Indonesia

Riforma del lavoro e codice penale in Indonesia

Il nuovo codice penale Indonesiano è attualmente nella sua bozza definita in parlamento, entrando  presumibilmente in vigore prima della fine del mandato di Jokowi

Articolo di Aniello Iannone

Durante la pandemia Covid-19, in particolare durante la massiccia prima ondata del 2020, in Indonesia il governo ha promulgato una delle più controverse leggi sulla riforma del lavoro, Undang-Undang Cipta Kerja, nota ai  più come Omnibus Law. La nuova legge fu criticata aspramente sia dalla comunità accademica Indonesiana, sia da NGOs. 

Il motivo principale di tali critiche, che in seguito si trasformeranno in proteste, era il corpus della nuova legge che secondo i critci discriminava e danneggiava  i diritti dei lavoratori. L’approvazione della legge scatenò manifestazioni, in particolar  modo a Giacarta. Per giorni i manifestanti scesero in piazza per condannare la scelta del governo Indonesiano, tanto che la polizia dovette intervenire per fermare le proteste. 

Le proteste contro la riforma del lavoro non sono state le uniche e neanche le più violente. Un anno prima,  durante la prima bozza di revisione del codice penale (Rancangan Kitab Undang-Undang Hukum Pidana o RKUHP) violente proteste di scatenarono nella capitale. Le proteste scoppiarono quando una prima bozza della legge dichiarava come reato i rapporti extra-matrimoniali o fuori dal contratto matrimoniale. Inoltre la bozza  indeboliva notevolmente i reati per corruzione, tema molto sensibile nel paese visto l’alto livello di corruzione. Le proteste hanno tardato la riforma, portando ad un ripensamento da parte del governo. La violenza delle proteste del 2019, guidata dal grido della popolazione TolakRKUHP (respingere la riforma del codice penale).Senza una revisione chiara della riforma la possibilità di nuove sommosse rimangono alte. 

Il diritto dell’Indonesia attraverso la storia 

La giurisprudenza Indonesiana prende molto dal periodo coloniale olandese. Il codice penale non fa eccezione. Anche se sono passati decenni dell’Indipendenza del paese, il sistema penale utilizzato è quello risalente al periodo olandese. Storicamente la struttura giuridica Indonesiana si può dividere in 4 fasi principali pre indipendenza e 4 post indipendenza (Sylvana et. al., 2021) : 

  • il periodo pre-colonizzazione caratterizzato dal diritto consuetudinario non scritto di stampo religioso(Harahap, 2018)
  • il periodo VOC (Compagnia delle Indie Orientali) quando per la prima volta il diritto occidentale penetra nell’arcipelago con l’instaurazione dello Statuto di Batavia nel 1642 e il Mucharaer Book of Law nel 1750 che conteneva una raccolta di leggi islamiche penali, mantenuto anche durante il periodo Inglese fino al 1810

Tra il 1814 e il 1855, detto Besluiten Regering, il diritto Indonesiano venne influenzato dal sistema monarchico costituzionale Olande senza però vere e proprie modifiche al codice penale. Gli anni che vanno invece dal 1855-1926, noti come Regering Reglement, che coincide con il passaggio da monarchia costituzionale in Olanda a monarchia parlamentare, vedono una riduzione del potere del re sulle colonie. In questa fase il codice penale, come tutta la struttura giurisdizionale, comincia a prendere forma con la creazione di un codice penale che sarà esteso su tutta la popolazione Indonesiana dell’epoca. 

  • Il periodo dell’occupazione Giapponese 1942-45. Durante questo periodo si verifica un dualismo nel codice penale, da un lato il sistema olandese dall’altro il sistema giapponese (Saleh & Pelengkap, 1981)
  • Il periodo Indonesiano. Il problema del doppio codice penale trovò risoluzione dopo la sostituzione della Costituzione del 1945 con l’emanazione della legge 73 del 1958 che riprendeva la legge N.1 del 1946 dichiarando il sistema penale olandese Indonesiano, attualmente applicato nel paese (Bahiej, 2006) 

La riforma del codice penale: diritti, religione e politica 

Analizzando la proposta di riforma del codice penale i punti che hanno visto più critiche sono principalmente 14. In questa analisi ne prenderemo in considerazione solo alcuni, in particolar modo quelli che più vanno ad intaccare le libertà personali. 

La proposta del nuovo codice penale prevede una modifica agli art. dal 218 al 220,   dall’art.240 al 241 e dell’art 273. La modifica introduce una pena (dai 3 ai 4 mesi di detenzione) in caso di critica nei confronti del Presidente e del Vice-Presidente anche se le critiche sono trasmesse tramite social media (art.240) con una pena fino a 4 anni per diffamazione alle autorità. 

Nel contesto Indonesiano, senza una giusta motivazione all’interno della legge per critica e diffamazione, queste norme possono essere usate per mettere a tacere eventuali critiche/opposizioni nei confronti delle autorità. Già durante l’introduzione della legge ITE (Electronic Information and Transactions) e dell’Omnibus Law molti tra accademici e non furono condannati per diffamazione delle autorità, anche se stavano solo criticando la legge ITE  e  la più recente  Omnibus Law.  

L’art. 273 pone delle restrizioni alle  manifestazioni studentesche e sociali, rischiando di minare un diritto fondamentale trascritto nella costituzione, cioè il diritto alle dimostrazioni sociali. 

La revisione della legge penale, inoltre, inserisce norme molto severe  riguardanti temi legati alla religione. Partendo da questo punto di vista, bisogna analizzare questa parte della riforma in maniera trasversale. L’ Indonesia è il paese con la percentuale più alta di fedeli mussulmani al mondo. L’87 % della popolazione professa l’islam sunnita principalamente secondo il pensiero delle due scuole di pensiero presenti nel paese, la Nahdlatul Ulama (la corrente piu’ diffusa e piu’ consevatrice) e la Muhammadiyah (la corrente piu’ moderata). 

La religione ha un ruolo fondamentale  nella politica Indonesia. In tal senso l’Indonesia costituzionalmente non è uno stato Islamico ma uno stato semi-laico. Professare una religione è obbligatorio, però nessuna religione si impone sull’altra, costituzionalmente.  La revisione del codice penale enfatizza il ruolo della religione. L’art. 302 propone una detenzione per 5 anni in caso di blasfemia. Le condanne per blasfemia non sono nuove nel paese, il più noto è il caso dell’ex governatore di Jakarta Basuki Tjahaja Purnama noto come Ahok.

Altra critica in tema religioso riguarda l’art. 304 della riforma. Nell’articolo si stabilisce che chiunque costringa un’altra persona a cambiare religione rischia una pena fino a 4 anni. In questa legge si può trovare un difetto non tanto nell’obbligo o meno di costringere una persona a credere o no ma nella sua mancata spiegazione su come il caso dovrebbe essere riportato alle autorità, divenendo una minaccia per la libertà d’espressione. 

Inoltre gli articoli 415 e 416 condannano con una pena fino ad un anno per adulterio, evadendo quelli che sono i contratti matrimoniali.  In particolar modo l’art 416 condanna tutti coloro che vivono “come” marito e moglie ma non hanno contratto matrimonio con pena di reclusione fino a 6 mesi di carcere. 

Conclusione 

Il nuovo codice penale Indonesiano è attualmente nella sua bozza definita in parlamento, entrando  presumibilmente in vigore prima della fine del mandato di Jokowi. Le varie  critiche e le lacune all’interno del nuovo codice potrebbero però spingere il Mahkamah Agung ( la corte suprema indonesia) a dichiarare incostituzionale la revisione del codice penale, cosa già accaduta con l’Omnibus Law. Anche quella volta la corte suprema Indonesiana dichiarò l’incostituzionalità della legge, che  passando comunque in parlamento scateno violente rivolte in Indonesia. 

 

Riferimenti 

Bahiej A. (2006) Sejarah dan Problematika Hukum Pidana Material di Indonesia. SOSIO-RELIGIA, 5(2)

Harahap A. (2018) Pembaharuan Hukum Pidana Berbasis Hukum Adat. EduTech Jurnal Ilmu Pendidikan dan Ilmu Sosial, 4(2)

Sylvana Y., Firmansyah Y., Wijaya H., Angelika M,S. (2021). History of criminal law in Indonesia. Jurnal Indonesia Sosial Sains, 2(4) : 645-655

Thailandia: le opportunità per l’energia verde made in Italy

Bangkok apre alla cooperazione energetica con Roma. La seconda economia del Sud-Est asiatico punta a liberarsi dalla dipendenza dalle fonti fossili e aumentare le rinnovabili: qual è lo scenario che si apre alle imprese italiane?

