Indonesia

Le sfide ancora da vincere per Widodo

Infrastrutture, industrie manifatturiere e capitale umano sono le tre direttrici che impegnano il Presidente indonesiano nella seconda parte del suo ultimo mandato.

Nel pieno del suo secondo e ultimo mandato, il Presidente indonesiano Joko Widodo, ha una fitta lista di progetti da portare a termine entro il 2024, quando dovrà abbandonare la guida del governo. Conosciuto dagli indonesiani come “Jokowi”, il Presidente si presenta come un uomo del popolo: non si risparmia le visite nei villaggi lontani e persino nei bassifondi. “Devo incontrare la gente per sapere cosa vuole”, ha detto a Nikkei Asia. Sarà per questo che il suo indice di gradimento è quasi sempre al di sopra del 70%, come rivelato da Indikator Politik Indonesia.

Tuttavia, l’indiscussa capacità di Widodo di piacere agli indonesiani è sempre più messa alla prova nel tentativo di inseguire la crescita economica. Se da un lato infatti deve assicurarsi il favore del suo popolo, dall’altro ha bisogno di corteggiare gli investitori e le imprese. L’Indonesia ha un urgente bisogno di investimenti: la sua economia deve espandersi ogni anno per poter assorbire un afflusso annuale di oltre due milioni di nuovi lavoratori, mentre la crescita stagnante alimenta il rischio di instabilità sociale. 

Durante i mandati di Widodo, il Pil è cresciuto solo del 5% circa, quando il Presidente aveva promesso almeno il 7%. Per incentivare la crescita, Jokowi ha deciso di puntare su tre politiche chiave, che saranno i pilastri del suo governo fino alla fine del secondo mandato: infrastrutture, industrie manifatturiere e capitale umano. Lavorando su questi tre aspetti, Widodo è sicuro che “il Pil dell’Indonesia nel 2030 sarà il triplo di quello che è ora”.

La costruzione di infrastrutture come strade, porti, aeroporti e ponti, è stata il segno distintivo della presidenza di Widodo. Nei suoi primi sei anni in carica sono stati costruiti 6240 km di strade, 15 nuovi aeroporti e 124 nuovi porti marittimi. Tutti progetti che impallidiscono di fronte a Nusantara, la nuova capitale che sostituirà Giacarta. Un progetto da 30 miliardi di dollari, da costruire sull’isola del Borneo. Secondo il presidente è una mossa necessaria per incentivare la crescita economica al di fuori della popolosa isola di Giava, che ad oggi rappresenta il 60% del Pil del Paese.

Un’altra priorità del presidente è la riallocazione industriale. In particolare, passare dalla lavorazione alla produzione, anziché concentrarsi solamente sull’estrazione di materie prime. Questa politica è stata accompagnata da una legge che proibisce l’esportazione di minerali non trasformati, per incentivare le aziende estere a spostare le lavorazioni di materiali e la produzione di beni in Indonesia. Inoltre, a partire dal 2020, l’esportazione di nichel – fondamentale per i dispositivi elettronici – è stata vietata. Widodo, nel corso dei suoi mandati, ha insistito molto sull’importanza del divieto di esportazione per generare nuovi e migliori posti di lavoro, puntando quindi anche sulla formazione del capitale umano.

Ma proprio quest’ultimo sembra essere il punto debole della presidenza di Jokowi, che secondo i suoi critici si sarebbe dimostrato molto poco ambizioso nello sviluppo del capitale umano. Certo, alcune misure sono state messe in atto, come il programma per studenti universitari per guadagnare crediti facendo stage presso le aziende. Oppure il programma di aiuti per aiutare le famiglie a basso reddito a pagare le tasse scolastiche. 

Secondo i politologi indonesiani, il problema principale per Widodo è un classico della politica indonesiana: la mancanza di continuità politica tra i diversi presidenti, che provenendo da partiti diversi e avendo ideologie diverse mettono a repentaglio la continuità delle politiche di governo. Un rischio che Jokowi dovrà correre, dal momento che alcuni dei suoi progetti potrebbero essere annullati quando il suo successore prenderà il controllo del Paese nel 2024.

La transizione energetica spinge il nichel indonesiano

Il nichel è uno dei prodotti di punta dell’Indonesia, che ha promosso una politica di “nazionalismo delle risorse” per trattenere la ricchezza della lavorazione mineraria nel Paese e promuovere la crescita interna. Gli investitori cinesi dominano il mercato, ma Giacarta deve fare i conti con i costi sociali e ambientali legati allo sviluppo del settore.

A inizio marzo il prezzo del nichel ha subito un incremento del 90% al London Metal Exchange, arrivando a toccare i 100 mila dollari per tonnellata metrica. Anche se l’estrema volatilità di questo metallo non colpisce direttamente le tasche dei consumatori, come fa invece l’apprezzamento di altre materie prime come il petrolio, si tratta un fenomeno da tenere d’occhio – soprattutto per gli investitori interessati ai mercati emergenti del Sud-Est asiatico.

Il nichel è uno dei metalli più volatili, perché il suo processo di estrazione e lavorazione non è standardizzato come quello di altri minerali. Le tecnologie impiegate per la produzione sono diverse, anche perché spesso viene commerciato in forma di sottoprodotti come il ferro nichel o il pig iron – metalli meno raffinati di quello di classe 1 (puro al 99,8%) scambiati al London Metal Exchange. Buona parte del nichel viene estratto dalla laterite, di cui sono ricche alcune zone del Sud-Est asiatico, e dai depositi di solfuro. Al contrario di quest’ultimo la laterite non è un minerale scarso, ed è una risorsa fondamentale per la produzione delle batterie dei veicoli elettrici. Per questa ragione buona parte degli investitori impiegati nel settore automotive guardano con interesse le oscillazioni del nichel per capitalizzare sulle opportunità fornite da alcune economie del Sud-Est asiatico.

Una delle principali produttrici di nichel al mondo è l’Indonesia. Secondo l’agenzia di consulenza McKinsey&Company, Giacarta si aggiudica in media il 27% dell’offerta globale di nichel, e alcuni analisti ritengono che il Paese potrebbe aumentare la sua quota di produzione mondiale fino al 60% entro i prossimi otto anni. “Entro il 2028, prevediamo che la produzione indonesiana (di nichel) supererà la produzione mondiale totale del 2020 di 2,5 milioni di tonnellate”, hanno dichiarato i rappresentanti di Macquerie, un istituto di servizi finanziari con base in Australia. L’aumento dell’offerta di nichel lavorato sarà una vittoria per il governo indonesiano, da anni impegnato a delineare misure normative che svincolino la crescita economica nazionale dal ruolo dominante delle esportazioni di materie prime. Il primo giro di vite è stato introdotto nel 2014, poi allentato nel 2017 e istituito nuovamente l’anno scorso. Il cosiddetto “nazionalismo delle risorse” promosso dal governo di Joko Widodo punta a incoraggiare le compagnie minerarie a investire a valle del processo produttivo, limitando l’esportazione del minerale grezzo e valorizzando invece lo stadio della lavorazione a valore aggiunto. Anche se l’obiettivo era quello di impedire che la ricchezza veicolata dalle esportazioni di metalli grezzi andasse a finire nelle raffinerie d’oltremare, molti investitori stranieri sono stati coinvolti in questa transizione.

La Cina domina il settore del nichel in Indonesia. Pechino vanta infatti il più grande mercato automobilistico al mondo, e ha visto una crescita impressionante nella vendita di veicoli elettrici negli ultimi anni – altro fattore che ha contribuito all’innalzamento del prezzo del nichel. Non ha però una grande disponibilità di deposit minerari: le riserve di laterite del Paese costituiscono solo il 3% del totale mondiale. Per questo deve attingere alle risorse dei suoi vicini regionali per supportare lo sviluppo interno del settore. Gran parte delle attività di lavorazione del nichel in Indonesia è concentrata a Sulawesi, dove la compagnia cinese Tsingshan gestisce l’Indonesia Morowali Industrial Park. Morowali è una contea indonesiana con meno di 200 mila residenti, che però ha attirato miliardi di dollari di investimenti cinesi negli ultimi anni. Le aziende produttrici di materiali per batterie Zhejiang Huayou Cobalt, Eve Energy e Guangdong Brunp Recycling Technology hanno iniettato nella contea fino a 4 miliardi di dollari solo nel 2021. Tsingshan ha fondato il Morowali Industrial Park nel 2013. Oggi l’impianto appartiene per il 49,69% alla società cinese Shanghai Decent Investment Group, per il 25,31% all’indonesiana Bintang Delapan Group e per il restante 25% alla loro joint venture, Sulawesi Mining Investment PT. Il progetto è stato inserito nell’alveo della strategia di sviluppo globale Belt and Road Initiative lanciata dal governo di Pechino nel 2013. 

