Filippine

Filippine: nuovo Marcos, vecchia diplomazia

Il figlio dell’ex dittatore di Manila ha dichiarato di essere a favore di una “politica estera indipendente”, usando un’espressione coniata da Duterte, traducibile in un’ambiguità strategica dalle sfumature filo-cinesi

Articolo di Lucia Gragnani

Si è conclusa l’era di Rodrigo Duterte alla presidenza delle Filippine. Dopo sei anni, caratterizzati dalla lotta alla droga sul piano domestico e da una politica ambigua a livello internazionale, l’ex-presidente si è ritirato ufficialmente dalla vita politica. Con le elezioni di maggio 2022, gli è subentrato Ferdinand Marcos Jr. detto Bongbong. Nonostante la storia truce della famiglia Marcos, segnata da 14 anni di dittatura militare a guida del padre Ferdinand Marcos, Bongbong è riuscito a portare a casa una vittoria senza precedenti dai tempi della fine della dittatura. 

I 90 giorni di campagna elettorale, caratterizzati da uno sforzo di stampo orwelliano per riabilitare l’immagine della famiglia Marcos, hanno dato i loro frutti. Con Sara Duterte alla vicepresidenza, le elezioni del 2022 si sono confermate una vittoria per le dinastie politiche filippine e un autogol per la democrazia di Manila.

Durante la sua campagna elettorale, Duterte aveva dichiarato prioritarie le questioni del Mar Cinese Meridionale, mettendole a dettare i rapporti con la Cina. In realtà, i rapporti tra Filippine e Cina si sono sviluppati in modo relativamente positivo, con Manila rivolgendo lo sguardo strategico più verso Pechino e meno verso Washington nei primi anni di presidenza.

La politica estera del neoeletto Marcos si presenta della stessa matrice. Anche lui ha infatti dichiarato di essere a favore di una “politica estera indipendente”, usando un’espressione coniata da Duterte, traducibile in un’ambiguità strategica dalle sfumature filo-pechinesi. In campagna elettorale, Bongbong ha annunciato di voler intensificare i rapporti bilaterali con la Cina, e di voler negoziare un accordo per superare le dispute nel Mar Cinese Meridionale, in stallo dall’arbitrato del 2016. 

Il tribunale, interpellato nel 2013 dalle Filippine contro la Cina al tribunale della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), aveva dichiarato le rivendicazioni storiche di Pechino come illecite, e denunciato il comportamento belligerante della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Il risultato, visto dalle Filippine come una vittoria, era stato prontamente rifiutato dalla controparte.

Le controversie riguardanti la sovranità sulle formazioni del Mar Cinese Meridionale rimangono l’ostacolo principale nei rapporti tra Manila e Pechino, e hanno contribuito a rendere Duterte più amichevole nei confronti di Washington durante gli ultimi anni di presidenza. Tra i paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) che rivendicano le acque e le isole di questo bacino marittimo, le Filippine e il Vietnam sono i più esposti al confronto con la Cina.

Ad aprile Manila e Washington hanno condotto l’esercitazione militare più massiccia degli ultimi sette anni. Il Balikatan, in tagalog “spalla a spalla”, ha mobilitato circa 9 mila membri tra personale militare filippino e americano nell’area di Luzon. Oltre agli Stati Uniti, un altro partner strategico è l’India, paese rivale di Pechino, con cui le Filippine hanno tenuto esercitazioni navali nel Mar Cinese Meridionale nel 2021.

Per attenuare le tensioni tra ASEAN e Pechino, il 2022 dovrebbe vedere la firma dell’atteso Codice di condotta per il Mar Cinese Meridionale. Il documento ha lo scopo di ridurre le probabilità di conflitto tra le parti, creando una linea guida per il comportamento degli stati nelle acque contese. Tra le conseguenze, avrebbe anche il facilitare l’esclusione dei paesi terzi dal dibattito, principalmente Stati Uniti e India.

L’impegno di Washington nell’Indo-Pacifico, intensificatosi negli ultimi mesi, getta dubbi sul rispetto della scadenza del 2022. La presenza delle Filippine (e di altri paesi ASEAN) all’interno dell’Indo-Pacific Economic Framework (IPEF) riduce la probabilità che il codice di condotta venga reso giuridicamente vincolante, e contribuisce a rendere la politica estera di Marcos ulteriormente ambivalente. 

Filippine, vince Marcos Jr.: quali prospettive per Manila?

Il figlio dell’ex dittatore conquista una maggioranza schiacciante. Che cosa significa la sua ascesa al potere per il Paese del Sud-Est asiatico?

Il 9 maggio 2022 le Filippine hanno rimesso un Marcos alla guida del Paese. E con risultati inequivocabili: poche ore dopo la chiusura dei seggi, Ferdinand Marcos Jr. aveva già ottenuto un distacco netto nei confronti dell’altra candidata di punta, Leni Robredo. A dettare il successo di “Bongbong” anche la scelta di Sara Duterte come sua candidata alla vicepresidenza. Si tratta del successo elettorale più ampio mai registrato da un candidato dal 1989, quando Corazon Aquino ha ottenuto la carica sulla spinta delle rivolte contro Marcos padre. 

Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr.: chi è

Classe 1957, Ferdinand Marcos Jr. è l’unico figlio maschio dell’ex dittatore filippino. Esiliato con la famiglia a Honolulu dopo il crollo del regime, è rientrato nelle Filippine nel 1991, due anni dopo la morte del padre. Dal rientro in patria all’entrata in politica sono passati solo pochi mesi: la Presidente Aquino aveva infatti concesso sia il ritorno nelle Filippine che la possibilità di rientrare in politica. Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr. è stato prima deputato, poi governatore di Ilocos Norte (storico feudo della dinastia Marcos), e infine membro del Congresso e senatore tra il 2010 e i 2016.  A Ilocos Norte, ciononostante, alcuni lo ricordano come un governatore assente: si era iscritto a Oxford ed era spesso negli States, ma non ha mai concluso la sua carriera accademica oltre il diploma.

Nel 2016 si è candidato alla vicepresidenza, ma ha perso contro la candidata Leni Robredo – nota successivamente per la sua opposizione alle politiche di Duterte. Non è quindi un caso che Marcos Jr. abbia presto ereditato il bacino elettorale di Duterte (nonostante alcuni screzi tra i due).  La sua vittoria era prevista dai sondaggi, dove superava il 55% delle preferenze. Le promesse in campagna elettorale sono state definite dagli osservatori come “vaghe”, ma ciò non ha impedito a Bongbong di portare a casa un successo inaspettato, il più eclatante dai tempi dell’elezione di Aquino.

Disillusione e social media

La disillusione nei confronti della classe politica ha contribuito in buona parte all’ascesa incontrastata di Marcos Jr. Nonostante le promesse vaghe, il neoeletto Presidente ha sempre giocato sulla necessità di ricreare un Paese più giusto, dove non dilaghino la corruzione e il separatismo (che non ha mancato di farsi sentire anche in occasione delle elezioni 2022). Inoltre, l’immagine “ripulita” dei Marcos sui social media ha contribuito a creare la narrazione di “un’epoca d’oro” che si era realizzata sotto il dominio di Marcos padre. Secondo i sostenitori del nuovo Presidente, infatti, sotto il regime di Marcos non sarebbe esistita una corruzione così dilagante, né i clan familiari avrebbero avuto tanto potere nei confronti della politica.

L’elezione di Marcos Jr. attira, come accaduto anche con Duterte, profonde riflessioni intorno al ruolo dei social. Le Filippine sono considerate uno dei Paesi più “social” in Asia, con ben 80 milioni di utenti online. Secondo un’indagine di Rappler, il punto di svolta di questo trend è stato il 2016, quando l’elezione di Duterte ha ricordato a molti il populismo dello statunitense Donald Trump. Almeno un milione di persone sono state esposte a notizie false o fuorvianti grazie alla diffusione di contenuti virali. Le Filippine hanno approvato una legge contro le fake news nel 2017 ma, come afferma lo stesso Marcos Jr., “è molto difficile per i governi gestire queste dinamiche”.

L’impatto delle presidenziali sull’ASEAN

Dal punto di vista dell’ASEAN un governo filippino potenzialmente debole potrebbe rappresentare un’altra questione con riflessi interni ed esterni. Il dossier sui territori contesi nel Mar cinese meridionale non è ancora risolto e il Codice di condotta promesso per gestire l’assertività cinese ancora irrealizzato. Se con Duterte la decisione di allontanarsi dagli Stati Uniti aveva l’apparenza di una strategia, con Marcos Jr. potrebbe trattarsi di una scelta obbligata dagli eventi. Sulla bilancia delle sfide per l’ASEAN Manila gioca un ruolo cruciale. A metà strada tra Washington e Pechino, le Filippine di Marcos Jr. potrebbero rimettere in primo piano le priorità del gruppo. Ma l’atteggiamento schivo di Bongbong, che ha evitato molte occasioni di dibattito pubblico, non aiuta a comprenderne la strategia diplomatica.

Secondo gli analisti, la presenza di un Marcos alla presidenza non favorisce il riallacciamento delle relazioni con Washington: un tribunale delle Hawaii nel 2011 ha condannato i Marcos a pagare una multa da 353,6 milioni di dollari per non aver dichiarato il proprio patrimonio. La somma non è stata mai pagata, e per questo motivo Marcos è teoricamente un ricercato che potrebbe andare incontro a una causa penale qualora mettesse piede negli Usa. Un problema non indifferente sia nel contesto delle visite presidenziali, che in occasione di summit multilaterali con l’ASEAN. Spinto dagli eventi, Bongbong potrebbe trovarsi sulla strada aperta da Rodrigo Duterte alla Cina (e ai suoi capitali): un percorso che, a seconda di come si muoverà il nuovo presidente, potrebbe trovare spazio grazie alla spinta della Vicepresidente Sara Duterte.

Elezioni nelle Filippine: gli sfidanti e i temi del voto

Lunedì 9 maggio, l’arcipelago del sud-est asiatico sceglie il suo nuovo presidente. Alcune informazioni per capire la sfida elettorale e le sfide che attendono la leadership entrante.

Manca poco al giorno delle elezioni nelle Filippine. Il 9 maggio i cittadini votano per le presidenziali, oltre a esprimere la preferenza per legislatura ed esecutivo a livello nazionale e provinciale. Una sfida che vede soprattutto i cinque candidati per la presidenza protagonisti di una fase complessa per il destino dell’arcipelago. Tra i fattori che erediterà la nuova dirigenza: sei anni di amministrazione Duterte segnati dalla lotta alla criminalità senza compromessi, l’emergenza Covid-19, il rallentamento dell’economia e una crescente instabilità geopolitica nel Pacifico. Come vengono trattati questi temi oggi, quali misure verranno effettivamente prese dal nuovo governo, sarà decisivo per il futuro dei suoi cittadini e dell’ASEAN. Lo stesso presidente uscente, Rodrigo Duterte, non parteciperà al summit USA-ASEAN del 12-13 maggio a Washington per “non prendere posizioni che potrebbero risultare inaccettabili alla nuova amministrazione”.

