Indonesia

“Food Estates”: il piano di Jokowi per l’autosufficienza alimentare

Per combattere la crisi alimentare, il Presidente Indonesiano ha lanciato un nuovo programma per incrementare i terreni agricoli. Raccogliendo però anche alcune critiche

L’Indonesia sta affrontando con risolutezza una possibile crisi alimentare, con una popolazione in crescita e una superficie coltivabile limitata che mette sotto pressione la capacità del Paese di nutrire la sua popolazione. Per affrontare questa crisi, il governo indonesiano ha deciso di ricorrere a un nuovo progetto di tenute agroalimentari (le cosiddette “food estates”, nome usato anche in Indonesia in riferimento al programma), progetti agricoli di grandi dimensioni che mirano ad aumentare la produzione alimentare.

In particolare, il progetto consiste nello sviluppo di colture di cereali e altri beni di prima necessità, come riso, manioca, cassava e mais con l’obiettivo di ridurre le importazioni di questi generi alimentari e rendere il Paese sempre più autosufficiente.

Le province del Kalimantan centrale, sull’isola del Borneo, e di Sumatra settentrionale saranno le prime a sperimentare  il programma e, se questo avrà successo, potrà essere esteso al resto dell`arcipelago, compresa l`isola di Papua.

Il presidente Joko Widodo, conosciuto come “Jokowi”, ha annunciato che in questa prima fase le risaie saranno piantate su 148.000 ettari di terreno, mentre altri 622.000 ettari saranno destinati alla manioca, al mais e ad altre colture, oltre che ad aziende agricole. Entro la fine del 2025, tuttavia, la superficie coltivabile sarà ampliata per coprire un totale di 1,4 milioni di ettari nel Kalimantan centrale, secondo il Ministro della Difesa Prabowo Subianto, ovvero colui che è stato incaricato di guidare il programma.

Il progetto ricorda molto l`ambizioso tentativo degli anni `90, quando l’ex Presidente Suharto decise di ripristinare l’autosufficienza alimentare dell’Indonesia lanciando un megaprogetto per intensificare le colture del riso in Kalimantan Centrale. Con la speranza che il nuovo progetto abbia più successo, visto l’esito disastroso del progetto di Suharto causato dall’allora inadeguatezza dei terreni torbosi alla coltura del riso.

Anche quest`iniziativa ha suscitato fin dall’inizio alcune critiche degli ambientalisti perché i terreni agricoli saranno sviluppati su terreni che in precedenza erano stati classificati come, appunto, torbiere. Le torbiere sono molto importanti in quanto trattengono acqua e CO2, e sono quindi un importante alleato contro inondazioni e nella lotta al cambiamento climatico. La loro preservazione è un tema che sta molto a cuore agli indonesiani, al punto da aver istituito una vera e propria organizzazione per la loro conservazione e il loro recupero. 

Come se non bastasse, attivisti e tribù indigene stanno opponendo una forte resistenza al progetto, convinti che i danni di quest`iniziativa saranno maggiori dei benefici. Una delle principali critiche rivolte alle tenute agroalimentari è che spesso sradicano le comunità locali e distruggono gli habitat naturali. Ad esempio, un nuovo territorio a destinazione agricola nel Kalimantan centrale ha causato lo sradicamento di migliaia di persone, oltre alla distruzione di foreste e aree vitali per l’ecosistema locale. Allo stesso modo, un compendio sviluppato nell’ambito di questo programma in Nusa Tenggara Orientale ha provocato lo spossessamento delle comunità indigene, costrette in questo modo a trasferirsi altrove. Oltre a causare danni alle comunità locali e all’ambiente, questi compendi agricoli  sono stati anche criticati per non essere affatto sostenibili. Molti di questi progetti si basano sulla monocoltura, che prevede la coltivazione di un solo raccolto anno dopo anno, con conseguente degradazione del suolo e riduzione della resa nel tempo. Ciò è in contrasto con le pratiche agricole tradizionali, che spesso prevedono una moltitudine di colture diverse e l’utilizzo di fertilizzanti naturali, che possono essere più sostenibili a lungo termine. In generale, sembra che le “food estates” non siano la soluzione alla crisi alimentare dell’Indonesia, per risolvere la quale erano state inizialmente proposte. Sebbene possano fornire un aumento a breve termine della produzione alimentare,si rivelano invece avere un alto costo per le comunità locali e l’ambiente e non sono sostenibili a lungo termine. Invece di affidarsi a questi progetti di grandi dimensioni, il governo indonesiano potrebbe considerare investimenti più misurati e equi per aumentare la produzione alimentare, come il sostegno ai piccoli agricoltori e la promozione delle pratiche agricole tradizionali.

L’indonesia alla prova della presidenza ASEAN

Nel corso del 2022, l’Indonesia è passata dalla presidenza del G20 a quella dell’ASEAN. Giacarta ha dimostrato di essere un punto di riferimento per la regione e un interlocutore indispensabile per tutti gli attori interessati nell’Indo-pacifico

Giacarta non è mai stata così centrale nello scenario internazionale. Nel 2022, i diplomatici di tutto il mondo hanno lavorato con il Governo indonesiano per preparare il Summit G20 di Bali. La città è anche la sede del Segretariato dell’ASEAN e, dalla fine del 2022 e per buona parte del 2023, sarà la sede della presidenza di turno dell’ASEAN. Il biennio 2022-2023 è forse un annus mirabilis per Giacarta, una capitale “in scadenza”, dato che sono già iniziati i lavori per spostare il Governo del Paese nella nuova città di Nusantara, nel Borneo orientale. I lavori per la costruzione della nuova capitale procedono però a rilento e saranno necessari ancora degli anni. Il progetto è quasi un simbolo delle ambizioni dell’Indonesia nella regione – e di alcune sue contraddizioni. La volontà di spostare il centro del Paese da Giava a una delle zone più periferiche dell’arcipelago. Le difficoltà amministrative di un progetto mastodontico. L’innalzamento del livello del mare che minaccia la vecchia capitale e il resto della regione. Un nome evocativo di un’ambizione di leadership plurisecolare.

Nusantara viene infatti dall’antico giavanese e significa “isole esterne”. Esterne dalla prospettiva di Giava, il cuore dell’Impero Majapahit, la cui influenza si estendeva, tra il XIII e il XV secolo, su tutto l’arcipelago malese – e infatti il concetto abbraccia non solo i territori che oggi corrispondono all’Indonesia. Il termine fa parte del nation-building indonesiano fin dal celebre giuramento del Palapa pronunciato da Gajah Mada, primo ministro di Majapahit, nel XIV secolo. Il primo ministro giurò di astenersi dal mangiare cibo speziato (palapa) fino a quando non avesse unificato tutta Nusantara sotto l’autorità giavanese. L’idea di unificare l’arcipelago e le popolazioni di lingua Malay sotto un’unica leadership sta alla base della nascita dello Stato indonesiano nel corso del Novecento. Durante il regime di Sukarno, il giovane Paese era arrivato a scontrarsi prima con i Paesi Bassi e poi la Malesia per completare il processo di unificazione della regione – con parziale successo. Già sotto Suharto queste ambizioni cambiarono natura: l’Indonesia doveva guidare Nusantara attraverso la sua influenza politica e la diplomazia e non con la forza. Il Paese segue questa dottrina da allora. Anche il giuramento del palapa rimane parte della retorica nazionale: il primo satellite lanciato dagli indonesiani nel 1976 fu battezzato appunto Palapa a simboleggiare la dedizione della Paese nel progetto.

