Myanmar

Il ruolo dei social nel Myanmar post golpe

Articolo di Agnese Loreta

Dal boom di Internet e dei social media nel 2013 al loro shutdown ad intermittenza a partire dal 2021. Come ha cambiato l’utilizzo dei social media il golpe dell’esercito birmano.

Guerra e social media, un binomio fondato da una dipendenza reciproca e che si è sviluppato a partire dalla metà del XIX secolo con i nascenti moderni strumenti di informazione. Da allora questa relazione, quasi intrinseca, non è più venuta a mancare ma, anzi, si è rafforzata ed ha portato a una crescita dell’esposizione informativa dei conflitti.

Di tale relazione sono interessanti due elementi: il primo è il tentativo di controllare il traffico di informazioni, il secondo è l’utilizzo intensivo dei social media come armi.

Di entrambi questi processi sono a conoscenza, rispettivamente, la Giunta militare ed il Movimento di Disobbedienza Civile (CDM), due degli attori primari della situazione in Myanmar. Dopo il 1° febbraio 2021, data che segna il terzo colpo di Stato avvenuto nella storia del Paese, e conseguentemente all’arresto di Aung San Suu Kyi, il malcontento da tempo celato è scoppiato tra le strade birmane ed ha preso gran voce tramite il CDM, con i social media che hanno giocato un ruolo centrale nella sua creazione e nella sua lotta. 

La storia del Myanmar è tristemente contornata da conflitti, a partire da quelli anglo-boeri fino all’invasione del Giappone. Stavolta però il ruolo dei social media ha assunto una forte centralità, complice il fatto che solo nel 2013 è terminato il monopolio statale sui servizi telefonici, permettendo quindi una fruizione maggiore di Internet e dei servizi ad esso associati.  Ciononostante, le politiche della Giunta militare contro la libertà d’opinione e d’espressione, poste in essere a partire da febbraio 2021, hanno notevolmente modificato l’assetto degli utenti dei social media. Di fatto, se nel gennaio 2021 si registravano 23,65 milioni di utenti in Internet e 29 milioni di utenti di social media; un anno dopo, il numero è salito a 25,68 milioni – con un aumento del +7,1% nel corso del 2021 – mentre si registra un netto crollo in quelli dei social media, che a gennaio 2022 erano di 20,75 milioni, praticamente ⅓ di utenti in meno. Secondo Statcounter Global Stats a marzo 2022 il social media maggiormente utilizzato in Myanmar è Facebook (87,21%), seguito da YouTube (5,48%), Pinterest (3,5%), Twitter (1,67%), VKontakte (1,21%) e Instagram (0,38%). 

Oltre che per la sua predominanza nel Paese, Facebook è noto anche per avere avuto un ruolo complesso in Myanmar. Di fatto, se da una parte è riuscito ad unire i cittadini birmani ed a creare una comunicazione diretta tra popolo e governo in carica, dall’altra parte non è stato capace di controllare le difficoltà sorte dalla rapida diffusione dei social media in un lasso di tempo breve, come l’hate speech e la disinformazione problemi correlati all’assenza della cosiddetta “alfabetizzazione digitale critica”. Nonostante Facebook abbia adottato strumenti e politiche volte alla risoluzione delle problematiche sopra citate, queste non sono scomparse ma sono riemerse con prepotenza in occasione delle elezioni del 2020 e, successivamente, dopo il colpo di Stato a cui ha fatto seguito il divieto dell’utilizzo di Facebook. La Giunta militare riteneva che con questa mossa si potessero bloccare le manifestazioni e l’attivismo del CDM ma, al contrario, ha comportato un aumento esponenziale nell’uso di Twitter che però non è stato in grado di risolvere i problemi di disinformazione e di hate speech che affliggevano il fratello-Facebook. 

Secondo l’analisi di Freedom House, la libertà di Internet in Myanmar ha subito una brusca battuta d’arresto dopo il colpo di Stato ed ha segnato “il più grave declino mai documentato da Freedom on the Net”, come si legge nell’introduzione al Rapporto che dà un punteggio complessivo di 17/100 al Paese.  

Nonostante le piattaforme social ed Internet vengano oscurate e bloccate in Myanmar da parte del governo militare, i manifestanti sono capaci di aggirare questi divieti grazie alla messaggistica criptata – come Signal, Viber e Messenger – e le VPN; inoltre, applicazioni come Bridgefy hanno garantito ai dimostranti di comunicare tra loro anche durante i momenti di blackout totale di Internet. Questo dimostra come la pratica dello shutdown di Internet sia limitata e antiquata ma anche quanto sia forte la resistenza dei cittadini. 

In conclusione, sebbene i social media non siano privi di difetti e di grattacapi e la strada per un loro uso consapevole, efficace sia ancora lunga, è doveroso riconoscergli una parte nodale per la nascita e la sopravvivenza stessa del CDM. Hanno saputo mantenere accesa l’attenzione sulla questione a livello internazionale, sono stati capaci di portare tra i cittadini birmani il valore dell’inclusività, poiché la lingua principale usata nei social era il birmano e sono stati un luogo – seppur virtuale – in cui le parole chiave erano resistenza e solidarietà. 

Il Myanmar divide l’ASEAN

Il Myanmar promette di essere ancora al centro delle dinamiche del Sud-Est asiatico nel corso del 2022. Con l’acuirsi delle lacerazioni interne e in assenza di un governo nazionale riconosciuto, la recente visita del Primo Ministro cambogiano Hun Sen ha dato fuoco alle polveri

Articolo a cura di Tommaso Grisi

Il Myanmar continua a far parlare di sé. A seguito del golpe che ha destituito il governo di Aung San Suu Kyi, il rapporto da tenere nei confronti della giunta militare ha creato non pochi problemi alle diplomazie del Sud-Est asiatico e del resto del mondo. Se da un lato era prevedibile la presa di posizione dei Paesi occidentali, con Stati Uniti e Unione Europea che hanno adottato fin dal primo momento sanzioni economiche verso la giunta, è sull’ASEAN che ad oggi sono rivolti gli interrogativi maggiori. L’organizzazione del Sud-Est asiatico sembra essere infatti l’unico attore in grado di poter esercitare una seria pressione sul Paese, vista l’inefficacia delle misure economiche adottate e l’impossibilità di intervento da parte delle Nazioni Unite, dove Cina e Russia hanno posto il veto in seno al Consiglio di Sicurezza. Consapevole di questo anche il Segretario di Stato americano Antony Blinken, che lo scorso dicembre ha condotto una missione diplomatica nel Sud-Est asiatico esprimendo ai leader dei Paesi partner forti preoccupazioni per quanto sta avvenendo in Myanmar.

Dal canto loro, i Paesi Membri dell’ASEAN hanno già dichiarato di non voler seguire la via delle sanzioni economiche e di voler prediligere un approccio più morbido, ma costruttivo. È in quest’ottica che in un primo momento era stato redatto un piano in cinque punti che mirava a fornire aiuti umanitari alla popolazione e ad instaurare un dialogo politico tra le parti.

Le divisioni tra gli Stati membri e la mancanza di collaborazione delle parti coinvolte hanno però portato a un nulla di fatto, con le cancellerie della regione indecise sul da farsi. Nonostante la comune volontà di portare al più presto il Paese in una condizione di maggiore stabilità, infatti, rimangono diversi nodi da sciogliere all’interno dell’organizzazione a cominciare dal riconoscimento o meno del ruolo di governo assunto dalla giunta militare, attualmente esclusa dalle riunioni dell’ASEAN, e dalla necessità di rivedere il tradizionale principio di non ingerenza che ha sino ad oggi guidato l’azione degli Stati Membri.