Sfide e opportunità 

Il nuovo corso degli eventi non potrà prescindere da quelli che sono i temi del momento. Il nuovo presidente ha solo un mandato a disposizione per agire nei confronti degli elettori e preparare la strada per favorire la continuità delle riforme. Tra questi, proprio l’immobilità della classe politica rimane una delle maggiori preoccupazioni per la salute della democrazia filippina: qualsiasi carriera importante ha radici nel network di conoscenze (fino al nepotismo e all’esistenza di vere e proprie dinastie politiche) e nella corruzione. Da qui una certa frustrazione e disillusione nei confronti della classe politica, poiché la percezione generale è che chi possiede denaro e contatti ha già in mano un grande potere sulla politica locale e nazionale. Secondo il Corruption perception index del 2021, l’81% dei filippini pensa che la corruzione sia un serio problema interno all’élite politica del paese, mentre il 19% dei funzionari pubblici avrebbe ricevuto almeno una volta all’anno delle tangenti. 

A questo clima socio politico si aggiunge il problema sempre più grave della disinformazione. La famiglia dell’ex dittatore Marcos e dell’attuale candidato Ferdinand ‘Bongbong’ Marcos Jr., per esempio, ha lavorato assiduamente per “ripulire” la propria immagine. Oggi i social media offrono un’ampia varietà di contenuti propagandistici su Marcos Jr., o inneggiano a un passato glorioso attraverso gli inni e i simboli del regime del 1965. Quasi l’intera popolazione è esposta all’informazione su Facebook, YouTube e TikTok e la maggior parte di questi utenti sono giovani nati negli anni successivi alla caduta dell’autocrate (1986). Gli stessi giovani che, oggi, costituiscono un terzo dell’elettorato.

Una ricerca pubblicata da Publicus Asia segnala, inoltre, che il 51% dei rispondenti ritiene la campagna vaccinale e la crisi economica post-Covid i due principali problemi delle Filippine. Secondo gli ultimi dati sulla pandemia, i casi sono stabili e le vaccinazioni sembrano procedere di buon passo (il 74,3% della popolazione vaccinabile ha ricevuto almeno due dosi). Per quanto riguarda l’economia, le stime della Asia Development Bank (ADB) prevedono un trend positivo di crescita al 6% per il 2022, ma la guerra in Ucraina e i rallentamenti lungo le catene di approvvigionamento (soprattutto a causa del lockdown cinese) potrebbero cambiare le carte in tavola.

Ma le elezioni del 2022 potrebbero essere decisive anche per il futuro della politica estera filippina. Situate in un contesto geografico sempre più teso tra Cina e Stati Uniti, le Filippine sono da tempo combattute tra i vantaggi della partnership commerciale con Pechino e l’assertività delle sue navi nel mar Cinese meridionale. Se Marcos Jr. vincesse le elezioni, in molti ritengono ci si possa aspettare un allineamento verso la Repubblica popolare. Da un punto di vista dei valori alla base della sua campagna elettorale, invece, Leni Robredo otterrebbe un supporto maggiore dagli Usa nella sua lotta alla sopravvivenza delle istituzioni democratiche nel Sud-Est asiatico.

Chi sono i candidati

I candidati alle elezioni presidenziali nelle Filippine sono cinque, ma secondo i sondaggi il testa-a-testa decisivo sarà tra Ferdinand ‘Bongbong’ Marcos Jr. e Maria Leonor “Leni” Gerona Robredo. I due si trovano ancora una volta rivali davanti all’elettorato, che li aveva visti correre per la vicepresidenza nel 2016, quando Robredo vinse con solo lo 0,34% di vantaggio contro Marcos.

Il primo, come anticipato, è figlio del dittatore che ha guidato il Paese per oltre vent’anni (1965-1986) – undici dei quali imponendo la legge marziale. Lo spettro di Marcos padre non oscura la fama del figlio: per molti, al contrario, i Marcos rappresentano un’istituzione. A favorirlo potrebbe essere il nord (la regione di Ilocos Norte è storicamente considerata il “feudo” dell’ex famiglia presidenziale, e proprio lì si è consolidata la carriera politica di Marcos Jr.), che anche nel 2016 aveva preferito la coalizione d’opposizione di Jejomar Binay. Al momento sembra essere il favorito dai sondaggi. La sua candidata alla vicepresidenza è nientemeno che Sara Duterte, figlia del presidente uscente che ha rinunciato alla corsa per il posto del padre (nonostante le analisi e il sentiment popolare l’avessero messa al primo posto tra i favoritissimi per la corsa alla presidenza).

Maria Leonor “Leni” Gerona Robredo, dei Liberali, ha fatto della difesa della democrazia e della lotta al nepotismo le sue armi in campagna elettorale. Avvocata per i diritti umani, si è presto distaccata dal presidente Duterte durante la sua vicepresidenza, complice la sanguinosa campagna contro la droga che ha portato alla morte di oltre seimila persone dall’inizio del suo mandato. È la seconda candidata favorita dai sondaggi, attestandosi intorno al 24% e ottenendo una discreta ripresa su Marcos Jr. Sta avendo successo su parte dell’elettorato per i suoi atteggiamenti di “umiltà” in un paese dove l’accesso alla politica si ottiene spesso con il denaro e le conoscenze: tra questi, l’aver tolto i tacchi alti in pubblico e l’utilizzo dei mezzi pubblici per spostarsi. Alcune recenti analisi sembrano inoltre vederla in vantaggio tra gli investitori, che diffidano della capacità di Marcos Jr. nel portare avanti politiche economiche e fiscali efficaci. Se eletta, sarebbe la terza presidente donna del paese dopo Corazon Aquino e Gloria Macapagal Arroyo.

