Myanmar, il futuro dopo il golpe

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Il 1° febbraio 2022 saranno passati 365 giorni dal colpo di stato che ha riportato Naypyidaw sotto il controllo della giunta militare. Le prospettive per il paese che rappresenta un dilemma per il Sud-Est asiatico. Dal mini e-book di China Files “In Cina e Asia 2022”, realizzato in collaborazione con Associazione Italia-ASEAN

È un giorno qualunque di dicembre 2021. Digitando sulla barra di ricerca “Myanmar 2022” tra i risultati tre riguardano una possibile riapertura per il turismo, altri 3 riprendono l’allarme Onu sull’escalation della crisi umanitaria. Questa schizofrenia di immagini rafforza l’incertezza sul futuro del Myanmar, che a quasi un anno dal golpe si trova cristallizzato in un conflitto sociale (e armato) che sembra destinato a continuare. Il 1° febbraio 2022 saranno passati esattamente 365 giorni dalla deposizione del governo eletto ad opera del Tatmadaw, l’esercito nazionale.

Crisi umanitaria

Il programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) ha rilevato un netto arretramento delle condizioni di vita dei cittadini birmani dall’arrivo del generale Min Aung Hlaing al governo. Secondo una sua indagine, quasi la metà dei cittadini birmani (46,3%) potrebbe finire sotto la soglia di povertà entro la fine del prossimo anno. Per la popolazione urbana significherebbe un picco di residenti poveri tre volte superiore ai valori del 2019 (37,2% contro il precedente 11,3%).  Su 1200 famiglie intervistate, quasi la metà afferma di aver esaurito i risparmi. Il 68% sta stringendo la cinghia sul consumo di cibo, il 65,5% ha chiesto dei prestiti ai propri cari, altri a strozzini o istituti di credito. In poche parole: la doppia emergenza Covid19-golpe sta riportando il paese indietro al 2005, azzerando i risultati politici e socioeconomici degli ultimi 16 anni. 

A questa situazione si aggiunge la grave situazione del settore sanitario, che già prima del 2021 non godeva di buona salute. A oggi gli interessi della dirigenza militare sono lontani dai servizi per la cittadinanza, con il risultato che molte strutture mediche rimangono senza personale – fattore dovuto anche al movimento di disobbedienza civile, che rifiuta di lavorare per un governo che non riconosce. A oggi il 74% delle spese mediche sono ancora a carico dell’individuo: il Myanmar è il paese Asean con la spesa privata per le cure pro capite più alta.

Infine, non è meno preoccupante la continuità della violenza interna tra gruppi etnici e forze armate. Da un lato i giovani si sono uniti al movimento di disobbedienza civile, altri hanno raggiunto gli eserciti etnici per ricevere una formazione militare. Il Tatmadaw, a sua volta, ha riesumato l’addestramento obbligatorio per i figli dei soldati dai 14 anni in su, nonostante i trattati firmati con l’Onu per ostacolare l’arruolamento dei bambini-soldato. La partecipazione agli addestramenti è oggi estesa anche alle mogli del personale militare.

Stagnazione economica e politica

La situazione economica non è buona a livello nazionale, nonostante c’era chi sperava in una prima fase di caos seguita da una lenta stabilizzazione degli affari. Il pil pro capite sta tornando a decrescere ai livelli precedenti alle prime elezioni libere del 2015. La moneta locale, il kyat, ha perso più del 60% del suo valore rispetto al dollaro Usa. Nel frattempo, i prezzi aumentano e la carenza di benzina ha già portato alla chiusura temporanea di molte stazioni. L’International Food Policy Research Institute prevede un calo nell’acquisto di fertilizzanti durante la stagione dei monsoni, con gravi conseguenze per la produzione agricola. I commerci rallentano, e le restrizioni lungo i confini dovute all’emergenza sanitaria non fanno che contribuire allo stop alle attività. La giunta ha già ristretto le importazioni dei beni considerati “non essenziali”, mentre altri beni come i prodotti farmaceutici stanno diventando sempre più costosi e difficili da reperire.

In un clima di grave assenza di governance è probabile una concentrazione del potere economico in mano al Tatmadaw e alle milizie etniche nelle loro aree di influenza. Ritorna lo spettro, mai veramente scacciato, dei traffici illeciti legati al contrabbando di droghe, pietre preziose, legname e metalli. E del traffico di esseri umani: secondo il Global Slavery Index nel 2018 almeno 575 mila cittadini birmani vivevano in condizioni di schiavitù, una cifra che potrebbe tornare a crescere a causa dei crescenti debiti personali. 

Relazioni internazionali

Il Myanmar oggi sembra un paese sempre più isolato, un’immagine che risuona familiare con quella di soli pochi anni fa. Le compagnie straniere stanno lentamente lasciando il paese, come nel caso del gigante delle telecomunicazioni norvegese Telenor, il grossista tedesco Metro e la British American Tobacco. Non tutta l’economia è congelata. Nonostante le sanzioni contro individui e organizzazioni legate al Tatmadaw, alcuni grandi flussi di capitale continuano a portare armi e finanziamenti alle forze armate birmane. Come denuncia il gruppo Justice for Myanmar, sono ancora tante le aziende che vendono armi e sistemi di sorveglianza all’esercito birmano (Italia inclusa). 

Mentre la risposta delle potenze occidentali – soprattutto Usa, Ue, Australia e Canada – rimane sulle corde delle restrizioni economiche, l’Asean fatica ancora a trovare la sua posizione. O, meglio, rimane aperta alle trattative. Dopo una prima fase di dialogo con il generale Min Aung Hlaing, anche il gruppo ha interrotto i contatti: la giunta non ha mantenuto la promessa di aderire ai cinque punti richiesti dall’Associazione, ed è quindi isolata anche tra i vicini (tra cui “cessare immediatamente la violenza nel paese”). L’arrivo della Cambogia alla presidenza, però, potrebbe normalizzare i rapporti aumentando l’engagement con la giunta militare. Il primo ministro cambogiano Hun Sen si è espresso in difesa di Naypyidaw: “Secondo la carta dell’ASEAN, nessuno ha il diritto di espellere un altro membro”. Dopo la visita di inizio gennaio potrebbero seguire altri tentativi di dialogo. Negli stessi giorni delle dichiarazioni di Hun Sen è arrivata la condanna ufficiale di Aung San Suu-Kyi a quattro anni di carcere. La strada per il ritorno alla democrazia, ancora una volta, è lontana.

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