Thailandia

La Thailandia chiede l’ingresso nei BRICS

Il governo di Bangkok ha deciso di aderire al sempre più nutrito gruppo guidato dalle economie emergenti

Il Sud-Est asiatico è pronto a fare il suo ingresso ufficiale nei BRICS. Il 28 maggio, il governo thailandese ha approvato la presentazione di una lettera di intenti per l’adesione alla piattaforma multilaterale guidata dalle economie emergenti. Se la richiesta sarà approvata, come tutto lascia intendere, la Thailandia diventerà il primo membro del gruppo proveniente dall’area ASEAN. I BRICS erano inizialmente composti da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ma a partire dal 1° gennaio 2024 hanno aderito altri cinque Paesi: Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti. La Thailandia è attualmente inserita nella lista dei 15 Paesi che verranno presto presi in considerazione per l’ammissione. La decisione presa da Bangkok dovrebbe accelerare l’iter in vista del prossimo summit, in programma a ottobre a Kazan, Russia. “L’adesione ai BRICS rafforzerà il ruolo della Thailandia come leader tra i Paesi in via di sviluppo”, ha dichiarato Chai Wacharonke, portavoce del governo, in una conferenza stampa organizzata per annunciare il passo formale. La lettera delinea decine di vantaggi per Bangkok nell’adesione ai BRICS, uno dei quali è la possibilità di collaborare con altri Paesi del Sud globale per rafforzare la propria presenza sulla scena mondiale. La Tailandia sta d’altronde cercando di inquadrare le sue mosse di politica estera come parte di un più ampio approccio diplomatico proattivo che enfatizza il coinvolgimento di istituzioni come i BRICS e l’OCSE. Non tanto come un atto di bilanciamento tra grandi potenze, ma per promuovere i propri interessi economici e coltivare legami con una più ampia cerchia di Paesi sviluppati e in via di sviluppo. L’iniziativa thailandese è un segnale interessante perché mostra il dinamismo del cosiddetto “Sud globale”, con i Paesi emergenti impegnati a rafforzare diverse piattaforme multilaterali. Mentre Bangkok ufficializza l’intenzione di entrare nei BRICS, infatti, l’Indonesia fa passi altrettanto decisivi per l’ingresso nell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). L’Indonesia, che già fa parte del G20 in rappresentanza dell’ASEAN, è il primo Paese del Sud-Est asiatico a chiedere formalmente di discutere l’adesione. Nei giorni scorsi, Mathias Cormann, Segretario dell’OCSE, è stato in visita a Giacarta per dare un’accelerata al processo destinato a portare lo status del Paese a quello di una piena adesione. Cormann ha incontrato il Presidente uscente Joko Widodo per discutere i prossimi passi da compiere. Giacarta mira a ottenere la piena adesione entro tre anni.

Nuovi orizzonti di cooperazione tra Italia e Thailandia

Il bilancio della visita a Roma del premier thailandese Srettha Thavisin

Di Alice Freguglia

Il 21 maggio 2024 Palazzo Chigi ha ospitato il Primo Ministro thailandese Srettha Thavisin, in visita alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Infrastrutture, digitalizzazione, energia e promozione del turismo sono stati i temi maggiormente trattati dai due leader, nell’ottica di promuovere i rapporti bilaterali in favore di una maggiore coesione socio politica e con l’obiettivo di garantire il pieno sviluppo di entrambi i Paesi.

Già l’anno scorso, nel 2023, in occasione del 155esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Thailandia, le Camere di Commercio di entrambe le nazioni hanno sottoscritto un memorandum di intesa, promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e da Unioncamere, il quale ha rafforzato ulteriormente i legami economici e commerciali, oltre a sottolineare l’importanza della Thailandia come partner. Con una popolazione giovane e in costante crescita, infatti, il territorio thailandese rappresenterebbe davvero un’importante risorsa per l’economia italiana, in grado di offrire notevoli opportunità per le imprese, come sottolineato anche dallo stesso Andrea Prete, Presidente di Unioncamere.

La Thailandia, infatti, in quanto cuore politico dell’ASEAN, rappresenta un punto d’ingresso naturale per le aziende italiane che desiderano accedere ai mercati del Sud-Est asiatico, un’area che, oltre a comprendere più di 600 milioni di persone, possiede un interessante potenziale di mercato. Notevole, infatti, è il volume degli scambi Roma — Bangkok, il quale nel 2023 ha raggiunto un valore di circa 4 miliardi di euro, con un export italiano di 1,9 miliardi e un import di oltre 2,1, rappresentando un mercato alleato e affidabile, fonte di stabilità economica e politica.

“Intendiamo discutere della cooperazione con l’ltalia, che si tratti di commercio e investimenti, agricoltura, moda o energie rinnovabili. Così come di turismo. Infatti, più di 190.000 italiani vengono in Thailandia ogni anno”. Sono queste le parole del leader thailandese, preludio di un incontro successivamente definito ‘soddisfacente’ da parte di Giorgia Meloni, nel quale l’ItaIia ha promosso e rafforzato le sue relazioni internazionali con il partner.

L’ampliamento e il miglioramento degli spostamenti all’interno del territorio, infatti, rappresenta uno degli obiettivi chiave di politica interna per la Thailandia, e quale esempio migliore dal quale prendere ispirazione se non l’ItaIia? Il nostro Paese, infatti, vanta alcune delle aziende di maggiore spicco e riconoscimento mondiale per quanto riguarda qualità e innovazione. Il timbro Made in Italy, infatti, si può apporre su numerosissimi progetti di grande scala, come la rete di alta velocità ferroviaria, ma anche sulla costruzione e gestione di opere civili quali ponti, strade, porti e aeroporti.

Allo stesso modo, anche recenti iniziative come il PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, focalizzato sulla realizzazione di importanti investimenti volti a garantire una maggiore digitalizzazione della pubblica amministrazione e a sostenere le industrie italiane, costituisce un imprinting esemplare per la Thailandia che, a suo modo, con l’implementazione del cosiddetto piano ‘Thailand 4.0’ mira a realizzare un’economia basata sulI’innovazione e la tecnologia.

Anche l’ambiente verrà positivamente influenzato da questo rafforzamento dei rapporti italo-thailandesi. In particolar modo, l’esperienza maturata daII’Italia in merito alle energie rinnovabili rappresenterebbe un significativo ‘know how’ per la Thailandia, la quale potrebbe non solo prendere spunto dalle tecnologie adottate per far fronte all’emergenza del surriscaldamento globale, ma anche contare su preziosi investimenti che gli permetterebbero di sfruttare al massimo il proprio potenziale naturale.

Se c’è qualcosa che accomuna, però, queste due realtà apparentemente distanti è, sicuramente, la bellezza che ogni anno attira milioni e milioni di turisti, amanti sia della pizza che del pad thai. Rafforzare le relazioni commerciali, infatti, sarà in grado di garantire anche un maggiore afflusso di ospiti e visitatori in entrambi i territori, una fonte economica importantissima, soprattutto per due Paesi che dal punto di vista storico, naturalistico e monumentale, hanno molto da offrire agli occhi di chi li guarda con curiosità e desiderio di ampliare i propri orizzonti.

