Thailandia

Thailandia, un ponte sull’Istmo di Kra

Messa in secondo piano (almeno per ora) l’idea del canale, si pensa alla costruzione di un collegamento via terra per aggirare lo Stretto di Malacca. Ecco perché.

Da secoli la Thailandia sogna un passaggio attraverso l’istmo di Kra, il quale divide la penisola malese separando il mare delle Andamane dal Golfo di Thailandia.

L’istmo, nella sua parte più stretta, ha un’estensione di soli 44 chilometri e la costruzione di una rotta da est a ovest attraverso l’istmo ridurrebbe di circa 1.200 km la distanza che le navi mercantili devono percorrere per trasportare merci dall’Asia orientale fino al Medio Oriente e all’Europa. Al momento, l’unica possibilità è quella di navigare a sud fino allo stretto di Malacca, il più trafficato del mondo, allungando il tragitto di due giorni. Ogni anno, infatti, più di 94 mila navi passano per questo stretto, e si stima che circa un quarto delle merci scambiate a livello mondiale lo attraversino, compreso l’80% delle importazioni di petrolio e gas di Cina, Giappone e Corea del Sud.

L’idea di scavare un canale attraverso la penisola malese è stata riproposta diverse volte nel corso dei secoli. Nel 1677, il Re siamese Narai chiese alla Francia di condurre un’indagine per un canale e Ferdinand de Lesseps, il diplomatico francese famoso per aver realizzato il Canale di Suez, visitò personalmente l’istmo di Kra nel 1882. Più recentemente, il primo ministro Thaksin Shinawatra aveva ripreso in mano questo progetto, andato nuovamente in fumo dopo il colpo di stato del 2006. Non sono poi mancate pressioni dalla Cina per portare avanti il progetto e incorporarlo nella Belt and Road Initiative, visto l’interesse di Pechino nel risolvere il cosiddetto “Dilemma di Malacca” e rafforzare la propria posizione all’interno della regione. Infatti, sebbene il governo cinese si sia astenuto dal dichiararlo ufficialmente, Cina e Thailandia avrebbero firmato un Memorandum of Understanding (MoU) sul progetto del canale a Guangzhou nel 2015.

Tuttavia, nonostante ripetute proposte e diversi studi sulla fattibilità del canale, l’idea sembrerebbe abbandonata, considerato – prima di tutto – il costo proibitivo (stimato in circa 30 miliardi di dollari) e le difficoltà tecniche nel collegare i due mari che differiscono di diversi metri in elevazione. Sono poi emerse alcune preoccupazioni sulle possibili ripercussioni sull’ambiente e sulla stabilità regionale. Non è infatti da sottovalutare che un progetto infrastrutturale di tali dimensioni comporti seri sconvolgimenti agli ecosistemi locali, e non sono ancora certe le conseguenze che lo scavo dell’istmo potrebbe produrre nelle dinamiche indo-pacifiche a seguito dell’apertura del nuovo collegamento. Infine, la parte meridionale del paese (a sud del canale proposto) ha visto crescere negli ultimi anni una forte tensione tra buddisti e musulmani e si teme che la costruzione del Canale di Kra possa mettere ulteriormente a repentaglio la coesione nazionale, creando una divisione, anche fisica, all’interno del paese.

Prendendo atto di queste problematiche ma pur non rinunciando all’idea di un passaggio tra il Golfo di Thailandia e il mare delle Andamane, il governo ha deciso di cambiare strategia e quello che un tempo era il sogno di un canale si sta trasformando nel progetto di un ponte terrestre. La nuova proposta, che appare tecnicamente ed economicamente più fattibile della precedente, comprenderebbe la costruzione di un porto di acque profonde nella provincia di Chumphon, sul Golfo di Thailandia, e l’ampliamento del già esistente porto di Ranong, sul Mare delle Andamane. I due porti sarebbero poi collegati da una ferrovia a doppio binario e da un’autostrada. Secondo un rapporto pubblicato a gennaio 2021 dell’’ISEAS-Yusof Ishak Institute, la costruzione del ponte di terra costerebbe 60 miliardi di baht (1,85 miliardi di dollari), ovvero solo il 3% di quanto richiederebbe il canale.

Dunque, il Primo Ministro Prayuth Chan-Ocha e il Ministro dei Trasporti Saksayam Chidchob, sembrano sempre più protesi verso quest’opzione. Inoltre, in un momento di incertezza economica causata dalla pandemia da COVID-19, il governo spera di poter utilizzare questa infrastruttura per ridare slancio all’economia e attrarre capitali privati. Per di più, il progetto si inserirebbe perfettamente nella strategia dell’Eastern Economic Corridor (EEC) e sono stati commissionati degli studi per valutare anche l’eventuale collegamento tra la nuova rotta e l’alta velocità Cina-Laos-Thailandia, fiore all’occhiello dei fondi stanziati nel paese nell’ambito della Belt and Road Initiative.

Ed è così che, già a settembre 2020, l’esecutivo ha ordinato uno studio di fattibilità del ponte terrestre e le relative infrastrutture complementari, che dovrebbe essere ultimato nel 2023. Gli occhi di tutta la regione, e in particolare della Cina, sono dunque puntati su questo possibile megaprogetto. Tanto agognato quanto delicato, considerato il fragile equilibrio dell’Indo-Pacifico.

L’andamento della campagna vaccinale in Thailandia minaccia la ripresa

Mancanza di vaccini, scetticismo e malcontento nei confronti della gestione della pandemia stanno rallentando la ripartenza.

La Thailandia è stato uno dei pochi Paesi a riuscire a mantenere il coronavirus sotto controllo durante la prima fase della pandemia, ma varianti più contagiose come la Delta hanno causato un’impennata di nuovi casi e di morti a partire dallo scorso aprile. Secondo i dati della Johns Hopkins University, da quando è iniziata la terza ondata i casi totali registrati nel Paese si sono moltiplicati in maniera esponenziale in meno di sei mesi (da appena 30 mila ad inizio aprile 2021, a più di un milione a metà settembre), così come il numero delle morti totali (da 95 a 15 mila nello stesso periodo), mettendo alle strette il già fragile sistema sanitario. La situazione è precipitata a tal punto da far piombare Bangkok al 118esimo posto dell’indice sulla ripresa economica post COVID-19 di Nikkei Asia, davanti solo a Myanmar, Filippine e Vietnam. Tra le principali cause di questa nuova situazione di emergenza potrebbero esserci le difficoltà riscontrate durante la campagna vaccinale: secondo i dati ufficiali del governo al 20 Settembre, solo il 40% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino, e appena il 20% entrambe le dosi.

 Stando al piano governativo, il Paese punterebbe a raggiungere l’immunità di gregge entro il 2021, ma considerate la mancanza di dosi e il crescente scetticismo dei cittadini thailandesi nei confronti dei vaccini proposti dall’esecutivo l’obiettivo sembra essere lontano. Attualmente, gli unici due vaccini a disposizione per la maggior parte della popolazione sono Astrazeneca e il cinese Sinovac, verso il quale i thailandesi non nutrono particolare fiducia. Il governo non ha invece ordinato scorte di vaccini ad mRNA (come Pfizer e Moderna), considerati da gran parte della comunità scientifica più efficaci e con minori effetti collaterali. Tuttavia, nei prossimi mesi la situazione potrebbe cambiare, in quanto gli ospedali privati stanno procedendo autonomamente all’approvvigionamento di vaccini Pfizer e Moderna e il Paese stesso sta per avviare la sperimentazione umana del suo primo vaccino mRNA COVID-19, sviluppato dalla Chulalongkorn University di Bangkok. 