A tal riguardo, significativa è stata la visita del Primo Ministro cambogiano Hun Sen, che è stata oggetto di forti critiche. L’accusa, portata avanti dagli oppositori alla giunta, è di voler legittimare il regime instaurato, soprattutto alla luce del fatto che lo stesso Hun Sen abbia assunto il potere in Cambogia con un colpo militare nel 1997. La questione assume ancor più rilevanza considerando la doppia veste con cui il Primo Ministro si è trovato a far visita alla giunta, ovvero di Presidente di turno dell’ASEAN e di primo capo di governo a recarsi nel Paese dal momento in cui i militari hanno assunto il potere. Questo non costituisce di certo una novità per il Primo Ministro cambogiano, dal momento che già in passato era stato criticato per aver assunto posizioni troppo aperturiste nei confronti della giunta burmese, in particolar modo dopo aver proposto di estendere l’invito di partecipazione agli incontri dell’ASEAN anche ai responsabili del golpe. Nonostante ciò, il Primo Ministro cambogiano sembra intenzionato a proseguire su questa strada, avendo nominato il suo Ministro degli Esteri, Prak Sokhonn, nuovo inviato speciale in rappresentanza dell’ASEAN presso il Myanmar.

Proprio l’esclusione dalle riunioni dell’ASEAN potrebbe in effetti rappresentare un punto su cui far leva. L’accesso alle riunioni dei governi del Sud-Est asiatico costituirebbe un riconoscimento di fatto per la giunta militare, fondamentale per potersi interfacciare da pari a pari con gli altri Paesi della regione. Ed è proprio su questo punto che sembra giocarsi la credibilità dell’ASEAN. Qualora l’organizzazione dovesse cedere alle pressioni della giunta, infatti, sarebbe impossibile non subire un duro colpo alla propria immagine internazionale, dato che già negli scorsi mesi non sono mancate tensioni tra gli Stati membri proprio in riferimento alla questione birmana.

Ad oggi si pongono in forte contrasto con le posizioni della Cambogia i governi di Malesia e Indonesia, che hanno osservato con malumore la visita di Hun Sen nel Paese, affiancati da Singapore, mentre a suo supporto si sono schierati i rappresentanti di Laos, Thailandia e Vietnam. Insomma, le crepe interne all’organizzazione sembrano approfondirsi.

Myanmar, il futuro dopo il golpe

Il 1° febbraio 2022 saranno passati 365 giorni dal colpo di stato che ha riportato Naypyidaw sotto il controllo della giunta militare. Le prospettive per il paese che rappresenta un dilemma per il Sud-Est asiatico. Dal mini e-book di China Files “In Cina e Asia 2022”, realizzato in collaborazione con Associazione Italia-ASEAN

È un giorno qualunque di dicembre 2021. Digitando sulla barra di ricerca “Myanmar 2022” tra i risultati tre riguardano una possibile riapertura per il turismo, altri 3 riprendono l’allarme Onu sull’escalation della crisi umanitaria. Questa schizofrenia di immagini rafforza l’incertezza sul futuro del Myanmar, che a quasi un anno dal golpe si trova cristallizzato in un conflitto sociale (e armato) che sembra destinato a continuare. Il 1° febbraio 2022 saranno passati esattamente 365 giorni dalla deposizione del governo eletto ad opera del Tatmadaw, l’esercito nazionale.

Crisi umanitaria

Il programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) ha rilevato un netto arretramento delle condizioni di vita dei cittadini birmani dall’arrivo del generale Min Aung Hlaing al governo. Secondo una sua indagine, quasi la metà dei cittadini birmani (46,3%) potrebbe finire sotto la soglia di povertà entro la fine del prossimo anno. Per la popolazione urbana significherebbe un picco di residenti poveri tre volte superiore ai valori del 2019 (37,2% contro il precedente 11,3%).  Su 1200 famiglie intervistate, quasi la metà afferma di aver esaurito i risparmi. Il 68% sta stringendo la cinghia sul consumo di cibo, il 65,5% ha chiesto dei prestiti ai propri cari, altri a strozzini o istituti di credito. In poche parole: la doppia emergenza Covid19-golpe sta riportando il paese indietro al 2005, azzerando i risultati politici e socioeconomici degli ultimi 16 anni. 

A questa situazione si aggiunge la grave situazione del settore sanitario, che già prima del 2021 non godeva di buona salute. A oggi gli interessi della dirigenza militare sono lontani dai servizi per la cittadinanza, con il risultato che molte strutture mediche rimangono senza personale – fattore dovuto anche al movimento di disobbedienza civile, che rifiuta di lavorare per un governo che non riconosce. A oggi il 74% delle spese mediche sono ancora a carico dell’individuo: il Myanmar è il paese Asean con la spesa privata per le cure pro capite più alta.

Infine, non è meno preoccupante la continuità della violenza interna tra gruppi etnici e forze armate. Da un lato i giovani si sono uniti al movimento di disobbedienza civile, altri hanno raggiunto gli eserciti etnici per ricevere una formazione militare. Il Tatmadaw, a sua volta, ha riesumato l’addestramento obbligatorio per i figli dei soldati dai 14 anni in su, nonostante i trattati firmati con l’Onu per ostacolare l’arruolamento dei bambini-soldato. La partecipazione agli addestramenti è oggi estesa anche alle mogli del personale militare.

Stagnazione economica e politica

La situazione economica non è buona a livello nazionale, nonostante c’era chi sperava in una prima fase di caos seguita da una lenta stabilizzazione degli affari. Il pil pro capite sta tornando a decrescere ai livelli precedenti alle prime elezioni libere del 2015. La moneta locale, il kyat, ha perso più del 60% del suo valore rispetto al dollaro Usa. Nel frattempo, i prezzi aumentano e la carenza di benzina ha già portato alla chiusura temporanea di molte stazioni. L’International Food Policy Research Institute prevede un calo nell’acquisto di fertilizzanti durante la stagione dei monsoni, con gravi conseguenze per la produzione agricola. I commerci rallentano, e le restrizioni lungo i confini dovute all’emergenza sanitaria non fanno che contribuire allo stop alle attività. La giunta ha già ristretto le importazioni dei beni considerati “non essenziali”, mentre altri beni come i prodotti farmaceutici stanno diventando sempre più costosi e difficili da reperire.

In un clima di grave assenza di governance è probabile una concentrazione del potere economico in mano al Tatmadaw e alle milizie etniche nelle loro aree di influenza. Ritorna lo spettro, mai veramente scacciato, dei traffici illeciti legati al contrabbando di droghe, pietre preziose, legname e metalli. E del traffico di esseri umani: secondo il Global Slavery Index nel 2018 almeno 575 mila cittadini birmani vivevano in condizioni di schiavitù, una cifra che potrebbe tornare a crescere a causa dei crescenti debiti personali. 

Relazioni internazionali

Il Myanmar oggi sembra un paese sempre più isolato, un’immagine che risuona familiare con quella di soli pochi anni fa. Le compagnie straniere stanno lentamente lasciando il paese, come nel caso del gigante delle telecomunicazioni norvegese Telenor, il grossista tedesco Metro e la British American Tobacco. Non tutta l’economia è congelata. Nonostante le sanzioni contro individui e organizzazioni legate al Tatmadaw, alcuni grandi flussi di capitale continuano a portare armi e finanziamenti alle forze armate birmane. Come denuncia il gruppo Justice for Myanmar, sono ancora tante le aziende che vendono armi e sistemi di sorveglianza all’esercito birmano (Italia inclusa). 

