Anche alcuni governi del Sud-Est asiatico stanno affrontando sfide demografiche cruciali: il Vietnam ha abolito il limite di due figli per invertire il calo delle nascite e sostenere la forza lavoro futura, mentre l’Indonesia cerca un equilibrio tra fertilità e crescita economica nelle diverse regioni dell’arcipelago
Di Tommaso Magrini
Negli ultimi anni, diverse nazioni dell’Asia stanno abbandonando o riformando le politiche demografiche basate su limiti al numero di figli, mossi da crescenti preoccupazioni per il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione e le implicazioni economiche di bilanci sempre più squilibrati tra giovani e anziani. Per decenni, alcuni Paesi della regione avevano spinto le famiglie ad avere uno o due figli. Ora stanno ripensando tali approcci per contrastare un trend di natalità in caduta libera.
Uno degli esempi più concreti di questo cambio di paradigma è il Vietnam, che nel 2025 ha ufficialmente abolito il suo storico limite di due figli per famiglia. Introdotta alla fine degli anni ’80 per contenere una crescita demografica percepita come troppo rapida, la politica aveva contribuito ad abbattere il tasso di fecondità nazionale. La legge — che in passato veniva applicata con rigore soprattutto ai membri del Partito Comunista e ai dipendenti pubblici — aveva portato il tasso di fecondità totale (TFR) a circa 1,91 figli per donna nel 2024, ben al di sotto del livello di sostituzione di circa 2,1. Per contrastare questa tendenza, Hanoi ha ora smantellato i limiti e sta parallelamente rafforzando misure di sostegno alla famiglia, come estensioni dei congedi parentali, miglior accesso alle cure prenatali e incentivi economici locali per le coppie con bambini, nella speranza di rendere più attraente la scelta di avere figli.
La decisione di Hanoi riflette una preoccupazione crescente per l’invecchiamento della popolazione e per il potenziale impatto economico di un ridotto bacino di forza lavoro. La cosiddetta “popolazione d’oro” — ovvero il periodo in cui le persone in età lavorativa superano nettamente quelle dipendenti — è prevista terminare entro il 2039, con conseguenze significative sui servizi sociali, sui sistemi pensionistici e sulla capacità di sostenere una crescita economica robusta a lungo termine.
L’Indonesia ha storicamente implementato un robusto programma di pianificazione familiare, grazie al quale il TFR è passato da valori molto elevati negli anni ’70 (oltre 5 figli per donna) a circa 2,1‑2,2 nel 2025, allineandosi al livello di sostituzione demografica. Tuttavia le dinamiche sono complesse e molto variegate tra regioni: aree urbane come Jakarta mostrano tassi di fertilità più bassi, mentre in alcune province rurali restano più alti.
Il governo indonesiano ha riconosciuto che la natalità eccessivamente bassa in alcune aree — insieme a pressioni su alloggi, mercato del lavoro e costi di vita — può influire negativamente sulla capacità di sfruttare appieno il proprio “dividendo demografico”, ovvero il vantaggio economico derivante da un’ampia popolazione in età lavorativa. Per questo le politiche nazionali si stanno orientando verso un equilibrio più attento tra stabilità demografica, accesso a servizi di pianificazione familiare e supporto alle famiglie moderne. Il quadro politico, infatti, non punta più semplicemente al controllo delle nascite, ma a preservare una struttura demografica equilibrata e sostenibile, evitando sia la crescita eccessiva sia un potenziale declino futuro.
La tendenza ad abbandonare le politiche dei due figli in Asia segna un’unica transizione storica da controlli demografici volti a contenere la crescita verso misure volte a prevenirne il collasso. Il successo di queste nuove strategie dipenderà non solo dalle riforme legislative, ma anche da interventi integrati su welfare familiare, mercato del lavoro e costi di vita, per creare condizioni in cui le famiglie si sentano davvero supportate nel fare figli.

