Indonesia

Le opportunità di investimento in Indonesia

La pandemia da Covid-19 ha interrotto i progetti di riforma del presidente indonesiano Jokowi, ma in Indonesia il ruolo degli investimenti esteri resta cruciale anche per la ripresa post-pandemica.

La crisi economica globale che ha fatto seguito alla diffusione del Covid-19 ha preso alla sprovvista il presidente Joko “Jokowi” Widodo, che aveva progetti macroeconomici ambiziosi per l’Indonesia. Il governo di Giacarta era impegnato a implementare una fitta agenda riformista, volta al benessere economico e sociale, per stimolare la produzione manifatturiera e soprattutto attrarre investitori stranieri interessati a fare affari nel Sud-Est asiatico. Anche se la pandemia ha modificato le priorità del governo, per la ripresa economica resta di cruciale importanza attrarre investimenti di capitale straniero.

Le elezioni politiche dell’aprile 2019 si sono rivelate una battaglia per l’economia, e il voto dei millennials e della classe media indonesiana è stato decisivo. In questa circostanza, Jokowi aveva fatto leva sull’immagine di un uomo del popolo che avrebbe continuato a rendere prospera l’Indonesia anche durante il suo secondo mandato. Secondo gli esperti, questo successo elettorale era da interpretarsi proprio come una convalida delle sue politiche, lanciate durante il mandato precedente, volte allo sviluppo delle infrastrutture e alla spesa pubblica in programmi sociali. La Banca centrale supportava queste ambizioni, mantenendo alti i tassi di interesse per attrarre capitale straniero. Poi è arrivato il Covid-19, e per il presidente Widodo le occasioni per fare la differenza si sono ridotte. Oggi la priorità del governo nazionale è la ripresa economica, che richiede un abbassamento dei tassi di interesse pensato per stimolare i consumi, mentre si cerca di arginare le pressioni a ribasso sulla rupia. 

Nonostante queste misure finanziarie pensate per far fronte alla crisi, la struttura macroeconomica di molti Paesi del Sud-Est asiatico fa grande affidamento sul flusso in entrata di investimenti diretti esteri (IDE), e l’Indonesia non fa eccezione. I settori di punta dell’ASEAN, come la produzione, la vendita al dettaglio, i trasporti e le telecomunicazioni, hanno portato il blocco a diventare una vera potenza economica, con un PIL stimato di 9,3mila miliardi di dollari a partire dal 2019. L’Indonesia rappresenta circa il 40% della produzione economica dell’ASEAN, che è in procinto di diventare la quarta economia mondiale entro il 2050. Secondo ASEAN Briefing, gli sforzi compiuti negli anni scorsi dai governi del Sud-Est asiatico, per promuovere sistemi normativi attraenti per chi voglia fare affari nella regione, sono uno dei vettori che continueranno a garantire l’afflusso di IDE, anche durante gli sforzi di ripresa in Indonesia.

A questo proposito, la società di consulenza Dezan & Shira Associates ha messo a punto un report che fa luce sul panorama degli investimenti nel Paese. I primi cinque settori destinatari di investimenti sono l’industria dei metalli, la fornitura di elettricità, gas e acqua, i trasporti e le telecomunicazioni, l’edilizia abitativa e il settore minerario. Le prime cinque economie che investono in Indonesia sono invece Singapore, Cina, Hong Kong, Giappone e Corea del sud. Il sistema normativo è particolarmente attraente per i finanziatori stranieri, anche perché l’Indonesia è parte di ben dodici accordi di libero scambio, tra cui anche la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), siglata lo scorso anno. In occasione della proposta di ratifica dell’accordo, il Ministro del Commercio indonesiano Muhammad Lufti ha dichiarato che la RCEP sarà molto vantaggiosa per l’Indonesia, perché rafforzerà il suo ruolo nelle catene di approvvigionamento regionali, oltre a supportare l’economia durante la ripresa post-pandemica. Il report riporta poi i vantaggi fiscali dedicati a chi desidera fare affari nel paese, oltre a una lista di industrie con ampio margine di crescita tra cui l’economia digitale, l’industria manifatturiera dei componenti elettronici e quella super competitiva dei veicoli.

Le potenzialità delle relazioni UE-Indonesia: dal commercio alla cooperazione politica

Articolo a cura di Pierfrancesco Mattiolo

Per l’UE, approfondire i rapporti con Giacarta e gli altri Paesi ASEAN è un’opportunità – forse addirittura una necessità. La visita dell’Alto Rappresentante Borrell a inizio giugno ne è un segnale.

“Il centro di gravità globale si sta spostando verso la regione Indo-Pacifica”. Con queste parole, pubblicate in un suo articolo per il Jakarta Post, Josep Borrell ha messo in chiaro con quanta attenzione Bruxelles stia guardando agli sviluppi politici ed economici nei Paesi ASEAN. L’Alto Rappresentante UE per gli Affari esteri e Vicepresidente della Commissione Europea si era recato a inizio giugno a Giacarta in visita ufficiale, dove aveva incontrato figure di primo piano del Governo indonesiano – il Presidente Widodo, i Ministri degli Affari esteri e della Difesa, esponenti del Parlamento – e dell’ASEAN – tra cui il Segretario Generale Lim Jock Hoi.

La rinnovata attenzione dell’UE verso l’ASEAN ha molteplici ragioni. Se da un lato Bruxelles ha fatto un salto di qualità nei suoi rapporti con due Paesi membri, Vietnam e Singapore, grazie ai recenti accordi di libero scambio, rimangono delle distanze notevoli con altri Governi. Ad esempio, sul piano politico, l’UE ha risposto al coup in Myanmar con una serie di sanzioni contro alcune personalità legate al Tatmadaw e, l’anno scorso, alle ripetute violazioni dei diritti umani in Cambogia con la revoca del regime commerciale di favore EBA (Everything But Arms). Sul piano commerciale, Bruxelles è stata adita due volte in giudizio innanzi alla World Trade Organization (WTO) per le sue misure sull’olio di palma e i biocarburanti con esso prodotti, rispettivamente da Kuala Lumpur e da Giacarta. Nonostante la disputa legale in corso, il futuro dei rapporti commerciali tra UE e Indonesia è promettente e un rafforzamento della cooperazione, anche politico-strategica, con lo Stato più popoloso dell’ASEAN è nel pieno interesse di Bruxelles. Borrell è stato chiaro sul punto: “il potenziale del nostro rapporto è inespresso. Possiamo fare molto di più”. 

Sul piano commerciale, i negoziati per l’Accordo di libero scambio tra UE e Indonesia sono in fase avanzata ed entrambe le parti sembrano interessate ad accelerare i tempi. Uno dei dossier più caldi, la questione dell’olio di palma, potrebbe essere spostato su un altro tavolo negoziale, così da raggiungere un compromesso separato e rendere più agevole il confronto sul capitolo TSD (Commercio e Sviluppo Sostenibile) dell’Accordo. Borrell stesso sembra aver suggerito questo approccio nel corso della sua visita a Giacarta. Le discussioni sugli altri capitoli proseguono in modo positivo, nonostante su alcuni temi sia più complesso trovare un punto di incontro – ad esempio, sulle barriere tecniche al commercio (TBT), sull’accesso agli appalti pubblici e sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale. L’Accordo conterrà un capitolo dedicato agli investimenti, tema particolarmente caro al Governo indonesiano. Risale allo scorso 4 marzo il regolamento attuativo della Omnibus Law, l’ambizioso piano di riforme economiche di Giacarta che ha aperto il Paese agli investimenti stranieri in molti settori – tra cui telecomunicazioni, trasporti, energia, servizi edili – e ha previsto vari incentivi per attrarli. Questa apertura potrebbe essere rafforzata ulteriormente dall’Accordo di libero scambio e portare nuove opportunità alle imprese europee. Per il momento, il mercato indonesiano è particolarmente favorevole ai competitors dei Paesi che hanno sottoscritto il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership, l’accordo commerciale tra Paesi ASEAN, Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda). In particolare, l’Indonesia ha bisogno di investimenti stranieri sulle sue infrastrutture, la cui inadeguatezza costituisce un ostacolo per la crescita economica del Paese, e la Cina si è dimostrata ben lieta di intervenire, approfittando delle recenti aperture.