Mentre la risposta delle potenze occidentali – soprattutto Usa, Ue, Australia e Canada – rimane sulle corde delle restrizioni economiche, l’Asean fatica ancora a trovare la sua posizione. O, meglio, rimane aperta alle trattative. Dopo una prima fase di dialogo con il generale Min Aung Hlaing, anche il gruppo ha interrotto i contatti: la giunta non ha mantenuto la promessa di aderire ai cinque punti richiesti dall’Associazione, ed è quindi isolata anche tra i vicini (tra cui “cessare immediatamente la violenza nel paese”). L’arrivo della Cambogia alla presidenza, però, potrebbe normalizzare i rapporti aumentando l’engagement con la giunta militare. Il primo ministro cambogiano Hun Sen si è espresso in difesa di Naypyidaw: “Secondo la carta dell’ASEAN, nessuno ha il diritto di espellere un altro membro”. Dopo la visita di inizio gennaio potrebbero seguire altri tentativi di dialogo. Negli stessi giorni delle dichiarazioni di Hun Sen è arrivata la condanna ufficiale di Aung San Suu-Kyi a quattro anni di carcere. La strada per il ritorno alla democrazia, ancora una volta, è lontana.

L’esodo, non così facile, delle aziende straniere dal Myanmar

Le aziende straniere attive in Birmania faticano a continuare le loro operazioni vista la situazione politica ed economica. Ma faticano anche ad andarsene: vediamo perché.

A seguito della pandemia da COVID-19 e della crisi politica ed economica innescata dal golpe militare dello scorso febbraio, le aziende straniere presenti in Myanmar si trovano in una situazione molto critica, come confermato dal crollo degli investimenti che tali imprese hanno effettuato nel Paese, ai minimi negli ultimi otto anni. 

L’economia birmana, secondo la Banca dello Sviluppo Asiatico, ha subito nell’ultimo anno una contrazione del 18,4% e la situazione non sembra destinata a migliorare nel futuro prossimo, tanto che il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente rivisto al ribasso le sue previsioni per il tasso di crescita economica nel 2022. Alla base il crollo  della valuta locale, il kyat, e il significativo aumento dei prezzi dei prodotti alimentari,  tutti fattori che contribuiscono al crescente disagio della popolazione.

L’incertezza politica, il crollo della domanda locale e la volatilità della valuta hanno  spinto molte aziende straniere alla chiusura o al ridimensionamento delle attività locali. La scarsità di liquidità e le disfunzioni del settore bancario hanno inoltre limitato la capacità delle imprese di pagare dipendenti e fornitori. Anche l’accesso a internet è stato pesantemente limitato nei tre mesi successivi al golpe. Questi shock hanno indebolito i consumi, gli investimenti e il commercio e hanno limitato le operazioni delle imprese anche per ciò che concerne  la fornitura di manodopera e degli altri fattori produttivi.

Già nei primi mesi dopo il rovesciamento del regime, grosse aziende come i colossi dell’energia EDF e Petronas, ma anche il gruppo thailandese Amata e la società di ingegneria di Singapore Sembcorp hanno cessato o sospeso le operazioni in Myanmar. Inoltre, lo scorso ottobre la British American Tobacco (BAT) ha annunciato che lascerà il mercato birmanoalla fine del 2021, benché ufficialmente la sua partenza sia stata motivata in base a mere decisioni commerciali. In realtà, avendo iniziato ad operare  in loco nel 2013 con un investimento iniziale di 50 milioni di dollari, l’uscita di BAT dal Myanmar dopo meno di un decennio riflette la criticità della situazione in cui è precipitato il Paese. Sempre nello stesso mese ha poi cessato le operazioni il Kempinski Hotel, nella capitale Naypyidaw, che avendo anche ospitato il presidente Barack Obama durante la sua visita di stato nel 2014 era un importante simbolo dell’  apertura del Paese. 

Ma l’uscita dal Myanmar non è un passo semplice per tutte le aziende. Molte, infatti, hanno investito in infrastrutture pluriennali, e una exit strategy immediata risulta impraticabile. E’ il caso, per esempio, del colosso australiano del gas naturale Woodside Energy che si limita ad affermare che “tutte le decisioni commerciali in Myanmar sono in fase di revisione”. 

Un’altra azienda che si trova in difficoltà a lasciare il Paese, seppur per altri motivi, è il gigante norvegese delle telecomunicazioni Telenor. Quest’ultima è fortemente motivata a cessare le operazioni in Myanmar non solo a causa del grave deterioramento del contesto commerciale, che ha fatto registrare una perdita di oltre 782 milioni di dollari americani, ma anche per non soccombere ai tentativi del governo di controllare le attività dell’azienda.  La giunta militare avrebbe infatti tentato diverse volte, seppur invano, di costringere Telenor a limitare il traffico web e intercettare gli utenti per permettere alle autorità di spiare le chiamate e i messaggi. 

L’azienda sta però ancora aspettando di ottenere l’approvazione per la vendita delle attività alla compagnia libanese M1. Ciò accade in seguito a un ordine confidenziale, emesso lo scorso giugno, che impone agli alti dirigenti delle imprese di telecomunicazioni, sia stranieri che burmesi, di poter lasciare Naypyidaw solo con un’autorizzazione speciale, la quale sembra però non arrivare. 

Inoltre, non va sottovalutato che la problematica situazione finanziaria non fa che complicare la possibile uscita delle aziende. Le banche, prese d’assalto dalle lunghe code che si sono formate ai bancomat all’inizio di quest’anno, sono ancora sotto pressione e la liquidità scarseggia, rendendo così estremamente arduo il rimpatrio del capitale residuo. Come se non bastasse, è sopraggiunta anche la pandemia, che impone restrizioni di viaggio e onerosi requisiti di quarantena per coloro che attraversano i confini.

Rimane una profonda imprevedibilità sulla situazione politica nel medio e lungo termine, che va ad aumentare il margine di incertezza delle imprese straniere sull’opportunità di rimanere o meno nel Paese. Queste aziende, che hanno iniziato ad investire in Myanmar dal 2011, quando si sperava che il processo di transizione democratica potesse essere irreversibile, vivono nel dilemma se fare le valigie o aspettare che passi la tempesta. 

Il dilemma delle aziende estere in Myanmar

Il boicottaggio dei manifestanti, l’opinione della comunità internazionale e la crisi economica stanno facendo vacillare le aziende presenti nel Paese.

Il colpo di Stato in Myanmar ha inflitto un duro colpo all’economia del Paese, già resa fragile lo scorso anno dall’emergenza del COVID-19. Le imponenti proteste degli ultimi cinque mesi, gli scioperi degli operai e le azioni violente perpetrate dall’esercito birmano hanno portato i lavoratori ad abbandonare le grandi città e i propri posti di lavoro nelle aziende per rifugiarsi nei piccoli villaggi e nelle foreste.

Con l’interruzione dei servizi pubblici e bancari e con il blocco quotidiano di internet la crisi economica si è ampliata a dismisura e i dati dell’ultimo report stilato dalla World Bank parlano chiaro: il settore industriale birmano ha subito una contrazione di 11 punti percentuali rispetto al 2020 mentre il settore relativo ai servizi ha perso oltre 13 punti. Nel corso degli anni entrambi i settori hanno dato un contributo importante alla crescita economica del Paese: dal 2014 al 2019 il 6% della crescita annua del PIL birmano proveniva dal settore secondario e terziario, ma questi numeri sono scesi fino all’1% nel 2020 e con un 2021 che prospetta dati ancora più negativi.

Questi segnali erano già stati percepiti già all’inizio di marzo quando, a causa del colpo di Stato della giunta militare, il 13% delle aziende in Myanmar aveva dovuto chiudere i battenti nell’attesa di un ritorno alla normalità. L’instabilità del sistema bancario e il non poter effettuare pagamenti online ha inflitto un notevole colpo alle aziende: secondo una ricerca che ha coinvolto 372 compagnie che operano in Myanmar, il 77% ha affermato che è proprio il fragile sistema bancario che ha portato ad una netta diminuzione del fatturato.

Inoltre, non essendoci molta liquidità di denaro, i cittadini sono stati costretti in questi mesi ad acquisti essenziali fatti grazie ai pochi kyat che potevano essere ritirati presso le banche birmane.

