Thailandia

Songkran ai tempi della pandemia

Dopo due anni di pandemia, la Thailandia prova a ritornare alla normalità per la sua festa più celebre, anche se le restrizioni continuano a frenare la ripresa.

Il Songkran è la più grande e famosa delle numerose feste tradizionali della Thailandia. Questo periodo di festa è diffuso anche in altri Paesi del Sudest Asiatico e celebra l’inizio del nuovo anno nel calendario buddista ed Induista. In particolare, il Songkran thailandese, che peraltro capita nel mese più caldo dell’anno, è conosciuto oltre che per i grandi combattimenti con le pistole d’acqua, popolarissime tra i turisti, anche per  le cerimonie di purificazione. La tradizione vuole infatti che, oltre alle numerose processioni, i fedeli rendano omaggio agli anziani o ai propri cari lavando loro le mani con dell’acqua. Inoltre, si usa pulire al meglio le proprie case e le statue del Buddha nei templi in modo tale da celebrare la rinascita e la purificazione. Ogni anno i festeggiamenti iniziano il 13 aprile e normalmente durano tre giorni, permettendo alle famiglie di riunirsi nel proprio villaggio per le celebrazioni. Per questo motivo, quindi, ogni anno si assiste ad un esodo di lavoratori che dalla capitale si spostano nelle province di origine.

La tradizione, interrotta a causa del lockdown, quest’anno si è potuta nuovamente rinnovare, con la popolazione che si è messa in viaggio  per visitare i propri familiari e celebrare i consueti rituali. A causa della pandemia da COVID-19, infatti, negli ultimi due anni era  stato vietato ogni altro tipo di festeggiamento popolare per evitare la diffusione del virus.  Anche quest’anno, tuttavia,  le celebrazioni sono state fortemente limitate. Infatti, nonostante il numero di contagi nella settimana di Songkran fosse minore ai 20,000 casi giornalieri e quindi ben inferiori alle cifre a cui siamo abituati in Italia (con una popolazione leggermente maggiore), il governo continua a imporre regole molto severe al fine di contenere la pandemia. 

Per la delusione di molti turisti, tutti gli spruzzi con le pistole d’acqua od ogni tipo di giochi acquatici sono stati vietati nelle aree pubbliche delle più grandi città, Bangkok inclusa, per il terzo anno consecutivo. Anche le discoteche e i locali notturni sono rimasti chiusi e la somministrazione di alcol in occasione delle celebrazioni è stata vietata. Nei luoghi più turistici della capitale, come la popolarissima Khao San Road, si poteva assistere da una parte a negozianti che provavano a vendere invano pistole d’acqua, e dall’ altra all’esercito Thai intento ad annunciare con altoparlanti il divieto di utilizzarle.  

La festa di Songkran avrebbe anche rappresentato un importante momento per rilanciare l’economia, visto l’aumento dei consumi in vista delle celebrazioni. Ma quest’anno, a causa dell’aumento del tasso d’inflazione nel contesto di una fragile ripresa economica e il mantenimento delle restrizioni per limitare il contagio, i consumi sono rimasti ben inferiori rispetto ai livelli pre-pandemici. Per di più, per un Paese che vive di turismo (settore che, secondo la Banca di Thailandia, nel 2019 ha rappresentato circa l’11% del PIL e impiegato circa il 20% della forza lavoro) le macchinose politiche di ingresso hanno scoraggiato molti turisti stranieri, frenando ulteriormente la ripresa. 

Infatti, nonostante molti paesi vicini abbiano alleggerito i requisiti per entrare, la Thailandia ha mantenuto delle onerose regole che richiedevano, anche ai turisti vaccinati, costosi COVID test all’arrivo e quarantene in alberghi selezionati. Per questo motivo, alcune proiezioni riguardo le prenotazioni in strutture turistiche per il 2022 mostrano che la Thailandia ha recuperato solo il 25% dei turisti pre-pandemia, rimanendo indietro rispetto alla stessa cifra di 72% e 65% per Singapore e le Filippine rispettivamente. 

Dal primo maggio, in ogni caso, sarà sufficiente un test fai da te e una copertura assicurativa minima per entrare nel Paese, con la speranza che un rinnovato afflusso di turisti possa ridare l’agognato sostegno all’economia travolta dal Covid.

“Dal cielo, sulle montagne e negli oceani”

Come la gestione idrica della Thailandia nel settore agricolo può sostenere gli obiettivi globali

Articoli di Sarun Charoensuwan

Vice segretario permanente per gli Affari Esteri – Thailandia

Nel settembre del 2015, i 193 Stati membri delle Nazioni Unite hanno adottato un piano per garantire un futuro migliore per tutti, tracciando un percorso con l’intento di porre fine alla povertà estrema, contrastare le disuguaglianze, e proteggere il nostro pianeta attraverso i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), in cui si sono impegnati a non lasciare indietro nessuno.

Tuttavia, ci sono ancora molte sfide da affrontare prima che il mondo possa raggiungere tali obiettivi. La Food and Agriculture Organization (FAO) ritiene che, entro il 2050, il mondo dovrà produrre il 60% in più di cibo per poter sfamare una popolazione pari a 9,3 miliardi, e non sarà un compito facile se il cambiamento climatico continuerà a rendere più difficile l’accesso a risorse naturali di qualità. Per tale ragione, gestire le risorse idriche in maniera efficiente, specialmente nell’agricoltura, sarà di fondamentale importanza.

In Thailandia 1/3 della popolazione lavora nel settore agricolo, che dipende principalmente dalla quantità annuale di pioggia. Le precipitazioni annue rivestono un ruolo chiave nella vita dei contadini thailandesi, e ciò si riflette nelle numerose cerimonie dedicate all’acqua nel Paese. Un chiaro esempio è il festival “Boon Bung Fai”, in cui gli abitanti della regione nordorientale lanciano nel cielo dei razzi artigianali per compiacere il dio della pioggia, chiedendogli piogge abbondanti per tutto l’anno. 

Il tradizionale Boon Bung Fai (Festival dei razzi)

Fonte: http://www.watpamahachai.net/

È stata proprio questa problematica ad attirare l’attenzione di Sua Maestà il Re Bhumibol Adulyadej Il Grande poco dopo la sua ascesa al trono nel 1946. La determinazione di Sua Maestà nell’affrontare questa problematica ha reso la gestione idrica nel settore agricolo parte integrante della politica di sviluppo della Tailandia ben prima dell’adozione degli OSS, come si evince dal discorso del re a Chitralada Villa del 17 marzo 1986: “…È fondamentale che ci sia acqua per il consumo e acqua per l’agricoltura perché lì c’è vita. Con l’acqua, gli esseri umani possono sopravvivere. Senz’acqua, gli esseri umani non possono sopravvivere. Senza elettricità, gli esseri umani possono sopravvivere. Con l’elettricità ma senz’acqua, gli esseri umani non possono sopravvivere…”.

Molti thailandesi si ricordano del periodo in cui, quasi ogni giorno, i notiziari parlavano delle visite del re alle aree remote della Tailandia colpite da siccità o inondazioni, nel tentativo di trovare soluzioni appropriate. Il dott. Sumet Tantivejkul, Segretario generale della Fondazione Chaipattana, ha riassunto il programma di gestione idrica del re Bhumibol con la frase: “Dal cielo, sulle montagne e negli oceani”.

“Dal cielo”: re Bhumibol ha istituito un “progetto reale di pioggia artificiale” per incrementare la fornitura d’acqua sia per l’agricoltura che per la produzione di energia elettrica. Il progetto è stato avviato nel 1955 quando Sua Maestà ha visitato i territori inariditi delle province nord orientali e si è accorto che, nonostante il cielo fosse nuvoloso, non pioveva. Ispirato da quest’osservazione, Sua Maestà ha sviluppato e perfezionato delle tecniche per realizzare la pioggia artificiale. Nei 50 anni successivi, le operazioni relative alla pioggia artificiale hanno prodotto una quantità d’acqua sufficiente per provvedere ai raccolti senza disagi e per alimentare adeguatamente le dighe idroelettriche.

Modificazione del clima mediante la “tecnologia reale di pioggia artificiale” 

Fonte: Google Patents

“Sulle montagne” si riferiva ai bacini idrici e ai sistemi di irrigazione costruiti durante il regno di Bhumibol per assicurare la disponibilità d’acqua per l’agricoltura e l’uso quotidiano durante tutto l’arco dell’anno. Il loro scopo era anche di contenere gli effetti delle inondazioni riversando l’acqua in eccesso “negli oceani” nei tempi giusti. La diga di Pasak Jolasid, la più grande diga a terrapieno di tutta la Thailandia, è una delle iniziative più conosciute di Sua Maestà per gestire i problemi legati a siccità e inondazioni nell’area del fiume Pasak, uno dei maggiori affluenti del fiume Chao Phraya, che attraversa circa 352.000 ettari di terre coltivabili compresa la Regione metropolitana di Bangkok e i territori adiacenti. È stata progettata per raccogliere e conservare l’acqua in eccesso dal corso superiore del fiume durante la stagione delle piogge, nonché per ridurre il rischio di inondazioni nel corso inferiore.

Diga di Pasak Jolasid

Fonte: sito web Office of the Royal Development Projects Board (Ufficio dei progetti di sviluppo della Corona)

Diga di Pasak Jolasid

Fonte: sito web Public Relations Department (Dipartimento per le pubbliche relazioni)

Oltre a regolare il flusso idrico, diversi progetti della Corona hanno utilizzato con successo le moderne tecniche di irrigazione assieme al rimboschimento e al risanamento del suolo. Un chiaro esempio è l’Hub Kapong Royal Project Learning Centre (centro di apprendimento Hub Kapong) a Cha-am, nella provincia di Petchaburi. Il progetto è iniziato nel 1964, quando il re ha visto con i propri occhi le avversità di contadini e abitanti del luogo che non possedevano né terra né capitale. Sua Maestà ha poi deciso di rimboschire 1932 ettari di aree forestali in stato di degrado.  

