Mentre la Cina continua a dominare il settore delle terre rare, Vietnam, Malaysia e Thailandia stanno emergendo come nuovi attori strategici nelle catene globali del settore. Anche l’Europa cerca accordi coi paesi ASEAN
By Lara Tarantino
Quando parliamo di terre rare il pensiero va immediatamente alla Cina, ma esiste in realtà una schiera di paesi che, lontano dai riflettori, sta guadagnando terreno nel settore. In particolare, Vietnam, Malaysia e Thailandia sono oggi i protagonisti di una profonda ridefinizione delle catene di approvvigionamento di minerali critici, spinta in particolare dalle tensioni commerciali tra Washington e Pechino e dai nuovi accordi strategici siglati nell’autunno del 2025 con gli Stati Uniti. Ma procediamo con ordine: quali sono le risorse che rendono questi paesi dei tasselli così preziosi nello scacchiere minerario globale?
Il Vietnam spicca come il secondo paese al mondo per depositi di terre rare: secondo le stime dello U.S. Geological Survey (USGS), i suoi 22 milioni di tonnellate rappresentano esattamente la metà del patrimonio cinese. Sebbene la produzione sia ancora agli inizi, i dati di Eco-Business e FULCRUM di aprile 2025 parlano di circa 600 tonnellate annue: il margine di crescita è enorme. Il governo di Hanoi, come riportato da un piano citato da Reuters, punta infatti a portare l’output a due milioni di tonnellate entro il 2030.
Il vero punto di forza di Hanoi è però il tungsteno. I dati USGS confermano che il Vietnam, con 3.000 tonnellate nel 2025, è ormai il secondo produttore mondiale. Il cuore di questa attività è la miniera di Nui Phao, gestita dalla società privata Masan High-Tech Materials. Come spiega The Investor, l’impianto non si limita all’estrazione di tungsteno, fluorite, bismuto e rame, ma trasforma il tungsteno in materiali avanzati per semiconduttori e sistemi aerospaziali. A questo si aggiungono le enormi riserve di bauxite, che secondo Vietnam Briefing sfiorano i 5,8 miliardi di tonnellate, un quinto delle risorse mondiali.
La Malaysia risponde con oltre 16 milioni di tonnellate di riserve e una particolarità geologica non da poco: le sue miniere sono ricche di terre rare pesanti, vitali per la difesa. Ma il vero asso nella manica di Kuala Lumpur è la raffinazione. Il paese ospita il Lynas Advanced Materials Plant, il più grande impianto di lavorazione di terre rare pesanti fuori dalla Cina. I progressi sono rapidi: a metà 2025 la società Lynas ha annunciato la prima produzione commerciale di ossido di disprosio “non cinese”, e pochi mesi dopo ha stanziato 180 milioni di dollari per un’ulteriore espansione. Il tutto è protetto da una strategia politica precisa: dal 2024 vige una moratoria sulle esportazioni di minerale grezzo, obbligando i partner a lavorare i materiali direttamente in territorio malese.
La Thailandia presenta invece un profilo anomalo rispetto ai suoi vicini: le riserve sono modeste, circa 4.500 tonnellate secondo i dati USGS aggiornati a gennaio 2024, ma la sua posizione nella catena produttiva globale è tutt’altro che marginale. Secondo il Krungsri Research Institute, nel paese non esiste estrazione commerciale di terre rare. Le aziende locali, tra cui Sakorn Minerals nella provincia di Prachuap Khiri Khan e Ratanarungsiwat a Phang Nga, operano nella cosiddetta beneficiation: importano minerale grezzo, separano le componenti contenenti terre rare dagli altri materiali e riesportano il concentrato verso paesi in grado di raffinarlo ulteriormente. È questa attività di lavorazione intermedia a spiegare perché l’USGS collochi la Thailandia al quarto posto mondiale per produzione di terre rare nel 2024, con 13.000 tonnellate di ossidi equivalenti. I depositi di terre rare si trovano prevalentemente nelle province occidentali del paese, da nord a sud: Chiang Rai, Mae Hong Son, Kanchanaburi, Prachuap Khiri Khan, Chumphon, Ranong, Phang Nga e Surat Thani, secondo il Dipartimento delle Risorse Minerarie thailandese.
Ma queste risorse, per quanto vaste, non restano confinate nel sottosuolo. I giacimenti sono anche asset in quella che viene definita “diplomazia dei minerali critici”. Un esempio concreto è arrivato con il tour asiatico di Donald Trump dello scorso ottobre. Durante la sua visita a Kuala Lumpur, Washington ha siglato accordi cruciali che impegnano la Malaysia a garantire l’accesso agli investimenti statunitensi in cambio di cooperazione tecnologica e meccanismi di protezione dei prezzi. Nello stesso giorno, intese analoghe sono state raggiunte con la Thailandia e il Vietnam. Anche il fronte europeo si è attivato per ridurre la dipendenza da Pechino con il lancio del piano RESourceEU nell’ottobre 2025. L’UE sta iniziando così a negoziare accordi di libero scambio con Malaysia, Thailandia e Filippine. Questa è una mossa che Bruxelles ritiene necessaria per dare concretezza ai suoi target: il Critical Raw Materials Act impone infatti di raggiungere entro il 2030 una quota di raffinazione domestica pari al 40% del consumo annuo. Un traguardo ambizioso che passa inevitabilmente per le raffinerie e le miniere della “via asiatica”.

