Vietnam

Dai Pixel ai chip, Vietnam e Filippine puntano all’alto reddito

Google sposta la produzione nel Sud-Est asiatico, mentre il boom dei semiconduttori accelera la crescita. Hanoi e Manila si avvicinano ora allo status di economie ad alto reddito

Di Tommaso Magrini

Un Pixel può valere più di uno smartphone. Per il Vietnam, può diventare un gradino verso il club delle economie ricche. Google ha comunicato ai fornitori l’intenzione di trasferire fuori dalla Cina entro il 2027 tutta la produzione dei suoi smartphone, smartwatch e auricolari Pixel. Una parte finirà in India, ma Hanoi ha già superato l’esame più difficile: quest’anno Google ha sviluppato e prodotto in Vietnam i suoi telefoni di fascia alta, affidando al Paese non soltanto l’assemblaggio ma alcune delle fasi necessarie per avviare da zero la produzione di un nuovo modello. Il risultato avrebbe convinto il colosso americano ad accelerare il disimpegno dalla Cina.

La scelta arriva mentre il Vietnam cambia categoria anche nelle classifiche internazionali. Nell’aggiornamento di luglio della Banca Mondiale è entrato per la prima volta tra le economie a reddito medio-alto. Il prossimo salto è molto più difficile: entrare nel gruppo dei Paesi ad alto reddito evitando quella “trappola del reddito medio” nella quale la crescita rallenta quando salari e costi aumentano, erodendo il vantaggio della manodopera a basso prezzo prima che l’economia abbia sviluppato tecnologia e produttività sufficienti per competere ai livelli superiori.

È qui che Pixel e semiconduttori si incontrano. Per decenni il modello vietnamita si è fondato sulla combinazione tra salari contenuti, investimenti stranieri ed export manifatturiero. La frammentazione delle catene globali e il de-risking dalla Cina hanno portato una nuova ondata di produzione. Samsung ha costruito nel Paese un vasto ecosistema dell’elettronica che ora può essere utilizzato anche da altri gruppi. Google punta ad aumentare le spedizioni di Pixel dalle circa 12 milioni di unità del 2025 a circa 13 milioni quest’anno. Dal 2027 la Cina dovrebbe uscire completamente dalla produzione di telefoni, orologi e auricolari del marchio.

Non basta però sostituire Shenzhen come luogo di assemblaggio. Il vero salto arriva quando una quota maggiore del valore resta nel Paese. Il boom dei semiconduttori offre questa possibilità al Vietnam e, con caratteristiche diverse, alle Filippine. L’espansione dell’industria dei chip sta ridisegnando la traiettoria economica del Sud-est asiatico, spingendo entrambi più vicino allo status di economie ad alto reddito. Per Hanoi significa passare progressivamente dalla manifattura ad alta intensità di lavoro verso attività tecnologiche, ingegneristiche e industriali a maggiore valore aggiunto.

La corsa riguarda anche Manila. Le Filippine dispongono da decenni di una base nell’assemblaggio e nel testing dei semiconduttori e di una forza lavoro anglofona relativamente qualificata. Ma la convergenza è stata lenta: secondo la Banca Mondiale, tra il 1990 e il 2023 il ritmo medio di avvicinamento delle Filippine alle economie ad alto reddito è stato appena dello 0,8%. Senza un’accelerazione delle riforme, nel 2050 il reddito nazionale lordo pro capite resterebbe ancora circa un terzo sotto la soglia necessaria per entrare nel gruppo dei Paesi ricchi.

Vietnam e Filippine cercano dunque di percorrere una strada già battuta nell’Asia orientale. Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Singapore non sono diventati ricchi limitandosi ad aumentare la quantità di manufatti esportati. Hanno spostato progressivamente produzione, competenze e investimenti verso segmenti più complessi, aumentando produttività e salari. Nelle economie ad alto reddito, i settori ad alta intensità di competenze rappresentano generalmente una quota molto maggiore dell’export.

Per il Vietnam la finestra è favorevole. Le tensioni tra Washington e Pechino stanno spingendo le multinazionali a costruire filiere alternative alla Cina proprio mentre l’intelligenza artificiale alimenta nuovi investimenti in semiconduttori, server e infrastrutture digitali. Hanoi può intercettare entrambi i movimenti. La Banca Mondiale indicava già lo scorso anno nello sviluppo di competenze tecnologiche avanzate uno dei passaggi necessari per raggiungere lo status di economia ad alto reddito.

Resta da capire quanto della nuova industria verrà davvero radicato nell’economia locale. Una fabbrica straniera aumenta export e occupazione; progettazione, ricerca, fornitori nazionali e personale altamente specializzato moltiplicano l’effetto su produttività e redditi. È la distanza che separa una piattaforma manifatturiera da un’economia tecnologica.

Google sta portando i Pixel fuori dalla Cina perché vuole ridurre il rischio geopolitico delle sue catene produttive. Il Vietnam li accoglie per una ragione diversa. Dopo essere salito tra i Paesi a reddito medio-alto, deve dimostrare di poter salire ancora. La prossima frontiera non è produrre più smartphone e chip. È trattenere una parte sempre maggiore del valore che contengono.

Vietnam protagonista globale, 50 anni dopo la caduta di Saigon

Il 30 aprile 1975 finiva la guerra del Vietnam. Il Paese, da allora, è fortemente cambiato

Di Anna Affranio

Il 30 aprile 1975 segna una delle date più drammatiche del XX secolo: la caduta di Saigon (oggi Ho Chi Minh City) sanciva la fine della guerra del Vietnam e l’inizio di una nuova era che pose termine a un ventennio di divisioni, lutti e distruzioni. Cinquant’anni dopo, il Paese che fu teatro di uno dei conflitti più laceranti della Guerra Fredda è oggi un attore dinamico sulla scena internazionale e un nodo strategico nelle catene di approvvigionamento globali.

Le immagini iconiche dell’elicottero in decollo dal tetto dell’ambasciata americana, delle folle in fuga, del silenzio che calò su una città devastata, fanno parte della memoria collettiva non solo vietnamita, ma mondiale. Per molti, la caduta di Saigon fu sinonimo di sconfitta di un modello sociale ed economico, di perdita di riferimenti politici ed ideologici, di esilio per quanti avevano appoggiato convintamente uno sviluppo di tipo occidentale. Oggi, a mezzo secolo di distanza, la memoria resta viva: i musei, i monumenti, ma anche il modo in cui la società vietnamita ha saputo elaborare il passato senza rimanerne prigioniera.