Dopo cinque mesi dal golpe militare, le aziende internazionali oggi sono costrette a due scelte: chiudere gli stabilimenti oppure stringere i denti nell’attesa che ritorni una situazione stabile nel Paese. Foodpanda, azienda leader nel settore food-delivery di proprietà della tedesca Delivery Hero, ha deciso di continuare ad operare in Myanmar nonostante le difficoltà incontrate in questi mesi con il blocco di internet e degli acquisti online. Scelta diversa è stata quella della Telenor, il colosso delle telecomunicazioni norvegese che si è vista costretta ad annullare contratti e tutte le operazioni nel Paese per una perdita stimata intorno ai 780 milioni di dollari. Nei confronti delle aziende, anche il movimento di protesta civile birmano (CDM) sta giocando un ruolo importante nel boicottare quelle aziende che collaborano e foraggiano il governo militare del generale Ming Aung Hlaing: negli scorsi mesi è stata creata l’applicazione “Way Way Nay” che permette di sapere se un’azienda o una compagnia sono direttamente collegate alla giunta militare, in modo da non acquistare prodotti presso di loro. Ciò ha portato al boicottaggio dei prodotti creati dalle aziende cinesi, come ritorsione nei confronti di Pechino che fino ad oggi non ha mai assunto una posizione netta e che più volte ha votato contro le sanzioni economiche previste dall’ONU nei confronti del regime militare.

Per il movimento di disobbedienza civile boicottare le aziende collegate alla giunta militare potrebbe essere la soluzione migliore per indebolire i militari e le loro finanze. Un caso interessante è quello della vendita della birra birmana, le cui aziende appartengono alla giunta militare, che hanno visto una diminuzione delle vendite pari al 90%. Per colpire maggiormente le finanze della giunta militare, anche i membri della Lega Nazionale per la Democrazia in una nota dello scorso marzo avevano chiesto agli investitori internazionali nel campo dell’estrazione di petrolio e gas di non pagare le tasse alla Myanmar Oil and Gas Enterprise, la principale società di estrazione di petrolio e gas controllata dall’esercito birmano.  

Da non sottovalutare infine il peso della comunità internazionale: alcuni brand internazionali hanno deciso infatti di interrompere i contatti con il governo militare spinti dal timore di episodi che potrebbero danneggiarne il marchio, come già accaduto per alcuni brand internazionali come Nike e Adidas che recentemente hanno annunciato di non voler più utilizzare il cotone prodotto nella regione dello Xinjiang.  H&M ad esempio, l’azienda leader nel settore del vestiario, ha fatto sapere lo scorso marzo di aver interrotto per il momento il rapporto con i propri fornitori in Myanmar a causa delle drammatiche vicende di violazione dei diritti umani degli ultimi mesi.Come H&M, altre società internazionali come McKinsey, Coca Cola e l’agenzia media Reuters hanno abbandonato i propri uffici presenti a Sule Square, un imponente complesso commerciale presente a Yangon e di proprietà dell’esercito birmano, in modo da non foraggiare la giunta militare.

Min Aung Hlaing: Il generale che pensava di capire il “suo” popolo (ma si sbagliava)

Lo scorso 8 novembre, giornata di elezioni semi-libere nella “democrazia disciplinata” birmana, Min Aung Hlaing, Comandante in Capo delle Forze Armate del Myanmar, si impegnò ad accettare la volontà popolare ed i risultati del voto. Meno di tre mesi dopo, però, un colpo di stato guidato dai militari ha portato all’arresto di Aung San Suu Kyi, leader del partito risultato vincitore alle elezioni, alla dichiarazione dello stato di emergenza e alla nomina del Comandante a Presidente del neocostituito Consiglio di Amministrazione dello Stato. Eppure, il sessantaquattrenne generale non è persona che cambia facilmente idea.

Min Aung Hlaing è nato nel 1956 a Tavoy, oggi Dawei, capitale del Tenasserim, regione all’estremo sud del Paese, al confine con la Thailandia, anticamente contesa dai regimi birmani e siamesi. Come scrive Le Monde, il generale non è dunque homme du sérail (‘uomo di palazzo’), ma, piuttosto, “un provinciale”, trasferitosi a Yangon a seguito del padre, impiegato ministeriale, e con il sogno di perseguire carriera militare. Min Aung Hlaing si iscrisse così alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Rangoon (ora Yangon) mentre preparava l’esame di ammissione alla prestigiosa Defense Services Academy, dove infine entrò nel 1974, al suo terzo tentativo.

I compagni di classe lo ricordano come un uomo di poche parole che preferiva mantenere un basso profilo. Silenziosamente, dunque, il futuro generale cominciò la sua scalata al vertice del Tatmadaw. La svolta arrivò nel 2002 con la nomina a responsabile militare dello Stato Shan, situato nel cuore del Triangolo d’Oro, dove viene prodotto l’82% dell’oppio birmano. Qui Min Aung Hlaing avrebbe imparato a trattare con i numerosi gruppi etnici che da decenni combattono tra loro e contro l’esercito birmano. L’offensiva del 2009 contro i ribelli cinesi-birmani del Kokang, zona auto-amministrata al confine con la Repubblica Popolare, gli fece guadagnare la fiducia di Than Shwe, l’uomo forte del Myanmar dal 1992 al 2011.

Proprio nel 2011, un po’ a sorpresa, il “vecchio” leader lasciò al “giovane” Min Aung Hlaing, “guerriero temprato dalle molte battaglie” ma anche “studioso serio e gentiluomo”, il comando dell’esercito nel momento in cui il Myanmar si preparava ad una transizione democratica. La costituzione del 2008 aveva messo al sicuro il ruolo del Tatmadaw di guardiano dell’unità nazionale e il Comandante in Capo era realisticamente l’uomo più potente del Myanmar”. Min Aung Hlaing era infatti in grado di scegliere personalmente i Ministri di difesa, interno, e questioni confinarie, nominare direttamente un quarto dei parlamentari, ed impedire ogni tentativo di limitare il proprio potere.

La Lega Nazionale per la Democrazia (LND), uscita vittoriosa dalle elezioni del 2015 (le prime libere dal 1990 dopo il primo tentativo “controllato” del 2010), dovette quindi scendere a patti con il generale, che, negli anni successivi, si presentava accanto ad Aung San Suu Kyi negli eventi ufficiali e instaurava relazioni con dignitari stranieri. La violenta repressione della minoranza musulmana dei Rohingya, nel 2016-2017, gli costò un’accusa di genocidio da parte del Consiglio ONU per i diritti umani ma aumentò la sua popolarità presso la maggioranza buddista del Paese. Prima di essere bloccato da Facebook, il suo profilo attirava centinaia di migliaia di likes e Min Aung Hlaing si era persuaso che avendo accesso alle “giuste informazioni” le persone avrebbero capito che l’esercito difendeva “i loro interessi”.

Quando le elezioni dello scorso novembre hanno decretato una vittoria schiacciante della Lega, tra le accuse di brogli da parte dell’esercito, si era parlato di un possibile compromesso che avrebbe portato Min Aung Hlaing alla presidenza. Quando questa eventualità non si è materializzata e l’LND ha deciso di non accettare condizioni, il Generale, convinto da tempo che “la storia del Paese non può essere separata dalla storia del Tatmadaw” ha deciso di valersi del diritto dell’esercito ad “assumere ed esercitare il potere sovrano dello Stato”. Nella prima intervista dopo il colpo di stato, concessa a fine maggio ad un’emittente cinese ad Hong Kong, Min Aung Hlaing ha confidato di essere stato un po’ sorpreso dalla mobilitazione del popolo: “Devo ammettere che non pensavo sarebbe stata così tanta”.

