La corsa di Hanoi alle rinnovabili è (anche) una strategia di sviluppo economico

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Oggi il Vietnam non è solo una delle economie più promettenti del blocco ASEAN, ma offre uno sguardo sulle opportunità di sviluppo grazie alle rinnovabili. Una panoramica di cosa significa l’allontanamento dalle fossili per Hanoi

Transizione energetica cercasi: a dicembre 2022 il Vietnam ha finalizzato una Just Energy Transition Partnership (JETP) con l’International Partners Group (IPG) composto da Unione Europea, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Italia, Canada, Danimarca e Norvegia. Si tratta di un programma di finanziamenti dedicato ai paesi in via di sviluppo per facilitarne la crescita sostenibile in campo energetico, che nel caso di Hanoi prevede 15,5 miliardi di dollari per ridurre la dipendenza del paese dalle fonti fossili. Con la firma della JETP, per usare le parole del presidente statunitense Joe Biden, “il Vietnam ha dimostrato di essere un paese leader nel tracciare un’ambiziosa transizione energetica pulita che contribuirà alla sicurezza energetica nel lungo termine”.

Con un comparto idroelettrico che già copriva il 40% del mix energetico nel 2013 e una capacità di produzione energetica dal fotovoltaico aumentata di 25 volte in un anno, oggi il Vietnam è già uno dei paesi più promettenti della regione nel campo delle energie rinnovabili. Dal 2010 Hanoi ha iniziato a formulare il suo primo piano per lo sviluppo di nuove infrastrutture energetiche “pulite”, una roadmap che ha fornito le basi per la più ambiziosa Strategia nazionale per lo sviluppo energetico rinnovabile 2016-2030. Il piano punta, inoltre, alla riduzione delle fonti fossili del 25% entro il 2030 e del 45% entro il 2050.

Più crescita, più domanda

A trainare le ambizioni energetiche del Vietnam è la rapida crescita economica, una delle più promettenti nell’area. Secondo gli ultimi dati dell’Ufficio di statistica nazionale il 2022 è stato l’anno dei record, con un aumento del Pil pari all’8,02%, il più alto dal 1997 – anno della crisi finanziaria asiatica. Il cambio di passo economico sottintende un’evoluzione significativa del mercato domestico, accompagnato da importanti investimenti nei compartimenti produttivi che contribuiscono a fare del Vietnam un importante hub manifatturiero.

L’Agenzia per gli investimenti diretti esteri (IDE) del ministero degli Esteri vietnamita prevede tra i 36 e i 38 miliardi di dollari di IDE entro la fine del 2023, buona parte dei quali indirizzati verso progetti high tech e sostenibilità. Ciò non arriva senza la collaborazione di Hanoi, che dagli anni delle prime riforme di mercato ha cercato di attirare più capitali e talenti stranieri in settori ancora poco esplorati e sviluppati. A rafforzare questa visione, anche la ratificazione dell’accordo sulla protezione degli investimenti nel quadro dello EU-Vietnam Free Trade Agreement (EVFTA) del 2020 e l’entrata in vigore della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) del 2022. Nel frattempo, l’aumento della qualità della vita sta accelerando anche la domanda energetica dei cittadini vietnamiti, che insieme alla spinta industriale continuerà a crescere del 10% su base annuale fino al 2030.

Boom solare

Il governo vietnamita ha avanzato diverse strategie per incentivare aziende e cittadini a scegliere la via delle fonti energetiche “pulite”. Il cambio di passo nella produzione di energia solare, per esempio, è stato ottenuto attraverso un generoso tasso di vendita per l’energia immessa nella rete dai pannelli installati sulla propria abitazione: circa 0,09 euro per Kilowattora, poi fissato a 0,08 fino al 2030. Diverso il discorso per impianti finalizzati alla produzione e alla vendita totale dell’energia prodotta, dove la cosiddetta feed-in-tariff (FiT) è inferiore ma comunque più conveniente rispetto a quella dedicata alle centrali a carbone e idroelettriche. 

I risultati non si sono fatti attendere: lo schema ha portato il Vietnam in cima alla classifica dei Paesi ASEAN che investono nel fotovoltaico, raggiungendo una capacità produttiva di 17,6 Gigawatt. Non ancora ai livelli dei 92 Gigawatt prodotti dagli impianti statunitensi, ma che segnala la velocità con cui il processo di transizione energetica vietnamita sta recuperando sui partner occidentali. Un percorso iniziato solo nel 2014 con la prima centrale a energia solare nella provincia di Ninh Thuan.

