L’ASEAN al centro dello Shangri-La Dialogue

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Il vertice di Singapore ha mostrato un Sud-Est asiatico determinato a non essere soltanto il teatro della competizione tra potenze. L’obiettivo comune è preservare un ordine internazionale basato su regole condivise, evitare la formazione di blocchi contrapposti e ritagliarsi un ruolo più attivo

Di Tommaso Magrini

Per anni lo Shangri-La Dialogue è stato raccontato soprattutto attraverso la lente della competizione tra Stati Uniti e Cina. Anche nel 2026, a Singapore, il confronto tra le due superpotenze ha dominato gran parte dell’attenzione mediatica. Eppure, osservando da vicino il dibattito emerso durante i tre giorni del principale forum sulla sicurezza dell’Asia-Pacifico, è emerso un altro protagonista: il Sud-Est asiatico. In un contesto caratterizzato dall’incertezza sulla tenuta dell’impegno americano, dall’assenza per il secondo anno consecutivo del ministro della Difesa cinese e da una crescente frammentazione dell’ordine internazionale, i rappresentanti dell’ASEAN hanno cercato di trasmettere un messaggio comune: la regione non vuole scegliere tra Washington e Pechino, ma pretende che entrambe contribuiscano alla stabilità regionale in modo responsabile.

La frase pronunciata dal ministro della Difesa malese Mohamed Khaled bin Nordin rappresenta forse meglio di qualsiasi altra la prospettiva della regione. “Ci era stato detto che le regole contano, che gli impegni contano e che le norme internazionali si sarebbero applicate in modo uguale a tutte le nazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni e dal loro potere. Oggi, però, trattati, principi umanitari e impegni internazionali vengono ignorati e interpretati in modo selettivo ogni volta che non si allineano agli interessi geopolitici”, ha detto il ministro malese.

Per molti Paesi dell’ASEAN, il problema non è soltanto la competizione tra grandi potenze, ma la crescente percezione che le regole internazionali vengano applicate in modo selettivo. In un contesto nel quale i Paesi medio-piccoli dipendono dall’apertura commerciale, dalla libertà di navigazione e dalla prevedibilità delle relazioni internazionali, il deterioramento dell’ordine multilaterale viene percepito come una minaccia diretta.

Da qui deriva anche la centralità attribuita all’ASEAN come piattaforma di dialogo. Nel corso del Dialogo, numerosi leader regionali hanno insistito sul fatto che il Sud-Est asiatico non deve trasformarsi in un’arena di confronto tra blocchi rivali. È un tema ricorrente nella diplomazia della regione, ma che nel 2026 ha assunto una rilevanza particolare a causa delle incertezze create dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e dalla ridefinizione delle priorità strategiche americane.

Anche per questo ha assunto un significato particolare uno dei concetti pronunciati dal Presidente vietnamita To Lam: “L’Asia-Pacifico è uno spazio aperto e tutti i Paesi che hanno interessi legittimi possono svolgere un ruolo nel contribuire alla sua pace, stabilità e sviluppo. Ciò che la regione cerca non è né la semplice presenza né l’assenza di una qualsiasi grande potenza. Ciò che cerca è un impegno responsabile”.

Dietro queste parole c’è una posizione che accomuna gran parte del Sud-Est asiatico. I governi della regione non chiedono un disimpegno degli Stati Uniti, né una marginalizzazione della Cina. Al contrario, riconoscono l’importanza di entrambe le potenze per la stabilità e la prosperità regionale. Ciò che chiedono è prevedibilità, moderazione e responsabilità.

In questo scenario, Singapore ha offerto una delle riflessioni più interessanti. Il ministro della Difesa Chan Chun Sing ha affrontato direttamente il tema della percezione della potenza: “Quanto più siamo potenti, tanto maggiore è lo sforzo che dobbiamo compiere per rassicurare gli altri, perché in ultima analisi, nel settore della difesa, le persone non guardano soltanto alle capacità. Guardano anche alle intenzioni”.

La frase coglie uno dei nodi centrali del dibattito regionale. Il problema non riguarda soltanto le capacità militari di una potenza, ma anche le intenzioni che gli altri le attribuiscono. Per questo motivo Singapore continua a promuovere una diplomazia basata sulla trasparenza, sulla costruzione della fiducia e sulla gestione preventiva delle crisi.

In generale, lo Shangri-La Dialogue 2026 ha mostrato un Sud-Est asiatico meno disposto a essere considerato un semplice teatro della rivalità tra grandi potenze. Vietnam, Singapore, Malesia, Filippine e altri Paesi dell’ASEAN hanno cercato di proporre una propria agenda: difesa del multilateralismo, rifiuto della logica dei blocchi, rafforzamento delle regole internazionali e gestione responsabile della competizione strategica.

È ancora difficile dire se questa visione riuscirà a influenzare concretamente l’evoluzione dell’ordine regionale. Ma il messaggio emerso da Singapore è stato chiaro: il futuro della del Sud-Est asiatico non deve essere deciso da altri.

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