Myanmar, futuro in bilico a tre anni dal golpe

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Per qualcuno, per la prima volta, l’ipotesi di una vittoria della resistenza civile alla giunta militare non sembra così remota. Per altri, il Tatmadaw rimane la forza meglio armata. L’Operazione 1027 potrebbe rinvigorire l’opposizione al regime e trovare nel 2024 un incastro inedito tra i tasselli del puzzle birmano

Di Agnese Ranaldi

“Direi che la rivoluzione ha raggiunto il livello successivo, piuttosto che dire che ha raggiunto un punto di svolta. Quello che abbiamo ora è il risultato della nostra preparazione, organizzazione e costruzione degli ultimi tre anni”. Lo ha detto di recente il portavoce del governo di unità nazionale del Myanmar, Nay Phone Latt, alla Associated Press. Quella a cui fa riferimento è la “Operazione 1027”, una delle offensive più potenti ed estese che la resistenza anti-golpista abbia mai lanciato contro il Tatmadaw, l’esercito responsabile del colpo di stato del 1° febbraio 2021 in Myanmar. Ha messo in difficoltà la giunta militare che fa capo al generale Min Aung Hlaing, e a cavallo del terzo anniversario dall’inizio della guerra civile potrebbe riconfigurare i rapporti di potere cambiando le sorti del conflitto. 


Il puzzle

Come in un déja-vu, dopo anni dall’ultimo golpe militare, i risultati delle elezioni legislative birmane del 2020 vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi hanno lasciato scontenti i militari, che hanno fatto quello che sanno fare meglio: contrarre i muscoli e riprendersi il potere. La forza politica vicina all’esercito, il Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo, aveva conquistato solo qualche decina di seggi. Dopo essersi visto negare dalla commissione elettorale la richiesta di un riconteggio dei voti, il generale e capo delle forze armate Min Aung Hlaing ha optato per le maniere forti. Con una campagna di raid e incarcerazioni, ha arrestato la cancelliera di Stato Aung San Suu Kyi e il presidente Win Myint, insieme ad altre figure di spicco dell’esecutivo, riportando il Paese alla dittatura militare.

Il regime golpista, che esprime l’etnia maggioritaria bamar (la più numerosa tra le circa 135 etnie riconosciute ufficialmente), ha armato però il suo stesso nemico. Come ha spiegato il docente dell’università del Sussex David Brenner su Twai, il Myanmar era già teatro della più lunga guerra civile in corso tra movimenti ribelli etnonazionali e l’esercito di una democrazia etnocratica e “disciplinata” – così la definisce la Costituzione del 2008, che concedeva ampio potere discrezionale alla classe dei militari. Il colpo di stato è riuscito a ricomporre gli interessi e le rivendicazioni identitarie di uno degli stati più compositi al mondo. Con non poca fatica, i gruppi di etnia Chin, Kachin, Karen, Kayah, Mon, Rakhine, Shan, e altri, hanno variamente imbracciato le armi. 

Dapprima in modo frammentato, scoordinato. Come avevano sempre fatto: divisi in milizie etniche, ciascuno sul proprio territorio, con le proprie modalità di addestramento e di azione. Come sottolinea Brenner, non tutte si sono posizionate in modo chiaro. Il movimento di resistenza civile, rappresentato dal governo di unità nazionale, è appoggiato dalle milizie karen e kachin. L’esercito dell’Arakan, spiega il ricercatore, “sembra aver optato per un’ambiguità strategica”, mentre lo Stato wa è stato dichiarato zona neutrale (e il rispettivo United Wa State Army è supportato anche finanziariamente dalla Cina perché tuteli la stabilità dell’area). 

