L’impegno del Governo per le aziende italiane

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di Carlo Calenda, Vice Ministro dello Sviluppo Economico

L’Asia è un’area nella quale si giocherà nei prossimi anni una partita di importanza strategica per le imprese italiane. La forza dei paesi del sud-est asiatico riuniti nell’ASEAN è nei loro 630 milioni di abitanti, nel PIL in costante espansione – con tassi di crescita mediamente del 5% negli ultimi anni – e soprattutto nella dimensione dell’interscambio commerciale – 14 miliardi di euro solo con l’Italia – che già ora li rende grandi esportatori e importatori. Tuttavia il nostro Paese non ha ancora sfruttato fino in fondo le potenzialità dell’area: siamo infatti rimasti indietro rispetto agli altri grandi concorrenti europei e abbiamo finora concentrato la nostra capacità di export prevalentemente sui settori dei macchinari, della chimica e dei
prodotti petroliferi. Per questi motivi l’area ASEAN è al centro dell’impegno del Governo italiano. Si tratta di una scelta strategica – per promuovere l’export italiano fuori dalle nostre destinazioni tradizionali e
più immediate – e al contempo della volontà di approfittare delle notevoli performance economiche che stanno registrando i paesi dell’ASEAN, pur con forti asimmetrie tra di essi. Il Piano straordinario per il rilancio del Made in Italy, varato nei mesi scorsi, va in questa direzione: punta infatti a raggiungere
in tre anni 50 miliardi di export aggiuntivo verso mercati maturi ed emergenti in tutto il mondo. Tra questi ultimi, in particolare nel sud-est asiatico, sono stati individuati Indonesia, Malaysia, Vietnam, Singapore e Filippine, per un totale di quasi 5 miliardi di euro, pari al 10% del nuovo export aggiuntivo potenziale. I dati sull’export italiano verso i paesi ASEAN non appaiono in linea con la notorietà e il prestigio del Made in Italy nel mondo, con esportazioni ancora troppo limitate nell’ambito dell’agroalimentare, del sistema moda e del sistema casa.
Il Piano ha l’obiettivo di espandere la presenza internazionale dell’Italia, grazie all’aumento del numero complessivo delle imprese abitualmente esportatrici di circa 20mila unità, sia alla migliore capacità di intercettare investimenti esteri verso l’Italia, per raggiungere 20 miliardi di dollari di flussi aggiuntivi in entrata. L’azione del Governo è focalizzata a migliorare le capacità competitive delle nostre imprese medie e piccole, che hanno maggiori difficoltà ad allontanarsi dai tradizionali mercati di sbocco europei e devono essere messe in condizione di cogliere le opportunità legate alla crescita della domanda globale
(e all’incremento della classe media nei mercati emergenti, sempre più orientata verso modelli di consumo più vicini al modello di specializzazione produttiva dell’export italiano).
L’aumento della classe media nel mondo e dei relativi consumi in molti paesi, come quelli asiatici consumi in molti paesi, come quelli asiatici, può e deve rappresentare uno sbocco strutturale sempre più importante per le nostre imprese, grandi e piccole, che hanno saputo puntare sulla qualità dei prodotti e dei processi, e che possono portare le capacità tecniche e lo stile di vita italiano ai nuovi consumatori.
Questo percorso passa anche per la politica commerciale dell’Unione Europea, volta a facilitare gli scambi commerciali e ridurre le barriere tariffarie (e non) verso le aree del mondo maggiormente promettenti. Non essendo stato possibile un negoziato generale per l’ASEAN nel suo complesso, la Commissione Europea ha in corso da alcuni anni negoziati per accordi di libero scambio a livello bilaterale con singoli paesi. Allo stato attuale, lo stadio più avanzato riguarda Singapore (con cui il negoziato è ormai tecnicamente concluso ma non ancora siglato) e il Vietnam con il quale – dopo due anni e mezzo d’intense negoziazioni – l’Unione Europea ha raggiunto un accordo di principio per la firma del trattato di libero scambio. L’intesa, che permetterà di aumentare gli scambi commerciali con una delle economie più dinamiche dell’Asia – e che è la prima per il libero scambio con un paese in via di sviluppo – è stata raggiunta lo scorso 4 agosto.