Srettha Thavisin, inoltre, sembrerebbe aver convinto anche Giorgia Meloni riguardo al desiderio di adesione della Thailandia all’interno deIl’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e Io Sviluppo Economico. Fondata nel 1961, l’OCSE rappresenta una piattaforma a disposizione dei governi per discutere e coordinare politiche economiche e sociali. Gli Stati membri collaborano su questioni come la crescita economica, l’occupazione, l’educazione, l’innovazione e il commercio, con l’obiettivo di creare un’economia globale più forte e sostenibile. Entrare a farne parte, quindi, eleverebbe notevolmente lo status del Paese, permettendo alla Thailandia di farsi riconoscere sul piano internazionale e di usufruire di uno scambio di conoscenze socioeconomiche che le permetterebbero di promuovere un migliore dialogo politico e di cooperazione economica.

A tal proposito, inoltre, sembrerebbe che Giorgia Meloni abbia accettato l’invito da parte del Primo Ministro Thavisin di recarsi in Thailandia, significativo passo avanti nella cooperazione bilaterale tra i due Paesi, oltre che conferma dell’impegno italiano nelI’aprire la strada a ulteriori discussioni e collaborazioni su temi strategici.

La Thailandia cambia idea sulla cannabis

A due anni dalla depenalizzazione, la Thailandia potrebbe inserire nuovamente la cannabis nella lista degli stupefacenti, smantellando un settore potenzialmente da miliardi di dollari

Di Francesco Mattogno

La depenalizzazione del consumo di cannabis a basso contenuto di tetraidrocannabinolo (THC), ufficializzata il 9 giugno 2022, rientra senza dubbio tra le tante contraddizioni che caratterizzano la Thailandia. Il contesto politico nel quale due anni fa Bangkok decise di allentare la repressione della marijuana, trasformando la Thailandia nel primo Stato asiatico a permetterne l’uso ricreativo, era quello del governo di Prayut Chan-o-cha, con una forte componente militare e una serie di partiti civili. Il più grande di questi era il Bhumjaithai (BJT) dell’allora vicepremier e ministro della Salute, Anutin Charnvirakul, tra i maggiori sostenitori della depenalizzazione della marijuana in Thailandia.

Dopo averlo promesso in campagna elettorale, nell’estate del 2022 Anutin è riuscito a convincere gli alleati e a ottenere una larga maggioranza in parlamento per portare alla rimozione della cannabis a basso contenuto di THC dalla lista delle sostanze stupefacenti. Una vittoria che, a distanza di poco meno di due anni, potrebbe essere cancellata da un nuovo governo, questa volta a trazione civile, del quale lui stesso è vicepremier e ministro degli Interni. 

Attraverso un post su X, l’8 maggio il primo ministro thailandese, Srettha Thavisin, ha annunciato di voler reinserire la marijuana a basso contenuto di THC nella lista degli stupefacenti. La cannabis non sarebbe considerata una droga pesante come eroina o cocaina, ma tornerebbe a esserne illegale la coltivazione, la vendita e il possesso, con pene fino a 15 anni di carcere. Srettha e il suo partito, il Pheu Thai, avevano promesso di reprimere il consumo di marijuana già in campagna elettorale, e lo stesso avevano fatto tutti i grandi partiti, compreso il progressista Move Forward e in parte anche il BJT di Anutin, che sosteneva di volerne rafforzare la regolamentazione.

Secondo quanto annunciato, l’uso medico della cannabis resterà legale e la repressione si limiterà al consumo ricreativo, cioè il vero oggetto di quella che Srettha ha definito essere una «guerra alle droghe», che prevede misure anche contro altre sostanze, molto più pericolose della marijuana. Tecnicamente, la depenalizzazione del 2022 è arrivata a seguito di un’ordinanza del ministero della Salute che si è limitato a inserire la canapa all’interno delle “erbe controllate”: non si è trattata di una vera e propria legge, e questo si è rivelato essere il suo più grande problema.

Al di là di alcune indicazioni minime (come la necessità di una licenza per la coltivazione, il divieto di fumare in pubblico o di vendita ai minori di vent’anni), l’uso ricreativo della cannabis non è mai stato davvero regolamentato, ed è diventato tollerabile solo a seguito di un vuoto normativo. Un vuoto dovuto anche al fatto che, nei mesi successivi alla depenalizzazione, il parlamento ha cambiato idea sulla questione, non permettendo di trasformare in legge le diverse bozze presentate da Anutin. Una legge avrebbe rafforzato i controlli e la solidità normativa del consumo legalizzato di cannabis, che oggi sarebbe risultato più difficile da rovesciare.

Mentre i partiti litigavano sulla questione, poi accantonata con l’inizio della campagna elettorale per le elezioni del maggio 2023, in due anni sono nati circa 8 mila negozi in tutto il Paese per la vendita al pubblico di infiorescenze, oli o altri prodotti a base di canapa, e oltre 1 milione di thailandesi hanno richiesto e ottenuto le licenze per la coltivazione. Nonostante sia teoricamente legale solo la vendita di marijuana con un contenuto di THC inferiore allo 0,2% (simile alla “cannabis light” in Italia), la mancanza di una legge ha reso possibile anche il commercio di cannabis a un livello normale di THC, ovvero il principio attivo che rende psicotropo il consumo di erba. Le infiorescenze con bassissima percentuale di THC non hanno però alcun effetto alterante. Parlare di “guerra alle droghe” sarebbe dunque in questo caso non del tutto appropriato.

Lo affermano anche diverse associazioni thailandesi a sostegno della legalizzazione della cannabis, che hanno chiesto al governo di portare delle prove scientifiche a sostegno del fatto che la marijuana sia più dannosa di alcol e sigarette. A due anni dalla depenalizzazione, l’industria della coltivazione e vendita dei prodotti a base di canapa si è ormai consolidata come una realtà importante all’interno del sistema economico thailandese: un divieto metterebbe in ginocchio migliaia di piccoli imprenditori e lavoratori.

Secondo le stime, il settore potrebbe arrivare a valere 1,2 miliardi di dollari nel 2025, per superare i 9 miliardi entro il 2030. La “guerra alla droga” rischierebbe di consegnare nuovamente questo enorme mercato nelle mani della criminalità organizzata, ma Srettha non sembra propenso a tornare indietro. Il Primo Ministro ha detto al suo nuovo ministro della Salute, Somsak Thepsutin, che ha 90 giorni di tempo per presentare dei progressi a riguardo. A eccezione degli usi medici, consumare cannabis in Thailandia potrebbe tornare a essere illegale entro la fine del 2024.

