Thailandia

Con Jareeporn Jarukornsakul la logistica è un affare per donne

Articolo a cura di Michelle Cabula

Jareeporn Jarukornsakul, imprenditrice di 53 anni al capo del WHA Group, figura nella lista dei 50 cittadini più ricchi in Thailandia nel 2020 stilata da Forbes. La sua è una storia di successo che coniuga imprenditoria femminile, attenzione alla sostenibilità e sinergia virtuosa tra settore pubblico e privato.

Dopo la laurea in Scienze della Salute alla Mahidol University e un master in Amministrazione Aziendale presso la Bangkok University, all’età di soli 26 anni, Jareeporn Jarukornsakul fa il suo ingresso nel mondo della logistica e nel 2003 co-fonda insieme al marito Somyos Anantaprayoon la WHA Group. Ad oggi ricopre congiuntamente le cariche di Presidentessa del consiglio amministrativo e di amministratrice delegata dell’azienda leader in Thailandia nel settore della logistica integrata, dello stoccaggio e della fornitura di impianti industriali.

Oltre al patrimonio netto da 480 milioni di dollari statunitensi (che le è valso il 48° posto nella classifica di Forbes dei 50 più facoltosi del suo Paese), a sorprendere è la presenza di Jarukornsakul tra le figure più influenti di un settore considerato ancora prettamente maschile. Nonostante il divorzio dal marito le sia costato una discesa nella classifica (insieme si aggiudicavano la trentaduesima posizione nel 2015), l’imprenditrice ha saputo imprimere una svolta all’attività aziendale sin da quando ne ha assunto la direzione sei anni fa, con l’obiettivo di convertirla in una multinazionale nel giro dii tre-cinque anni. Già nel 2016, in occasione dell’acquisizione della Hemaraj Land And Development Plc. (attiva nel campo dello sviluppo immobiliare industriale), Jarukornsakul si era detta determinata ad espandere il proprio business sia nel mercato domestico che nei mercati esteri, puntando su un’expertise sempre più articolata e completa.  

Sotto la direzione di Jarukornsakul, le attività della WHA Group si sono legate a doppio filo con l’iniziativa del Corridoio Economico Orientale (ECC), il progetto pilota del governo thailandese che mira a convertire le province della costa est – Chachoengsao, Chonburi e Rayong – in un hub regionale di innovazione tecnologica e industrialeattraverso lo sviluppo di infrastrutture pubbliche di trasporto e logistica. La società si impegna infatti al fine di intercettare su diversi livelli le esigenze delle industrie high-tech, muovendosi con un certo anticipo nei distretti commerciali designati a divenire in futuro sempre più attrattivi sotto il profilo degli investimenti.

Con un piano d’investimento del valore di 43 miliardi di bath (1,4 milioni di dollari circa) annunciato nell’agosto 2016, la Presidentessa ha inoltre reso chiaro l’intento della società di porsi come il primo fornitore di soluzioni logistiche, immobiliari e industriali complete nel contesto dell’ASEAN Economic Community. “Grazie a Hemaraj, giochiamo un ruolo cruciale nello sviluppo dei clusters automobilistici, elettronici e petrolchimici, e ci impegniamo a divenire dei partner attivi nello sviluppo delle industrie del futuro”, ha affermato.

Il lancio della WHA Industrial Zone – Nghe An nel febbraio del 2017 ha rappresentato “una chiara dichiarazione dell’impegno della società nel Paese e nella regione del Sud-Est Asiatico”, al punto che l’impresa pensa già a replicare. Tra i progetti futuri vi è la realizzazione di un’ulteriore zona industriale nei pressi di Hanoi che possa divenire una nuova base produttiva per le società cinesi, giapponesi e taiwanesi e gli investitori dell’ASEAN che intendono trasferire le loro attività per sfuggire ai danni economici derivanti dalla guerra commerciale USA-Cina.

Jarukornsakul ha definito il Vietnam “la nuova stella luminosa” dell’area, sottolineando come la sua posizione geografica, la sua economia in rapida espansione, la disponibilità di forza lavoro istruita e il suo coinvolgimento in numerosi accordi di libero scambio la rendano una destinazione privilegiata per gli investimenti dell’impresa, che già vanta 30 anni di esperienza sul territorio thailandese. Secondo quanto dichiarato sul sito della società, la WHA Industrial Zone – Nghe An si avvantaggiano delle infrastrutture esistenti per offrire il proprio contributo all’espansione economica e alla creazione di nuove opportunità lavorative nella regione di Nghe An, nel rispetto degli aspetti sociali, culturali e ambientali. 