Myanmar, l’UE impone nuove sanzioni ai golpisti

Terzo ciclo di sanzioni imposto dal Consiglio Europeo a 8 individui, 3 entità economiche e un’organizzazione per il golpe e la repressione delle proteste

Fonte: consilium.europa.eu

L’Unione Europea batte un nuovo colpo in risposta al golpe militare birmano e alla successiva repressione violenta delle proteste. Il Consiglio Europeo ha infatti imposto nuove sanzioni a 8 persone, 3 entità economiche e all’Organizzazione dei veterani di guerra. Tra gli 8 individui sono inclusi ministri, viceministri e la procuratrice generale, che l’Ue ritiene responsabili di aver “compromesso la democrazia e lo Stato di diritto e commesso gravi violazioni dei diritti umani nel Paese”. Le quattro entità colpite sono invece di proprietà dello Stato o sono comunque controllate dalle forze armate e contribuiscono in maniera più o meno diretta alle attività del Tatmadaw.

Lo scopo delle misure, che si concentrano sui settori delle pietre preziose e del legname, è quello di limitare la capacità della giunta militare di trarre profitto dalle risorse naturali birmane e sono concepite in modo da “evitare danni indebiti alla popolazione”. Si aggiungono alle precedenti misure restrittive imposte dall’UE, che includono un embargo sulle armi e sulle attrezzature che possono essere utilizzate per reprimere le proteste, un divieto di esportazione di beni a duplice uso destinati ai militari e alla polizia di frontiera, restrizioni all’esportazione di apparecchi per il monitoraggio delle comunicazioni e un divieto di addestramento e cooperazione militare col Tatmadaw.

Allo stesso tempo, l’UE continua a fornire assistenza umanitaria alla popolazione birmana, nel 2021 ha stanziato 20,5 milioni di euro in aiuti per far fronte alle necessità immediate delle comunità sfollate e colpite dal conflitto in corso. Bruxelles, che si dice pronta a cooperare con il centro di coordinamento ASEAN per l’assistenza umanitaria, si contraddistingue per le azioni messe in atto in riferimento al golpe. Mentre, nel frattempo, il Giappone continua a non applicare sanzioni e il generale Min Aung Hlaing viene ricevuto in Russia.

Leggi il provvedimento integrale

 

Il punto della situazione in Myanmar

Il numero delle vittime continua a salire e le sanzioni di UE e USA non bastano a fermare l’escalation di violenza in Myanmar.

Da ormai due mesi il Myanmar è teatro di terribili violenze. Il 1° febbraio le forze armate hanno attuato un colpo di stato, arrestando la leader di fatto Aung San Suu Kyi e i vertici della Lega Nazionale per la Democrazia, partito di maggioranza nel Parlamento, che ha vinto le ultime elezioni nel novembre 2020. Il potere è adesso nelle mani del generale Min Aung Hlaing, mentre Suu Kyi è accusata di brogli e irregolarità. 

L’Assistance Association for Political Prisoners ha dichiarato che, dall’inizio del colpo di stato in Myanmar, almeno 521 civili sono stati uccisi durante le proteste, di cui 141 persone nella sola giornata di sabato 29 marzo, il giorno più tragico finora. La situazione è sempre più grave e l’uso della forza letale contro i civili da parte dell’esercito e delle forze di sicurezza non accenna a fermarsi.

La Giornata nazionale delle Forze Armate è diventata l’ennesimo bagno di sangue con oltre 100 morti, tra cui diversi bambini. L’esercito ha continuato a reprimere le manifestazioni civili a colpi d’arma da fuoco, mentre a Naypyidaw si tenevano le parate militari per commemorare la resistenza contro l’occupazione giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. L’inaudita violenza del “giorno della vergogna” per l’esercito del Myanmar ha infatti scatenato varie reazioni della comunità internazionale. Tom Andrews, relatore speciale ONU per i diritti umani in Myanmar, ha invocato l’urgenza di un summit internazionale, qualora il Consiglio di Sicurezza non potesse agire. Come Stati membri, Russia e Cina potrebbero infatti esercitare il diritto di veto sulle eventuali proposte di intervento volte a ripristinare la democrazia. Entrambe le nazioni erano presenti alla festa delle forze armate, insieme ai rappresentanti militari di Bangladesh, India, Laos, Pakistan, Thailandia e Vietnam; Mosca si è contraddistinta inviando il vice Ministro della Difesa. Tempestiva anche la risposta dei capi di Stato Maggiore della Difesa di 12 Paesi, tra cui l’Italia, che hanno firmato una dichiarazione congiunta per condannare l’uso della forza letale dell’esercito birmano contro persone disarmate, esortando la fine degli attacchi e il rispetto degli standard internazionali di condotta.

Nelle scorse settimane pesanti condanne erano già arrivate dal fronte occidentale. Il 10 febbraio il Presidente Biden aveva annunciato l’imposizione di sanzioni per impedire ai generali birmani di accedere al fondo da loro detenuto negli Stati Uniti, includendo anche il congelamento dei beni USA a beneficio del governo birmano, pur mantenendo il sostegno all’assistenza sanitaria e ai gruppi della società civile. In coordinamento con gli USA, il 22 marzo l’UE ha imposto sanzioni a 11 persone legate al colpo di stato. Il Consiglio d’Europa ha sancito il divieto di viaggio e il congelamento dei beni, unitamente alle precedenti restrizioni relative all’embargo sulle armi e all’esportazione di attrezzature per il monitoraggio delle comunicazioni. Le sanzioni UE hanno colpito il capo della giunta birmana Min Aung Hlain, altri nove alti ufficiali militari e il capo della commissione elettorale. Ciò si configura come l’atto più concreto e ampio dell’Europa nel rimarcare il suo irremovibile sostegno alla transizione democratica del Myanmar. Dopo le orribili violenze dell’ultimo fine settimana, gli USA hanno ha preso in considerazione misure aggiuntive e ordinato la sospensione degli accordi commerciali con il Myanmar, nonché il ritiro del personale non essenziale dell’ambasciata. Le nuove azioni mirano al patrimonio personale della famiglia di Min Aung Hlaing,  incluse le imprese di proprietà statale o delle loro sussidiarie, e conglomerati legati ai militari. 

In relazione all’ambito economico, molti analisti ritengono che la Birmania possa essere in grado di fronteggiare le sanzioni economiche occidentali, dato che la maggior parte degli investimenti  proviene dall’Asia, con Singapore, Cina e Hong Kong in testa. Tuttavia, è atteso un calo significativo degli IDE nei prossimi due anni a causa dei disordini sociali e dell’incertezza politica e dell’impatto delle sanzioni, ma per ora l’impatto sul commercio e sulle esportazioni potrebbe restare contenuto, data la probabile ammortizzazione da altri mercati, in particolare Thailandia e Cina. 

Il Vicepresidente Pipan conversa con l’Inviata Speciale ONU in Myanmar

In data 26 marzo 2021, il Vicepresidente esecutivo dell’Associazione Italia-ASEAN, Ambasciatore Michelangelo Pipan ha svolto una conversazione con l’Ambasciatrice Christine Schraner Burgener, Inviata speciale delle Nazioni Unite in Myanmar, sugli sviluppi del recente colpo di Stato birmano. Durante la discussione, sono stati toccati diversi temi quali l’impatto del golpe sulla società civile, la reazione della comunità internazionale, l’impatto sulla popolazione di eventuali sanzioni e il futuro degli investimenti esteri nel Paese.

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Richiamando gli spiacevoli accadimenti del 2018 con il genocidio dei Rohingya, il Vicepresidente Pipan ha posto l’accento su come il recente colpo di Stato rappresenti il culmine di una situazione di instabilità politica, notevolmente alimentata nel corso degli anni. I recenti sviluppi in Myanmar, infatti, riportano dati allarmanti ed è stato chiesto all’Ambasciatrice Schraner Burgener, Inviata speciale delle Nazioni Unite in Myanmar, un parere sull’impatto che l’attuale situazione politica avrà sulla popolazione. In tal senso, l’Ambasciatrice ha sottolineato come l’avvento al governo delle forze armate, i Tatmadaw, abbia rallentato drasticamente il processo di democratizzazione nel Paese e nonostante essi abbiano previsto la realizzazione di una roadmap istituzionale prima di svolgere nuove elezioni, il percorso non sarà affatto semplice. Le forze armate intendono, in primo luogo, procedere all’identificazione e all’arresto dei soggetti legati al governo democraticamente eletto lo scorso novembre e, in secondo luogo, dimostrarne l’illegittimità. In questo contesto, la popolazione è impossibilitata a lavorare e la chiusura delle banche ostacola i cittadini nel poter gestire i propri risparmi, incentivando spostamenti e migrazioni e mettendo a rischio la delicata situazione sanitaria nella regione.