Il Landbridge thailandese avvicinerà Est e Ovest

Pubblichiamo qui uno stralcio del discorso del Premier della Thailandia Srettha Thavisin sul progetto Landbridge

Il progetto della mega infrastruttura Landbridge della Thailandia è uno sforzo verso la creazione di una connettività senza soluzione di continuità per aumentare le prospettive di crescita a lungo termine nella regione ed è pienamente in linea con la diplomazia economica proattiva del mio governo.

Il progetto comprenderà la costruzione di porti d’alto mare a Ranong, sulla costa tailandese delle Andamane, e a Chumphon, nel Golfo della Thailandia. Situati a circa 90 chilometri di distanza, i due porti opereranno secondo il concetto “un porto, due lati”, supportati da un’autostrada e da linee ferroviarie a doppio binario per collegare i porti tra loro e con la rete nazionale del paese.

Ogni porto avrà la capacità di gestire fino a 20 milioni di container standard all’anno. Il piano prevede anche l’installazione di una rete di oleodotti e gasdotti. Il costo totale stimato ammonta a 1 trilione di baht (28 miliardi di dollari).

Il progetto Landbridge rappresenta un’opportunità senza precedenti per migliorare la connettività tra gli oceani Pacifico e Indiano e per collegare l’attività economica tra le due regioni.

Promette di facilitare un maggiore movimento di merci e persone tra Oriente e Occidente, offrendo una via praticabile per il commercio marittimo oltre allo Stretto di Malacca.

Una volta completato, si prevede che il Landbridge ridurrà i tempi di viaggio in media di quattro giorni tra l’Oceano Indiano e il Pacifico e ridurrà i costi di trasporto del 15%. Per un’azienda che spedisce merci da Chennai a Yokohama, ad esempio, ciò potrebbe significare un risparmio fino a cinque giorni e il 4% sui costi.

Coloro che hanno familiarità con lo sviluppo logistico della Thailandia potrebbero vedere il Landbridge come una rielaborazione moderna di una proposta secolare di dragare un canale attraverso l’istmo di Kra.

Nonostante sia stato originariamente approvato nel 1989 come parte del Corridoio Economico Meridionale della Thailandia, varie considerazioni hanno lasciato questo progetto irrealizzato fino ad oggi. Ora i tempi si allineeranno bene con le prospettive di crescita delle economie del subcontinente indiano e dell’Africa.

I piani prevedono che la prima fase di costruzione inizi nel settembre 2025 e duri fino all’ottobre 2030. Gli appaltatori saranno probabilmente in grado di fare offerte per il progetto tra aprile e giugno 2025.

Si prevede che il Landbridge porterà benefici per 1,3 trilioni di baht all’economia tailandese e aumenterà il tasso di crescita annuo del prodotto interno lordo del paese dell’1,5% attraverso maggiori opportunità di esportazione e la creazione di 280.000 posti di lavoro. Porterà anche nuove opportunità di sviluppo per altre province del sud della Thailandia.

Il successo spaziale della Thailandia

Grazie al costo relativamente basso della manodopera, il Paese è un candidato interessante per la produzione avanzata nel settore spaziale

Di Tommaso Magrini

Il satellite thailandese in orbita terrestre bassa, Theos-2, è stato lanciato con successo lo scorso 9 ottobre dal Centro spaziale della Guyana. Il satellite di osservazione della Terra Theos-2 è stato sviluppato congiuntamente dall’Agenzia per lo sviluppo della geoinformatica e della tecnologia spaziale (GISTDA) e Airbus per registrare immagini dallo spazio, proseguendo la missione di Theos-1, lanciato nel 2008. Ci vorranno ancora alcune settimane per controllare i vari sistemi del satellite, compresa la capacità di fotografare, prima che possa iniziare la sua missione. Theos-2 può scattare immagini ad alta risoluzione fino a 50 centimetri e scansionare circa 74.000 chilometri quadrati al giorno. Le agenzie spaziali thailandesi stanno inoltre lavorando per sviluppare un satellite al 100% di produzione autoctona, chiamato “Theos-3”. Sì, perché il programma spaziale di Bangkok procede a grande ritmo. La Thailandia è sede di una produzione avanzata di componenti per veicoli e di una serie di prodotti elettronici. Grazie al costo relativamente basso della manodopera, il Paese è un candidato interessante per la produzione avanzata in generale. Di conseguenza, il GISTDA ha spinto per sviluppare un centro di assemblaggio, integrazione e test satellitare nel Paese, sfruttando questi punti di forza.All’inizio di quest’anno, la Thailandia e la Corea del Sud hanno annunciato l’intenzione di effettuare uno studio di fattibilità congiunto per un sito di lancio. Un giorno potremmo vedere i razzi partire dal Paese del sorriso. La Thailandia non è l’unico Paese del Sud-Est asiatico a condurre un ambizioso programma spaziale. L’Indonesia è stata un pioniere delle comunicazioni satellitari tra i Paesi dell’Asia-Pacifico, avendo lanciato il suo primo satellite Palapa a metà degli anni Settanta. Negli ultimi anni, però, gli indonesiani hanno superato loro stessi: il programma BAKTI, gestito dal Ministero delle Telecomunicazioni (KOMINFO), ha l’ambizione di collegare circa 150.000 siti alla banda larga satellitare nei prossimi anni. 

La Thailandia si avvicina al matrimonio LGBTQ+

Il nuovo Premier thailandese spinge in direzione della legalizzazione delle nozze tra persone dello stesso sesso. Sarebbe il primo Paese del Sud-Est asiatico a dare il via libera

Di Tommaso Magrini

La Thailandia potrebbe diventare il primo Paese del Sud-Est asiatico a legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Il via libera era uno dei temi in agenda di Move Forward, il partito vittorioso alle elezioni dello scorso maggio ma rimasto poi fuori dal governo. Un tema che ora è stato raccolto dal nuovo Primo Ministro del partito Pheu Thai, Srettha Thavisin. Il Premier ha rilanciato l’iniziativa a ottobre, con il suo governo che ha preparato tre proposte di legge per l’uguaglianza matrimoniale, il cambio di sesso e la depenalizzazione della prostituzione. 

Il Primo Ministro thailandese ha “sottolineato che si tratta di una questione molto urgente”, dando ai ministeri competenti alcune settimane di tempo per tenere audizioni pubbliche sul disegno di legge e trasmetterlo al Parlamento, ha dichiarato il 31 ottobre il portavoce del governo Chai Watcharong. Il disegno di legge sarà discusso nella prossima sessione parlamentare di dicembre, mentre il governo di coalizione guidato dal Pheu Thai è sotto pressione per ottenere risultati, dato che si sta avvicinando al traguardo dei 100 giorni e deve dimostrare di aver rispettato almeno in parte le principali promesse della campagna elettorale, come l’elargizione di 280 dollari ai cittadini thailandesi.

L’anno scorso la precedente Camera dei rappresentanti ha approvato in prima lettura un disegno di legge sull’uguaglianza matrimoniale proposto da Move Forward, nonché un disegno di legge concorrente che sancisce le unioni civili tra persone dello stesso sesso proposto dal governo conservatore dell’ex primo ministro Prayuth Chan-ocha. Ma nessuna delle due proposte di legge è andata avanti prima che il Parlamento venisse sciolto per le elezioni generali di maggio.