L’appeal degli investimenti cinesi, oltre al supporto ricevuto nella gestione della crisi COVID-19, sta spingendo il Governo indonesiano a riallacciare i rapporti con Pechino, particolarmente tesi in passato a causa delle dispute sulle zone di pesca nel Mar Cinese Meridionale. La crescente influenza cinese nella regione rientra senza dubbio tra i motivi che hanno spinto l’UE e alcuni suoi Stati membri – Francia, Germania e Paesi Bassi – a formulare una nuova e più coraggiosa “strategia Indo-pacifica” che passa proprio da Giacarta. Se il dialogo con Myanmar e la Cambogia è difficile a causa delle divergenze molto profonde – di cui la Cina ha approfittato per aumentare la sua influenza in questi due Paesi – sulla forma di Stato e sulla tutela dei diritti, l’UE non ha problemi a riconoscere nell’Indonesia “una delle più grandi democrazie ed economie al mondo” e un Paese like-minded, quasi a voler sottolineare l’intenzione di voler collaborare anche sul piano politico, oltre che commerciale. Giacarta ha lanciato segnali incoraggianti in questo senso: dopo il colloquio con Borrell di inizio giugno, la Ministra degli Affari esteri Retno Marsudi ha ribadito l’impegno del suo Governo a ottenere la nomina di un inviato ASEAN per il Myanmar, la cessazione delle violenze e la liberazione dei prigionieri politici da parte delle forze golpiste birmane.La cooperazione politica potrebbe diventare presto anche strategica. L’UE ha espresso l’intenzione di essere presente nel Sud-Est asiatico anche con le proprie marine militari. Si tratta di un cambiamento non da poco per Bruxelles, alla ricerca di un approccio pragmatico in equilibrio tra cooperazione – economica e politica – e proiezione strategica nell’Indo-pacifico, anche per bilanciare il protagonismo cinese. L’Indonesia – che, tra l’altro, ricoprirà la presidenza del G20 il prossimo anno, subito dopo l’Italia – è sicuramente un partner fondamentale, probabilmente necessario, per concretizzare questa nuova visione.

GoTo: il nuovo colosso dell’e-commerce ASEAN

Gojek e Tokopedia annunciano la fusione in un nuovo soggetto chiamato a sfidare Grab e Sea. Ecco come cambia il mercato dell’e-commerce del Sud-Est asiatico

Gojek e Tokopedia hanno confermato i rumors delle scorse settimane, annunciando la loro fusione. GoTo, la piattaforma che ne nascerà, sarà un nuovo gigante e-commerce ASEAN da oltre 18 miliardi di dollari.Una notizia che si inserisce in un contesto in cui l’industria tech, e specialmente il digital commerce, è stata recentemente caratterizzata da una estrema dinamicità.

Rilevante il senso di urgenza che accompagna la nascita di GoTo, il che fa pensare che possa essere l’unica soluzione, per entrambe le aziende, per guadagnarsi un ruolo più rilevante nel mercato di riferimento.

Tokopedia e Gojek sono due importanti scale-up, entrambe indonesiane, ed entrambe con ottimi fondamentali oltre che prospettive di crescita rosee nei rispettivi mercati.

Tokopedia è una piattaforma e-commerce, una delle maggiori cinque in ASEAN, mentre Gojek è il leader della shared mobility sullo stesso mercato nazionale.

Entrambe le aziende sono molto promettenti e si sono dimostrate in grado di competere in larga scala, anche e soprattutto grazie alle caratteristiche del loro Paese di origine. Con una popolazione che supera i 270 milioni (la quarta più grande al mondo) e un’economia che prima del Covid era in fortissima crescita (+5% nel 2019 prima di calare del 2,1% nel 2020), l’Indonesia rappresenta uno dei mercati più attrattivi per l’e-commerce. 

In aggiunta, Tokopedia ha ricevuto round di finanziamenti per 2,8 miliardi di dollari al fine di potenziare la sua piattaforma e-commerce, e può vantare tra i suoi investitori nomi come SoftBank, Google e Alibaba.

Gojek, d’altro canto, vanta un portafoglio investitori del calibro di Facebook, PayPal, Visa e MUFG (colosso bancario giapponese) per oltre 5 miliardi di dollari, e rappresenta una promessa certa della mobilità digitale, simile a Uber nei suoi primi anni negli USA.

Entrambe hanno non solo ottime basi ma anche i fondi necessari e l’accesso alle infrastrutture ICT asiatiche best-in-class.

La causa della fusione tra Tokopedia e Gojek va quindi ricercata all’esterno, soprattutto nella minaccia rappresentata dagli altri competitor, e qui vale la regola d’oro dell’e-commerce: agglomerazione e accentramento sono sinonimo di potere e garanzia di sopravvivenza.

Da un lato, infatti, le due aziende devono far fronte all’exploit di Grab, la più grande piattaforma di shared mobility del SudEst asiatico con 200 milioni di utenti, che ha annunciato una imminente quotazione al NASDAQ per un valore di oltre 40 miliardi di dollari. Grab è la prima vera superapp della regione, ossia il primo esempio di applicazione mobile totalizzante che racchiude servizi di social networking, pagamento digitale, e-commerce, mobilità e servizi finanziari: da qui il suo motto, ‘The Everyday Everything app’. Tutto lascia pensare alla volontà strategica di raggiungere una rapida espansione a livello internazionale, oltre che l’esplicita ambizione di diventare leader indiscusso in area ASEAN.

Dall’altro lato, Tokopedia e Gojek si devono confrontare con giganti come Sea, che sta iniziando a rappresentare un grande competitor nello stesso mercato indonesiano. Il gruppo di Singapore continua a investire incessantemente per aumentare la propria presenza nei singoli mercati locali della regione: con una capitalizzazione stellare, ha una potenza di fuoco in grado di escludere gli altri player da molti mercati digital della regione.

L’Indonesia apre agli investimenti esteri

L’Indonesia cambia rotta e apre agli investimenti esteri, nell’ambito delle riforme previste dall’attuazione dell’Omnibus Law

Il 4 marzo 2021 è entrato in vigore il  Decreto Presidenziale 10/2021, anche soprannominato “Lista degli Investimenti Positivi”, che delinea i settori economici aperti agli investimenti. Questo regolamento fa parte dell’attuazione della cosiddetta “Legge Omnibus”, il più grande piano di riforme economiche mai lanciato in Indonesia e sostituisce il Decreto Presidenziale n. 36/2010, che elencava i settori chiusi agli investimenti e quelli aperti a specifiche condizioni. 