All’inizio della pandemia, nel 2020, il governo thailandese aveva annunciato di aver trovato un accordo con AstraZeneca per ottenere il vaccino e trasferire la tecnologia dell’azienda anglo-svedese alla Siam Bioscience, di proprietà del re Vajiralongkorn, per assicurarsi una produzione locale. Allo stesso tempo, Bangkok non ha ritenuto di stipulare contratti con nessun’altra azienda farmaceutica e ha addirittura deciso di non fare parte del programma collettivo di distribuzione COVAX. Tuttavia, mettere tutte le uova in un unico paniere non si è rivelata una strategia vincente: le dosi di AstraZeneca ottenute sono state molte meno di quanto pianificato inizialmente e, quando la situazione è diventata fuori controllo, era ormai troppo tardi per trovare altri vaccini efficaci sul mercato. Per questo motivo, il governo si è trovato costretto a proseguire la campagna vaccinale con il vaccino cinese Sinovac, disponibile in enormi quantità. 

Finora AstraZeneca, pur essendo il vaccino prioritario secondo il piano nazionale, rappresenta solo il 40% circa delle inoculazioni totali, mentre Sinovac, che è relativamente meno efficace contro la variante Delta, il 60%. La popolazione locale stessa è assai diffidente nei confronti del vaccino cinese, come dimostrato da hashtag popolari sui social media e da alcuni sondaggi condotti da YouGov. Le ragioni di questo scetticismo si possono ritrovare sia in recenti segnalazioni di migliaia di casi infetti da COVID-19 nonostante le vaccinazioni Sinovac, sia perché si teme la presenza di interessi politici dietro l’adozione del vaccino cinese (a partire da voci, non verificate, su legami tra il conglomerato thailandese ​​Charoen Pokphand e i produttori del vaccino). Infine, l’insoddisfazione generale per le difficoltà riscontrate nel corso della campagna vaccinale non ha fatto altro che aggravare il malcontento verso il governo appoggiato dai militari, generando ampie e continuate manifestazioni contro l’esecutivo, rompendo così una tregua che durava da tempo.

Dal papavero al caffè: Thailandia modello di sviluppo alternativo

Il modello avviato dalla Royal Project Fundation è stato riconosciuto dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e il Crimine come impresa di successo nel sostituire in modo sostenibile le coltivazioni di narcotici con mezzi alternativi per generare reddito.

Articolo a cura di Chutintorn Gongsakdi

Vice Segretario Permanente del Ministero degli Affari Esteri della Thailandia

Quando i loro petali rosso vivo cadono, gli agricoltori tagliano i baccelli ovoidali del Papaver somniferum o papavero da oppio. La lattiginosa “lacrima di papavero” cola da queste ferite aperte, dando inizio all’estrazione della forma di papavero più grezza. Questo metodo di coltivazione di papavero può essere fatto risalire a circa cinque millenni fa, nei testi dei Sumeri, che chiamavano la pianta Hul Gil, o “pianta della gioia”. 

La gioia è esattamente la ragione per la quale questa pianta si è diffusa in tutto il mondo così velocemente. Originariamente usata come rimedio contro il dolore, l’oppio venne poi introdotto come droga ricreativa in Europa e Asia. Altamente dipendente, ha dominato la politica e il commercio internazionale nel XIX secolo. Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale i suoi effetti dannosi vennero ampiamente riconosciuti e la soppressione dell’oppio divenne un programma mondiale. 

Nel Sud-Est asiatico, i papaveri da oppio sono stati coltivati per secoli. Probabilmente portati dal sud della Cina, l’uso dell’oppio venne integrato nella cultura delle comunità indigene come quelle degli Hmong e Karen. Il loro utilizzo dei semi di papavero era moderato e riguardava le loro medicine tradizionali, le cerimonie religiose e persino utilizzati come moneta. 

L’arrivo dei migranti e gruppi etnici durante la Guerra Civile Cinese degli anni ’40 portò ad una crescita esponenziale di produzione di oppio nelle montagne della Thailandia, del Myanmar e del Laos. Essendo l’unica coltura da reddito disponibile, i nuovi montanari avevano poca scelta se non quella di coltivare oppio per sfuggire alla povertà, ma anche così non ricevevano alti compensi. La rete di commercio illegale nel Triangolo d’Oro, un’area dove i confini dei tre paesi si incontrano, culminò durante gli anni ’60 con una stima di 145 tonnellate di oppio prodotto annualmente in Thailandia. 

Il governo thailandese bandì l’oppio nel 1958. Nonostante ciò, risorse insufficienti e mancanza di comprensione tra le popolazioni di montagna portarono ad una campagna senza successo per limitare la coltivazione di papavero. Poiché la gente del posto si infastidì degli sforzi del governo per reinsediarli nelle pianure, i funzionari thailandesi iniziarono a cercare un metodo alternativo per ridurre la produzione d’oppio. 

Nel 1969, durante una visita nella provincia di Chiang Mai, Sua Maestà il re Bhumibol Adulyadej il Grande, imparò che alcuni coltivatori di papavero potevano guadagnare una quantità di denaro comparabile vendendo pesche locali. Fu allora che egli sviluppò l’idea che accrescendo e migliorando la varietà di pesche avrebbe potuto generare più entrate rispetto al papavero da oppio, senza il rischio di essere coinvolti in attività criminali, e perciò la coltivazione di oppio sarebbe potuta organicamente sparire dall’esistenza.

Questo concetto di sostituzione di raccolto e miglioramento genetico venne rapidamente tradotto in azioni che hanno creato un ambiente di sicurezza umana ed un sostentamento sostenibile per gli abitanti dei villaggi – un approccio olistico alla sicurezza. Infine, il concetto venne chiamato modello alternativo di sviluppo, in cui le persone sono rese autonome nel perseguire il percorso di sviluppo della loro scelta piuttosto che essere forzate ad arrendersi a condizioni prevalenti. Il re mise in campo la sua conoscenza in geografia e botanica per sponsorizzare la ricerca di colture alternative. Istituì la “Royal Project”, una organizzazione privata di beneficenza per supportare lo sviluppo alternativo del nord della Thailandia. La Royal Project condusse il suo primo programma di formazione con i montanari nel 1970, mentre il re costruì stazioni di sviluppo nell’area. 

Insieme con la Royal Project, i membri della Famiglia Reale supportarono diverse altre iniziative per affrontare l’analfabetismo, la povertà e la salute pubblica nelle lontane montagne. Molti di loro erano visitatori abituali dei villaggi per organizzare dei controlli medici attraverso la Fondazione del Volontariato Medico della Principessa Madre, e per fornire assistenza a scuole in difficoltà. Tutti questi sforzi concentrati richiesero decenni di perseveranza per dare frutti. Ma, come dimostrato oggi, la resa vale l’attesa. 

Fin dal principio, la Royal Project lavorava con il governo thailandese e organizzazioni internazionali per condurre ricerche e sviluppo, e per fornire semi, fertilizzante, formazione, e supportare le infrastrutture. Nel 1971, la Royal Project ed il Thai Narcotics Control Board collaborarono con il Fondo delle Nazioni Unite per il Controllo dell’Abuso di Droga (UNFDAC) per stabilire il Progetto di sostituzione delle colture e di sviluppo della comunità. Da quel momento, la Royal Project e agenzie competenti introdussero più di 150 nuove colture per i coltivatori di oppio, tra cui il caffè arabica, il tè, il cavolo, la mela e fiori decorativi.   

Ciò nonostante, l’eradicazione del papavero non avvenne fino al 1985. I funzionari riconobbero che misure radicali avrebbero potuto portare a risultati controproducenti. Aspettarono fino a che il progetto potesse generare entrate sufficienti per i contadini di papavero, e l’eradicazione fu per lo più negoziata per garantire risultati sostenibili. Come risultato, la coltivazione di papavero in Thailandia scese del 97 per cento dal 1985 al 2015 e non si è mai ripresa. 