Nonostante gli interessi di Pechino e Giacarta si intersechino nel settore della lavorazione del nichel, e molti fautori degli accordi di Parigi sul clima considerino questa intesa come un passo importante verso forme di trasporto più sostenibili, l’Indonesia deve fare i conti con alcune contraddizioni. La recente legge Omnibus promulgata dal governo indonesiano per la creazione di posti di lavoro incide sulle prestazioni di Giacarta rispetto agli standard ESG (Environmental, Social and Governance criteria), specie per quello che riguarda la partecipazione pubblica. Secondo Angela Tritto, una ricercatrice dell’Università di Scienza e Tecnologia di Hong Kong, le valutazioni di impatto ambientale possono essere contestate solo dalle persone “direttamente interessate” dalle esternalità negative dei progetti. Spesso però queste persone non hanno sufficienti disponibilità finanziarie per ingaggiare delle cause legali. Inoltre, due rapporti pubblicati l’anno scorso da AEER e la Fondazione Rosa Luxemburg, hanno messo in guardia dai pericoli della deforestazione e delle inondazioni che spesso accompagnano le iniziative di estrazione mineraria in Indonesia, così come gli onerosi turni di lavoro che il personale è costretto a sopportare senza ricevere un’adeguata compensazione. Il primato indonesiano della fornitura di nichel comporta diversi costi sociali e ambientali, per questo gli investimenti nel settore dovrebbero tenere conto che la transizione verso veicoli elettrici non basta da sola a garantire sostenibilità.

La stretta del governo indonesiano con le piattaforme digitali

Tempi duri per le piattaforme online in Indonesia, con le nuove misure che dovrebbero entrare in vigore a giugno 2022 e che obbligherebbero gli operatori di sistemi internet a rimuovere contenuti considerati “illegali” dal governo in tempi record.

Quattro ore. È il tempo massimo concesso alle piattaforme digitali dal governo indonesiano per rimuovere i contenuti “illegali” su richieste etichettate come “urgenti”. Ogni altro tipo di richiesta, che potrà essere inoltrata da qualsiasi agenzia governativa, dovrà essere soddisfatta entro 24 ore. Sono queste le nuove misure che il governo dell’Indonesia starebbe finalizzando e che, secondo un report esclusivo di Reuters, dovrebbero entrare in vigore a giugno 2022. 

Le regole, che le autorità ritengono necessarie per far sì che la rete sia propriamente ripulita da contenuti “illegali”, sono tra le più rigorose a livello globale sui social media e seguono l’intensificarsi della repressione dei contenuti online che hanno allarmato gli attivisti in diversi Paesi asiatici. 

Come funzionerà nello specifico?

  • Le misure si applicheranno a tutte le piattaforme Internet e digitali classificate come “operatori di sistemi Internet”, dai giganti dei social media alle società di e-commerce e fintech, nonché alle società di telecomunicazioni.
  • Secondo quanto riferito dai funzionari di governo, le richieste “urgenti” del governo includerebbero contenuti percepiti come sensibili in aree quali “sicurezza, terrorismo e ordine pubblico, protezione dei bambini e pornografia”.
  • Dopo aver ricevuto un reclamo ufficiale, le aziende saranno multate per contenuto illecito, con multe che aumenteranno man mano che i contenuti restano sulle piattaforme, secondo tre fonti e un documento governativo esaminato da Reuters.
  • Le multe saranno determinate dal numero degli utenti locali dell’azienda target e dalla “gravità dei contenuti”. L’ammontare delle multe deve ancora essere finalizzato, ma potrebbe arrivare a milioni di rupie (1 milione di rupie = $ 69,71) per contenuto.
  • Le piattaforme che non soddisferanno le richieste del governo in più di un’occasione potrebbero essere bloccate in Indonesia e il loro personale potrebbe essere soggetto a sanzioni penali.

Le implicazioni:

  • L’Indonesia è uno dei primi 10 mercati a livello globale per numero di utenti per le società di social media, tra cui Youtube, TikTok, Twitter e Facebook, Instagram e Whatsapp di Meta.
  • Alcuni dirigenti di società online informati sui piani hanno riferito che le misure saranno difficili da rispettare, che aumenteranno i costi operativi e potrebbero minare la libertà di espressione dei cittadini del quarto paese più popoloso del mondo.
  • Le normative avranno maggiore impatto sulle società di social media, che considerano la popolazione giovane dell’Indonesia (270 milioni) come un’enorme opportunità di crescita.

Il contesto:

  • Nelle campagne elettorali presidenziali del 2014 e 2019, le piattaforme dei social media avrebbero facilitato la diffusione di rumors e “notizie false”, in gran parte rivolte all’attuale presidente Joko Widodo. Nelle rivolte seguite alle elezioni del 2019, le autorità hanno bloccato l’accesso ai social media.
  • Nello stesso anno, durante le manifestazioni in Papua, la regione più orientale del paese, le autorità indonesiane hanno interrotto l’accesso a Internet, presumibilmente per scongiurare la violenza che avrebbe potuto essere scatenata dalla rapida diffusione della disinformazione online.
  • Il regolamento ministeriale 5 (MR5), entrato in vigore a novembre 2020 con poca consultazione, richiede che tutti i servizi e le piattaforme digitali private si registrino presso il Ministero delle comunicazioni e dell’informatica e accettino di fornire l’accesso ai propri sistemi e dati come specificato nel regolamento. Coloro che non si registrano entro il 24 maggio saranno bloccati in Indonesia.
  • Lo scorso ottobre, la Corte Costituzionale ha stabilito che il blocco di Internet durante periodi di agitazione sociale era lecito.

Un confronto 

  • Rispetto alle misure proposte dall’Indonesia, le società di social media in Vietnam sono tenute a rimuovere i contenuti offensivi dalle loro piattaforme entro un giorno dalla ricezione di una richiesta dalle autorità. L’India concede alle aziende 36 ore di tempo per la rimozione, con possibili sanzioni penali in caso di mancato rispetto.

Relazioni commerciali Indonesia-UE

L’Indonesia sta dimostrando di avere tutte le carte in regola per ricoprire un ruolo chiave nella ripresa economica post pandemia e di essere pronta a collaborare con l’Europa in settori chiave per lo sviluppo del Paese.

Rafforzare la collaborazione tra Europa e Indonesia per meglio cogliere tutte le opportunità della ripresa dell’economia globale. È questo il tema che è stato al centro durante i due giorni dell’“Indonesia-Europe Business Forum 2022: Enhancing Partnership for Stronger Economic Recovery”, che si è svolto il 1° e 2 marzo scorsi. Un evento online che ha visto la partecipazione di alti rappresentanti della comunità business e politico-istituzionale,  con l’obiettivo di presentare le potenzialità di partnership tra Indonesia ed Europa con un particolare focus sui seguenti settori: esplorare la potenziale collaborazione nell’architettura sanitaria globale e nell’industria farmaceutica, promuovere il commercio e gli investimenti nelle energie rinnovabili, nonché rafforzare il commercio globale e la resilienza delle catene di approvvigionamento.

Ad aprire i lavori del Forum è stata la Ministra degli Affari Esteri della Repubblica di Indonesia, H.E Retno L.P. Marsudi. Innanzitutto, la Ministra ha preso posizione riguardo la guerra in Ucraina, dichiarando che “l’invasione russa viola il diritto internazionale e il rispetto della sovranità e integrità territoriale di ciascuno Stato.” La diplomatica indonesiana spera in una risoluzione pacifica del conflitto nonostante il risvolto negativo che questa crisi avrà a livello economico. Per quanto riguarda la ripresa economica, ci si sta muovendo nella giusta direzione sia in Indonesia che in Europa. L’Indonesia registra il 53 per cento della popolazione vaccinata e la partnership con l’Europa ha aiutato molto l’economia di Giacarta, oggi l’Unione Europea  è il quinto partner commerciale per l’Indonesia . Inoltre, Giacarta punta a diventare un hub regionale sempre più rilevante nel settore manifatturiero e digitale.

La partnership con l’UE deve quindi svilupparsi su tre livelli principali: quello sanitario, aiutando l’Indonesia ad affermarsi a livello globale, quello dell’economia tecnologica e digitale, nel quale Giacarta ha già registrato otto unicorni,che secondo le stime raggiungerà i 150 miliardi nel 2025 ed infine, quello ambientale, cavalcando la transizione energetica sostenibile per raggiungere l’obiettivo “zero emissioni” entro il 2060. 