Approvata il 5 ottobre 2020, la discussa Omnibus Law (UU 11/2020 Cipta Kerja) mira principalmente a creare nuovi posti di lavoro, incoraggiare gli investimenti nazionali ed esteri, e stimolare l’economia attraverso la semplificazione dei processi  burocratici e la velocizzazione delle decisioni politiche. Tuttavia, forti condanne sono giunte dai sindacati e dalle associazioni per i diritti dei lavoratori, che hanno organizzato massicce proteste per tutto il mese di ottobre, dichiarandosi contrari alla legge per i danni causati ai salari, alla sicurezza del lavoro e all’ambiente, con ulteriore centralizzazione del potere a Jakarta. 

La nuova lista di investimenti ha ridotto in modo significativo il numero di settori completamente chiusi a qualsiasi forma di investimento (estero o locale) e quelli che sono totalmente chiusi o parzialmente aperti a investimenti esteri. Ciò si allinea agli sforzi del governo per contrastare l’impatto della pandemia di Covid-19, incoraggiando l’arrivo di maggiori IDE in Indonesia. Il decreto rappresenta infatti una delle maggiori liberalizzazioni del capitale estero: prima dell’introduzione della Omnibus Law, il Paese non disponeva di un sistema completo per incentivare gli investimenti.

Importanti settori, quali telecomunicazioni, trasporto, energia, distribuzione e servizi edili, che subivano in precedenza forti restrizioni, sono stati aperti agli investimenti esteri e incoraggiati con sgravi fiscali, come la riduzione dell’imposta sul reddito delle società. Ulteriori incentivi comprendono la fornitura di infrastrutture di supporto alle aziende estere, nonché di energia e materie prime, insieme alla semplificazione delle procedure per la concessione di licenze commerciali. Inoltre, gli investimenti esteri nei settori delle start-up tecnologiche nelle Zone Economiche Speciali sono esentati dalla soglia minima di investimento di 10 miliardi di rupie.

I settori economici sono stati suddivisi in 4 categorie principali, ponendo grande enfasi sulla categoria dei settori prioritari, in cui sono state delineate 245 aree di business ora aperte agli investimenti esteri. I settori prioritari includono inoltre alcune industrie strategiche per lo sviluppo economico del Paese, tra cui la lavorazione e la raffinazione del nichel, materiale chiave nelle batterie dei veicoli elettrici. L’Indonesia, sede delle più grandi riserve di nichel del mondo, intende infatti diventare un hub di produzione di batterie per veicoli elettrici, creando una catena di approvvigionamento completa del nichel, dall’estrazione di materie prime alla produzione delle batterie stesse. Tesla ha recentemente avanzato la sua proposta di investimento per aiutare lo sviluppo degli ambiziosi piani indonesiani in questa direzione. 

L’Indonesia lancia quindi un forte messaggio alla comunità economica internazionale, mettendo nero su bianco l’elenco delle nuove opportunità di business. L’apertura agli investimenti esteri sancisce un approccio nuovo e prezioso per il futuro del Paese.

L’Indonesia vaccinerà i lavoratori prima degli anziani

Il gigante ASEAN sceglie una strategia diversa per fermare l’avanzata del COVID e far ripartire l’economia

La sfida della vaccinazione, una straordinaria impresa logistica resa ancor più ardua dai ritardi della produzione, richiede scelte difficili. Durante lo scorso anno i policymakers di tutto il mondo hanno concentrato sforzi e risorse prima nella ricerca per lo sviluppo dei vaccini e quindi nell’acquisto delle dosi necessarie all’inoculazione dei propri concittadini. Negli ultimi mesi, invece, una nuova domanda ha conquistato il centro del dibattito politico: a chi spetteranno le prime dosi disponibili?

La discussione riguardante il corretto ordine di precedenza nella somministrazione dei vaccini è di estrema importanza. Una volta terminata la vaccinazione degli operatori sanitari, la maggior parte degli Stati Membri dell’Unione Europea ha scelto di dare priorità ai cittadini più anziani, ritenuti gli elementi più fragili di fronte al virus, partendo quindi  dagli ultraottantenni, gli ultra sessantacinquenni, e così via scendendo. L’Indonesia, invece, ha scelto una strategia diversa: vaccinare per primi i cittadini tra i 18 e i 59 anni, la forza lavoro, che rappresenta più del 60% della popolazione. 

Il governo ha scelto di intraprendere questa strada per due motivi principali. Il primo è prettamente sanitario; le autorità indonesiane sperano di poter fermare l’avanzata del contagio immunizzando coloro che si muovono di più, sia per gli impegni professionali che per le attività sociali. Queste persone hanno più probabilità di essere contagiate e di conseguenza di contagiare a loro volta: l’80% dei casi COVID registrati in Indonesia è tra la popolazione attiva. Il secondo motivo è essenzialmente economico; come e forse più di altre economie mondiali, infatti, l’Indonesia sta pagando un conto salatissimo per l’epidemia. La ripresa passa anche per la ripartenza del turismo e dei trasporti, tra i settori maggiormente colpiti, e per questo serve che le persone possano ritornare al più presto a lavorare, magari anche a viaggiare, in sicurezza. 

Questo risultato, secondo Fithra Faisal Hastiadi, economista dell’Università dell’Indonesia e portavoce del Ministero del Commercio, può essere raggiunto solo attraverso una campagna di vaccinazione di massa delle persone in piena età lavorativa, a partire, certo, da coloro che svolgono una professione in cui il rischio di contagio è più elevato (gli operatori sanitari, le forze di polizia ed i militari). L’Indonesia sta dunque puntando sul vaccino per risolvere sia l’emergenza sanitaria che la crisi economica. Per dirla con le parole di Hastiadi, «quando si parla di salute pubblica si parla anche di economia, perché la salute pubblica è una funzione dell’economia». 

Come tutte le scelte anche questa non è esente da critiche e il governo indonesiano è stato accusato a più riprese di non preoccuparsi abbastanza per la salute delle fasce più deboli della popolazione. Amin Soebandrio, direttore dell’Istituto di biologia molecolare Eijkman, difende però la strategia di Jakarta dichiarando che vaccinare per primi i lavoratori è l’unico modo per l’Indonesia di raggiungere l’immunità di gregge e riportare il contagio sotto controllo. Altro convinto sostenitore di questa scelta è il Ministro della Sanità, Budi Gunadi Sadikin, che, nonostante non vi siano ancora studi approfonditi sull’impatto dei vaccini sulla diffusione del virus, ha insistito sul fatto che grazie a questa strategia gli anziani non rischieranno più di essere infettati dai parenti che rientrano a casa dopo una giornata a contatto con altre persone. 

Certo, quando l’Indonesia ha dato il via alla campagna vaccinale, non era sicura di avere abbastanza dosi per vaccinare l’intera popolazione , ed il Paese aveva a disposizione soltanto il vaccino Sinovac Biotech, sviluppato in Cina, che, allora, non era ritenuto scientificamente efficace e sicuro sugli anziani. L’approvazione all’uso di Sinovac sugli ultrasessantenni è arrivata il 6 febbraio scorso e nel frattempo il governo ha prenotato ulteriori 125 milioni di dosi del vaccino cinese e 330 milioni di dosi dei vaccini di AstraZeneca e Pfizer-BioNTech. Eppure il Governo non sembra, al momento, intenzionato a cambiare l’ordine di priorità con cui verrà somministrato il vaccino. 