Negli anni immediatamente successivi alla riunificazione, il Vietnam ha affrontato sfide enormi: embargo economico, isolamento internazionale, e una ricostruzione lenta e difficile. Ma a partire dalla fine degli anni ’80, con la politica del Đổi Mới (letteralmente, “rinnovamento”), il Paese ha avviato un percorso di riforme economiche e apertura al mercato che ha trasformato radicalmente la sua struttura produttiva e sociale, portando il Paese dall’essere tra i piu’ poveri al mondo ad uno a medio reddito nel corso di appena una generazione1.

Oggi il Vietnam è completamente integrato nelle catene di approvvigionamento globali: è uno dei maggiori esportatori mondiali di elettronica, tessile, calzature, mobili e prodotti agricoli. Aziende come Samsung, Intel, Nike, e Apple hanno stabilito impianti produttivi nel Paese, attratte da una forza lavoro giovane, qualificata e competitiva, e da una stabilità politica che rappresenta un asset strategico in un’ Asia sempre più turbolenta. Inoltre, il settore dell’elettronica e dei semiconduttori è cresciuto a ritmi impressionanti: oggi il Vietnam è uno dei principali esportatori mondiali di smartphone e componenti elettroniche, mentre Hanoi e Ho Chi Minh City stanno emergendo come hub per startup tecnologiche, sostenute da un crescente ecosistema di venture capital e innovazione digitale.

Il Vietnam non è solo un hub manifatturiero: negli ultimi anni è diventato uno degli attori diplomatici più attivi del Sud-est asiatico. Ha sottoscritto una lunga serie di accordi di libero scambio (FTA) con partner strategici, tra cui l’UE, il Giappone, il Regno Unito e il blocco CPTPP. Ha saputo bilanciare abilmente i rapporti con Cina e Stati Uniti, mantenendo una postura indipendente ma cooperativa, e diventando uno dei principali promotori della cooperazione ASEAN. Non per niente, la politica estera Vietnamita è stata soprannominata la “diplomazia del bambù”, come l’ha definita  Nguyen Phu Trong, segretario del partito comunista:  ben radicata nel terreno, solida nei principi, flessibile nelle strategie.

Il Paese ha anche assunto un ruolo sempre più visibile nelle missioni di pace delle Nazioni Unite e nei forum multilaterali, presentandosi come una nazione aperta, pragmatica, e impegnata nella costruzione di un ordine internazionale stabile e multilaterale.

Non si può poi non menzionare il Paese come meta turistica sempre più gettonata: il Vietnam è diventato oggi una delle mete turistiche più popolari del Sud-est asiatico, tanto che il governo punta a raggiungere la cifra di 23 milioni di turisti quest’anno. Nel 2023, il Paese ha accolto oltre 12 milioni di turisti internazionali, attratti dai paesaggi naturali mozzafiato (come Ha Long Bay, le montagne del Nord, le spiagge di Da Nang e Phu Quoc) a un ricco patrimonio storico e culturale: templi antichi, architetture coloniali, street food iconico e città vibranti come Hanoi e Ho Chi Minh City. 

A soli 50 anni dalla caduta di Saigon, il Vietnam ha saputo superare l’immagine di “paese della guerra”, trasformandosi in una realtà moderna, dinamica, e con una visione strategica ben definita. La memoria del conflitto resta scolpita nella coscienza nazionale, ma non è più il solo orizzonte narrativo. Il Vietnam di oggi è un Paese in movimento, che guarda al futuro con consapevolezza, determinazione e uno spirito profondamente internazionale.


1 https://www.worldbank.org/en/country/vietnam/overview

In Vietnam ecco “l’era dell’ascesa nazionale”

Hanoi si avvicina al Congresso del Partito Comunista del 2026 con un programma molto ambizioso

Di Francesco Mattogno

Secondo il segretario generale del Partito Comunista del Vietnam (CPV), To Lam, il Vietnam sta per entrare «nell’era dell’ascesa nazionale», definita come un «nuovo punto di partenza storico» che trasformerà negli anni a venire il ruolo e la rilevanza del Vietnam all’interno dell’ordine internazionale. Ne aveva parlato per la prima volta davanti ai colleghi di partito lo scorso 13 agosto, dieci giorni dopo il suo insediamento alla segreteria del CPV, ripetendosi poi in discorsi pubblici, comunicati ufficiali e nell’ambito di vari incontri diplomatici.

Nella teoria del segretario generale – approvata a settembre dal Comitato Centrale del partito, che l’ha quindi resa una dottrina ufficiale – la storia moderna del Vietnam si può suddividere in tre periodi: l’era dell’indipendenza e del socialismo (1930-1975), l’era della riunificazione e delle riforme Doi Moi (1975-2025) e l’era dell’ascesa nazionale, appunto, che partirà con il 14° Congresso del CPV nel 2026 per poi terminare nel 2045.

Come scritto dall’analista Phan Xuan Dung su Fulcrum, la periodizzazione presentata da Lam supporta una narrazione di progressione lineare verso una maggiore forza e prosperità del Vietnam, che nel Novecento ha combattuto due guerre per liberarsi dal colonialismo occidentale prima di intraprendere un percorso di crescita continua. Oggi però, dice Lam riferendosi alle varie crisi internazionali e all’avanzamento delle nuove tecnologie, il mondo si trova in una fase di «cambiamenti che definiscono un’era», alla quale il Vietnam non deve farsi trovare impreparato.

Il leader del CPV ha quindi definito gli anni che vanno dal 2024 al 2030 come un «periodo di sprint» decisivo, che risulterà fondamentale per stabilire la forma del nuovo ordine internazionale. Non c’è tempo da perdere, insomma. Per questo negli ultimi mesi Hanoi ha iniziato a prendere varie decisioni politiche radicali che serviranno a plasmare la «nuova era», accelerando l’implementazione di molti progetti infrastrutturali rimasti in sospeso a volte per decenni (come la costruzione di ferrovie ad alta velocità o di nuove centrali nucleari) e, soprattutto, riformando gran parte del sistema burocratico del paese.

L’enorme ristrutturazione burocratica voluta da Lam negli ultimi mesi ha portato alla chiusura di cinque ministeri e di altre agenzie e dipartimenti governativi, le cui responsabilità sono confluite all’interno di istituzioni e dicasteri già esistenti. Dopo anni di aggiustamenti graduali, l’apparato di polizia è stato ulteriormente centralizzato attraverso la rimozione dei dipartimenti a livello distrettuale, mentre la seconda rete televisiva del paese (la VTC) è stata chiusa lasciando a casa più di 800 impiegati nell’ambito di un più generale ridimensionamento del settore dell’informazione.