Tale ruolo di leadership è per certi versi naturale date le dimensioni del Paese. Per popolazione ed economia, l’Indonesia è il più grande membro del blocco ASEAN e l’unico Stato della regione ad essere parte anche del G20. Nel 2022 Giacarta ha ricoperto la presidenza del summit, aprendo un triennio in cui il vertice si svolgerà sempre nel Sud globale: dopo Italia e Indonesia, la presidenza passerà all’India e poi al Brasile. Il Governo guidato da Joko Widodo non aveva un compito semplice, considerate le crescenti tensioni nella politica internazionale. La Russia è un membro del G20 e la membership è divisa tra i Paesi che boicottano Mosca e quelli con una linea più attendista. Nonostante questa contrapposizione, Widodo ha invitato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a intervenire al Summit di Bali. Dopo la conclusione del vertice, il Presidente cinese Xi Jinping si è trattenuto per un incontro bilaterale con Widodo per rafforzare la cooperazione in vari settori – in particolare nello sviluppo delle infrastrutture. Sul piano politico, Giacarta ha espresso la sua adesione al principio di non-interferenza negli affari interni molto caro a Pechino – un dato significativo visto che l’Indonesia è il più grande Paese a maggioranza musulmana del mondo e che la Cina riceve critiche dall’estero in particolare per il trattamento della minoranza musulmana nello Xinjiang. Allo stesso tempo, l’amministrazione Widodo non intende appiattirsi sulle posizioni cinesi, come neanche su quelle americane, rifiutando la logica della “nuova guerra fredda”. Si tratta di una posizione condivisa dalla grande maggioranza dei governi dell’ASEAN e delle economie emergenti del G20. Anche in questo caso, la strategia indonesiana viene da lontano – anche se non da un concetto antico come palapa o Nusantara. Uno dei leader del movimento indipendentista e futuro primo ministro Mohammad Hatta tracciò in un suo discorso del 1948 la rotta della politica estera della nuova nazione: mendayung antara dua karang, ossia “remando tra due scogli” – all’epoca, USA e URSS, a cui oggi forse potremmo aggiungere la Cina.

Anche la presidenza annuale dell’ASEAN, assunta da Giacarta a novembre 2022, porta con sé sfide non di poco conto. Il Governo indonesiano ritiene che l’organizzazione debba affrontare due questioni essenziali: navigare la crescente rivalità tra le grandi potenze e distribuire i frutti della crescita economica ai quasi 700 milioni di cittadini del blocco. La strategia tracciata dall’amministrazione Widodo per risolvere tali sfide si articola in tre punti: attuare lo Statuto dell’ASEAN – in altre parole, condividere certe scelte politiche essenziali, come ad esempio la risoluzione della crisi tuttora in corso in Myanmar –, rafforzare l’ASEAN come istituzione e dotarla di maggiori strumenti per raggiungere la sicurezza energetica e alimentare, l’”indipendenza medica” e la stabilità finanziaria della regione. Tale strategia è stata riassunta nello slogan: “l’ASEAN conta: un epicentro per la crescita”. La presidenza indonesiana sembra dunque intenzionata a rafforzare l’organizzazione e a risolvere al suo interno le già citate questioni politiche che scuotono la regione, ossia la questione birmana e il difficile equilibrio tra USA e Cina. Sul piano economico, l’Indonesia cercherà di attuare la strategia ASEAN Vision 2025, dunque rafforzare gli scambi commerciali infra-regionali e accelerare la transizione tecnologica. Un altro importante dossier è l’ingresso di Timor Est nell’organizzazione.Le aspettative per la presidenza indonesiana sono alte, considerata l’ambizione del Paese e i precedenti storici: due processi fondamentali per l’integrazione regionale – la creazione di una Comunità ASEAN sul modello dell’UE (2007) e l’accordo commerciale RCEP (2020) – sono stati avviati proprio durante due turni di presidenza indonesiana, rispettivamente nel 2003 e nel 2011. Nei mesi a venire potremmo vedere se anche stavolta l’Indonesia riuscirà a tenere uniti – con politica, cooperazione e leadership – i Paesi di Nusantara e del resto del Sud-Est asiatico.

Acqua bene comune? La privatizzazione a Giacarta e Manila

Per rimediare ai problemi dei sistemi idrici delle due capitali, negli anni novanta le municipalità hanno scelto di concedere la gestione a società private. Nonostante le premesse simili, però, l’esperimento delle due città non si è svolto allo stesso modo

La privatizzazione del servizio pubblico dell’acqua nelle due megalopoli del Sud Est Asiatico risale agli anni ’90 del secolo scorso. In quel periodo, istituzioni di peso come la Banca Mondiale e molti economisti avevano riposto grandi speranze nel ruolo che il libero mercato avrebbe potuto giocare nei paesi in via di sviluppo, e in settori strategici come l’acqua era opinione prevalente che la privatizzazione fosse la strada giusta da percorrere. Ed è stato così che molte aziende di servizi pubblici sono state completamente o parzialmente privatizzate, spesso con il sostegno degli Stati Uniti o di istituzioni multilaterali di sviluppo. 

Fino a quel momento, i sistemi idrici di Giacarta e Manila erano affidati alle rispettive municipalità e versavano in condizioni molto precarie, con un tasso di utenza tra la popolazione molto basso. Il sistema di acquedotti di Giacarta era stato originariamente costruito dagli olandesi all’epoca del loro dominio nel Paese e, ovviamente, non ha tenuto il passo con la rapida crescita dell’area metropolitana, che oggi conta 11 milioni di abitanti. Il sistema idrico e fognario di Manila è ancora più vecchio di quello di Giacarta, creato nel 1878 dai colonialisti spagnoli e progettato per una città di 300.000 abitanti, che invece oggi ne conta più di 14 milioni.

Gli schemi di privatizzazione dei sistemi idrici delle due città, inizialmente, erano molto simili. In entrambe le città infatti, l’area metropolitana era stata divisa in due settori assegnati a società differenti, ed in entrambi i casi la concessione prevedeva una durata iniziale di 25 anni. Furono coinvolte le più grandi aziende idriche internazionali per offrire assistenza tecnica e schemi di finanziamento alle agenzie governative indonesiane e filippine a sostegno dei programmi di privatizzazione, mentre la fornitura di servizi fu assegnata a grossi conglomerati internazionali assieme a gruppi locali di rilievo e politicamente ben collegati, elemento essenziale per ottenere i contratti di privatizzazione. 

La privatizzazione dell’acqua a Manila iniziò quando l’allora presidente delle Filippine, Fidel Ramos, per combattere la crisi idrica che stava colpendo la capitale bandì una gara d’appalto che fu vinta da due società: Maynilad Water Services a Manila Ovest e Manila Water a Manila Est. Nonostante alcune difficoltà iniziali, aggravate dalla crisi finanziaria che aveva colpito l’Asia in quegli anni, le due società hanno raggiunto ad oggi più del 94% di copertura del servizio nella città rispetto al 58% prima della privatizzazione, e le dispersioni idriche sono state ricondotte al 27% rispetto al 67% circa pre-privatizzazione. Per questi motivi, la privatizzazione dell’acqua nelle Filippine è considerata da molti uno dei partenariati pubblico-privati di maggior successo al mondo.