I sostenitori si aspettano che la proposta del governo di Srettha sia simile al progetto di legge Move Forward, in modo da ottenere i voti del maggiore partito di opposizione. La proposta modificherebbe il codice civile e commerciale della Thailandia, cambiando parole di genere come “marito” e “moglie” in “coniuge”, mentre “uomo” e “donna” passerebbero a “individuo”. Prachachat, un partito della coalizione guidata dal Pheu Thai e la cui base è nel profondo Sud musulmano del Paese, ha chiesto di introdurre deroghe religiose, come l’esenzione per i chierici musulmani e i sacerdoti cristiani dal celebrare matrimoni omosessuali. Srettha ha anche appoggiato la candidatura di Bangkok a ospitare il WorldPride del 2028, un evento internazionale biennale che contribuirebbe a incrementare le entrate del turismo e dei consumi in Thailandia.

Nel frattempo, la proposta di legge sul riconoscimento di genere consentirebbe ai transgender thailandesi di cambiare il proprio sesso ufficiale, cosa che attualmente non è possibile, anche se il Paese è diventato un centro di riferimento per gli interventi di riassegnazione del sesso. Gli oppositori hanno detto che consentire il cambio ufficiale di sesso darebbe agli uomini una via d’uscita dalla coscrizione militare, una preoccupazione che potrebbe essere superata dal fatto che il governo Pheu Thai ha in programma di passare all’arruolamento volontario. 

Mega opera di riqualificazione a Bangkok

A Bangkok sono in programma oltre 20 progetti su larga scala con aperture previste entro il 2027, per un totale di 500 miliardi di baht di investimenti

Articolo di Tommaso Magrini

Bangkok è pronta per un’ondata di progetti di rinnovamento per un totale di oltre 14 miliardi di dollari, sostenuti da alcuni dei principali conglomerati del Paese. L’obiettivo è quello di trasformare la capitale thailandese in una destinazione in grado di rivaleggiare con Singapore. È in corso uno sviluppo mastodontico su immobili di prima scelta di fronte al Lumpini Park, nel centro di Bangkok, guidato dal conglomerato TCC Group. One Bangkok sarà uno dei più grandi progetti del settore privato del Paese, con un valore di 120 miliardi di baht. Secondo i piani, l’area di circa 167.000 metri quadrati ospiterà cinque torri di uffici, grattacieli residenziali, spazi commerciali e una sala concerti, oltre a un hotel Ritz-Carlton. L’attività di TCC comprende il produttore di birra Chang Thai Beverage e il settore immobiliare. Il progetto servirà come polo di attrazione per portare a Bangkok uomini d’affari di livello mondiale, investitori e turisti da tutto il mondo. L’apertura della prima fase del progetto è prevista per marzo 2024. Il gruppo Charoen Pokphand, uno dei principali conglomerati thailandesi, sta lavorando a un mega-progetto a Samut Prakan, alle porte di Bangkok, che pone l’accento sulla sostenibilità. Il Forestias sarà composto da spazi commerciali, un hotel e aree residenziali. L’operatore di questo progetto da 125 miliardi di baht, orientato al benessere, ha coinvolto come investitore la banca giapponese Sumitomo Mitsui Trust Bank. Secondo i dati diffusi da Nikkei, a Bangkok sono in programma oltre 20 progetti su larga scala con aperture previste entro il 2027, per un totale di 500 miliardi di baht di investimenti. Sono in aumento i grandi progetti di dimensioni senza precedenti, che potrebbero diventare i futuri “punti di riferimento” di Bangkok”. Questi progetti di rinnovamento fanno della sostenibilità un punto di forza. E molte multinazionali vedono nella capitale thailandese una grande opportunità. 

Thailandia, ecco chi è il nuovo Premier Srettha Thavisin

Dopo un prolungato periodo di incertezza politica, la Thailandia ha il suo nuovo Primo Ministro: Srettha Thavisin, ex magnate dell’immobiliare, istruito negli Stati Uniti, da sempre vicino alla famiglia Shinawatra. È lui l’estrema sintesi di un governo che unisce Pheu Thai, conservatori e militari

Di Francesco Mattogno

A cento giorni dalle elezioni del 14 maggio, la Thailandia ha eletto il suo nuovo primo ministro. Con 482 voti favorevoli (tra cui 152 senatori), 165 contrari e 81 astenuti, nel corso della votazione congiunta di camera e senato del 22 agosto il candidato del Pheu Thai Srettha Thavisin ha superato la soglia necessaria di 374 seggi ed è diventato il trentesimo premier della storia thailandese.

La sua nomina è stata approvata dal re Maha Vajiralongkorn, che ha così ufficializzato l’esito del voto parlamentare e spianato la strada alla formazione del nuovo governo. Che non sarà un governo “del cambiamento”. O almeno non del cambiamento votato dalla maggioranza relativa dei thailandesi, che alle urne avevano premiato il Move Forward, la formazione politica più progressista e radicale del Paese, come il partito con il maggior numero di seggi alla camera bassa (151).

A guidare il nuovo esecutivo sarà invece il Pheu Thai, arrivato secondo alle elezioni (141 seggi). In una svolta tanto brusca quanto annunciata, a inizio agosto il partito fondato da Thaksin Shinawatra ha abbandonato il progetto di coalizione con il Move Forward e dato il via a una serie di negoziazioni per formare un’alleanza con le forze politiche legate all’establishment conservatore e filo-militare.

L’esito positivo dei colloqui ha portato alla nascita di una coalizione di undici partiti e 314 seggi che racchiude buona parte del governo uscente guidato dall’ex generale golpista Prayut Chan-o-cha, fatta eccezione per il Partito Democratico. L’alleanza che ha sostenuto Srettha comprende infatti il Bhumjaithai (BJT) dell’ex ministro della Sanità Anutin Charnvirakul, che potrebbe diventare il prossimo ministro dell’Interno, e i due partiti dei militari, il Palang Pracharat (PPRP) dell’altro generale golpista Prawit Wongsuwon e lo United Thai Nation (UTN) del premier uscente Prayut, che ha però annunciato di volersi ritirare dalla politica.

Di fatto, il Pheu Thai ha stretto accordi con quelli che fino al 14 maggio scorso erano i suoi più acerrimi nemici. Nel corso degli ultimi vent’anni il partito dei Shinawatra è stato estromesso dal potere due volte a seguito di colpi di Stato dell’esercito (2006 e 2014), e i suoi leader sono stati condannati per corruzione e abuso di potere dai tribunali legati ai militari. Il BJT è invece nato nel 2008 dopo una scissione interna al Pheu Thai, diventando da allora per i sostenitori dei rossi un simbolo di tradimento e di affiliazione al potere conservatore. Inoltre 16 deputati su 25 dello stesso Partito Democratico, un tempo avversario numero uno dei Shinawatra e oggi in piena crisi, hanno votato a favore della nomina di Srettha contravvenendo alla linea di astensione del partito.