La Thailandia ha fame di energia. Ma non può continuare sulla strada dei combustibili fossili. Negli ultimi trent’anni Bangkok è stato uno dei principali motori dello sviluppo asiatico, trasformando il blocco ASEAN in una delle regioni più promettenti per l’economia di domani. Oggi la seconda economia del Sud-est asiatico ha bisogno di sostenere la propria crescita su basi solide, che dovranno partire da politiche energetiche lungimiranti e coerenti con gli obiettivi di riduzione dei gas serra previsti dall’Accordo di Parigi.

Una nazione in crescita

Con un PIL pro capite in crescita (21,05$) e una popolazione di circa 66 milioni di abitanti, la Thailandia si è velocemente trasformata in un’economia a reddito medio-alto nel corso degli anni Novanta. Oggi il modello di crescita trainato dalle esportazioni è minacciato da un calo degli investimenti privati (16,9% del PIL nel 2019 contro il 40% del 1997) e dall’emergenza climatica che mette a rischio gli ecosistemi thailandesi. La dipendenza dalle fonti fossili rappresenta un ulteriore problema che il paese deve affrontare per mettere in sicurezza il settore energetico e creare delle opportunità sul territorio.

Oggi il mix energetico thailandese è composto principalmente da petrolio (40%), gas naturale (31,2%) e carbone (12,5%). Nel corso del 2021 le importazioni di queste risorse hanno toccato il 75% del totale impiegato, mentre la crisi Ucraina sta esacerbando i prezzi sui combustibili. Le rinnovabili sono pressoché limitate alle centrali idroelettriche, ma crescono i programmi governativi per alzare la percentuale di fonti pulite. Il Piano di sviluppo per l’energia alternativa del 2018 promette di raggiungere una copertura del 30% del mix energetico entro il 2030 attraverso la costruzione di nuove centrali. Al centro della transizione energetica ci saranno soprattutto eolico e fotovoltaico, senza escludere il potenziale delle biomasse e delle centrali idroelettriche su piccola scala. Tra le strategie elencate, il ministero dell’Energia thailandese prevede di aumentare l’accesso alle materie prime necessarie per l’implementazione di una smart grid da fonti verdi e lo sviluppo di tecnologie e know-how essenziali alla costruzione di impianti efficienti, puliti e sicuri.

Le opportunità per l’Italia

La Thailandia prevede di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2065. Bangkok è consapevole delle sfide imposte dalla transizione energetica, e sta aprendo alle collaborazioni con attori esterni per riuscire a sviluppare un settore energetico resiliente. La Thailandia partecipa a programmi ASEAN come la Southeast Asian Energy Transition Partnership (ETP) e l’ASEAN Centre for Energy (ACE). Il paese è ora aperto a nuove opportunità di investimento e cooperazione nel quadro della partnership strategica con l’Unione Europea che dedica ampio spazio al tema dello sviluppo sostenibile e delle tecnologie verdi. 

In questo contesto c’è spazio anche per le realtà italiane interessate a sviluppare nuovi progetti con i partner thailandesi. Come hanno evidenziato gli interventi dell’ultimo Dialogo di alto livello Italia-ASEAN organizzato da The European House-Ambrosetti, il settore energetico rappresenta un terreno fertile per far nascere nuove collaborazioni e contribuire alla transizione energetica della Thailandia. Negli ultimi anni il dialogo bilaterale tra Roma e Bangkok si è intensificato attraverso un’agenda condivisa di reciproca cooperazione economica e condivisione di opportunità nel quadro delle sfide climatiche e dello sviluppo sostenibile. Entrambe le parti ambiscono, come ha sottolineato l’Ambasciatore Lorenzo Galanti, alla ripresa dei negoziati per facilitare il trasferimento tecnologico e lo scambio di conoscenze e competenze nel settore energetico. 

Lo scorso 10 giugno si è inoltre tenuto il secondo incontro del partenariato di sviluppo Italia-ASEAN con lo scopo di definire le aree di cooperazione pratica dal 2022 al 2026. Tra queste è emerso il tema delle energie pulite, con Roma che promette di sostenere lo sviluppo energetico dei paesi ASEAN fornendo know-how e tecnologie sicure a basso impatto ambientale.
Oggi lo scambio commerciale tra Italia e Thailandia è tornato a crescere dopo la pausa della pandemia. Le esportazioni italiane nel primo semestre del 2020 sono cresciute del 18%, mentre le importazioni dalla Thailandia hanno raggiunto il +26% rispetto all’anno precedente. I nuovi piani per lo sviluppo della cooperazione tecnologica offrono, quindi, un’ulteriore prospettiva di crescita nei rapporti tra i due Paesi.

La corsa digitale dell’Indonesia

Dall’inizio della pandemia fino alla prima metà del 2021, in Indonesia si sono aggiunti 21 milioni di nuovi consumatori digitali. Da qui il boom di startup e unicorni

Di Chiara Suprani

L’Indonesia, assieme a Vietnam e Singapore, è considerata una punta del triangolo d’oro delle startup nel Sud-Est asiatico. È la culla di 13 startup unicorno, tra cui è presente anche un decacorno, startup da 10 miliardi, creatosi quando la super-app Gojek si è fusa con il gigante dell’e-commerce Tokopedia. La piattaforma multiservizi di Gojek è diventata unicorno più velocemente rispetto a Bukalapak o Tokopedia, e ora opera in cinque Paesi ASEAN. L’Indonesia, il Paese più popoloso e con l’economia più grande della regione, sembra avere un’attrattiva particolare e un terreno fertile per la crescita del digitale e del tech. Dall’inizio della pandemia fino alla prima metà del 2021, in Indonesia si sono aggiunti 21 milioni di nuovi consumatori digitali, la maggior parte di questi appartenenti all’entroterra. Difatti, prima della prima ondata di Covid-19 solo il 4 per cento della popolazione indonesiana aveva accesso a linee internet stabili. Ora anche le regioni periferiche, grazie anche alla spinta proveniente da Giacarta, sono più coperte e il Paese conta 350 milioni di utenti digitali. L’anno scorso il valore lordo delle merci dell’economia digitale del Paese si è attestato sui 70 miliardi di dollari americani, mentre il valore totale della regione è stato di 170 miliardi. L’interesse indonesiano per la crescita del settore digitale e tech è dato da riforme che ben si inseriscono nel contesto nazionale. Lo dimostra per esempio la corsa di Bukalapak, una compagnia tech supportata da Microsoft e Ant Group, che è stata spinta dall’inserimento di 3.5 milioni di warungs, bancarelle a conduzione familiari, tra il suo parco ancora non sfruttato di imprese da inserire online. Ma il Paese vede una possibilità di ampliare il suo mercato nazionale aprendo agli stranieri: i lavoratori nomadi digitali internazionali potranno infatti lavorare nel Paese senza versare tasse. Il visto di cinque anni concesso dal governo di Joko Widodo punta ad attirare nell’arcipelago 3.6 milioni di stranieri dotati permessi per lavoro digitale.  