Diversamente è stato, ahimè, per la capitale indonesiana. Qui l’allora presidente Suharto, cercando di rimediare alla scarsa efficienza del sistema di erogazione pubblico dell’acqua a Giacarta, che non consentiva un equo accesso all’acqua per tutti i cittadini, concesse la gestione della rete idrica a due società straniere senza alcuna gara d’appalto. Si trattava della francese Suez Environment, che insieme al gruppo Salim (di proprietà di un magnate fedelissimo al presidente), aveva costituito la PT PAM Lyonnaise Jaya (Palyja). L’altra società, invece, PT Aetra Air Jakarta, era costituita dalla britannica Thames Water assieme al figlio di Suharto. Nei 25 anni di concessione, le due società hanno subito numerose modifiche societarie e cessioni di quote, e hanno fatto ben pochi progressi nell’espansione della copertura del servizio, come anche nell’aumento dell’efficienza ma soprattutto nell’equità in termini di accesso all’acqua tra i diversi strati della popolazione. Secondo il Jakarta Post, dopo quasi due decenni la copertura ha raggiunto solo il 59% degli abitanti della città, nonostante le tariffe medie dell’acqua siano piuttosto simili a quelle di Manila. Nel 2017 dunque, le due società idriche sono state citate in giudizio per il mancato rispetto dei loro obblighi contrattuali e il tribunale si è pronunciato contro di loro, minacciando la fine dell’esperimento di privatizzazione dell’acqua a Giacarta. Tuttavia, è molto probabile che si proseguirà lungo la strada della privatizzazione, mantenendo le due concessioni, seppur riformulando i termini. 

Resta da vedere, però, se la capitale indonesiana riuscirà, seppur con un po’ di ritardo, a replicare l’esempio di successo del modello filippino.

L’Indonesia e il biodiesel di palma

L’Indonesia è il più grande produttore di olio di palma al mondo. La domanda che Giacarta si pone è: la miscela di diesel combinato al 40% di “olio da cucina” può aiutare a raggiungere gli obiettivi del governo?

L’Indonesia sta testando una miscela biodiesel da usare come carburante per automobili, di cui l’olio di palma ne compone il 40%. In particolare, Giacarta sta testando se questa combinazione di diesel e olio di palma (detto anche “olio da cucina”) possa funzionare ad alta quota. Infatti, in generale, l’olio di palma tende a indurirsi nei climi più freddi. La miscela biodiesel con olio di palma non è una novità in Indonesia. Il Paese del Sud-Est asiatico attualmente impone alle automobili l’utilizzo di una miscela al 30% (o “B30” – “requisito B30”), e sta cercando di aumentarla al 40% (“B40” – “requisito B40”). Per scoprire se l’olio tropicale è in grado di adattarsi ad altitudini più elevate, poche settimane fa gli addetti all’esperimento sono partiti da Dieng, una regione vulcanica attiva nel centro di Giava, per un tour di collaudo. Pertanto, nelle prossime settimane, sei minivan Toyota Innova, alimentati con biodiesel al 40% con olio di palma, gireranno in prova sull’isola di Java. 

Nell’eventualità che i test dovessero dare il risultato sperato, il target del governo sarebbe quello di aumentare il requisito da B30 a B40, e quindi di imporre la miscela di diesel combinato al 40% di “olio da cucina”. La conseguenza sarebbe una ridistribuzione dell’olio di palma: le esportazioni di olio di palma si ridurrebbero e ci sarebbe invece un maggior consumo a livello locale. L’obiettivo dell’Indonesia è proprio questo: da una parte aumentare il consumo interno di olio di palma dall’altra invece ridurre le importazioni di combustibili fossili. Inoltre, un maggior uso del biodiesel di palma porterebbe anche una riduzione delle emissioni. Quindi la spinta per un utilizzo maggiore dell’olio di palma è data dalla speranza di ridurre le emissioni, ridurre le importazioni di combustibili fossili e consumare le scorte di olio di palma in eccesso.

Come già anticipato, un risultato positivo ai test porterebbe anche a minori quantità di olio di palma da esportare e ciò sicuramente avrebbe un impatto sulle esportazioni del prodotto. Il piano del governo indonesiano potrebbe far salire i prezzi a livello globale, con conseguente aumento del prezzo dell’olio. Infatti, seguendo le regole di base dell’economia, se c’è una minor offerta a fronte di una maggiore domanda il prezzo del prodotto è destinato a salire. Questa non è la prima volta in cui l’Indonesia prova a diminuire le esportazioni dell’olio di palma. Già all’inizio dell’anno in corso il Paese aveva provato a vietare le esportazioni nel tentativo di ridurre l’inflazione locale. A seguito di questa politica i prezzi dell’olio di palma avevano raggiunto livelli record. Il paese ha cambiato strategia solo quando si è ritrovato con molte più scorte di olio di palma rispetto a quello che i cittadini potevano realisticamente consumare. Le esportazioni, quindi, sono ripartite e i prezzi hanno cominciato a scendere.

Per capire se ci sarà un’altra diminuzione delle esportazioni da parte dell’Indonesia, dobbiamo però aspettare la fine dei test e il possibile annuncio del governo di Giacarta sull’implementazione del requisito “B40”. I risultati definitivi arriveranno verso dicembre quando la sperimentazione sarà terminata. Secondo Dadan Kusdiana, direttore generale delle energie nuove e rinnovabili presso il Ministero dell’Energia e delle Risorse Minerarie, i risultati dei test su strada finora effettuati indicano che l’efficienza di utilizzo di questa miscela sono generalmente paragonabili alla miscela “B30”. Il ministero spera in risultati positivi così poi da formulare le specifiche tecniche per il “requisito B40”. Come dichiarato dal direttore generale Kusidiana, con il requisito B30, l’obiettivo del governo di Giacarta era quello di raggiungere un consumo annuale di 11 milioni di chilolitri. Ad ottobre 2022 già 8 chilolitri erano stati utilizzati. Se il requisito B40 verrà applicato, l’uso domestico di biodiesel di palma aumenterà di circa 3,4 milioni – 3,5 milioni di chilolitri. Quando il B40 sarà a regime, il governo prevede che il carburante a base di olio di palma che si prevede di utilizzare salirà a 15 milioni di chilolitri all’anno.

L’impatto dell’inflazione sulla politica indonesiana

Il blocco dei sussidi per il carburante deciso dal governo di Widodo ha portato a un aumento dei prezzi contestato dai cittadini. La situazione economica può giocare un ruolo fondamentale verso le scelte dei partiti per le elezioni del 2024

Articolo di Aniello Iannone

Lo scorso 10 settembre, il governo indonesiano ha bloccato i sussidi per il carburante causando l’automatico aumento dei prezzi. Tale decisione ha comportato turbolenze e proteste a Giacarta, dove la popolazione è scesa in piazza per le scelte del governo guidato dal Presidente Joko Widodo. L’aumento dei prezzi del carburante, però, non è l’unico problema in Indonesia. Dal punto di vista economico, anche il settore alimentare ha risentito di un aumento rilevante dei prezzi, per di più senza un adeguato aumento dei salari minimi. In questa situazione di instabilità economica, l’Indonesia inizia già il lungo avvicinamento verso le prossime elezioni del 2024, tra nuovi e vecchi attori che si contenderanno la presidenza. 