In seguito, anche il Ministro per il coordinamento degli affari economici indonesiano ha sottolineato la volontà di Giacarta di rafforzare l’impegno con l’Europa attraverso forum bilaterali e multilaterali. Per di più, i dati riguardo la crescita per il 2022 sembrano incoraggianti: il governo indonesiano  si aspetta un aumento del 4-5 per cento e che, degli investimenti diretti esteri, in totale 31, 3 miliardi, 2,4 provengano da Paesi europei. Inoltre, sono previste delle riforme per accelerare gli investimenti nella nuova capitale Nusantara.

Tra i rappresentanti italiani Barbara Beltrame Giacomello, Vicepresidente Confindustria per l’internazionalizzazione, ha sottolineato l’importanza di questo meeting per sfruttare al meglio le opportunità economiche tra i due Paesi. “L’Indonesia è per l’Italia un partner chiave a livello commerciale, prima dell’emergenza sanitaria il flusso di investimenti tra Italia e l’Indonesia aveva raggiunto i 3,1 miliardi di euro e nei primi dieci mesi del 2021 la ripresa dell’interscambio è stata del + 21.5% rispetto al 2020.” La Vicepresidente ha inoltre ribadito: “Questi sono numeri incoraggianti ma c’è ulteriore potenziale per rafforzare la cooperazione, soprattutto per quanto riguarda i beni di alto valore. Inoltre, per aumentare le relazioni economiche bisognerà puntare agli investimenti nelle tecnologie avanzate 4.0, passi fondamentali soprattutto per la crescita e lo sviluppo delle Piccole e Medie Imprese. Europa e Indonesia si stanno dando da fare per implementare i pacchetti di riforma atti ad aumentare produttività e modernizzazione.” 

Per quanto riguarda l’Italia, il sistema industriale ha messo in atto riforme grazie al PNRR e questo è il momento per supportare le aziende nell’internazionalizzazione, con l’obiettivo di creare produzione intelligente per l’ecosistema nell’ottica di una cooperazione a livello internazionale. Infine, la Vicepresidente ha affermato che “il futuro del  rapporto con l’Indonesia dipende da come abbineremo le nostre debolezze e i nostri punti di forza: se avremo successo, la nostra economia avrà un ruolo di primo piano per la crescita futura a livello europeo. Questo evento è un grande inizio per esplorare nuovi approcci per lavorare insieme, condividere le competenze per una crescita sostenibile e a lungo termine”.

In conclusione, il bilancio dei due giorni di incontri può considerarsi più che positivo. Il Forum è servito come piattaforma per una proficua discussione tra i responsabili politici, i leader aziendali e altre parti interessate. Indonesia ed Europa, in linea con l’obiettivo principale del G20 di quest’anno, si sono dimostrate pronte ad intraprendere nuove partnership per ottenere una ripresa globale post pandemica stabile e sostenibile. 

La cultura islamica in Indonesia

Nonostante l’importanza del sincretismo religioso per il Paese, l’Islam è una componente fondamentale nella cultura, società e politica indonesiana.

L’Indonesia è il Paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo, con l’86,7% della popolazione che si identifica come musulmana e più di 231 milioni di aderenti. 

Gran parte della popolazione segue l’Islam sunnita tradizionale, ma con un’interpretazione generalmente moderata e in linea con la “Pancasila”, ovvero il credo fondamentale dell’Indonesia che rimane alla base della sua tradizionale tolleranza e si riferisce fondamentalmente alla fede in Dio, nell’umanità, nell’unità nazionale dell’Indonesia, nella democrazia e nella giustizia sociale.

Questa cultura islamica moderata è stata fortemente voluta dal generale Suharto e viene tuttora promossa da associazioni come Nahdlatul Ulama, fondata nel 1926 proprio in reazione alla conquista saudita della Mecca e Medina e alla sua rigida comprensione dell’Islam. Queste associazioni sono presenti in modo capillare nel territorio indonesiano, prevalentemente nelle zone di Java, Sumatra e Sulawesi, e hanno dato importanti contributi sociali allo sviluppo dell’istruzione in comunità remote e sottosviluppate. Per esempio, esiste una fitta rete di scuole islamiche, le cosiddette “madrase”, che coesistono parallelamente alle scuole pubbliche e giocano un importante ruolo nel promuovere l’educazione, soprattutto femminile, in villaggi rurali. Nonostante il dibattito sia aperto riguardo alla loro effettiva qualità, le madrase indonesiane hanno raggiunto la parità di genere nelle iscrizioni scolastiche, e rappresentano una soluzione a basso costo per estendere l’educazione a quelle fasce della popolazione spesso escluse. 

Del resto, anche le scuole pubbliche, per legge laiche, iniziano a subire l’influenza della cultura islamica. In molte scuole, infatti, così come negli uffici pubblici delle regioni a maggioranza musulmana, vige un obbligo più o meno esplicito di indossare copricapi come il jilbab anche per cittadini di altre credenze religiose.  Anche quando il regolamento non richiede legalmente il jilbab, molto spesso sono state fatte alle ragazze o alle loro famiglie pressioni di indossarlo, con l’argomentazione da parte dei sostenitori che queste misure sono necessarie per far fronte a questioni come la povertà, la gravidanza adolescenziale e la pornografia su Internet. Dinamiche di questo tipo hanno però scatenato l’indignazione, espressa prevalentemente sui social media, di alcuni cittadini non musulmani, tanto che lo scorso febbraio il governo ha emesso un decreto che vieta alle scuole pubbliche di rendere obbligatorio l’abbigliamento religioso per insegnanti e studenti, nell’ultimo apparente tentativo del governo di combattere una crescente influenza dei gruppi islamici nella politica locale e nazionale in Indonesia.

Non è comunque la prima volta che alcuni gruppi di matrice islamica cercano di influenzare le abitudini e la politica del Paese. Nel 2016 infatti, il Consiglio Ulema indonesiano, il più grande corpo di chierici islamici del paese, ha emesso un editto religioso, noto anche come fatwa, che vieta ai musulmani di indossare abiti a tema natalizio, in particolare coloro che lavorano in centri commerciali, grandi magazzini e ristoranti. Inoltre, movimenti conservatori islamici stanno iniziando ad opporsi alla pratica, considerata occidentale, delle uscite e appuntamenti tra single, che porterebbero giovani uomini e donne alla tentazione di avere rapporti prematrimoniali, proibiti nell’Islam. A tal proposito, sono nati veri e propri siti di incontri per formare aspiranti coppie che vogliono sposarsi scegliendo di rimandare la fase di conoscenza iniziale al dopo le nozze. Queste piattaforme stanno avendo un enorme successo: la più popolare, Indonesia Tanpa Pacaran (letteralmente: Indonesia senza appuntamenti) ha raggiunto in pochi anni quasi un milione di seguaci. 

Sorprende comunque che il ritorno ad un Islam più conservatore stia venendo proprio dai giovani: un sondaggio condotto dall’agenzia Alvara nel 2019 mostra che gli indonesiani di età compresa tra i 14 e i 29 anni tendono ad avere posizioni conservatrici molto più estreme rispetto a chi è più anziano. La popolarità della hijrah (il pentimento per comportamenti non islamici) dà la misura di quanto sia cambiato l’Islam in Indonesia dal regime di Suharto.

Nusantara, la nuova Giacarta in Borneo

Il governo indonesiano ha ufficialmente deciso che, a partire dal 2024, la nuova capitale sarà trasferita in Borneo e prenderà il nome di Nusantara, con la speranza di alleviare la congestione e il sovraffollamento dell’attuale capitale sull’isola di Giava.

La notizia che l’Indonesia avrebbe trasferito la sua capitale dalla congestionata megalopoli di Giacarta non è nuova. Se ne parla infatti già dal 2017, quando il presidente Joko Widodo aveva espresso la sua preoccupazione per il futuro della città che, con i suoi 10 milioni di persone, da anni soffre di sovrappopolazione, inondazioni, inquinamento e sta sprofondando a causa dell’eccessiva estrazione delle acque sotterranee.  La maggior parte dell’attività economica indonesiana si concentra infatti nell’isola di Giava, dove si trova l’attuale capitale. Sono state inizialmente presentate due proposte alternative per risolvere tali problemi: spostare del tutto la capitale creando una città pianificata completamente nuova, simile al trasferimento della capitale brasiliana da Rio de Janeiro alla città pianificata di Brasilia nel 1960 o mantenere Giacarta come capitale ufficiale, ma creare un centro amministrativo separato, seguendo l’esperimento della Malesia quando spostò il suo centro amministrativo federale a Putrajaya.

