Myanmar

Myanmar, verso una progressiva liberalizzazione

Negli ultimi anni, il Myanmar ha approvato importanti riforme di liberalizzazione, volte ad attrarre investimenti esteri.

Dopo 35 anni, nel 2015 si sono tenute in Myanmar le prime elezioni generali libere con la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia. Da quel momento nel Paese è iniziata una progressiva liberalizzazione ed apertura all’internazionalizzazione, dopo anni di isolamento dettato dal governo militare.

Le nuove politiche di liberalizzazione puntano all’ingresso di investitori stranieri nel Paese soprattutto nei settori bancario, assicurativo e del commercio (al dettaglio e all’ingrosso). La strategia di attrazione di nuovi investimenti diretti esteri punta in particolar modo su una semplificazione e standardizzazione delle procedure burocratiche e ad un ammodernamento del diritto d’impresa.

Queste misure sono state valutate positivamente dalla Banca Mondiale, che – prima dell’emergenza COVID-19 – stimava una crescita del PIL al 6,5% sia per il 2020 sia per il 2021, a fronte invece di un rallentamento dell’economia globale.

Già nel 2016, era stata inaugurata la Borsa Yangon di Myanmar (YSX), joint-venture tra la Myanmar Economic Bank, il giapponese Daiwa Institute of Research e il Japan Exchange Group, tuttavia l’afflusso di investimenti diretti esteri era ostacolato dai rigorosi controlli istituiti dal governo militare, attenuati gradualmente nel 2018 con la diminuzione delle restrizioni all’ingresso di capitali stranieri nel settore del commercio al dettaglio e all’ingrosso.

Le nuove norme sul diritto d’impresa società sostituiscono una legge del 1914 e permettono agli investitori stranieri di poter detenere fino al 35% delle azioni di una società locale. Gli analisti prevedono che l’afflusso di capitali stranieri diffonderà nel Paese una maggiore cultura della trasparenza, best practices e know how, importanti per lo sviluppo del tessuto imprenditoriale del Myanmar

Inoltre, è stato avviato anche un processo di semplificazione burocratica: nell’autunno 2018 è stato istituito il Myanmar Companies Online (MyCO), un sistema online di registrazione delle società online, volto a favorire la trasparenza e a ridurre il numero di documenti necessari per avviare un’attività.

Dal novembre 2019, poi, la Banca centrale del Myanmar permette a compagnie assicurative e banche estere di accedere al mercato locale, fornendo loro le licenze necessarie. Nei prossimi anni il governo sosterrà l’apertura e la liberalizzazione di nuovi settori di investimento.

Da marzo 2020 invece gli investitori stranieri sono ammessi agli scambi nel mercato azionario del Myanmar. Per partecipare alla negoziazione, gli investitori stranieri (residenti e non) dovranno aprire un conto presso intermediari nazionali specializzati nella detenzione di fondi di investimenti.

Per ora solo cinque società sono quotate nella YSX, di cui tre aperte agli investimenti esteri, per un toltale di circa 9 milioni di dollari di azioni disponibili per l’acquisto. Tuttavia, è probabile che dagli investitori arriveranno richieste per allentare ulteriormente determinati aspetti: ad esempio, ad oggi è obbligatoria una verifica di persona dell’identità, che richiede la presenza fisica in Myanmar.

Le liberalizzazioni nel settore bancario

Sulla scorta del graduale processo di liberalizzazione del settore finanziario, all’inizio di aprile 2020 la Banca Centrale del Myanmar ha approvato l’entrata graduale nel mercato del Paese di sette banche provenienti da tutta l’Asia, che inizieranno ad operare dal 2021 dopo il rilascio delle dovute licenze.

Si tratta di una novità rilevante per il settore bancario, su cui il governo di Aung San Suu Kyi ha investito molto, se si pensa che fino al 2019 il Myanmar concedeva “licenze di filiale”, consentendo alle banche estere di operare solo verso le imprese, ma senza poter accettare depositi. Solo dal novembre 2019 vi era stata una prima apertura all’offerta di servizi a famiglie e consumatori.

Le nuove licenze consentiranno alle banche estere di offrire una gamma completa di servizi come concedere prestiti ai clienti privati e ad aziende, scambiare valuta estera e permettere a società, banche e private di gestire liquidità e prelevare depositi sia in valuta estera che locale. Queste informazioni sono state confermate dalla Siam Commercial Bank, una delle più grandi banche della Thailandia, prossima all’entrata nel Myanmar.

Rimane tuttavia la limitazione per cui le banche estere potranno aprire nel Paese solo filiali, quindi con un’entità legale separata e costituite come società con sede in Myanmar.

Una possibile alternativa per le società bancarie estere sarà investire nelle banche locali, nel massimo del 35% del capitale sociale.

Tuttavia, sul settore bancario del Myanmar continua a pesare la legislazione dell’ex governo militare. Sean Turnell (consigliere economico di Aung San Suu Kyi) ha affermato che il maggiore ostacolo risiede nelle norme che fissano per legge i tassi di interesse al 13% per i prestiti con garanzie reali e al 16% per i prestiti non garantiti. Ciò impedisce di valutare e premiare adeguatamente i clienti che rientrano in una bassa classe di rischio. Anche il tasso sui depositi è fissato dalla legge al 10%. Sempre secondo le parole di Turnell, il governo mira ad eliminare tali limiti nel prossimo futuro.