CB. Kusmaryanto, membro del Comitato di bioetica del Paese, sostiene che in Indonesia non è possibile «fare buone scelte, ma scegliere il male minore». L’economia indonesiana, la più grande del Sud-Est asiatico e la decima al mondo a parità di potere d’acquisto, ha superato l’India nel 2012 diventando il secondo stato membro del G20 per crescita del PIL. Dall’inizio del nuovo secolo, l’Indonesia ha dimezzato la povertà e prima del Covid-19 si era qualificata per raggiungere lo status di Paese a reddito medio-alto. Il piano del governo ora è di vaccinare il 67% degli individui nei prossimi 15 mesi, sperando che la strategia si dimostri efficace e sufficiente a rimettere l’Indonesia sulla propria traiettoria di sviluppo.

A cura di Carola Frattini

L’economia islamica in Indonesia

Con il lancio del Masterplan per l’economia islamica e la certificazione halal obbligatoria, l’Indonesia punta a diventare hub mondiale del settore halal entro il 2024.  

Il 14 maggio 2019 il Presidente indonesiano Joko Widodo ha lanciato ufficialmente il primo Masterplan per l’Economia Islamica (MEKSI) da implementare nel quinquennio 2019-2024. L’Indonesia è il Paese con la più numerosa popolazione musulmana del mondo e negli ultimi anni sta puntando sempre più concretamente allo sviluppo di forti strategie inerenti l’economia islamica. 

The State of The Global Islamic Economy Report 2020/2021 rileva che l’Indonesia continua ad avanzare in tutte le classifiche dei principali settori dell’economia islamica mondiale, posizionandosi sempre tra i primi 10 Paesi. In relazione al GIEI (Global Islamic Economy Indicator), l’Indonesia è salita dal decimo posto nel 2018 al quarto posto nel 2020, avanzando di un ulteriore posizione rispetto al quinto posto del 2019. Inoltre, si posiziona al 1° posto nella Top 5 dei mercati mondiali di consumo alimentare halal, con una spesa di $144 miliardi; 7° posto nella Top 10 dei Paesi in base agli asset di finanza islamica; 2°, 4° e 5° posto nelle rispettive Top 5 dei mercati di consumo di cosmetici halal, prodotti farmaceutici halal e modest fashion. 

Questi dati confermano il ruolo dell’Indonesia tra i Paesi con maggiore potenziale per diventare centri nevralgici dell’economia islamica. Di recente, l’Indonesia ha compiuto passi decisivi in tale direzione. Innanzitutto, con la legge No. 33/2014 sulla Garanzia dei Prodotti Halal, il governo indonesiano ha reso obbligatoria la certificazione per tutti i prodotti halal distribuiti sul mercato interno, incluse le importazioni. Questa legge è entrata in vigore ad ottobre 2019 e prorogata fino al 2024 per permettere ai produttori di adeguarsi alle nuove direttive ed ottenere la certificazione halal. I requisiti halal si applicano a varie categorie di beni e servizi. Il mercato globale halal, analizzato dal suddetto Report, comprende infatti ben 7 categorie economiche: cibo halal, finanza islamica, turismo Muslim-friendly, modest fashion, farmaci halal, cosmetici halal, media e intrattenimento a tema islamico.

Su questa scia si pone quindi l’adozione del cosiddetto MEKSI 2019-2024 (Masterplan Ekonomi Sharia Indonesia), il primo piano d’azione atto a rendere l’Indonesia un Paese leader nella produzione di prodotti e servizi specificamente halal. Il piano individua 4 strategie principali. Esse prevedono il potenziamento del ruolo delle micro, piccole e medie imprese, intese come motore della catena del valore halal, concentrandosi in particolare sui settori più competitivi del Paese (alimenti e bevande halal, e modest fashion); il rafforzamento del settore finanziario islamico, con maggiore presenza e fornitura di capitali per le imprese di produzione halal; e infine, la promozione dei prodotti e servizi halal indonesiani tramite una più intensa collaborazione con le piattaforme di e-commerce.

L’avvio del Masterplan è passato attraverso l’istituzione del National Islamic Finance Committee (KNKS, Komite Nasional Keuangan Syariah) da parte del governo indonesiano. L’obiettivo esplicito è quello di rafforzare il ruolo della finanza islamica nel guidare la crescita economica del Paese, supportata dallo sviluppo di un roadmap nazionale per il fintech islamico. 

Il KNKS ha successivamente cambiato nome in National Sharia Economy and Finance Committee (KNEKS), nell’ambito di una nuova strategia e di una nuova direzione esecutiva. Il KNEKS coprirà quattro aree: sviluppo dell’industria dei prodotti halal, sviluppo della finanza islamica, sviluppo della finanza sociale islamica e aumento delle attività commerciali islamiche. La domanda per il consolidamento della finanza islamica, così come la sua analisi e comprensione, è infatti sempre più forte in Indonesia. Essa registra anche il maggior numero di eventi del settore, e si classifica seconda per la quantità di studi ad esso correlati. 

L’attuazione del MEKSI coinvolge i vari attori dell’economia islamica con iniziative ampie ed ambiziose. Tra gli obiettivi del Masterplan rientrano infatti la costruzione del Halal Lifestyle District a Jakarta, un distretto industriale di 21 mila metri quadrati con un investimento di $18 milioni; e la realizzazione del Muslim Fashion Project (MOFP), un piano d’azione per lo sviluppo dell’industria della modest fashion, che include concorsi e progettazione di start-up di moda, e in cui sono coinvolti circa 656 piccole e medie imprese e 60 designer. L’Indonesia mira così a diventare la prossima capitale mondiale della modest fashion

Il MEKSI 2019-2024 rappresenta quindi un importante punto di svolta per la politica economica indonesiana. L’economia islamica è destinata a diventare il valore identitario dell’Indonesia, che si pone l’ambizioso obiettivo di diventare produttore chiave e hub mondiale del settore halal entro il 2024.  

13° Bali Democracy Forum: il futuro della democrazia in Asia Sud-Orientale

Dalla tutela dei diritti civili alla necessità di un’economia inclusiva, l’Indonesia punta i riflettori sullo sviluppo della democrazia nella regione Asia-Pacifico.

Il 10 dicembre si è svolta, in modalità semi-virtuale, la tredicesima edizione del Bali Democracy Forum, intitolata Democracy and the Covid-19 Pandemic. Il discorso del Ministro degli Affari Esteri indonesiano Retno Marsudi, la prima donna a ricoprire questo ruolo nel Paese, ha dato il via alla cerimonia di apertura tenutasi a Nusa Dua, sede dell’evento. Al termine del suo intervento sono state trasmesse, tramite videoconferenza, le parole del Segretario Generale dell’ONU e del Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il 13° Bali Democracy Forum (BDF) ha affrontato l’impatto e le conseguenze della pandemia su democrazia e solidarietà tra Stati. La preoccupazione di molti, infatti, è che le misure restrittive adottate dai governi per contenere l’epidemia di Covid-19 stanno minacciando alcuni valori fondanti delle società democratiche. L’obiettivo del 13° BDF è stato quindi quello di fornire uno spazio per la condivisione di esperienze tra Stati e stakeholders, nonché identificare risposte sul futuro della democrazia in seguito alla crisi globale.

