Filippine

Le Filippine, estremo oriente o estremo occidente?

Con l’allentamento delle rigide norme sugli investimenti esteri diretti, il mercato filippino si apre agli investitori stranieri

Le Filippine rappresentano un caso molto particolare nel panorama ASEAN.  L’arcipelago, situato al centro del Mar della Cina, viene geograficamente indicato come “parte dell’Estremo Oriente”. Tuttavia, per la sua storia e le sue origini, sarebbe più opportuno definirlo “Estremo Occidente”. Le Filippine, infatti, oltre a costituire una delle roccaforti contro l’espansionismo cinese nella zona ed una delle basi di sbarramento poste dagli USA nel Pacifico, continuano ad essere una delle più importanti pedine della politica economica occidentale nel Sud-Est asiatico. 

La dicotomia tra Est e Ovest si riflette anche in politica interna. Negli ultimi anni, il Presidente Rodrigo Duterte, ha cercato di aprire sempre di più il mercato interno alle aziende occidentali, spingendo per un allentamento delle rigide regole sugli investimenti diretti esteri (IDE), considerate dall’OCSE, in un rapporto del 2019, tra le più restrittive nel loro genere dell’intero Sud-Est asiatico.

Gli ostacoli agli investimenti esteri nell’arcipelago hanno, infatti, dato vita ad un mercato dominato in diversi settori da grandi conglomerati locali. Ecco perché il Senato filippino è ormai pronto ad adottare, per la fine di maggio, una legislazione che modifica tre leggi – la legge sugli investimenti esteri, la legge sulla liberalizzazione del commercio al dettaglio e la legge sui servizi pubblici – approvate dalla Camera dei rappresentanti del Paese lo scorso anno.

Attualmente, ai sensi della sua Costituzione e delle leggi adottate, le Filippine rimangono un Paese con forti restrizioni agli investimenti stranieri, a cui si aggiungono una serie di limitazioni riguardanti altre aree, come la proprietà privata o il lavoro. A seconda dei settori d’attività, le restrizioni agli investimenti esteri possono essere molto severe, in particolare per aziende con capitale sociale inferiore a 200.000 di dollari. Inoltre, per alcune professioni, l’esercizio di esse da parte di uno straniero è vietato o viene reso molto difficile. Uno straniero o una società con capitale estero non possono possedere più del 40% di un terreno. La quota di corporation che può essere detenuta da stranieri varia in genere dallo 0% al 40%, a seconda del settore in questione, con alcune eccezioni se l’investimento supera determinate soglie. La piena proprietà privata è consentita agli stranieri solo nella vendita al dettaglio, ma vengono imposte pesanti restrizioni sul capitale versato e sugli investimenti, scoraggiandone l’ingresso. Le imprese straniere di solito entrano nel mercato filippino attraverso joint venture con partner locali o catene di franchising, ma spesso emergono le inefficienze del sistema dovute alla mancanza di controllo di gestione e alla maggior protezione di cui godono di solito i concorrenti locali, scoraggiano ulteriormente l’intervento estero. 

Non a caso, secondo la Banca Centrale delle Filippine, gli investimenti diretti esteri netti nel Paese sono scesi a $ 6,5 miliardi nel 2020, segnando il terzo anno consecutivo di calo. Per contrastare il trend, nel giugno 2020, il governo filippino ha annunciato l’approvazione di 12 nuove zone economiche, che saranno gestite dalla Philippine Economic Zones Authority, la più grande Agenzia di investimento del Paese che ha l’incarico di assistere gli investitori stranieri e facilitare le loro operazioni commerciali nel Paese, con il potere di concedere incentivi fiscali e non fiscali. Tuttavia, ai sensi del Corporate Recovery and Tax Incentives for Enterprises Act (CREAT), considerato il più grande programma di stimolo fiscale nella storia del Paese, il Governo ridurrà immediatamente l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società dal 30% al 25% e gli incentivi (come le agevolazioni fiscali, il supporto logistico e procedure doganali facilitate) saranno decisi dal Presidente su consiglio del Fiscal Incentives Review Board. Aprire il mercato filippino agli investitori stranieri e ridurre i vincoli burocratici legati al business sono dunque tra le maggiori priorità del governo Duterte. Un traguardo che appare ormai vicino, dopo i falliti tentativi delle precedenti amministrazioni e che sposterà l’asse delle Filippine ancora più verso l’Occidente.

L’outsourcing nelle Filippine

Come le Filippine sono diventate un hub del BPO

Il Business Process Outsourcing (BPO) è uno dei settori in più rapida crescita nelle Filippine, al punto da rappresentare uno dei tre pilastri dell’economia del paese, insieme alle rimesse inviate dai lavoratori filippini all’estero ed al turismo.

La crescita del BPO nelle Filippine ha mostrato infatti un tasso di espansione medio annuo del 20% nel corso dello scorso decennio. Secondo i dati dell’Oxford Business Group, il settore rappresentava solo lo 0,075% del PIL nel 2000, dato cresciuto progressivamente fino a raggiungere il 12% nel 2019.

Secondo gli ultimi dati del governo filippino l’industria del BPO impiega 1,35 milioni di lavoratori, la maggior parte dei quali (87,6%) nei call center, mentre quasi il 12% lavora in aziende di computer e servizi informatici. Nell’ultimo anno, è emerso un forte trend di crescita anche del segmento del Data Analytics.

La Roadmap 2016-2022 della IT and Business Process Association of the Philippines (IBPAP) si pone tuttavia obiettivi di crescita ancora maggiori per il settore, puntando a toccare – entro un paio di anni – 1,8 milioni di persone occupate, 40 miliardi di dollari di fatturato complessivo e una quota del 15% nel mercato globale del BPO.

Il settore BPO è fortemente internazionalizzato nelle Filippine: il 55% delle aziende opera a livello globale (il 65% delle quali esporta verso gli Stati Uniti), il 27% a livello regionale e solo il 18% all’interno del Paese. Sono tre le ragioni principali per cui le Filippine sono riuscite a diventare un hub internazionale del BPO.

In primo luogo, il governo filippino si è attivato fin dai primi anni 2000 per incentivare gli investitori ad esternalizzare nel Paese. Ha infatti messo in atto diverse politiche liberali, inclusi benefici fiscali e misure di semplificazione nelle procedure in materia di occupazione.

Il secondo aspetto riguarda il bilinguismo. Oltre al filippino, gli studenti imparano fin da subito l’American English. La padronanza della lingua inglese e l’affinità con la cultura occidentale conferiscono alle Filippine un vantaggio concorrenziale rispetto ai suoi diretti competitors nel BPO, come l’India.

Infine, il salario medio dei lavoratori filippini nel settore è meno della metà di quello delle loro controparti nei paesi occidentali. Gli Stati Uniti ed altre imprese anglofone sfruttano questo fattore per abbassare i loro costi fissi.

Nonostante la crisi legata al COVID-19 abbia avuto un impatto negativo e rallentato la crescita del BPO nelle Filippine, le multinazionali straniere non hanno abbandonato il paese. Se la crisi continuerà a favorire la domanda di servizi telematici è infatti probabile che il settore riprenda presto la propria traiettoria positiva di crescita.

Articolo a cura di Amiel Masarap e Maria Viola.