In riferimento a quanto detto, il Vicepresidente Pipan ha rivolto una domanda sulla reazione da parte della comunità internazionale, interrogandosi, inoltre, sulla possibilità di un eventuale rallentamento delle proteste da parte della società civile, come nel caso della Thailandia, che ha assistito a diverse manifestazioni durante lo scorso anno, rallentate poi verso la fine del 2020. Per quanto concerne il primo quesito, l’Amb. Schraner Burgener ha analizzato la reazione delle grandi super potenze, Stati Uniti e Cina, che hanno condannato i recenti sviluppi, invitando tramite dichiarazioni ufficiali a un ritorno allo status quo. In relazione al secondo punto, l’Ambasciatrice ha espresso ottimismo e fiducia sul futuro delle relazioni tra la popolazione locale e le minoranze etniche. In seguito all’esperienza dei Rohingya, infatti, la popolazione birmana ha mostrato maggiore vicinanza e comprensione nei confronti del variegato tessuto etnico del Paese, creando relazioni più solide con altri gruppi armati etnici. Il contesto attuale ha, quindi, promosso un dialogo più aperto sull’adozione di una strategia comune.

Un ulteriore punto di discussione è stato fornito ponendo l’accento sul ruolo assunto dall’ASEAN durante l’attuale emergenza in Myanmar. In tal senso, l’Amb. Schraner Burgerner ha confermato come l’Association stia reagendo in modo inedito rispetto agli schemi del passato, maggiormente improntati invece sul principio di non-interferenza. È stato, infatti, menzionato l’appello fatto dal Presidente indonesiano Joko Widodo a svolgere un vertice dedicato alla risoluzione della crisi in Myanmar e parallelamente sono stati elogiati lo spirito d’iniziativa da parte dei Ministri degli Affari Esteri di alcuni Paesi Membri, quali Indonesia e Singapore. Nonostante, infatti, alcuni Paesi ASEAN siano ancora restii alla possibilità di interferire direttamente a livello istituzionale, come nel caso del Laos e della Thailandia, c’è un forte interesse a mantenere la stabilità socioeconomica, nonché politica, della regione e ad interessarsi direttamente alla grave fase storica vissuta dal Myanmar.

L’ultima domanda del Vicepresidente Pipan, infine, ha evidenziato il ruolo delle sanzioni nella risoluzione delle crisi internazionali e come queste possano impattare l’afflusso di investimenti esteri nel Paese. In tal senso, l’Amb. Schraner Burgener ha osservato che il tipo di sanzioni da applicare dovranno essere mirate e volte ad intaccare i mezzi di sostentamento delle forze armate. La stessa popolazione locale, stando alle parole dell’Inviata speciale, fa appello alla comunità internazionale, richiedendo che i Tatmadaw vengano isolati e privati dei mezzi finanziari dei conglomerati dell’industria mineraria e del settore alberghiero (Myanma Economic Holdings Limited e Myanmar Economic Corporation). L’Amb. Schraner Burgener ha evidenziato, infatti, la necessità di imporre sanzioni che non abbiano ricadute gravi sulla società e che possano promuovere il ritorno in carica del precedente governo di Aung San Suu Kyi. Per quanto concerne, infine, il futuro del commercio, l’Inviata Speciale delle Nazioni Unite auspica un aumento degli investimenti nel Paese, soprattutto per progetti rivolti al potenziamento delle infrastrutture, che si pongano come obiettivo primario il netto miglioramento delle condizioni sociali dei cittadini birmani.

 

Aung San Suu Kyi

Ritratto di una donna contestata in un Paese lacerato dal conflitto

Metà del mondo la odia, metà la ama. Non è facile tratteggiarne il ritratto senza rimanere invischiati in una consistente zona d’ombra, che rende il suo profilo sfocato e misterioso. 

Aung San Suu Kyi, Consigliere di Stato della Birmania, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente. Premio Nobel per la pace, premio Rafto per la difesa dei diritti umani, premio Sakharov per la libertà di pensiero, Medaglia d’Oro del Congresso degli Stati Uniti. Ma anche moglie, madre, figlia. Posta sotto arresti domiciliari, a fasi alterne dal 1988 al 2010, mentre il marito in Inghilterra moriva di cancro. Sfuggita per un pelo ad una sparatoria organizzata esplicitamente per colpire lei e i suoi sostenitori. Poi condannata dalla critica internazionale per legittimare, o quantomeno negare, il genocidio perpetrato ai danni della minoranza musulmana dei Rohingya in Myanmar. 

Myanmar che è tornato sulla bocca di tutti pochi giorni fa, con la notizia del colpo di stato delle forze militari, il Tatmadaw. Tutti i principali leader del partito di maggioranza NLD (National League for Democracy) guidato da Aung San Suu Kyi sono stati arrestati, è stato dichiarato lo stato d’emergenza, e linee telefoniche e trasmissioni televisive sono state interrotte. Per il momento, le accuse sono quelle di aver violato le leggi riguardanti l’import-export, di possedere in casa propria illegalmente quattro radio walkie-talkie. La notizia ha fatto scalpore, ma non ha sorpreso coloro che seguono già da tempo gli sviluppi nel Paese. Difatti, il coup d’etat si inserisce in un contesto dove le frizioni tra la leader politica e le forze militari esistono ormai da numerosi decenni. Così come lo stretto controllo della giunta sulla vita politica, sociale, e religiosa del Paese.

La giunta militare birmana è strettamente legata alla politica del Myanmar dal 1962, quattordici anni dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna e un breve periodo di transizione democratica. Dapprima con il supporto al Partito Socialista, poi con l’annullamento della sua stessa vittoria elettorale, la scusa del broglio è divenuta una costante che ha permesso alla giunta di mantenere il controllo e di reprimere tutti i movimenti pro-democratici che si sono succeduti negli anni. Il più famoso di questi, sfociato nella “Rivolta 8888” (un’insurrezione nazionale il cui fine era la democrazia), iniziata l’8 agosto 1988 e finita appena un mese dopo, è passato tristemente alla storia per essersi concluso in un bagno di sangue. Migliaia di monaci e civili (principalmente studenti) furono uccisi dal Tatmadaw. A causa delle rivolte, venne fondato il Consiglio di Stato per la Restaurazione della Legge e dell’Ordine. Fu in questo contesto che Aung San Suu Kyi emerse come icona nazionale. Aveva vissuto all’estero per gran parte della propria vita, ma proprio quell’anno era tornata nel Paese, per accudire la madre malata.

Figlia del generale e politico birmano Aung San, la vita di Suu Kyi è stata segnata dai risvolti politici del suo Paese fin dalla tenera età. Il padre fu eroe dell’indipendenza birmana dalla Gran Bretagna e primo Ministro della Difesa del governo. Tuttavia, all’apice del suo successo, venne assassinato lasciando una pesante eredità alla figlia, di appena due anni, agli altri due figli, e alla moglie, che pochi anni dopo sarebbe divenuta Ambasciatrice del Myanmar in India. Suu Kyi frequentò le migliori università occidentali ed entrò nelle Nazioni Unite, a New York, dove visse fino alla Rivolta del 1988. Dopo la tragedia, aveva deciso che sarebbe rimasta in Myanmar e avrebbe fondato la NDL. Appena un anno dopo, era agli arresti domiciliari.