Questo forum intergovernativo annuale focalizza la sua attenzione sullo sviluppo della democrazia nella regione dell’Asia-Pacifico. Istituito dal governo nel 2008 per celebrare i primi dieci anni della democrazia indonesiana, il BDF ha lo scopo di incoraggiare la cooperazione regionale e internazionale sul tema della democrazia e della pace, attraverso un dialogo costruttivo tra tutti gli Stati partecipanti. La pluralità è per l’Indonesia uno dei suo principi fondanti, sanciti nel cosiddetto Pancasila, il pensiero filosofico su cui si fonda lo stato indonesiano. La promozione della democrazia è inoltre parte integrante della politica estera dell’Indonesia, in particolare nel continente asiatico. 

L’adesione ai principi di uguaglianza e rispetto reciproco è diventata il fondamento su cui si basa lo spirito stesso del Forum. Nel corso degli anni, il BDF ha reso la democrazia un punto chiave dell’agenda strategica nella regione Asia-Pacifico, diventando il principale meeting della regione su tale tematica. In linea con i tre pilastri fondanti della Carta delle Nazioni Unite, il BDF punta i riflettori sulla necessità di riuscire a creare un equilibrio duraturo tra lo sviluppo economico e politico, il mantenimento della pace e della sicurezza, e la tutela dei diritti umani e dei valori umanitari in Asia-Pacifico. 

Il 13° Bali Democracy Forum ha visto svolgere prima dell’evento il Road to BDF, tenutosi da settembre a novembre 2020. Questa nuova iniziativa è stata suddivisa in tre segmenti principali: Bali Civil Society and Media Forum (BCSMF), Bali Democracy Students Conference (BDSC), e il Panel of Inclusive Economy. Ogni segmento ha prodotto una serie di incontri e consultazioni preliminari sulla democrazia e la pandemia di Covid-19.

Il BCSMF mira a incoraggiare la partecipazione della società civile e dei media, in quanto attori centrali nel processo di elaborazione della politica pubblica. L’evento è un’occasione per far incontrare leader di comunità, attivisti di ONG, accademici, ricercatori, giornalisti e altri personaggi pubblici. Il BDSC coinvolge invece studenti provenienti da varie università, indonesiane ed estere, in un prezioso momento di confronto su diversi argomenti e ambiti di discussione scaturiti dalla tematica principale del Forum. Il Panel of Inclusive Economy infine è stato introdotto nell’edizione 2019 come fulcro del BDF: con esso viene evidenziata l’importanza di un’economia inclusiva, che sappia garantire la partecipazione di tutti gli attori economici, in particolare i settori privati. Infatti, la collaborazione tra il settore pubblico e privato consente il rafforzamento del sistema democratico e dello sviluppo economico. Il Panel agisce inoltre come piattaforma per approfondire gli argomenti in questione e proporre azioni concrete per affrontare le sfide economiche. Il rafforzamento delle micro, piccole e medie imprese (MSME) è stato un tema cruciale del BDF 2020. È stata enfatizzata la necessità di potenziare le MSME come parte fondamentale della ripresa economica, in quanto rappresentano uno dei settori più colpiti dalla pandemia. 

«Il nostro compito non è facile, dobbiamo fare in modo che la democrazia possa sostenere i nostri sforzi nell’era post-pandemica», ha dichiarato il Ministro degli Esteri Retno Marsudi. Con il BDF, l’Indonesia si pone al centro della regione Asia-Pacifico e afferma una prerogativa quanto mai essenziale nel momento storico che stiamo vivendo. Lo spirito di inclusione è il cardine di una democrazia di successo. Il sostegno e la tutela dei principi democratici devono diventare una forza positiva per superare le sfide e i problemi causati dalla pandemia attuale e lanciarci nella fase post-pandemica. 

RCEP: sfide e opportunità per l’Indonesia

L’Indonesia cerca di trarre vantaggio dall’adesione alla RCEP mentre è alle prese con problemi di infrastrutture e investimenti

La firma della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) avvenuta il 15 novembre segna un’importante tappa nella storia recente dell’Indonesia. Dopo otto anni di negoziati, i dieci Stati membri dell’ASEAN insieme a Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, hanno finalmente firmato un accordo commerciale destinato a diventare il più grande della storia. Il trattato infatti creerà un mercato di circa 2,1 miliardi di consumatori, equivalente al 30% del PIL globale.

L’obiettivo della RCEP è quello di creare un partenariato economico reciprocamente vantaggioso per ciascuno dei Paesi partecipanti grazie all’abbassamento delle tariffe, alla semplificazione delle procedure doganali e alla stesura di regolamenti economici comuni. Per l’Indonesia, l’adesione alla RCEP non solo aprirà le porte a una vasta gamma di opportunità commerciali future, ma nell’immediato servirà al Paese per rimettere in sesto un’economia pesantemente colpita dalla pandemia di Covid-19. Molti economisti stanno tuttavia ancora cercando di prevedere tutte le possibili implicazioni che un accordo così ambizioso comporterà per il mercato indonesiano.

Uno degli obiettivi immediati della RCEP è consentire alle merci di circolare in modo più efficiente attraverso i 15 Paesi membri. Ciò comporterebbe un indubbio vantaggio per Jakarta, poiché le attività commerciali di queste nazioni hanno rappresentato il 57% delle esportazioni totali dell’Indonesia e il 67% delle sue importazioni totali nel 2019. Inoltre, il 66% degli investimenti diretti esteri proviene da diversi Paesi firmatari quali Singapore, Cina, Giappone, Malesia e Corea del Sud. Tuttavia, per sfruttare al meglio i vantaggi dell’accordo, l’Indonesia ha bisogno di adeguare il suo sistema infrastrutturale.

Anche prima della pandemia di Covid-19, la crescita economica del Paese è stata spesso rallentata da questo fattore. Nel 2017, la Banca Mondiale ha stimato che l’Indonesia dovrà investire circa 500 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni per colmare il suo divario infrastrutturale. Secondo gli esperti, una delle possibili soluzioni è quella di sfruttare maggiormente le iniziative infrastrutturali lanciate dai governi dell’Asia-Pacifico. Questi includono la cinese Belt & Road Initiative, la Partnership for Quality Infrastructure del Giappone, e l’istituzione della Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture sponsorizzata da Pechino. 

La partecipazione a queste iniziative multilaterali non è tuttavia esente da rischi, e il governo indonesiano deve tenere conto dei risvolti geopolitici. In quanto uno dei principali Paesi del Sud-Est asiatico, l’Indonesia ha un mercato interno che fa gola alle altre potenze del continente asiatico e del mondo. Un esempio è il progetto della ferrovia ad alta velocità Jakarta-Bandung, la cui gara per la costruzione ha causato frizioni tra il Giappone e la Cina, entrambe interessate all’appalto. A vincere alla fine è stata Pechino, che ha offerto tassi di prestito più bassi e una tempistica più breve il completamento dell’opera.

La partecipazione alla RCEP contribuirà senza dubbio ad aumentare degli investimenti esteri diretti verso l’Indonesia. In passato, le rigide leggi sul lavoro hanno indotto molte aziende straniere a ridurre i propri investimenti; per risolvere questo problema, il governo ha introdotto quest’anno una nuova riforma, la Legge Omnibus, che mira a facilitare le attività economiche nel Paese modificando ben 76 leggi esistenti. Sono incluse tra le varie norme la riduzione della burocrazia, l’allentamento delle restrizioni sugli investimenti stranieri e l’abrogazione di alcune leggi sul lavoro.