L’obiettivo ufficiale delle riforme è quello di ridurre la burocrazia e tagliare i costi, migliorando a conti fatti l’efficienza del governo. Dopo l’importante +7,09% registrato nel 2024, Hanoi si è data un ambizioso obiettivo di crescita di PIL per il 2025 tra l’8% e il 10%, con un più ampio target di crescita in doppia cifra per il periodo 2026-2030. Secondo gli esperti, come Alexander Vuving, che ne ha scritto sul Diplomat, la leadership vietnamita sa che per garantirsi una crescita di questo tipo l’economia dovrà essere trainata dal settore tecnologico e guidata da una pubblica amministrazione snella e competente.

A dicembre, per la prima volta dopo decenni in cui la questione era sempre stata affrontata in modo un po’ fumoso, il Politburo del CPV si è impegnato politicamente nel definire «la scienza, la tecnologia, l’innovazione e la trasformazione digitale» come i cardini dello sviluppo economico del paese. Contestualmente Lam, in qualità di segretario generale, è stato nominato a capo della Commissione direttiva centrale per lo sviluppo della scienza, della tecnologia, dell’innovazione e della trasformazione digitale, ed è stato deciso che il governo dovrà destinare a tale scopo almeno il 3% del budget annuale.

Negli ultimi anni, beneficiando degli scontri tecnologici e commerciali tra Pechino e Washington, il Vietnam si era già trasformato in una destinazione gradita dalle multinazionali tecnologiche (soprattutto americane) interessate a delocalizzare la produzione dalla Cina. Salvo rare eccezioni, però, la manifattura vietnamita nel settore delle nuove tecnologie si è quasi sempre limitata all’impiego di operai scarsamente qualificati, dimostrandosi poco avvezza all’innovazione (non è un segreto che nel paese manchino ingegneri, per esempio). Lam sta provando a cambiare questo paradigma. 

Prima di diventare segretario (passando per un periodo ad interim da presidente) Lam è stato per anni il ministro della Sicurezza Pubblica incaricato di guidare la campagna anti-corruzione, che ha usato per farsi strada nel CPV, purgando nemici e avversari politici. Oggi, per opera di Lam, sei membri su quindici del Politburo del partito provengono dall’apparato di sicurezza, mentre lo stesso ministero della Sicurezza Pubblica ha preso in carico molte delle funzioni dei ministeri e dei dipartimenti appena tagliati dalla ristrutturazione burocratica. Ed è in questa centralizzazione del potere che risiede probabilmente l’altro obiettivo della dottrina di Lam sulla nuova era.

Presentare i prossimi anni come quelli decisivi per “l’ascesa” (vươn mình) del Vietnam è anche un modo per legittimare il suo mandato, facendo leva sul senso di urgenza per giustificare cambiamenti rapidi e radicali. In un momento storico spartiacque, Lam può dunque dipingersi come l’architetto di un cambiamento epocale, che non pare comunque portare cambiamenti riguardo la postura internazionale di Hanoi, che resta impostata sulla bamboo diplomacy di Trong. Il Vietnam incarna forse più degli altri l’equilibrismo diplomatico della regione, essendo in grado di mantenere ottimi rapporti contemporaneamente con Russia, Cina e Stati Uniti.

Le Connector Economies – Il Vietnam

Hanoi è riuscita a ritagliarsi un ruolo fondamentale per l’economia globale, sfruttando la sua posizione unica tra Cina, Sud-Est asiatico e Occidente

Di Francesca Leva

Nell’attuale momento di frammentazione geopolitica, siamo portati a concepire gli assetti economici in un’ottica binaria e mutualmente esclusiva: o alleati di Pechino, o alleati di Washington. In questo contesto, uno Stato che intrattiene rapporti economici con uno che segue una traiettoria politica divergente, è uno stato a rischio. 

Non deve essere necessariamente così. Vi sono infatti Paesi che sono stati negli ultimi anni in grado di navigare le fratture geopolitiche e beneficiare della possibilità di commerciare con plurimi partners: questo approccio li ha anzi resi resilienti vis-a ’-vis le ostilità politiche e commerciali, rendendoli beneficiari di flussi di investimenti diversificati. Questi Paesi vengono chiamati “connector economies”, e tra i più prominenti figurano Vietnam, Indonesia, Polonia, Messico e Marocco. Le connector economies a loro volta si suddividono lungo due linee: “connectors” tra diversi Paesi – quali il Vietnam, che si posiziona come interlocutore sia di Cina che di Stati Uniti – e connettori tra diversi tipi di transazioni economiche – il Messico -. 

Il successo delle connector economies in un periodo così turbolento sta nella capacità mantenere una politica estera bilanciata rispetto alle politiche di friendshoring e reshoring cinesi e statunitensi, al contempo sviluppando le capacità economiche e le infrastrutture necessarie per attrarre investimenti di tipo greenfield, beni e servizi e tradurli in capacità di export. Gli allineamenti geopolitici hanno infatti fortemente contribuito alla riconfigurazione dei flussi di investimenti globali: nel 2000 gli FDI – foreign direct investments, o IDE – contribuivano al 3,3% del PIL globale, negli ultimi cinque anni solo al 1,3%. In termini assoluti, gli investimenti diretti esteri sono aumentati modestamente: nel 2023 i flussi globali di IDE hanno raggiunto un valore stimato di 1,3 trilioni di dollari, il 3% in più rispetto al 2022. La frenata degli IDE ha però colpito in modo sproporzionato i paesi emergenti e in via di sviluppo: flussi di IDE verso i paesi sviluppati sono aumentati del 29%, raggiungendo i 524 miliardi di dollari, mentre i flussi verso i paesi in via di sviluppo sono diminuiti del 9%, arrivando a 841 miliardi di dollari. A titolo esemplificativo, tra il 2019 e il 2023, gli FDI dagli Stati Uniti verso la Cina sono scesi da una quota del 5,2% del totale, al 1,8%. Al contrario, le quote di FDI statunitensi verso paesi più allineati dal punto di vista geopolitico sono aumentate: di quattro punti percentuali verso l’India; di 3,4 punti percentuali verso gli Emirati Arabi Uniti; di 2,2 punti percentuali verso il Messico; e di circa un punto percentuale verso diversi Paesi del Sud-Est asiatico come la Malaysia, le Filippine e il Vietnam. Similmente, anche gli FDI provenienti dalla Cina verso i Paesi occidentali sono diminuiti da un picco di 196 miliardi di dollari – 1,9% del PIL – nel 2016 a 146 miliardi di dollari – 0,8% del PIL – nel 2022 e hanno sempre maggiormente favorito le nazioni Asiatiche e sud-est Asiatiche, peraltro beneficiarie degli investimenti facenti capo alla Belt and Road Initiative. 