Indonesia e ASEAN sul palcoscenico mondiale

Il viaggio tra Kiev e Mosca del Presidente indonesiano Widodo lancia l’area del Sud-Est asiatico al centro delle dinamiche globali

Editoriale a cura di Alessio Piazza

Prima Kiev, poi Mosca. Prima il colloquio con Volodymyr Zelensky, poi quello con Vladimir Putin. La scorsa settimana si è svolta la visita tra Ucraina e Russia del Presidente indonesiano Joko Widodo. Una missione diplomatica che ha messo Giacarta al centro delle dinamiche internazionali e dunque l’intera area ASEAN di cui l’Indonesia rappresenta la principale economia. Widodo ha affermato che il Presidente russo gli ha fornito “garanzie” sulla sicurezza del trasporto di cibo e fertilizzanti attraverso le rotte marittime “non solo dalla Russia ma anche dall’Ucraina”, secondo il comunicato ufficiale del Cremlino. Il Presidente indonesiano ha anche detto di aver consegnato a Putin un messaggio del Presidente ucraino Zelensky e di essere “pronto a contribuire a stabilire un contatto tra i due leader” per garantire un passo verso “una soluzione di pace e un dialogo aperto”. Nessuna delle due parti ha approfondito il contenuto del messaggio e le reali prospettive negoziali appaiono ancora poco chiare. Ma ciò che è certo è che il viaggio già di per sé rappresenta una svolta importante nella politica estera non solo dell’Indonesia ma di tutto il Sud-Est asiatico. Widodo è infatti diventato il primo leader asiatico a recarsi a Kiev dall’inizio della guerra. Certo, a spingere questo importante sviluppo è stato soprattutto il fatto che l’Indonesia abbia la presidenza di turno del G20. Secondo alcuni osservatori della politica indonesiana, il viaggio potrebbe anche rappresentare un tentativo di Widodo di cementare la sua eredità personale. Anche o soprattutto in vista del G20 di Bali, che potrebbe passare alla storia come il mattone finale della politica estera del decennio di Widodo. Più nell’immediato, il tema più sensibile è quello della crisi alimentare. L’inflazione sta colpendo anche in Indonesia e le garanzie ricevute dal Presidente indonesiano durante la sua visita potrebbero calmare un’opinione pubblica preoccupata. Ma la portata simbolica e politica del viaggio resta. Proprio in riferimento al G20, Giacarta sta subendo da mesi pressioni contrapposte sul summit di Bali. Da una parte per invitare Putin, dall’altra per escluderlo. Widodo ha reso chiaro che in Indonesia e in generale nella regione vigono ancora (come recentemente ricordato dal Vicepresidente dell’Associazione Italia-ASEAN, Michelangelo Pipan)  i principi di neutralità e pacifismo, pilastri dell’ASEAN way. 

Le sfide ancora da vincere per Widodo

Infrastrutture, industrie manifatturiere e capitale umano sono le tre direttrici che impegnano il Presidente indonesiano nella seconda parte del suo ultimo mandato.

Nel pieno del suo secondo e ultimo mandato, il Presidente indonesiano Joko Widodo, ha una fitta lista di progetti da portare a termine entro il 2024, quando dovrà abbandonare la guida del governo. Conosciuto dagli indonesiani come “Jokowi”, il Presidente si presenta come un uomo del popolo: non si risparmia le visite nei villaggi lontani e persino nei bassifondi. “Devo incontrare la gente per sapere cosa vuole”, ha detto a Nikkei Asia. Sarà per questo che il suo indice di gradimento è quasi sempre al di sopra del 70%, come rivelato da Indikator Politik Indonesia.

Tuttavia, l’indiscussa capacità di Widodo di piacere agli indonesiani è sempre più messa alla prova nel tentativo di inseguire la crescita economica. Se da un lato infatti deve assicurarsi il favore del suo popolo, dall’altro ha bisogno di corteggiare gli investitori e le imprese. L’Indonesia ha un urgente bisogno di investimenti: la sua economia deve espandersi ogni anno per poter assorbire un afflusso annuale di oltre due milioni di nuovi lavoratori, mentre la crescita stagnante alimenta il rischio di instabilità sociale. 

Durante i mandati di Widodo, il Pil è cresciuto solo del 5% circa, quando il Presidente aveva promesso almeno il 7%. Per incentivare la crescita, Jokowi ha deciso di puntare su tre politiche chiave, che saranno i pilastri del suo governo fino alla fine del secondo mandato: infrastrutture, industrie manifatturiere e capitale umano. Lavorando su questi tre aspetti, Widodo è sicuro che “il Pil dell’Indonesia nel 2030 sarà il triplo di quello che è ora”.

La costruzione di infrastrutture come strade, porti, aeroporti e ponti, è stata il segno distintivo della presidenza di Widodo. Nei suoi primi sei anni in carica sono stati costruiti 6240 km di strade, 15 nuovi aeroporti e 124 nuovi porti marittimi. Tutti progetti che impallidiscono di fronte a Nusantara, la nuova capitale che sostituirà Giacarta. Un progetto da 30 miliardi di dollari, da costruire sull’isola del Borneo. Secondo il presidente è una mossa necessaria per incentivare la crescita economica al di fuori della popolosa isola di Giava, che ad oggi rappresenta il 60% del Pil del Paese.

Un’altra priorità del presidente è la riallocazione industriale. In particolare, passare dalla lavorazione alla produzione, anziché concentrarsi solamente sull’estrazione di materie prime. Questa politica è stata accompagnata da una legge che proibisce l’esportazione di minerali non trasformati, per incentivare le aziende estere a spostare le lavorazioni di materiali e la produzione di beni in Indonesia. Inoltre, a partire dal 2020, l’esportazione di nichel – fondamentale per i dispositivi elettronici – è stata vietata. Widodo, nel corso dei suoi mandati, ha insistito molto sull’importanza del divieto di esportazione per generare nuovi e migliori posti di lavoro, puntando quindi anche sulla formazione del capitale umano.

Ma proprio quest’ultimo sembra essere il punto debole della presidenza di Jokowi, che secondo i suoi critici si sarebbe dimostrato molto poco ambizioso nello sviluppo del capitale umano. Certo, alcune misure sono state messe in atto, come il programma per studenti universitari per guadagnare crediti facendo stage presso le aziende. Oppure il programma di aiuti per aiutare le famiglie a basso reddito a pagare le tasse scolastiche. 

Secondo i politologi indonesiani, il problema principale per Widodo è un classico della politica indonesiana: la mancanza di continuità politica tra i diversi presidenti, che provenendo da partiti diversi e avendo ideologie diverse mettono a repentaglio la continuità delle politiche di governo. Un rischio che Jokowi dovrà correre, dal momento che alcuni dei suoi progetti potrebbero essere annullati quando il suo successore prenderà il controllo del Paese nel 2024.

La transizione energetica spinge il nichel indonesiano

Il nichel è uno dei prodotti di punta dell’Indonesia, che ha promosso una politica di “nazionalismo delle risorse” per trattenere la ricchezza della lavorazione mineraria nel Paese e promuovere la crescita interna. Gli investitori cinesi dominano il mercato, ma Giacarta deve fare i conti con i costi sociali e ambientali legati allo sviluppo del settore.

A inizio marzo il prezzo del nichel ha subito un incremento del 90% al London Metal Exchange, arrivando a toccare i 100 mila dollari per tonnellata metrica. Anche se l’estrema volatilità di questo metallo non colpisce direttamente le tasche dei consumatori, come fa invece l’apprezzamento di altre materie prime come il petrolio, si tratta un fenomeno da tenere d’occhio – soprattutto per gli investitori interessati ai mercati emergenti del Sud-Est asiatico.

Il nichel è uno dei metalli più volatili, perché il suo processo di estrazione e lavorazione non è standardizzato come quello di altri minerali. Le tecnologie impiegate per la produzione sono diverse, anche perché spesso viene commerciato in forma di sottoprodotti come il ferro nichel o il pig iron – metalli meno raffinati di quello di classe 1 (puro al 99,8%) scambiati al London Metal Exchange. Buona parte del nichel viene estratto dalla laterite, di cui sono ricche alcune zone del Sud-Est asiatico, e dai depositi di solfuro. Al contrario di quest’ultimo la laterite non è un minerale scarso, ed è una risorsa fondamentale per la produzione delle batterie dei veicoli elettrici. Per questa ragione buona parte degli investitori impiegati nel settore automotive guardano con interesse le oscillazioni del nichel per capitalizzare sulle opportunità fornite da alcune economie del Sud-Est asiatico.

Una delle principali produttrici di nichel al mondo è l’Indonesia. Secondo l’agenzia di consulenza McKinsey&Company, Giacarta si aggiudica in media il 27% dell’offerta globale di nichel, e alcuni analisti ritengono che il Paese potrebbe aumentare la sua quota di produzione mondiale fino al 60% entro i prossimi otto anni. “Entro il 2028, prevediamo che la produzione indonesiana (di nichel) supererà la produzione mondiale totale del 2020 di 2,5 milioni di tonnellate”, hanno dichiarato i rappresentanti di Macquerie, un istituto di servizi finanziari con base in Australia. L’aumento dell’offerta di nichel lavorato sarà una vittoria per il governo indonesiano, da anni impegnato a delineare misure normative che svincolino la crescita economica nazionale dal ruolo dominante delle esportazioni di materie prime. Il primo giro di vite è stato introdotto nel 2014, poi allentato nel 2017 e istituito nuovamente l’anno scorso. Il cosiddetto “nazionalismo delle risorse” promosso dal governo di Joko Widodo punta a incoraggiare le compagnie minerarie a investire a valle del processo produttivo, limitando l’esportazione del minerale grezzo e valorizzando invece lo stadio della lavorazione a valore aggiunto. Anche se l’obiettivo era quello di impedire che la ricchezza veicolata dalle esportazioni di metalli grezzi andasse a finire nelle raffinerie d’oltremare, molti investitori stranieri sono stati coinvolti in questa transizione.