Nonostante gli sforzi del governo, il progetto ha ricevuto severe critiche da vari gruppi sociali, poiché il disegno di legge taglia alcune protezioni sociali e allenta le norme ambientali, aumentando il rischio deforestazione e inquinamento. Tuttavia, è ancora troppo presto per vedere l’impatto a lungo termine del disegno di legge, in quanto tutto dipende dalle modalità di attuazione. La Legge Omnibus potrebbe effettivamente portare a un clima migliore per gli investimenti in Indonesia e quindi creare più posti di lavoro, ma deve essere sostenuta da una solida esecuzione e da un ampio monitoraggio da parte del governo.

Sulla base di quanto descritto è chiaro che fare affidamento solo sulla RCEP non è sufficiente, né per la ripresa post-pandemia, né per lo sviluppo economico a lungo termine dell’Indonesia. Per trarre il massimo vantaggio da questo accordo, il Paese deve sostenerlo con una solida pianificazione infrastrutturale e un quadro normativo moderno, entrambe grandi priorità per l’attuale governo. Una volta raggiunti questi obiettivi, l’Indonesia otterrà significativi benefici economici, aumentando la propria competitività e integrandosi maggiormente nella regione Asia-Pacifico. 

A cura di Rizka Diandra 

Traduzione di Andrea Passannanti 

L’Indonesia punta sul settore elettrico

Il Paese, maggiore produttore mondiale di nichel, vuole costruire un’industria che includerà la realizzazione di veicoli elettrici 

In Indonesia il settore dei trasporti ha contribuito per quasi un terzo alle emissioni di gas serra nel 2018, principalmente a causa della mobilità stradale. Il governo indonesiano si è impegnato dunque a ridurre le proprie emissioni di CO2 per raggiungere l’obiettivo dell’accordo di Parigi di mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 °C. A tal proposito, la diffusione dei veicoli elettrici (EV) è vista da molti osservatori come la principale strategia futura per ridurre le emissioni inquinanti. 

Al fine di fare chiarezza sulla materia, il Ministero dei Trasporti indonesiano ha già stilato una bozza di regolamento sui test che i veicoli elettrici dovranno affrontare prima di poter essere venduti nel Paese. L’adozione di linee guida avvenuta in tempi così rapidi è una buona notizia per i produttori di veicoli elettrici, sia domestici che stranieri, in quanto da tempo puntavano a questo mercato di oltre 200 milioni di potenziali consumatori. La spinta è arrivata dal Presidente Joko Widodo in persona, il quale sta puntando sull’accelerazione del programma EV per la mobilità.

Il regolamento delinea inoltre le varie iniziative che il governo prenderà per rafforzare l’industria domestica dei veicoli elettrici, tra cui l’obbligo per i prodotti finiti di avere componenti realizzati localmente. La realizzazione di 2.200 unità di veicoli elettrici, 711.000 unità ibride e 2,1 milioni di motociclette elettriche entro il 2025, renderà l’Indonesia meno dipendente dal petrolio, il cui import grava pesantemente sul bilancio pubblico. Tuttavia, Il colosso statale dell’elettricità Perusahan Listrik Negara stima che l’Indonesia necessiti di oltre 31.000 nuove stazioni di ricarica per veicoli elettrici entro il 2030 per raggiungere gli obiettivi prefissati, con un costo pari a 3,7 miliardi di dollari. L’Istituto per la Riforma dei Servizi Essenziali ha identificato la mancanza di stazioni di ricarica come uno dei fattori chiave che inibiscono la crescita delle auto elettriche in Indonesia. A questo si aggiungono gli insufficienti incentivi fiscali e gli alti costi di supporto dell’infrastruttura EV.

In compenso l’Indonesia è uno dei maggiori produttori mondiali di nichel, di cui il governo ha recentemente vietato l’esportazione: l’obiettivo è quello di incentivare le aziende straniere a investire nella produzione di prodotti finiti direttamente nel Paese, utilizzando il nichel indonesiano. Il CEO di Tesla Elon Musk, pur non essendo questa ancora presente nel mercato indonesiano, ha chiesto alle compagnie minerarie di aumentarne la produzione. La materia prima è indispensabile all’azienda californiana per raggiungere la produzione delle proprie celle della batteria a 200 GWh di capacità di produzione annuale nel 2023 e 3 TWh nel 2030.

Il Ministro dell’Industria indonesiano Agus Gumiwang ha mostrato interesse verso la proposta di Tesla, che ha già in programma la costruzione di una fabbrica di batterie in loco, più precisamente a Batang. È attualmente in corso una trattativa tra l’azienda californiana e il governo indonesiano per costruire una nuova impresa di estrazione e lavorazione di nichel nel Paese. Anche il Ministro Coordinatore per gli Affari Marittimi e gli Investimenti, Luhut Binsar Pandjaitan, ha confermato la disponibilità del governo indonesiano a concedere l’utilizzo delle riserve di nichel del Paese qualora l’azienda di Elon Musk dovesse decidere di investire nella costruzione di una fabbrica di batterie nel Paese.

Ormai consapevole della crescente importanza del nichel nello sviluppo di questo settore, l’Indonesia vuole dare vita anche a un’industria di batterie per veicoli elettrici, con l’obiettivo di mettere sul mercato le prime celle entro il 2023. A progettarle e costruirle sarà la “Indonesia Battery Holding”, una nuova azienda formata dalla compagnia petrolifera statale Pertamina, dalla società di distribuzione dell’energia Perusahan Listrik Negara e dalla compagnia mineraria Aneka Tambang. La fondazione di questa nuova società a forte partecipazione statale, metterà l’Indonesia in una posizione di forza nel mercato mondiale delle batterie.

Ad oggi, il punto debole di questa strategia è il difficile accesso alle tecnologie necessarie per la produzione su scala industriale. Per rimediare a ciò, il governo sta portando avanti una trattativa con l’azienda cinese CATL e la coreana LG Chem, due tra i più grandi produttori al mondo di batterie per veicoli elettrici. L’ingresso di questi player nel mercato indonesiano, porterà investimenti per ulteriori 20 miliardi di dollari da destinare allo sviluppo delle tecnologie mancanti. Le batterie per i veicoli elettrici prodotte in Indonesia, inoltre, non saranno destinate soltanto al settore dei trasporti, ma anche a quello dello stoccaggio di energia: gli esperti prevedono che la domanda aumenterà per entrambi gli utilizzi.

In conclusione, dato il mercato attuale dell’Indonesia, le normative esistenti e le deboli infrastrutture industriali, i veicoli elettrici dovranno affrontare sfide molto ardue per penetrare nel commercio automobilistico. Per raggiungere un’elevata quota di mercato e una significativa riduzione delle emissioni, sono necessari strumenti politici di supporto. Le nuove misure dovranno mirare a fornire incentivi per i veicoli elettrici e disincentivi per gli ICEV (internal combustion engine vehicle). Gli strumenti dovrebbero includere incentivi fiscali, sia iniziali che ricorrenti, incentivi non finanziari, incentivi normativi e la disponibilità di infrastrutture di ricarica pubbliche, strumenti indispensabili già adottati in altri paesi con un’elevata diffusione di veicoli elettrici.