Oggi, la Royal Project è una fondazione pubblica con 39 centri di sviluppo e stazioni di ricerca. Sotto il patrocinio di Sua Maestà il re Maha Vajiralongkorn, l’organizzazione continua ad espandere il suo lavoro con l’apertura del centro di sviluppo Ler Tor, nella provincia di Tak nel 2016, il quale sta assistendo più di 300 agricoltori di Karen. I prodotti della Royal Project sono attualmente lavorati e distribuiti nei supermercati con il marchio Doi Kham. Alcuni prodotti, come frutta secca e succo, sono disponibili in Giappone, Cina e Russia. 

I chicchi di caffè di Doi Tung, un altro marchio dei prodotti di sviluppo alternativo della fondazione Mae Fah Luang, creata dalla principessa Srinagarindra, la principessa madre nella provincia di Chiang Rai, è stata selezionata dalla Japanese Airlines e dal rivenditore giapponese Muji per il suo servizio di catering. 

Le opere della Royal Project sono state realizzate attraverso sforzi sincronizzati di tutti gli attori chiave. Ad esempio, il governo thailandese ha fornito lo sviluppo del capitale umano estendendo i servizi sanitari e sviluppando le scuole negli ex villaggi produttori di oppio, così come la fornitura della cittadinanza thailandese. Le comunità di montagna hanno ora accesso ai diritti di un cittadino thailandese, come il diritto alla propria terra, al lavoro non agricolo e alle qualifiche per richiedere prestiti bancari. Questo non sarebbe stato possibile se non fosse stato per il sottile ma efficace sostegno della monarchia nel guidare la collaborazione che ha legato tutte le parti interessate, dai politici agli abitanti dei villaggi, verso la stessa direzione. Considerando lo scetticismo degli abitanti dei villaggi locali nei confronti dei funzionari di governo dell’epoca, il volto dell’istituzione era l’unico ad essere ricevuto con rispetto genuino e fiducia da tutti i partiti. 

Il modello di sviluppo alternativo o AD avviato dalla Royal Project Fundation è stato riconosciuto dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e il Crimine come impresa di successo unico nel sostituire in modo sostenibile le coltivazioni di narcotici con mezzi alternativi per generare reddito. La Royal Project non solo ha contribuito al processo di costruzione della sicurezza riducendo le coltivazioni illecite e i crimini, ma è anche riuscita a rafforzare la sicurezza economica, alimentare ed ambientale delle comunità etniche che vivevano al limite della povertà. Da allora ha fatto il passo più lungo della gamba per collaborare con agenzie delle Nazioni Unite introducendo programmi simili in Paesi come Laos, Myanmar, Colombia, Perù e persino Afghanistan, per citarne alcuni. Con l’obiettivo di essere l’istituto di apprendimento per lo sviluppo sostenibile, la Royal Project Fundation continua a dare potere e dignità ai mezzi di sussistenza delle comunità locali in Thailandia e oltre.

Editoriale | Thailandia, si rilancia il Made in Italy

Editoriale di Lorenzo Galanti, Ambasciatore d’Italia a Bangkok

La Thailandia e la maggior parte dei Paesi ASEAN stanno fronteggiando una ondata epidemica principalmente dovuta alla variante Delta del Covid-19 con le inevitabili misure che limitano l’attività economica e la mobilità, con un impatto negativo sulle prospettive di crescita per il 2021. Nel contempo, i Governi cercano di accelerare l’approvvigionamento di vaccini. La Thailandia, che ha una capacità di inoculazione molto elevata ma non partecipa a COVAX, sta diversificando i vaccini, originariamente circoscritti a Sinovac e AstraZeneca. Si punta a riaprire almeno parzialmente il Regno entro ottobre e a vaccinare il 70% della popolazione (50 milioni di persone) entro dicembre.

Nel frattempo, le stime di crescita dell’economia thailandese sono state riviste al ribasso dalla Bank of Thailand che prevede ora un modesto 0,7% per il 2021 e un rimbalzo del 3,7% l’anno prossimo. La ripresa del turismo non sarà rapida, date le limitazioni agli spostamenti internazionali ancora in vigore nei principali Paesi di provenienza come la Cina. Importante aumentare gli sforzi per l’attrazione di investimenti in settori innovativi, grazie all’infrastruttura IT e al 5G. La Bank of Thailand sta sviluppando un prototipo di valuta digitale per facilitare transazioni e consumi, la Retail Central Bank Digital Currency. Sul lato dei consumi, il mercato si è spostato molto online, sulle piattaforme digitali.

L’ufficio ICE Agenzia di Bangkok, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia, ha avviato un programma con Lazada Thailand, la piattaforma di e-commerce controllata da Alibaba, per un padiglione virtuale di prodotti autenticamente italiani. L’iniziativa prende avvio in questi giorni su LazMall (il portale dei marchi di qualità) e in una prima fase è dedicata ai prodotti alimentari, ma si amplierà al settore non-food. Nel contempo, è in corso una campagna offline promossa da ICE Agenzia presso gli store dei grandi magazzini Central (il primo gruppo thailandese di retail che in Italia controlla La Rinascente) per promuovere prodotti italiani, food e non-food, sugli scaffali. Un primo allentamento del lockdown a Bangkok deciso in questi giorni potrà stimolare una ripresa dei consumi. Il primo semestre ha visto un incremento delle esportazioni thailandesi grazie alla trazione dei principali mercati di sbocco (Cina e Stati Uniti) e all’indebolimento della valuta, il Thai Baht, ma anche un aumento delle importazioni, di cui ha beneficiato l’export italiano che è tornato, nel semestre, ai livelli del 2018. 

Porte aperte a nuove quotazioni in Thailandia (e in ASEAN)

Il mercato delle IPO (offerta pubblica iniziale) è straordinariamente vitale in tutto il mondo, l’ASEAN non fa eccezione. La borsa thailandese è quella che sta attirando più capitali e non intende fermarsi.

Se l’economia globale reale deve ancora riprendersi completamente dal COVID, i mercati finanziari stanno conoscendo un periodo di euforica espansione. In particolare, il mercato delle IPO è on fire e gli investitori di ogni tipo e dimensione sono, negli ultimi tempi, più propensi a comprare i titoli delle aziende che decidono di quotarsi in borsa. Questa congiuntura potrebbe essere stata catalizzata anche dal COVID: le banche centrali hanno iniettato nel mercato una mole immensa di liquidità per incoraggiare la ripartenza economica e la “nuova normalità” ha incoraggiato la nascita e crescita di imprese innovative, affamate di capitali per finanziare la propria espansione. Anche le borse ASEAN stanno seguendo un trend positivo per numero di IPO e volume degli investimenti attirati. Lo Stock Exchange of Thailand (SET) è il mercato azionario che è cresciuto di più nella regione e sembra intenzionato ad accelerare ulteriormente la propria corsa. 