Gli anni che seguono il 1988 si alternano tra libertà vigilata e nuovi arresti, la vittoria del suo partito alle elezioni (schiacciante ma annullata, ancora una volta, da un colpo di stato della giunta militare), il premio Nobel della pace, e l’appello della comunità internazionale per il suo rilascio, da Kofi Annan a Papa Giovanni Paolo II. Sopravvive ad una sparatoria, il marito muore di cancro in Inghilterra a migliaia di chilometri di distanza, i suoi figli crescono lontani da lei.

Nel 2010 viene finalmente liberata, e nel 2015 si hanno le prime elezioni libere dal colpo di Stato del 1962. Secondo la costituzione redatta dai militari nel 2008, Aung San Suu Kyi non può essere eletta presidente: i cittadini con familiari stranieri (nel suo caso, due figli britannici) non possono accedere alla massima carica dello stato. Si potrebbe presumere che l’articolo sia stato inserito apposta per impedirle di accedere alla carica, ma di certo non l’ha fermata: per lei è stato creato un nuovo ruolo ad hoc, “Consigliere di stato”, de facto un Primo Ministro.

Dopo qualche anno, l’euforia della comunità internazionale per le sue conquiste si spegne improvvisamente, e viene sostituito dallo sdegno. La paladina dei diritti umani e della democrazia prima nega le violenze perpetrate dalla giunta militare nei confronti della minoranza etnica dei Rohingya nello stato del Rakhine. Poi nel 2019 parla di “quadro fuorviante e incompleto” davanti al Tribunale internazionale dell’Aja per difendere il suo Paese dall’accusa di genocidio. Sebbene la crisi abbia demolito la sua immagine pubblica all’estero, la difesa del suo Stato gli ha valso grande seguito tra la popolazione del Myanmar, assieme al consenso sempre maggiore per come ha saputo gestire la crisi del Covid-19 nel Paese.

Il giudizio sulla sua figura è diviso in due profonde spaccature. Da un lato, chi punta il dito verso il suo silenzio, e impone che le vengano ritirati onorificenze e premi. Dall’altro, chi conosce bene la delicata situazione in cui versa Suu Kyi, e sa che non è facile contrastare la giunta militare e l’immensa influenza politica del Sangha, l’ordine monastico buddhista che di fatto legittima il potere politico di chi governa il Paese. Chi ha l’approvazione del Sangha, militare o politico che sia, ha l’approvazione del popolo. La sua fazione più radicale e nazionalista è nota per gli atti violenti e per diffondere discorsi di incitamento all’odio verso i Rohingya, e potrebbe avere un peso non indifferente nell’influenzare le azioni e le scelte di Suu Kyi per tenere assieme il Paese.

Influenza o meno, nel discorso alla nazione per il nuovo anno Suu Kyi aveva promesso un nuovo approccio verso le negoziazioni di pace, volte a risolvere la fitta rete di conflitti civili nel Paese. Aveva posto le basi per un piano, il “New Peace Architecture”, per raccogliere maggiore partecipazione da diverse forze politiche, organizzazioni della società civile, e i cittadini. Il nuovo colpo di Stato getta un’ombra oscura su questi progetti, e non è dato sapere se essi riusciranno ad avere mai seguito. 

Intervista all’On. Fassino sul recente golpe in Myanmar

Piero Fassino, già inviato UE in Myanmar nel 2007 e Presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, ci spiega il perché del golpe e delinea alcune tendenze del Paese per capire la situazione locale e quali i possibili sviluppi



Che ruolo giocano i militari nel Paese? Ci si poteva aspettare un loro ritorno al potere? Davvero si pensava avrebbero lasciato il potere definitivamente ai civili? Davvero i militari lasceranno il potere fra un anno?

Per rispondere a queste domande bisogna andare alle radici dell’indipendenza birmana e della guerra di liberazione contro l’occupazione giapponese nella Seconda Guerra Mondiale guidata con successo proprio dal generale Aung San, il padre di Aung San Suu Kyi. Intorno ad Aung San si formò un gruppo dirigente costituito da ufficiali, alcuni dei quali ordirono il complotto che portò all’uccisione dello stesso Aung San alla vigilia dell’indipendenza.

Da allora l’esercito è parte integrante della storia e dell’identità nazionale. Non bisogna dimenticare poi che, sebbene la stragrande maggioranza della popolazione sia di fede buddista, la Birmania è uno stato non solo multireligioso, ma anche multietnico e plurilinguistico, con assetto federale, con spinte autonomistiche – e anche secessionistiche – che hanno consentito alle forze armate di presentarsi come i garanti dell’unità nazionale.

Altro punto di analisi da non trascurare è che la transizione alla democrazia non è avvenuta per una sconfitta della giunta militare, ma con un processo octroye’ dalle autorità militari che hanno accettato la formazione di un governo civile e l’avvio di una transizione democratica in cambio di una riserva del 25% dei seggi parlamentari e del mantenimento di tre ministeri chiave: difesa, interni e appunto coesione nazionale. Processo che sia la comunità internazionale, sia Aung San Suu Kyi hanno accettato scommettendo sul fatto che la gradualità della transizione avrebbe via via ridotto il peso dei militari e favorito una completa e compiuta democratizzazione del Paese. I fatti di queste settimane hanno spezzato quel disegno. Ed è difficile credere che al termine dello stato d’emergenza, ovvero tra un anno, si ritorni ad una dinamica democratica.

Aung San Suu Kyi governa dal 2015 e ha dovuto affrontare il problema dei Rohingya. Su quest’ultimo tema è stata molto criticata dalla comunità internazionale e ha perso credibilità (anche alla luce del suo essere stata un campione dei diritti per il quale aveva vinto il Nobel). Può aver messo da parte i principi per agire in modo realista? Ovvero sacrificare qualcosa per mostrarsi in grado di governare il Paese e quindi essere un attore politico responsabile agli occhi dei militari? Alla fine si può dire che la sua azione non abbia pagato e ne sia uscita screditata?

Aung San Suu Kyi, liberata a fine 2010, è entrata in Parlamento con le elezioni suppletive del 2012 in cui si rinnovarono 42 seggi, la gran parte conquistati dall’NLD. Successo replicato alle elezioni del 2015 che diedero alla Lega Nazionale per la Democrazia una larga maggioranza assoluta che le consenti di formare il primo governo democratico e avviare una transizione che ha liberato tutti i detenuti per ragioni politiche, abolire ogni forma di censura, aprire il Paese a investimenti stranieri, modernizzare il Paese e concludere accordi di pacificazione e autonomia con le minoranze etniche. La repressione dei Rohingya è stata una iniziativa dei generali che, sfruttando la generale ostilità della popolazione birmana verso i Rohiynga, ha fatto fare ad Aung San Suu Kyi la parte del carnefice quando invece l’azione dei militari è stata da lei totalmente subita. Come abbiamo visto, secondo la Costituzione birmana i ministeri della difesa e degli interni, non rispondono al Parlamento ma alle gerarchie militari. Contrastare apertamente i generali voleva dire opporsi a un sentimento diffuso di ostilità verso i Rohingya presente nell’opinione pubblica nazionale; non contrastare i generali ha voluto dire opporsi a un sentimento diffuso nell’opinione pubblica internazionale giustamente sensibile alla tutela delle minoranze e dei diritti umani. La prudenza manifestata da Aung San Suu Kyi in quel frangente non è frutto di cinismo o insensibilità, ma della consapevolezza di stare dentro a un processo difficile e incompiuto che come tale conosce dei rallentamenti, ma del quale non si può abbandonare la guida. Questa complessità è stata del tutto sottovalutata in Occidente che ha assunto posizioni che hanno avuto l’unico effetto di indebolire Aung San Suu Kyi.

E quindi la severità dell’Occidente è stata controproducente?