L’economia indonesiana sta attraversando una fase  di  continuo e rapido aumento dei prezzi. Già dallo scorso anno, l’Indonesia ha visto un incremento dei prezzi nei beni essenziali detti pokok, (come riso, olio, uova), del 5%-10%. Questo aumento è stato registrato prima della sospensione dei sussidi: il prezzo dell’olio è aumentato vertiginosamente a  febbraio, toccando quasi quota 4 dollari al litro. Aumento avvenuto già prima della guerra in Ucraina.

Per capire quanto l’effetto negativo dell’aumento dei prezzi sia un problema per la maggior parte della popolazione indonesiana bisogna analizzare la struttura economico-sociale del Paese. L’indonesia ha una  popolazione che si avvicina ai 300 milioni, di questi  quasi il 10% vive in povertà, e il 4% in estrema povertà, in particolar modo nelle zone quali Kupang in NNT o Papua.  Inoltre, i salari minimi medi in Indonesia si aggirano attorno ai  270 dollari al mese a Giacarta, la zona con il salario minimo più alto, mentre a Yogyakarta si aggira attorno ai 100 dollari  al mese, il più basso del Paese. Un prolungato aumento dei prezzi senza un adeguato aumento dei salari peserà molto sui cittadini.

La situazione politica : cosa prevede il post-Jokowi ? 

La complicata situazione economica che l’Indonesia sta affrontando deve anche confrontarsi con i primi segnali di futura campagna elettorale e una non ben chiara situazione politica. Durante il secondo mandato di Jokowi, sono state numerose le proteste contro il governo,  in particolar modo contro la legge sulla riforma del lavoro, che tra l’altro modifica i regolamenti per i salari minimi, o contro la riforma del codice penale.  Il 9 settembre invece proteste sono nate contro l’aumento del carburante e la sospensione dei sussidi governativi

Le proteste  sono la conseguenza di una politica frammentata in Indonesia. Al momento il PDI-P, il partito di Jokowi, sembra voler continuare a puntare su Puan Maharani per le future elezioni, anche se la sua popolarità tra gli indonesiani resta debole, in particolar modo all’interno della classe medio-bassa. Ma Puan è la figlia di Megawati Sukarnoputri, la leader del PDI-P. Rimane un’incognita la possibile candidatura di Prabowo Subianto. L’ex generale indonesiano ha perso due volte contro Jokowi nelle elezioni del 2014 e in quelle del 2019. Dopo queste ultime è stato inglobato nel governo come Ministro della Difesa ma una sua futura vittoria potrebbe comportare un cambiamento in chiave conservatrice-islamica, vista la tendenza di Gerindra a coalizzarsi con partiti pan-islamici. 

Altri due protagonisti potrebbero essere Anies Bsweden e Ganjar Pranowo. Ganjar Pranowo, attualmente governatore di Jawa Tengah, è secondo nei sondaggi  solo a Prabowo. Ganjar fa parte del PDI-P, ma a differenza di Puan, considerata una figura dell’élite, la sua popolarità è alta. Anies Baswedan è invece l’attuale governatore di Giacarta: dopo aver dichiarato la sua disponibilità a candidarsi è stato contattato dal partito nazional democratico NasDem del quale sarà il candidato per la presidenza. Anies, insieme a Prabowo e Ganjar corre alto nei sondaggi di gradimento tra la popolazione.

L’Indonesia fonte alternativa dell’import europeo

La guerra in Ucraina sta cambiando profondamente le traiettorie dell’import europeo, ridefinendo il ruolo di Giacarta sotto il profilo energetico e delle risorse naturali 

Le esportazioni dell’Indonesia – in particolare acciaio, carbone e olio di palma – hanno raggiunto un nuovo massimo storico a marzo, quando l’invasione dell’Ucraina ha innescato un aumento dei prezzi delle materie prime globali. Si stima un aumento dell’export del 44,36% su base annua, per un valore totale di 26,5 miliardi di dollari lo scorso marzo. La più grande economia del Sud-Est asiatico ha registrato un surplus commerciale di 4,53 miliardi di dollari, battendo tutte le stime degli economisti.

L’Indonesia – il più grande esportatore mondiale di carbone termico – in genere non effettua spedizioni in Europa, ma a causa della nuova questione geopolitica la domanda di carbone indonesiano sta aumentando in modo significativo, come affermato da Pandu Sjahrir, presidente della Indonesian Coal Mining Association. La Germania si sta già posizionando tra i migliori acquirenti europei. Entro il 2023 potrebbe diventare il secondo o terzo importatore di carbone indonesiano, dopo Cina e India.

Il numero delle spedizioni di carbone termico dell’Indonesia all’estero sta aumentando a seguito del divieto europeo sull’acquisto di carbone dalla Russia, entrato in vigore ad agosto. La Russia –  il terzo fornitore mondiale di carbone –  domina le vendite in Europa, ma il divieto ha anche causato l’interruzione di alcune forniture di gas russo al continente.

Ora, con l’inverno europeo alle porte e l’imminente necessità di soddisfare il fabbisogno di riscaldamento domestico, le miniere indonesiane puntano all’aumento della produzione. PT Bukit Asam – nota anche come PTBA – è stato tra i primi player locali a spedire carbone in Europa. L’azienda ha dichiarato di aver esportato 147 mila tonnellate di carburante in Italia da marzo a luglio, mentre continua la fase di negoziazione con Germania e Polonia, per penetrare questi mercati a prezzi competitivi. Bukit Asam ha prodotto 15,9 milioni di tonnellate di carbone tra gennaio e giugno, il 20% in più rispetto allo stesso periodo nel 2021. Anche Bumi Resources – il più grande produttore indonesiano di carbone per volume – punta ad aumentare la produzione di quest’anno, in seguito all’inizio delle trattative con Germania, Polonia e Italia. Anche PT Adaro Energy Indonesia si pone gli stessi obiettivi: portare la produzione di carbone da 58 milioni di tonnellate a 60 milioni nel 2022, dichiarando di aver già spedito circa 300 mila tonnellate di carbone nei Paesi Bassi e in Spagna. A causa dell’impennata dei prezzi del carbone, queste aziende stanno ottenendo anche profitti elevatissimi. PTBA ha registrato un utile netto di 415 milioni di dollari nella prima metà dell’anno, in crescita del 246% rispetto allo stesso periodo nel 2021, quello di Adaro è balzato di sette volte a 1,2 miliardi di dollari e quello di Bayan Resources si è quasi triplicato a 970 milioni di dollari. Anche i prezzi delle azioni sono nettamente aumentati da inizio anno, arrivando a un +60%.

Oltre alle miniere di carbone, l’Indonesia detiene anche le più grandi riserve di nichel del mondo. Si prevede che nei prossimi anni fornirà la maggior parte del nichel necessario alla fiorente industria mondiale dei veicoli elettrici.  Il governo indonesiano sta perseguendo un programma ambizioso per incoraggiare la produzione di batterie e veicoli da parte di aziende straniere e posizionare il Paese come attore chiave del settore. I progetti di lavorazione del nichel sono per lo più guidati da attori cinesi, tra cui il gigante dell’acciaio inossidabile Tsingshan e il produttore di batterie Contemporary Amperex Technology.