Alla fine dello scorso anno, la WHA Group si è aggiudicata il “Thailand Sustainability Investment 2020”, riconoscimento conferito dalla Borsa valori thailandese (Stock Exchange of Thailand, SET) alle società particolarmente attente alle istanze ambientali, sociali e di governance (Environmental, Social and Governance, ESG). Il gruppo si è mostrato sensibile al tema della sostenibilità, nella consapevolezza che “la crescita e il progresso devono essere accompagnati dalla responsabilità”, come ha affermato Vivat Jiratikarnsakul, Direttore Operativo Industriale e Internazionale per l’azienda.

L’impegno sociale della WHA Group si è concretizzato nel virtuoso progetto Clean Water for Planet. L’iniziativa lanciata nel 2016 si sostanzia in una serie di collaborazioni con vari istituti scolastici e agenzie governative orientate a sensibilizzare sull’importanza di una corretta gestione e della tutela delle risorse idriche e a fornire acqua pulita alle comunità locali. Il programma prevede anche la fornitura di servizi di gestione delle acque reflue ai propri clienti: nel 2019 la compagnia ha annunciato il completamento di un impianto nel distretto di Pluak Daeng della provincia di Rayong pensato per trattare le acque reflue attraverso processi depurativi per via biologica. 

L’iniziativa fa propri i principi della Sufficiency Economy Philosophy (SEP) ideata dal defunto re Bhumibol Adulyadej, padre dell’attuale sovrano di Thailandia. Questo innovativo approccio allo sviluppo “implica che si agisca con moderazione e ragionevolezza e che si ricerchi sempre conoscenza e moralità nel proporre e attuare progetti di sviluppo”. Il modello di business promosso da Jarukornsakul si allinea perfettamente con le strategie elaborate a livello nazionale: un perfetto esempio di come stato e impresa possano muoversi all’unisono. Non a caso, nel 2021 il Bangkok Post la sceglie come “donna dell’anno” per il settore industriale, celebrandone le doti di leadership e visione strategica.

La risonanza della storia di Jarukornsakul si estende ben oltre i confini thailandesi, come dimostrano i numerosi riconoscimenti internazionali che l’imprenditrice può vantare. Tra gli altri, il suo nome compare nella lista Asia’s Power Businesswomen 2020, in cui lo staff di Forbes raggruppa le donne asiatiche in posizione di leadership che, a fronte della sfida pandemica, hanno saputo dare prova di resilienza e che si preparano plausibilmente a guidare le imprese verso la ripresa. 

Oltre a tracciare il ritratto di un’imprenditrice di successo, la storia di Jareeporn Jarukornsakul alla conduzione della WHA Group ci racconta di alcune virtuose pratiche di corporate social responsibility che stanno prendendo piede nell’area del Sud-Est asiatico. Sempre più spesso le imprese si impegnano in uno sforzo condiviso a fianco delle autorità governative e delle organizzazioni regionali con l’obiettivo di generare sviluppo locale e migliorare la connettività nell’area ASEAN. L’esperienza pionieristica di Jarukornsakul diventa anche fonte di ispirazione per le future generazioni di giovani imprenditrici e imprenditori i quali, sempre più sensibili ai temi della sostenibilità, saranno ben propensi ad abbracciare i valori dell’imprenditoria inclusiva e della condotta d’affari responsabile.

Surfare l’onda al momento giusto: il caso Flash Group

Nonostante una competizione spietata, la scale-up thailandese mira ad essere leader nella logistica e-commerce ASEAN

L’e-commerce del Sud-Est asiatico è in enorme fermento, con prospettive di crescita rosee: Il trend è già stato precedentemente analizzato ed è ormai una diffusa convinzione fra gli analisti finanziari. 
Con una crescita del 46% annua nel 2021, un volume annuo di affari di circa 80 miliardi di dollari, l’e-commerce ASEAN è forte di prospettive di crescita sostenuta, soprattutto grazie all’aumento massiccio di online consumers in pochi anni, con oltre 350 milioni in più solo nel 2021.

È importante tuttavia analizzare come l’industria dell’e-commerce in ASEAN stia cambiando, e sottolineare i trend che possono portare a nuove opportunità, sia presenti che future.

Ad esempio, un fattore cruciale che ha permesso il passaggio da offline a online retail è stato l’aumento necessario, ma improvviso ed inaspettato, del traffico logistico negli hub commerciali della regione. Questo è accaduto non solo nei porti maggiori, ma anche e soprattutto nelle realtà più piccole, ovvero laddove si era soliti vivere ‘on the street’ al fine di approvvigionarsi beni di prima necessità.

A questo proposito, bisogna anche ricordare che l’Asia è il secondo sistema commerciale più integrato al mondo, dopo l’Unione Europea, e che il traffico regionale interno vale il 58% del totale. Non sorprende che una regione già best in class per la gestione del traffico commerciale sia riuscita a evolversi e brillare, nonostante l’emergenza dovuta alla pandemia.