Occorre fare alcune premesse. La IPO è il processo con cui una società privata goes public: offrendo le proprie azioni al pubblico su un mercato azionario, la società raccoglie capitale per sostenere la propria crescita e i suoi investitori privati possono realizzare enormi profitti. L’impresa può anche cercare il proprio capitale attraverso il private equity, rimanendo privata e senza dover affrontare gli adempimenti (e i rischi) connessi alla IPO, o semplicemente rimandandoli. Negli ultimi anni, le imprese emergenti hanno tendenzialmente preferito il private equity al public. Quando l’azienda decide di procedere con la IPO, tale momento deve essere preparato con attenzione. Non solo occorre soddisfare tutti i requisiti fissati dalla borsa dove avverrà l’offerta e dal regolatore competente; l’impresa deve anche cogliere l’attimo, entrare nel mercato in un momento favorevole, quando è più facile attirare l’attenzione degli investitori e spiccare su altre IPO concomitanti. Per tali ragioni le società che intendono quotarsi in borsa preparano meticolosamente la IPO, avvalendosi dell’ausilio delle banche di investimento. L’intero processo implica anche una duplice scelta. La scelta dell’impresa, che deve individuare il mercato azionario più favorevole dove presentare l’offerta e quotare il titolo, e quella degli investitori, che devono decidere verso quale borsa rivolgere la propria attenzione. La governance dei vari mercati finanziari, di conseguenza, può cercare di incoraggiare le imprese a quotarsi nel proprio mercato e dotarsi delle infrastrutture per facilitare gli investitori.

In tale prospettiva deve leggersi la crescita della SET. La borsa thailandese è la seconda piazza affari dell’ASEAN per capitalizzazione, dopo Singapore, ma è anche quella che a maggio scorso ha registrato il numero più alto di scambi medi giornalieri e che nel 2020 ha attirato più capitale con le IPO. In un’intervista rilasciata a Nikkei Asia a inizio luglio, il presidente della SET Pakorn Peetathawatchai ha delineato la sua strategia e gli obiettivi per gli anni avvenire. La borsa thailandese ha reso più accessibili i requisiti per la quotazione in certi settori, così da incoraggiare aziende, anche estere, particolarmente attrattive e PMI to go public. Inoltre, ha lavorato insieme al Governo di Bangkok per predisporre un corposo pacchetto di incentivi fiscali. La SET intende in questo modo attirare, ogni anno, tra le 30 e le 50 IPO e quasi 8 miliardi di dollari, contendendo a Singapore lo scettro di principale mercato finanziario ASEAN. Guardando ai risultati dei primi mesi del 2021, le ambizioni della SET sembrano a portata di mano.

La borsa thailandese sembra essere così attrattiva per la varietà dei soggetti che la animano. Da un lato, nel listino della SET figurano aziende appartenenti un po’ a tutti i settori dell’economia; aziende che attirano, dall’altro lato, un mix bilanciato di investitori. Quasi il 50% degli investitori sono thailandesi e retail. La SET intende facilitare le operazioni proprio di questa categoria ricorrendo a strumenti fintech: entro la fine del 2021, lancerà una piattaforma online per lo scambio dei titoli attraverso token digitali. Tale iniziativa deve leggersi nel processo più generale di “democratizzazione” del mercato globale degli investimenti, reso possibile proprio dalle nuove piattaforme fintech. Altre borse della regione, come quelle di Singapore e dell’Indonesia, hanno adottato una strategia differente, seguendo un modello che ha avuto successo negli USA: favorire le SPAC (special purpose acquisition companies), società che attirano i fondi di più investitori, solitamente grazie alla sponsorizzazione di un imprenditore noto e influente, con lo scopo di fondersi con una (o più) società al momento della IPO. Le SPAC richiedono particolari condizioni per avere successo, ma possono permettere alle aziende di quotarsi in borsa più velocemente. La SET guarda con una certa cautela a questa pratica, come anche le borse europee. Cautela che andrebbe applicata a tutto il mercato delle IPO, secondo molti osservatori: l’enorme fortuna delle IPO negli ultimi anni potrebbe non durare e i grandi successi di certe quotazioni si alternano a sorprendenti e imprevisti tonfi (come quello di Deliveroo al momento della sua IPO sulla borsa di Londra). Gli investitori si stanno facendo molto più cauti e selettivi nelle loro scelte e questo potrebbe frenare, ma anche stabilizzare, la corsa delle società verso la quotazione. 

Anche gli altri mercati finanziari ASEAN stanno raccogliendo eccellenti risultati con le loro IPO e cercano in vario modo di rendersi ancora più attrattivi. Singapore si conferma particolarmente invitante per la quotazione delle società estere e anche delle start up del tech, riuscendo infatti a portare a casa alcune importanti unicorn del settore. La borsa indonesiana ha visto un numero di IPO anche maggiore di quella thailandese, pur con un valore di capitale attratto minore, cogliendo i frutti della Omnibus Law e della privatizzazione di alcune ex imprese di stato. Anche il Vietnam sta recuperando terreno, grazie a un maggiore coordinamento tra le borse di Hanoi e di Ho Chi Minh e al traino della sua economia, tra le meno colpite dal COVID nella regione. Proprio il COVID rappresenta forse la principale ombra sulla crescita futura dei mercati finanziari ASEAN: la crisi sanitaria non sembra ancora sotto controllo in certi Paesi e alcuni settori non si sono ancora ripresi del tutto – in primis il turismo, comparto fondamentale proprio per la Thailandia.

Con Jareeporn Jarukornsakul la logistica è un affare per donne

Articolo a cura di Michelle Cabula

Jareeporn Jarukornsakul, imprenditrice di 53 anni al capo del WHA Group, figura nella lista dei 50 cittadini più ricchi in Thailandia nel 2020 stilata da Forbes. La sua è una storia di successo che coniuga imprenditoria femminile, attenzione alla sostenibilità e sinergia virtuosa tra settore pubblico e privato.

Dopo la laurea in Scienze della Salute alla Mahidol University e un master in Amministrazione Aziendale presso la Bangkok University, all’età di soli 26 anni, Jareeporn Jarukornsakul fa il suo ingresso nel mondo della logistica e nel 2003 co-fonda insieme al marito Somyos Anantaprayoon la WHA Group. Ad oggi ricopre congiuntamente le cariche di Presidentessa del consiglio amministrativo e di amministratrice delegata dell’azienda leader in Thailandia nel settore della logistica integrata, dello stoccaggio e della fornitura di impianti industriali.

Oltre al patrimonio netto da 480 milioni di dollari statunitensi (che le è valso il 48° posto nella classifica di Forbes dei 50 più facoltosi del suo Paese), a sorprendere è la presenza di Jarukornsakul tra le figure più influenti di un settore considerato ancora prettamente maschile. Nonostante il divorzio dal marito le sia costato una discesa nella classifica (insieme si aggiudicavano la trentaduesima posizione nel 2015), l’imprenditrice ha saputo imprimere una svolta all’attività aziendale sin da quando ne ha assunto la direzione sei anni fa, con l’obiettivo di convertirla in una multinazionale nel giro dii tre-cinque anni. Già nel 2016, in occasione dell’acquisizione della Hemaraj Land And Development Plc. (attiva nel campo dello sviluppo immobiliare industriale), Jarukornsakul si era detta determinata ad espandere il proprio business sia nel mercato domestico che nei mercati esteri, puntando su un’expertise sempre più articolata e completa.  

Sotto la direzione di Jarukornsakul, le attività della WHA Group si sono legate a doppio filo con l’iniziativa del Corridoio Economico Orientale (ECC), il progetto pilota del governo thailandese che mira a convertire le province della costa est – Chachoengsao, Chonburi e Rayong – in un hub regionale di innovazione tecnologica e industrialeattraverso lo sviluppo di infrastrutture pubbliche di trasporto e logistica. La società si impegna infatti al fine di intercettare su diversi livelli le esigenze delle industrie high-tech, muovendosi con un certo anticipo nei distretti commerciali designati a divenire in futuro sempre più attrattivi sotto il profilo degli investimenti.