Hub Kapong Royal Project Learning Centre

Fonte: sito web Thailand Sustainable Development Foundation (Fondazione per lo sviluppo sostenibile della Tailandia)

Il progetto vanta la straordinaria cooperazione del governo di Israele, esperto mondiale nelle tecnologie agricole come l’irrigazione a goccia e la coltivazione in serra, grazie a cui sono state rese arabili diverse aree dei deserti israeliani. Con il passare del tempo, il suolo degradato a Hub Kapong è stato gradualmente risanato e oggi i contadini del luogo hanno la possibilità di coltivare diverse varietà di frutta e verdura fra cui asparagi, pomodori e meloni, cosa assolutamente impensabile 50 anni fa. Il progetto ha inoltre fornito agli abitanti nuove infrastrutture, conoscenze nella gestione comunitaria e formazione nelle attività delle cooperative, dunque migliorando sensibilmente la qualità della vita.

Hub Kapong ha compiuto enormi progressi e continua a sviluppare nuove pratiche di agricoltura sostenibile. Ha adottato il modello “Nuova Teoria” del re Bhumibol, in base a cui la terra viene divisa in quattro parti: 30% per la conservazione delle acque irrigue, 30% per la coltivazione di riso, 30% per la coltivazione di vari tipi di piante e il restante 10% per le zone residenziali e gli allevamenti. Questa ripartizione permette alle famiglie di diventare autosufficienti e riduce i rischi derivanti dalle monocolture destinate esclusivamente alla vendita. Oggi, il modello “Nuova Teoria” si è evoluto nel modello “Khok Nong Na”, promosso dal Sua Maestà il Re Maha Vajiralongkorn, che unisce il sapere dei contadini locali al modello “Nuova Teoria”, in modo che le soluzioni stabilite possano soddisfare le necessità e le condizioni di ciascun luogo.

Il principio chiave del modello Khok Nong Na è conservare acqua in quantità sufficiente concentrandola in tre aree principali: collina, palude e risaia.

Fonte: sito web Surin Provincial Agriculture and Cooperatives Office (Ufficio per l’agricoltura e le cooperative della provincia di Surin)

Come Hub Kapong, varie iniziative di re Bhumibol relative alla gestione idrica sono state condotte inizialmente come uno studio pilota in una piccola area per poi espandersi in altri siti, allo scopo di esaminare la loro efficacia in vari ambienti. Ad oggi, i contadini dell’intera Tailandia hanno applicato le conoscenze acquisite tramite questi progetti ottenendo risultati impressionanti, dimostrando quindi che l’eredità di re Bhumibol è stata raccolta e sviluppata ulteriormente da Sua Maestà il Re Maha Vajiralongkorn. I risultati di tali iniziative e progetti sono certamente in grado di offrire una risposta a chi ha bisogno di pioggia ed essere una guida verso il raggiungimento degli OSS.

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Sarun Charoensuwan è un diplomatico di lungo corso con vasta esperienza in relazioni bilaterali e multilaterali. Ha ricoperto la carica di Segretario generale di tre dipartimenti regionali presso il Ministero degli Affari Esteri, compresi il Dipartimento degli Affari Europei, degli Affari per l’Asia Orientale, e degli Affari per l’America e il Pacifico Meridionale. È stato ambasciatore tailandese in Francia dal 2018 all’inizio del 2022 prima di rientrare nel proprio Paese. È stato nominato vice Segretario generale permanente per gli Affari Esteri ed è responsabile delle relazioni bilaterali della Tailandia. 

Il più grande impianto idro-solare? In Thailandia

L’ambizioso obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 di 47 mila tonnellate all’anno rientra nel piano per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050

La Thailandia vanta la realizzazione della “più grande fattoria idro-solare galleggiante del mondo” in un bacino idrico della provincia nord-orientale del Paese. L’impegno di Bangkok per rinunciare all’uso di energie fossili e intraprendere la via della neutralità carbonica parte dalla costruzione di 15 impianti di questo tipo entro il 2037. I pannelli della diga di Sirindhorn, nella provincia di Ubon Ratchathani, dispongono di più di 144 mila celle solari che coprono un’area corrispondente a 70 campi da calcio. Si tratterebbe di un sistema ibrido che di giorno converte la luce solare in elettricità, e di notte genera energia idroelettrica, per circa 45 MW di elettricità. Secondo il ministero dell’Energia, la Thailandia è ancora fortemente dipendente da combustibili fossili come il gas naturale, che rappresenta il 55% dell’energia utilizzata, mentre le fonti rinnovabili vengono impiegate solo per l’11% del totale. L’enfasi posta dal governo sul progetto di Sirindhorn è anche funzionale all’attrazione di turismo nella provincia. Una “passerella naturale” lunga 415 metri a forma di raggio di sole è stata installata per dare una vista panoramica del bacino e delle celle solari galleggianti. “Quando ho saputo che questa diga ha la più grande fattoria idro-solare del mondo, ho capito che valeva la pena vederla con i miei occhi”, ha detto all’AFP il turista Duangrat Meesit. Questi impianti per l’energia pulita comportano però una serie di costi sociali e ambientali. Le comunità che vivono lungo le sponde del bacino si sono lamentate del fatto che il sistema di pannelli abbia ridotto il numero di pesci disponibili, e abbia impattato direttamente sul loro reddito. “Dobbiamo anche percorrere distanze più lunghe quando siamo fuori a pescare”, ha dichiarato un residente locale, “possiamo guidare le nostre barche solo nelle aree designate dalle autorità”. I responsabili del progetto insistono nel sostenere che i pannelli non influenzeranno le fonti di sostentamento dei villaggi locali. L’ambizioso obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 di 47 mila tonnellate all’anno rientra nel piano per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. Ma il successo di questi progetti richiederà un rinnovamento strutturale nel settore della produzione energetica, oltre a un’attenzione particolare a tutte quelle esternalità negative che avranno un impatto sulla vita delle comunità regionali.

La sfida della sicurezza idrica in Thailandia

Articolo del Dott. Sumet Tantivejkul*

Segretario generale della Fondazione Chaipattana

L’acqua potabile non è essenziale solo per la vita, ma anche per la produzione agricola e la sicurezza alimentare. Le colture, l’allevamento del bestiame e la lavorazione degli alimenti necessitano di acqua potabile in quantità sufficiente. Secondo la Banca Mondiale, circa il 70% dell’acqua presente sul nostro pianeta viene utilizzata per irrigare le colture, ma in realtà i dati relativi all’approvvigionamento non corrispondono a tali necessità. Nonostante l’acqua ricopra ben il 71% della superficie terrestre, solamente il 2,5% di quell’acqua è potabile, e l’1% è accessibile.

Pertanto, un Paese prevalentemente agricolo come la Tailandia ha sempre considerato l’acqua potabile un bene prezioso. In particolare, sono stati fatti molti sforzi per capire come gestire tali risorse in modo da garantire al popolo e alla nazione i mezzi per vivere e prosperare.

È dunque facilmente comprensibile il motivo per cui i monarchi tailandesi che si sono succeduti hanno sempre espresso un profondo interesse verso la questione, al punto di impegnarsi e intervenire personalmente proponendo molteplici metodi – date le varie circostanze – per gettare al popolo un’ “ancora di salvezza”.

Prima del 1857, erano le persone a doversi adattare alla necessità d’acqua, spostandosi più vicino o più lontano rispetto alle sorgenti. La stipulazione del trattato Bowring nel 1855 generò una forte domanda di esportazioni di riso, e di conseguenza era necessaria una grande quantità d’acqua per l’irrigazione. Per tale ragione, il re Mongkut si dedicò allo sviluppo di una rete di canali sul delta del fiume Chao Phraya, che sarebbe stato utilizzata sia per l’irrigazione che per i trasporti. Il re Chulalongkorn, o Rama V, ne seguì l’esempio migliorando l’irrigazione sistematica e i sistemi di drenaggio, fino a giungere alla fondazione del Dipartimento dei Canali nel 1902. Nel 1914, sotto il re Vajiravudh, il Dipartimento dei Canali diventò Dipartimento delle Dighe ed espanse le sue attività, costruendo inoltre la prima grande diga sul fiume Pasak, ad Ayutthaya, che porta il nome del re Rama VI.
 

In foto: diga di sbarramento Rama VI; i lavori di costruzione iniziarono verso la fine del 1915 e terminarono nel dicembre del 1924. Il suo scopo è fornire acqua a 680.000 Rai di terreni agricoli nell’intera area del canale Rangsit. 

(Fonte: Touronthai.com)

 

Dopo il 1932, quando la Thailandia diventò una monarchia costituzionale, i lavori proseguirono in maniera leggermente diversa poiché il re non esercitava più il potere esecutivo sull’amministrazione statale. Ciò non significava necessariamente che gli interessi del popolo fossero cambiati dall’oggi al domani, anche perché le azioni intraprese dai monarchi prima di questo cambiamento erano una testimonianza tangibile. I re della Thailandia avevano costruito un legame solido fra la monarchia e il popolo, infondendo sincera fiducia in un’istituzione che, per secoli, non aveva lesinato alcuno sforzo per proiettare la nazione verso il futuro. Pertanto, la monarchia riuscì a mantenere il pieno sostegno dell’opinione pubblica nella realizzazione di opere di pubblica utilità, in maniera complementare alle attività del governo e senza essere legata a forze politiche o vincolata da interessi di parte.