Di recente, l’unità indonesiana del gigante minerario brasiliano Vale ha intrapreso tre progetti di lavorazione del nichel per un valore complessivo di 8,6 miliardi di dollari con partner importanti, tra cui il produttore cinese di materiali per batterie Zhejiang Huayou Cobalt e la casa automobilistica statunitense Ford Motor.

Il protrarsi della guerra in Ucraina continuerà ad aprire nuovi scenari per l’Indonesia, che intanto conferma il suo ruolo privilegiato per ricchezza di risorse minerarie e naturali. Una nuova sfida per le aziende estrattrici e per la domanda interna.

Riforma del lavoro e codice penale in Indonesia

Il nuovo codice penale Indonesiano è attualmente nella sua bozza definita in parlamento, entrando  presumibilmente in vigore prima della fine del mandato di Jokowi

Articolo di Aniello Iannone

Durante la pandemia Covid-19, in particolare durante la massiccia prima ondata del 2020, in Indonesia il governo ha promulgato una delle più controverse leggi sulla riforma del lavoro, Undang-Undang Cipta Kerja, nota ai  più come Omnibus Law. La nuova legge fu criticata aspramente sia dalla comunità accademica Indonesiana, sia da NGOs. 

Il motivo principale di tali critiche, che in seguito si trasformeranno in proteste, era il corpus della nuova legge che secondo i critci discriminava e danneggiava  i diritti dei lavoratori. L’approvazione della legge scatenò manifestazioni, in particolar  modo a Giacarta. Per giorni i manifestanti scesero in piazza per condannare la scelta del governo Indonesiano, tanto che la polizia dovette intervenire per fermare le proteste. 

Le proteste contro la riforma del lavoro non sono state le uniche e neanche le più violente. Un anno prima,  durante la prima bozza di revisione del codice penale (Rancangan Kitab Undang-Undang Hukum Pidana o RKUHP) violente proteste di scatenarono nella capitale. Le proteste scoppiarono quando una prima bozza della legge dichiarava come reato i rapporti extra-matrimoniali o fuori dal contratto matrimoniale. Inoltre la bozza  indeboliva notevolmente i reati per corruzione, tema molto sensibile nel paese visto l’alto livello di corruzione. Le proteste hanno tardato la riforma, portando ad un ripensamento da parte del governo. La violenza delle proteste del 2019, guidata dal grido della popolazione TolakRKUHP (respingere la riforma del codice penale).Senza una revisione chiara della riforma la possibilità di nuove sommosse rimangono alte. 

Il diritto dell’Indonesia attraverso la storia 

La giurisprudenza Indonesiana prende molto dal periodo coloniale olandese. Il codice penale non fa eccezione. Anche se sono passati decenni dell’Indipendenza del paese, il sistema penale utilizzato è quello risalente al periodo olandese. Storicamente la struttura giuridica Indonesiana si può dividere in 4 fasi principali pre indipendenza e 4 post indipendenza (Sylvana et. al., 2021) : 

  • il periodo pre-colonizzazione caratterizzato dal diritto consuetudinario non scritto di stampo religioso(Harahap, 2018)
  • il periodo VOC (Compagnia delle Indie Orientali) quando per la prima volta il diritto occidentale penetra nell’arcipelago con l’instaurazione dello Statuto di Batavia nel 1642 e il Mucharaer Book of Law nel 1750 che conteneva una raccolta di leggi islamiche penali, mantenuto anche durante il periodo Inglese fino al 1810

Tra il 1814 e il 1855, detto Besluiten Regering, il diritto Indonesiano venne influenzato dal sistema monarchico costituzionale Olande senza però vere e proprie modifiche al codice penale. Gli anni che vanno invece dal 1855-1926, noti come Regering Reglement, che coincide con il passaggio da monarchia costituzionale in Olanda a monarchia parlamentare, vedono una riduzione del potere del re sulle colonie. In questa fase il codice penale, come tutta la struttura giurisdizionale, comincia a prendere forma con la creazione di un codice penale che sarà esteso su tutta la popolazione Indonesiana dell’epoca. 

  • Il periodo dell’occupazione Giapponese 1942-45. Durante questo periodo si verifica un dualismo nel codice penale, da un lato il sistema olandese dall’altro il sistema giapponese (Saleh & Pelengkap, 1981)
  • Il periodo Indonesiano. Il problema del doppio codice penale trovò risoluzione dopo la sostituzione della Costituzione del 1945 con l’emanazione della legge 73 del 1958 che riprendeva la legge N.1 del 1946 dichiarando il sistema penale olandese Indonesiano, attualmente applicato nel paese (Bahiej, 2006) 

La riforma del codice penale: diritti, religione e politica 

Analizzando la proposta di riforma del codice penale i punti che hanno visto più critiche sono principalmente 14. In questa analisi ne prenderemo in considerazione solo alcuni, in particolar modo quelli che più vanno ad intaccare le libertà personali. 

La proposta del nuovo codice penale prevede una modifica agli art. dal 218 al 220,   dall’art.240 al 241 e dell’art 273. La modifica introduce una pena (dai 3 ai 4 mesi di detenzione) in caso di critica nei confronti del Presidente e del Vice-Presidente anche se le critiche sono trasmesse tramite social media (art.240) con una pena fino a 4 anni per diffamazione alle autorità. 

Nel contesto Indonesiano, senza una giusta motivazione all’interno della legge per critica e diffamazione, queste norme possono essere usate per mettere a tacere eventuali critiche/opposizioni nei confronti delle autorità. Già durante l’introduzione della legge ITE (Electronic Information and Transactions) e dell’Omnibus Law molti tra accademici e non furono condannati per diffamazione delle autorità, anche se stavano solo criticando la legge ITE  e  la più recente  Omnibus Law.  

L’art. 273 pone delle restrizioni alle  manifestazioni studentesche e sociali, rischiando di minare un diritto fondamentale trascritto nella costituzione, cioè il diritto alle dimostrazioni sociali. 

La revisione della legge penale, inoltre, inserisce norme molto severe  riguardanti temi legati alla religione. Partendo da questo punto di vista, bisogna analizzare questa parte della riforma in maniera trasversale. L’ Indonesia è il paese con la percentuale più alta di fedeli mussulmani al mondo. L’87 % della popolazione professa l’islam sunnita principalamente secondo il pensiero delle due scuole di pensiero presenti nel paese, la Nahdlatul Ulama (la corrente piu’ diffusa e piu’ consevatrice) e la Muhammadiyah (la corrente piu’ moderata). 

La religione ha un ruolo fondamentale  nella politica Indonesia. In tal senso l’Indonesia costituzionalmente non è uno stato Islamico ma uno stato semi-laico. Professare una religione è obbligatorio, però nessuna religione si impone sull’altra, costituzionalmente.  La revisione del codice penale enfatizza il ruolo della religione. L’art. 302 propone una detenzione per 5 anni in caso di blasfemia. Le condanne per blasfemia non sono nuove nel paese, il più noto è il caso dell’ex governatore di Jakarta Basuki Tjahaja Purnama noto come Ahok.

Altra critica in tema religioso riguarda l’art. 304 della riforma. Nell’articolo si stabilisce che chiunque costringa un’altra persona a cambiare religione rischia una pena fino a 4 anni. In questa legge si può trovare un difetto non tanto nell’obbligo o meno di costringere una persona a credere o no ma nella sua mancata spiegazione su come il caso dovrebbe essere riportato alle autorità, divenendo una minaccia per la libertà d’espressione. 