Si tratta di un capovolgimento di quanto promesso prima delle elezioni. In piena campagna elettorale Srettha – così come tutti i vertici del Pheu Thai – aveva escluso un’alleanza con i militari. Lunedì, prima del voto, ha chiesto invece ai thailandesi di «dimenticare» quelle parole per il bene della Thailandia. Il Pheu Thai sostiene di non aver avuto alternative, dato che il senato (nominato dai militari) avrebbe impedito a una qualunque coalizione comprendente il Move Forward di governare. Per formare un esecutivo bisognava dunque arrendersi al compromesso con le forze conservatrici in nome della “riconciliazione nazionale“. E così è stato.

Nonostante gli scetticismi, il nuovo primo ministro si è impegnato a fare in modo che la coalizione rispetti il programma elettorale del Pheu Thai, che ha fatto dell’economia una «priorità» da affiancare a politiche più progressiste e democratiche, come l’emendamento della costituzione e la fine della coscrizione obbligatoria.

Srettha è il principale promotore del “portafoglio digitale”, un sussidio di 10.000 baht (270 euro) promesso dal suo partito a tutti i maggiori di 16 anni, che andrebbe ad aggiungersi a un aumento del salario minimo. In campagna elettorale ha dichiarato che avrebbe spinto per allargare i mercati dell’export thailandese in Africa e Medio Oriente e per stringere più accordi di libero scambio (su tutti, quello con l’Unione Europea), dicendosi contrario anche al decoupling tra Cina e Stati Uniti. «Non credo nel lavorare con le singole nazioni», ha affermato in un’intervista al Nikkei.

Membro di una famiglia ben connessa all’interno dell’élite thailandese, Srettha ha studiato negli Stati Uniti economia e finanza (si è laureato all’Università del Massachusetts e ha preso un master alla Claremont Graduate School in California), e una volta tornato in Thailandia negli anni ’90 è diventato presidente di Sansiri, azienda di famiglia che è diventata una delle più grandi società del settore dell’immobiliare thailandese. Al contrario di molti suoi colleghi imprenditori, Srettha si è spesso esposto politicamente sui social e non solo, diventando uno degli uomini di fiducia degli ex premier Thaksin e Yingluck Shinawatra. A novembre dell’anno scorso si è infine unito al Pheu Thai, dimettendosi da CEO di Sansiri due mesi prima delle elezioni.

In mezzo alla prolungata crisi politica, il PIL del paese è cresciuto solo dell’1,8% nel secondo trimestre del 2023, ben al di sotto delle attese. Per questo, secondo Bloomberg, vista la sua carriera imprenditoriale e le promesse di stimolare l’economia thailandese attraverso la spesa pubblica, gli investitori dovrebbero accogliere positivamente la nomina di Srettha a premier. E si parla di un suo possibile doppio ruolo anche come ministro delle Finanze. Diverso è il discorso sul piano prettamente politico. Il nuovo primo ministro non ha esperienza politica, né una base di sostegno forte sia dentro il partito che nell’elettorato. Ed è un dettaglio non da poco per un premier che dovrà tenere in piedi una coalizione potenzialmente molto fragile e impopolare (un sondaggio su un campione di 1.310 cittadini ha registrato circa il 63% di disapprovazione).

A dispetto del discreto risultato alle urne, per la prima volta in vent’anni il Pheu Thai non ha vinto le elezioni. Questo rende Srettha un primo ministro molto più debole dei suoi predecessori eletti con il partito dei Shinawatra, arrivati sulla poltrona con enormi mandati popolari e circondati da una sorta di aura di invincibilità. E in un’ulteriore minaccia alla sua legittimità, Srettha è stato accusato di evasione fiscale e pratiche illecite durante la sua attività alla Sansiri. Il nuovo premier dovrà quindi dimostrare di saper controllare un governo in cui il Pheu Thai, nonostante sia il partito più grande della coalizione, si trova di fatto in minoranza rispetto a potenziali accordi tra BJT, PPRP e UTN, che insieme contano 147 seggi. Ci si chiede allora quanto Srettha riuscirà a implementare le politiche promesse, e se a muoversi dietro di lui possa esserci una figura ben più navigata come Thaksin, peraltro appena rientrato dall’esilio.

Thailandia, gli scenari sul nuovo governo

Come previsto, il leader del Move Forward Pita Limjaroenrat non è riuscito a ottenere abbastanza voti dei senatori per essere nominato primo ministro. Per la Thailandia inizia una fase di grande incertezza politica. Il parlamento torna a votare il 19 luglio: ecco quali sono gli scenari per la formazione del nuovo governo

Articolo di Francesco Mattogno

Servivano 64 voti, ne sono arrivati 13. La prima sessione congiunta del parlamento thailandese per la votazione del nuovo primo ministro si è chiusa giovedì sera senza la nomina dell’unico candidato in lizza, il leader del Move Forward, Pita Limjaroenrat. Non è stata una sorpresa.

Dopo la vittoria nelle elezioni di maggio il Move Forward ha formato una coalizione di otto partiti, raggruppando un totale di 312 seggi: più che sufficienti per avere la maggioranza alla camera bassa di 500 deputati, ma troppo pochi per eleggere il nuovo governo senza l’influenza del senato. Fino a maggio del 2024 i 250 senatori nominati dai militari hanno infatti il potere costituzionale di partecipare alle votazioni per la nomina del primo ministro, che per essere eletto ha quindi bisogno di almeno 376 voti (diventati 375 mercoledì a seguito delle dimissioni di un senatore). Un ostacolo enorme per chi propone di scuotere lo status quo filo-monarchico e filo-conservatore che quegli stessi senatori sono stati incaricati di proteggere.

La seduta parlamentare

Al di là dell’ottimismo di facciata, era chiaro sin dalla vigilia che Pita non avrebbe avuto i numeri per uscire dall’aula come trentesimo premier della Thailandia. Prima della votazione i parlamentari hanno avuto a disposizione circa sei ore per il dibattito. La coalizione a guida Move Forward è rimasta unita e ha presentato Pita come suo unico candidato primo ministro, mentre i partiti del fronte filo-conservatore non hanno proposto alcun aspirante al ruolo. Ne è risultata una sessione monotematica.

Tutti gli interventi si sono concentrati sulla legittimità di Pita e del suo partito di governare, con al centro la volontà del Move Forward di emendare la legge sulla lesa maestà, proposta che deputati conservatori e senatori hanno a più riprese ritenuto pericolosa per la stabilità del paese. Altro punto centrale nell’opposizione al leader degli arancioni è stato il procedimento legale che pende su di lui. Mercoledì, il giorno prima della votazione, la commissione elettorale thailandese ha chiesto alla corte costituzionale di squalificare Pita come deputato, accusandolo di essere stato a conoscenza della sua ineleggibilità dovuta al possesso di azioni della società di media ITV (la costituzione in questi casi vieta la possibilità di candidarsi).