La Cina domina il settore del nichel in Indonesia. Pechino vanta infatti il più grande mercato automobilistico al mondo, e ha visto una crescita impressionante nella vendita di veicoli elettrici negli ultimi anni – altro fattore che ha contribuito all’innalzamento del prezzo del nichel. Non ha però una grande disponibilità di deposit minerari: le riserve di laterite del Paese costituiscono solo il 3% del totale mondiale. Per questo deve attingere alle risorse dei suoi vicini regionali per supportare lo sviluppo interno del settore. Gran parte delle attività di lavorazione del nichel in Indonesia è concentrata a Sulawesi, dove la compagnia cinese Tsingshan gestisce l’Indonesia Morowali Industrial Park. Morowali è una contea indonesiana con meno di 200 mila residenti, che però ha attirato miliardi di dollari di investimenti cinesi negli ultimi anni. Le aziende produttrici di materiali per batterie Zhejiang Huayou Cobalt, Eve Energy e Guangdong Brunp Recycling Technology hanno iniettato nella contea fino a 4 miliardi di dollari solo nel 2021. Tsingshan ha fondato il Morowali Industrial Park nel 2013. Oggi l’impianto appartiene per il 49,69% alla società cinese Shanghai Decent Investment Group, per il 25,31% all’indonesiana Bintang Delapan Group e per il restante 25% alla loro joint venture, Sulawesi Mining Investment PT. Il progetto è stato inserito nell’alveo della strategia di sviluppo globale Belt and Road Initiative lanciata dal governo di Pechino nel 2013. 

Nonostante gli interessi di Pechino e Giacarta si intersechino nel settore della lavorazione del nichel, e molti fautori degli accordi di Parigi sul clima considerino questa intesa come un passo importante verso forme di trasporto più sostenibili, l’Indonesia deve fare i conti con alcune contraddizioni. La recente legge Omnibus promulgata dal governo indonesiano per la creazione di posti di lavoro incide sulle prestazioni di Giacarta rispetto agli standard ESG (Environmental, Social and Governance criteria), specie per quello che riguarda la partecipazione pubblica. Secondo Angela Tritto, una ricercatrice dell’Università di Scienza e Tecnologia di Hong Kong, le valutazioni di impatto ambientale possono essere contestate solo dalle persone “direttamente interessate” dalle esternalità negative dei progetti. Spesso però queste persone non hanno sufficienti disponibilità finanziarie per ingaggiare delle cause legali. Inoltre, due rapporti pubblicati l’anno scorso da AEER e la Fondazione Rosa Luxemburg, hanno messo in guardia dai pericoli della deforestazione e delle inondazioni che spesso accompagnano le iniziative di estrazione mineraria in Indonesia, così come gli onerosi turni di lavoro che il personale è costretto a sopportare senza ricevere un’adeguata compensazione. Il primato indonesiano della fornitura di nichel comporta diversi costi sociali e ambientali, per questo gli investimenti nel settore dovrebbero tenere conto che la transizione verso veicoli elettrici non basta da sola a garantire sostenibilità.

La stretta del governo indonesiano con le piattaforme digitali

Tempi duri per le piattaforme online in Indonesia, con le nuove misure che dovrebbero entrare in vigore a giugno 2022 e che obbligherebbero gli operatori di sistemi internet a rimuovere contenuti considerati “illegali” dal governo in tempi record.

Quattro ore. È il tempo massimo concesso alle piattaforme digitali dal governo indonesiano per rimuovere i contenuti “illegali” su richieste etichettate come “urgenti”. Ogni altro tipo di richiesta, che potrà essere inoltrata da qualsiasi agenzia governativa, dovrà essere soddisfatta entro 24 ore. Sono queste le nuove misure che il governo dell’Indonesia starebbe finalizzando e che, secondo un report esclusivo di Reuters, dovrebbero entrare in vigore a giugno 2022. 

Le regole, che le autorità ritengono necessarie per far sì che la rete sia propriamente ripulita da contenuti “illegali”, sono tra le più rigorose a livello globale sui social media e seguono l’intensificarsi della repressione dei contenuti online che hanno allarmato gli attivisti in diversi Paesi asiatici. 

Come funzionerà nello specifico?

  • Le misure si applicheranno a tutte le piattaforme Internet e digitali classificate come “operatori di sistemi Internet”, dai giganti dei social media alle società di e-commerce e fintech, nonché alle società di telecomunicazioni.
  • Secondo quanto riferito dai funzionari di governo, le richieste “urgenti” del governo includerebbero contenuti percepiti come sensibili in aree quali “sicurezza, terrorismo e ordine pubblico, protezione dei bambini e pornografia”.
  • Dopo aver ricevuto un reclamo ufficiale, le aziende saranno multate per contenuto illecito, con multe che aumenteranno man mano che i contenuti restano sulle piattaforme, secondo tre fonti e un documento governativo esaminato da Reuters.
  • Le multe saranno determinate dal numero degli utenti locali dell’azienda target e dalla “gravità dei contenuti”. L’ammontare delle multe deve ancora essere finalizzato, ma potrebbe arrivare a milioni di rupie (1 milione di rupie = $ 69,71) per contenuto.
  • Le piattaforme che non soddisferanno le richieste del governo in più di un’occasione potrebbero essere bloccate in Indonesia e il loro personale potrebbe essere soggetto a sanzioni penali.

Le implicazioni:

  • L’Indonesia è uno dei primi 10 mercati a livello globale per numero di utenti per le società di social media, tra cui Youtube, TikTok, Twitter e Facebook, Instagram e Whatsapp di Meta.
  • Alcuni dirigenti di società online informati sui piani hanno riferito che le misure saranno difficili da rispettare, che aumenteranno i costi operativi e potrebbero minare la libertà di espressione dei cittadini del quarto paese più popoloso del mondo.
  • Le normative avranno maggiore impatto sulle società di social media, che considerano la popolazione giovane dell’Indonesia (270 milioni) come un’enorme opportunità di crescita.

Il contesto:

  • Nelle campagne elettorali presidenziali del 2014 e 2019, le piattaforme dei social media avrebbero facilitato la diffusione di rumors e “notizie false”, in gran parte rivolte all’attuale presidente Joko Widodo. Nelle rivolte seguite alle elezioni del 2019, le autorità hanno bloccato l’accesso ai social media.
  • Nello stesso anno, durante le manifestazioni in Papua, la regione più orientale del paese, le autorità indonesiane hanno interrotto l’accesso a Internet, presumibilmente per scongiurare la violenza che avrebbe potuto essere scatenata dalla rapida diffusione della disinformazione online.
  • Il regolamento ministeriale 5 (MR5), entrato in vigore a novembre 2020 con poca consultazione, richiede che tutti i servizi e le piattaforme digitali private si registrino presso il Ministero delle comunicazioni e dell’informatica e accettino di fornire l’accesso ai propri sistemi e dati come specificato nel regolamento. Coloro che non si registrano entro il 24 maggio saranno bloccati in Indonesia.
  • Lo scorso ottobre, la Corte Costituzionale ha stabilito che il blocco di Internet durante periodi di agitazione sociale era lecito.

Un confronto 

  • Rispetto alle misure proposte dall’Indonesia, le società di social media in Vietnam sono tenute a rimuovere i contenuti offensivi dalle loro piattaforme entro un giorno dalla ricezione di una richiesta dalle autorità. L’India concede alle aziende 36 ore di tempo per la rimozione, con possibili sanzioni penali in caso di mancato rispetto.

Relazioni commerciali Indonesia-UE

L’Indonesia sta dimostrando di avere tutte le carte in regola per ricoprire un ruolo chiave nella ripresa economica post pandemia e di essere pronta a collaborare con l’Europa in settori chiave per lo sviluppo del Paese.