Con un piano d’investimento del valore di 43 miliardi di bath (1,4 milioni di dollari circa) annunciato nell’agosto 2016, la Presidentessa ha inoltre reso chiaro l’intento della società di porsi come il primo fornitore di soluzioni logistiche, immobiliari e industriali complete nel contesto dell’ASEAN Economic Community. “Grazie a Hemaraj, giochiamo un ruolo cruciale nello sviluppo dei clusters automobilistici, elettronici e petrolchimici, e ci impegniamo a divenire dei partner attivi nello sviluppo delle industrie del futuro”, ha affermato.

Il lancio della WHA Industrial Zone – Nghe An nel febbraio del 2017 ha rappresentato “una chiara dichiarazione dell’impegno della società nel Paese e nella regione del Sud-Est Asiatico”, al punto che l’impresa pensa già a replicare. Tra i progetti futuri vi è la realizzazione di un’ulteriore zona industriale nei pressi di Hanoi che possa divenire una nuova base produttiva per le società cinesi, giapponesi e taiwanesi e gli investitori dell’ASEAN che intendono trasferire le loro attività per sfuggire ai danni economici derivanti dalla guerra commerciale USA-Cina.

Jarukornsakul ha definito il Vietnam “la nuova stella luminosa” dell’area, sottolineando come la sua posizione geografica, la sua economia in rapida espansione, la disponibilità di forza lavoro istruita e il suo coinvolgimento in numerosi accordi di libero scambio la rendano una destinazione privilegiata per gli investimenti dell’impresa, che già vanta 30 anni di esperienza sul territorio thailandese. Secondo quanto dichiarato sul sito della società, la WHA Industrial Zone – Nghe An si avvantaggiano delle infrastrutture esistenti per offrire il proprio contributo all’espansione economica e alla creazione di nuove opportunità lavorative nella regione di Nghe An, nel rispetto degli aspetti sociali, culturali e ambientali. 

Alla fine dello scorso anno, la WHA Group si è aggiudicata il “Thailand Sustainability Investment 2020”, riconoscimento conferito dalla Borsa valori thailandese (Stock Exchange of Thailand, SET) alle società particolarmente attente alle istanze ambientali, sociali e di governance (Environmental, Social and Governance, ESG). Il gruppo si è mostrato sensibile al tema della sostenibilità, nella consapevolezza che “la crescita e il progresso devono essere accompagnati dalla responsabilità”, come ha affermato Vivat Jiratikarnsakul, Direttore Operativo Industriale e Internazionale per l’azienda.

L’impegno sociale della WHA Group si è concretizzato nel virtuoso progetto Clean Water for Planet. L’iniziativa lanciata nel 2016 si sostanzia in una serie di collaborazioni con vari istituti scolastici e agenzie governative orientate a sensibilizzare sull’importanza di una corretta gestione e della tutela delle risorse idriche e a fornire acqua pulita alle comunità locali. Il programma prevede anche la fornitura di servizi di gestione delle acque reflue ai propri clienti: nel 2019 la compagnia ha annunciato il completamento di un impianto nel distretto di Pluak Daeng della provincia di Rayong pensato per trattare le acque reflue attraverso processi depurativi per via biologica. 

L’iniziativa fa propri i principi della Sufficiency Economy Philosophy (SEP) ideata dal defunto re Bhumibol Adulyadej, padre dell’attuale sovrano di Thailandia. Questo innovativo approccio allo sviluppo “implica che si agisca con moderazione e ragionevolezza e che si ricerchi sempre conoscenza e moralità nel proporre e attuare progetti di sviluppo”. Il modello di business promosso da Jarukornsakul si allinea perfettamente con le strategie elaborate a livello nazionale: un perfetto esempio di come stato e impresa possano muoversi all’unisono. Non a caso, nel 2021 il Bangkok Post la sceglie come “donna dell’anno” per il settore industriale, celebrandone le doti di leadership e visione strategica.

La risonanza della storia di Jarukornsakul si estende ben oltre i confini thailandesi, come dimostrano i numerosi riconoscimenti internazionali che l’imprenditrice può vantare. Tra gli altri, il suo nome compare nella lista Asia’s Power Businesswomen 2020, in cui lo staff di Forbes raggruppa le donne asiatiche in posizione di leadership che, a fronte della sfida pandemica, hanno saputo dare prova di resilienza e che si preparano plausibilmente a guidare le imprese verso la ripresa. 

Oltre a tracciare il ritratto di un’imprenditrice di successo, la storia di Jareeporn Jarukornsakul alla conduzione della WHA Group ci racconta di alcune virtuose pratiche di corporate social responsibility che stanno prendendo piede nell’area del Sud-Est asiatico. Sempre più spesso le imprese si impegnano in uno sforzo condiviso a fianco delle autorità governative e delle organizzazioni regionali con l’obiettivo di generare sviluppo locale e migliorare la connettività nell’area ASEAN. L’esperienza pionieristica di Jarukornsakul diventa anche fonte di ispirazione per le future generazioni di giovani imprenditrici e imprenditori i quali, sempre più sensibili ai temi della sostenibilità, saranno ben propensi ad abbracciare i valori dell’imprenditoria inclusiva e della condotta d’affari responsabile.

Surfare l’onda al momento giusto: il caso Flash Group

Nonostante una competizione spietata, la scale-up thailandese mira ad essere leader nella logistica e-commerce ASEAN

L’e-commerce del Sud-Est asiatico è in enorme fermento, con prospettive di crescita rosee: Il trend è già stato precedentemente analizzato ed è ormai una diffusa convinzione fra gli analisti finanziari. 
Con una crescita del 46% annua nel 2021, un volume annuo di affari di circa 80 miliardi di dollari, l’e-commerce ASEAN è forte di prospettive di crescita sostenuta, soprattutto grazie all’aumento massiccio di online consumers in pochi anni, con oltre 350 milioni in più solo nel 2021.

È importante tuttavia analizzare come l’industria dell’e-commerce in ASEAN stia cambiando, e sottolineare i trend che possono portare a nuove opportunità, sia presenti che future.

Ad esempio, un fattore cruciale che ha permesso il passaggio da offline a online retail è stato l’aumento necessario, ma improvviso ed inaspettato, del traffico logistico negli hub commerciali della regione. Questo è accaduto non solo nei porti maggiori, ma anche e soprattutto nelle realtà più piccole, ovvero laddove si era soliti vivere ‘on the street’ al fine di approvvigionarsi beni di prima necessità.

A questo proposito, bisogna anche ricordare che l’Asia è il secondo sistema commerciale più integrato al mondo, dopo l’Unione Europea, e che il traffico regionale interno vale il 58% del totale. Non sorprende che una regione già best in class per la gestione del traffico commerciale sia riuscita a evolversi e brillare, nonostante l’emergenza dovuta alla pandemia.

In generale, molti Paesi della regione (Thailandia in primis) stanno accelerando la realizzazione di network di infrastrutture di quinta generazione, con l’esplicito intento di ridurre i disagi durante potenziali periodi di lockdown.

A questo proposito, nel mondo imprenditoriale spesso si fa riferimento a ‘surfare l’onda quando è alta, all’altezza giusta e con vento favorevole’, ed è questa la filosofia che ha portato Flash Group, una scale-up thailandese, a raccogliere più di 150 milioni di dollari in finanziamenti.

Flash opera nel settore della logistica, e nello specifico nei servizi logistici per l’e-commerce. Kosman Lee, che fondò l’azienda nel 2017 a 29 anni e con circa un milione di dollari in finanziamenti, intuì l’importanza di servire i mercati online ASEAN. Stabilì quindi un obiettivo preciso: diventare il leader logistico dell’online retail nel Sud-Est asiatico nel giro di pochi anni.

Il suo progetto ha convinto anche investitori istituzionali, tanto che colossi come Siam Bank, PTT Oil (leader thailandese del petrolio) e Buer Capital, un fondo di Singapore, hanno investito nel gruppo più di 150 milioni di dollari.

