Il versatile sistema politico vietnamita

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Hanoi sta crescendo a livello commerciale e diplomatico, ma si trova al centro degli interessi delle potenze globali. Continuare ad approfittarne in modo positivo non sarà semplice, ma il Vietnam vuole continuare il processo che ha tirato fuori dalla povertà milioni di persone dopo la guerra

Quasi due anni prima il XX Congresso del Partito comunista cinese, si è svolto il XIII Congresso del Partito comunista vietnamita. Quasi due anni prima che Xi Jinping ottenesse uno storico terzo mandato da segretario generale, aveva fatto lo stesso Nguyen Phu Trong. In quella sede sono stati nominati i 19 membri del Politburo e soprattutto le quattro cariche cruciali del sistema vietnamita: segretario generale del partito, presidente della Repubblica, primo ministro e presidente dell’Assemblea nazionale (il corpo legislativo unicamerale). Sono le figure su cui si basa il cosiddetto principio dei “quattro pilastri”, che reggono il sistema politico vietnamita.

Eppure, il numero 4 è stato nel recente passato parzialmente eroso. Dopo la morte di Tran Dai Quang avvenuta nel 2018, Trong è stato presidente proprio fino al Congresso del gennaio 2021. In quella sede ha ottenuto una conferma a segretario generale di portata storica. Trong, 76 anni e condizioni di salute da più fonti definite “precarie”, è oggi il leader più longevo del Vietnam dai tempi di Le Duan, successore di Ho Chi Minh, e dal Doi Moi, il programma di riforme e aperture lanciato nel 1986. Accantonato il limite dei due mandati, visto che Trong è segretario generale dal 2011. Segnale che non è stato trovato un accordo sul possibile erede, ma anche completamento di un processo di accentramento di poteri iniziato già all’alba del suo primo mandato, quando la direzione del comitato centrale anticorruzione è passata dal primo ministro al segretario. Trong, in modo simile a Xi Jinping, ha costruito la sua reputazione su una ostentata inflessibilità in materia di sicurezza e di anticorruzione, promossa attraverso la spietata campagna della “fornace ardente” che gli ha consentito di sbarazzarsi dei rivali politici sconfitti al 12esimo congresso del 2016. Strumento utilizzato da Trong, subito dopo il congresso del 2016, per lanciare la campagna della “fornace ardente”, con la quale ha accresciuto la propria popolarità e si è sbarazzato di alcuni rivali politici.

Il percorso è proseguito anche negli scorsi mesi, quando sono arrivate le dimissioni “guidate” di Nguyen Xuan Phuc, l’ex presidente lambito da un’inchiesta anticorruzione nell’ambito del nuovo impulso alla campagna anticorruzione. Phuc era il grande deluso del XIII Congresso, visto che si aspettava la promozione da premier a segretario del Partito. Al suo posto è stato nominato Vo Van Thuong, che con “solo” 52 anni è il membro più giovane del Politburo. Thuong significa continuità, visto che come Trong il neo presidente si pone su una linea ideologica piuttosto ortodossa, ammantata di una forte retorica anticorruzione ma anche di una spinta verso gli affari. Nato nella provincia meridionale di Vinh Long, interrompe una parentesi nella quale tutti e 4 i pilastri venivano espressi dalle province settentrionali. La sua nomina riporta dunque una sorta di bilanciamento regionale che aveva sempre caratterizzato la politica vietnamita. C’è anche chi vede la nomina di un politico in età ancora relativamente giovane come il primo segnale di una futura successione a Trong, magari al prossimo Congresso del 2026.

Nel frattempo, Hanoi cercherà di continuare ad attrarre investimenti stranieri. Diversi colossi internazionali, a partire da quelli dell’elettronica, stanno scegliendo il Vietnam per posizionarsi in Asia o diversificare le proprie catene di produzione rispetto alla Cina. Fenomeno incentivato dagli accordi di libero scambio sottoscritti da Hanoi con Unione Europea e Regno Unito. Ma anche dagli effetti collaterali delle tensioni tra Cina e Stati Uniti,che ha portato della rilocalizzazione di linee produttive in un paese meno esposto politicamente e con un costo del lavoro più basso rispetto a quello della Repubblica Popolare. L’economia vietnamita è cresciuta dell’8,02% nel 2022, il ritmo annuale più veloce dal 1997. Si tratta di un dato superiore anche all’ambizioso +6,%-6,5% che era stato fissato dal governo. A stabilirsi in Vietnam non solo linee produttive di bassa qualità, ma anche produzioni di colossi tecnologici e dell’elettronica. Un elenco lunghissimo in cui figurano, tra gli altri, anche diversi fornitori di Apple.

Ma la geopolitica bussa alla porta. Il Vietnam è sempre più al centro delle attenzioni degli Stati Uniti, che stanno cercando di migliorare i rapporti con un attore importante sullo scenario a cui tengono di più, quello dell’Asia-Pacifico. Non a caso ad aprile si è svolta un’importante visita di Antony Blinken ad Hanoi. Non solo. Il 29 marzo, Joe Biden ha avuto un colloquio telefonico con Trong. Mossa non così usuale, visto che di solito il presidente americano parla con l’omologo vietnamita. Interessante anche il tempismo, visto che il colloquio è avvenuto in concomitanza del summit per la democrazia organizzato dalla Casa Bianca. I più maligni hanno sottolineato che un sistema politico non certo democratico possa alla fine andare bene a Biden qualora questo rientri in una sua strategia o calcolo. Come già accade peraltro con l’India. La visita di Blinken è servita a porre le basi per l’elevazione dei rapporti, che dovrebbe avvenire a luglio. Ma il Vietnam non ha intenzione di lasciarsi “arruolare”, da una parte e dell’altra. Per continuare un processo storico che ha portato fuori dalla povertà milioni di persone, dopo le devastazioni della guerra.

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