In generale, molti Paesi della regione (Thailandia in primis) stanno accelerando la realizzazione di network di infrastrutture di quinta generazione, con l’esplicito intento di ridurre i disagi durante potenziali periodi di lockdown.

A questo proposito, nel mondo imprenditoriale spesso si fa riferimento a ‘surfare l’onda quando è alta, all’altezza giusta e con vento favorevole’, ed è questa la filosofia che ha portato Flash Group, una scale-up thailandese, a raccogliere più di 150 milioni di dollari in finanziamenti.

Flash opera nel settore della logistica, e nello specifico nei servizi logistici per l’e-commerce. Kosman Lee, che fondò l’azienda nel 2017 a 29 anni e con circa un milione di dollari in finanziamenti, intuì l’importanza di servire i mercati online ASEAN. Stabilì quindi un obiettivo preciso: diventare il leader logistico dell’online retail nel Sud-Est asiatico nel giro di pochi anni.

Il suo progetto ha convinto anche investitori istituzionali, tanto che colossi come Siam Bank, PTT Oil (leader thailandese del petrolio) e Buer Capital, un fondo di Singapore, hanno investito nel gruppo più di 150 milioni di dollari.

Come conseguenza, nell’immediato futuro il gruppo prevede di gestire 2 milioni di beni al giorno nei suoi magazzini, incrementando il traffico di ben 10 volte rispetto al volume attuale.

La competizione è tuttavia intensa: la presenza di player logistici come Best Inc. (Cina) e Kerry Express (Hong Kong SAR) rendono infatti l’obiettivo di diventare il leader della logistica in salita fin dai primi passi. Non solo, Flash vorrebbe anche sviluppare una sua piattaforma e-commerce interna, andando così a competere con player internazionali come JD.com (leader in Thailandia), oltre che con realtà già consolidate e in forte sviluppo come Sea, Grab e Tokopedia.

Ostacoli di questo tipo potrebbero scoraggiare qualunque imprenditore. Bisogna ricordare però una regola d’oro del commercio: se la torta cresce (o si fa in modo che cresca) tutti crescono con essa e nessuno può perdere nell’immediato futuro. E non esiste una industria in cui questo fenomeno sia limpido come nel traffico logistico internazionale.

 

La sufficiency economy philosophy

La Thailandia ha ideato una propria teoria economica dello sviluppo immaginata dal defunto Re Bhumibol Adulyadej per modernizzare il Paese

La Thailandia è uno dei Paesi che maggiormente ha beneficiato di uno sviluppo economico dagli anni ’90, ma le basi di tale sviluppo possono anche essere ricondotte alla Sufficiency Economy Philosophy (SEP) ideata da re Bhumibol Adulyadej. Negli ultimi tre decenni, il Re ha sempre spronato il suo popolo verso un approccio graduale ed equilibrato allo sviluppo, ovvero verso un’economia della sufficienza che potesse garantire i bisogni basilari per tutti senza inseguire ciecamente la crescita economica fine a sé stessa. Dopo la crisi economica del 1997, il Re ha rivisto la SEP, da interpretarsi anche come un percorso attraverso il quale garantire sia la ripresa economica sia uno sviluppo più resiliente e sostenibile, in grado di affrontare le sfide derivanti dalla globalizzazione. Nel 1999, il National Economic and Social Development Board ha dato la seguente definizione della SEP: 

“Sufficiency Economy is a philosophy that stresses the middle path as an overriding principle for appropriate conduct by the populace at all levels. This applies to conduct starting from the level of the familiescommunities and to the nation in terms of development and administration, so as to modernize in line with the forces of globalization. ‘Sufficiency’ means moderation, reasonableness, and the need for self-immunity to protect from impacts arising from internal and external change… In addition, a way of life based on patience, perseverance, diligence, wisdom and prudence is indispensable in creating balance and in coping appropriately with critical challenges arising from extensive and rapid socioeconomic, environmental, and cultural changes in the world.”

La SEP è nei fatti un principio-guida da applicare a tutti i livelli, dal singolo individuo fino ai rapporti tra Stati e al mondo naturale e nel lungo periodo vuole costruire una Thailandia socialmente equilibrata e in grado di rispondere ai rapidi ed estesi cambiamenti nella società, nell’ambiente e nella cultura dovuti alla globalizzazione. Per arrivare a questo risultato, la SEP implica che si agisca con moderazione e ragionevolezza e che si ricerchi sempre conoscenza e moralità nel proporre e attuare progetti di sviluppo.