La decisione ufficiale è poi arrivata nell’aprile 2019, con l’annuncio che Giacarta non sarebbe più stata la capitale dell’Indonesia, con un piano di 10 anni per trasferire tutti gli uffici governativi in una nuova capitale. Quest’ultima sarà situata nel Borneo, a cavallo tra due distretti: Penajam Paser Utara e Kutai Kertanegara nella provincia di East Kalimantan, a due ore di volo da Giacarta. La capitale sarà costruita su 180.000 ettari di terra già di proprietà del governo, minimizzando così il costo di acquisizione del suolo. La zona è stata scelta per due motivi principali. Prima di tutto, grazie alle condizioni geologiche favorevoli, che rendono terremoti, inondazioni ed eruzioni vulcaniche meno frequenti. Il secondo motivo è per ragioni politico-economiche. Infatti, il governo vorrebbe rallentare il crescente divario economico tra Giava e le altre isole dell’arcipelago. Ad oggi infatti, il 54% degli oltre 260 milioni di abitanti dell’Indonesia risiede a Giava e il 58% del prodotto interno lordo del Paese è prodotto su quest’isola, nonostante sia la più piccola delle cinque isole principali dell’Indonesia.

La nuova capitale si chiamerà Nusantara, letteralmente “arcipelago” in Bahasa Indonesia. Per quanto riguarda le tempistiche, nonostante alcuni ritardi causati dalla pandemia da COVID-19, si stima che la nuova città sarà operativa nel 2024, anno in cui il presidente Widodo terminerà il suo secondo mandato quinquennale. Il ministero della pianificazione dello sviluppo nazionale ha stimato che il trasferimento costerà circa 466 trilioni di rupie indonesiane (circa 32,7 miliardi di dollari), con il governo che intende coprire il 19% del costo. Il resto dovrebbe provenire principalmente da partenariati pubblico-privati, così come da investimenti diretti delle imprese statali e del settore privato. Secondo alcune stime, circa un milione e mezzo di persone potrebbero trasferirsi da Giacarta alla nuova capitale. Molte agenzie governative ovviamente si trasferiranno, ma la banca centrale e altre agenzie economiche rimarranno a Giacarta.

Vista l’enorme portata del progetto, la nazione è ancora divisa sulla necessità del trasferimento. I sostenitori condividono le preoccupazioni del presidente sul peggioramento della congestione del traffico di Giacarta, l’inquinamento dell’aria, la subsidenza e gli alti prezzi delle proprietà – così come la necessità di far ripartire l’economia nelle parti orientali del Paese, meno sviluppate. D’altra parte, critici sostengono che è mancata un’adeguata consultazione pubblica sul progetto, mentre alcuni ambientalisti temono che la mossa possa accelerare la distruzione delle foreste che ospitano oranghi, orsi e scimmie dal naso lungo, oltre ad aumentare l’inquinamento, vista la situazione già compromessa a causa delle miniere di carbone e delle industrie che producono olio di palma. Per tutta risposta, il governo ha assicurato che il piano è di mantenere la città compatta, in modo da non danneggiare le foreste pluviali tropicali circostanti e che la metà dei 180.000 ettari totali assegnati saranno destinati a “spazio verde”.
Nel frattempo, preoccupa anche l’impatto che questo megaprogetto avrà sul debito pubblico indonesiano, che sebbene sia tra i più bassi tra i paesi dell’ASEAN, è aumentato di quasi 10 punti percentuali negli ultimi due anni.

L’Indonesia guida la transizione ASEAN verso un’agricoltura sostenibile

Speciale G20 Indonesia /

La sicurezza alimentare è una delle sfide del nostro tempo, ma l’ASEAN dovrà puntare su un’agricoltura sostenibile se vorrà limitare i rischi sociali e ambientali causati dal cambiamento climatico.

L’agricoltura sostenibile nel Sud-Est asiatico può essere la chiave di volta per la lotta globale al cambiamento climatico. Come sottolinea il giornalista statunitense David Wallace-Walls, “il futuro del pianeta sarà determinato in buona parte dalla traiettoria di crescita del mondo in via di sviluppo”, e le economie emergenti dell’ASEAN sono l’epicentro di questa trasformazione. Lo straordinario sviluppo demografico e la rapida urbanizzazione, l’aumento dei redditi, dei consumi, e il conseguente impennarsi della domanda di energia rendono difficilmente conciliabili interessi nazionali e imperativi di sostenibilità. Ma il Sud-Est asiatico è anche una delle regioni più vulnerabili al cambiamento antropogenico del clima. Secondo un rapporto dell’ISEAS, inondazioni, perdita di biodiversità e aumento del livello del mare sono le tre minacce percepite come più incombenti dalle comunità regionali, e per l’81,1% degli intervistati queste avranno un impatto diretto sull’approvvigionamento di cibo.

Il tema della sicurezza alimentare è una delle sfide del nostro tempo, e gli effetti della pandemia sul settore agricolo sono stati devastanti nel Sud-Est asiatico. Lo sviluppo dell’agricoltura sostenibile è infatti al centro del Comprehensive Recovery Framework, pensato dall’ASEAN per uscire dalla crisi causata dal Covid-19. Gli Stati membri hanno concordato sulla necessità di promuovere misure che tutelino le catene di approvvigionamento alimentare, essenziali per “mitigare il rischio di grandi shock, che hanno un impatto considerevole sulla società, specialmente sulle persone più povere e più vulnerabili”. 

La food security, però, deve essere promossa contestualmente ad altre iniziative di contrasto al cambiamento climatico. A questo proposito, oltre ad aver recentemente fornito una tassonomia che integrerà il linguaggio di tutti i progetti nazionali volti alla sostenibilità, l’ASEAN punta molto sulla cooperazione internazionale. Quello dell’agricoltura sostenibile sarà un punto all’ordine del giorno dell’High Level Meeting organizzato al Dubai Expo 2021, dove si incontreranno i vertici del settore privato e pubblico dei Paesi ASEAN, dell’Italia e degli Emirati Arabi Uniti, per discutere di una cooperazione futura all’insegna della sostenibilità. L’incontro si terrà il 9 dicembre a Dubai, ed è stato organizzato dal Commissariato Italiano all’Expo in collaborazione con la Camera di Commercio a Dubai e l’Associazione Italia-ASEAN. Gran parte della cooperazione climatica si svolge però a livello nazionale. Il Fondo internazionale per lo sviluppo dell’agricoltura (IFAD), ad esempio, collabora con il governo indonesiano per l’implementazione di otto progetti di sviluppo rurale sostenibile. Dal momento che il 44% della popolazione dell’Indonesia vive in aree rurali, e che l’agricoltura è la sua principale fonte di reddito, il successo dell’Agenda 2030 nel Paese è un indicatore dei progressi dell’intera regione. 

Le pratiche di produzione agricola alternative sperimentate in Indonesia sono d’ispirazione anche per gli altri Paesi ASEAN. Tali iniziative, incoraggiate dal governo di Joko Widodo, sono nate spesso dal basso. Questo perché la popolazione indonesiana è una delle più esposte agli effetti drammatici del cambiamento climatico, tra cui il rischio che buona parte delle sue città costiere finisca sepolta sotto il livello del mare. Questa condizione la rende particolarmente motivata a pensare a stili di vita, produzione e consumo alternativi. Durante la pandemia, a Giacarta ha spopolato il ricorso all’agricoltura urbana, che secondo gli esperti potrebbe rivelarsi alla causa della sicurezza alimentare, rispondendo anche alla forte pressione demografica della regione. Tahlim Sudaryanto, presidente dell’Indonesian Center for Agriculture Socio Economic and Policy Studies (ICASEPS) sotto il Ministero dell’Agricoltura indonesiano, ha lodato questi progetti. Considerando che entro il 2050 più di due terzi della popolazione globale vivranno nelle città, secondo uno studio del 2018 pubblicato su Earth’s Future, l’agricoltura urbana potrebbe produrre fino a 180 milioni di tonnellate di cibo l’anno, e fornire il 10% della produzione globale di legumi e verdure. 