Le aziende italiane avranno un accesso preferenziale al mercato vietnamita, che conta 90 milioni di consumatori, ed a un hub pan-asiatico come Singapore. Sono poi in corso trattative con Tailandia e Malaysia, oltre ai contatti con Indonesia e Filippine per esplorare la possibilità di un accordo, e all’ipotesi di negoziati settoriali con Myanmar per la protezione degli investimenti. L’Italia auspica che questo articolato complesso di attività negoziali – inevitabile per i differenti livelli di sviluppo dei dieci paesi dell’area – possa portare a un sostanziale miglioramento degli scambi con tutto l’ASEAN, arrivando a stabilire gradualmente relazioni commerciali più favorevoli con l’Europa.
Ciò vale anche per quanto riguarda i paesi meno avanzati del gruppo, ossia Laos e Cambogia, mentre il Brunei – per la sua struttura economica peculiare – potrebbe svolgere un ruolo importante negli investimenti diretti esteri in Europa, ora che sono avviati a soluzione i problemi legati al suo inserimento nella black list dell’OCSE. L’importanza dell’ASEAN in chiave futura spinge l’Europa a dare priorità a questi negoziati. È un impegno importante sia in termini di interscambio commerciale che di investimenti esteri, ma anche per garantire adeguata protezione giuridica agli interessi delle nostre imprese. Ad esempio, per contemperare le esigenze dei nostri produttori agricoli, che si trovano sotto pressione a seguito della riforma nel sistema delle preferenze commerciali UE. Da ciò dipende se l’Europa avrà con il sud-est asiatico migliori relazioni commerciali e anche se l’UE rimarrà tra i grandi player che guidano l’evoluzione del sistema economico globale. La Cina, infatti, ha già stabilito dal 2010 un’area di libero scambio con l’intero ASEAN, che comprende gli investimenti: si tratta quindi di un accordo che potrebbe rappresentare sia un mercato di sbocco che un retroterra per delocalizzazioni produttive verso un’integrazione pan-asiatica a guida cinese. Gli Stati Uniti, dal canto loro, con la dottrina “pivot to Asia” dell’Amministrazione Obama, intendono incrementare le loro relazioni con l’intera regione est-asiatica, nella convinzione che la crescita globale futura dipenderà in gran parte dai destini di quest’area. La negoziazione dell’accordo trans-pacifico di libero commercio – concluso lo scorso 5 ottobre ad Atlanta – è la concretizzazione di questa politica.
L’Europa – che com’è noto sta negoziando anche con gli Stati Uniti un altro grande accordo, il TTIP – ha ben presente l’importanza di migliorare il regime degli scambi con i paesi dell’ASEAN, come ha già iniziato a fare con altri due cruciali partner commerciali asiatici, quali la Corea del Sud e il Giappone.
Un nuovo legame commerciale con l’Europa è allo stesso tempo un beneficio anche per l’ASEAN, che da relazioni strutturate e consolidate con l’UE può solo guadagnare in termini di stabilità politica ed economica, affinché non si ripetano né le derive autoritarie che alcuni di questi paesi hanno sperimentato negli scorsi decenni, né le crisi valutarie e finanziarie che negli anni Novanta hanno messo a rischio lo sviluppo e il progresso dell’area.
Oggi è diffusa erroneamente nelle nostre società l’idea che l’Occidente abbia subito, piuttosto che guidato, la globalizzazione, e sono proprio accordi come questi che renderanno evidente, al contrario, come si può guidare il processo sistemico di evoluzione globale delle relazioni commerciali e industriali.
Ritengo che la globalizzazione sia stata un investimento fatto dalle nostre economie per creare nuovi bacini di clienti per gettare le premesse per un’espansione duratura di un modello disviluppo altrimenti condannato alla bassa crescita tipica delle economie di sostituzione; i futuri esiti favorevoli si vedono nel completamento del processo di integrazione delle economie internazionali. Il rafforzamento dei nostri legami commerciali con i paesi ASEAN è quindi un tassello importante di questa evoluzione, che crea le condizioni affinché le imprese europee e italiane possano entrare in un mercato dal potenziale così interessante.

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