Quando il re Bhumibol ascese al trono nel 1946, la Thailandia infatti era già uno dei principali esportatori di riso, e i coltivatori di riso costituivano circa l’80% della popolazione totale, che è pari a 17 milioni. Tuttavia, a quell’epoca l’impatto del paradosso perenne del susseguirsi di stagioni secche e umide si era aggravato a causa dell’eccessivo e sregolato sfruttamento del legname. La situazione dei contadini era drammatica: i terreni aridi e asciutti impedivano la crescita delle colture, e le alluvioni distruggevano quelle quasi pronte ad essere raccolte.

Quando il re e la regina visitarono la regione dell’Isan nel 1955, la Thailandia nordorientale era flagellata dalla siccità: le piogge erano appena sufficienti per un solo raccolto di riso all’anno. Il re vide con i suoi stessi occhi le sofferenze dei contadini, e ciò lo spinse a dedicare tutte le sue energie alla realizzazione di sistemi efficaci per la gestione delle risorse idriche rivolti a tutti i contadini della Tailandia. Avrebbe trasmesso ai suoi figli l’importanza di conservare l’acqua e di usarla saggiamente.

Nei restanti 70 anni di regno, il re partecipò a innumerevoli progetti relativi all’acqua nei suoi vari aspetti. Trascorse quasi 15 anni a sviluppare una formula funzionante per la pioggia artificiale allo scopo di combattere la siccità e migliorare la gestione delle risorse idriche e inventò inoltre l’aeratore Chaipattana, un dispositivo meccanico a basso costo per il trattamento delle acque reflue.

Nel nord del Paese, il re si focalizzò sulla preservazione dei bacini idrici e sulla costruzione di dighe di contenimento, come quella di Mae Kuang Udom Thara a Chiang Mai. Nel nordest, la maggior parte del lavori furono dedicati alla realizzazione di una vasta rete idrica, come il sistema di distribuzione, lungo 740 metri, che trasporta l’acqua dal bacino artificiale di Huai Pai a Mukdahan al bacino artificiale di Lam Payang a Kalasin. Questo progetto migliorò la resa di 736 ettari di terreni irrigui, incrementò la produzione di riso glutinoso da 270 chili per rai a 480 chili per rai e rese possibile coltivare prodotti durante tutto l’anno. Nel sud, progetti come il bacino sul fiume Bang Nara diedero risposte concrete ai problemi causati da siccità, alluvioni, acqua salata e acida.

Avendo viaggiando in lungo e in largo per il Paese, il re sapeva meglio di chiunque altro che non esisteva un’unica formula o soluzione adatta a qualsiasi necessità. Pertanto, decise di trascorrere il proprio tempo a studiare in maniera approfondita le caratteristiche delle varie località al fine di trovare una soluzione su misura per ognuna delle regioni, mettendo sempre i residenti al centro della sua strategia. Prese in considerazione la geografia sociale dell’area, la cultura, le tradizioni e gli stili di vita della popolazione locale. Riteneva che fosse fondamentale coinvolgere le persone in qualsiasi soluzione proposta in modo da stimolare il senso di appartenenza. Il re era convinto che questo fosse l’unico modo per sviluppare una soluzione sostenibile e tramandò i suoi insegnamenti ai propri figli.

Fin da quando era principe ereditario, il re Maha Vajiralongkorn aveva imparato dal suo defunto padre l’importanza della gestione delle risorse idriche, ne ha fatto tesoro e ha continuato a sostenere i progetti di sviluppo della Corona cominciati dal re Bhumibol portandone vari a compimento, fra cui la costruzione di 7 bacini artificiali attorno alla diga di Pa Sak Jolasid e l’espansione della rete di canali irrigui per poter coltivare più terre. A Chanthaburi, il re è venuto incontro alle necessità idriche dei residenti con il progetto di costruzione della diga di ritenuta presso il villaggio di Khao Daeng Pattana, che ha incrementato la riserva idrica disponibile per 320 ettari di terre coltivabili. Inoltre, nel 2017 il sovrano ha incaricato le guardie del re, agenzie governative e squadre di volontari di rimuovere rifiuti ed erbacce che ostruivano i canali in varie comunità, un’operazione essenziale per il deflusso idrico nella regione metropolitana di Bangkok e nella capitale stessa.

In foto: diga di ritenuta nel villaggio di Khao Daeng Pattana.

(Fonte: salika.co)

 

Anche la principessa Bajrakitiyabha, primogenita del re, ha dato il suo contributo ad una migliore gestione dell’acqua fondando l’organizzazione di volontariato “Friends in Need (of “PA”)”, ossia “amici bisognosi”, e PA è il suo soprannome. Grazie alla fondazione, sono stati installati sistemi telemetrici in 80 bacini idrografici presenti in 11 province, con un approccio globale alla gestione che ha coinvolto attivamente le comunità locali. I nuovi sistemi raccolgono dati da sensori in tempo reale, processano le informazioni e forniscono avvisi; un avviso tempestivo permette al personale del bacino di ridurre i livelli dell’acqua, mette in allerta le autorità, e i residenti possono rinforzare le proprie abitazioni. La fondazione intende installare altri 510 sistemi telemetrici in tutta la Tailandia.

In foto: (da sinistra a destra) stazione telemetrica automatica nel sottodistretto di Pongyeang (distretto di Mae Rim, provincia di Chiang Mai) e l’interfaccia dell’app integrata per dispositivi mobili ThaiWater, che può essere usata da tutti.

(Fonte: Matichon)

L’ “ancora del popolo” è ancora oggi in cima alle priorità della monarchia tailandese: su un totale di 4877 progetti di sviluppo della Corona, quasi il 70% (3386) riguarda lo sviluppo delle risorse idriche.

Ma c’è ancora molta strada da fare. Secondo il Global Climate Risk Index, che analizza il rischio climatico, la Tailandia si posiziona al nono posto fra i Paesi maggiormente colpiti da eventi climatici estremi fra il 2000 e il 2019. Inoltre, uno studio dell’Università di Thammasat mostra che le 6 province di Loei, Udon Thani, Sakon Nakorn, Nakhon Phanom, Roi Et e Ubon Ratchathani sono ad alto rischio di alluvioni ricorrenti, mentre Khon Kaen, Mukdahan, Chaiyaphum, Nakhon Ratchasima e Surin sono soggette a siccità ricorrenti. Gli attuali sforzi della Tailandia per la prevenzione di alluvioni e siccità in futuro non basteranno. Ogni anno, 9,71 milioni di persone e 411.360 ettari di terreno irriguo sono colpiti dalla siccità, provocando danni per circa 20,34 milioni di dollari; per quanto riguarda le alluvioni, i danni sono pari a 167 milioni di dollari, e colpiscono 1,2 ettari di terreno coltivabile e 4,5 milioni di persone in 63 province all’anno.

Tutti i settori in Tailandia devono lavorare insieme più duramente a metodi sostenibili ed efficaci di gestione delle risorse idriche, servendosi anche delle nuove tecnologie. A tal proposito, il re ha già commissionato nuovi studi con l’obiettivo di sfruttare il pieno potenziale dei bacini idrici. Alcune agenzie e istituzioni accademiche hanno già iniziato a svolgere ricerche per capire come utilizzare l’acqua irrigua in maniera più efficiente. Bisogna inoltre ricordare che è altrettanto importante sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione, affinché ogni cittadino tailandese faccia un uso sostenibile e responsabile dell’acqua e dei corsi d’acqua, proteggendo quest’ancora che verrà poi affidata alla prossime generazioni. 

 

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*Dott. Sumet Tantivejkul
Il dott. Sumet Tantivejkul è il Segretario generale della Fondazione Chaipattana, fondata da Sua Maestà Re Bhumibol Adulyadej Il Grande allo scopo di fornire, in maniera tempestiva, le risposte necessarie ai problemi che affliggono il popolo tailandese mediante vari progetti di sviluppo. È spesso ritratto nelle fotografie insieme al re Bhumibol, dato che è stato al suo servizio presso l’Ufficio dei progetti di sviluppo della Corona per 18 anni, dal 1981 al 1999, anno in cui ha rassegnato le dimissioni, e oggi continua a servire la Corona come Segretario generale della Fondazione Chaipattana; chaipattana letteralmente significa “vittoria dello sviluppo”. Il dott. Sumet è anche consigliere del comitato governativo della gestione dell’acqua, e in quanto tale ha suggerito al comitato di seguire la guida di Sua Maestà per comprendere la struttura geografica e sociale del Paese così da rispondere al meglio alle necessità di sviluppo di ciascuna località.

Il Grand Tour che salvò una nazione

Il soggiorno europeo del re thailandese Chulalongkorn come lezione di soft power

L’autore è Kitti Wasinondh, senatore ed ex diplomatico con una carriera in molti ruoli al Ministero degli Affari Esteri thailandese. Ha servito come direttore generale del Dipartimento degli Affari ASEAN e del Dipartimento dell’Informazione, nonché come Ambasciatore straordinario e plenipotenziario alla Corte di St James

All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di quest’anno, il mondo ha assistito alla forza inarrestabile del soft power sudcoreano, mentre i membri della band K-Pop BTS si esibivano con la loro megahit “Permission to Dance” presso la Sala dell’Assemblea Generale. Nel diffondere il messaggio riguardo gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite a milioni dei loro fan in tutto il mondo, i BTS hanno fatto la loro parte nel promuovere l’immagine della Corea del Sud come leader mondiale della sostenibilità, integrando il ruolo del Paese come organizzatore dei vertici del Partnering for Green Growth and the Global Goals (P4G).