Diversi progetti di agricoltura sostenibile si sono rivelati virtuosi nel Paese. L’Indonesia è la più grande economia del Sud-Est asiatico, e tre indonesiani su cinque vivono in campagna, ma il settore agricolo è la la principale fonte di reddito del 64% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Quando Audria Evelinn ha fondato Little Spoon Farm, ad esempio, aveva ben in mente la situazione di precarietà in cui viveva buona parte dei suoi concittadini. Il suo obiettivo era quello di “migliorare il sistema alimentare locale in Indonesia riconciliando le relazioni tra natura, agricoltori e consumatori”. Dal momento che il cibo è una forza potente per il cambiamento, dare la possibilità ai consumatori di scegliere prodotti locali, biologici, diretti e stagionali, crea “una domanda che sostiene un’economia locale sostenibile, che dà da vivere agli agricoltori”. Ecco perché ha lanciato il suo progetto sull’isola indonesiana di Bali, dove le pressioni del settore turistico a volte divergono dalle istanze ambientaliste creando dibattito sul futuro dell’economia locale. Audria Evelinn ha voluto dare il suo contributo, progettando una piattaforma online da cui le persone possono ordinare direttamente i raccolti freschi locali. Nella sua azienda si sperimentano anche pratiche di gestione cooperativa e sistemi di reimpiego dei prodotti per risolvere il problema dello spreco alimentare. L’esperienza di Little Spoon Farm conferma che non solo sono necessarie misure di cooperazione internazionale dall’alto: il coinvolgimento delle giovani generazioni e delle istanze dal basso nella lotta al cambiamento climatico è imprescindibile se si vogliono trovare soluzioni efficaci per il futuro del pianeta.

Indonesia: COP26 e road to G20 2022

Speciale G20 Indonesia /

Dagli impegni presi durante la conferenza sul clima di Glasgow agli obiettivi della presidenza di turno del G20: ecco quale può essere il futuro di Giacarta

Quest’anno il vertice COP26 è stato ospitato dai governi del Regno Unito e dell’Italia nella città scozzese di Glasgow. Come ogni anno, la COP è un momento importante che riunisce quasi tutti i Paesi con l’obiettivo di garantire un’azione tempestiva sui cambiamenti climatici. Nonostante le sfide poste dalla pandemia, i cambiamenti climatici continuano a generare gravi conseguenze ambientali, sociali ed economiche. Il vertice di quest’anno ha avuto l’arduo compito di affrontare il fallimento dell’ultima COP25 tenutasi a Madrid nel 2019, e ha presentato alcune sfide, tra cui interessi in competizione tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati, la questione del finanziamento del clima e le regole irrisolte per i mercati internazionali del carbonio che figuravano nell’articolo 6 dell’accordo di Parigi.

L’agenda della conferenza è stata suddivisa in cinque sessioni:

  1. Adattamento allo scaling-up;
  2. Mantenere in vita 1,5°C;
  3. Perdita e danno;
  4. Finalizzazione del Regolamento di Parigi – Articolo 6;
  5. Mobilitazione delle finanze.

Sin dall’inizio della Conferenza è emersa la forte (ma soprattutto necessaria) volontà politica dei leader mondiali a raggiungere gli obiettivi ambientali globali, ma l’Indonesia, data la sua posizione tra i principali contributori al cambiamento climatico globale, quali sforzi climatici sta compiendo e quali strategie sta mettendo in atto per influenzare positivamente il suo impatto ambientale interno e internazionale?

“L’Indonesia è un Paese super potente nel campo della mitigazione dei cambiamenti climatici”, queste le parole di Alok Sharma, presidente designato per la 26a Conferenza delle parti sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite, al Ministro dell’ambiente indonesiano Siti Nurbaya durante l’attesissimo incontro di Glasgow. Il governo inglese ha affermato che la collaborazione con l’Indonesia è stato uno degli elementi più importanti del successo della Gran Bretagna come host della COP26 ed ha espresso il desiderio di una continuità tra i due soggetti, realizzata e rafforzata attraverso la leadership congiunta nell’ambito del dialogo relativo alla silvicoltura, all’agricoltura e al commercio delle materie prime (FACT).

Il vertice sul clima ha offerto al presidente indonesiano Joko Widodo (“Jokowi”) l’opportunità di dare voce alla sua visione dell’Indonesia come “costruttore di ponti” e risolutore di problemi globali. Il presidente ha sottolineato la serietà del governo nel voler controllare il cambiamento climatico, che ha affermato essere tra i principali interessi nazionali del Paese; ha incoraggiato i leader mondiali a promuovere lo sviluppo verde e ad aumentare la resilienza climatica, come si evince dall’aggiornamento del Nationally Determined Contribution (NDC) presentato alla Conferenza delle Nazioni Unite nel luglio di quest’anno.

Finora, l’Indonesia ha presentato diversi documenti alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), 8 in tutto, che vanno da quelli relativi all’adattamento a quelli inerenti al finanziamento di soluzioni nature-based. In ognuno di questi documenti, il governo indonesiano ha ribadito il suo impegno a ridurre le emissioni del 29% rispetto allo scenario Business As Usual (BAU) nel 2030. In sede di Conferenza, il Ministro per l’ambiente indonesiano, Siti Nurbaya Bakar, ha aggiunto che col supporto internazionale, si potrebbe ottenere uno scenario più ambizioso arrivando ad abbattere il 41% delle emissioni e rispettare, in questo modo, il Low Carbon Compatible with Paris Agreement (LCCP). Entro il 2030, l’Indonesia si avvicinerà allo stato di essere un pozzo di carbonio netto nel settore della silvicoltura e dell’uso del suolo: il governo ha in programma di ridurre gradualmente l’uso del carbone fino al 60% entro il 2050 e procederà verso una condizione di emissioni nette pari a zero entro il 2070.

In qualità di capo della delegazione della Repubblica di Indonesia per la COP26, alla Conferenza il ministro Siti ha introdotto la Road Map governativa per l’adattamento ai cambiamenti climatici fino al 2030. Questo nuovo percorso ha previsto (e prevede per il futuro) diverse iniziative: la prima ha visto il coinvolgimento attivo della comunità attraverso il Climate Village Program (ProKlim), Ecoriparian: un programma che mira al ripristino dell’ecosistema di mangrovie e agro-forestazione sociale come fase di lavoro per l’adattamento climatico. Il programma ha coinvolto e integrato anche i programmi di lavoro di Ministeri e Agenzie, i governi locali, il settore privato e i leader delle comunità locali.

La seconda iniziativa nell’azione per il controllo del cambiamento climatico è “Indonesia FoLU Net-sink 2030“. Questo ambizioso obiettivo sarà accompagnato da un manuale di operatività, il cui completamento è previsto entro la fine del 2021, con finalità di supervisione e controllo. L’azione indonesiana sui cambiamenti climatici nel settore energetico mira alla graduale eliminazione delle centrali elettriche a carbone, all’implementazione dei termovalorizzatori, allo sviluppo di energia da biomassa, energia idroelettrica, solare e fotovoltaica, all’energia geotermica e alla conversione di centrali diesel ad alto costo con gas e NRE.

Nella sessione dedicata al “Finalising the Paris Rulebook – Article 6”, il viceministro indonesiano Alue ha presentato una proposta per trovare una soluzione comune per mettere in atto l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi:

  • aumentare l’ambizione e l’attuazione dei risultati del NDC (Nationally Determined Contriution) attraverso un approccio cooperativo e il sostegno finanziario tra gli Stati membri continuando a garantire il raggiungimento dell’integrità ambientale dalle azioni di mitigazione svolte;
  • al fine di evitare una doppia pretesa nella riduzione delle emissioni, l’Indonesia propone di utilizzare la migliore metodologia nella preparazione della linea di base, trasparente nella rendicontazione e basata sulle circostanze nazionali;
  • in termini di erogazione di fondi per le attività di adattamento possono essere effettuati previo accordo delle due parti che cooperano;
  • l’Indonesia incoraggia anche l’adozione dell’articolo 6 dell’accordo di Parigi alla COP 26 di Glasgow, considerando la sua importanza nel sostenere l’aumento dell’ambizione e l’attuazione degli NDC per raggiungere l’obiettivo a lungo termine di ridurre le temperature globali a 1,5°C.

La COP26 di Glasgow è anche stata il punto d’inizio della discussione sul New Collective Quantified Goal (NCQG). Per l’Indonesia, l’NCQG deve riflettere i bisogni reali e garantire che le finanze affluiscano effettivamente ai Paesi in via di sviluppo. Il processo di discussione del NCQG può essere avviato da una prospettiva politica e tecnica. Riunioni multilaterali o bilaterali formali e informali possono essere utilizzate per ottenere input e opinioni dalle parti, che possono essere parte del processo. L’intero processo deve essere inclusivo e trasparente. Il NCQG deve anche essere più ambizioso e comprensibile sia per i Paesi sviluppati che per quelli in via di sviluppo e più equilibrato in termini di utilizzo dei finanziamenti per il clima per la mitigazione e l’adattamento.

