Aung San Suu Kyi che, tuttavia, potrebbe perdere la maggioranza assoluta di cui dispone attualmente per governare da sola. Secondo i sondaggi pre-elettorali i partiti più piccoli, che rappresentano minoranze specifiche, dovrebbero ottenere molti più seggi e costringere l’NLD ad un governo di coalizione. Anche se Aung San Suu Kyi e il suo partito rimangono ancora molto popolari tra la maggioranza buddista Bamar, il gruppo etnico dominante, molti analisti concordano nel ritenere che il loro consenso si è ridotto tra i tanti e diversi gruppi etnici minori sparsi per il Paese e che costituiscono oltre il 40% della popolazione. È bene evidenziare infatti che Il Myanmar risente, forse più delle altre nazioni del Sud-Est asiatico, delle diverse convergenze geografiche e culturali che caratterizzano il tessuto sociale del Paese. Elementi questi che hanno condizionato la formazione dell’unità nazionale, particolarmente difficoltosa, sia sotto il profilo etnico che politico e sociale.

Sulle elezioni dell’8 novembre incombe inoltre lo spettro della crescente diffusione del nuovo coronavirus, che potrebbe avere effetti imprevedibili sui risultati. Secondo alcuni osservatori, le restrizioni ai raduni andranno probabilmente a vantaggio dei grandi partiti come l’NLD e il Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USDP) sostenuto dai militari. Tuttavia, molto dipenderà da come il Myanmar gestirà la diffusione del virus nelle settimane a venire. Sicuramente però, il combinato di rigide disposizioni anti-Covid, conflitti etnici e scarso monitoraggio da parte degli osservatori internazionali fanno sorgere dubbi sulla regolarità del processo elettorale in Myanmar.

L’attuale opposizione e gli stessi militari chiedono addirittura il rinvio delle elezioni, ma Suu Kyi teme che accogliere tale richiesta verrebbe percepito come un segno di debolezza, un’evidenza della sconfitta nei confronti della pandemia. Inoltre, parte della popolazione non può accedere alle votazioni.  A soffrire di tale condizione sono in particolare i Rohingya, popolo musulmano che vive nel Nord del Paese, a cui si aggiungono migliaia di cittadini che risiedono in zone di conflitto, che difficilmente riusciranno a recarsi ai seggi elettorali. Una situazione complessa che presuppone comunque la vittoria dell’NDL, sia per la sua storia pregressa che per il ricorso privilegiato ai media nazionali.

Quali, dunque, le prospettive per il Myanmar all’indomani delle elezioni? Le ostilità tra gruppi etnici non sono affatto concluse e una possibile strada da percorrere per garantire maggiore stabilità al Paese potrebbe essere quella del decentramento amministrativo, in aggiunta ad un rafforzamento della tutela delle minoranze e delle specificità culturali dei popoli residenti nel territorio nazionale. Tra pandemia globale e tensioni interne non mancano le difficoltà, ma queste elezioni svolgeranno un ruolo cruciale nel determinare il prossimo futuro del Myanmar. 

Articolo a cura di Emilia Leban

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