L’esempio più pratico di attuazione della SEP è nella corretta gestione della terra e delle risorse idriche. Questo nuovo approccio all’agricoltura è comunemente noto in Thailandia come New Theory Agriculture, che si basa appunto su un’agricoltura sostenibile che garantisca l’autosufficienza per le famiglie rurali e una vita in armonia con la natura. La New Theory si articola in tre fasi: 1) sufficienza a livello familiare, 2) sufficienza a livello comunitario, 3) sufficienza a livello nazionale. In pratica si tratta di garantire accesso al cibo e aumento del reddito delle famiglie rurali; cooperazione tra agricoltori all’interno della comunità e creazione di una rete di sicurezza sociale al suo interno; infine arrivare alla sufficienza nazionale grazie alla responsabilità sociale delle imprese verso le comunità rurali e al sostegno del settore pubblico che facilita la fiducia tra gli attori rurali attraverso accordi istituzionali.

Nel 2003, il NESDB ha avviato un movimento a favore della SEP con l’intento di farla conoscere maggiormente all’interno e all’esterno del Paese. Le autorità sperano che una migliore comprensione del concetto tra le persone porti a sia a un più ampio riconoscimento della SEP, sia a una sua maggiore applicazione su scala più vasta e potenzialmente anche ad una sua possibile espansione al di fuori del Paese. Il movimento prevede anche di creare una rete che faciliti l’apprendimento della SEP in tutti i settori e a tutti i livelli della società. Essa si articola in quattro distinti programmi di attuazione: 1) sviluppo e coordinamento della rete di apprendimento, 2) creazione di nuove conoscenze attraverso lo studio e la ricerca, 3) produzione di nuovi curricula e rivisitazione del processo di apprendimento, 4) diffusione dell’informazione e della conoscenza al pubblico.

Il fine dell’istituzione di questo movimento di propaganda a favore della SEP è quello di consentire alla Thailandia di perseguire uno sviluppo equilibrato e sostenibile nel mondo globalizzato. Nelle intenzioni dei promotori vi è la consapevolezza che la teoria contribuirà a costruire e sviluppare fondamenta solide per la società e a migliorare la capacità di adattarsi a qualsiasi cambiamento e shock interno o esterno. Alla fine, l’obiettivo ultimo è il raggiungimento del benessere del popolo thailandese nel suo insieme.

In Thailandia mancano i turisti e il baht si deprezza

Non sembra bastare l’intervento pubblico per riscattare l’economia nazionale dalla pandemia

“Una tempesta perfetta sta insidiando il baht thailandese e l’unico gruppo di persone che può salvarlo è bloccato a migliaia di chilometri dalle lounge degli arrivi di Bangkok, Phuket e Chiang Mai”. Così recita l’incipit di un articolo di Bloomberg, che osserva come l’assenza di turisti in Thailandia si sia ben presto tradotta in un deprezzamento della valuta nazionale. Secondo l’autrice, infatti, il baht è attualmente la valuta con le peggiori prestazioni nei mercati emergenti asiatici. Numerosi fattori concorrono a questo ribasso: il disavanzo nella bilancia dei pagamenti, la contestuale ripresa del dollaro e il rimpatrio stagionale dei dividendi da parte di investitori giapponesi. Ma le infauste prospettive sul turismo sono il vero anello debole della ripresa nazionale.

In generale, le economie emergenti del Sud-Est asiatico sono profondamente innestate nelle maglie della globalizzazione, per questo motivo le conseguenze nefaste della crisi da Covid-19 si sono trasmesse velocemente da un Paese all’altro. La regione intera ha fondato la crescita economica degli ultimi decenni su export, attrazione di investimenti diretti esteri e global value chains – ambiti duramente colpiti dalla pandemia. La contrazione del commercio globale ha inciso fortemente sulla stabilità economica dei Paesi dell’area, nonostante l’ASEAN abbia mantenuto tassi di crescita positivi nel 2020. Insomma, il quadro non è dei più rosei: una serie di concause sistemiche affliggono la regione. 

Come sostiene Victoria Kwakwa, Vice Presidentessa della Banca Mondiale per l’Asia orientale e il Pacifico, le performance politico-sanitarie dei Paesi ASEAN sono state tutto sommato lodevoli, ma questo non è abbastanza per quei Paesi che fanno grande affidamento sull’unico settore che non può essere davvero digitalizzato: il turismo. 