Il Ministro Siti Nurbaya Bakar ha posto particolare attenzione ed enfasi sull’aspetto economico e finanziario esortando i Paesi sviluppati ad assumere la guida nel fornire ai Paesi in via di sviluppo le risorse finanziarie necessarie per attuare i programmi climatici. Il trade-off tra economia e ambiente è un problema. Il coordinamento tra governo centrale e leader locali è un’altra sfida che l’Indonesia deve risolvere per raggiungere i suoi obiettivi climatici. Essendo un grande Paese in via di sviluppo, con la quarta popolazione mondiale, l’Indonesia avrà bisogno di 5,7 miliardi di dollari ogni anno per finanziare la sua transizione verso l’energia verde. La sfida non sta nella redazione o firma di accordi e decreti, ma nel coordinamento e nell’esecuzione necessari per attuarli efficacemente. Le azioni per il clima richiedono politiche strategiche e cooperazione finanziaria tra le parti interessate a livello nazionale e globale. Pertanto, la speranza del governo indonesiano è quella di continuare a spingere per un sostegno all’aumento dei finanziamenti per il clima, anche attraverso la politica fiscale e l’aumento dell’accesso alle finanze globali.

Il Ministro Siti ha voluto concludere il suo discorso con una nota positiva in riferimento alle giovani generazioni, le quali nutrono una grande preoccupazione per l’ambiente e spingono il governo indonesiano a prendere più seriamente il cambiamento climatico. Un sondaggio del 2020 dell’Indonesia Bright Foundation ha rilevato che il 97% dei millennials indonesiani vede che gli impatti dei cambiamenti climatici sono ugualmente o più pericolosi della pandemia di COVID-19. Il 63% degli intervistati ha affermato che le prestazioni del governo sono state il principale ostacolo agli sforzi per il clima. Anche il principale gruppo di politica estera indonesiana, la Foreign Policy Community of Indonesia, ha recentemente lanciato un forte appello al governo per proteggere la nazione in occasione del centenario d’oro (2045) dalla minaccia della crisi climatica. La consapevolezza del cambiamento climatico in Indonesia sta crescendo e potrebbe supportare uno sforzo del governo più robusto.

L’Indonesia alla presidenza del G20 nel 2022

Per la prima volta dalla fondazione del G20 nel 1999, l’Indonesia è stata nominata per assumere la presidenza del G20 dal 1° dicembre 2021 al 30 novembre 2022. Il modus operandi che il Paese adotterà per il Summit del prossimo anno sarà quello di concentrare il dialogo internazionale sugli sforzi per raggiungere un recupero economico sostenibile, stabile ed equilibrato nel mondo post-pandemico.

Il Ministro degli Esteri indonesiano Retno Marsudi ha anticipato che il Summit del prossimo anno sarà ospitato sull’isola di Bali nel rispetto di stretti protocolli sanitari e si intitolerà: “Recover Together, Recover Stronger”.

Il tema scelto (in italiano: “Recuperare insieme, recuperare più forte”) ha lo scopo di incoraggiare gli sforzi congiunti per la ripresa economica mondiale. Una crescita inclusiva, incentrata sulle persone, rispettosa dell’ambiente e sostenibile è il principale impegno dell’Indonesia come presidente del G20. “Questi sforzi devono essere portati avanti attraverso una più forte collaborazione globale e un’innovazione incessante. Il G20 deve essere il motore dello sviluppo dell’ecosistema che guida la collaborazione e l’innovazione”, ha aggiunto il Presidente Widodo.

All’epoca della creazione del G20, la crisi finanziaria asiatica degli anni 1997-98 ebbe forti conseguenze sull’Indonesia: il crollo del Pil (-13,1% nel 1998) e le sempre più forti potreste popolari portarono alla caduta del regime di Suharto. Sotto la guida del suo successore, Habibie, il Paese intraprese un percorso di democratizzazione e riforme economiche che l’hanno portato a diventare una delle più dinamiche economie del Sud-Est asiatico. Insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia, Jakarta è un membro G20 a maggioranza islamica, ma porta avanti istanze ben diverse dagli altri due soggetti citati. Sin dall’inizio infatti, Giacarta si è assegnata il ruolo di mediatrice all’interno del Gruppo dei 20 tra le economie occidentali ed i Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). La mediazione indonesiana è stata importante anche nel sensibilizzare il forum alle problematiche dei Paesi emergenti e delle economie esterne al Gruppo dei 20. L’esperienza indonesiana ha permesso a Giacarta di fornire al G20 il punto di vista di un Paese emergente e di individuare uno schema di supporto per le nazioni che, come spesso accade nel caso delle economie in via di sviluppo, hanno un ridotto margine di manovra fiscale.

Oltre al ruolo di mediatore, l’Indonesia nel G20 ha svolto la funzione fondamentale di rappresentante dell’ASEAN all’interno del Gruppo. Giacarta è infatti l’unico membro G20 appartenente all’unione economica che comprende anche Brunei, Cambogia, Thailandia, Laos, Filippine, Vietnam, Malesia, e Myanmar. In virtù di ciò, l’Indonesia ha dunque sempre partecipato al G20 facendosi portatrice anche delle posizioni dell’ASEAN.

La presenza dell’Indonesia all’interno del G20 è, quindi, sia dovuta al peso economico e demografico di Giacarta, ma anche alla necessità di inserire nel Gruppo dei Venti un rappresentante di una regione di crescente importanza nel commercio globale. Giacarta ha sempre visto nel G20 l’opportunità per portare sul piano globale le istanze del Sud-Est asiatico, in particolare la preservazione di un’architettura regionale stabile e l’integrazione della regione nell’economia globale.

Come sarà il G20 dell’Indonesia

Speciale G20 Indonesia

Giacarta ha il potenziale di dirigere l’attenzione del mondo verso l’Asia in via di sviluppo, ma potrebbe perdere l’occasione di uscire dal mainstream del dialogo multilaterale. Ecco le sfide della sua presidenza di turno

Dal 1° dicembre 2021 al 30 novembre 2022 l’Indonesia guiderà la presidenza del G20. È la prima volta che Giacarta ottiene la posizione di guida del gruppo multilaterale, che comprende 19 tra le maggiori economie e l’Unione Europea. Nata nel 1999 come piattaforma per la discussione di tematiche economiche, si è presto estesa ad altre questioni. Il passaggio di consegne tra Italia e Indonesia, completato in occasione del summit a Roma del 30-31 ottobre è stato l’occasione per metterle in luce: crisi climatica, emergenza sanitaria, gestione dei mercati globali sono solo alcuni dei termini più menzionati dai leader riuniti in quell’evento.

La presidenza dell’Indonesia, che sfocerà nel summit di Bali dell’ottobre 2022, apre una stagione che vedrà protagoniste le economie emergenti, non solo nei contenuti del dialogo tra i Paesi del G20: nel 2023 sarà il turno dell’India, seguita dal Brasile e poi dal Sudafrica. “Questo è un onore per noi, per l’Indonesia, e allo stesso tempo una grande responsabilità, che dobbiamo svolgere bene”, ha detto il Presidente indonesiano Joko Widodo, meglio conosciuto come Jokowi. Non per niente il tema del 2022 è “Recover Together, Recover Stronger”, espressione che contiene quel carattere di inclusività in cui la presidenza a guida indonesiana cercherà di puntare.

Secondo quanto dichiarato in chiusura del summit di Roma, nel 2022 andrebbero concretizzati i progetti in ottica di sicurezza sanitaria, di riduzione delle emissioni e di gestione dei mercati per contenere la crisi economica provocata dalla pandemia. Sfide non semplici, che Giacarta dovrà portare sulle proprie spalle in quanto unico membro ASEAN incluso nel club. 

Crisi climatica e sviluppo sostenibile

Come altri paesi del Sud-Est asiatico, l’Indonesia è esposta a eventi climatici estremi sempre più frequenti (2510 segnalazioni nel 2020, contro le 535 del 2005). Jokowi ha affermato che l’Indonesia, durante la sua presidenza, spera di offrire una piattaforma per partenariati globali e finanziamenti internazionali per sostenere la transizione energetica verso fonti rinnovabili più pulite. 

Giacarta conosce bene le difficoltà delle economie emergenti davanti alle trasformazioni che la transizione energetica richiede. Quella che viene considerata una delle principali soluzioni sul tavolo è, per i Paesi in via di sviluppo, una sfida che richiede innanzitutto l’accesso universale all’energia elettrica di qualità. La sola Indonesia ha la sovranità su 17,500 isole e una capitale che sta sprofondando, mentre la politica economica è profondamente radicata intorno alle fonti fossili. I progetti sono tanti e ambiziosi, come un parco solare a Java che verrà completato entro la fine del 2022 e sarà, con i suoi 145 Megawatt, il più grande del Paese.