In questo contesto di riconfigurazione dei rapporti commerciali, basti pensare che le connector economies rappresentano il 4% del prodotto interno lordo globale, eppure hanno attratto più del 10%, ovvero 550 miliardi di dollari, di tutti gli investimenti greenfield dal 2017. Se è vero che questo ci permette di guardare al decoupling tra Pechino e Washington sotto una nuova ottica, è altresì vero che l’allungamento e la frammentazione delle supply chains porterà comunque a un aumento dei costi dei beni e a una continua inflazione, con un impatto maggiore sui Paesi più poveri.

In questo contesto, il Vietnam è un esempio virtuoso di come un Paese sia stato in grado di posizionarsi strategicamente in un’area caratterizzata da intensa competizione economica, dispute territoriali, nonché la presenza di un vicino con un enorme leverage politico ed economico, la Cina. Già destinazione di numerosi investimenti globali nell’ambito della China Plus One Strategy – sviluppata nei primi anni 2000 dai Paesi minacciati dai competitivi costi del lavoro cinesi e volta alla diversificazione delle strutture delle supply chains globali -, nel 2023 Hanoi ha accolto $8.2 miliardi di investimenti dalla Cina e $500 milioni dagli Stati Uniti, principalmente nel settore dell’elettronica. Attualmente, gli Stati Uniti sono la destinazione di circa un terzo delle esportazioni del Vietnam, mentre la Cina è anche il principale partner commerciale del Vietnam, e il commercio bilaterale è caratterizzato da una vasta gamma di beni, tra cui elettronica, macchinari, tessuti e prodotti agricoli. Il commercio tra Vietnam e Cina nel primo semestre del 2024 ha raggiunto i 123 miliardi di dollari, con 77 miliardi di dollari di esportazioni dalla Cina e 46 miliardi di dollari importati dal Vietnam verso il continente cinese. Il Vietnam commercia con gli Stati Uniti nell’ambito di una Comprehensive Strategic Partnership, stipulata proprio nel 2023, e con la Cina nell’ambito dell’RCEP e dell’ASEAN-China Free Trade Agreement.

Il rapporto commerciale molto stretto tra Hanoi e Pechino potrebbe tuttavia portare al deterioramento dell’economia locale, che si protegge invece tramite tre principali strategie. In primo luogo, il Vietnam è in grado di salvaguardare il sistema di produzione nazionale grazie alle rules of origins che impongono che, se il 30% o più del valore di un bene è generato  localmente, deve essere etichettato come “Made in Vietnam”. In secondo luogo, il Vietnam intrattiene forti relazioni commerciali con vari partners: se la Cina rappresenta infatti il 39% degli import di materiali elettronici del Vietnam – che si traducono in un 30% degli import statunitensi nello stesso settore -, Pechino pesa solo per il 33.21% sugli import totali del Paese, che ha infatti forti partnerships commerciali anche con Corea del Sud, Giappone e Taiwan. Infine, Hanoi è in grado di posizionarsi come partner commerciale internazionale non unicamente focalizzato sulla manifattura a basso costo, ma altresì sull’attrazione di investimenti e lo sviluppo di servizi ed industrie ad alto valore aggiunto. Esempi recenti includono l’adesione di Hanoi alla Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (“CPTPP”) e all’ EU-Vietnam Free Trade Agreement (“EVFTA”).

In Vietnam volano i prezzi del caffè

A causa di una carenza di offerta, speculazioni finanziarie e un aumento della domanda di chicchi di Robusta, i prezzi del caffè vietnamita sono in forte aumento.

Articolo di Anna Affranio

Il Vietnam è diventato in pochissimo tempo uno dei principali produttori mondiali di caffè. Questo prodotto, massicciamente consumato in tutto il globo, è stato introdotto in Vietnam già a partire dal 1857 da alcuni sacerdoti francesi durante il periodo coloniale, prima nelle province settentrionali, e poi successivamente negli altipiani centro-meridionali. Il terreno e le condizioni climatiche si sono rivelate presto ideali per la coltivazione delle varietà robusta e arabica, al punto che nel tempo il Paese si è guadagnato una rilevante posizione tra i maggiori produttori al mondo di caffè (secondo maggior esportatore per volumi dopo il Brasile). Ciò è stato possibile negli ultimi decenni grazie a ingenti investimenti seguiti alla liberalizzazione della proprietà terriera con le riforme Đổi Mới a metà degli anni ’80, e alle raccomandazioni politiche della Banca Mondiale/FMI che incentivano i contadini a produrre caffè per l’esportazione. In questo periodo, il Vietnam si specializza nella produzione di chicchi di varietà  Robusta, della quale è anche il maggior produttore mondiale e che costituisce la quasi totalità del caffè prodotto nel paese. 

Ma qualcosa sta cambiando nel mercato del caffè, in Vietnam e nel mondo. Secondo un recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Caffè, ad Aprile i prezzi della specie Robusta hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi 45 anni. Quali le ragioni di un aumento così drastico dei prezzi? Le cause vanno principalmente ascritte allo squilibrio tra domanda e offerta.

Attualmente, i chicchi di Robusta rappresentano meno del 30% della produzione mondiale di caffè, rispetto alla varietà Arabica, molto più richiesta per il gusto più morbido e una quantità minore di caffeina. La qualità Robusta ha  invece un sapore più forte e amaro ed è  più facile da produrre poiché, come suggerisce il nome, è più resistente ai parassiti e si adatta meglio alle diverse condizioni climatiche e geografiche. Questi chicchi vengono solitamente utilizzati nelle miscele per fare il caffè espresso per aggiungere forza e corpo alla tazzina, ma sono anche ampiamente utilizzati nei caffè istantanei grazie alla loro convenienza e al profilo di sapore costante. In effetti, la domanda della specie Robusta è più alta che mai, vista la loro maggiore resilienza ai cambiamenti climatici rispetto all’Arabica. Inoltre, l’aumento dei costi di trasporto e carburante sta spingendo le principali aziende europee e statunitensi a passare dalla varietà di alta gamma Arabica, prodotta principalmente in America Centrale e Meridionale, alla più conveniente Robusta: la maggiore richiesta sta facendone così inevitabilmente lievitare il prezzo.