Rafforzare la collaborazione tra Europa e Indonesia per meglio cogliere tutte le opportunità della ripresa dell’economia globale. È questo il tema che è stato al centro durante i due giorni dell’“Indonesia-Europe Business Forum 2022: Enhancing Partnership for Stronger Economic Recovery”, che si è svolto il 1° e 2 marzo scorsi. Un evento online che ha visto la partecipazione di alti rappresentanti della comunità business e politico-istituzionale,  con l’obiettivo di presentare le potenzialità di partnership tra Indonesia ed Europa con un particolare focus sui seguenti settori: esplorare la potenziale collaborazione nell’architettura sanitaria globale e nell’industria farmaceutica, promuovere il commercio e gli investimenti nelle energie rinnovabili, nonché rafforzare il commercio globale e la resilienza delle catene di approvvigionamento.

Ad aprire i lavori del Forum è stata la Ministra degli Affari Esteri della Repubblica di Indonesia, H.E Retno L.P. Marsudi. Innanzitutto, la Ministra ha preso posizione riguardo la guerra in Ucraina, dichiarando che “l’invasione russa viola il diritto internazionale e il rispetto della sovranità e integrità territoriale di ciascuno Stato.” La diplomatica indonesiana spera in una risoluzione pacifica del conflitto nonostante il risvolto negativo che questa crisi avrà a livello economico. Per quanto riguarda la ripresa economica, ci si sta muovendo nella giusta direzione sia in Indonesia che in Europa. L’Indonesia registra il 53 per cento della popolazione vaccinata e la partnership con l’Europa ha aiutato molto l’economia di Giacarta, oggi l’Unione Europea  è il quinto partner commerciale per l’Indonesia . Inoltre, Giacarta punta a diventare un hub regionale sempre più rilevante nel settore manifatturiero e digitale.

La partnership con l’UE deve quindi svilupparsi su tre livelli principali: quello sanitario, aiutando l’Indonesia ad affermarsi a livello globale, quello dell’economia tecnologica e digitale, nel quale Giacarta ha già registrato otto unicorni,che secondo le stime raggiungerà i 150 miliardi nel 2025 ed infine, quello ambientale, cavalcando la transizione energetica sostenibile per raggiungere l’obiettivo “zero emissioni” entro il 2060. 

In seguito, anche il Ministro per il coordinamento degli affari economici indonesiano ha sottolineato la volontà di Giacarta di rafforzare l’impegno con l’Europa attraverso forum bilaterali e multilaterali. Per di più, i dati riguardo la crescita per il 2022 sembrano incoraggianti: il governo indonesiano  si aspetta un aumento del 4-5 per cento e che, degli investimenti diretti esteri, in totale 31, 3 miliardi, 2,4 provengano da Paesi europei. Inoltre, sono previste delle riforme per accelerare gli investimenti nella nuova capitale Nusantara.

Tra i rappresentanti italiani Barbara Beltrame Giacomello, Vicepresidente Confindustria per l’internazionalizzazione, ha sottolineato l’importanza di questo meeting per sfruttare al meglio le opportunità economiche tra i due Paesi. “L’Indonesia è per l’Italia un partner chiave a livello commerciale, prima dell’emergenza sanitaria il flusso di investimenti tra Italia e l’Indonesia aveva raggiunto i 3,1 miliardi di euro e nei primi dieci mesi del 2021 la ripresa dell’interscambio è stata del + 21.5% rispetto al 2020.” La Vicepresidente ha inoltre ribadito: “Questi sono numeri incoraggianti ma c’è ulteriore potenziale per rafforzare la cooperazione, soprattutto per quanto riguarda i beni di alto valore. Inoltre, per aumentare le relazioni economiche bisognerà puntare agli investimenti nelle tecnologie avanzate 4.0, passi fondamentali soprattutto per la crescita e lo sviluppo delle Piccole e Medie Imprese. Europa e Indonesia si stanno dando da fare per implementare i pacchetti di riforma atti ad aumentare produttività e modernizzazione.” 

Per quanto riguarda l’Italia, il sistema industriale ha messo in atto riforme grazie al PNRR e questo è il momento per supportare le aziende nell’internazionalizzazione, con l’obiettivo di creare produzione intelligente per l’ecosistema nell’ottica di una cooperazione a livello internazionale. Infine, la Vicepresidente ha affermato che “il futuro del  rapporto con l’Indonesia dipende da come abbineremo le nostre debolezze e i nostri punti di forza: se avremo successo, la nostra economia avrà un ruolo di primo piano per la crescita futura a livello europeo. Questo evento è un grande inizio per esplorare nuovi approcci per lavorare insieme, condividere le competenze per una crescita sostenibile e a lungo termine”.

In conclusione, il bilancio dei due giorni di incontri può considerarsi più che positivo. Il Forum è servito come piattaforma per una proficua discussione tra i responsabili politici, i leader aziendali e altre parti interessate. Indonesia ed Europa, in linea con l’obiettivo principale del G20 di quest’anno, si sono dimostrate pronte ad intraprendere nuove partnership per ottenere una ripresa globale post pandemica stabile e sostenibile. 

La cultura islamica in Indonesia

Nonostante l’importanza del sincretismo religioso per il Paese, l’Islam è una componente fondamentale nella cultura, società e politica indonesiana.

L’Indonesia è il Paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo, con l’86,7% della popolazione che si identifica come musulmana e più di 231 milioni di aderenti. 

Gran parte della popolazione segue l’Islam sunnita tradizionale, ma con un’interpretazione generalmente moderata e in linea con la “Pancasila”, ovvero il credo fondamentale dell’Indonesia che rimane alla base della sua tradizionale tolleranza e si riferisce fondamentalmente alla fede in Dio, nell’umanità, nell’unità nazionale dell’Indonesia, nella democrazia e nella giustizia sociale.

Questa cultura islamica moderata è stata fortemente voluta dal generale Suharto e viene tuttora promossa da associazioni come Nahdlatul Ulama, fondata nel 1926 proprio in reazione alla conquista saudita della Mecca e Medina e alla sua rigida comprensione dell’Islam. Queste associazioni sono presenti in modo capillare nel territorio indonesiano, prevalentemente nelle zone di Java, Sumatra e Sulawesi, e hanno dato importanti contributi sociali allo sviluppo dell’istruzione in comunità remote e sottosviluppate. Per esempio, esiste una fitta rete di scuole islamiche, le cosiddette “madrase”, che coesistono parallelamente alle scuole pubbliche e giocano un importante ruolo nel promuovere l’educazione, soprattutto femminile, in villaggi rurali. Nonostante il dibattito sia aperto riguardo alla loro effettiva qualità, le madrase indonesiane hanno raggiunto la parità di genere nelle iscrizioni scolastiche, e rappresentano una soluzione a basso costo per estendere l’educazione a quelle fasce della popolazione spesso escluse. 

Del resto, anche le scuole pubbliche, per legge laiche, iniziano a subire l’influenza della cultura islamica. In molte scuole, infatti, così come negli uffici pubblici delle regioni a maggioranza musulmana, vige un obbligo più o meno esplicito di indossare copricapi come il jilbab anche per cittadini di altre credenze religiose.  Anche quando il regolamento non richiede legalmente il jilbab, molto spesso sono state fatte alle ragazze o alle loro famiglie pressioni di indossarlo, con l’argomentazione da parte dei sostenitori che queste misure sono necessarie per far fronte a questioni come la povertà, la gravidanza adolescenziale e la pornografia su Internet. Dinamiche di questo tipo hanno però scatenato l’indignazione, espressa prevalentemente sui social media, di alcuni cittadini non musulmani, tanto che lo scorso febbraio il governo ha emesso un decreto che vieta alle scuole pubbliche di rendere obbligatorio l’abbigliamento religioso per insegnanti e studenti, nell’ultimo apparente tentativo del governo di combattere una crescente influenza dei gruppi islamici nella politica locale e nazionale in Indonesia.