Lo sviluppo sostenibile richiede un approccio diverso rispetto a quello adottato dal Nord globale, e l’approdo dell’Indonesia a capo di una delle organizzazioni rappresentative di questa realtà potrebbe portare nuovi spunti spesso sottovalutati. Dal 2014 Jokowi ha iniziato a introdurre molte riforme in un’ottica di accrescimento del benessere individuale, tanto che il coefficiente di Gini per la disuguaglianza di reddito in Indonesia ha ripreso a scendere dopo quasi 15 anni: oggi si è stabilizzato intorno al 38,2 (quello dell’Italia è a 35,9). Rimarrà importante anche il tema della cooperazione sanitaria per sostenere i paesi in difficoltà, che rimane un argomento importante anche per la politica interna: negli ultimi anni, per esempio, Jokowi ha introdotto una revisione delle assicurazioni sulla salute in un’ottica di universalizzare il sistema sanitario.

Giacarta mantiene delle politiche fiscali prudenti, al punto che il debito nazionale si mantiene sotto il 40% del Pil. Questa visione politica è accompagnata, non senza criticità (come nel caso delle leggi sul lavoro) da un netto appoggio alle liberalizzazioni. In questo modo le riforme di Jokowi hanno contribuito a migliorare la posizione dell’Indonesia nell’indice Doing Business della Banca Mondiale dal 120º posto nel 2014 al 73° nel 2020. In questo senso Giacarta rimane un membro gradito del G20, e potenziale esempio di sviluppo economico per il resto della regione.

Cooperazione internazionale

La cautela dell’Indonesia rimane alta anche in politica estera, dove Jokowi ha saputo tenere legami attivi sia con la Cina che con gli Stati Uniti. Il controllo sul debito pubblico ha permesso di accogliere i progetti cinesi della Belt and Road initiative per accelerare i piani di sviluppo infrastrutturale, mentre rimane alta l’attenzione verso altri potenziali investitori. Non per niente la landing page del sito dedicato alla presidenza dell’Indonesia fa emergere l’intenzione di presentare il Paese al mondo, renderlo più attrattivo e degno di fiducia da parte della comunità internazionale. Da un punto di vista politico, inoltre, Jokowi ha saputo gestire le conflittualità interetniche nel Paese e rappresenta l’unico leader musulmano effettivamente arrivato alla presidenza tramite procedure democratiche regolari. 

Cautela e compromessi: la presidenza indonesiana contiene quella leadership accomodante che si presta a tamponare le frizioni ideologiche in una fase storica particolarmente complessa per la comunità internazionale. Diverso, ma complementare a un modello politico ed economico affine alle democrazie occidentali. Il G20 di Roma intendeva riaffermare il modello di relazioni internazionali multilaterali, mentre il mondo rischia di scivolare verso piccole o grandi conflittualità di vicinato che ostacolano la cooperazione e la supervisione di attori esterni. La presidenza indonesiana cercherà di riportare l’attenzione verso quei Paesi che devono colmare il ritardo col resto del mondo.

Le opportunità di investimento in Indonesia

La pandemia da Covid-19 ha interrotto i progetti di riforma del presidente indonesiano Jokowi, ma in Indonesia il ruolo degli investimenti esteri resta cruciale anche per la ripresa post-pandemica.

La crisi economica globale che ha fatto seguito alla diffusione del Covid-19 ha preso alla sprovvista il presidente Joko “Jokowi” Widodo, che aveva progetti macroeconomici ambiziosi per l’Indonesia. Il governo di Giacarta era impegnato a implementare una fitta agenda riformista, volta al benessere economico e sociale, per stimolare la produzione manifatturiera e soprattutto attrarre investitori stranieri interessati a fare affari nel Sud-Est asiatico. Anche se la pandemia ha modificato le priorità del governo, per la ripresa economica resta di cruciale importanza attrarre investimenti di capitale straniero.

Le elezioni politiche dell’aprile 2019 si sono rivelate una battaglia per l’economia, e il voto dei millennials e della classe media indonesiana è stato decisivo. In questa circostanza, Jokowi aveva fatto leva sull’immagine di un uomo del popolo che avrebbe continuato a rendere prospera l’Indonesia anche durante il suo secondo mandato. Secondo gli esperti, questo successo elettorale era da interpretarsi proprio come una convalida delle sue politiche, lanciate durante il mandato precedente, volte allo sviluppo delle infrastrutture e alla spesa pubblica in programmi sociali. La Banca centrale supportava queste ambizioni, mantenendo alti i tassi di interesse per attrarre capitale straniero. Poi è arrivato il Covid-19, e per il presidente Widodo le occasioni per fare la differenza si sono ridotte. Oggi la priorità del governo nazionale è la ripresa economica, che richiede un abbassamento dei tassi di interesse pensato per stimolare i consumi, mentre si cerca di arginare le pressioni a ribasso sulla rupia. 

Nonostante queste misure finanziarie pensate per far fronte alla crisi, la struttura macroeconomica di molti Paesi del Sud-Est asiatico fa grande affidamento sul flusso in entrata di investimenti diretti esteri (IDE), e l’Indonesia non fa eccezione. I settori di punta dell’ASEAN, come la produzione, la vendita al dettaglio, i trasporti e le telecomunicazioni, hanno portato il blocco a diventare una vera potenza economica, con un PIL stimato di 9,3mila miliardi di dollari a partire dal 2019. L’Indonesia rappresenta circa il 40% della produzione economica dell’ASEAN, che è in procinto di diventare la quarta economia mondiale entro il 2050. Secondo ASEAN Briefing, gli sforzi compiuti negli anni scorsi dai governi del Sud-Est asiatico, per promuovere sistemi normativi attraenti per chi voglia fare affari nella regione, sono uno dei vettori che continueranno a garantire l’afflusso di IDE, anche durante gli sforzi di ripresa in Indonesia.

A questo proposito, la società di consulenza Dezan & Shira Associates ha messo a punto un report che fa luce sul panorama degli investimenti nel Paese. I primi cinque settori destinatari di investimenti sono l’industria dei metalli, la fornitura di elettricità, gas e acqua, i trasporti e le telecomunicazioni, l’edilizia abitativa e il settore minerario. Le prime cinque economie che investono in Indonesia sono invece Singapore, Cina, Hong Kong, Giappone e Corea del sud. Il sistema normativo è particolarmente attraente per i finanziatori stranieri, anche perché l’Indonesia è parte di ben dodici accordi di libero scambio, tra cui anche la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), siglata lo scorso anno. In occasione della proposta di ratifica dell’accordo, il Ministro del Commercio indonesiano Muhammad Lufti ha dichiarato che la RCEP sarà molto vantaggiosa per l’Indonesia, perché rafforzerà il suo ruolo nelle catene di approvvigionamento regionali, oltre a supportare l’economia durante la ripresa post-pandemica. Il report riporta poi i vantaggi fiscali dedicati a chi desidera fare affari nel paese, oltre a una lista di industrie con ampio margine di crescita tra cui l’economia digitale, l’industria manifatturiera dei componenti elettronici e quella super competitiva dei veicoli.

Le potenzialità delle relazioni UE-Indonesia: dal commercio alla cooperazione politica

Articolo a cura di Pierfrancesco Mattiolo

Per l’UE, approfondire i rapporti con Giacarta e gli altri Paesi ASEAN è un’opportunità – forse addirittura una necessità. La visita dell’Alto Rappresentante Borrell a inizio giugno ne è un segnale.

“Il centro di gravità globale si sta spostando verso la regione Indo-Pacifica”. Con queste parole, pubblicate in un suo articolo per il Jakarta Post, Josep Borrell ha messo in chiaro con quanta attenzione Bruxelles stia guardando agli sviluppi politici ed economici nei Paesi ASEAN. L’Alto Rappresentante UE per gli Affari esteri e Vicepresidente della Commissione Europea si era recato a inizio giugno a Giacarta in visita ufficiale, dove aveva incontrato figure di primo piano del Governo indonesiano – il Presidente Widodo, i Ministri degli Affari esteri e della Difesa, esponenti del Parlamento – e dell’ASEAN – tra cui il Segretario Generale Lim Jock Hoi.