Come conseguenza, nell’immediato futuro il gruppo prevede di gestire 2 milioni di beni al giorno nei suoi magazzini, incrementando il traffico di ben 10 volte rispetto al volume attuale.

La competizione è tuttavia intensa: la presenza di player logistici come Best Inc. (Cina) e Kerry Express (Hong Kong SAR) rendono infatti l’obiettivo di diventare il leader della logistica in salita fin dai primi passi. Non solo, Flash vorrebbe anche sviluppare una sua piattaforma e-commerce interna, andando così a competere con player internazionali come JD.com (leader in Thailandia), oltre che con realtà già consolidate e in forte sviluppo come Sea, Grab e Tokopedia.

Ostacoli di questo tipo potrebbero scoraggiare qualunque imprenditore. Bisogna ricordare però una regola d’oro del commercio: se la torta cresce (o si fa in modo che cresca) tutti crescono con essa e nessuno può perdere nell’immediato futuro. E non esiste una industria in cui questo fenomeno sia limpido come nel traffico logistico internazionale.

 

La sufficiency economy philosophy

La Thailandia ha ideato una propria teoria economica dello sviluppo immaginata dal defunto Re Bhumibol Adulyadej per modernizzare il Paese

La Thailandia è uno dei Paesi che maggiormente ha beneficiato di uno sviluppo economico dagli anni ’90, ma le basi di tale sviluppo possono anche essere ricondotte alla Sufficiency Economy Philosophy (SEP) ideata da re Bhumibol Adulyadej. Negli ultimi tre decenni, il Re ha sempre spronato il suo popolo verso un approccio graduale ed equilibrato allo sviluppo, ovvero verso un’economia della sufficienza che potesse garantire i bisogni basilari per tutti senza inseguire ciecamente la crescita economica fine a sé stessa. Dopo la crisi economica del 1997, il Re ha rivisto la SEP, da interpretarsi anche come un percorso attraverso il quale garantire sia la ripresa economica sia uno sviluppo più resiliente e sostenibile, in grado di affrontare le sfide derivanti dalla globalizzazione. Nel 1999, il National Economic and Social Development Board ha dato la seguente definizione della SEP: 

“Sufficiency Economy is a philosophy that stresses the middle path as an overriding principle for appropriate conduct by the populace at all levels. This applies to conduct starting from the level of the familiescommunities and to the nation in terms of development and administration, so as to modernize in line with the forces of globalization. ‘Sufficiency’ means moderation, reasonableness, and the need for self-immunity to protect from impacts arising from internal and external change… In addition, a way of life based on patience, perseverance, diligence, wisdom and prudence is indispensable in creating balance and in coping appropriately with critical challenges arising from extensive and rapid socioeconomic, environmental, and cultural changes in the world.”

La SEP è nei fatti un principio-guida da applicare a tutti i livelli, dal singolo individuo fino ai rapporti tra Stati e al mondo naturale e nel lungo periodo vuole costruire una Thailandia socialmente equilibrata e in grado di rispondere ai rapidi ed estesi cambiamenti nella società, nell’ambiente e nella cultura dovuti alla globalizzazione. Per arrivare a questo risultato, la SEP implica che si agisca con moderazione e ragionevolezza e che si ricerchi sempre conoscenza e moralità nel proporre e attuare progetti di sviluppo.

L’esempio più pratico di attuazione della SEP è nella corretta gestione della terra e delle risorse idriche. Questo nuovo approccio all’agricoltura è comunemente noto in Thailandia come New Theory Agriculture, che si basa appunto su un’agricoltura sostenibile che garantisca l’autosufficienza per le famiglie rurali e una vita in armonia con la natura. La New Theory si articola in tre fasi: 1) sufficienza a livello familiare, 2) sufficienza a livello comunitario, 3) sufficienza a livello nazionale. In pratica si tratta di garantire accesso al cibo e aumento del reddito delle famiglie rurali; cooperazione tra agricoltori all’interno della comunità e creazione di una rete di sicurezza sociale al suo interno; infine arrivare alla sufficienza nazionale grazie alla responsabilità sociale delle imprese verso le comunità rurali e al sostegno del settore pubblico che facilita la fiducia tra gli attori rurali attraverso accordi istituzionali.

Nel 2003, il NESDB ha avviato un movimento a favore della SEP con l’intento di farla conoscere maggiormente all’interno e all’esterno del Paese. Le autorità sperano che una migliore comprensione del concetto tra le persone porti a sia a un più ampio riconoscimento della SEP, sia a una sua maggiore applicazione su scala più vasta e potenzialmente anche ad una sua possibile espansione al di fuori del Paese. Il movimento prevede anche di creare una rete che faciliti l’apprendimento della SEP in tutti i settori e a tutti i livelli della società. Essa si articola in quattro distinti programmi di attuazione: 1) sviluppo e coordinamento della rete di apprendimento, 2) creazione di nuove conoscenze attraverso lo studio e la ricerca, 3) produzione di nuovi curricula e rivisitazione del processo di apprendimento, 4) diffusione dell’informazione e della conoscenza al pubblico.

Il fine dell’istituzione di questo movimento di propaganda a favore della SEP è quello di consentire alla Thailandia di perseguire uno sviluppo equilibrato e sostenibile nel mondo globalizzato. Nelle intenzioni dei promotori vi è la consapevolezza che la teoria contribuirà a costruire e sviluppare fondamenta solide per la società e a migliorare la capacità di adattarsi a qualsiasi cambiamento e shock interno o esterno. Alla fine, l’obiettivo ultimo è il raggiungimento del benessere del popolo thailandese nel suo insieme.

In Thailandia mancano i turisti e il baht si deprezza

Non sembra bastare l’intervento pubblico per riscattare l’economia nazionale dalla pandemia

“Una tempesta perfetta sta insidiando il baht thailandese e l’unico gruppo di persone che può salvarlo è bloccato a migliaia di chilometri dalle lounge degli arrivi di Bangkok, Phuket e Chiang Mai”. Così recita l’incipit di un articolo di Bloomberg, che osserva come l’assenza di turisti in Thailandia si sia ben presto tradotta in un deprezzamento della valuta nazionale. Secondo l’autrice, infatti, il baht è attualmente la valuta con le peggiori prestazioni nei mercati emergenti asiatici. Numerosi fattori concorrono a questo ribasso: il disavanzo nella bilancia dei pagamenti, la contestuale ripresa del dollaro e il rimpatrio stagionale dei dividendi da parte di investitori giapponesi. Ma le infauste prospettive sul turismo sono il vero anello debole della ripresa nazionale.

In generale, le economie emergenti del Sud-Est asiatico sono profondamente innestate nelle maglie della globalizzazione, per questo motivo le conseguenze nefaste della crisi da Covid-19 si sono trasmesse velocemente da un Paese all’altro. La regione intera ha fondato la crescita economica degli ultimi decenni su export, attrazione di investimenti diretti esteri e global value chains – ambiti duramente colpiti dalla pandemia. La contrazione del commercio globale ha inciso fortemente sulla stabilità economica dei Paesi dell’area, nonostante l’ASEAN abbia mantenuto tassi di crescita positivi nel 2020. Insomma, il quadro non è dei più rosei: una serie di concause sistemiche affliggono la regione. 

Come sostiene Victoria Kwakwa, Vice Presidentessa della Banca Mondiale per l’Asia orientale e il Pacifico, le performance politico-sanitarie dei Paesi ASEAN sono state tutto sommato lodevoli, ma questo non è abbastanza per quei Paesi che fanno grande affidamento sull’unico settore che non può essere davvero digitalizzato: il turismo. 