Il “soft power”, forse meno tangibile dell’“hard power”, è diventato un’importante risorsa e strumento di influenza per i Paesi che cercano di elevare il proprio status nel mondo degli affari. Piuttosto che usare la forza militare o l’influenza economica per costringere gli altri a cedere ai propri desideri, è molto meno costoso farsi piacere dagli altri e far loro fare come vogliono. Il termine, coniato da Joseph Nye, ha aiutato a spiegare il trionfo della democrazia sul comunismo alla fine degli anni ’80. A quel tempo, i jeans, le cassette di contrabbando di Bruce Springsteen e le trasmissioni di Voice of America attraversarono la cortina di ferro e diffusero l’idea di libertà e democrazia.

Oggi, la Thailandia si comporta piuttosto bene sulla scala soft power, arrivando al numero 33 su 100 Nazioni intervistate dal Global Soft Power Index 2021. Ma ciò che forse è più notevole è che questo concetto di soft power trovava applicazioni molto precedenti in Thailandia, e offre una risposta plausibile alla domanda spesso posta sul perché la Thailandia sia stata in grado di rimanere l’unico Paese del Sud-Est asiatico che non è mai stato colonizzato.

Quando il Siam ha affrontato la pressione colonialista che ha minacciato la propria indipendenza nel XIX secolo, il suo re ha avuto la percezione che migliorare l’immagine nazionale e conquistare amici influenti era molto più conveniente nel salvaguardare la sovranità del regno che andare in guerra.  

Infatti, fin dai primi giorni del suo regno, re Chulalongkorn capì che la modernizzazione era essenziale per il Siam per sfuggire all’assalto del colonialismo. La modernizzazione è stata effettuata non solo per migliorare le infrastrutture, la governance e la qualità della vita del Siam, ma anche per migliorare l’immagine e la statura del Paese. Il re impiegò diversi consulenti e professionisti occidentali per assisterlo nella realizzazione di diversi progetti impressionanti, dal governo, l’istruzione e le riforme sociali, alla modernizzazione dei trasporti e delle telecomunicazioni, intento a portare il Siam al livello delle nazioni “civilizzate”.

Eppure, la rapida modernizzazione del Siam non fu sufficiente a contrastare le crescenti minacce espansionistiche delle potenze europee. Durante gli anni 1886-1896, il Siam dovette affrontare una serie di crisi. Nel 1893, la Francia inviò cannonieri lungo il fiume Chao Phraya, richiedendo un risarcimento dal Siam per contrasti che portarono alla morte di truppe francesi. Il Siam cedette dolorosamente territori considerevoli, ad est del fiume Mekong, pagò 3 milioni di franchi e consegnò il controllo temporaneo del porto di Chanthaburi alla Francia come garanzia. Tre anni dopo, nel 1896, Francia e Gran Bretagna firmarono l’accordo anglo-francese, rendendo il Siam un “cuscinetto” tra gli interessi coloniali francesi e britannici nel Sud-Est asiatico. Tuttavia, i termini dell’accordo si limitavano ad affermare che Francia e Gran Bretagna non avrebbero violato la sovranità del Siam senza il previo consenso dell’altra parte. Questa dichiarazione non offriva una solida garanzia per l’indipendenza, ma piuttosto indicava che la Francia e la Gran Bretagna non sarebbero entrate in guerra per il Siam.

L’anno seguente, re Chulalongkorn intraprese il suo primo storico soggiorno europeo. Era inconsueto per il re andare all’estero, così i funzionari di palazzo dissero al pubblico thailandese che il re stava viaggiando per coltivare i legami diplomatici e conoscere la civiltà occidentale. Tuttavia, la stampa europea ebbe una opinione diversa sulla sua visita e riportò ampiamente che il re stava cercando supporti dalle maggiori potenze europee per mantenere la sovranità del Siam.

Come uno dei primi monarchi asiatici, insieme al sultano ottomano e lo scià di Persia, a visitare tutte le importanti capitali europee, re Chulalongkorn e il suo viaggio furono oggetto di grande curiosità e fascino. Il suo modo affabile e la scioltezza nella lingua inglese lo resero ben rispettato e ammirato tra la nobiltà e l’aristocrazia europea. I giornali e le riviste europee seguirono da vicino i suoi movimenti e riferirono ogni suo impegno in eventi sia ufficiali che sociali.

Il re non era un viaggiatore inesperto. Durante la sua giovinezza, viaggiò per la prima volta all’età di 18 anni a Singapore e Giava nel 1871. Successivamente visitò l’India nel 1872, dove ricevette i massimi onori e venne invitato ad osservare un’esercitazione militare su larga scala, fuori da Delhi. Il suo itinerario fu diffusamente annotato nella stampa del tempo. I giornali discussero anche delle minuzie, come l’eccitazione dei negozianti appassionati di esporre le loro merci al seguito del re.

Il turbinio di interesse della stampa durante la sua visita in India non passò inosservato. Per il suo primo viaggio in Europa, la visita del re fu attentamente e strategicamente progettata per creare le giuste impressioni, mettendo la monarchia thailandese alla pari delle dinastie europee, ed anche per inviare un messaggio diretto a coloro che minacciavano la sovranità del Siam.

Re Chulalongkorn fece appello ai suoi potenti e simpatizzanti amici, l’imperatore Guglielmo II di Prussia e lo zar Nicola II di Russia, ben prima della sua visita in Francia e Gran Bretagna. Inoltre, fece visita all’anziano statista europeo Otto von Bismarck nella sua residenza, che suscitò molta attenzione da parte dei media in tutto il continente. La fiducia del re nelle sue relazioni amichevoli con la Prussia portò all’impiego di molti tedeschi in settori strategici della modernizzazione del Siam. Tra loro ci fu Karl Bethge, il primo governatore della Ferrovia di Stato della Thailandia e Theodor Collmann, il primo ispettore del Dipartimento Posta e Telegrafo della Thailandia.

Nel frattempo, gli stretti legami personali del re con la Casa Reale di Russia, dove mandò uno dei suoi figli, il principe Chakrabongse, a studiare per otto anni, aiutarono direttamente il Siam nei confronti delle ambizioni coloniali francesi e britanniche. L’alleanza franco-russa funzionò anche a favore del Siam. Dopo aver stabilito legami diplomatici con il Siam durante la visita di re Chulalongkorn a San Pietroburgo nel 1897, lo zar Nicola II inviò uno dei suoi migliori delegati a Bangkok. Aleksandr Olarovskij, che servì come primo console generale di Russia nel Siam, fu determinante nel ricucire le relazioni franco-siamesi e persuase la Francia a far ritornare Chanthaburi nel Siam. Inoltre, la Russia, in contrasto con la Gran Bretagna nel “Grande Gioco” afgano, ebbe anche un interesse diretto a prevenire che il Siam cadesse sotto la sfera d’influenza della Gran Bretagna.

In Europa, re Chulalongkorn divenne presto ampiamente riconosciuto come uno dei monarchi più importanti del mondo ai suoi tempi. Nonostante le difficili relazioni che il Siam aveva con la Gran Bretagna e la Francia, re Chulalongkorn si preoccupò molto di proiettare un’immagine di amicizia con i loro capi di Stato, creando così sentimenti favorevoli tra l’opinione pubblica. In Inghilterra fu ospitato a Buckingham Palace e pranzò con la regina Vittoria a Osborne House, la sua residenza privata sull’Isola di Wight. Nella Francia repubblicana, fu accolto con tutto il fasto e le circostanze che si addicevano ad un monarca europeo, nonostante i dubbi iniziali che ci sarebbero potute essere proteste organizzate contro il sovrano siamese.

Re Chulalongkorn mostrò al mondo che, con la giusta combinazione di acume diplomatico e comunicazione pubblica efficace, riuscì ad attrarre influenti leader europei, e anche il pubblico occidentale, per sostenere la sua causa. D’altra parte, la diplomazia efficace del re svolse un ruolo fondamentale nel garantire la statura della Thailandia come nazione indipendente nel corso della storia, impartendo una lezione senza tempo che attesta il valore e l’efficacia del “soft power”.

Il cinema thailandese strumento di soft power ASEAN

La pandemia ha avuto un duplice effetto sul comparto cinematografico nel Sud-Est asiatico. Se da un lato ha provocato un blocco delle proiezioni nelle sale domestiche e ha lasciato spazio a nuovi trend di consumo, dall’altro ha confermato la resilienza della cultura più tradizionale del cinema in presenza.

Recentemente, il cinema del Sud-Est asiatico ha fatto la sua comparsa sugli schermi internazionali, a riprova di come il dinamismo della regione trovi espressione anche in una vivace produzione cinematografica. Già nel 2017, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione dell’organizzazione regionale, Vongthep Arthakaivalvatee, Vice Segretario Generale per la Comunità Socioculturale ASEAN, aveva esaltato il ruolo dell’industria cinematografica quale “veicolo per promuovere la consapevolezza e la comprensione interculturale dell’ASEAN a livello regionale e internazionale”.

In questo panorama, spicca il cinema thailandese. La produzione domestica ammonta a 40-50 film all’anno e normalmente rappresenta circa un quinto del totale degli incassi dell’intero settore, mentre la restante quota di mercato è occupata da pellicole di importazione estera, perlopiù statunitense. Negli ultimi due anni, però, l’industria cinematografica nazionale è riuscita ad assicurarsi una più ampia fetta di mercato, beneficiando dei ritardi e delle complicazioni nella distribuzione dei blockbuster stranieri causati dalla pandemia. Nel 2020, la commedia locale “Riam, Fighting Angel” (2020) ha persino battuto al botteghino “Tenet” (2020) e “Mulan” (2020), entrambe pellicole statunitensi candidate agli ultimi premi Oscar.