Ma torniamo al Vietnam.Qui l’offerta si sta contraendo notevolmente per la  riduzione delle aree coltivate a caffè. Gli agricoltori locali infatti stanno gradualmente sostituendo la coltivazione del caffè con quella del durian, il frutto dall’odore forte molto amato nel continente asiatico. In particolare, la Cina ha aumentato la sua domanda di durian, e la produzione di questo frutto si sta rivelando più redditizia per molti agricoltori rispetto al caffè. Non aiuta il fatto che, per conformarsi ai requisiti cinesi per l’esportazione di durian, che impediscono la coltivazione del durian con altre piante, gli agricoltori stanno anche abbattendo gli alberi di caffè già presenti all’interno delle piantagioni miste caffè-durian. Inoltre, questa stagione, particolarmente calda e secca, non ha favorito un abbondante raccolto di chicchi.

Da ultimo, ma non per ultimo, va sottolineato che il caffè è una delle commodities preferite (insieme con petrolio e oro) per le speculazioni finanziarie, e le mutate condizioni geopolitiche, ambientali e climatiche costituiscono terreno fertile per un’ampia volatilita’ nei futures del caffe, aumentando cosi’ ulteriormente i prezzi.

Vietnam, addio al segretario generale Nguyen Phu Trong

Il segretario generale del Partito comunista era al terzo mandato. Inflessibile all’interno, protagonista della spietata campagna anticorruzione della “fornace ardente”, flessibile sul piano internazionale in ossequio alla sua diplomazia del bambù che ha garantito il successo recente di Hanoi

Articolo di Lorenzo Lamperti

Nato in una famiglia di contadini sotto la colonizzazione francese e la dominazione giapponese. Cresciuto durante la guerra contro gli Stati uniti. Studente di scienze storiche in Unione Sovietica. Redattore della rivista teorica del Partito, poi suo ideologo e infine leader indiscusso. Nguyen Phu Trong, segretario generale del Partito comunista vietnamita di cui è stata annunciata ieri la morte, non era una figura come un’altra. Né per il Vietnam, né per l’Asia. E, sempre di più, non lo era nemmeno per il mondo. Negli ultimi dieci mesi, sono apparsi al suo fianco in serie Joe Biden, Xi Jinping e Vladimir Putin. Nessun altro leader mondiale può dire lo stesso. Il tutto mentre i vari Amazon, Apple, Samsung, BYD fanno a gara per guadagnare spazio in quello che sta diventando un hub produttivo di alta qualità, snodo cruciale della globalizzazione in mezzo alle turbolenze della contesa tra Usa e Cina.

Trong ha guidato il Vietnam tra le intemperie, cavalcando le onde invece di subirle. Mentre all’interno operava la spietata campagna anticorruzione della “fornace ardente”, all’esterno esaltava la diplomazia del bambù. L’inflessibilità interna, utile anche o soprattutto a sbarazzarsi dei rivali politici, si accompagnava dunque a una grande flessibilità sulla scena internazionale. Da convinto marxista-leninista, Trong ha coltivato il legame storico-ideologico con Pechino, preservando quello di sicurezza con la Russia. E avviando uno storico disgelo con Washington col suo storico viaggio alla Casa bianca nel 2015, il primo per un leader vietnamita. Una mossa utile a diversificare i rapporti internazionali e aggiungere un’ulteriore tutela di stabilità per un paese con una storia frastagliata e violenta. Quasi mille anni di dominio cinese prima, gli effetti “caldi” della guerra fredda con le bombe americane poi.

Sulla salute di Trong, 80 anni, giravano voci pessimistiche già da tempo. Già qualche anno fa si era parlato di un “infarto”. Negli scorsi mesi aveva mancato almeno due appuntamenti rilevanti: l’incontro col presidente indonesiano Joko Widodo, in viaggio a Hanoi, e le celebrazioni del 70esimo anniversario della vittoria della guerra contro la Francia. Era poi riapparso un mese fa per accogliere Putin. Ma le immagini di fianco al leader russo lo mostravano in condizioni poco rassicuranti, tanto da non essere circolate sui media statali. Nei giorni scorsi, c’era stato il passaggio dei poteri al presidente To Lam, figura che nel sistema vietnamita ha funzioni soprattutto cerimoniali. Il segnale della gravità della malattia è arrivato con l’assegnazione dell’Ordine della stella d’oro, generalmente conferita postuma. Poi, l’annuncio ufficiale.

La sua salute era stata messa in discussione sin dal 2021, quando al XII Congresso del Partito aveva ottenuto un inedito terzo mandato, un anno in anticipo rispetto al “collega” cinese Xi Jinping. La storia recente di Hanoi e Pechino, così come le esperienze di Trong e Xi, hanno d’altronde spesso viaggiato in parallelo. Mentre Deng Xiaoping lanciava la riforma e apertura cinese, Le Duan in Vietnam approntava il Doi Moi per aprire al mercato l’economia socialista vietnamita. Trong è diventato segretario generale nel 2011, un anno prima di Xi. Sempre come il presidente cinese, Trong ha costruito la sua reputazione su una ostentata inflessibilità in materia di sicurezza e incorruttibilità, medaglia che ha utilizzato per sconfiggere il rivale Nguyen Tan Dung al Congresso del 2016. Una vittoria dell’ideologia sul mercato, si era detto allora. Ma Hanoi ha poi firmato gli accordi di libero scambio con Unione europea e Regno unito, promuovendo il Rcep in Asia-Pacifico. Le pressioni su Washington per ottenere il riconoscimento di economia di mercato sembrano vicine a produrre il risultato sperato, con Hanoi che si è resa ormai indispensabile alla diversificazione delle catene di approvvigionamento globali e ha elevato nettamente i suoi standard produttivi.

E poco importa se dietro le quinte lo scontro politico è proseguito anche dopo l’avvio del terzo mandato di Trong. Nel giro di un anno, il segretario generale si è sbarazzato di due presidenti. Prima Nguyen Xuan Phuc, che ambiva a prendere il suo posto, poi Vo Van Thuong, considerato il suo delfino. In totale, otto membri del Politburo sono stati espulsi nel giro di pochi anni. Ora ci si aspetta la convocazione di un comitato centrale per nominare un segretario generale ad interim. In corsa, oltre al presidente To Lam, anche il primo ministro Pham Minh Chinh, primo ministro ed ex generale di polizia proveniente dal potente ministero di pubblica sicurezza.

La nomina sarà in ogni caso valida “solo” fino al XIV Congresso del gennaio 2026, quando ci sarà la scelta definitiva. A Pechino, come a Washington e Mosca, osserveranno con attenzione la soluzione del rebus della successione di Trong. Ma il Vietnam è intenzionato a proseguire con convinzione sulla strada della neutralità in politica estera e di sviluppo economico attraverso l’apertura al mondo.