L’ASEAN si è impegnato a fare quanto in suo potere per risollevare la situazione. Ha promosso il Development Framework, il Work Plan 2020-2030 e il White Paper per l’implementazione del turismo intra-regionale e internazionale. Ma in Thailandia nel 2019 i servizi legati al turismo avrebbero contribuito al surplus nella bilancia dei pagamenti del 62%, e la situazione è drammaticamente peggiorata da allora. Il deficit del conto corrente registrato nel primo quadrimestre 2021 ha avuto un effetto a catena e ha travolto il baht thailandese, che a marzo è sceso del 3%. Secondo l’economista Prakash Sakpal, esperto di Asia, il disavanzo corrente di $1,7 miliardi nei primi due mesi del 2021 rapportato con l’avanzo di $8,8 miliardi negli stessi mesi del 2020 descrive plasticamente la situazione. La Bank of Thailand aveva sperato che un deprezzamento del baht potesse risollevare l’economia, rendendo più competitive le esportazioni thailandesi e favorendo il turismo. Tuttavia, mentre la gran parte dei Paesi ASEAN ha conosciuto una vigorosa ripresa delle esportazioni dalla metà del 2020, la Thailandia ha mantenuto un trend negativo, declinando del 1,2% su base annua nel febbraio scorso. 

Secondo Forbes, il Paese spera che allentare le restrizioni sul turismo intra-regionale possa incoraggiare le persone a viaggiare di più. Il Center for Economic Situation Administration sta valutando di accogliere visitatori vaccinati senza sottoporli a quarantena per alcune destinazioni, a partire da luglio 2021. Tuttavia, le diverse varianti di Covid-19 potrebbero rallentare ulteriormente la ripresa del turismo, e forse la ripresa per il Paese intero sarà più lenta del previsto. Una rapida distribuzione dei vaccini è cruciale in questo senso, specie per quanto riguarda il turismo internazionale – ecco perché la lentezza dell’Europa, terzo Paese di provenienza dei turisti che visitano la Thailandia dopo Asia orientale e Sud-Est asiatico, non lascia ben sperare.

Partire col Phad Thai giusto

Il Sud-Est asiatico si afferma sempre più in Italia ed Europa anche grazie alla sua ricca offerta gastronomica

“Non mangiate niente che la vostra bisnonna non riconoscerebbe come cibo”, direbbe lo scrittore statunitense Michael Pollan. Una regola d’oro osservata con rigore specialmente dagli italiani, famosi per essere pronti a scrutare con occhio critico qualsiasi piatto proveniente dall’estero. Eppure, negli ultimi anni la cucina del Sud-Est asiatico sta riuscendo a superare i limiti imposti dalla geografia e ad aggiudicarsi anche il cuore dei più scettici. Ne sono una prova non solo i numerosissimi ristoranti di cucina thailandese e vietnamita che stanno facendo la loro comparsa in tutta Italia, ma anche la produzione di nuove serie tv che raccontano i profumi, il gusto e i colori della cucina asiatica. Ma quali sono i piatti più apprezzati in Europa e in Italia oggi, che conquisterebbero persino la vostra bisnonna? 

Libri interi non basterebbero a spiegare la ricchezza e la varietà di ingredienti della cucina del Vietnam. Ancor prima della colonizzazione francese, che avrebbe dato via all’Unione Indocinese nel 1887 e influenzato in maniera importante le abitudini alimentari di questa regione, è la vicina Cina a dare un contributo fondamentale allo sviluppo di piatti popolari vietnamiti: non solo wonton e noodles di grano, ma anche ingredienti come peperoncini piccanti e granoturco si ritrovano, infatti, in entrambe le cucine. Con l’arrivo dei francesi, la lista degli ingredienti disponibili si è ampliata fino a comprendere patate, cipolle, asparagi, caffè. E sorprendentemente oggi due dei piatti più amati della cucina tipica vietnamita, sia dai locali che dagli europei, vengono proprio dall’influenza dei nostri cugini d’oltralpe! 

Il primo è il Bánh mì, un gustoso panino farcito nei modi più fantasiosi, come per esempio carne arrostita, coriandolo, verdure e salse. Il pane utilizzato è simile nella forma ad una baguette, ma al posto della farina di grano viene utilizzata quella di riso. Il secondo invece è il celeberrimo Pho, una zuppa di brodo di carne e spaghetti di riso. Si pensa che il nome Pho (pronuncia: fuh) venga dal francese pot au feu (stufato di carne), e proprio la presenza della carne di manzo, raramente presente in altri piatti tipici della cucina asiatica, è un altro indice del lascito coloniale. 

E che dire della cucina thailandese? Amata sempre di più in terra nostrana, come sottolineano i numerosi ristoranti che stanno nascendo dappertutto, non solo a Roma o a Milano, ma anche in altre città italiane. Oltre al classico Phad Thai (noodles di riso saltati in padella con verdure fresche, uova, arachidi tostati, salsa di pesce, salsa al tamarindo, aglio, peperoncino, zucchero di palma e lime), la grande varietà di sapori e ingredienti combinati con estro e creatività della cucina thailandese conquista l’occidente giorno dopo giorno: tanto che il thailandese Massaman curry, il “re dei curry”, si è aggiudicato il primo posto nella classifica “The world’s 50 best foods” rilasciata da CNN appena due settimane fa per l’anno 2020. Il motivo? “Persino la sua versione da supermercato sarebbe in grado di trasformare il più incapace dei cuochi in un potenziale Michelin”.

Sebbene sia più difficile trovare in Italia ristoranti di cucina indonesiana, singaporiana, o di altri Paesi del Sud-Est asiatico, l’interesse verso di essi in occidente rappresenta un trend in costante crescita. Basti pensare che molti altri piatti che si sono aggiudicati un posto nella classifica citata poco fa provengono da Paesi ASEAN. O che ben due serie tv (Street Food Asia e Chef’s Table) Netflix, il gigante mediatico sempre attento alle esigenze di mercato specialmente dei giovanissimi, dedicano molti episodi alla cucina di Bali, Yogyakarta, Cebu, e altre sue città. 

Tutti segnali incoraggianti che dimostrano, ancora una volta, come il Sud-Est asiatico, la sua storia, la sua tradizione, e (ovviamente) la sua ricca cucina, suscitino l’interesse sempre più vivo in Europa e nel mondo.

A cura di Valentina Beomonte Zobel

Le ragioni della resilienza thailandese

Intelligenza diplomatica e scelte economiche determineranno la capacità della Thailandia di continuare la sua storia di sviluppo

Anche in un contesto estremamente variegato come il Sud-Est asiatico, la Thailandia è un Paese eccezionale sotto molti punti di vista. In primis, “la terra degli uomini liberi” – questo il significato di Thai Land – è l’unico Paese ASEAN a non essere mai stato colonizzato da Paesi occidentali. In secondo luogo, la straordinaria complessità della cultura thailandese è motivo di ammirazione per i turisti occidentali così come per le altre potenze asiatiche. Infine, grazie ad una geografia favorevole e ad una storia condivisa, la Thailandia si trova nella posizione perfetta per colmare le distanze tra Cina e India e mediare tra le diverse istanze presenti all’interno dell’ASEAN.

I numeri dell’economia hanno certamente contribuito a creare il mito dell’eccezionalità thailandese: il PIL è cresciuto mediamente del 7,5% annuo nel periodo 1960-1996 consacrando la Thailandia come una delle grandi storie di successo dello sviluppo internazionale. Un mix intelligente di investimenti ed incentivi hanno convinto diverse case automobilistiche a trasferire i loro impianti produttivi nel Paese trasformando Bangkok nella “Detroit dell’Asia”. La rapida crescita del reddito pro capite ha permesso alla Thailandia di entrare, nel 2011, nel novero dei Paesi a reddito medio-alto.  Qualche anno dopo, il governo ha messo a punto il masterplan Thailand 4.0 puntando sullo sviluppo di smart cities ed Internet of Things per sfuggire la temuta “trappola del reddito medio”.