Ma è sugli schermi internazionali che si sono registrati i successi più significativi. Nonostante si trovino a competere con le ormai affermate industrie cinematografiche di Giappone e Corea del Sud, le produzioni thailandesi si stanno recentemente facendo strada nel circuito dei grandi festival internazionali, ricevendo il plauso della critica e del pubblico esteri. Solo quest’estate, il regista thai Apichatpong Weerasetakul, già Palma d’Oro nel 2010 con “Uncle Boonmee who can recall his past lives” (2010), si è aggiudicato il Premio della Giuria al Festival di Cannes con il suo ultimo film “Memoria” (2021), nonché il Gran Premio d’Onore al Festival Internazionale del Cinema di Marsiglia. Il film “One For The Road” (2021), prodotto dal celebre cineasta Wong Kar-Wai e diretto dal thailandese Baz Poonpiriya, è stato premiato per la sua “visione creativa” al Sundance 2021, la più importante kermesse internazionale di cinema indipendente, mentre il dramma familiare in bianco e nero “The Edge of Daybreak” (2021) ha vinto un premio della critica all’International Film Festival di Rotterdam.

Di pari passo con l’ondata di attenzione internazionale, si sono intensificate però anche le sfide imposte dalla pandemia. La maggior parte dei titoli thailandesi presentati in anteprima mondiale non ha ancora potuto debuttare nel paese di origine. Ad aprile, una terza ondata di COVID-9 ha indotto a misure di semi-lockdown che non solo hanno costretto l’intero settore alla chiusura, ma hanno anche innescato dei significativi cambiamenti nelle abitudini sociali e di fruizione. Costretti a trascorrere più tempo nelle loro abitazioni, i consumatori si sono orientati significativamente verso servizi di video streaming e, conseguentemente, alcune case di produzione stanno ripensando le strategie di distribuzione riadattandole alle piattaforme on demand.

Alcuni professionisti del settore si sono invece mostrati più restii a salutare per sempre la cultura del cinema nella sua versione più tradizionale e si sono detti pronti a pazientare in attesa della riapertura delle sale per poter proseguire con le proiezioni in presenza. Banjong Pisanthanakun, che ha diretto la coproduzione horror thailandese-sudcoreana “The Medium” (2021), ha sottolineato che i cinefili più appassionati difficilmente rinunceranno all’atmosfera insostituibile che solo il grande schermo sa restituire.I successi collezionati durante gli eventi internazionali non saranno dunque sufficienti a risollevare le sorti economiche del cinema thailandese. Secondo il direttore operativo della seconda più grande catena di multisala del paese, Suwannee Chinchiawsharn, “i cinema dovranno lavorare sodo per offrire non solo contenuti, ma esperienza, per dare qualcosa al pubblico che non può avere a casa. Torneremo, ma anche dopo la pandemia credo che la battaglia continuerà”. Le prossime riaperture rappresentano un’imperdibile opportunità per le autorità del Sud-Est asiatico per rilanciare il settore culturale e dell’intrattenimento, in linea con l’auspicio a intravedere nei film un potente strumento per “connettere le persone e promuovere l’identità ASEAN nel mondo”.

Thailandia, un ponte sull’Istmo di Kra

Messa in secondo piano (almeno per ora) l’idea del canale, si pensa alla costruzione di un collegamento via terra per aggirare lo Stretto di Malacca. Ecco perché.

Da secoli la Thailandia sogna un passaggio attraverso l’istmo di Kra, il quale divide la penisola malese separando il mare delle Andamane dal Golfo di Thailandia.

L’istmo, nella sua parte più stretta, ha un’estensione di soli 44 chilometri e la costruzione di una rotta da est a ovest attraverso l’istmo ridurrebbe di circa 1.200 km la distanza che le navi mercantili devono percorrere per trasportare merci dall’Asia orientale fino al Medio Oriente e all’Europa. Al momento, l’unica possibilità è quella di navigare a sud fino allo stretto di Malacca, il più trafficato del mondo, allungando il tragitto di due giorni. Ogni anno, infatti, più di 94 mila navi passano per questo stretto, e si stima che circa un quarto delle merci scambiate a livello mondiale lo attraversino, compreso l’80% delle importazioni di petrolio e gas di Cina, Giappone e Corea del Sud.

L’idea di scavare un canale attraverso la penisola malese è stata riproposta diverse volte nel corso dei secoli. Nel 1677, il Re siamese Narai chiese alla Francia di condurre un’indagine per un canale e Ferdinand de Lesseps, il diplomatico francese famoso per aver realizzato il Canale di Suez, visitò personalmente l’istmo di Kra nel 1882. Più recentemente, il primo ministro Thaksin Shinawatra aveva ripreso in mano questo progetto, andato nuovamente in fumo dopo il colpo di stato del 2006. Non sono poi mancate pressioni dalla Cina per portare avanti il progetto e incorporarlo nella Belt and Road Initiative, visto l’interesse di Pechino nel risolvere il cosiddetto “Dilemma di Malacca” e rafforzare la propria posizione all’interno della regione. Infatti, sebbene il governo cinese si sia astenuto dal dichiararlo ufficialmente, Cina e Thailandia avrebbero firmato un Memorandum of Understanding (MoU) sul progetto del canale a Guangzhou nel 2015.

Tuttavia, nonostante ripetute proposte e diversi studi sulla fattibilità del canale, l’idea sembrerebbe abbandonata, considerato – prima di tutto – il costo proibitivo (stimato in circa 30 miliardi di dollari) e le difficoltà tecniche nel collegare i due mari che differiscono di diversi metri in elevazione. Sono poi emerse alcune preoccupazioni sulle possibili ripercussioni sull’ambiente e sulla stabilità regionale. Non è infatti da sottovalutare che un progetto infrastrutturale di tali dimensioni comporti seri sconvolgimenti agli ecosistemi locali, e non sono ancora certe le conseguenze che lo scavo dell’istmo potrebbe produrre nelle dinamiche indo-pacifiche a seguito dell’apertura del nuovo collegamento. Infine, la parte meridionale del paese (a sud del canale proposto) ha visto crescere negli ultimi anni una forte tensione tra buddisti e musulmani e si teme che la costruzione del Canale di Kra possa mettere ulteriormente a repentaglio la coesione nazionale, creando una divisione, anche fisica, all’interno del paese.

Prendendo atto di queste problematiche ma pur non rinunciando all’idea di un passaggio tra il Golfo di Thailandia e il mare delle Andamane, il governo ha deciso di cambiare strategia e quello che un tempo era il sogno di un canale si sta trasformando nel progetto di un ponte terrestre. La nuova proposta, che appare tecnicamente ed economicamente più fattibile della precedente, comprenderebbe la costruzione di un porto di acque profonde nella provincia di Chumphon, sul Golfo di Thailandia, e l’ampliamento del già esistente porto di Ranong, sul Mare delle Andamane. I due porti sarebbero poi collegati da una ferrovia a doppio binario e da un’autostrada. Secondo un rapporto pubblicato a gennaio 2021 dell’’ISEAS-Yusof Ishak Institute, la costruzione del ponte di terra costerebbe 60 miliardi di baht (1,85 miliardi di dollari), ovvero solo il 3% di quanto richiederebbe il canale.

Dunque, il Primo Ministro Prayuth Chan-Ocha e il Ministro dei Trasporti Saksayam Chidchob, sembrano sempre più protesi verso quest’opzione. Inoltre, in un momento di incertezza economica causata dalla pandemia da COVID-19, il governo spera di poter utilizzare questa infrastruttura per ridare slancio all’economia e attrarre capitali privati. Per di più, il progetto si inserirebbe perfettamente nella strategia dell’Eastern Economic Corridor (EEC) e sono stati commissionati degli studi per valutare anche l’eventuale collegamento tra la nuova rotta e l’alta velocità Cina-Laos-Thailandia, fiore all’occhiello dei fondi stanziati nel paese nell’ambito della Belt and Road Initiative.

Ed è così che, già a settembre 2020, l’esecutivo ha ordinato uno studio di fattibilità del ponte terrestre e le relative infrastrutture complementari, che dovrebbe essere ultimato nel 2023. Gli occhi di tutta la regione, e in particolare della Cina, sono dunque puntati su questo possibile megaprogetto. Tanto agognato quanto delicato, considerato il fragile equilibrio dell’Indo-Pacifico.

L’andamento della campagna vaccinale in Thailandia minaccia la ripresa

Mancanza di vaccini, scetticismo e malcontento nei confronti della gestione della pandemia stanno rallentando la ripartenza.

La Thailandia è stato uno dei pochi Paesi a riuscire a mantenere il coronavirus sotto controllo durante la prima fase della pandemia, ma varianti più contagiose come la Delta hanno causato un’impennata di nuovi casi e di morti a partire dallo scorso aprile. Secondo i dati della Johns Hopkins University, da quando è iniziata la terza ondata i casi totali registrati nel Paese si sono moltiplicati in maniera esponenziale in meno di sei mesi (da appena 30 mila ad inizio aprile 2021, a più di un milione a metà settembre), così come il numero delle morti totali (da 95 a 15 mila nello stesso periodo), mettendo alle strette il già fragile sistema sanitario. La situazione è precipitata a tal punto da far piombare Bangkok al 118esimo posto dell’indice sulla ripresa economica post COVID-19 di Nikkei Asia, davanti solo a Myanmar, Filippine e Vietnam. Tra le principali cause di questa nuova situazione di emergenza potrebbero esserci le difficoltà riscontrate durante la campagna vaccinale: secondo i dati ufficiali del governo al 20 Settembre, solo il 40% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino, e appena il 20% entrambe le dosi.