Gli altri candidati alle presidenziali sono il sindaco di Manila e attore Isko Moreno, l’ex campione di pugilato e senatore Manny “PacMan” Pacquiao e l’ex dirigente della Polizia nazionale delle Filippine Panfilo Lacson.

Le elezioni e l’ASEAN

L’elezione di un nuovo capo di stato è sempre determinante nel contesto delle relazioni regionali. Nel caso delle Filippine, il problema diventa ancora più urgente davanti a un panorama geopolitico in mutazione. Un ambiente, quello odierno, che per la sua complessità necessiterebbe della massima coesione interna al gruppo ASEAN.
In uno degli ultimi dibattiti della campagna elettorale in corso, Leni Robredo ha sottolineato la necessità per Manila di guidare il dialogo ASEAN sull’assertività cinese nel tratto di mare comune. Per Robredo, il Codice di condotta per il Mar cinese meridionale non può essere posticipato ulteriormente. E le Filippine “devono spingere gli altri Paesi membri” ad approvarlo in modo da consolidare la propria posizione davanti alle rivendicazioni territoriali cinesi. L’Associazione osserva con attenzione quanto accadrà nelle urne filippine anche per il proprio bilanciamento interno, quanto mai fondamentale in un momento globale così delicato tra coda pandemica e guerra in Ucraina.

L’effetto della crisi climatica sulle elezioni delle Filippine

È chiaro a tutti che il Paese è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici e necessita, quindi, di un ricorso alle energie rinnovabili.

Quando il tifone Rai ha devastato le Filippine centrali nel dicembre 2021, lasciando quasi 400 città senza energia elettrica per settimane, ciò che più ha irritato la popolazione è stata l’incapacità del governo di prevedere le conseguenze del disastro naturale.

Un arcipelago nel mezzo del Pacifico, ogni anno le Filippine vengono colpite da almeno 20 tempeste, che sembrano peggiorare esponenzialmente. Il tifone Rai è stato più distruttivo dell’Haiyan (2013) e le stime dei danni che ha causato in tutto il Paese ammontano a 800 milioni di dollari.

È chiaro a tutti che il Paese è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici e necessita, quindi, di un ricorso alle energie rinnovabili. Tuttavia, pare che Manila non la pensi allo stesso modo. Da inizio febbraio, la capitale è in preda alla “febbre da elezioni” e i politici sembrano vedere la questione del clima come una problematica alla quale solo le nazioni più grandi possono far fronte. Per la classe politica filippina l’obiettivo principale è la sopravvivenza e  non vi è alcuna apparente preoccupazione di affrontare le conseguenze disastrose provocate dai disastri naturali che colpiscono il Paese da anni. 

In vista delle elezioni del 9 maggio, che misureranno l’appetito dei filippini per il cambiamento, Ferdinand Marcos Jr., figlio e omonimo del defunto dittatore, è il favorito per vincere la presidenza. Il sindaco di Davao, Sara Duterte, figlia dell’attuale leader, sta guidando la corsa per la vicepresidenza. Tutti gli occhi sono puntati sulla corsa alla successione del presidente Rodrigo Duterte, a cui è costituzionalmente vietato cercare un secondo mandato e non ha nominato pubblicamente un successore preferito.

Sulla scheda elettorale si compirà una scelta tra dieci candidati alla presidenza e nove alla vicepresidenza. Ciò che il popolo si aspetta non sono solo delle risposte concrete alla pandemia e dei forti programmi di ripresa economica, ma sono osservate da vicino anche le posizioni di ciascun candidato in merito alle politiche dell’era Duterte, la sanguinosa guerra alla droga, la politica estera verso la Cina e la sua spinta infrastrutturale sostenuta dal debito.

In sintesi, la questione climatica e il passaggio ad un maggiore uso delle fonti di energia rinnovabile, non sembrano le priorità della classe politica filippina.

Secondo il professor Antonio La Vina, ex direttore esecutivo dell’Osservatorio di Manila, un istituto di ricerca senza scopo di lucro con sede presso l’Ateneo de Manila University: “Tifoni della portata di Haiyan e Rai continueranno a presentarsi sempre più frequentemente; senza un piano che preveda questi eventi, si arriverà ad un punto critico in cui non avremo il tempo necessario per ricostruire”. 

Se il Governo promuovesse un maggiore uso dell’energia rinnovabile, sostituendo i combustibili fossili che contribuiscono al peggioramento del cambiamento climatico, le drammatiche conseguenze delle tempeste annuali potrebbero essere evitate.

Perché allora alla COP26 di Glasgow l’anno scorso, le Filippine hanno concordato solo parzialmente sulla graduale eliminazione del carbone? Perché i grandi attori della produzione di energia hanno investito così tanto nel carbone che non vogliono vedere i loro soldi sprecati. Manila potrebbe aver recentemente imposto un divieto sulle nuove centrali elettriche a carbone, ma quelle esistenti potranno continuare a produrre per decenni.

Secondo le ultime statistiche, il 42% dell’elettricità filippina proviene ancora dal carbone, mentre le energie rinnovabili rappresentano solo il 29%. Per poter sperare di evitare le drammatiche conseguenze causate dai disastri ambientali, le Filippine dovranno aumentare l’uso di energia rinnovabile del 35% entro il 2030 e oltre il 50% entro il 2040. 