L’ambiziosa missione di VinFast

La prima casa automobilistica interamente vietnamita ha grandi progetti per il futuro. La competizione è forte e gli ostacoli da superare sono molti, ma l’azienda è stata inserita da TIME tra le più influenti al mondo

di Francesco Mattogno

Il circuito di Hanoi se lo ricordano in pochi anche tra gli appassionati di Formula 1. Non per le caratteristiche della pista, dal layout comunque discutibile, ma perché il Gran Premio del Vietnam è esistito solo sulla carta, o nel mondo virtuale. La gara, che avrebbe dovuto debuttare nel 2020, è stata prima rinviata di un anno a causa della pandemia da Covid e infine rimossa definitivamente dal calendario di Formula 1, nonostante un contratto di dieci anni firmato nel 2018 (decisione su cui ha pesato anche la campagna anti-corruzione che ha colpito alcuni degli organizzatori dell’evento). Oggi chi vuole può “correre” nel circuito di Hanoi solo sul videogioco di Formula 1 2020, nel quale era stato inserito preventivamente. 

Sarebbe stato il secondo Gran Premio della categoria nel Sud-Est asiatico (dopo quello di Singapore), ma anche la prima grande vetrina per VinFast, casa automobilistica vietnamita parte del conglomerato Vingroup. L’annuncio in pompa magna e la successiva cancellazione della gara, a cui Vingroup avrebbe fatto da sponsor principale, si inseriscono perfettamente nel percorso di alti e bassi che ha caratterizzato fin qui la breve storia di VinFast. L’azienda è nata nel 2017 per volontà di Pham Nhat Vuong, presidente, maggiore azionista e fondatore nel 2002 anche della stessa Vingroup, divenuta nel giro di vent’anni la più grande società privata vietnamita grazie alle attività delle sue sussidiarie, operative soprattutto nel settore immobiliare, tecnologico e dei servizi. 

La grande crescita di Vingroup ha reso Vuong il primo miliardario della storia del Vietnam e di conseguenza uno dei personaggi pubblici più in vista del paese, che si ritiene inoltre essere molto vicino alla leadership del Partito Comunista al potere. Una posizione di forza che ha spinto Vuong a investire in un settore ipercompetitivo come quello automobilistico, con l’idea di rendere VinFast un marchio specializzato nella produzione di veicoli elettrici. E facendone anche una questione di orgoglio nazionale.

Il piano di Vingroup era fare di VinFast la prima casa automobilistica interamente vietnamita, visto che l’altro importante marchio del settore, la Truong Hai Auto Corporation (THACO), realizza veicoli per conto di grandi aziende straniere come BMW, Hyundai e Kia. Non a caso, la cerimonia di inaugurazione dell’impianto di produzione di Haiphong, ancora oggi unica fabbrica di VinFast in Vietnam, è stata organizzata il 2 settembre 2017, nel 72° anniversario della dichiarazione di indipendenza dalla Francia pronunciata da Ho Chi Minh nel 1945.

VinFast ha iniziato a spedire le sue prime auto in Vietnam a giugno del 2019, due anni dopo la sua fondazione, ma è entrata nel mercato dei veicoli elettrici solo a partire dal 2022 (in un primo momento produceva soprattutto automobili con motori a combustione). Il 2022 è anche l’anno in cui Vuong ha dato il via al piano di espansione internazionale dell’azienda, che ha cominciato a puntare totalmente sull’elettrico. Vingroup ha prima firmato un accordo preliminare da due miliardi di dollari con la contea statunitense di Chatham (North Carolina) per la costruzione della prima fabbrica di VinFast all’estero, poi si è accordata con Intel per sviluppare congiuntamente le tecnologie per la guida autonoma dei veicoli. 

Sempre nel 2022 un’altra sussidiaria del conglomerato, la VinES Energy Solution, ha avviato la costruzione di una fabbrica di batterie per auto elettriche insieme alla cinese Gotion High-Tech, nella provincia vietnamita di Ha Tinh. La VinES si è poi fusa con VinFast l’anno successivo. I grandi investimenti di Vingroup hanno posto le basi per la quotazione in borsa di VinFast negli Stati Uniti, al Nasdaq, ma nascondevano anche una certa frenesia da parte del gruppo per rendere l’azienda davvero competitiva nel settore dell’elettrico. 

Nel 2023 l’azienda ha venduto 34.855 auto elettriche, un dato molto superiore a quello del 2022 (7.400) ma comunque inferiore all’obiettivo di 50 mila consegne prefissato dalla la società, che proprio lo scorso anno ha iniziato a spedire auto, scooter e autobus elettrici anche fuori dal Vietnam. Al di là delle perdite nette, che nel 2023 hanno raggiunto i 2,39 miliardi di dollari (+14,7% rispetto al 2022), a preoccupare sono soprattutto i dettagli. Se è vero che VinFast ha consegnato circa 35 mila veicoli nel 2023, più del 72% di questi sono stati “venduti” alla Green and Smart Mobility (GSM), una società di taxi sussidiaria proprio di Vingroup. 

Nei primi giorni la capitalizzazione di VinFast è stata la terza più alta tra i marchi mondiali di auto, dietro solo a Tesla e Toyota, ma col passare del tempo il valore delle azioni della casa vietnamita è crollato di oltre il 95% rispetto al suo picco iniziale. Gli analisti hanno parlato di «titolo meme», gonfiato dal grande interesse suscitato nei suoi confronti dai media internazionali e dai social. D’altronde ancora oggi il marchio, nonostante le tante recensioni negative sui suoi prodotti, gode di buona stampa: ad esempio il TIME ha inserito VinFast nella lista delle 100 aziende più influenti del 2024. 

Negli ultimi mesi la casa vietnamita si è trovata costretta a ritirare centinaia di auto già consegnate a causa di problemi di sicurezza (come airbag fallati) o della scarsa qualità dei componenti, oltre che ad affrontare varie controversie legali. Negli Stati Uniti è stata avviata un’indagine per accertare la causa della morte di quattro persone, tra cui due bambini, dovuta allo schianto contro un albero del VF 8 su cui viaggiavano. La macchina, che ha anche preso fuoco, potrebbe aver avuto problemi al suo sistema di guida autonoma. VinFast è stata poi denunciata da AncelorMittal per il furto di proprietà intellettuale riguardo alcune componenti in acciaio utilizzate nei suoi veicoli, mentre ad aprile diversi investitori hanno querelato la società, accusandola di aver gonfiato artificialmente il valore delle sue azioni al Nasdaq.

Vista la situazione complicata, a gennaio Vuong ha preso le redini del progetto auto-nominandosi amministratore delegato dell’azienda, e diventando così il quarto CEO di VinFast negli ultimi tre anni. Nonostante i tanti intoppi, che avrebbero potuto suggerire un ridimensionamento di VinFast, Vingroup sembra invece intenzionata ad aumentare progressivamente obiettivi e investimenti. La casa ha dichiarato di voler arrivare a vendere 100 mila veicoli elettrici nel 2024, fissando poi una soglia di 750 mila consegne annuali entro il 2026.