 Stando al piano governativo, il Paese punterebbe a raggiungere l’immunità di gregge entro il 2021, ma considerate la mancanza di dosi e il crescente scetticismo dei cittadini thailandesi nei confronti dei vaccini proposti dall’esecutivo l’obiettivo sembra essere lontano. Attualmente, gli unici due vaccini a disposizione per la maggior parte della popolazione sono Astrazeneca e il cinese Sinovac, verso il quale i thailandesi non nutrono particolare fiducia. Il governo non ha invece ordinato scorte di vaccini ad mRNA (come Pfizer e Moderna), considerati da gran parte della comunità scientifica più efficaci e con minori effetti collaterali. Tuttavia, nei prossimi mesi la situazione potrebbe cambiare, in quanto gli ospedali privati stanno procedendo autonomamente all’approvvigionamento di vaccini Pfizer e Moderna e il Paese stesso sta per avviare la sperimentazione umana del suo primo vaccino mRNA COVID-19, sviluppato dalla Chulalongkorn University di Bangkok. 

All’inizio della pandemia, nel 2020, il governo thailandese aveva annunciato di aver trovato un accordo con AstraZeneca per ottenere il vaccino e trasferire la tecnologia dell’azienda anglo-svedese alla Siam Bioscience, di proprietà del re Vajiralongkorn, per assicurarsi una produzione locale. Allo stesso tempo, Bangkok non ha ritenuto di stipulare contratti con nessun’altra azienda farmaceutica e ha addirittura deciso di non fare parte del programma collettivo di distribuzione COVAX. Tuttavia, mettere tutte le uova in un unico paniere non si è rivelata una strategia vincente: le dosi di AstraZeneca ottenute sono state molte meno di quanto pianificato inizialmente e, quando la situazione è diventata fuori controllo, era ormai troppo tardi per trovare altri vaccini efficaci sul mercato. Per questo motivo, il governo si è trovato costretto a proseguire la campagna vaccinale con il vaccino cinese Sinovac, disponibile in enormi quantità. 

Finora AstraZeneca, pur essendo il vaccino prioritario secondo il piano nazionale, rappresenta solo il 40% circa delle inoculazioni totali, mentre Sinovac, che è relativamente meno efficace contro la variante Delta, il 60%. La popolazione locale stessa è assai diffidente nei confronti del vaccino cinese, come dimostrato da hashtag popolari sui social media e da alcuni sondaggi condotti da YouGov. Le ragioni di questo scetticismo si possono ritrovare sia in recenti segnalazioni di migliaia di casi infetti da COVID-19 nonostante le vaccinazioni Sinovac, sia perché si teme la presenza di interessi politici dietro l’adozione del vaccino cinese (a partire da voci, non verificate, su legami tra il conglomerato thailandese ​​Charoen Pokphand e i produttori del vaccino). Infine, l’insoddisfazione generale per le difficoltà riscontrate nel corso della campagna vaccinale non ha fatto altro che aggravare il malcontento verso il governo appoggiato dai militari, generando ampie e continuate manifestazioni contro l’esecutivo, rompendo così una tregua che durava da tempo.

Dal papavero al caffè: Thailandia modello di sviluppo alternativo

Il modello avviato dalla Royal Project Fundation è stato riconosciuto dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e il Crimine come impresa di successo nel sostituire in modo sostenibile le coltivazioni di narcotici con mezzi alternativi per generare reddito.

Articolo a cura di Chutintorn Gongsakdi

Vice Segretario Permanente del Ministero degli Affari Esteri della Thailandia

Quando i loro petali rosso vivo cadono, gli agricoltori tagliano i baccelli ovoidali del Papaver somniferum o papavero da oppio. La lattiginosa “lacrima di papavero” cola da queste ferite aperte, dando inizio all’estrazione della forma di papavero più grezza. Questo metodo di coltivazione di papavero può essere fatto risalire a circa cinque millenni fa, nei testi dei Sumeri, che chiamavano la pianta Hul Gil, o “pianta della gioia”. 

La gioia è esattamente la ragione per la quale questa pianta si è diffusa in tutto il mondo così velocemente. Originariamente usata come rimedio contro il dolore, l’oppio venne poi introdotto come droga ricreativa in Europa e Asia. Altamente dipendente, ha dominato la politica e il commercio internazionale nel XIX secolo. Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale i suoi effetti dannosi vennero ampiamente riconosciuti e la soppressione dell’oppio divenne un programma mondiale. 

Nel Sud-Est asiatico, i papaveri da oppio sono stati coltivati per secoli. Probabilmente portati dal sud della Cina, l’uso dell’oppio venne integrato nella cultura delle comunità indigene come quelle degli Hmong e Karen. Il loro utilizzo dei semi di papavero era moderato e riguardava le loro medicine tradizionali, le cerimonie religiose e persino utilizzati come moneta. 

L’arrivo dei migranti e gruppi etnici durante la Guerra Civile Cinese degli anni ’40 portò ad una crescita esponenziale di produzione di oppio nelle montagne della Thailandia, del Myanmar e del Laos. Essendo l’unica coltura da reddito disponibile, i nuovi montanari avevano poca scelta se non quella di coltivare oppio per sfuggire alla povertà, ma anche così non ricevevano alti compensi. La rete di commercio illegale nel Triangolo d’Oro, un’area dove i confini dei tre paesi si incontrano, culminò durante gli anni ’60 con una stima di 145 tonnellate di oppio prodotto annualmente in Thailandia. 

Il governo thailandese bandì l’oppio nel 1958. Nonostante ciò, risorse insufficienti e mancanza di comprensione tra le popolazioni di montagna portarono ad una campagna senza successo per limitare la coltivazione di papavero. Poiché la gente del posto si infastidì degli sforzi del governo per reinsediarli nelle pianure, i funzionari thailandesi iniziarono a cercare un metodo alternativo per ridurre la produzione d’oppio. 

Nel 1969, durante una visita nella provincia di Chiang Mai, Sua Maestà il re Bhumibol Adulyadej il Grande, imparò che alcuni coltivatori di papavero potevano guadagnare una quantità di denaro comparabile vendendo pesche locali. Fu allora che egli sviluppò l’idea che accrescendo e migliorando la varietà di pesche avrebbe potuto generare più entrate rispetto al papavero da oppio, senza il rischio di essere coinvolti in attività criminali, e perciò la coltivazione di oppio sarebbe potuta organicamente sparire dall’esistenza.

Questo concetto di sostituzione di raccolto e miglioramento genetico venne rapidamente tradotto in azioni che hanno creato un ambiente di sicurezza umana ed un sostentamento sostenibile per gli abitanti dei villaggi – un approccio olistico alla sicurezza. Infine, il concetto venne chiamato modello alternativo di sviluppo, in cui le persone sono rese autonome nel perseguire il percorso di sviluppo della loro scelta piuttosto che essere forzate ad arrendersi a condizioni prevalenti. Il re mise in campo la sua conoscenza in geografia e botanica per sponsorizzare la ricerca di colture alternative. Istituì la “Royal Project”, una organizzazione privata di beneficenza per supportare lo sviluppo alternativo del nord della Thailandia. La Royal Project condusse il suo primo programma di formazione con i montanari nel 1970, mentre il re costruì stazioni di sviluppo nell’area. 

Insieme con la Royal Project, i membri della Famiglia Reale supportarono diverse altre iniziative per affrontare l’analfabetismo, la povertà e la salute pubblica nelle lontane montagne. Molti di loro erano visitatori abituali dei villaggi per organizzare dei controlli medici attraverso la Fondazione del Volontariato Medico della Principessa Madre, e per fornire assistenza a scuole in difficoltà. Tutti questi sforzi concentrati richiesero decenni di perseveranza per dare frutti. Ma, come dimostrato oggi, la resa vale l’attesa. 

Fin dal principio, la Royal Project lavorava con il governo thailandese e organizzazioni internazionali per condurre ricerche e sviluppo, e per fornire semi, fertilizzante, formazione, e supportare le infrastrutture. Nel 1971, la Royal Project ed il Thai Narcotics Control Board collaborarono con il Fondo delle Nazioni Unite per il Controllo dell’Abuso di Droga (UNFDAC) per stabilire il Progetto di sostituzione delle colture e di sviluppo della comunità. Da quel momento, la Royal Project e agenzie competenti introdussero più di 150 nuove colture per i coltivatori di oppio, tra cui il caffè arabica, il tè, il cavolo, la mela e fiori decorativi.   

Ciò nonostante, l’eradicazione del papavero non avvenne fino al 1985. I funzionari riconobbero che misure radicali avrebbero potuto portare a risultati controproducenti. Aspettarono fino a che il progetto potesse generare entrate sufficienti per i contadini di papavero, e l’eradicazione fu per lo più negoziata per garantire risultati sostenibili. Come risultato, la coltivazione di papavero in Thailandia scese del 97 per cento dal 1985 al 2015 e non si è mai ripresa. 

Oggi, la Royal Project è una fondazione pubblica con 39 centri di sviluppo e stazioni di ricerca. Sotto il patrocinio di Sua Maestà il re Maha Vajiralongkorn, l’organizzazione continua ad espandere il suo lavoro con l’apertura del centro di sviluppo Ler Tor, nella provincia di Tak nel 2016, il quale sta assistendo più di 300 agricoltori di Karen. I prodotti della Royal Project sono attualmente lavorati e distribuiti nei supermercati con il marchio Doi Kham. Alcuni prodotti, come frutta secca e succo, sono disponibili in Giappone, Cina e Russia. 