Nel 2016 si è registrato un picco nelle costruzioni di infrastrutture volte ad ospitare la produzione di energia rinnovabile (in particolare quella solare), ma da quel momento in poi c’è stato un calo e non se n’è più parlato. Nonostante ogni mese ogni famiglia veda sulla propria bolletta una piccola tariffa aggiunta per aiutare a finanziare queste nuove infrastrutture, l’energia rinnovabile rimane un tema ancora poco conosciuto dalla popolazione dell’arcipelago. 

La chiave è educare le comunità che, a loro volta, dovranno chiedere alle loro unità governative locali di destinare una maggiore quantità dei loro bilanci alle energie rinnovabili. Questo tipo di cambiamento parte dal basso verso l’alto e non aspetta che i “piani alti” intervengano. La via da seguire potrebbe essere quella di sfruttare le risorse naturali per ogni isola dell’arcipelago e ovviare alla tecnologia diesel che è costosa, importata, inaffidabile e troppo spesso non in grado di soddisfare il fabbisogno energetico giornaliero sulle isole più remote.

Gli elettori filippini dovrebbero forse chiedere di più alla loro prossima amministrazione presidenziale per evitare di fare di questo Paese un poster pubblicitario per la resilienza ai disastri.

Filippine, ritorno al futuro: Marcos Jr dopo Duterte?

A maggio sono in calendario le attese elezioni presidenziali nell’arcipelago del Sud-Est asiatico, strategico nella contesa tra Stati Uniti e Cina. Manila cerca di dare un volto al dopo Duterte, anche se la figlia Sara potrebbe occupare un posto di primo piano al fianco di un altro figlio, quello dell’ex dittatore che controllò il Paese tra il 1972 e il 1986. Dal mini e-book di China Files “In Cina e Asia 2022”, realizzato in collaborazione con Associazione Italia-ASEAN.

Articolo a cura di Luca Sebastiani

Ex pugili, figli di dittatori e presidenti, attivisti e attori. La corsa alla presidenza delle Filippine che si terrà il 9 maggio 2022 è accesissima. La popolazione del paese del Sud-Est asiatico il prossimo anno andrà alle urne per decidere chi governerà per i prossimi anni, sia a livello nazionale che locale. In tutto, gli aventi diritto di voto saranno circa 67 milioni, per una tornata elettorale particolarmente importante. L’attesa è molto alta per la corsa alla successione di Rodrigo Duterte, presidente dal 2016 a cui la Costituzione nega la possibilità di ricandidarsi e che quindi ha ripiegato sulla candidatura per un posto al Senato.

I pretendenti

Al momento più di 90 candidati si sono presentati con la speranza di ricoprire la carica più alta delle Filippine. Il favorito dai sondaggi è per ora Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr., figlio del defunto omonimo dittatore Ferdinand Marcos, che controllò il paese tra il 1972 e il 1986. Marcos, senatore fino al 2016, corre con il partito Pfp (Partido Federal ng Pilipinas) e, in caso di una sua vittoria, gli analisti ritengono possa verificarsi una sostanziale continuità con Duterte (nonostante quest’ultimo non lo appoggi). Tra l’altro, come sua vicepresidente, si dovrebbe candidare la figlia maggiore dello stesso Duterte, Sara, che dopo mesi di indiscrezioni su una sua discesa in campo per succedere al padre, ha deciso di sostenere Marcos. Un’intesa che potrebbe rafforzare l’asse tra due delle dinastie politiche più importanti delle Filippine ed esponenti del nord e del sud del paese. Il cambio di passo più evidente potrebbe verificarsi in politica internazionale, con un maggior equilibrio delle Filippine tra Cina e Stati Uniti, rispetto a quanto avvenuto con Duterte, più proteso verso Pechino, soprattutto nella prima parte del suo mandato.

La principale sfidante di Marcos Jr sembrerebbe poter essere l’attuale vicepresidente Leni Robredo, un’attivista per i diritti civili che punta a intercettare il voto di chi vuole un forte cambiamento dopo gli ultimi anni. Si tratta di una figura contrapposta rispetto a quella di Duterte e contraria alla violenta “guerra alla droga” condotta dal presidente, in cui sono state uccise migliaia di persone dalle forze di polizia (più o meno regolari) con omicidi extragiudiziali. Robredo ha dichiarato, in modo diplomatico, che in caso di vittoria collaborerà con la Cina solo nelle aree e nei dossier dove non ci sono tensioni esistenti, sottintendendo comunque l’importanza dei rapporti commerciali con Pechino. A correre per la presidenza anche il senatore Panfilo Lacson, già capo della polizia delle Filippine, e l’ex ministro della Difesa Norberto Gonzales.

Tra i nomi di peso presenti ai nastri di partenza c’è quello del sindaco di Manila, l’ex attore Francisco “Isko Moreno” Domagoso, che spera nel sostegno ufficiale di Duterte, ma anche Manny Pacquiao, tra i più grandi pugili di tutti i tempi e attualmente senatore, che ha deciso di candidarsi alla presidenza dopo aver appeso i guantoni al chiodo a settembre. Negli scorsi mesi Pacquiao si è scontrato in maniera aspra con Duterte – nonostante siano entrambi esponenti del Pdp-Laban (Partido Demokratiko Pilipino-Lakas ng Bayan) – criticandolo per l’approccio troppo accondiscendente con Pechino. La sua campagna elettorale si baserà sulla lotta alla corruzione nel paese e un atteggiamento più intransigente con la Cina. Insieme a loro sono decine i candidati, alcuni inevitabilmente in cerca di visibilità e notorietà in un paese duramente colpito dalla pandemia e con l’economia in difficoltà.