Non è comunque la prima volta che alcuni gruppi di matrice islamica cercano di influenzare le abitudini e la politica del Paese. Nel 2016 infatti, il Consiglio Ulema indonesiano, il più grande corpo di chierici islamici del paese, ha emesso un editto religioso, noto anche come fatwa, che vieta ai musulmani di indossare abiti a tema natalizio, in particolare coloro che lavorano in centri commerciali, grandi magazzini e ristoranti. Inoltre, movimenti conservatori islamici stanno iniziando ad opporsi alla pratica, considerata occidentale, delle uscite e appuntamenti tra single, che porterebbero giovani uomini e donne alla tentazione di avere rapporti prematrimoniali, proibiti nell’Islam. A tal proposito, sono nati veri e propri siti di incontri per formare aspiranti coppie che vogliono sposarsi scegliendo di rimandare la fase di conoscenza iniziale al dopo le nozze. Queste piattaforme stanno avendo un enorme successo: la più popolare, Indonesia Tanpa Pacaran (letteralmente: Indonesia senza appuntamenti) ha raggiunto in pochi anni quasi un milione di seguaci. 

Sorprende comunque che il ritorno ad un Islam più conservatore stia venendo proprio dai giovani: un sondaggio condotto dall’agenzia Alvara nel 2019 mostra che gli indonesiani di età compresa tra i 14 e i 29 anni tendono ad avere posizioni conservatrici molto più estreme rispetto a chi è più anziano. La popolarità della hijrah (il pentimento per comportamenti non islamici) dà la misura di quanto sia cambiato l’Islam in Indonesia dal regime di Suharto.

Nusantara, la nuova Giacarta in Borneo

Il governo indonesiano ha ufficialmente deciso che, a partire dal 2024, la nuova capitale sarà trasferita in Borneo e prenderà il nome di Nusantara, con la speranza di alleviare la congestione e il sovraffollamento dell’attuale capitale sull’isola di Giava.

La notizia che l’Indonesia avrebbe trasferito la sua capitale dalla congestionata megalopoli di Giacarta non è nuova. Se ne parla infatti già dal 2017, quando il presidente Joko Widodo aveva espresso la sua preoccupazione per il futuro della città che, con i suoi 10 milioni di persone, da anni soffre di sovrappopolazione, inondazioni, inquinamento e sta sprofondando a causa dell’eccessiva estrazione delle acque sotterranee.  La maggior parte dell’attività economica indonesiana si concentra infatti nell’isola di Giava, dove si trova l’attuale capitale. Sono state inizialmente presentate due proposte alternative per risolvere tali problemi: spostare del tutto la capitale creando una città pianificata completamente nuova, simile al trasferimento della capitale brasiliana da Rio de Janeiro alla città pianificata di Brasilia nel 1960 o mantenere Giacarta come capitale ufficiale, ma creare un centro amministrativo separato, seguendo l’esperimento della Malesia quando spostò il suo centro amministrativo federale a Putrajaya.

La decisione ufficiale è poi arrivata nell’aprile 2019, con l’annuncio che Giacarta non sarebbe più stata la capitale dell’Indonesia, con un piano di 10 anni per trasferire tutti gli uffici governativi in una nuova capitale. Quest’ultima sarà situata nel Borneo, a cavallo tra due distretti: Penajam Paser Utara e Kutai Kertanegara nella provincia di East Kalimantan, a due ore di volo da Giacarta. La capitale sarà costruita su 180.000 ettari di terra già di proprietà del governo, minimizzando così il costo di acquisizione del suolo. La zona è stata scelta per due motivi principali. Prima di tutto, grazie alle condizioni geologiche favorevoli, che rendono terremoti, inondazioni ed eruzioni vulcaniche meno frequenti. Il secondo motivo è per ragioni politico-economiche. Infatti, il governo vorrebbe rallentare il crescente divario economico tra Giava e le altre isole dell’arcipelago. Ad oggi infatti, il 54% degli oltre 260 milioni di abitanti dell’Indonesia risiede a Giava e il 58% del prodotto interno lordo del Paese è prodotto su quest’isola, nonostante sia la più piccola delle cinque isole principali dell’Indonesia.

La nuova capitale si chiamerà Nusantara, letteralmente “arcipelago” in Bahasa Indonesia. Per quanto riguarda le tempistiche, nonostante alcuni ritardi causati dalla pandemia da COVID-19, si stima che la nuova città sarà operativa nel 2024, anno in cui il presidente Widodo terminerà il suo secondo mandato quinquennale. Il ministero della pianificazione dello sviluppo nazionale ha stimato che il trasferimento costerà circa 466 trilioni di rupie indonesiane (circa 32,7 miliardi di dollari), con il governo che intende coprire il 19% del costo. Il resto dovrebbe provenire principalmente da partenariati pubblico-privati, così come da investimenti diretti delle imprese statali e del settore privato. Secondo alcune stime, circa un milione e mezzo di persone potrebbero trasferirsi da Giacarta alla nuova capitale. Molte agenzie governative ovviamente si trasferiranno, ma la banca centrale e altre agenzie economiche rimarranno a Giacarta.

Vista l’enorme portata del progetto, la nazione è ancora divisa sulla necessità del trasferimento. I sostenitori condividono le preoccupazioni del presidente sul peggioramento della congestione del traffico di Giacarta, l’inquinamento dell’aria, la subsidenza e gli alti prezzi delle proprietà – così come la necessità di far ripartire l’economia nelle parti orientali del Paese, meno sviluppate. D’altra parte, critici sostengono che è mancata un’adeguata consultazione pubblica sul progetto, mentre alcuni ambientalisti temono che la mossa possa accelerare la distruzione delle foreste che ospitano oranghi, orsi e scimmie dal naso lungo, oltre ad aumentare l’inquinamento, vista la situazione già compromessa a causa delle miniere di carbone e delle industrie che producono olio di palma. Per tutta risposta, il governo ha assicurato che il piano è di mantenere la città compatta, in modo da non danneggiare le foreste pluviali tropicali circostanti e che la metà dei 180.000 ettari totali assegnati saranno destinati a “spazio verde”.
Nel frattempo, preoccupa anche l’impatto che questo megaprogetto avrà sul debito pubblico indonesiano, che sebbene sia tra i più bassi tra i paesi dell’ASEAN, è aumentato di quasi 10 punti percentuali negli ultimi due anni.

L’Indonesia guida la transizione ASEAN verso un’agricoltura sostenibile

Speciale G20 Indonesia /

La sicurezza alimentare è una delle sfide del nostro tempo, ma l’ASEAN dovrà puntare su un’agricoltura sostenibile se vorrà limitare i rischi sociali e ambientali causati dal cambiamento climatico.

L’agricoltura sostenibile nel Sud-Est asiatico può essere la chiave di volta per la lotta globale al cambiamento climatico. Come sottolinea il giornalista statunitense David Wallace-Walls, “il futuro del pianeta sarà determinato in buona parte dalla traiettoria di crescita del mondo in via di sviluppo”, e le economie emergenti dell’ASEAN sono l’epicentro di questa trasformazione. Lo straordinario sviluppo demografico e la rapida urbanizzazione, l’aumento dei redditi, dei consumi, e il conseguente impennarsi della domanda di energia rendono difficilmente conciliabili interessi nazionali e imperativi di sostenibilità. Ma il Sud-Est asiatico è anche una delle regioni più vulnerabili al cambiamento antropogenico del clima. Secondo un rapporto dell’ISEAS, inondazioni, perdita di biodiversità e aumento del livello del mare sono le tre minacce percepite come più incombenti dalle comunità regionali, e per l’81,1% degli intervistati queste avranno un impatto diretto sull’approvvigionamento di cibo.

Il tema della sicurezza alimentare è una delle sfide del nostro tempo, e gli effetti della pandemia sul settore agricolo sono stati devastanti nel Sud-Est asiatico. Lo sviluppo dell’agricoltura sostenibile è infatti al centro del Comprehensive Recovery Framework, pensato dall’ASEAN per uscire dalla crisi causata dal Covid-19. Gli Stati membri hanno concordato sulla necessità di promuovere misure che tutelino le catene di approvvigionamento alimentare, essenziali per “mitigare il rischio di grandi shock, che hanno un impatto considerevole sulla società, specialmente sulle persone più povere e più vulnerabili”. 