Per farlo, oltre a grandi iniezioni di liquidità (dal 2017 Vingroup e Vuong hanno investito in VinFast più di 11 miliardi di dollari), l’azienda ha detto di volersi espandere in almeno 50 mercati internazionali entro la fine dell’anno. In pochi mesi VinFast ha aperto vari uffici in Europa e stretto accordi per la vendita delle sue auto in Ghana, Thailandia, Micronesia e nelle Filippine, mentre sta potenziando la sua infrastruttura di stazioni di ricarica e progettando la costruzione di altri due impianti di produzione, in India e Indonesia, che si andrebbero ad aggiungere a quello negli Stati Uniti. 

«VinFast sta entrando in un mercato altamente competitivo come quello dei veicoli elettrici, contro marchi storici consolidati e nel bel mezzo di una guerra dei prezzi», ha dichiarato l’analista Chris Robinson al Nikkei. E proprio questo potrebbe essere il suo più grande ostacolo. 

La strada del Vietnam verso la ricchezza

Il Paese del Sud-Est asiatico è uno di quelli posizionati meglio per aumentare il suo benesse

Di Tommaso Magrini

La crescente rilevanza geopolitica del Vietnam si basa sulla sua forte performance economica, oltre che sulla geografia. Quando il Vietnam iniziò ad aprirsi, a metà degli anni ’80, il reddito annuo pro capite era la metà di quello del Kenya. Grazie a politiche pragmatiche e sempre più favorevoli alle imprese, da allora è cresciuto di sei volte fino a raggiungere i 3.700 dollari. Oggi, l’ambizione del governo di trasformare il Vietnam in un paese ricco entro il 2045 è plausibile, sostiene l’Economist. Dal punto di vista economico, il Vietnam probabilmente non ha mai dovuto affrontare un contesto globale più favorevole. La geopolitica sta spingendo gli investimenti verso questo obiettivo, mentre l’America cerca di sganciarsi dalla Cina e le aziende private di tutte le nazionalità intuiscono la direzione in cui soffia il vento. La maggior parte dei produttori non può semplicemente ritirarsi dalla Cina. Ma per mitigare il costo delle barriere commerciali attuali e future, possono coprire le loro scommesse facendo cose anche altrove (una strategia nota come “Cina + 1”). Le aziende che esportano in Occidente stanno spostando la produzione in Vietnam. Marchi come Samsung e Apple stanno realizzando gadget lì. Intorno a loro si stringono i fornitori, compresi quelli cinesi. Nei primi tre trimestri del 2023 gli afflussi di investimenti diretti esteri in Vietnam in percentuale del Pil sono stati due volte più grandi che in Indonesia, Filippine o Thailandia. Secondo l’Economist, i numerosi e giovani lavoratori del settore manifatturiero del Vietnam sono diligenti, ragionevolmente istruiti e costano la metà di quelli delle zone costiere cinesi. Bene anche sul fronte della sicurezza. Il Vietnam, a differenza dell’Indonesia e delle Filippine, non ha problemi con il terrorismo islamico. Offre peraltro grossi incentivi agli investitori stranieri, a partire da agevolazioni fiscali, terreni a buon mercato.

Apple, altro passo decisivo in Vietnam

I colossi tecnologici globali sempre più presenti ad Hanoi e dintorni

Articolo di Tommaso Magrini

Il Vietnam si prepara a uno sviluppo cruciale per le sue ambizioni economiche e tecnologiche. Apple sta infatti assegnando per la prima volta risorse per lo sviluppo del prodotto iPad al Paese del Sud-Est asiatico, un passo importante verso il rafforzamento della posizione del Paese del Sud-Est asiatico come hub di produzione alternativo al di fuori della Cina. Apple sta collaborando con la cinese BYD, uno dei principali assemblatori di iPad, per spostare in Vietnam le risorse per l’introduzione di nuovi prodotti. È la prima volta che accade per un dispositivo Apple così importante. La verifica ingegneristica per la produzione di prova di un modello di iPad inizierà verso la metà di febbraio del prossimo anno, sostiene Nikkei Asia. Il modello sarà disponibile nella seconda metà del prossimo anno. BYD è stato anche il primo fornitore di Apple ad aiutare il colosso tecnologico statunitense a spostare per la prima volta l’assemblaggio dell’iPad in Vietnam nel 2022. La mossa richiede ingenti risorse sia per l’azienda tecnologica sia per i suoi fornitori, come ingegneri e investimenti in attrezzature di laboratorio per testare nuove caratteristiche e funzioni. La maggior parte dell’introduzione di nuovi prodotti di Apple viene svolta in Cina, in collaborazione con gli ingegneri di Cupertino, per sfruttare la decennale esperienza del Paese nella produzione di hardware. Ma le incertezze geopolitiche stanno costringendo l’azienda a rivedere questo approccio. Apple ha anche in programma di inviare in India alcuni processi per l’iPhone. Il Vietnam è emerso come il più importante polo produttivo tecnologico di Apple al di fuori della Cina. Il gigante tecnologico di Cupertino ha chiesto ai fornitori di costruire nel Paese del Sud-Est asiatico nuove capacità produttive per quasi tutti i suoi prodotti, tranne l’iPhone, dagli AirPods ai MacBook, dagli Apple Watch agli iPad. Apple continuerà a lavorare a stretto contatto con i fornitori cinesi nel suo spostamento della catena di fornitura, ma il Vietnam sta acquisendo una centralità sempre più evidente.

