Sud-Est, il tesoro della biodiversità

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I mari e le foreste della regione, se protetti in maniera pianificata e seguendo logiche scientifiche calate nella realtà ecosistemica locale, potrebbero diventare un motore della crescita economica regionale

Articolo di Chiara Suprani

A dicembre dell’anno scorso le Filippine e la Malesia sono state travolte da cataclismi naturali che hanno provocato ingenti fatalità e serie conseguenze sul territorio e la biodiversità dei due Paesi. Non solo Filippine e Malesia, ma l’intero Sud-Est asiatico è una delle zone più colpite dal cambiamento climatico al mondo. Eppure, il ruolo della regione è oltremodo cruciale nel progresso degli obiettivi di transizione energetica globale e il suo potenziale economico nel settore della protezione ambientale è stato valutato solo di recente. 

L’Accademia delle Scienze della Malesia ha pubblicato il 15 giugno uno studio commissionato dal gruppo Campaign for Nature, intitolato “The Nexus Of Biodiversity Conservation And Sustainable Socioeconomic Development In Southeast Asia”, che riconosce il valore, in termini sia ambientali sia economici, di investimenti in conservazione e protezione della biodiversità dell’estremità sudorientale del continente asiatico. Per di più, l’Accademia evidenzia il sostanziale contributo che la competenza nella salvaguardia degli ecosistemi dei Paesi ASEAN potrebbe dare ad altri, se fosse elevata a modello di sviluppo socio-economico. Difatti, sebbene il Sud-Est asiatico ricopra solamente il 4 per cento delle terre emerse globali, secondo l’Indice di Conservazione della Biodiversità (Biodiversity Intactness Index- BII) la regione, da sola, ospita l’80 per cento della diversità biologica mondiale. Ciò che fa spiccare il caso del Sud-Est asiatico quale ragionevole modello a cui ispirarsi è dato dal fatto che è la regione meglio capace al mondo di preservare la biodiversità che la caratterizza. Quindi se correttamente finanziato, il Sud-Est asiatico potrebbe essere la culla del nesso a lungo cercato tra crescita sostenibile e conservazione di fauna e flora locali. 

I mari e le foreste della regione, se protetti in maniera pianificata e seguendo logiche scientifiche calate nella realtà ecosistemica locale, potrebbero diventare un motore di crescita economica regionale, la quale non sarebbe più basata sullo sfruttamento ma bensì sull’arricchimento delle risorse naturali, facendo così della regione un modello di crescita economica basata sulla protezione ambientale. 

Lo studio malesiano ha colto l’importanza della protezione ambientale quale fattore economico attivo nella crescita di un Paese grazie ad un report del World Wide Fund for Nature (WWF) del 2018, che ha riconosciuto alla conservazione degli ecosistemi mondiali il valore di 125 trilioni di dollari americani. Di questi, considerato che il 57 per cento di aree marine e foreste protette globali mondiali è nel Sud-Est asiatico, 2,9 trilioni di dollari americani potrebbero finire ai Paesi ASEAN, il cui prodotto interno lordo (PIL) nel 2018 era di 3 trilioni di dollari americani. Quindi il potenziale economico della protezione e conservazione della biodiversità è, nelle premesse, molto allettante, soprattutto per dei Paesi in via di sviluppo. Ma per poter raccogliere questi benefici, i governi della regione devono essere disposti ad investire, a partire da oggi, 10 miliardi di dollari americani all’anno, che potrebbero diventare 46 miliardi annuali nel 2030. Inoltre, i finanziamenti devono essere destinati a progetti come il ripristino delle mangrovie, l’inverdimento delle città, la generazione di crediti di carbonio, l’educazione delle persone e la digitalizzazione. 

Un membro del comitato direttivo di Campaign for Nature, il professor Emil Salim, ha affermato che inquadrare la biodiversità come un’impresa generatrice di entrate è la chiave per coinvolgere le agenzie internazionali e locali nella conservazione. Per esempio il Rimba Raya Biodiversity Reserve Project in Indonesia è il più grande progetto per la riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado forestale (REDD+), che punta a preservare torbiere tropicali ad alta densità di carbonio e ha interrotto la deforestazione di 65 mila ettari che sarebbero stati adibiti alle coltivazioni di olio di palma. Grazie a questo progetto, finanziato anche dalla canadese Carbon Streaming, parte delle entrate derivanti dalla vendita dei crediti-carbonio è stata reimmessa nelle comunità locali e nelle infrastrutture. Questo è stato il primo progetto REDD+ ad aver contribuito a tutti i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e l’interruzione della deforestazione di Rimba Raya ha permesso anche la salvaguardia di 105 mila orangotanghi, specie a rischio di estinzione. 

Tra gli ambienti ecosistemici, le foreste sono tra i più ricchi di biodiversità, e il loro valore non si misura solo nella loro ampiezza, ma anche nella loro rigogliosità e benessere. Trovare il giusto bilanciamento tra agricoltura, arboricoltura e foreste protette è chiave, ma la tutela del loro benessere ecosistemico è imperativo per la loro sopravvivenza, specialmente quando le conseguenze del cambiamento climatico colpiscono le piantagioni tanto quanto gli ecosistemi protetti. Oxford Economics, una società di previsione globale, ha evidenziato che in una prospettiva di lungo termine, Thailandia e Filippine sono sopra la media rispetto all’aumento delle temperature e nella frequenza e volume delle piogge torrenziali. La società ha notato che le ondate di caldo in Thailandia nel dicembre 2014 e in Vietnam nel febbraio 2019 hanno contribuito a far salire i prezzi dei generi alimentari tra il 5 e il 6% durante quei mesi. Quindi concentrare gli sforzi e gli investimenti per migliorare la resilienza climatica degli ecosistemi, ridurrebbe la vulnerabilità di questi a condizioni meteorologiche estreme e permetterebbe ai governi di avere più controllo sulle conseguenze economiche di questi eventi sul Paese. 

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