La food security, però, deve essere promossa contestualmente ad altre iniziative di contrasto al cambiamento climatico. A questo proposito, oltre ad aver recentemente fornito una tassonomia che integrerà il linguaggio di tutti i progetti nazionali volti alla sostenibilità, l’ASEAN punta molto sulla cooperazione internazionale. Quello dell’agricoltura sostenibile sarà un punto all’ordine del giorno dell’High Level Meeting organizzato al Dubai Expo 2021, dove si incontreranno i vertici del settore privato e pubblico dei Paesi ASEAN, dell’Italia e degli Emirati Arabi Uniti, per discutere di una cooperazione futura all’insegna della sostenibilità. L’incontro si terrà il 9 dicembre a Dubai, ed è stato organizzato dal Commissariato Italiano all’Expo in collaborazione con la Camera di Commercio a Dubai e l’Associazione Italia-ASEAN. Gran parte della cooperazione climatica si svolge però a livello nazionale. Il Fondo internazionale per lo sviluppo dell’agricoltura (IFAD), ad esempio, collabora con il governo indonesiano per l’implementazione di otto progetti di sviluppo rurale sostenibile. Dal momento che il 44% della popolazione dell’Indonesia vive in aree rurali, e che l’agricoltura è la sua principale fonte di reddito, il successo dell’Agenda 2030 nel Paese è un indicatore dei progressi dell’intera regione. 

Le pratiche di produzione agricola alternative sperimentate in Indonesia sono d’ispirazione anche per gli altri Paesi ASEAN. Tali iniziative, incoraggiate dal governo di Joko Widodo, sono nate spesso dal basso. Questo perché la popolazione indonesiana è una delle più esposte agli effetti drammatici del cambiamento climatico, tra cui il rischio che buona parte delle sue città costiere finisca sepolta sotto il livello del mare. Questa condizione la rende particolarmente motivata a pensare a stili di vita, produzione e consumo alternativi. Durante la pandemia, a Giacarta ha spopolato il ricorso all’agricoltura urbana, che secondo gli esperti potrebbe rivelarsi alla causa della sicurezza alimentare, rispondendo anche alla forte pressione demografica della regione. Tahlim Sudaryanto, presidente dell’Indonesian Center for Agriculture Socio Economic and Policy Studies (ICASEPS) sotto il Ministero dell’Agricoltura indonesiano, ha lodato questi progetti. Considerando che entro il 2050 più di due terzi della popolazione globale vivranno nelle città, secondo uno studio del 2018 pubblicato su Earth’s Future, l’agricoltura urbana potrebbe produrre fino a 180 milioni di tonnellate di cibo l’anno, e fornire il 10% della produzione globale di legumi e verdure. 

Diversi progetti di agricoltura sostenibile si sono rivelati virtuosi nel Paese. L’Indonesia è la più grande economia del Sud-Est asiatico, e tre indonesiani su cinque vivono in campagna, ma il settore agricolo è la la principale fonte di reddito del 64% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Quando Audria Evelinn ha fondato Little Spoon Farm, ad esempio, aveva ben in mente la situazione di precarietà in cui viveva buona parte dei suoi concittadini. Il suo obiettivo era quello di “migliorare il sistema alimentare locale in Indonesia riconciliando le relazioni tra natura, agricoltori e consumatori”. Dal momento che il cibo è una forza potente per il cambiamento, dare la possibilità ai consumatori di scegliere prodotti locali, biologici, diretti e stagionali, crea “una domanda che sostiene un’economia locale sostenibile, che dà da vivere agli agricoltori”. Ecco perché ha lanciato il suo progetto sull’isola indonesiana di Bali, dove le pressioni del settore turistico a volte divergono dalle istanze ambientaliste creando dibattito sul futuro dell’economia locale. Audria Evelinn ha voluto dare il suo contributo, progettando una piattaforma online da cui le persone possono ordinare direttamente i raccolti freschi locali. Nella sua azienda si sperimentano anche pratiche di gestione cooperativa e sistemi di reimpiego dei prodotti per risolvere il problema dello spreco alimentare. L’esperienza di Little Spoon Farm conferma che non solo sono necessarie misure di cooperazione internazionale dall’alto: il coinvolgimento delle giovani generazioni e delle istanze dal basso nella lotta al cambiamento climatico è imprescindibile se si vogliono trovare soluzioni efficaci per il futuro del pianeta.

Indonesia: COP26 e road to G20 2022

Speciale G20 Indonesia /

Dagli impegni presi durante la conferenza sul clima di Glasgow agli obiettivi della presidenza di turno del G20: ecco quale può essere il futuro di Giacarta

Quest’anno il vertice COP26 è stato ospitato dai governi del Regno Unito e dell’Italia nella città scozzese di Glasgow. Come ogni anno, la COP è un momento importante che riunisce quasi tutti i Paesi con l’obiettivo di garantire un’azione tempestiva sui cambiamenti climatici. Nonostante le sfide poste dalla pandemia, i cambiamenti climatici continuano a generare gravi conseguenze ambientali, sociali ed economiche. Il vertice di quest’anno ha avuto l’arduo compito di affrontare il fallimento dell’ultima COP25 tenutasi a Madrid nel 2019, e ha presentato alcune sfide, tra cui interessi in competizione tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati, la questione del finanziamento del clima e le regole irrisolte per i mercati internazionali del carbonio che figuravano nell’articolo 6 dell’accordo di Parigi.

L’agenda della conferenza è stata suddivisa in cinque sessioni:

  1. Adattamento allo scaling-up;
  2. Mantenere in vita 1,5°C;
  3. Perdita e danno;
  4. Finalizzazione del Regolamento di Parigi – Articolo 6;
  5. Mobilitazione delle finanze.

Sin dall’inizio della Conferenza è emersa la forte (ma soprattutto necessaria) volontà politica dei leader mondiali a raggiungere gli obiettivi ambientali globali, ma l’Indonesia, data la sua posizione tra i principali contributori al cambiamento climatico globale, quali sforzi climatici sta compiendo e quali strategie sta mettendo in atto per influenzare positivamente il suo impatto ambientale interno e internazionale?

“L’Indonesia è un Paese super potente nel campo della mitigazione dei cambiamenti climatici”, queste le parole di Alok Sharma, presidente designato per la 26a Conferenza delle parti sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite, al Ministro dell’ambiente indonesiano Siti Nurbaya durante l’attesissimo incontro di Glasgow. Il governo inglese ha affermato che la collaborazione con l’Indonesia è stato uno degli elementi più importanti del successo della Gran Bretagna come host della COP26 ed ha espresso il desiderio di una continuità tra i due soggetti, realizzata e rafforzata attraverso la leadership congiunta nell’ambito del dialogo relativo alla silvicoltura, all’agricoltura e al commercio delle materie prime (FACT).

Il vertice sul clima ha offerto al presidente indonesiano Joko Widodo (“Jokowi”) l’opportunità di dare voce alla sua visione dell’Indonesia come “costruttore di ponti” e risolutore di problemi globali. Il presidente ha sottolineato la serietà del governo nel voler controllare il cambiamento climatico, che ha affermato essere tra i principali interessi nazionali del Paese; ha incoraggiato i leader mondiali a promuovere lo sviluppo verde e ad aumentare la resilienza climatica, come si evince dall’aggiornamento del Nationally Determined Contribution (NDC) presentato alla Conferenza delle Nazioni Unite nel luglio di quest’anno.

Finora, l’Indonesia ha presentato diversi documenti alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), 8 in tutto, che vanno da quelli relativi all’adattamento a quelli inerenti al finanziamento di soluzioni nature-based. In ognuno di questi documenti, il governo indonesiano ha ribadito il suo impegno a ridurre le emissioni del 29% rispetto allo scenario Business As Usual (BAU) nel 2030. In sede di Conferenza, il Ministro per l’ambiente indonesiano, Siti Nurbaya Bakar, ha aggiunto che col supporto internazionale, si potrebbe ottenere uno scenario più ambizioso arrivando ad abbattere il 41% delle emissioni e rispettare, in questo modo, il Low Carbon Compatible with Paris Agreement (LCCP). Entro il 2030, l’Indonesia si avvicinerà allo stato di essere un pozzo di carbonio netto nel settore della silvicoltura e dell’uso del suolo: il governo ha in programma di ridurre gradualmente l’uso del carbone fino al 60% entro il 2050 e procederà verso una condizione di emissioni nette pari a zero entro il 2070.

In qualità di capo della delegazione della Repubblica di Indonesia per la COP26, alla Conferenza il ministro Siti ha introdotto la Road Map governativa per l’adattamento ai cambiamenti climatici fino al 2030. Questo nuovo percorso ha previsto (e prevede per il futuro) diverse iniziative: la prima ha visto il coinvolgimento attivo della comunità attraverso il Climate Village Program (ProKlim), Ecoriparian: un programma che mira al ripristino dell’ecosistema di mangrovie e agro-forestazione sociale come fase di lavoro per l’adattamento climatico. Il programma ha coinvolto e integrato anche i programmi di lavoro di Ministeri e Agenzie, i governi locali, il settore privato e i leader delle comunità locali.