L’ASEAN si è impegnato a fare quanto in suo potere per risollevare la situazione. Ha promosso il Development Framework, il Work Plan 2020-2030 e il White Paper per l’implementazione del turismo intra-regionale e internazionale. Ma in Thailandia nel 2019 i servizi legati al turismo avrebbero contribuito al surplus nella bilancia dei pagamenti del 62%, e la situazione è drammaticamente peggiorata da allora. Il deficit del conto corrente registrato nel primo quadrimestre 2021 ha avuto un effetto a catena e ha travolto il baht thailandese, che a marzo è sceso del 3%. Secondo l’economista Prakash Sakpal, esperto di Asia, il disavanzo corrente di $1,7 miliardi nei primi due mesi del 2021 rapportato con l’avanzo di $8,8 miliardi negli stessi mesi del 2020 descrive plasticamente la situazione. La Bank of Thailand aveva sperato che un deprezzamento del baht potesse risollevare l’economia, rendendo più competitive le esportazioni thailandesi e favorendo il turismo. Tuttavia, mentre la gran parte dei Paesi ASEAN ha conosciuto una vigorosa ripresa delle esportazioni dalla metà del 2020, la Thailandia ha mantenuto un trend negativo, declinando del 1,2% su base annua nel febbraio scorso. 

Secondo Forbes, il Paese spera che allentare le restrizioni sul turismo intra-regionale possa incoraggiare le persone a viaggiare di più. Il Center for Economic Situation Administration sta valutando di accogliere visitatori vaccinati senza sottoporli a quarantena per alcune destinazioni, a partire da luglio 2021. Tuttavia, le diverse varianti di Covid-19 potrebbero rallentare ulteriormente la ripresa del turismo, e forse la ripresa per il Paese intero sarà più lenta del previsto. Una rapida distribuzione dei vaccini è cruciale in questo senso, specie per quanto riguarda il turismo internazionale – ecco perché la lentezza dell’Europa, terzo Paese di provenienza dei turisti che visitano la Thailandia dopo Asia orientale e Sud-Est asiatico, non lascia ben sperare.

Partire col Phad Thai giusto

Il Sud-Est asiatico si afferma sempre più in Italia ed Europa anche grazie alla sua ricca offerta gastronomica

“Non mangiate niente che la vostra bisnonna non riconoscerebbe come cibo”, direbbe lo scrittore statunitense Michael Pollan. Una regola d’oro osservata con rigore specialmente dagli italiani, famosi per essere pronti a scrutare con occhio critico qualsiasi piatto proveniente dall’estero. Eppure, negli ultimi anni la cucina del Sud-Est asiatico sta riuscendo a superare i limiti imposti dalla geografia e ad aggiudicarsi anche il cuore dei più scettici. Ne sono una prova non solo i numerosissimi ristoranti di cucina thailandese e vietnamita che stanno facendo la loro comparsa in tutta Italia, ma anche la produzione di nuove serie tv che raccontano i profumi, il gusto e i colori della cucina asiatica. Ma quali sono i piatti più apprezzati in Europa e in Italia oggi, che conquisterebbero persino la vostra bisnonna? 

Libri interi non basterebbero a spiegare la ricchezza e la varietà di ingredienti della cucina del Vietnam. Ancor prima della colonizzazione francese, che avrebbe dato via all’Unione Indocinese nel 1887 e influenzato in maniera importante le abitudini alimentari di questa regione, è la vicina Cina a dare un contributo fondamentale allo sviluppo di piatti popolari vietnamiti: non solo wonton e noodles di grano, ma anche ingredienti come peperoncini piccanti e granoturco si ritrovano, infatti, in entrambe le cucine. Con l’arrivo dei francesi, la lista degli ingredienti disponibili si è ampliata fino a comprendere patate, cipolle, asparagi, caffè. E sorprendentemente oggi due dei piatti più amati della cucina tipica vietnamita, sia dai locali che dagli europei, vengono proprio dall’influenza dei nostri cugini d’oltralpe! 

Il primo è il Bánh mì, un gustoso panino farcito nei modi più fantasiosi, come per esempio carne arrostita, coriandolo, verdure e salse. Il pane utilizzato è simile nella forma ad una baguette, ma al posto della farina di grano viene utilizzata quella di riso. Il secondo invece è il celeberrimo Pho, una zuppa di brodo di carne e spaghetti di riso. Si pensa che il nome Pho (pronuncia: fuh) venga dal francese pot au feu (stufato di carne), e proprio la presenza della carne di manzo, raramente presente in altri piatti tipici della cucina asiatica, è un altro indice del lascito coloniale. 

E che dire della cucina thailandese? Amata sempre di più in terra nostrana, come sottolineano i numerosi ristoranti che stanno nascendo dappertutto, non solo a Roma o a Milano, ma anche in altre città italiane. Oltre al classico Phad Thai (noodles di riso saltati in padella con verdure fresche, uova, arachidi tostati, salsa di pesce, salsa al tamarindo, aglio, peperoncino, zucchero di palma e lime), la grande varietà di sapori e ingredienti combinati con estro e creatività della cucina thailandese conquista l’occidente giorno dopo giorno: tanto che il thailandese Massaman curry, il “re dei curry”, si è aggiudicato il primo posto nella classifica “The world’s 50 best foods” rilasciata da CNN appena due settimane fa per l’anno 2020. Il motivo? “Persino la sua versione da supermercato sarebbe in grado di trasformare il più incapace dei cuochi in un potenziale Michelin”.