Secondo l’esponente del Move Forward si tratta di un’accusa pretestuosa – ITV non opera dal 2007 -, ma intanto la corte costituzionale potrebbe sospenderlo dal parlamento in attesa del giudizio definitivo, che potrebbe anche prevedere la sua interdizione dall’attività politica e una pena da uno a tre anni di carcere. Il tribunale ha anche accettato un altro caso che chiede lo scioglimento del Move Forward a causa dell’intenzione del partito di emendare la legge sulla lesa maestà. Pita ha denunciato le tempistiche sospette dei due procedimenti, che hanno fornito l’assist ai senatori per legittimare il loro rifiuto a votare un indagato come primo ministro.

La giornata si è conclusa con 324 voti a favore della nomina di Pita, 182 contrari, 199 astenuti. Tra i favorevoli si contano 311 deputati della coalizione (il presidente della camera, Wan Muhammad Noor Matha, si è astenuto come da consuetudine) e 13 senatori. Più di 40 membri del senato non si sono invece presentati in aula.

Gli scenari principali

Sul piano formale, non c’è un limite massimo al numero di votazioni che il parlamento può tenere per nominare il primo ministro. La prossima seduta congiunta è stata fissata al 19 luglio ed è previsto che una terza eventuale sessione possa tenersi già il 20. Sul piano politico le cose stanno diversamente. «Non mi arrendo», ha detto Pita a margine del voto. Ma il supporto di cui gode da parte dei partner della coalizione potrebbe essere a tempo. Alcuni esponenti del Pheu Thai, la seconda formazione più grande dell’alleanza, hanno dichiarato che il partito lo sosterrà per tre votazioni, ma poi dovrà pensare a una via alternativa.

Gli scenari possibili sono essenzialmente quattro. Il primo prevede che – al netto dei procedimenti legali – il leader del Move Forward riesca a trovare i 64 voti necessari per essere nominato premier. I deputati del Bhumjaithai, il terzo partito più grande alla camera (71 seggi), hanno detto che voterebbero per lui nel caso in cui il suo partito abbandonasse il progetto di modificare della legge sulla lesa maestà. Cosa che il Move Forward ha categoricamente smentito. Il secondo consiste nel mantenere così la coalizione, ma far eleggere come primo ministro Srettha Thavisin, candidato del Pheu Thai ritenuto più accettabile anche della stessa Paetongtarn Shinawatra, figlia del fondatore del partito. C’è però chi sostiene che l’establishment difficilmente accetterà che il Move Forward faccia anche solo parte della coalizione di governo.

C’è quindi l’eventualità di un “tradimento”. Il Pheu Thai potrebbe lasciare la coalizione e formare un governo con le forze conservatrici e filo-miliari, una scelta che potrebbe avere conseguenze sia sul piano del sostegno popolare al partito, che su quello dell’ordine pubblico. Si ritiene che in caso di estromissione del Move Forward dall’esecutivo potrebbero scatenarsi una serie di proteste di massa da parte dei suoi sostenitori. Molto probabili anche nel caso dell’ultimo scenario, quello della formazione di un debolissimo governo conservatore di minoranza.

Le altre possibilità

Ci sono però altre possibilità. Una più estrema e complicata consiste nel prolungare a oltranza le sessioni parlamentari congiunte per la votazione del premier fino alla scadenza del mandato del senato, nel maggio del 2024. Improbabile anche perché peggiorerebbe la situazione di già grande incertezza politica ed economica della Thailandia. Per questo la coalizione pro-democrazia starebbe pensando a una soluzione alternativa.

Come riportato dal Thai Enquirer, nel pomeriggio thailandese di venerdì il Move Forward ha in programma di proporre alla camera l’emendamento dell’articolo 272 della costituzione, quello che permette al senato di votare per la nomina del primo ministro. La proposta passerebbe con il supporto di metà dei deputati della camera bassa (250) e di un terzo dei senatori (84). Secondo Piyabutr Saengkanokkul, uno dei leader del movimento progressista, diversi dei senatori che si sono astenuti dalla votazione di giovedì potrebbero accogliere la modifica, che poi potrebbe entrare in vigore nell’arco di quattro settimane.Resta uno scenario complicato. Intanto il primo ministro ad interim rimane l’ex generale golpista Prayut Chan-o-cha, al potere dal golpe del 2014. Prayut ha annunciato di volersi ritirare dalla politica, ma se la nomina del nuovo premier dovesse trascinarsi a lungo il suo governo provvisorio finirebbe per dover prendere decisioni importanti, come quelle riguardanti il budget per il 2024 e il rimpasto dell’esercito e delle forze di polizia. L’instabilità politica è inoltre da sempre un pretesto, in Thailandia, per “riportare l’ordine” con un colpo di Stato. Ipotesi che nessun osservatore delle faccende thailandesi si sente mai di escludere del tutto.

Dalla transizione energetica un nuovo inizio tra Thailandia e Arabia Saudita

Il colosso thailandese PTT punta alla produzione di idrogeno verde e alla ripartenza dei rapporti diplomatici con l’Arabia Saudita.

Il colosso petrolifero statale thailandese, PTT Group, investirà sette miliardi di dollari in idrogeno verde con la principale società di energia rinnovabile dell’Arabia Saudita, ACWA Power, puntando contemporaneamente alla decarbonizzazione e alla ripartenza dei rapporti diplomatici tra i due Paesi.
L’investimento fa parte dei diversi approcci adottati da PTT Group per trovare un equilibrio tra la riduzione delle emissioni e il mantenimento della redditività. L’accordo si rivelerebbe anche un passo importante nel ripristino delle relazioni diplomatiche tra i due regni, interrotte per circa 32 anni fino a gennaio 2022. Le due società, unite dall’Autorità Statale per la Generazione di Energia Elettrica della Thailandia, hanno firmato a novembre un memorandum d’intesa per avviare il progetto. L’impegno di investimento di sette miliardi di dollari si profila come un ulteriore passo avanti nella sua realizzazione.

Auttapol Rerkpiboon, il CEO di PTT, ha affermato che il progetto mira a costruire un impianto in Thailandia con una capacità produttiva di 225.000 tonnellate di idrogeno all’anno, il primo provvedimento necessario a far diventare la Thailandia un esportatore internazionale, nonché il principale fornitore ASEAN, di energia verde. Il piano d’investimento servirà all’identificazione dell’idrogeno verde come futura fonte di energia per creare domanda e alimentare sempre più l’utilizzo di veicoli elettrici nella regione.