La rinnovata attenzione dell’UE verso l’ASEAN ha molteplici ragioni. Se da un lato Bruxelles ha fatto un salto di qualità nei suoi rapporti con due Paesi membri, Vietnam e Singapore, grazie ai recenti accordi di libero scambio, rimangono delle distanze notevoli con altri Governi. Ad esempio, sul piano politico, l’UE ha risposto al coup in Myanmar con una serie di sanzioni contro alcune personalità legate al Tatmadaw e, l’anno scorso, alle ripetute violazioni dei diritti umani in Cambogia con la revoca del regime commerciale di favore EBA (Everything But Arms). Sul piano commerciale, Bruxelles è stata adita due volte in giudizio innanzi alla World Trade Organization (WTO) per le sue misure sull’olio di palma e i biocarburanti con esso prodotti, rispettivamente da Kuala Lumpur e da Giacarta. Nonostante la disputa legale in corso, il futuro dei rapporti commerciali tra UE e Indonesia è promettente e un rafforzamento della cooperazione, anche politico-strategica, con lo Stato più popoloso dell’ASEAN è nel pieno interesse di Bruxelles. Borrell è stato chiaro sul punto: “il potenziale del nostro rapporto è inespresso. Possiamo fare molto di più”. 

Sul piano commerciale, i negoziati per l’Accordo di libero scambio tra UE e Indonesia sono in fase avanzata ed entrambe le parti sembrano interessate ad accelerare i tempi. Uno dei dossier più caldi, la questione dell’olio di palma, potrebbe essere spostato su un altro tavolo negoziale, così da raggiungere un compromesso separato e rendere più agevole il confronto sul capitolo TSD (Commercio e Sviluppo Sostenibile) dell’Accordo. Borrell stesso sembra aver suggerito questo approccio nel corso della sua visita a Giacarta. Le discussioni sugli altri capitoli proseguono in modo positivo, nonostante su alcuni temi sia più complesso trovare un punto di incontro – ad esempio, sulle barriere tecniche al commercio (TBT), sull’accesso agli appalti pubblici e sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale. L’Accordo conterrà un capitolo dedicato agli investimenti, tema particolarmente caro al Governo indonesiano. Risale allo scorso 4 marzo il regolamento attuativo della Omnibus Law, l’ambizioso piano di riforme economiche di Giacarta che ha aperto il Paese agli investimenti stranieri in molti settori – tra cui telecomunicazioni, trasporti, energia, servizi edili – e ha previsto vari incentivi per attrarli. Questa apertura potrebbe essere rafforzata ulteriormente dall’Accordo di libero scambio e portare nuove opportunità alle imprese europee. Per il momento, il mercato indonesiano è particolarmente favorevole ai competitors dei Paesi che hanno sottoscritto il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership, l’accordo commerciale tra Paesi ASEAN, Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda). In particolare, l’Indonesia ha bisogno di investimenti stranieri sulle sue infrastrutture, la cui inadeguatezza costituisce un ostacolo per la crescita economica del Paese, e la Cina si è dimostrata ben lieta di intervenire, approfittando delle recenti aperture.

L’appeal degli investimenti cinesi, oltre al supporto ricevuto nella gestione della crisi COVID-19, sta spingendo il Governo indonesiano a riallacciare i rapporti con Pechino, particolarmente tesi in passato a causa delle dispute sulle zone di pesca nel Mar Cinese Meridionale. La crescente influenza cinese nella regione rientra senza dubbio tra i motivi che hanno spinto l’UE e alcuni suoi Stati membri – Francia, Germania e Paesi Bassi – a formulare una nuova e più coraggiosa “strategia Indo-pacifica” che passa proprio da Giacarta. Se il dialogo con Myanmar e la Cambogia è difficile a causa delle divergenze molto profonde – di cui la Cina ha approfittato per aumentare la sua influenza in questi due Paesi – sulla forma di Stato e sulla tutela dei diritti, l’UE non ha problemi a riconoscere nell’Indonesia “una delle più grandi democrazie ed economie al mondo” e un Paese like-minded, quasi a voler sottolineare l’intenzione di voler collaborare anche sul piano politico, oltre che commerciale. Giacarta ha lanciato segnali incoraggianti in questo senso: dopo il colloquio con Borrell di inizio giugno, la Ministra degli Affari esteri Retno Marsudi ha ribadito l’impegno del suo Governo a ottenere la nomina di un inviato ASEAN per il Myanmar, la cessazione delle violenze e la liberazione dei prigionieri politici da parte delle forze golpiste birmane.La cooperazione politica potrebbe diventare presto anche strategica. L’UE ha espresso l’intenzione di essere presente nel Sud-Est asiatico anche con le proprie marine militari. Si tratta di un cambiamento non da poco per Bruxelles, alla ricerca di un approccio pragmatico in equilibrio tra cooperazione – economica e politica – e proiezione strategica nell’Indo-pacifico, anche per bilanciare il protagonismo cinese. L’Indonesia – che, tra l’altro, ricoprirà la presidenza del G20 il prossimo anno, subito dopo l’Italia – è sicuramente un partner fondamentale, probabilmente necessario, per concretizzare questa nuova visione.

GoTo: il nuovo colosso dell’e-commerce ASEAN

Gojek e Tokopedia annunciano la fusione in un nuovo soggetto chiamato a sfidare Grab e Sea. Ecco come cambia il mercato dell’e-commerce del Sud-Est asiatico

Gojek e Tokopedia hanno confermato i rumors delle scorse settimane, annunciando la loro fusione. GoTo, la piattaforma che ne nascerà, sarà un nuovo gigante e-commerce ASEAN da oltre 18 miliardi di dollari.Una notizia che si inserisce in un contesto in cui l’industria tech, e specialmente il digital commerce, è stata recentemente caratterizzata da una estrema dinamicità.

Rilevante il senso di urgenza che accompagna la nascita di GoTo, il che fa pensare che possa essere l’unica soluzione, per entrambe le aziende, per guadagnarsi un ruolo più rilevante nel mercato di riferimento.

Tokopedia e Gojek sono due importanti scale-up, entrambe indonesiane, ed entrambe con ottimi fondamentali oltre che prospettive di crescita rosee nei rispettivi mercati.

Tokopedia è una piattaforma e-commerce, una delle maggiori cinque in ASEAN, mentre Gojek è il leader della shared mobility sullo stesso mercato nazionale.

Entrambe le aziende sono molto promettenti e si sono dimostrate in grado di competere in larga scala, anche e soprattutto grazie alle caratteristiche del loro Paese di origine. Con una popolazione che supera i 270 milioni (la quarta più grande al mondo) e un’economia che prima del Covid era in fortissima crescita (+5% nel 2019 prima di calare del 2,1% nel 2020), l’Indonesia rappresenta uno dei mercati più attrattivi per l’e-commerce. 

In aggiunta, Tokopedia ha ricevuto round di finanziamenti per 2,8 miliardi di dollari al fine di potenziare la sua piattaforma e-commerce, e può vantare tra i suoi investitori nomi come SoftBank, Google e Alibaba.

Gojek, d’altro canto, vanta un portafoglio investitori del calibro di Facebook, PayPal, Visa e MUFG (colosso bancario giapponese) per oltre 5 miliardi di dollari, e rappresenta una promessa certa della mobilità digitale, simile a Uber nei suoi primi anni negli USA.

Entrambe hanno non solo ottime basi ma anche i fondi necessari e l’accesso alle infrastrutture ICT asiatiche best-in-class.

La causa della fusione tra Tokopedia e Gojek va quindi ricercata all’esterno, soprattutto nella minaccia rappresentata dagli altri competitor, e qui vale la regola d’oro dell’e-commerce: agglomerazione e accentramento sono sinonimo di potere e garanzia di sopravvivenza.

Da un lato, infatti, le due aziende devono far fronte all’exploit di Grab, la più grande piattaforma di shared mobility del SudEst asiatico con 200 milioni di utenti, che ha annunciato una imminente quotazione al NASDAQ per un valore di oltre 40 miliardi di dollari. Grab è la prima vera superapp della regione, ossia il primo esempio di applicazione mobile totalizzante che racchiude servizi di social networking, pagamento digitale, e-commerce, mobilità e servizi finanziari: da qui il suo motto, ‘The Everyday Everything app’. Tutto lascia pensare alla volontà strategica di raggiungere una rapida espansione a livello internazionale, oltre che l’esplicita ambizione di diventare leader indiscusso in area ASEAN.

Dall’altro lato, Tokopedia e Gojek si devono confrontare con giganti come Sea, che sta iniziando a rappresentare un grande competitor nello stesso mercato indonesiano. Il gruppo di Singapore continua a investire incessantemente per aumentare la propria presenza nei singoli mercati locali della regione: con una capitalizzazione stellare, ha una potenza di fuoco in grado di escludere gli altri player da molti mercati digital della regione.