Inoltre gli articoli 415 e 416 condannano con una pena fino ad un anno per adulterio, evadendo quelli che sono i contratti matrimoniali.  In particolar modo l’art 416 condanna tutti coloro che vivono “come” marito e moglie ma non hanno contratto matrimonio con pena di reclusione fino a 6 mesi di carcere. 

Conclusione 

Il nuovo codice penale Indonesiano è attualmente nella sua bozza definita in parlamento, entrando  presumibilmente in vigore prima della fine del mandato di Jokowi. Le varie  critiche e le lacune all’interno del nuovo codice potrebbero però spingere il Mahkamah Agung ( la corte suprema indonesia) a dichiarare incostituzionale la revisione del codice penale, cosa già accaduta con l’Omnibus Law. Anche quella volta la corte suprema Indonesiana dichiarò l’incostituzionalità della legge, che  passando comunque in parlamento scateno violente rivolte in Indonesia. 

 

Riferimenti 

Bahiej A. (2006) Sejarah dan Problematika Hukum Pidana Material di Indonesia. SOSIO-RELIGIA, 5(2)

Harahap A. (2018) Pembaharuan Hukum Pidana Berbasis Hukum Adat. EduTech Jurnal Ilmu Pendidikan dan Ilmu Sosial, 4(2)

Sylvana Y., Firmansyah Y., Wijaya H., Angelika M,S. (2021). History of criminal law in Indonesia. Jurnal Indonesia Sosial Sains, 2(4) : 645-655

Thailandia: le opportunità per l’energia verde made in Italy

Bangkok apre alla cooperazione energetica con Roma. La seconda economia del Sud-Est asiatico punta a liberarsi dalla dipendenza dalle fonti fossili e aumentare le rinnovabili: qual è lo scenario che si apre alle imprese italiane?

La Thailandia ha fame di energia. Ma non può continuare sulla strada dei combustibili fossili. Negli ultimi trent’anni Bangkok è stato uno dei principali motori dello sviluppo asiatico, trasformando il blocco ASEAN in una delle regioni più promettenti per l’economia di domani. Oggi la seconda economia del Sud-est asiatico ha bisogno di sostenere la propria crescita su basi solide, che dovranno partire da politiche energetiche lungimiranti e coerenti con gli obiettivi di riduzione dei gas serra previsti dall’Accordo di Parigi.

Una nazione in crescita

Con un PIL pro capite in crescita (21,05$) e una popolazione di circa 66 milioni di abitanti, la Thailandia si è velocemente trasformata in un’economia a reddito medio-alto nel corso degli anni Novanta. Oggi il modello di crescita trainato dalle esportazioni è minacciato da un calo degli investimenti privati (16,9% del PIL nel 2019 contro il 40% del 1997) e dall’emergenza climatica che mette a rischio gli ecosistemi thailandesi. La dipendenza dalle fonti fossili rappresenta un ulteriore problema che il paese deve affrontare per mettere in sicurezza il settore energetico e creare delle opportunità sul territorio.

Oggi il mix energetico thailandese è composto principalmente da petrolio (40%), gas naturale (31,2%) e carbone (12,5%). Nel corso del 2021 le importazioni di queste risorse hanno toccato il 75% del totale impiegato, mentre la crisi Ucraina sta esacerbando i prezzi sui combustibili. Le rinnovabili sono pressoché limitate alle centrali idroelettriche, ma crescono i programmi governativi per alzare la percentuale di fonti pulite. Il Piano di sviluppo per l’energia alternativa del 2018 promette di raggiungere una copertura del 30% del mix energetico entro il 2030 attraverso la costruzione di nuove centrali. Al centro della transizione energetica ci saranno soprattutto eolico e fotovoltaico, senza escludere il potenziale delle biomasse e delle centrali idroelettriche su piccola scala. Tra le strategie elencate, il ministero dell’Energia thailandese prevede di aumentare l’accesso alle materie prime necessarie per l’implementazione di una smart grid da fonti verdi e lo sviluppo di tecnologie e know-how essenziali alla costruzione di impianti efficienti, puliti e sicuri.

Le opportunità per l’Italia

La Thailandia prevede di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2065. Bangkok è consapevole delle sfide imposte dalla transizione energetica, e sta aprendo alle collaborazioni con attori esterni per riuscire a sviluppare un settore energetico resiliente. La Thailandia partecipa a programmi ASEAN come la Southeast Asian Energy Transition Partnership (ETP) e l’ASEAN Centre for Energy (ACE). Il paese è ora aperto a nuove opportunità di investimento e cooperazione nel quadro della partnership strategica con l’Unione Europea che dedica ampio spazio al tema dello sviluppo sostenibile e delle tecnologie verdi. 

In questo contesto c’è spazio anche per le realtà italiane interessate a sviluppare nuovi progetti con i partner thailandesi. Come hanno evidenziato gli interventi dell’ultimo Dialogo di alto livello Italia-ASEAN organizzato da The European House-Ambrosetti, il settore energetico rappresenta un terreno fertile per far nascere nuove collaborazioni e contribuire alla transizione energetica della Thailandia. Negli ultimi anni il dialogo bilaterale tra Roma e Bangkok si è intensificato attraverso un’agenda condivisa di reciproca cooperazione economica e condivisione di opportunità nel quadro delle sfide climatiche e dello sviluppo sostenibile. Entrambe le parti ambiscono, come ha sottolineato l’Ambasciatore Lorenzo Galanti, alla ripresa dei negoziati per facilitare il trasferimento tecnologico e lo scambio di conoscenze e competenze nel settore energetico. 

Lo scorso 10 giugno si è inoltre tenuto il secondo incontro del partenariato di sviluppo Italia-ASEAN con lo scopo di definire le aree di cooperazione pratica dal 2022 al 2026. Tra queste è emerso il tema delle energie pulite, con Roma che promette di sostenere lo sviluppo energetico dei paesi ASEAN fornendo know-how e tecnologie sicure a basso impatto ambientale.
Oggi lo scambio commerciale tra Italia e Thailandia è tornato a crescere dopo la pausa della pandemia. Le esportazioni italiane nel primo semestre del 2020 sono cresciute del 18%, mentre le importazioni dalla Thailandia hanno raggiunto il +26% rispetto all’anno precedente. I nuovi piani per lo sviluppo della cooperazione tecnologica offrono, quindi, un’ulteriore prospettiva di crescita nei rapporti tra i due Paesi.