L’equilibrio tra Stati Uniti e Cina

A prescindere dalle priorità di politica interna su cui i diversi candidati discuteranno da qui fino alle elezioni, emerge con forza un tema cardine del prossimo futuro per le Filippine: il proprio posizionamento nella contesa tra Cina e Stati Uniti. Il Covid-19 ha accelerato il processo competitivo tra le due potenze, evidenziando la centralità strategica della regione indo-pacifica. Dall’inizio della presidenza di Duterte i rapporti economici e politici tra Manila e Pechino sono andati via via rafforzandosi, indebolendo di conseguenza l’intesa con gli Usa dell’allora presidente Donald Trump. Una tendenza durata fino allo scontro diplomatico della scorsa primavera quando le Filippine e la Cina sono arrivate ai ferri corti a causa della vicenda delle isole Spratly/Kalayaan, storica controversia territoriale tra i due paesi.

In quell’occasione Pechino inviò più di 200 pescherecci nelle acque dell’atollo Juan Felipe (o “Whitsun Reef” per usare il nome internazionale), definite vere “milizie marittime” da parte delle Filippine. Il rifiuto cinese di abbandonare le acque fece salire la tensione. Per Manila fu una chiara manifestazione delle volontà cinesi di occupare territori in quella zona, tanto che il ministro degli Esteri delle Filippine, Teodoro Locsin Jr. reagì rivolgendosi ai cinesi con parole molto dure: “Get the fuck out”. Nonostante queste dichiarazioni, Duterte ha sempre cercato di tenere basso il livello di tensione con la Cina. D’altronde da Pechino giungevano milioni di dosi di vaccino essenziali per il paese. Anche a novembre è avvenuto un incidente nel Mar cinese meridionale, con le navi della Repubblica Popolare che hanno sparato colpi di avvertimento vicino a imbarcazioni delle Filippine.

Gli Stati Uniti hanno subito sfruttato la questione per dare il pieno sostegno a Manila, cercando di ampliare la distanza tra le Filippine e Pechino. Per Washington l’arcipelago è fondamentale, visti la vicinanza geografica con Taiwan e il legame storico che lega gli Usa e Manila. Anche per questo che con Joe Biden alla Casa Bianca, l’amministrazione americana si è mostrata più attenta verso il paese del Sud-Est asiatico, che dopo le ripetute dichiarazioni in senso contrario ha rinnovato il Visiting Forces Agreement.

Le recenti tensioni con la Cina hanno scaldato gli animi della popolazione delle Filippine, che potrebbero ricordarsene quando si recheranno alle urne. Sebbene, non ci siano tra i principali pretendenti, candidati che sono dirette espressioni di Pechino o Washington, è certo che in questi mesi di campagna elettorale verrà dedicato ampio spazio alle relazioni del paese asiatico con le due superpotenze. E nel frattempo Cina e Stati Uniti osservano.

 

Elezioni presidenziali Filippine: ecco chi sono i candidati

A Manila ci si chiede come sarà il post-Rodrigo Duterte. Sono molti i nomi che hanno scelto di concorrere all’ufficio più alto dello Stato, la Presidenza della Repubblica.

Rodrigo Duterte non può ricandidarsi alla presidenza e ha rinunciato a concorrere alla vicepresidenza. La Costituzione filippina prevede infatti un unico mandato di sei anni per il Presidente che viene eletto a turno unica, indipendentemente dallo scarto di voti con i rivali.

I candidati principali alle presidenziali filippine del 2022 sono Panfilo Lacson, senatore ed ex capo della polizia, Ferdinand Marcos Jr, figlio del dittatore Marcos, Manny Pacquiao, senatore ed ex pugile di fama internazionale, Ronald dela Rosa, l’ex capo della polizia a capo della “guerra alla droga” di Duterte, e Leni Robredo, l’attuale Vicepresidente. Per ora, tra i candidati non figura Sara Duterte-Carpio, figlia del presidente. Tuttavia, in quanto candidata per un terzo mandato da sindaca di Davao, lì dove lo fu il padre, ha tempo fino al 15 novembre per cambiare idea e concorrere alla presidenza. Questo stesso escamotage fu utilizzato dal padre nel 2016.

Ad oggi, nessuno sembra nettamente favorito nel divenire il futuro inquilino di Palazzo Malacañang, la sede presidenziale. La corsa sta per cominciare: la campagna elettorale inizierà ufficialmente l’8 febbraio 2022 per chiudersi il 7 maggio e si andrà alle urne il 9 maggio.

Riguardo ai vari concorrenti, alcuni presentano elementi di continuità e altri di discontinuità con l’amministrazione uscente.

Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr, 64 anni, vorrebbe traghettare il Paese verso l’uscita dalla crisi pandemica cercando la collaborazione degli altri gruppi politici. Questa intenzione sembra difficile da realizzare in quanto gli attivisti per i diritti umani, memori del passato del padre, sperano che non diventi presidente. Proteste in strada chiedono che i Marcos restituiscano la ricchezza accumulata durante la dittatura (si stimano più di 10 miliardi di dollari) e che scontino una pena detentiva. Oltre ai fondi, un altro asset importante di Marcos Jr. è il legame con Duterte: la base elettorale del Presidente nel sud insieme a quella dei Marcos nel nord ha il potenziale di raggruppare un’ampia e diffusa quantità di voti nel Paese. Concorre con il Partido Federal Ng Pilipinas, fondato nel 2018 proprio in supporto a Duterte.