Nell’ultima fase del conflitto, i militari stavano perdendo terreno e consenso. Hanno cercato di rafforzare e rinfoltire la milizia Pyusawhti, dal nome di un leggendario re guerriero, menzionato in alcune cronache reali per aver fondato nel IX secolo il primo impero Bamar di Bagan. Hanno promesso alle nuove reclute armi, terre e denaro. Ma molti membri hanno iniziato a disertare. Frontier Myanmar riporta l’esperienza di un giovane identificato con il nome di fantasia Ko Tun Min, che racconta di essere stato costretto a unirsi a una delle milizie pro-giunta a Sagaing, nel Myanmar centrale. La milizia guidata dal monaco ultranazionalista U Wasawa aveva minacciato i residenti del suo villaggio che avrebbe sequestrato le loro case se avessero rifiutato di arruolarsi. Il 28 ottobre, a un giorno dall’inizio di “Operazione 1027”, il leader ha convocato i suoi per dire che ci sarebbero stati scontri imminenti di lì a poco. Una settimana dopo, Ko Tun Min è riuscito a scappare. “Ho detto al mio superiore che dovevo lasciare la base per comprare le sigarette e non sono più tornato”, ha raccontato a Frontier Myanmar.

Il tassello

Se il Tatmadaw perde terreno, consenso, forza militare, allora “è al collasso”. “Stiamo già ricevendo molti disertori – ha detto a Nikkei Asia Zin Mar Aung, portavoce del governo ombra birmano – e buona parte dei militari è pronta ad arrendersi”. Secondo Zin Mar Aung il morale della giunta militare e dei suoi soldati è al minimo storico perché stanno perdendo il loro “fondamento logico”: la pretesa di porsi come garanti della coesione e della sicurezza nazionali. 

L’offensiva da nord-est è arrivata con tempismo, e ha ispirato la resistenza in tutto il Myanmar. È iniziata il 27 novembre nello stato Shan, a nord-est del Paese, ma ben presto si è trasmessa anche negli stati orientali Rakhine e Chin. Si è trattato di un attacco coordinato contro una dozzina di avamposti militari nello Stato Shan settentrionale, lungo il confine orientale del Paese con la Cina. L’operazione era organizzata dalla Three Brotherhood Alliance, composta da: Esercito dell’Alleanza Nazionale Democratica di Myanmar,  dall’Esercito di Liberazione Nazionale di Ta’Ang e dall’Esercito Arakan. Secondo Al Jazeera, si tratta di un gruppo che fa parte di una coalizione di sette organizzazioni armate etniche che mantengono stretti legami con la Cina e hanno basi o territori vicino alla frontiera con il Paese.

“Il fatto che la Three Brotherhood Alliance stia partecipando con vigore alla lotta contro la giunta ha influenzato notevolmente l’equilibrio di potere. La forza della rivoluzione sta aumentando”, ha dichiarato Tayzar San, un attivista che ha guidato la prima manifestazione del Paese contro il colpo di Stato. Come racconta un cooperante identificato con il nome Victor da Al Jazeera, fino a quel momento l’Alleanza si era tenuta a distanza dalla crisi, mentre i suoi membri combattevano individualmente sostenendo la resistenza di vari gruppi armati. Secondo lui era questione di tempo prima che entrassero in guerra. “Questo è l’inizio del gioco finale”, ha detto.  

L’incastro
Capire il presente del Myanmar è cosa complessa. Come ha raccontato in Myanmar Swing Carla Vitantonio, che ha lavorato per anni nel paese come cooperante, più ci si addentra nella storia di questo territorio e più il panorama etnico, sociale, politico, si infittisce. Diventa difficile tirare fuori una narrazione coerente. Persino ricomporre la matrice delle relazioni che hanno animato la guerra civile degli ultimi due anni, per quanto sia storia recente, è un’opera ambiziosa. Per qualcuno, come Victor, per la prima volta l’ipotesi di una vittoria della resistenza civile alla giunta militare non sembra così remota. Il 5 dicembre il generale Min Aung Hlaing ha invitato i gruppi etnici armati a risolvere “politicamente”  i loro problemi con i golpisti al potere. Ma come sottolinea Bertil Lintner sull’Irrawaddy, “sebbene l’esercito del Myanmar possa essere sparso su molti fronti e incapace di sconfiggere la resistenza, rimane la forza combattente più efficace e meglio armata del paese”. Quel che è certo, però, è che l’Operazione 1027 ha rinvigorito la resistenza civile alla giunta militare. Chissà che non possa trovare nel 2024 un incastro inedito tra gli infiniti tasselli del puzzle birmano.

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