A differenza dell’idrogeno “marrone” e “grigio”, la cui generazione prevede combustibili fossili, l’idrogeno verde si ottiene utilizzando esclusivamente fonti energetiche rinnovabili e, di conseguenza, genera zero emissioni. Sulle orme di molti altri Paesi, come l’Arabia Saudita, il Kazakistan, Singapore e l’Australia, anche la Thailandia sta investendo importanti risorse economiche nella produzione di idrogeno verde su scala gigawatt. La strategia net-zero di PTT si allinea così agli impegni del governo thailandese per raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2050 e le emissioni net-zero di gas serra entro il 2065. Tuttavia, l’utilizzo dell’idrogeno verde su scala industriale richiede due fattori fondamentali – elevata capacità e basso costo del capitale – per abbassare i prezzi a un livello competitivo e incoraggiare le persone a smettere l’uso di combustibili fossili. In tal senso, PTT sta provando a generare ecosistemi di offerta per aumentare la domanda. La sua controllata PTT Oil and Retail ha stretto una partnership con Bangkok Industrial Gas, Toyota Daihatsu Engineering & Manufacturing e Toyota Motors, per creare stazioni di ricarica dell’idrogeno nel corridoio economico orientale del regno, una zona industriale speciale nel distretto di Bang Lamung, nella provincia di Chonburi. La stazione dovrebbe servire veicoli a celle a combustibile che saranno utilizzati come limousine dall’aeroporto di U-Tapao verso le famose destinazioni turistiche di Pattaya, Chonburi e aree circostanti.L’investimento negli impianti di produzione di idrogeno verde aiuterà sicuramente a sanare le relazioni tra la Thailandia e il regno saudita decenni dopo che i loro legami furono raffreddati dal Blue Diamond Affair, iniziato con il furto di gioielli dal palazzo di un principe saudita ad opera del giardiniere tailandese Kriangkrai Techamong nel 1989. Un furto dal valore di 20 milioni di dollari, tra cui un diamante blu da 50 carati. I due Paesi hanno raggiunto un disgelo diplomatico solo nel gennaio 2022, quando il primo ministro Prayuth Chan-ocha ha effettuato la prima visita di un capo di governo in oltre tre decenni. Dopo la ripresa delle relazioni, un ulteriore segnale dell’avvenuto disgelo tra i due Paesi, è arrivato dal colosso petrolifero statale saudita Aramco, che ha incrementato a PTT Group la fornitura di greggio, prodotti petrolchimici e gas naturale liquefatto.

La missione italiana in Thailandia

Di Maria Tripodi, Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale

Dal 16 al 18 maggio sono stata in missione in Thailandia per partecipare alla 79a sessione della Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia e il Pacifico (ESCAP) e per incontri bilaterali, in concomitanza con la tappa nel Paese del Pattugliatore Polivalente d’Altura “Francesco Morosini”. È stata la mia prima visita in Thailandia, nonché la prima di un membro di Governo italiano dal 2018, a riprova della rinnovata attenzione dell’Italia per un attore chiave dell’Indo-Pacifico. Alla Commissione ESCAP sono intervenuta sul tema “Disaster Resilience: Early Warnings for All in Asia and the Pacific”. L’Italia è in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici e nella gestione dei disastri naturali nella regione e sostiene, con un contributo di 260.000 euro, il “Multi-Donor Trust Fund for Tsunami, Disaster and Climate Preparedness” di ESCAP. Tale impegno è stato molto apprezzato dall’Under-Secretary-General dell’ONU e Segretaria Esecutiva ESCAP, Armida Salsiah Alisjahbana, a cui ho rinnovato l’intenzione di continuare a lavorare insieme per l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. La sessione è stata anche l’occasione per promuovere la candidatura di Roma a EXPO 2030, nel corso di brevi incontri con alcuni nostri partner dell’area (Tuvalu, Palau, Samoa).

Ho poi avuto un proficuo colloquio con il Vice Ministro degli Affari Esteri, Vijavat Isarabhakdi: nel 155° anniversario di relazioni diplomatiche tra Italia e Thailandia, abbiamo auspicato che i nostri profondi rapporti possano continuare a rafforzarsi grazie anche alla prossima apertura dell’Istituto italiano di Cultura, alle borse di studio offerte dal Governo italiano e agli ottimi risultati raggiunti nel 2022 dal nostro interscambio bilaterale (+21%), che potrà beneficiare anche dell’Accordo di libero scambio UE-Thailandia, i cui negoziati sono stati di recente riavviati. L’Italia è sempre più apprezzata in Thailandia, come ho avuto modo di constatare in occasione della visita alla fiera “Future Energy Asia” (uno dei principali eventi regionali nel settore energetico) e dell’accoglienza riservata al pattugliatore Morosini, eccellenza della nostra Difesa, un settore in cui è possibile rafforzare la collaborazione bilaterale.

Il prossimo “High-Level Dialogue on Italy-ASEAN Economic Relations”, che si terrà a Bangkok in autunno, sarà l’occasione per approfondire la collaborazione con la Thailandia e con l’ASEAN in settori strategici: farmaceutico, agro-alimentare, moda, spazio, energie rinnovabili, difesa.

Come sono andate le elezioni in Thailandia

Articolo di Francesco Mattogno

Il Move Forward ha vinto le elezioni in Thailandia smentendo i pronostici che a lungo hanno ritenuto il Pheu Thai il partito dominante. I due hanno già deciso di unirsi in coalizione, ma la netta maggioranza ottenuta alla camera potrebbe non bastare

L’opinione diffusa tra gli analisti che si occupano di Thailandia è che i sondaggi elettorali non siano così affidabili. Sia per il metodo di raccolta dei dati (prevalentemente online), sia per la distribuzione del campione, che proviene soprattutto dalle città, da Bangkok in particolare. E infatti i sondaggi si sbagliavano. La crescita del Move Forward nelle intenzioni di voto delle ultime settimane veniva ritenuta credibile, ma forse sopravvalutata. Invece il partito di Pita Limjaroenrat ha vinto le elezioni del 14 maggio con un discreto margine sul Pheu Thai, secondo, e ha già formato sulla carta una coalizione per guidare la Thailandia in base alla propria agenda politica, focalizzata su riforme costituzionali e istituzionali che promettono di scuotere la struttura di potere del paese. Proprio per questo, però, vedere governare il Move Forward non sarà così semplice.

Domenica i thailandesi hanno votato per eleggere i 500 deputati della camera bassa del parlamento, ma non i 250 membri del senato, nominati invece dall’ormai defunto Consiglio nazionale per la pace e l’ordine, cioè la giunta militare che ha guidato il paese dal 2014 alle elezioni del 2019. Secondo quanto previsto ad hoc dalla costituzione, fino al 2024 i senatori hanno il potere di partecipare alle votazioni del parlamento per la nomina del primo ministro. Condizione che nel 2019 ha permesso al generale golpista Prayut Chan-o-cha di restare al potere nonostante il partito che lo aveva candidato, il Palang Pracharat (PPRP), fosse arrivato secondo alle elezioni. E che oggi mette potenzialmente in minoranza il fronte democratico guidato dal Move Forward sebbene abbia ottenuto una netta vittoria alle urne.