La seconda iniziativa nell’azione per il controllo del cambiamento climatico è “Indonesia FoLU Net-sink 2030“. Questo ambizioso obiettivo sarà accompagnato da un manuale di operatività, il cui completamento è previsto entro la fine del 2021, con finalità di supervisione e controllo. L’azione indonesiana sui cambiamenti climatici nel settore energetico mira alla graduale eliminazione delle centrali elettriche a carbone, all’implementazione dei termovalorizzatori, allo sviluppo di energia da biomassa, energia idroelettrica, solare e fotovoltaica, all’energia geotermica e alla conversione di centrali diesel ad alto costo con gas e NRE.

Nella sessione dedicata al “Finalising the Paris Rulebook – Article 6”, il viceministro indonesiano Alue ha presentato una proposta per trovare una soluzione comune per mettere in atto l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi:

  • aumentare l’ambizione e l’attuazione dei risultati del NDC (Nationally Determined Contriution) attraverso un approccio cooperativo e il sostegno finanziario tra gli Stati membri continuando a garantire il raggiungimento dell’integrità ambientale dalle azioni di mitigazione svolte;
  • al fine di evitare una doppia pretesa nella riduzione delle emissioni, l’Indonesia propone di utilizzare la migliore metodologia nella preparazione della linea di base, trasparente nella rendicontazione e basata sulle circostanze nazionali;
  • in termini di erogazione di fondi per le attività di adattamento possono essere effettuati previo accordo delle due parti che cooperano;
  • l’Indonesia incoraggia anche l’adozione dell’articolo 6 dell’accordo di Parigi alla COP 26 di Glasgow, considerando la sua importanza nel sostenere l’aumento dell’ambizione e l’attuazione degli NDC per raggiungere l’obiettivo a lungo termine di ridurre le temperature globali a 1,5°C.

La COP26 di Glasgow è anche stata il punto d’inizio della discussione sul New Collective Quantified Goal (NCQG). Per l’Indonesia, l’NCQG deve riflettere i bisogni reali e garantire che le finanze affluiscano effettivamente ai Paesi in via di sviluppo. Il processo di discussione del NCQG può essere avviato da una prospettiva politica e tecnica. Riunioni multilaterali o bilaterali formali e informali possono essere utilizzate per ottenere input e opinioni dalle parti, che possono essere parte del processo. L’intero processo deve essere inclusivo e trasparente. Il NCQG deve anche essere più ambizioso e comprensibile sia per i Paesi sviluppati che per quelli in via di sviluppo e più equilibrato in termini di utilizzo dei finanziamenti per il clima per la mitigazione e l’adattamento.

Il Ministro Siti Nurbaya Bakar ha posto particolare attenzione ed enfasi sull’aspetto economico e finanziario esortando i Paesi sviluppati ad assumere la guida nel fornire ai Paesi in via di sviluppo le risorse finanziarie necessarie per attuare i programmi climatici. Il trade-off tra economia e ambiente è un problema. Il coordinamento tra governo centrale e leader locali è un’altra sfida che l’Indonesia deve risolvere per raggiungere i suoi obiettivi climatici. Essendo un grande Paese in via di sviluppo, con la quarta popolazione mondiale, l’Indonesia avrà bisogno di 5,7 miliardi di dollari ogni anno per finanziare la sua transizione verso l’energia verde. La sfida non sta nella redazione o firma di accordi e decreti, ma nel coordinamento e nell’esecuzione necessari per attuarli efficacemente. Le azioni per il clima richiedono politiche strategiche e cooperazione finanziaria tra le parti interessate a livello nazionale e globale. Pertanto, la speranza del governo indonesiano è quella di continuare a spingere per un sostegno all’aumento dei finanziamenti per il clima, anche attraverso la politica fiscale e l’aumento dell’accesso alle finanze globali.

Il Ministro Siti ha voluto concludere il suo discorso con una nota positiva in riferimento alle giovani generazioni, le quali nutrono una grande preoccupazione per l’ambiente e spingono il governo indonesiano a prendere più seriamente il cambiamento climatico. Un sondaggio del 2020 dell’Indonesia Bright Foundation ha rilevato che il 97% dei millennials indonesiani vede che gli impatti dei cambiamenti climatici sono ugualmente o più pericolosi della pandemia di COVID-19. Il 63% degli intervistati ha affermato che le prestazioni del governo sono state il principale ostacolo agli sforzi per il clima. Anche il principale gruppo di politica estera indonesiana, la Foreign Policy Community of Indonesia, ha recentemente lanciato un forte appello al governo per proteggere la nazione in occasione del centenario d’oro (2045) dalla minaccia della crisi climatica. La consapevolezza del cambiamento climatico in Indonesia sta crescendo e potrebbe supportare uno sforzo del governo più robusto.

L’Indonesia alla presidenza del G20 nel 2022

Per la prima volta dalla fondazione del G20 nel 1999, l’Indonesia è stata nominata per assumere la presidenza del G20 dal 1° dicembre 2021 al 30 novembre 2022. Il modus operandi che il Paese adotterà per il Summit del prossimo anno sarà quello di concentrare il dialogo internazionale sugli sforzi per raggiungere un recupero economico sostenibile, stabile ed equilibrato nel mondo post-pandemico.

Il Ministro degli Esteri indonesiano Retno Marsudi ha anticipato che il Summit del prossimo anno sarà ospitato sull’isola di Bali nel rispetto di stretti protocolli sanitari e si intitolerà: “Recover Together, Recover Stronger”.

Il tema scelto (in italiano: “Recuperare insieme, recuperare più forte”) ha lo scopo di incoraggiare gli sforzi congiunti per la ripresa economica mondiale. Una crescita inclusiva, incentrata sulle persone, rispettosa dell’ambiente e sostenibile è il principale impegno dell’Indonesia come presidente del G20. “Questi sforzi devono essere portati avanti attraverso una più forte collaborazione globale e un’innovazione incessante. Il G20 deve essere il motore dello sviluppo dell’ecosistema che guida la collaborazione e l’innovazione”, ha aggiunto il Presidente Widodo.

All’epoca della creazione del G20, la crisi finanziaria asiatica degli anni 1997-98 ebbe forti conseguenze sull’Indonesia: il crollo del Pil (-13,1% nel 1998) e le sempre più forti potreste popolari portarono alla caduta del regime di Suharto. Sotto la guida del suo successore, Habibie, il Paese intraprese un percorso di democratizzazione e riforme economiche che l’hanno portato a diventare una delle più dinamiche economie del Sud-Est asiatico. Insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia, Jakarta è un membro G20 a maggioranza islamica, ma porta avanti istanze ben diverse dagli altri due soggetti citati. Sin dall’inizio infatti, Giacarta si è assegnata il ruolo di mediatrice all’interno del Gruppo dei 20 tra le economie occidentali ed i Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). La mediazione indonesiana è stata importante anche nel sensibilizzare il forum alle problematiche dei Paesi emergenti e delle economie esterne al Gruppo dei 20. L’esperienza indonesiana ha permesso a Giacarta di fornire al G20 il punto di vista di un Paese emergente e di individuare uno schema di supporto per le nazioni che, come spesso accade nel caso delle economie in via di sviluppo, hanno un ridotto margine di manovra fiscale.

Oltre al ruolo di mediatore, l’Indonesia nel G20 ha svolto la funzione fondamentale di rappresentante dell’ASEAN all’interno del Gruppo. Giacarta è infatti l’unico membro G20 appartenente all’unione economica che comprende anche Brunei, Cambogia, Thailandia, Laos, Filippine, Vietnam, Malesia, e Myanmar. In virtù di ciò, l’Indonesia ha dunque sempre partecipato al G20 facendosi portatrice anche delle posizioni dell’ASEAN.

La presenza dell’Indonesia all’interno del G20 è, quindi, sia dovuta al peso economico e demografico di Giacarta, ma anche alla necessità di inserire nel Gruppo dei Venti un rappresentante di una regione di crescente importanza nel commercio globale. Giacarta ha sempre visto nel G20 l’opportunità per portare sul piano globale le istanze del Sud-Est asiatico, in particolare la preservazione di un’architettura regionale stabile e l’integrazione della regione nell’economia globale.