Il Senatore Ronald “Bato” dela Rosa, 59 anni, è il più vicino alla linea politica di Duterte, che lo pose a capo della controversa guerra alla droga che dal 2016 ha provocato la morte di più di 6100 persone. La sua candidatura in extremis voluta dal PDP-Laban, partito di governo di cui fa parte anche Duterte, ha il fine dichiarato di raccogliere l’eredità dell’attuale amministrazione.

Seguono una linea diversa Manny Pacquiao e Francisco “Isko Moreno” Domagoso. Entrambi condividono un passato di estrema povertà e un presente di riscatto economico, oltre che di fama.

Pacquiao, 42 anni e orgogliosamente cristiano, è senatore dal 2016 e la sua agenda include l’aiuto ai poveri. Ha contestato la disparità con cui Duterte ha distribuito gli aiuti economici e sanitari per far fronte alla pandemia. Secondo la giornalista Maria Ressa, Pacquiao sarebbe politicamente acerbo per mancanza di esperienza e per essere stato poco presente e poco propositivo nelle sedute parlamentari. Partecipa sotto le insegne del PROMDI, di base a Cebu, e non del PDP-Laban di cui è presidente dal dicembre 2020. Secondo Rappler, Pacquiao avrebbe scelto di candidarsi con questo partito in seguito a dissidi con la fazione Cusi del PDP-Laban che ha contestato la legittimità del cambio di insegne dopo la candidatura ufficiale. Questo ha destato l’attenzione della Commissione elettorale che indaga per illegittimità della candidatura e conflitto d’interessi.

Domagoso, il quarantaseienne sindaco di Manila in rapida ascesa, è stato un noto attore negli anni ’90 ed è in politica dal ’98. È considerato un populista come Duterte ma dai toni molto più pacatiDice di avere intenzione di essere un presidente risanatore e di voler continuare la lotta alla droga ma senza permettere “omicidi legali”. Concorre con Aksyon Demokratiko, partito nato nel ’98.

Panfilo Lacson, 74 anni, senatore di lungo corso ed ex capo della polizia, concorse anche nel 2004. Probabilmente all’ultima falcata della vita politica, sostiene di puntare a contrastare la corruzione, il traffico di droga e il crimine candidandosi col Partido Reporma.

Infine, Leni Robredo, 56 anni, è la candidata più in contrasto con la presidenza attuale. La Vicepresidente è un avvocato dei diritti umani da sempre critica verso le campagne di Duterte. Nel sistema filippino, la vicepresidenza viene votata separatamente e può essere di schieramento opposto a quello del Presidente. Robredo dice di essersi candidata per “assicurare un futuro di pari opportunità” ai filippini. La sua base elettorale è molto ampia grazie all’operato nel suo mandato e si candida da indipendente, pur essendo leader del Partito Liberale.

Lo scorso settembre, uno studio di Pulse Asia ha analizzato le probabilità di vittoria e i fattori che determinano le proiezioni di voto per ciascun candidato. Quel che è fondamentale per avere buone chance di vittoria sono grandi fondi e un’organizzazione nazionale diffusa che dia visibilità. Marcos possiede la ricchezza di famiglia ma non ha un’organizzazione alle spalle; Lacson, Moreno e Robredo non possiedono alcuno di questi requisiti ma fanno leva principalmente sulla loro immagine e fama; dela Rosa è spalleggiato dal PDP-Laban ma la sua candidatura improvvisa e last minute può essere un malus. Chi potrebbe avere grandi chance, qualora si candidasse, è Sara Duterte-Carpio. Le risorse economiche e le alleanze del padre potrebbero darle un vantaggio importante per ottenere i voti necessari per insediarsi a Palazzo Malacañang. Ma la partita è ancora tutta da giocare.

Le Filippine, estremo oriente o estremo occidente?

Con l’allentamento delle rigide norme sugli investimenti esteri diretti, il mercato filippino si apre agli investitori stranieri

Le Filippine rappresentano un caso molto particolare nel panorama ASEAN.  L’arcipelago, situato al centro del Mar della Cina, viene geograficamente indicato come “parte dell’Estremo Oriente”. Tuttavia, per la sua storia e le sue origini, sarebbe più opportuno definirlo “Estremo Occidente”. Le Filippine, infatti, oltre a costituire una delle roccaforti contro l’espansionismo cinese nella zona ed una delle basi di sbarramento poste dagli USA nel Pacifico, continuano ad essere una delle più importanti pedine della politica economica occidentale nel Sud-Est asiatico. 

La dicotomia tra Est e Ovest si riflette anche in politica interna. Negli ultimi anni, il Presidente Rodrigo Duterte, ha cercato di aprire sempre di più il mercato interno alle aziende occidentali, spingendo per un allentamento delle rigide regole sugli investimenti diretti esteri (IDE), considerate dall’OCSE, in un rapporto del 2019, tra le più restrittive nel loro genere dell’intero Sud-Est asiatico.

Gli ostacoli agli investimenti esteri nell’arcipelago hanno, infatti, dato vita ad un mercato dominato in diversi settori da grandi conglomerati locali. Ecco perché il Senato filippino è ormai pronto ad adottare, per la fine di maggio, una legislazione che modifica tre leggi – la legge sugli investimenti esteri, la legge sulla liberalizzazione del commercio al dettaglio e la legge sui servizi pubblici – approvate dalla Camera dei rappresentanti del Paese lo scorso anno.