Sì. La scelta del Parlamento Europeo di ritirare il Premio Sacharov all’esponente politica birmana è stata una decisione moralistica e profondamente impolitica, assunta senza valutarne le conseguenze. Max Weber ci aveva ammonito da questo rischio. La politica non può essere guidata soltanto dall’etica della testimonianza, che valuta solo la mera coerenza dei principi. In politica vale l’etica della responsabilità che non si ferma alla coincidenza tra scelte e valori, ma si interroga sulle conseguenze di quelle scelte. Ora non vi è dubbio che aver voluto “punire” la prudenza di Aung San Suu Kyi è stata letta dai generali come una forma di isolamento internazionale della Lady, contro la quale dunque si poteva agire. E se il colpo di stato ha una connessione con la vicenda Rohingya, non è per la “prudenza” di Aung San Suu Kyi, ma per il fatto che il generale a capo del golpe sia sotto inchiesta da parte del tribunale penale internazionale per i diritti umani proprio perché ritenuto responsabile della repressione dei Rohingya.

Dalla sua esperienza di inviato in Myanmar cosa ha capito della politica e società locale? Ritiene che il Paese sia pronto per una democratizzazione? Ci sono le basi e se si quanto sono solide per una democrazia?

I militari hanno tenuto per 60 anni la popolazione in uno stato di oppressione politica e di arretratezza economica e culturale. Ad esempio il sentimento ostile nei confronti dei Rohingya, su cui come abbiamo visto hanno speculato i generali, è un segno di arretratezza. Ma non ci si può fermare solo al dato negativo. Le conquiste democratiche e civili avvengono per tappe e dentro un processo. La mia esperienza mi dice che il Paese è pronto all’apertura al mondo e alla democratizzazione. E ha dato ampiamente prova di questa maturazione democratica alle ultime elezioni, quelle dell’8 novembre quando il percorso intrapreso dalla Lega Democratica di Aung San Suu Kyi è stato fortemente confermato da una grande maggioranza della popolazione e le manifestazioni di piazza di questi giorni che sfidano il regime militare dicono bene di questa maturazione e di questa consapevolezza acquisita.

 Che influenza può avere l’ASEAN? Sappiamo che uno dei principi dell’ASEAN è proprio quello di non interferenza negli affari degli Stati membri, ma è una politica che potrebbe cambiare? Potrebbe l’ASEAN “suggerire” un ritorno al processo democratico? In fondo il Paese era stato criticato per l’affare Rohingya e molti Stati (Indonesia in primis) si erano spesi per la democratizzazione in passato.

Il principio della non interferenza negli affari degli altri Stati in Asia è una regola applicata da tutti i governi. Nonostante ciò, agire sui Paesi asiatici è indispensabile, puntando sia sui vicini della Birmania, sia sull’ASEAN, l’istituzione multilaterale nel Sud-Est asiatico. E l’Associazione di amicizia Italia-ASEAN può avere un ruolo importante da svolgere. La Birmania si trova a un bivio. Essere attratta nell’orbita cinese con un ruolo di sparring partner sostanzialmente subalterno, oppure tuffarsi convintamente nel partenariato dell’Indo-Pacifico, dove sarebbe un soggetto alla pari con tutti gli altri. L’ASEAN è un esempio di multilateralismo economico che vuol dire pace e apertura. Certo abbiamo visto che cooperazione economica non porta immediatamente alla democrazia e allo stato di diritto. Ma i mercati aperti, se non sono una condizione sufficiente, sono comunque una condizione necessaria e propedeutica a qualsiasi sviluppo in senso dell’ampliamento delle libertà civili e politiche delle popolazioni di tutti i Paesi del mondo. Compresa ovviamente quella del Myanmar.  

Che ruolo possono giocare l’UE, gli USA con il nuovo Presidente Biden e la comunità internazionale in generale per favorire la democrazia e fare pressione sui militari?

Dobbiamo considerare che l’80 % degli scambi del Myanmar avvengono con i Paesi vicini, in gran parte con la Cina e l’ASEAN. Mentre con l’Europa e gli USA l’interscambio rappresenta meno del 20%. Ergo una classica risposta occidentale come le sanzioni avrebbe un’incidenza limitata e peraltro in Asia nessun Paese adotta misure sanzionatorie. Anche qui ritorna la distinzione weberiana tra etica della testimonianza e etica delle responsabilità. La storia ci insegna che le conseguenze di comportamenti sanzionatori da parte della comunità internazionale hanno spesso come conseguenza il consolidamento dei regimi autoritari e repressivi e non il loro indebolimento. Per questo ciò che possono fare l’Unione Europea e gli USA è intraprendere una diplomazia triangolare che agisca sia su organismi multilaterali come l’ASEAN, sia sull’influenza della Cina e di alcuni Paesi della regione. Ricordo bene che nel 2010-11 nello smuovere i militari birmani ad accettare la transizione ebbe un ruolo importante l’Indonesia. 

Where China meets India: quanto pesa la geopolitica nei destini del Myanmar? 

Come si evince da questa sua citazione, che è il titolo di una importante pubblicazione del politologo Thant Myint-U uscita proprio 10 anni fa, la Birmania è l’unico Stato del Sud-Est asiatico che confina e per un lungo tratto, sia con la Cina che con l’India. Questo conferisce al Paese un’importanza geopolitica e geoeconomica fondamentale. Se pensiamo alle tensioni geopolitiche che attraversano il Mar Cinese Meridionale e che contrappongono la Cina ora a Taiwan, ora alle Filippine, ora all’Indonesia, è facile vedere come la Birmania abbia per la Cina un interesse strategico essendo la via più diretta per accedere all’Oceano Indiano, senza dover passare attraverso il Mar Cinese Meridionale e soprattutto lo stretto di Malacca. Non solo, ma la Cina è il principale partner commerciale della Birmania e ha programmato grandi investimenti infrastrutturali nel Paese. E la Birmania è inserita nei percorsi della nuova Via della Seta. Del resto non è certo passata inosservata la visita del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi in Birmania pochi giorni prima del golpe, segno di un’attenzione speciale che Pechino ha dimostrato e continua a dimostrare per i destini del Myanmar. È proprio perché la Cina ha interesse a una Birmania stabile, bisogna convincere Pechino che una Birmania sotto il tallone dei generali rischia di essere assai meno stabile di una Birmania democratica. Così come in questi anni di apertura è cresciuta la presenza dell’India. Non va mai dimenticato che la Birmania è ricca di risorse naturali: è seduta su una gigantesca nuvola di gas; gode di consistenti risorse idriche che gli consentirebbero un’agricoltura fiorente; è leader nelle gemme preziose; beneficia del miglior tek per le costruzioni navali; è ricco di molte materie prime.  È importante che anche l’Occidente mostri un’attenzione all’altezza della situazione e usi la leva degli investimenti per impedire una involuzione autoritaria della Birmania.

Intervista a cura di Niccolò Camponi 

Le reazioni delle Istituzioni europee al colpo di Stato in Myanmar

Non si sono fatte attendere le reazioni delle Istituzioni europee alla notizia del colpo di Stato in Myanmar in cui il Tatmadaw, le forze armate del Paese, hanno arrestato il Presidente Win Myint, il Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi ed altri membri del governo civile invocando l’art.418 della Costituzione del 2008, a causa di presunti brogli durante le ultime elezioni a novembre 2020, e dichiarando lo stato di emergenza per un anno.

Dura la presa di posizione di Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha chiesto l’immediato ripristino del legittimo governo civile in Myanmar e la rapida apertura del Parlamento con la partecipazione di tutti i rappresentanti eletti, come previsto dalla Costituzione.

La medesima condanna è arrivata anche dalla Presidente della Commissione Europea, dal Presidente del Consiglio Europeo e dal Presidente del Parlamento Europeo, nonché da alcuni membri del Parlamento Europeo

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