Giacarta punta a creare centri finanziari internazionali capaci di attrarre banche, family office e gestori patrimoniali
By Tommaso Magrini
L’Indonesia vuole trasformare il peso della sua economia reale in una maggiore influenza finanziaria. Il Parlamento ha approvato una legge che consente la creazione di centri finanziari internazionali, con Giacarta e Bali indicate come candidate. L’obiettivo è attirare fino a 500 mila miliardi di rupie, circa 28 miliardi di dollari, facendo arrivare banche globali, società di investimento, gestori patrimoniali, family office e operatori del leasing di navi e aeromobili.
Il progetto risponde a una debolezza storica. Pur essendo la maggiore economia del Sud-Est asiatico, l’Indonesia continua a vedere molta ricchezza nazionale amministrata all’estero. Singapore resta la destinazione preferita da molte famiglie facoltose indonesiane grazie alla stabilità normativa e a un ecosistema finanziario costruito in decenni. Riportare una quota di quei capitali nel Paese potrebbe approfondire i mercati domestici e finanziare imprese, infrastrutture e innovazione.
Per rendere competitivi i nuovi poli, la legge prevede incentivi generosi. Gli investitori qualificati potranno beneficiare di esenzioni dall’imposta societaria fino a cinquant’anni, agevolazioni sull’Iva e sui redditi prodotti all’estero, disposizioni speciali sulle successioni e permessi per operare in valuta straniera. Sono attesi anche programmi di residenza e golden visa per professionisti e grandi patrimoni.
L’architettura istituzionale prova a rispondere a un’esigenza della finanza internazionale: la certezza delle regole. I centri dovrebbero avere un organismo di supervisione e un’autorità dedicata, responsabili davanti al presidente e al Parlamento. Un tribunale speciale e un sistema arbitrale separato gestiranno le controversie. Il fondo sovrano Danantara dovrebbe fornire il capitale iniziale alla società operativa, collegando l’iniziativa all’obiettivo del presidente Prabowo Subianto di portare la crescita all’8 per cento entro il 2029.
Bali offrirebbe una vetrina internazionale, collegamenti globali e una qualità della vita capace di attirare professionisti. Jakarta garantirebbe invece vicinanza alle istituzioni, alle maggiori imprese e al cuore bancario nazionale. Un modello distribuito tra le due città potrebbe creare un’alternativa complementare, più che una semplice copia di Singapore.
Le criticità non mancano. La legge è stata esaminata in meno di tre settimane e il testo completo non era disponibile dopo l’approvazione, alimentando dubbi sulla trasparenza. Gli incentivi dovranno inoltre essere coordinati con l’imposta minima globale del 15 per cento. Alcuni osservatori temono che protezioni eccessive sulla provenienza dei capitali possano indebolire i controlli antiriciclaggio. Restano poi interrogativi sull’indipendenza delle autorità e sull’autonomia del nuovo sistema giudiziario.
La competizione non si vincerà soltanto con tasse più basse. Singapore e Dubai offrono reti professionali consolidate, tribunali credibili e regole prevedibili. L’Indonesia possiede però un vantaggio diverso: può collegare la finanza a una delle economie più dinamiche dell’Asia, ai grandi progetti infrastrutturali, alla transizione energetica e alle filiere del nickel, delle batterie e dell’economia digitale.