Dal 2018 sono iniziate anche nuove forme di sperimentazione per portare i parchi eolici laddove non mancano i terreni. Il fotovoltaico galleggiante, per esempio, è oggi visto come un’opzione interessante per sfruttare il potenziale delle dighe vietnamite: ce ne sono oltre 7 mila di varie dimensioni e potenza in tutto il paese, e ciascuna di loro può ospitare dei pannelli galleggianti facilmente agganciabili alla rete preesistente. 

I primi passi con l’eolico

Tra tutte le tecnologie rinnovabili adottate da Hanoi, l’eolico rimane uno dei settori meno esplorati. Secondo gli esperti del Global Wind Energy Council il Vietnam è uno dei paesi con il più alto potenziale eolico del Sud-Est asiatico e, con una corretta pianificazione, potrebbe presto passare dagli attuali 3,5 Gigawatt a oltre 30 Gigawatt di elettricità prodotta. 

Tra le aree strategiche rientrano le coste, dove è possibile tentare la strada dell’eolico galleggiante. Ma anche nelle province settentrionali e nel centro sono in costruzione alcune delle centrali più grandi della regione. Tra queste, per esempio, la centrale eolica galleggiante nella provincia di Bac Lieu, la prima del suo genere costruita nel delta del Mekong.

Le sfide della transizione

Come accade per altri paesi dell’area, la crescita economica non basta per dare inizio a una transizione energetica efficace e coerente. Le proposte di nuovi progetti continuano ad aumentare, ma manca una solida rete elettrica capace di sostenere eventuali picchi della domanda e dell’offerta. Gli investimenti sono ancora insufficienti: per Vietnam Electricity (VE), la maggiore azienda energetica del paese, i capitali investiti nel settore dovrebbero toccare i 150 miliardi per raggiungere i target fissati dalla leadership vietnamita. Sempre VE detiene ancora il monopolio del mercato energetico, e solo dal 2022 è stato avviato un progetto-pilota biennale per testare dei contratti di vendita e acquisto di energia elettrica direttamente dai produttori delle centrali. L’obiettivo? Snellire le procedure e incentivare gli investitori con la prospettiva di agire più liberamente sul mercato.

Alle sfide amministrative e finanziarie si aggiungono quelle strutturali, che vanno dal dilemma dello stoccaggio dell’energia prodotta dalle rinnovabili all’impatto ambientale dei nuovi progetti. Se gli impianti galleggianti offrono un’alternativa all’occupazione di terreni da destinare ad altri scopi, dall’altro lato ostacolano l’accesso alle risorse idriche e ittiche da parte della popolazione locale. Così come in passato non si è prestata troppa attenzione ai danni ambientali causati dall’eccessiva costruzione di dighe e centrali idroelettriche, ora diventa problematico testare le criticità degli investimenti nei nuovi parchi solari o eolici laddove potrebbero impattare gravemente sull’ecosistema.

Non meno importante rischia di risultare il debito – finanziario o “politico” – contratto con i Paesi che investono in Vietnam. Gli incentivi per investire nelle rinnovabili sono solo una delle numerose strategie adottate da Hanoi per aumentare l’ingresso di capitali stranieri nel paese e spingere la crescita economica alleggerendo il debito pubblico. Una scommessa necessaria e con diverse ricadute positive sull’economia, ma con un futuro ancora incerto. Tra le perplessità dei partner europei durante la firma dell’accordo di libero scambio rimane la situazione dei diritti umani in Vietnam – elemento che potrebbe rivoltarsi contro Hanoi come accaduto con il congelamento dell’accordo sugli investimenti tra UE e Cina. Il Memorandum of understanding con gli Usa, invece, promette importanti aiuti per la transizione energetica vietnamita, ma allo stesso tempo vincola il Paese alle importazioni di gas liquefatto naturale. Cina, Corea del Sud, Singapore e Giappone corrono a loro volta per massimizzare i benefici promessi da Hanoi in questo settore: ci saranno risorse sufficienti per monitorare la situazione?

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