Attualmente, ai sensi della sua Costituzione e delle leggi adottate, le Filippine rimangono un Paese con forti restrizioni agli investimenti stranieri, a cui si aggiungono una serie di limitazioni riguardanti altre aree, come la proprietà privata o il lavoro. A seconda dei settori d’attività, le restrizioni agli investimenti esteri possono essere molto severe, in particolare per aziende con capitale sociale inferiore a 200.000 di dollari. Inoltre, per alcune professioni, l’esercizio di esse da parte di uno straniero è vietato o viene reso molto difficile. Uno straniero o una società con capitale estero non possono possedere più del 40% di un terreno. La quota di corporation che può essere detenuta da stranieri varia in genere dallo 0% al 40%, a seconda del settore in questione, con alcune eccezioni se l’investimento supera determinate soglie. La piena proprietà privata è consentita agli stranieri solo nella vendita al dettaglio, ma vengono imposte pesanti restrizioni sul capitale versato e sugli investimenti, scoraggiandone l’ingresso. Le imprese straniere di solito entrano nel mercato filippino attraverso joint venture con partner locali o catene di franchising, ma spesso emergono le inefficienze del sistema dovute alla mancanza di controllo di gestione e alla maggior protezione di cui godono di solito i concorrenti locali, scoraggiano ulteriormente l’intervento estero. 

Non a caso, secondo la Banca Centrale delle Filippine, gli investimenti diretti esteri netti nel Paese sono scesi a $ 6,5 miliardi nel 2020, segnando il terzo anno consecutivo di calo. Per contrastare il trend, nel giugno 2020, il governo filippino ha annunciato l’approvazione di 12 nuove zone economiche, che saranno gestite dalla Philippine Economic Zones Authority, la più grande Agenzia di investimento del Paese che ha l’incarico di assistere gli investitori stranieri e facilitare le loro operazioni commerciali nel Paese, con il potere di concedere incentivi fiscali e non fiscali. Tuttavia, ai sensi del Corporate Recovery and Tax Incentives for Enterprises Act (CREAT), considerato il più grande programma di stimolo fiscale nella storia del Paese, il Governo ridurrà immediatamente l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società dal 30% al 25% e gli incentivi (come le agevolazioni fiscali, il supporto logistico e procedure doganali facilitate) saranno decisi dal Presidente su consiglio del Fiscal Incentives Review Board. Aprire il mercato filippino agli investitori stranieri e ridurre i vincoli burocratici legati al business sono dunque tra le maggiori priorità del governo Duterte. Un traguardo che appare ormai vicino, dopo i falliti tentativi delle precedenti amministrazioni e che sposterà l’asse delle Filippine ancora più verso l’Occidente.

L’outsourcing nelle Filippine

Come le Filippine sono diventate un hub del BPO

Il Business Process Outsourcing (BPO) è uno dei settori in più rapida crescita nelle Filippine, al punto da rappresentare uno dei tre pilastri dell’economia del paese, insieme alle rimesse inviate dai lavoratori filippini all’estero ed al turismo.

La crescita del BPO nelle Filippine ha mostrato infatti un tasso di espansione medio annuo del 20% nel corso dello scorso decennio. Secondo i dati dell’Oxford Business Group, il settore rappresentava solo lo 0,075% del PIL nel 2000, dato cresciuto progressivamente fino a raggiungere il 12% nel 2019.

Secondo gli ultimi dati del governo filippino l’industria del BPO impiega 1,35 milioni di lavoratori, la maggior parte dei quali (87,6%) nei call center, mentre quasi il 12% lavora in aziende di computer e servizi informatici. Nell’ultimo anno, è emerso un forte trend di crescita anche del segmento del Data Analytics.

La Roadmap 2016-2022 della IT and Business Process Association of the Philippines (IBPAP) si pone tuttavia obiettivi di crescita ancora maggiori per il settore, puntando a toccare – entro un paio di anni – 1,8 milioni di persone occupate, 40 miliardi di dollari di fatturato complessivo e una quota del 15% nel mercato globale del BPO.

Il settore BPO è fortemente internazionalizzato nelle Filippine: il 55% delle aziende opera a livello globale (il 65% delle quali esporta verso gli Stati Uniti), il 27% a livello regionale e solo il 18% all’interno del Paese. Sono tre le ragioni principali per cui le Filippine sono riuscite a diventare un hub internazionale del BPO.

In primo luogo, il governo filippino si è attivato fin dai primi anni 2000 per incentivare gli investitori ad esternalizzare nel Paese. Ha infatti messo in atto diverse politiche liberali, inclusi benefici fiscali e misure di semplificazione nelle procedure in materia di occupazione.

Il secondo aspetto riguarda il bilinguismo. Oltre al filippino, gli studenti imparano fin da subito l’American English. La padronanza della lingua inglese e l’affinità con la cultura occidentale conferiscono alle Filippine un vantaggio concorrenziale rispetto ai suoi diretti competitors nel BPO, come l’India.

Infine, il salario medio dei lavoratori filippini nel settore è meno della metà di quello delle loro controparti nei paesi occidentali. Gli Stati Uniti ed altre imprese anglofone sfruttano questo fattore per abbassare i loro costi fissi.

Nonostante la crisi legata al COVID-19 abbia avuto un impatto negativo e rallentato la crescita del BPO nelle Filippine, le multinazionali straniere non hanno abbandonato il paese. Se la crisi continuerà a favorire la domanda di servizi telematici è infatti probabile che il settore riprenda presto la propria traiettoria positiva di crescita.

Articolo a cura di Amiel Masarap e Maria Viola.