La corsa digitale dell’Indonesia

Dall’inizio della pandemia fino alla prima metà del 2021, in Indonesia si sono aggiunti 21 milioni di nuovi consumatori digitali. Da qui il boom di startup e unicorni

Di Chiara Suprani

L’Indonesia, assieme a Vietnam e Singapore, è considerata una punta del triangolo d’oro delle startup nel Sud-Est asiatico. È la culla di 13 startup unicorno, tra cui è presente anche un decacorno, startup da 10 miliardi, creatosi quando la super-app Gojek si è fusa con il gigante dell’e-commerce Tokopedia. La piattaforma multiservizi di Gojek è diventata unicorno più velocemente rispetto a Bukalapak o Tokopedia, e ora opera in cinque Paesi ASEAN. L’Indonesia, il Paese più popoloso e con l’economia più grande della regione, sembra avere un’attrattiva particolare e un terreno fertile per la crescita del digitale e del tech. Dall’inizio della pandemia fino alla prima metà del 2021, in Indonesia si sono aggiunti 21 milioni di nuovi consumatori digitali, la maggior parte di questi appartenenti all’entroterra. Difatti, prima della prima ondata di Covid-19 solo il 4 per cento della popolazione indonesiana aveva accesso a linee internet stabili. Ora anche le regioni periferiche, grazie anche alla spinta proveniente da Giacarta, sono più coperte e il Paese conta 350 milioni di utenti digitali. L’anno scorso il valore lordo delle merci dell’economia digitale del Paese si è attestato sui 70 miliardi di dollari americani, mentre il valore totale della regione è stato di 170 miliardi. L’interesse indonesiano per la crescita del settore digitale e tech è dato da riforme che ben si inseriscono nel contesto nazionale. Lo dimostra per esempio la corsa di Bukalapak, una compagnia tech supportata da Microsoft e Ant Group, che è stata spinta dall’inserimento di 3.5 milioni di warungs, bancarelle a conduzione familiari, tra il suo parco ancora non sfruttato di imprese da inserire online. Ma il Paese vede una possibilità di ampliare il suo mercato nazionale aprendo agli stranieri: i lavoratori nomadi digitali internazionali potranno infatti lavorare nel Paese senza versare tasse. Il visto di cinque anni concesso dal governo di Joko Widodo punta ad attirare nell’arcipelago 3.6 milioni di stranieri dotati permessi per lavoro digitale.  

Indonesia e ASEAN sul palcoscenico mondiale

Il viaggio tra Kiev e Mosca del Presidente indonesiano Widodo lancia l’area del Sud-Est asiatico al centro delle dinamiche globali

Editoriale a cura di Alessio Piazza

Prima Kiev, poi Mosca. Prima il colloquio con Volodymyr Zelensky, poi quello con Vladimir Putin. La scorsa settimana si è svolta la visita tra Ucraina e Russia del Presidente indonesiano Joko Widodo. Una missione diplomatica che ha messo Giacarta al centro delle dinamiche internazionali e dunque l’intera area ASEAN di cui l’Indonesia rappresenta la principale economia. Widodo ha affermato che il Presidente russo gli ha fornito “garanzie” sulla sicurezza del trasporto di cibo e fertilizzanti attraverso le rotte marittime “non solo dalla Russia ma anche dall’Ucraina”, secondo il comunicato ufficiale del Cremlino. Il Presidente indonesiano ha anche detto di aver consegnato a Putin un messaggio del Presidente ucraino Zelensky e di essere “pronto a contribuire a stabilire un contatto tra i due leader” per garantire un passo verso “una soluzione di pace e un dialogo aperto”. Nessuna delle due parti ha approfondito il contenuto del messaggio e le reali prospettive negoziali appaiono ancora poco chiare. Ma ciò che è certo è che il viaggio già di per sé rappresenta una svolta importante nella politica estera non solo dell’Indonesia ma di tutto il Sud-Est asiatico. Widodo è infatti diventato il primo leader asiatico a recarsi a Kiev dall’inizio della guerra. Certo, a spingere questo importante sviluppo è stato soprattutto il fatto che l’Indonesia abbia la presidenza di turno del G20. Secondo alcuni osservatori della politica indonesiana, il viaggio potrebbe anche rappresentare un tentativo di Widodo di cementare la sua eredità personale. Anche o soprattutto in vista del G20 di Bali, che potrebbe passare alla storia come il mattone finale della politica estera del decennio di Widodo. Più nell’immediato, il tema più sensibile è quello della crisi alimentare. L’inflazione sta colpendo anche in Indonesia e le garanzie ricevute dal Presidente indonesiano durante la sua visita potrebbero calmare un’opinione pubblica preoccupata. Ma la portata simbolica e politica del viaggio resta. Proprio in riferimento al G20, Giacarta sta subendo da mesi pressioni contrapposte sul summit di Bali. Da una parte per invitare Putin, dall’altra per escluderlo. Widodo ha reso chiaro che in Indonesia e in generale nella regione vigono ancora (come recentemente ricordato dal Vicepresidente dell’Associazione Italia-ASEAN, Michelangelo Pipan)  i principi di neutralità e pacifismo, pilastri dell’ASEAN way. 

Le sfide ancora da vincere per Widodo

Infrastrutture, industrie manifatturiere e capitale umano sono le tre direttrici che impegnano il Presidente indonesiano nella seconda parte del suo ultimo mandato.

Nel pieno del suo secondo e ultimo mandato, il Presidente indonesiano Joko Widodo, ha una fitta lista di progetti da portare a termine entro il 2024, quando dovrà abbandonare la guida del governo. Conosciuto dagli indonesiani come “Jokowi”, il Presidente si presenta come un uomo del popolo: non si risparmia le visite nei villaggi lontani e persino nei bassifondi. “Devo incontrare la gente per sapere cosa vuole”, ha detto a Nikkei Asia. Sarà per questo che il suo indice di gradimento è quasi sempre al di sopra del 70%, come rivelato da Indikator Politik Indonesia.

Tuttavia, l’indiscussa capacità di Widodo di piacere agli indonesiani è sempre più messa alla prova nel tentativo di inseguire la crescita economica. Se da un lato infatti deve assicurarsi il favore del suo popolo, dall’altro ha bisogno di corteggiare gli investitori e le imprese. L’Indonesia ha un urgente bisogno di investimenti: la sua economia deve espandersi ogni anno per poter assorbire un afflusso annuale di oltre due milioni di nuovi lavoratori, mentre la crescita stagnante alimenta il rischio di instabilità sociale. 

Durante i mandati di Widodo, il Pil è cresciuto solo del 5% circa, quando il Presidente aveva promesso almeno il 7%. Per incentivare la crescita, Jokowi ha deciso di puntare su tre politiche chiave, che saranno i pilastri del suo governo fino alla fine del secondo mandato: infrastrutture, industrie manifatturiere e capitale umano. Lavorando su questi tre aspetti, Widodo è sicuro che “il Pil dell’Indonesia nel 2030 sarà il triplo di quello che è ora”.

La costruzione di infrastrutture come strade, porti, aeroporti e ponti, è stata il segno distintivo della presidenza di Widodo. Nei suoi primi sei anni in carica sono stati costruiti 6240 km di strade, 15 nuovi aeroporti e 124 nuovi porti marittimi. Tutti progetti che impallidiscono di fronte a Nusantara, la nuova capitale che sostituirà Giacarta. Un progetto da 30 miliardi di dollari, da costruire sull’isola del Borneo. Secondo il presidente è una mossa necessaria per incentivare la crescita economica al di fuori della popolosa isola di Giava, che ad oggi rappresenta il 60% del Pil del Paese.

Un’altra priorità del presidente è la riallocazione industriale. In particolare, passare dalla lavorazione alla produzione, anziché concentrarsi solamente sull’estrazione di materie prime. Questa politica è stata accompagnata da una legge che proibisce l’esportazione di minerali non trasformati, per incentivare le aziende estere a spostare le lavorazioni di materiali e la produzione di beni in Indonesia. Inoltre, a partire dal 2020, l’esportazione di nichel – fondamentale per i dispositivi elettronici – è stata vietata. Widodo, nel corso dei suoi mandati, ha insistito molto sull’importanza del divieto di esportazione per generare nuovi e migliori posti di lavoro, puntando quindi anche sulla formazione del capitale umano.