Boom degli investimenti esteri in Vietnam

Il ruolo di Hanoi è in progressivo rafforzamento anche sul fronte dell’elettronica e della tecnologia di alta qualità

Di Tommaso Magrini

Il Vietnam continua ad attrarre l’interesse internazionale. Gli investimenti esteri nel Paese del Sud-Est asiatico hanno registrato un’impennata nel mese di ottobre, quando l’hub manifatturiero ha attratto più del doppio degli impegni finanziari ricevuti mensilmente quest’anno, in un contesto di forte incremento della spesa per nuovi impianti. Nel mese di ottobre, il Vietnam ha ricevuto impegni di investimento esteri per un valore di 5,3 miliardi di dollari, contro una media mensile di 2,2 miliardi di dollari nel resto dell’anno. Circa il 90% degli afflussi di ottobre sono stati guidati da progetti di costruzione di fabbriche, secondo i dati del ministero degli investimenti vietnamita. Dall’inizio dell’anno, il Paese ha ricevuto impegni di investimento esteri per 25,76 miliardi di dollari, il 14,7% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’industria manifatturiera rimane una roccaforte degli investimenti in Vietnam. Nei primi dieci mesi del 2023, le aziende estere hanno investito quasi 18,84 miliardi di dollari in progetti manifatturieri, pari al 73,1% degli afflussi totali di IDE registrati nello stesso periodo. Ma il ruolo del Vietnam è in progressivo rafforzamento anche sul fronte dell’elettronica e della tecnologia di alta qualità. Gli investitori stranieri si stanno rivolgendo sempre più al Vietnam per diversificare le loro catene di approvvigionamento. Tra alcuni degli esempi più recenti c’è quello del 23 settembre, quando l’azienda tecnologica giapponese Kyocera Document Solutions ha annunciato l’intenzione di investire 237 milioni di dollari per espandere la propria fabbrica di macchine e attrezzature a Hai Phong. Gli impegni provenienti dalla Cina continentale e da Hong Kong insieme sono stati i più alti di quest’anno, seguiti da Singapore e dalla Corea del Sud. I dati mostrano che gli investimenti effettivi nei primi dieci mesi del 2023 sono aumentati del 2,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo i 18 miliardi di dollari.

Italia e Vietnam rafforzano i legami

Nei giorni scorsi, il Sottosegretario Maria Tripodi ha co-presieduto l’VIII Commissione Economica Mista tra Roma e Hanoi

Continuano gli scambi diplomatici ad alto livello tra Italia e Vietnam, in un anno particolarmente importante anche a livello simbolico per le relazioni bilaterali, che nel 2023 celebrano i loro primi 50 (fruttuosi) anni. Lo scorso 25 ottobre, infatti, il Sottosegretario Maria Tripodi ha co-presieduto alla Farnesina, insieme il Vice Ministro dell’Industria e del Commercio del Vietnam Nguyen Sinh Nhat Tan, l’VIII Commissione Economica Mista, alla presenza di ministeriali e rappresentanti del settore privato. L’edizione di quest’anno avviene in una fase molto positiva e in costante crescita della collaborazione con il Vietnam, partner chiave nella regione dell’Indo-pacifico e nell’area ASEAN. Quest’anno non si celebra infatti solo il 50° anniversario delle relazioni diplomatiche, ma anche il decimo anniversario del partenariato strategico tra l’Italia e il Vietnam. I lavori hanno permesso di rinnovare l’impegno a rafforzare le già eccellenti relazioni tra i due Paesi, anche alla luce del successo della visita di Stato in Italia del Presidente del Vietnam, Vo Van Thuong, lo scorso luglio. Un’attenzione particolare è stata data ai principali settori di comune interesse, tra cui: commercio e investimenti, industria, energia, ambiente, infrastrutture, salute, agricoltura, scienza e tecnologia, cultura, turismo. Il Sottosegretario Tripodi e il Vice Ministro Tan si sono dati appuntamento al prossimo anno a Hanoi per la tenuta della IX edizione della Commissione Economica Mista. La riunione è stata preceduta da un breve colloquio bilaterale in cui si è colta l’occasione per promuovere la candidatura di Roma a EXPO 2030. L’Italia e il Vietnam registrano una costante crescita negli scambi bilaterali. Nel 2022 sono stati registrati i 6,2 miliardi di dollari di interscambio, in aumento dell’11% rispetto all’anno precedente, con il Vietnam che è attualmente il primo partner commerciale dell’Italia nella regione dell’ASEAN, mentre l’Italia rappresenta uno dei principali partner del Vietnam in Europa. Nello specifico, le esportazioni del Vietnam verso l’Italia lo scorso anno sono state pari a 4,4 miliardi di dollari, in crescita del 14% rispetto all’anno precedente, e le sue importazioni dall’Italia sono state pari a 1,7 miliardi di dollari, in crescita del 3,6%. Ad oggi, l’Italia occupa anche il 33° posto su 143 Paesi e territori che investono direttamente in Vietnam, mentre il Vietnam è una delle dieci principali destinazioni degli investimenti italiani tra i Paesi in via di sviluppo. Il legame sembra destinato solo a rafforzarsi.

La lingua italiana in Vietnam

Fitto calendario di eventi ad Hanoi per la Settimana della Lingua Italiana. Edizione particolarmente significativa visto il 50esimo anniversario delle relazioni bilaterali

Dal 14 al 20 ottobre si è celebrata ad Hanoi la XXIII Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, dedicata quest’anno al tema “L’italiano e la sostenibilità”. La manifestazione, che si svolge sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, ha avuto un ricco programma di eventi e iniziative volte a promuovere la conoscenza e la diffusione dell’italiano in Vietnam, organizzate in collaborazione con il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Hanoi e con Uni-Italia Vietnam. Lunedì 16 ottobre si è svolta l’apertura ufficiale dell’evento. Nel corso della cerimonia, sono intervenuti l’Ambasciatore d’Italia in Vietnam Marco della Seta, il Rettore dell’Università di Hanoi Nguyen Van Trao e la Direttrice del Dipartimento di Italianistica Pham Bich Ngoc. I media vietnamiti hanno dato ampia copertura all’evento. “In Vietnam ci sono poche scuole superiori che insegnano l’italiano. Spero che nei prossimi tempi promuoveremo più scuole superiori per l’insegnamento di questa lingua”, ha detto l’Ambasciatore Della Seta a Dan Tri. Ma l’Italia ha previsto pacchetti di supporto che comprenderanno borse di studio per studenti, materiale didattico e corsi professionali per docenti che insegnano italiano in Vietnam. L’Università di Hanoi conta attualmente 500 studenti che studiano italiano e 50 studenti italiani che studiano in Vietnam: secondo l’Ambasciatore i due Paesi hanno ancora molto spazio per la cooperazione allo sviluppo in questo campo. Il precedente accordo 2019-2022 sul fronte della formazione è destinato a essere ulteriormente rafforzato. Secondo Dan Tri, nei prossimi anni, insieme alla trasformazione dell’economia del Paese, la scuola e il Dipartimento di lingua italiana continueranno a fornire una formazione professionale orientata agli standard internazionali “Si spera che in futuro il Dipartimento di lingua italiana continui ad essere supportato dall’Ambasciata e dagli enti governativi italiani ad Hanoi nelle sue attività professionali, in particolare nello svolgimento della missione di diffusione e sviluppo dell’insegnamento e dell’apprendimento”, ha detto il Rettore Nguyen Van Trao. “Obiettivo: imparare la lingua italiana, conosciuta come linguaggio dell’amore, in Vietnam”.