LA COALIZIONE

Il partito guidato da Pita ha ottenuto un totale di 152 seggi (uno in più rispetto a quanto previsto inizialmente), battendo quella che si riteneva la principale formazione pro-democrazia, il Pheu Thai di Paetongtarn Shinawatra, che ha eletto 141 deputati. Tra gli scenari ipotizzati, sia prima che dopo il voto, si riteneva che il Pheu Thai potesse scegliere di allearsi con i partiti filo-militari e conservatori nel tentativo di formare un governo di compromesso. Nella giornata di lunedì però il partito ha smentito questa ipotesi, e Pita ha dichiarato ufficialmente la nascita sulla carta di una coalizione che coinvolge altri quattro partiti, oltre a Move Forward e Pheu Thai: il Prachachart (9 seggi), il Thai Sang Thai (6), il Seree Ruam Thai (1) e il Fair Party (1).

I 310 seggi della coalizione sono più che sufficienti per arrivare a una maggioranza alla camera, dove il PPRP ha eletto 40 deputati e il “nuovo” partito di Prayut, lo United Thai Nation (UTN), 36. Ma sono meno dei 376 necessari per formare un governo senza che il voto dei senatori risulti decisivo. L’idea di Pita e dei suoi è che il mandato popolare ricevuto sia troppo forte, e che il senato non voterà in massa per impedirgli di governare. In caso contrario «chi sta pensando di abolire i risultati elettorali o formare un governo di minoranza pagherà un prezzo piuttosto alto», ha dichiarato nella conferenza stampa di proclamazione della vittoria. Il leader del Move Forward ritiene l’ipotesi appena descritta «inverosimile», ma qualche senatore ha già detto che non lo sosterrà come primo ministro.

Per questo potrebbe risultare fondamentale il terzo classificato alle elezioni, il Bhumjaithai (BJT) di Anutin Charnvirakul, che ha ottenuto 71 seggi. Anutin è il ministro della Salute uscente del governo guidato dal PPRP, però il suo è un partito di centro, non anti-establishment ma nemmeno schierato completamente dalla parte dei militari. Per ora Pita ha dichiarato che «non è necessario» coinvolgere il BJT, ma le cose potrebbero cambiare. Intanto il leader del Move Forward – che si dice «pronto a diventare il trentesimo primo ministro della Thailandia» – sta preparando un memorandum d’intesa per la coalizione. Una sorta di “contratto di governo” nel quale quale verrà delineato il programma delle cose da fare durante il primo anno dell’esecutivo al potere.

IL PROGRAMMA

Ci sono infatti diverse questioni sulle quali i partiti devono mettersi d’accordo. La coalizione è formata da chi ha condiviso gli ultimi quattro anni all’opposizione, ma i rapporti, specialmente tra Move Forward e Pheu Thai, hanno avuto alti a bassi. Il tema fondamentale è senza dubbio quello che riguarda l’articolo 112 del codice penale thailandese, cioè la “legge sulla lesa maestà” che prevede fino a 15 anni di carcere per chiunque «diffami, insulti o minacci» i membri della famiglia reale.

Il Move Forward ha tra i suoi candidati diversi dei manifestanti accusati di lesa maestà per il loro ruolo nelle manifestazioni democratiche e anti-monarchiche del 2020-21, e a lungo Pita ha espresso la sua volontà di abrogare la legge. Con l’avvicinarsi delle elezioni la posizione del partito si è ammorbidita, ma l’intenzione di emendare e depotenziare la norma rimane, ed è stata confermata dallo stesso leader in diverse dichiarazioni post-vittoria.

Nonostante sia stata smussata, resta una posizione radicale nel contesto thailandese: la monarchia è tra le più potenti al mondo ed è fonte di legittimità politica (il re deve approvare la nomina del primo ministro), nessun altro grande partito ha osato metterla in discussione così apertamente. Alla conferenza stampa in cui il Pheu Thai ha annunciato di aver accettato di unirsi alla coalizione, Pateongtarn ha detto che il partito «non sosterrà l’abolizione dell’articolo 112», ma che «si può discutere in parlamento su come applicarlo in modo efficace».

Ma il programma del Move Forward va oltre la questione monarchica. Il partito ha proposto anche l’organizzazione di un referendum per eleggere un’assemblea costituente che riscriva la costituzione, sostituendo quella di matrice militare del 2017 e limitando così l’influenza e il potere dell’esercito nella politica thailandese. C’è poi la volontà – questa condivisa con il Pheu Thai – di cancellare la coscrizione obbligatoria, di produrre una legge anti-monopolio, innalzare il salario minimo giornaliero da 330 a 450 baht (da 9 a più di 12 euro) e legalizzare i matrimoni gay. Sulla marijuana, invece, il Move Forward vorrebbe limitarne l’utilizzo ai soli scopi medici.

Per quanto riguarda la politica estera, Pita propone di fatto il non-allineamento tra Stati Uniti e Cina, richiamando però alla «diplomazia fondata su regole» da rispettare. Ha condannato l’aggressione della Russia in Ucraina, e sul Myanmar ha detto che la Thailandia dovrebbe collaborare con la comunità internazionale così che il popolo birmano possa «risolvere il proprio conflitto». Anche questa una posizione di fatto distante dai vertici dell’esercito thailandese, che hanno sempre mantenuto un rapporto di ambiguità con la giunta militare del Myanmar.

GLI SCENARI

Pita è stato accusato di detenere circa 42.000 azioni di ITV, un’emittente thailandese che ha chiuso nel 2007 ma la cui registrazione rimane ancora attiva. Sarebbe una violazione delle leggi elettorali (che vietano ai candidati al parlamento di avere partecipazioni in società dei media), e nel peggiore dei casi potrebbe portare a una squalifica del candidato e del partito. Pita si dice tranquillo, ma per un contenzioso simile il precedessore de facto del Move Forward, il Future Forward, è stato sciolto nel 2020 e i suoi vertici banditi per dieci anni dalla politica.

A indagare sulla vicenda sarà la commissione elettorale. Nel caso in cui l’esercito volesse rovesciare il risultato delle elezioni, al momento si ritiene che la via giudiziaria sia più probabile di un ulteriore colpo di Stato, che ha smentito lo stesso capo delle forze armate Narongphan Jitkaewthae (che sarà inoltre in visita ufficiale alle Hawaii fino al 28 maggio). Se è legittimo avere dubbi su tali dichiarazioni, lo stesso può valere per quelle di Prayut, che una volta divenuta chiara la sconfitta ha detto che avrebbe rispettato la transizione democratica.Con il senato dalla parte dei conservatori, resta viva anche la possibilità di un governo di minoranza filo-militare, che a quel punto (per questioni numeriche) dovrebbe essere guidato dal BJT. Il tempo per eventuali ribaltoni non manca. La commissione elettorale dovrà pubblicare i risultati ufficiali delle elezioni entro 60 giorni, poi il parlamento verrà convocato per la votazione del primo ministro. Dopo essere approvato dal re, il premier potrà formare il suo governo. Si prevede che accadrà non prima di inizio agosto.