Un ulteriore ostacolo è rappresentato, inoltre, dalle barriere culturali che ancora esistono nel Paese. I cittadini hanno scarsa fiducia nel settore bancario e preferiscono conservare valuta fisica o immagazzinare ricchezza sotto forma di oro e giada. A riprova di ciò, basti considerare che il 90% dei cittadini del Myanmar non possiede un conto corrente.

Tuttavia, anche in Myanmanr come in tutta l’ASEAN, cominciano a diffondersi servizi di digital wallet (il primo è stato Wawe Money nel 2017), che potrebbero permettere una rapida evoluzione del mercato dei servizi finanziari da mobile, malgrado le enormi barriere regolamentarie che ancora pesano sul settore.

La proattività mostrata negli ultimi anni dal Governo sembra dunque andare nella direzione giusta, nonostante negli investitori permanga preoccupazione per l’instabilità del Paese, per la poca trasparenza nei processi decisionali e per lo scarso coordinamento tra i vari livelli e organi istituzionali ai quali è preposta l’emissione di licenze e permessi per operare nel Paese.

Il processo di liberalizzazione e ammodernamento del Paese sta comunque procedendo molto rapidamente, anche supportato dal fatto che il Myanmar può contare su una grande disponibilità di forza lavoro, su bassi costi di produzione e sulla ricchezza di risorse naturali, oltre che sui legami commerciali con le dinamiche economie dell’ASEAN.

Articolo a cura di Gabriel Zurlo Sconosciuto

Fallito il tentativo di riforma costituzionale in Myanmar

Il Partito per l’Unione, la solidarietà e lo sviluppo (USDP) e i militari del Tamtadaw bloccano le riforme di Aung San Suu Kyi

A partire dal 10 Marzo il Parlamento del Myanmar ha iniziato le votazioni sulla legge di revisione costituzionale fortemente voluta dalla Lega Nazionale per la Democrazia, partito della Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi.

L’attuale Carta Costituzionale birmana è entrata in vigore nel 2008 e garantisce di diritto ai militari un quarto dei seggi in Parlamento. Garantisce loro, inoltre, la maggioranza in diversi organi statali, uno su tutti il Consiglio Nazionale di Difesa e Sicurezza. La stessa Carta prevede una maggioranza dei tre quarti per il procedimento di revisione costituzionale, maggioranza che, de facto, senza il voto dei militari è impossibile da raggiungere.

L’opposizione dei militari in Parlamento è stata quindi efficace. Nei primi giorni di votazione, infatti, sono state bocciate le due principali proposte della riforma: quella riguardante la riduzione, gradualmente e in 15 anni, dei seggi spettanti alle Forze Armate e quella finalizzata alla modifica dell’articolo 59 della Costituzione, che nega ai cittadini con parenti di nazionalità straniera la possibilità di poter concorrere alla Presidenza del Paese. Proprio quest’ultima disposizione rappresenta l’ostacolo più importante per la Consigliera Suu Kyi, vedova dello studioso inglese dell’Università di Oxford, Michael Aris, e madre di due figli con cittadinanza britannica. Le due proposte hanno raggiunto rispettivamente 404 e 393 “sì”, non sufficienti, quindi, per raggiungere il 75% di voti favorevoli previsto dalla Costituzione.

Altro obiettivo della riforma presentata è, inoltre, proprio quello di ridurre la maggioranza necessaria per la revisione della Carta Costituzionale da tre quarti a due terzi.

Il boicottaggio da parte dei militari e del USDP era iniziato già qualche mese fa, quando, i componenti dei due schieramenti, erano fuoriusciti anzitempo dal Comitato per l’Emendamento, organo che avrebbe dovuto studiare e preparare il nuovo assetto istituzionale del Myanmar. Il loro obiettivo è sicuramente quello di arrivare, con l’attuale assetto costituzionale, alle prossime elezioni limitando il potere della Lega Nazionale per la Democrazia.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea aspettano ormai da anni una svolta nel Paese che, nonostante le grandi aspettative riposte in Aung San Suu Kyi, stentano ad arrivare. Il Myanmar è ‘sotto osservazione’ su temi come il riciclaggio di denaro e le violazioni dei diritti umani nei confronti delle minoranze etniche, una su tutte quella dei Rohingya, gruppo a maggioranza musulmano perseguitato e, per questo, costretto a rifugiarsi in Bangladesh. Non sono dello stesso avviso Cina e Giappone che, in una continua “disputa regionale”, non perdono occasione per rafforzare i rapporti con il Paese.

Anche questo tentativo di riformare le istituzioni, con l’obiettivo di ridurre definitivamente il potere dei militari, sembra ormai naufragato. Per ora tutto rinviato alle prossime elezioni nazionali in programma per l’Autunno del 2020.

Articolo a cura di Alessio Piazza