A cura di Diego Mastromatteo

L’Indonesia sposta la capitale: i problemi delle megalopoli nel Sud-Est asiatico

Pochi mesi dopo la sua rielezione, il Presidente indonesiano Joko Widodo ha annunciato lo spostamento della capitale da Giava a Kalimantan 

Jakarta, la capitale dell’Indonesia che sorge sulla costa nord-occidentale dell’isola di Giava, conta quasi 11 milioni di abitanti. Includendo la sua enorme area metropolitana, che prende il nome di Jabodetabek dall’unione delle cinque megacittà di cui è composta (Jakarta, Bogor, Depok, Tangerang e Bekasi), la popolazione totale raggiunge i 30 milioni di abitanti. 

Uno studio condotto da Euromonitor International rivela che Jakarta diventerà la città più popolata del mondo entro il 2030, con una popolazione totale di 35.6 milioni di abitanti, superando il primato attualmente detenuto dalla Grande Area di Tokyo. 

Con una densità abitativa di oltre 14 mila residenti per km², il sovrappopolamento è già uno dei problemi principali della capitale indonesiana, a cui si aggiungono le criticità causate dall’inquinamento idrico e atmosferico. 

Infatti, secondo il TomTom Traffic Index 2019, Jakarta rientra fra le prime 10 città più trafficate al mondo, con un livello di congestione del 53% che impatta notevolmente l’indice di qualità dell’aria. Si stima che gli abitanti di Jakarta trascorrono in media 22 giorni all’anno nel traffico, con danni sulle casse dello stato pari a 7 miliardi di dollari annui. 

A questo quadro si aggiungono il recente innalzamento del livello del mare causato dal riscaldamento globale, dalla massiccia presenza di asfalto e cemento che non permettono il deflusso dell’acqua nel suolo, ma soprattutto dall’eccessiva estrazione di acqua dalle falde acquifere sotterranee, in risposta all’insufficiente distribuzione idrica. Inoltre, tutta l’area urbana è soggetta a frequenti e pericolosi allagamenti. 

Calamità naturali e interventi antropici stanno causando uno sprofondamento del sottosuolo di circa 25 centimetri all’anno. Metà dell’abitato è oggi sotto il livello del mare e stime prevedono che il 95% della parte settentrionale della città sarà del tutto sommersa entro il 2050.

La somma di queste problematiche ha spinto il Presidente Jokowi a trasferire la capitale dall’isola di Giava, il cuore politico ed economico dell’intera nazione, al Kalimantan. Il 16 agosto 2019, solo pochi mesi dopo l’inizio del suo secondo mandato presidenziale, Jokowi ha affermato che «il trasferimento della capitale è necessario per raggiungere l’uguaglianza economica. Serve a realizzare il progresso dell’Indonesia».

Non si tratta di una tematica nuova in Indonesia, ma è un progetto di cui si parla da molto tempo e che adesso Jokowi intende portare finalmente a compimento. Infatti «Il progetto di spostare la capitale è stato considerato fin dall’era del primo Presidente della Repubblica di Indonesia, Sukarno. E come grande nazione, indipendente da 74 anni, l’Indonesia non ha mai scelto la sua capitale», afferma ancora il Presidente, motivando le ragioni di tale decisione nell’intento di alleggerire il peso delle funzioni svolte da Jakarta e dall’isola di Giava. 

«Il carico che grava su Jakarta è attualmente troppo pesante, in quanto essa rappresenta il centro governativo, economico, finanziario, commerciale e dei servizi, nonché sede del più grande aeroporto e porto marittimo in Indonesia. Anche il peso sull’isola di Giava sta diventando troppo oneroso, registrando una popolazione di 150 milioni, il 54% della popolazione totale dell’Indonesia; il 58% del PIL dell’intera nazione è concentrato a Giava, che costituisce anche la fonte di sicurezza alimentare», dichiara Jokowi, enfatizzando l’immediata urgenza del provvedimento affinché «tale peso, in termini di densità di popolazione, traffico e inquinamento atmosferico e idrico, non diventi ancor più dannoso». 

L’Indonesia non sarebbe il primo membro dell’ASEAN a spostare la propria capitale: la Malesia l’ha fatto nel 1999, il Myanmar nel 2006. Questo fenomeno ha coinvolto anche altri stati come Egitto, Pakistan, Kazakistan, Nigeria e Brasile, sottolineando un trend in rapida diffusione fra i paesi in via di sviluppo. 

Il 26 agosto 2019 è arrivato l’annuncio ufficiale dello spostamento della capitale nel Kalimantan, la parte indonesiana dell’isola del Borneo e la seconda provincia più grande della nazione: questa regione vanta un’eccezionale ricchezza naturale e, con una popolazione di 13 milioni di abitanti, è molto meno congestionata rispetto a Giava. La scelta specifica riguarda un’area di 180.000 ettari compresa tra le città di Balikapan e Samarinda, nella provincia orientale del Kalimantan, che annovera «un minimo rischio di disastri naturali inclusi inondazioni, terremoti, tsunami, incendi boschivi, eruzioni vulcaniche e smottamenti; e una posizione strategica al centro dell’Indonesia, adiacente ad aree urbane sviluppate e dotata di infrastrutture adeguate», spiega Jokowi. 

Il progetto di spostamento della capitale, che costerà 466 trilioni di rupie (33 miliardi di dollari), è stato incluso nel Piano Nazionale di Sviluppo a Medio Termine 2020-2025. L’inizio della prima fase di adeguamento delle infrastrutture era stato fissato nella seconda metà del 2020 con termine nel 2024. Tuttavia, il Ministro della Pianificazione dello Sviluppo Nazionale ha recentemente annunciato che il piano di costruzione della nuova capitale sarà rinviato al 2021 per dare priorità all’emergenza causata dalla pandemia Covid-19. 

L’Indonesia prova dunque ad affrontare e risolvere i problemi della sua capitale, comuni a tante altre metropoli del Sud-Est asiatico, ponendosi degli obiettivi molto ambiziosi. Un nuovo, grande inizio che aspetta solo di essere avviato. 

A cura di Annalisa Manzo 

Trade Expo Indonesia 2020: la fiera B2B per la prima volta in modalità virtuale

Una grande opportunità di rilancio per l’export Made in Indonesia

Il Covid-19 ha indotto persone e aziende a ripensare lo svolgimento delle proprie attività con le lenti del distanziamento sociale e il settore dell’organizzazione degli eventi ha comprensibilmente risentito di questa evoluzione. Tuttavia, nonostante l’impossibilità di attirare e gestire numeri imponenti di spettatori e visitatori in presenza (sono saltati eventi del calibro delle Olimpiadi di Tokyo 2020 e del Campionato europeo di calcio UEFA), il mondo degli eventi sta segnalando comunque la sua vitalità provando ad adattarsi alle contingenze. Del resto, non si tratta d’altro che dell’ancestrale bisogno umano di socialità.

E infatti il governo indonesiano sta organizzando online dal 10 al 16 novembre 2020 la 35° edizione di una delle più importanti fiere B2B per il Paese, la “Trade Expo Indonesia Virtual Exhibition (TEI-VE) 2020”. L’evento ospiterà in rete più di 400 aziende provenienti da tutto il mondo e il tema di quest’anno sarà quello del “Commercio Sostenibile nell’Era Digitale”. Attraverso l’impiego della tecnologia 3D, i buyers avranno accesso ad una piattaforma espositiva virtuale, tramite cui potranno sviluppare reti di business e coltivare opportunità di investimento.