Sebbene sia più difficile trovare in Italia ristoranti di cucina indonesiana, singaporiana, o di altri Paesi del Sud-Est asiatico, l’interesse verso di essi in occidente rappresenta un trend in costante crescita. Basti pensare che molti altri piatti che si sono aggiudicati un posto nella classifica citata poco fa provengono da Paesi ASEAN. O che ben due serie tv (Street Food Asia e Chef’s Table) Netflix, il gigante mediatico sempre attento alle esigenze di mercato specialmente dei giovanissimi, dedicano molti episodi alla cucina di Bali, Yogyakarta, Cebu, e altre sue città. 

Tutti segnali incoraggianti che dimostrano, ancora una volta, come il Sud-Est asiatico, la sua storia, la sua tradizione, e (ovviamente) la sua ricca cucina, suscitino l’interesse sempre più vivo in Europa e nel mondo.

A cura di Valentina Beomonte Zobel

Le ragioni della resilienza thailandese

Intelligenza diplomatica e scelte economiche determineranno la capacità della Thailandia di continuare la sua storia di sviluppo

Anche in un contesto estremamente variegato come il Sud-Est asiatico, la Thailandia è un Paese eccezionale sotto molti punti di vista. In primis, “la terra degli uomini liberi” – questo il significato di Thai Land – è l’unico Paese ASEAN a non essere mai stato colonizzato da Paesi occidentali. In secondo luogo, la straordinaria complessità della cultura thailandese è motivo di ammirazione per i turisti occidentali così come per le altre potenze asiatiche. Infine, grazie ad una geografia favorevole e ad una storia condivisa, la Thailandia si trova nella posizione perfetta per colmare le distanze tra Cina e India e mediare tra le diverse istanze presenti all’interno dell’ASEAN.

I numeri dell’economia hanno certamente contribuito a creare il mito dell’eccezionalità thailandese: il PIL è cresciuto mediamente del 7,5% annuo nel periodo 1960-1996 consacrando la Thailandia come una delle grandi storie di successo dello sviluppo internazionale. Un mix intelligente di investimenti ed incentivi hanno convinto diverse case automobilistiche a trasferire i loro impianti produttivi nel Paese trasformando Bangkok nella “Detroit dell’Asia”. La rapida crescita del reddito pro capite ha permesso alla Thailandia di entrare, nel 2011, nel novero dei Paesi a reddito medio-alto.  Qualche anno dopo, il governo ha messo a punto il masterplan Thailand 4.0 puntando sullo sviluppo di smart cities ed Internet of Things per sfuggire la temuta “trappola del reddito medio”.

Nelle ultime due decadi infatti il PIL thailandese è rallentato seguendo gli alti e bassi del commercio mondiale, e la Thailandia si è trovata ad affrontare il ritorno della povertà e l’aumento delle disuguaglianze. La pandemia di Covid-19 ha messo a nudo le debolezze strutturali dell’economia thailandese e la sua forte dipendenza dalla domanda esterna. L’improvvisa ed inevitabile chiusura dei confini nazionali, ad esempio, ha portato al collasso il settore turistico, che vale circa il 15% del PIL thailandese, mettendo così a rischio 2,5 milioni di posti di lavoro. La Banca Centrale ha previsto che il PIL quest’anno registrerà una flessione del -7.8%: un vero e proprio crollo visto soltanto negli anni della crisi finanziaria asiatica del 1997-1998.

La doppia crisi economica e sanitaria ha trovato l’esecutivo di Prayuth Chan-o-cha già impegnato in un difficile confronto con le migliaia di studenti thailandesi che dallo scorso febbraio sono scesi in piazza a protestare contro il governo dell’ex generale divenuto Primo Ministro. Le proteste di quest’anno si sono contraddistinte per una critica insolitamente esplicita contro i presunti abusi di potere del sovrano, il re Maha Vajiralongkorn, cosa non scontata in un Paese dove l’accusa di lesa maestà può costare fino a 15 anni di prigione. In generale però le proteste sono una manifestazione eclatante della costante tensione tra le speranze progressiste dei giovani e delle classi lavoratrici e le istanze conservatrici delle élite militari e politiche, da ormai diversi anni un tratto distintivo della politica thailandese. 