I chicchi di caffè di Doi Tung, un altro marchio dei prodotti di sviluppo alternativo della fondazione Mae Fah Luang, creata dalla principessa Srinagarindra, la principessa madre nella provincia di Chiang Rai, è stata selezionata dalla Japanese Airlines e dal rivenditore giapponese Muji per il suo servizio di catering. 

Le opere della Royal Project sono state realizzate attraverso sforzi sincronizzati di tutti gli attori chiave. Ad esempio, il governo thailandese ha fornito lo sviluppo del capitale umano estendendo i servizi sanitari e sviluppando le scuole negli ex villaggi produttori di oppio, così come la fornitura della cittadinanza thailandese. Le comunità di montagna hanno ora accesso ai diritti di un cittadino thailandese, come il diritto alla propria terra, al lavoro non agricolo e alle qualifiche per richiedere prestiti bancari. Questo non sarebbe stato possibile se non fosse stato per il sottile ma efficace sostegno della monarchia nel guidare la collaborazione che ha legato tutte le parti interessate, dai politici agli abitanti dei villaggi, verso la stessa direzione. Considerando lo scetticismo degli abitanti dei villaggi locali nei confronti dei funzionari di governo dell’epoca, il volto dell’istituzione era l’unico ad essere ricevuto con rispetto genuino e fiducia da tutti i partiti. 

Il modello di sviluppo alternativo o AD avviato dalla Royal Project Fundation è stato riconosciuto dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e il Crimine come impresa di successo unico nel sostituire in modo sostenibile le coltivazioni di narcotici con mezzi alternativi per generare reddito. La Royal Project non solo ha contribuito al processo di costruzione della sicurezza riducendo le coltivazioni illecite e i crimini, ma è anche riuscita a rafforzare la sicurezza economica, alimentare ed ambientale delle comunità etniche che vivevano al limite della povertà. Da allora ha fatto il passo più lungo della gamba per collaborare con agenzie delle Nazioni Unite introducendo programmi simili in Paesi come Laos, Myanmar, Colombia, Perù e persino Afghanistan, per citarne alcuni. Con l’obiettivo di essere l’istituto di apprendimento per lo sviluppo sostenibile, la Royal Project Fundation continua a dare potere e dignità ai mezzi di sussistenza delle comunità locali in Thailandia e oltre.

Editoriale | Thailandia, si rilancia il Made in Italy

Editoriale di Lorenzo Galanti, Ambasciatore d’Italia a Bangkok

La Thailandia e la maggior parte dei Paesi ASEAN stanno fronteggiando una ondata epidemica principalmente dovuta alla variante Delta del Covid-19 con le inevitabili misure che limitano l’attività economica e la mobilità, con un impatto negativo sulle prospettive di crescita per il 2021. Nel contempo, i Governi cercano di accelerare l’approvvigionamento di vaccini. La Thailandia, che ha una capacità di inoculazione molto elevata ma non partecipa a COVAX, sta diversificando i vaccini, originariamente circoscritti a Sinovac e AstraZeneca. Si punta a riaprire almeno parzialmente il Regno entro ottobre e a vaccinare il 70% della popolazione (50 milioni di persone) entro dicembre.

Nel frattempo, le stime di crescita dell’economia thailandese sono state riviste al ribasso dalla Bank of Thailand che prevede ora un modesto 0,7% per il 2021 e un rimbalzo del 3,7% l’anno prossimo. La ripresa del turismo non sarà rapida, date le limitazioni agli spostamenti internazionali ancora in vigore nei principali Paesi di provenienza come la Cina. Importante aumentare gli sforzi per l’attrazione di investimenti in settori innovativi, grazie all’infrastruttura IT e al 5G. La Bank of Thailand sta sviluppando un prototipo di valuta digitale per facilitare transazioni e consumi, la Retail Central Bank Digital Currency. Sul lato dei consumi, il mercato si è spostato molto online, sulle piattaforme digitali.

L’ufficio ICE Agenzia di Bangkok, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia, ha avviato un programma con Lazada Thailand, la piattaforma di e-commerce controllata da Alibaba, per un padiglione virtuale di prodotti autenticamente italiani. L’iniziativa prende avvio in questi giorni su LazMall (il portale dei marchi di qualità) e in una prima fase è dedicata ai prodotti alimentari, ma si amplierà al settore non-food. Nel contempo, è in corso una campagna offline promossa da ICE Agenzia presso gli store dei grandi magazzini Central (il primo gruppo thailandese di retail che in Italia controlla La Rinascente) per promuovere prodotti italiani, food e non-food, sugli scaffali. Un primo allentamento del lockdown a Bangkok deciso in questi giorni potrà stimolare una ripresa dei consumi. Il primo semestre ha visto un incremento delle esportazioni thailandesi grazie alla trazione dei principali mercati di sbocco (Cina e Stati Uniti) e all’indebolimento della valuta, il Thai Baht, ma anche un aumento delle importazioni, di cui ha beneficiato l’export italiano che è tornato, nel semestre, ai livelli del 2018. 

Porte aperte a nuove quotazioni in Thailandia (e in ASEAN)

Il mercato delle IPO (offerta pubblica iniziale) è straordinariamente vitale in tutto il mondo, l’ASEAN non fa eccezione. La borsa thailandese è quella che sta attirando più capitali e non intende fermarsi.

Se l’economia globale reale deve ancora riprendersi completamente dal COVID, i mercati finanziari stanno conoscendo un periodo di euforica espansione. In particolare, il mercato delle IPO è on fire e gli investitori di ogni tipo e dimensione sono, negli ultimi tempi, più propensi a comprare i titoli delle aziende che decidono di quotarsi in borsa. Questa congiuntura potrebbe essere stata catalizzata anche dal COVID: le banche centrali hanno iniettato nel mercato una mole immensa di liquidità per incoraggiare la ripartenza economica e la “nuova normalità” ha incoraggiato la nascita e crescita di imprese innovative, affamate di capitali per finanziare la propria espansione. Anche le borse ASEAN stanno seguendo un trend positivo per numero di IPO e volume degli investimenti attirati. Lo Stock Exchange of Thailand (SET) è il mercato azionario che è cresciuto di più nella regione e sembra intenzionato ad accelerare ulteriormente la propria corsa. 

Occorre fare alcune premesse. La IPO è il processo con cui una società privata goes public: offrendo le proprie azioni al pubblico su un mercato azionario, la società raccoglie capitale per sostenere la propria crescita e i suoi investitori privati possono realizzare enormi profitti. L’impresa può anche cercare il proprio capitale attraverso il private equity, rimanendo privata e senza dover affrontare gli adempimenti (e i rischi) connessi alla IPO, o semplicemente rimandandoli. Negli ultimi anni, le imprese emergenti hanno tendenzialmente preferito il private equity al public. Quando l’azienda decide di procedere con la IPO, tale momento deve essere preparato con attenzione. Non solo occorre soddisfare tutti i requisiti fissati dalla borsa dove avverrà l’offerta e dal regolatore competente; l’impresa deve anche cogliere l’attimo, entrare nel mercato in un momento favorevole, quando è più facile attirare l’attenzione degli investitori e spiccare su altre IPO concomitanti. Per tali ragioni le società che intendono quotarsi in borsa preparano meticolosamente la IPO, avvalendosi dell’ausilio delle banche di investimento. L’intero processo implica anche una duplice scelta. La scelta dell’impresa, che deve individuare il mercato azionario più favorevole dove presentare l’offerta e quotare il titolo, e quella degli investitori, che devono decidere verso quale borsa rivolgere la propria attenzione. La governance dei vari mercati finanziari, di conseguenza, può cercare di incoraggiare le imprese a quotarsi nel proprio mercato e dotarsi delle infrastrutture per facilitare gli investitori.

In tale prospettiva deve leggersi la crescita della SET. La borsa thailandese è la seconda piazza affari dell’ASEAN per capitalizzazione, dopo Singapore, ma è anche quella che a maggio scorso ha registrato il numero più alto di scambi medi giornalieri e che nel 2020 ha attirato più capitale con le IPO. In un’intervista rilasciata a Nikkei Asia a inizio luglio, il presidente della SET Pakorn Peetathawatchai ha delineato la sua strategia e gli obiettivi per gli anni avvenire. La borsa thailandese ha reso più accessibili i requisiti per la quotazione in certi settori, così da incoraggiare aziende, anche estere, particolarmente attrattive e PMI to go public. Inoltre, ha lavorato insieme al Governo di Bangkok per predisporre un corposo pacchetto di incentivi fiscali. La SET intende in questo modo attirare, ogni anno, tra le 30 e le 50 IPO e quasi 8 miliardi di dollari, contendendo a Singapore lo scettro di principale mercato finanziario ASEAN. Guardando ai risultati dei primi mesi del 2021, le ambizioni della SET sembrano a portata di mano.

La borsa thailandese sembra essere così attrattiva per la varietà dei soggetti che la animano. Da un lato, nel listino della SET figurano aziende appartenenti un po’ a tutti i settori dell’economia; aziende che attirano, dall’altro lato, un mix bilanciato di investitori. Quasi il 50% degli investitori sono thailandesi e retail. La SET intende facilitare le operazioni proprio di questa categoria ricorrendo a strumenti fintech: entro la fine del 2021, lancerà una piattaforma online per lo scambio dei titoli attraverso token digitali. Tale iniziativa deve leggersi nel processo più generale di “democratizzazione” del mercato globale degli investimenti, reso possibile proprio dalle nuove piattaforme fintech. Altre borse della regione, come quelle di Singapore e dell’Indonesia, hanno adottato una strategia differente, seguendo un modello che ha avuto successo negli USA: favorire le SPAC (special purpose acquisition companies), società che attirano i fondi di più investitori, solitamente grazie alla sponsorizzazione di un imprenditore noto e influente, con lo scopo di fondersi con una (o più) società al momento della IPO. Le SPAC richiedono particolari condizioni per avere successo, ma possono permettere alle aziende di quotarsi in borsa più velocemente. La SET guarda con una certa cautela a questa pratica, come anche le borse europee. Cautela che andrebbe applicata a tutto il mercato delle IPO, secondo molti osservatori: l’enorme fortuna delle IPO negli ultimi anni potrebbe non durare e i grandi successi di certe quotazioni si alternano a sorprendenti e imprevisti tonfi (come quello di Deliveroo al momento della sua IPO sulla borsa di Londra). Gli investitori si stanno facendo molto più cauti e selettivi nelle loro scelte e questo potrebbe frenare, ma anche stabilizzare, la corsa delle società verso la quotazione. 