L’evento sarà anche un’occasione per conoscere i prodotti Made in Indonesia e, parallelamente alla mostra, verranno presentati dei tavoli di lavoro su commercio e turismo coadiuvati da sessioni di business matching. Tra gli espositori, figureranno aziende leader della ristorazione, dell’artigianato e del mondo della moda, ma anche imprese provenienti dal settore manifatturiero e terziario. Per sopperire alla mancanza di momenti di aggregazione e networking, l’evento includerà delle cerimonie virtuali di apertura e di chiusura e strumenti di supporto dedicati a buyers e suppliers, con lo scopo di offrire un’esperienza virtuale completa sulle opportunità commerciali e di investimento. Durante l’evento, inoltre, si terrà l’assegnazione del premio Primaniyarta, il più alto riconoscimento conferito dal governo indonesiano agli esportatori di maggior successo.

La fiera è, dunque, un momento molto importante per l’Indonesia. In tal senso, il Ministero del Commercio ha segnalato il successo dell’edizione precedente che ha registrato un livello di transazioni pari a 10.96 miliardi di dollari. In aumento del 29,04% rispetto al risultato del 2018 di 8.49 miliardi di dollari. “Con il diffondersi della pandemia di Covid-19, non possiamo fermarci” sono state le parole del Ministro del Commercio Agus Suparmanto che ha poi aggiunto “questo evento rappresenta per noi un passo importante per combattere il virus”. Egli spera, infatti, che il TEI-VE 2020 possa segnare l’inizio di una nuova era per il mondo delle fiere B2B, mostrando agli operatori commerciali che è possibile mettere in moto il commercio internazionale anche attraverso strumenti virtuali.

Si tratta di un’occasione che rappresenta appieno la capacità di reazione e lo spirito di resilienza che tanto hanno caratterizzato i Paesi ASEAN in questi ultimi mesi. L’Indonesia ha saputo reagire alla nuova sfida e ripensare uno dei momenti più importanti per la politica commerciale del Paese, nel nuovo contesto imposta dall’attuale emergenza sanitaria. Sarà, dunque, un evento ricco di novità e di contenuti, che potrebbe dare segnali interessanti sul settore dell’organizzazione degli eventi e sullo stato di salute del commercio internazionale.

Un’economia aperta: l’ultimo obiettivo dell’Indonesia

Dopo aver conquistato con successo l’unità nazionale e la democrazia, ora il Paese sta spingendo per una maggiore apertura economica 

L’Indonesia è un insieme di circa 14.000 isole, 700 lingue e 1.300 gruppi etnici. Eppure, nonostante le dimensioni e l’eterogeneità, l’Indonesia è riuscita a trovare nel suo motto nazionale “Bhineka Tunggal Ika“, ovvero “Unità nella diversità”, la chiave per rafforzare la coesione sociale e potenziare lo sviluppo economico. Oggi, il Paese è la sedicesima economia del mondo e secondo un report di McKinsey, si prevede che conquisterà il settimo posto entro il 2030. Tuttavia, questo successo non è arrivato dalla sera alla mattina. 

Secondo Kishore Mahbubani, un illustre membro dell’Asia Research Institute ed ex diplomatico di Singapore, una delle ragioni del successo dell’Indonesia è che il Paese ha avuto il giusto leader in ogni momento chiave della sua storia nazionale. Sukarno, il primo Presidente dell’Indonesia, ha contribuito a creare l’unità del popolo indonesiano attraverso la politica della Pancasila – la filosofia dello Stato unitario indonesiano – e la scelta di stabilire un’unica lingua nazionale per il Paese, bahasa Indonesia. Successivamente, nonostante l’approccio autoritario, il Presidente Suharto ha gettato le fondamenta per l’importante crescita economica che ha caratterizzato l’Indonesia nell’ultimo trentennio del novecento (6,6% di crescita media durante il suo regime). Infine, dal 2014, l’amministrazione del Presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha registrato notevoli progressi in tema di democrazia e cooperazione internazionale. Anche grazie alla leadership dell’Indonesia nell’ASEAN, il Paese è stato ammesso al G20, ottenendo un ruolo permanente e visibile nello scenario geopolitico globale. 

Oggi l’attuale amministrazione, guidata dal Presidente Jokowi, si trova ad affrontare una grande sfida: l’apertura economica del Paese. L’Indonesia risulta infatti ancora restia ad aprire il mercato alla concorrenza, e la ragione di questa posizione è radicata nella storia stessa del Paese. L’Indonesia ha una tradizione di nazionalismo economico che ha avuto inizio all’epoca di Sukarno, quando la lotta per la libertà nazionale significava anche lotta per l’emancipazione economica. Venivano adottate infatti misure protezionistiche e politiche ostili nei confronti degli investitori stranieri, nel tentativo di rendere autosufficiente la nazione. Questo approccio iniziò a cambiare sotto la guida di Suharto, dal momento che vennero approvate diverse riforme orientate all’integrazione dell’Indonesia nel sistema economico globale. 

Attualmente l’obiettivo è quello di promuovere e rafforzare l’apertura economica dell’Indonesia. Il governo sta concentrando la sua attenzione sul completamento di vari accordi di libero scambio, tra i quali il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e l’Indonesia-EU Comprehensive Economic Partnership Agreement. Quest’ultimo in particolare, secondo il programma del prossimo trio di Presidenze del Consiglio dell’Unione Europea, sarà probabilmente concluso nel 2021. Quest’autunno, le due parti entreranno nel decimo round di negoziati e, considerando l’andamento dei precedenti, sono stati fatti considerevoli passi in avanti in diversi settori, tra cui la rimozione degli ostacoli tecnici al commercio, i sussidi e gli investimenti. D’altra parte, per trovare un accordo sul commercio di beni, sui diritti di proprietà intellettuale e sullo sviluppo sostenibile potrebbe essere necessario più tempo.  

I risultati positivi ottenuti dal governo negli ultimi anni si riflettono sul posizionamento dell’Indonesia nel Global Index of Economic Openness 2019 del Legatum Institute. In questo speciale indice che classifica i diversi Paesi in base alla loro apertura economica, l’Indonesia si è posizionata 68° su 157 Paesi, balzando sei posti in avanti nell’ultimo decennio. Nel complesso, l’Indonesia è riuscita concludere numerosi accordi commerciali, soprattutto con le controparti ASEAN e altri Paesi del continente asiatico. Tuttavia, permangono alcuni elementi di criticità. Le tariffe e le quote d’importazione sono applicate tuttora per proteggere il mercato interno. Inoltre, un rapporto della Banca Mondiale indica che gli investimenti esteri diretti in Indonesia sono meno della metà rispetto alla media globale – il 2% del suo PIL. Secondo gli esperti, questa carenza di investimenti potrebbe rallentare lo sviluppo in diversi settori, specialmente nelle infrastrutture.

Tuttavia, nonostante alcune limitazioni strutturali e la persistente questione del nazionalismo economico che potrebbero ostacolare lo sviluppo del Paese, l’Indonesia è sulla buona strada per diventare un attore importante nello scenario internazionale. Le azioni intraprese dal governo dimostrano che l’amministrazione del Presidente Jokowi sta dando priorità all’apertura del mercato indonesiano, per cogliere i benefici del commercio internazionale e del libero scambio. In questo momento, la vera sfida per l’Indonesia è quella di bilanciare i flussi di capitale nazionale con quelli esteri, così che il sistema economico possa effettivamente trarne giovamento. Una volta raggiunto il punto di equilibrio, senza dubbio l’Indonesia mostrerà tutto il suo vero potenziale. 

A cura di Rizka Diandra e Tullio Ambrosone