La Thailandia vanta un’età media relativamente giovane (circa 1/3 della popolazione ha meno di 25 anni), una dotazione infrastrutturale notevole e in costante espansione, ed una posizione geografica benevola, al centro del triangolo Beijing-Delhi-Jakarta. “Caratteristiche generali molto favorevoli” che, insieme alla tradizionale resilienza dei principali indicatori economici e ad alcune tendenze socioeconomiche significative, come la presenza di una forte classe media urbana, contribuiscono a spiegare l’annunciato ritorno di interesse degli investitori per il mercato thailandese. Le recenti manovre economiche del governo, che sembra aver compreso l’importanza dei consumi interni e la necessità di politiche fiscali espansive, potrebbero altresì rappresentare un’opportunità importante anche per le imprese italiane impegnate nelle importazioni di macchinari industriali e beni di consumo. 

La ripartenza del Paese dipenderà insomma dall’abilità di fare leva sull’eccezionalità thailandese di cui scrive anche Kishore Mahbubani, ex diplomatico singaporiano ed attento osservatore delle dinamiche regionali, nel suo libro ‘Il Miracolo ASEAN.’  Un distinto sentimento nazionale, un uso consapevole del soft power ed una raffinata capacità di mediazione sono elementi indispensabili a superare la difficile contingenza economica e sociale e a garantire l’armonia di cui il Paese ha bisogno per continuare la sua storia di crescita e sviluppo.

A cura di Francesco Brusaporco

La risposta della Thailandia alla crisi Covid-19

La Thailandia ha affrontato efficacemente le conseguenze sanitarie ed economiche della pandemia di coronavirus, distinguendosi come un modello da seguire per i Paesi vicini e non solo.

Il 9 luglio, l’Associazione Italia-ASEAN ha organizzato un incontro sulla Thailandia e sulla sua risposta alla crisi causata dal Covid-19 con il Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, Enrico Letta, l’Ambasciatore della Thailandia in Italia, Chirdchu Raktabutr, l’Ambasciatore d’Italia in Thailandia, Lorenzo Galanti, la Presidentessa della Commissione Affari Esteri del Senato thailandese, Pikulkaew Krairiksh, il Ministro thailandese per lo Sviluppo Sociale e la Sicurezza Umana, Chuti Krairiksh e l’Amministratore Delegato di Ducati, Claudio Domenicali. L’incontro è stato moderato dal Vicepresidente dell’Associazione Italia-ASEAN e già Ambasciatore d’Italia in Thailandia Michelangelo Pipan.

Nonostante la Thailandia sia stata il primo Paese al di fuori della Cina ad accertare un caso di Covid-19 sul proprio territorio all’inizio di gennaio, da allora la gestione thailandese della pandemia è emersa come una delle storie di maggior successo nel Sud-Est asiatico e non solo. Al momento, infatti, la Thailandia è soltanto il 99esimo Paese più colpito al mondo, con un numero totale di casi estremamente basso, circa 3200 unità a fronte di una popolazione di oltre 70 milioni di abitanti, e un’incidenza dei decessi in rapporto alla popolazione tra le più basse al mondo. Questi risultati invidiabili sul piano epidemiologico sono il frutto dell’efficace azione del governo, che ha imposto misure restrittive in maniera tempestiva, ma anche dell’incredibile disciplina sociale e del rigoroso rispetto delle regole da parte dei cittadini thailandesi.

Sul versante economico, la Thailandia ha risentito fortemente del crollo del commercio e del turismo a livello internazionale, entrambi settori chiave per l’economia del Regno. Le stime più recenti della Banca centrale thailandese e della Banca mondiale ipotizzano una contrazione del PIL per il 2020 compresa tra i 5 e gli 8 punti percentuali e una ripresa per il 2021 di un valore tra il 4% e il 5%. Il governo thailandese ha pertanto risposto alla grave crisi economica varando un pacchetto di stimolo all’economia reale da oltre 64 miliardi di dollari statunitensi, il 16% del PIL del Paese, pensato per sostenere le famiglie, le aziende e i progetti di sviluppo locale sul territorio. Malgrado l’inevitabile devastazione economica causata dalla pandemia di coronavirus, il governo thailandese, complice anche la solidità delle finanze del Regno, che vanta un rapporto debito pubblico-PIL di appena 44%, si è detto fiducioso di aver limitato i danni e di poter rimettere in piedi l’economia in un tempo relativamente breve. 

L’evoluzione della crisi Covid-19 in Thailandia ha dimostrato una certa resilienza del sistema Paese agli shock esterni. Sia sul fronte economico che su quello più strettamente sanitario, la Thailandia ha dato prova di grande resistenza e flessibilità nella risposta al fenomeno pandemico. Ora l’obiettivo del governo thailandese nel medio termine è, però, quello di operare una cauta riapertura al commercio e al turismo internazionali, cercando, allo stesso tempo, di ridurre la propria eccessiva dipendenza dai fattori esterni. Il governo della Thailandia ha, infatti, dichiarato di voler perseguire una strategia politica all’insegna della nozione di “immunità”, coniugando sicurezza sanitaria, resilienza economica e preparazione alle crisi esterne. Il governo thailandese intende pertanto accrescere la propria autosufficienza economica, di modo da limitare un’eccessiva esposizione agli sconvolgimenti sul piano internazionale, mantenendo comunque un elevato grado di apertura del mercato nazionale al commercio e al turismo esteri.