Anche gli altri mercati finanziari ASEAN stanno raccogliendo eccellenti risultati con le loro IPO e cercano in vario modo di rendersi ancora più attrattivi. Singapore si conferma particolarmente invitante per la quotazione delle società estere e anche delle start up del tech, riuscendo infatti a portare a casa alcune importanti unicorn del settore. La borsa indonesiana ha visto un numero di IPO anche maggiore di quella thailandese, pur con un valore di capitale attratto minore, cogliendo i frutti della Omnibus Law e della privatizzazione di alcune ex imprese di stato. Anche il Vietnam sta recuperando terreno, grazie a un maggiore coordinamento tra le borse di Hanoi e di Ho Chi Minh e al traino della sua economia, tra le meno colpite dal COVID nella regione. Proprio il COVID rappresenta forse la principale ombra sulla crescita futura dei mercati finanziari ASEAN: la crisi sanitaria non sembra ancora sotto controllo in certi Paesi e alcuni settori non si sono ancora ripresi del tutto – in primis il turismo, comparto fondamentale proprio per la Thailandia.

Con Jareeporn Jarukornsakul la logistica è un affare per donne

Articolo a cura di Michelle Cabula

Jareeporn Jarukornsakul, imprenditrice di 53 anni al capo del WHA Group, figura nella lista dei 50 cittadini più ricchi in Thailandia nel 2020 stilata da Forbes. La sua è una storia di successo che coniuga imprenditoria femminile, attenzione alla sostenibilità e sinergia virtuosa tra settore pubblico e privato.

Dopo la laurea in Scienze della Salute alla Mahidol University e un master in Amministrazione Aziendale presso la Bangkok University, all’età di soli 26 anni, Jareeporn Jarukornsakul fa il suo ingresso nel mondo della logistica e nel 2003 co-fonda insieme al marito Somyos Anantaprayoon la WHA Group. Ad oggi ricopre congiuntamente le cariche di Presidentessa del consiglio amministrativo e di amministratrice delegata dell’azienda leader in Thailandia nel settore della logistica integrata, dello stoccaggio e della fornitura di impianti industriali.

Oltre al patrimonio netto da 480 milioni di dollari statunitensi (che le è valso il 48° posto nella classifica di Forbes dei 50 più facoltosi del suo Paese), a sorprendere è la presenza di Jarukornsakul tra le figure più influenti di un settore considerato ancora prettamente maschile. Nonostante il divorzio dal marito le sia costato una discesa nella classifica (insieme si aggiudicavano la trentaduesima posizione nel 2015), l’imprenditrice ha saputo imprimere una svolta all’attività aziendale sin da quando ne ha assunto la direzione sei anni fa, con l’obiettivo di convertirla in una multinazionale nel giro dii tre-cinque anni. Già nel 2016, in occasione dell’acquisizione della Hemaraj Land And Development Plc. (attiva nel campo dello sviluppo immobiliare industriale), Jarukornsakul si era detta determinata ad espandere il proprio business sia nel mercato domestico che nei mercati esteri, puntando su un’expertise sempre più articolata e completa.  

Sotto la direzione di Jarukornsakul, le attività della WHA Group si sono legate a doppio filo con l’iniziativa del Corridoio Economico Orientale (ECC), il progetto pilota del governo thailandese che mira a convertire le province della costa est – Chachoengsao, Chonburi e Rayong – in un hub regionale di innovazione tecnologica e industrialeattraverso lo sviluppo di infrastrutture pubbliche di trasporto e logistica. La società si impegna infatti al fine di intercettare su diversi livelli le esigenze delle industrie high-tech, muovendosi con un certo anticipo nei distretti commerciali designati a divenire in futuro sempre più attrattivi sotto il profilo degli investimenti.

Con un piano d’investimento del valore di 43 miliardi di bath (1,4 milioni di dollari circa) annunciato nell’agosto 2016, la Presidentessa ha inoltre reso chiaro l’intento della società di porsi come il primo fornitore di soluzioni logistiche, immobiliari e industriali complete nel contesto dell’ASEAN Economic Community. “Grazie a Hemaraj, giochiamo un ruolo cruciale nello sviluppo dei clusters automobilistici, elettronici e petrolchimici, e ci impegniamo a divenire dei partner attivi nello sviluppo delle industrie del futuro”, ha affermato.

Il lancio della WHA Industrial Zone – Nghe An nel febbraio del 2017 ha rappresentato “una chiara dichiarazione dell’impegno della società nel Paese e nella regione del Sud-Est Asiatico”, al punto che l’impresa pensa già a replicare. Tra i progetti futuri vi è la realizzazione di un’ulteriore zona industriale nei pressi di Hanoi che possa divenire una nuova base produttiva per le società cinesi, giapponesi e taiwanesi e gli investitori dell’ASEAN che intendono trasferire le loro attività per sfuggire ai danni economici derivanti dalla guerra commerciale USA-Cina.

Jarukornsakul ha definito il Vietnam “la nuova stella luminosa” dell’area, sottolineando come la sua posizione geografica, la sua economia in rapida espansione, la disponibilità di forza lavoro istruita e il suo coinvolgimento in numerosi accordi di libero scambio la rendano una destinazione privilegiata per gli investimenti dell’impresa, che già vanta 30 anni di esperienza sul territorio thailandese. Secondo quanto dichiarato sul sito della società, la WHA Industrial Zone – Nghe An si avvantaggiano delle infrastrutture esistenti per offrire il proprio contributo all’espansione economica e alla creazione di nuove opportunità lavorative nella regione di Nghe An, nel rispetto degli aspetti sociali, culturali e ambientali. 

Alla fine dello scorso anno, la WHA Group si è aggiudicata il “Thailand Sustainability Investment 2020”, riconoscimento conferito dalla Borsa valori thailandese (Stock Exchange of Thailand, SET) alle società particolarmente attente alle istanze ambientali, sociali e di governance (Environmental, Social and Governance, ESG). Il gruppo si è mostrato sensibile al tema della sostenibilità, nella consapevolezza che “la crescita e il progresso devono essere accompagnati dalla responsabilità”, come ha affermato Vivat Jiratikarnsakul, Direttore Operativo Industriale e Internazionale per l’azienda.

L’impegno sociale della WHA Group si è concretizzato nel virtuoso progetto Clean Water for Planet. L’iniziativa lanciata nel 2016 si sostanzia in una serie di collaborazioni con vari istituti scolastici e agenzie governative orientate a sensibilizzare sull’importanza di una corretta gestione e della tutela delle risorse idriche e a fornire acqua pulita alle comunità locali. Il programma prevede anche la fornitura di servizi di gestione delle acque reflue ai propri clienti: nel 2019 la compagnia ha annunciato il completamento di un impianto nel distretto di Pluak Daeng della provincia di Rayong pensato per trattare le acque reflue attraverso processi depurativi per via biologica. 

L’iniziativa fa propri i principi della Sufficiency Economy Philosophy (SEP) ideata dal defunto re Bhumibol Adulyadej, padre dell’attuale sovrano di Thailandia. Questo innovativo approccio allo sviluppo “implica che si agisca con moderazione e ragionevolezza e che si ricerchi sempre conoscenza e moralità nel proporre e attuare progetti di sviluppo”. Il modello di business promosso da Jarukornsakul si allinea perfettamente con le strategie elaborate a livello nazionale: un perfetto esempio di come stato e impresa possano muoversi all’unisono. Non a caso, nel 2021 il Bangkok Post la sceglie come “donna dell’anno” per il settore industriale, celebrandone le doti di leadership e visione strategica.

La risonanza della storia di Jarukornsakul si estende ben oltre i confini thailandesi, come dimostrano i numerosi riconoscimenti internazionali che l’imprenditrice può vantare. Tra gli altri, il suo nome compare nella lista Asia’s Power Businesswomen 2020, in cui lo staff di Forbes raggruppa le donne asiatiche in posizione di leadership che, a fronte della sfida pandemica, hanno saputo dare prova di resilienza e che si preparano plausibilmente a guidare le imprese verso la ripresa. 

Oltre a tracciare il ritratto di un’imprenditrice di successo, la storia di Jareeporn Jarukornsakul alla conduzione della WHA Group ci racconta di alcune virtuose pratiche di corporate social responsibility che stanno prendendo piede nell’area del Sud-Est asiatico. Sempre più spesso le imprese si impegnano in uno sforzo condiviso a fianco delle autorità governative e delle organizzazioni regionali con l’obiettivo di generare sviluppo locale e migliorare la connettività nell’area ASEAN. L’esperienza pionieristica di Jarukornsakul diventa anche fonte di ispirazione per le future generazioni di giovani imprenditrici e imprenditori i quali, sempre più sensibili ai temi della sostenibilità, saranno ben propensi ad abbracciare i valori dell’imprenditoria inclusiva e della condotta d’affari responsabile.