Ma proprio quest’ultimo sembra essere il punto debole della presidenza di Jokowi, che secondo i suoi critici si sarebbe dimostrato molto poco ambizioso nello sviluppo del capitale umano. Certo, alcune misure sono state messe in atto, come il programma per studenti universitari per guadagnare crediti facendo stage presso le aziende. Oppure il programma di aiuti per aiutare le famiglie a basso reddito a pagare le tasse scolastiche. 

Secondo i politologi indonesiani, il problema principale per Widodo è un classico della politica indonesiana: la mancanza di continuità politica tra i diversi presidenti, che provenendo da partiti diversi e avendo ideologie diverse mettono a repentaglio la continuità delle politiche di governo. Un rischio che Jokowi dovrà correre, dal momento che alcuni dei suoi progetti potrebbero essere annullati quando il suo successore prenderà il controllo del Paese nel 2024.

La transizione energetica spinge il nichel indonesiano

Il nichel è uno dei prodotti di punta dell’Indonesia, che ha promosso una politica di “nazionalismo delle risorse” per trattenere la ricchezza della lavorazione mineraria nel Paese e promuovere la crescita interna. Gli investitori cinesi dominano il mercato, ma Giacarta deve fare i conti con i costi sociali e ambientali legati allo sviluppo del settore.

A inizio marzo il prezzo del nichel ha subito un incremento del 90% al London Metal Exchange, arrivando a toccare i 100 mila dollari per tonnellata metrica. Anche se l’estrema volatilità di questo metallo non colpisce direttamente le tasche dei consumatori, come fa invece l’apprezzamento di altre materie prime come il petrolio, si tratta un fenomeno da tenere d’occhio – soprattutto per gli investitori interessati ai mercati emergenti del Sud-Est asiatico.

Il nichel è uno dei metalli più volatili, perché il suo processo di estrazione e lavorazione non è standardizzato come quello di altri minerali. Le tecnologie impiegate per la produzione sono diverse, anche perché spesso viene commerciato in forma di sottoprodotti come il ferro nichel o il pig iron – metalli meno raffinati di quello di classe 1 (puro al 99,8%) scambiati al London Metal Exchange. Buona parte del nichel viene estratto dalla laterite, di cui sono ricche alcune zone del Sud-Est asiatico, e dai depositi di solfuro. Al contrario di quest’ultimo la laterite non è un minerale scarso, ed è una risorsa fondamentale per la produzione delle batterie dei veicoli elettrici. Per questa ragione buona parte degli investitori impiegati nel settore automotive guardano con interesse le oscillazioni del nichel per capitalizzare sulle opportunità fornite da alcune economie del Sud-Est asiatico.

Una delle principali produttrici di nichel al mondo è l’Indonesia. Secondo l’agenzia di consulenza McKinsey&Company, Giacarta si aggiudica in media il 27% dell’offerta globale di nichel, e alcuni analisti ritengono che il Paese potrebbe aumentare la sua quota di produzione mondiale fino al 60% entro i prossimi otto anni. “Entro il 2028, prevediamo che la produzione indonesiana (di nichel) supererà la produzione mondiale totale del 2020 di 2,5 milioni di tonnellate”, hanno dichiarato i rappresentanti di Macquerie, un istituto di servizi finanziari con base in Australia. L’aumento dell’offerta di nichel lavorato sarà una vittoria per il governo indonesiano, da anni impegnato a delineare misure normative che svincolino la crescita economica nazionale dal ruolo dominante delle esportazioni di materie prime. Il primo giro di vite è stato introdotto nel 2014, poi allentato nel 2017 e istituito nuovamente l’anno scorso. Il cosiddetto “nazionalismo delle risorse” promosso dal governo di Joko Widodo punta a incoraggiare le compagnie minerarie a investire a valle del processo produttivo, limitando l’esportazione del minerale grezzo e valorizzando invece lo stadio della lavorazione a valore aggiunto. Anche se l’obiettivo era quello di impedire che la ricchezza veicolata dalle esportazioni di metalli grezzi andasse a finire nelle raffinerie d’oltremare, molti investitori stranieri sono stati coinvolti in questa transizione.

La Cina domina il settore del nichel in Indonesia. Pechino vanta infatti il più grande mercato automobilistico al mondo, e ha visto una crescita impressionante nella vendita di veicoli elettrici negli ultimi anni – altro fattore che ha contribuito all’innalzamento del prezzo del nichel. Non ha però una grande disponibilità di deposit minerari: le riserve di laterite del Paese costituiscono solo il 3% del totale mondiale. Per questo deve attingere alle risorse dei suoi vicini regionali per supportare lo sviluppo interno del settore. Gran parte delle attività di lavorazione del nichel in Indonesia è concentrata a Sulawesi, dove la compagnia cinese Tsingshan gestisce l’Indonesia Morowali Industrial Park. Morowali è una contea indonesiana con meno di 200 mila residenti, che però ha attirato miliardi di dollari di investimenti cinesi negli ultimi anni. Le aziende produttrici di materiali per batterie Zhejiang Huayou Cobalt, Eve Energy e Guangdong Brunp Recycling Technology hanno iniettato nella contea fino a 4 miliardi di dollari solo nel 2021. Tsingshan ha fondato il Morowali Industrial Park nel 2013. Oggi l’impianto appartiene per il 49,69% alla società cinese Shanghai Decent Investment Group, per il 25,31% all’indonesiana Bintang Delapan Group e per il restante 25% alla loro joint venture, Sulawesi Mining Investment PT. Il progetto è stato inserito nell’alveo della strategia di sviluppo globale Belt and Road Initiative lanciata dal governo di Pechino nel 2013. 

Nonostante gli interessi di Pechino e Giacarta si intersechino nel settore della lavorazione del nichel, e molti fautori degli accordi di Parigi sul clima considerino questa intesa come un passo importante verso forme di trasporto più sostenibili, l’Indonesia deve fare i conti con alcune contraddizioni. La recente legge Omnibus promulgata dal governo indonesiano per la creazione di posti di lavoro incide sulle prestazioni di Giacarta rispetto agli standard ESG (Environmental, Social and Governance criteria), specie per quello che riguarda la partecipazione pubblica. Secondo Angela Tritto, una ricercatrice dell’Università di Scienza e Tecnologia di Hong Kong, le valutazioni di impatto ambientale possono essere contestate solo dalle persone “direttamente interessate” dalle esternalità negative dei progetti. Spesso però queste persone non hanno sufficienti disponibilità finanziarie per ingaggiare delle cause legali. Inoltre, due rapporti pubblicati l’anno scorso da AEER e la Fondazione Rosa Luxemburg, hanno messo in guardia dai pericoli della deforestazione e delle inondazioni che spesso accompagnano le iniziative di estrazione mineraria in Indonesia, così come gli onerosi turni di lavoro che il personale è costretto a sopportare senza ricevere un’adeguata compensazione. Il primato indonesiano della fornitura di nichel comporta diversi costi sociali e ambientali, per questo gli investimenti nel settore dovrebbero tenere conto che la transizione verso veicoli elettrici non basta da sola a garantire sostenibilità.