Nelle ultime due decadi infatti il PIL thailandese è rallentato seguendo gli alti e bassi del commercio mondiale, e la Thailandia si è trovata ad affrontare il ritorno della povertà e l’aumento delle disuguaglianze. La pandemia di Covid-19 ha messo a nudo le debolezze strutturali dell’economia thailandese e la sua forte dipendenza dalla domanda esterna. L’improvvisa ed inevitabile chiusura dei confini nazionali, ad esempio, ha portato al collasso il settore turistico, che vale circa il 15% del PIL thailandese, mettendo così a rischio 2,5 milioni di posti di lavoro. La Banca Centrale ha previsto che il PIL quest’anno registrerà una flessione del -7.8%: un vero e proprio crollo visto soltanto negli anni della crisi finanziaria asiatica del 1997-1998.

La doppia crisi economica e sanitaria ha trovato l’esecutivo di Prayuth Chan-o-cha già impegnato in un difficile confronto con le migliaia di studenti thailandesi che dallo scorso febbraio sono scesi in piazza a protestare contro il governo dell’ex generale divenuto Primo Ministro. Le proteste di quest’anno si sono contraddistinte per una critica insolitamente esplicita contro i presunti abusi di potere del sovrano, il re Maha Vajiralongkorn, cosa non scontata in un Paese dove l’accusa di lesa maestà può costare fino a 15 anni di prigione. In generale però le proteste sono una manifestazione eclatante della costante tensione tra le speranze progressiste dei giovani e delle classi lavoratrici e le istanze conservatrici delle élite militari e politiche, da ormai diversi anni un tratto distintivo della politica thailandese. 

La Thailandia vanta un’età media relativamente giovane (circa 1/3 della popolazione ha meno di 25 anni), una dotazione infrastrutturale notevole e in costante espansione, ed una posizione geografica benevola, al centro del triangolo Beijing-Delhi-Jakarta. “Caratteristiche generali molto favorevoli” che, insieme alla tradizionale resilienza dei principali indicatori economici e ad alcune tendenze socioeconomiche significative, come la presenza di una forte classe media urbana, contribuiscono a spiegare l’annunciato ritorno di interesse degli investitori per il mercato thailandese. Le recenti manovre economiche del governo, che sembra aver compreso l’importanza dei consumi interni e la necessità di politiche fiscali espansive, potrebbero altresì rappresentare un’opportunità importante anche per le imprese italiane impegnate nelle importazioni di macchinari industriali e beni di consumo. 

La ripartenza del Paese dipenderà insomma dall’abilità di fare leva sull’eccezionalità thailandese di cui scrive anche Kishore Mahbubani, ex diplomatico singaporiano ed attento osservatore delle dinamiche regionali, nel suo libro ‘Il Miracolo ASEAN.’  Un distinto sentimento nazionale, un uso consapevole del soft power ed una raffinata capacità di mediazione sono elementi indispensabili a superare la difficile contingenza economica e sociale e a garantire l’armonia di cui il Paese ha bisogno per continuare la sua storia di crescita e sviluppo.

A cura di Francesco Brusaporco

La risposta della Thailandia alla crisi Covid-19

La Thailandia ha affrontato efficacemente le conseguenze sanitarie ed economiche della pandemia di coronavirus, distinguendosi come un modello da seguire per i Paesi vicini e non solo.

Il 9 luglio, l’Associazione Italia-ASEAN ha organizzato un incontro sulla Thailandia e sulla sua risposta alla crisi causata dal Covid-19 con il Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, Enrico Letta, l’Ambasciatore della Thailandia in Italia, Chirdchu Raktabutr, l’Ambasciatore d’Italia in Thailandia, Lorenzo Galanti, la Presidentessa della Commissione Affari Esteri del Senato thailandese, Pikulkaew Krairiksh, il Ministro thailandese per lo Sviluppo Sociale e la Sicurezza Umana, Chuti Krairiksh e l’Amministratore Delegato di Ducati, Claudio Domenicali. L’incontro è stato moderato dal Vicepresidente dell’Associazione Italia-ASEAN e già Ambasciatore d’Italia in Thailandia Michelangelo Pipan.

Nonostante la Thailandia sia stata il primo Paese al di fuori della Cina ad accertare un caso di Covid-19 sul proprio territorio all’inizio di gennaio, da allora la gestione thailandese della pandemia è emersa come una delle storie di maggior successo nel Sud-Est asiatico e non solo. Al momento, infatti, la Thailandia è soltanto il 99esimo Paese più colpito al mondo, con un numero totale di casi estremamente basso, circa 3200 unità a fronte di una popolazione di oltre 70 milioni di abitanti, e un’incidenza dei decessi in rapporto alla popolazione tra le più basse al mondo. Questi risultati invidiabili sul piano epidemiologico sono il frutto dell’efficace azione del governo, che ha imposto misure restrittive in maniera tempestiva, ma anche dell’incredibile disciplina sociale e del rigoroso rispetto delle regole da parte dei cittadini thailandesi.

Sul versante economico, la Thailandia ha risentito fortemente del crollo del commercio e del turismo a livello internazionale, entrambi settori chiave per l’economia del Regno. Le stime più recenti della Banca centrale thailandese e della Banca mondiale ipotizzano una contrazione del PIL per il 2020 compresa tra i 5 e gli 8 punti percentuali e una ripresa per il 2021 di un valore tra il 4% e il 5%. Il governo thailandese ha pertanto risposto alla grave crisi economica varando un pacchetto di stimolo all’economia reale da oltre 64 miliardi di dollari statunitensi, il 16% del PIL del Paese, pensato per sostenere le famiglie, le aziende e i progetti di sviluppo locale sul territorio. Malgrado l’inevitabile devastazione economica causata dalla pandemia di coronavirus, il governo thailandese, complice anche la solidità delle finanze del Regno, che vanta un rapporto debito pubblico-PIL di appena 44%, si è detto fiducioso di aver limitato i danni e di poter rimettere in piedi l’economia in un tempo relativamente breve. 

L’evoluzione della crisi Covid-19 in Thailandia ha dimostrato una certa resilienza del sistema Paese agli shock esterni. Sia sul fronte economico che su quello più strettamente sanitario, la Thailandia ha dato prova di grande resistenza e flessibilità nella risposta al fenomeno pandemico. Ora l’obiettivo del governo thailandese nel medio termine è, però, quello di operare una cauta riapertura al commercio e al turismo internazionali, cercando, allo stesso tempo, di ridurre la propria eccessiva dipendenza dai fattori esterni. Il governo della Thailandia ha, infatti, dichiarato di voler perseguire una strategia politica all’insegna della nozione di “immunità”, coniugando sicurezza sanitaria, resilienza economica e preparazione alle crisi esterne. Il governo thailandese intende pertanto accrescere la propria autosufficienza economica, di modo da limitare un’eccessiva esposizione agli sconvolgimenti sul piano internazionale, mantenendo comunque un elevato grado di apertura del mercato nazionale al commercio e al turismo esteri.

La Thailandia ha dato grande prova di sé nell’approccio alla pandemia di coronavirus, facendo il possibile per limitare le conseguenze sanitarie ed economiche della crisi Covid-19. La sfida per il Regno nei prossimi anni sarà quella di accrescere ulteriormente la propria resilienza agli shock esterni nell’eventualità di nuove crisi di entità analoga.  

Articolo a cura di Andrea Dugo