La Thailandia ha dato grande prova di sé nell’approccio alla pandemia di coronavirus, facendo il possibile per limitare le conseguenze sanitarie ed economiche della crisi Covid-19. La sfida per il Regno nei prossimi anni sarà quella di accrescere ulteriormente la propria resilienza agli shock esterni nell’eventualità di nuove crisi di entità analoga.  

Articolo a cura di Andrea Dugo

La Deutsche Bank in Thailandia

Nel 1978 la prima filiale e da allora un continuo espandersi in tutto il Paese

Il 16 aprile 2020, la Deutsche Bank, nell’ambito di un programma di modernizzazione dei pagamenti guidato dal governo della Thailandia e volto a sostenere l’inclusione finanziaria e l’introduzione dei pagamenti elettronici, ha lanciato il servizio di pagamenti istantanei “PromptPay”. Tale piattaforma, utilizzando un numero di conto o un proxy-id (numero identificativo dell’imposta sulle società), consente di ricevere pagamenti e rimborsi delle imposte sul reddito direttamente dal Dipartimento delle Entrate, senza alcun costo aggiuntivo.

Questa innovativa modalità di pagamento, già introdotta in ASEAN con le piattaforme “Fast” a Singapore e “DuitNow” in Malesia – come osservato da Burkhard Ziegenhorn, responsabile ASEAN del settore Corporate Bank di Deutsche Bank – accrescerà l’efficienza e la velocità dei pagamenti per le aziende nazionali, agevolandole nella sostituzione graduale delle tradizionali transazioni commerciali. Infatti, da un recente report di DB sull’argomento risulta che l’Asia è più propensa all’abbandono di carte di credito e contanti in favore dei pagamenti online ritenuti più sicuri ed affidabili; propensione che l’Istituto tedesco intende assecondare e valorizzare nel continente. Del resto, sin dal 1870, anno della sua fondazione, la Deutsche Bank ha sempre avuto l’ambizione di divenire una banca dal respiro internazionale. Tanto è vero che già nel 1872 vennero aperte le prime due filiali a Shangai e Yokohama e nel 1906, con il nome di Deutsche-Asiatische Bank, la prima filiale di Singapore. Alla fine degli anni’70 la Banca di Francoforte sul Meno approda anche in Thailandia; più precisamente, l’8 settembre 1978, l’Istituto tedesco inaugura la sua prima sede nella capitale Bangkok, operando sotto il nome di Banca Asiatica Europea. Solo pochi anni prima, infatti, la Deutsche-Asiatische Bank e le sue filiali erano state accorpate nella neonata Banca Asiatica Europea (Eurasbank), che diverrà nel 1986 Deutsche Bank (Asia).I primi tentativi e colloqui esplorativi per aprire filiali in Thailandia risalgono al 1960, tuttavia solo nel 1977 il ministro delle finanze thailandese concederà la licenza per l’apertura di una filiale a Bangkok, chiedendo però che fosse consentito alla Thai Farmers Bank di aprire una sede ad Amburgo. Il 3 luglio 1978 l’allora Eurasbank ottenne la licenza e poche settimane dopo iniziò ad operare in un ufficio nel centro della Capitale. Dall’epoca la Deutsche Bank non ha smesso di crescere, aumentando costantemente il numero di filiali e di dipendenti nel Paese e in generale in tutta la regione ASEAN, consapevole delle potenzialità e delle possibilità di espansione in una delle aree economicamente più vivaci del pianeta. Non a caso il 21 ottobre 2019 Pimolpa Suntichok, da poco Chief Country Officer della Deutsche Bank per la Thailandia, dichiarava al Bangkok Post la forte volontà del gruppo bancario di aumentare la quota di clienti locali, considerando la Thailandia tra le economie più importanti dell’area ASEAN.

La strategia dell’Istituto bancario nel Paese, infatti, si sviluppa secondo due direttrici principali: supportare i clienti europei interessati a sfruttare le catene locali di produzione, soprattutto nel settore automobilistico, e agevolare il commercio verso l’estero delle società thailandesi. Nel 2019 la politica di sviluppo delineata dalla Deutsche Bank ha generato in Thailandia una crescita a due cifre del suo volume d’affari e i suoi profitti sono cresciuti del 50% rispetto al 2018.

 

Articolo a Cura di Alessio Piazza.