RCEP e CPTPP stanno offrendo alle economie dell’Asia-Pacifico un’importante rete di protezione contro il ritorno del protezionismo di Donald Trump. Pur senza annullarne gli effetti, i due grandi accordi di libero scambio favoriscono la diversificazione dei mercati, rafforzano le catene regionali del valore e riducono la dipendenza dall’export verso gli Stati Uniti
Di Tommaso Magrini
Il ritorno dei dazi voluti nel 2025 dall’amministrazione Trump ha riacceso i timori di una nuova fase di tensioni commerciali globali. Ma, rispetto al passato, molti Paesi dell’Asia si presentano oggi meglio attrezzati per assorbire gli shock grazie alla crescente integrazione economica regionale. A fare da scudo sono soprattutto i due grandi accordi commerciali dell’Asia-Pacifico: il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP).
Negli ultimi anni i due trattati hanno contribuito a creare una rete di scambi sempre più fitta tra le economie asiatiche, favorendo la diversificazione dei mercati di sbocco proprio mentre Washington tornava a fare ricorso ai dazi come strumento di politica economica. Pur continuando a considerare gli Stati Uniti un mercato fondamentale, molte imprese della regione possono oggi contare su un bacino commerciale molto più ampio rispetto a quello disponibile durante la prima guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.
Il RCEP, entrato in vigore nel 2022, riunisce i dieci Paesi dell’ASEAN insieme a Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Con circa il 30% del PIL mondiale e della popolazione globale, rappresenta il più grande accordo commerciale del pianeta. Oltre alla progressiva riduzione dei dazi, il trattato semplifica le regole di origine, consentendo alle aziende di costruire filiere produttive distribuite tra diversi Paesi membri senza perdere i benefici tariffari.
Il CPTPP, pur coinvolgendo un numero inferiore di economie, è invece considerato un accordo più avanzato dal punto di vista normativo. Include standard elevati su investimenti, servizi, commercio digitale, proprietà intellettuale e imprese statali, favorendo una più profonda integrazione economica tra i membri. Secondo diversi studi, il CPTPP garantisce una liberalizzazione commerciale più ampia rispetto al RCEP, mentre quest’ultimo punta soprattutto ad ampliare il commercio regionale attraverso una maggiore flessibilità.
La conseguenza è che molte aziende asiatiche stanno progressivamente riorganizzando le proprie catene di fornitura. Piuttosto che esportare direttamente negli Stati Uniti, aumentano gli scambi all’interno della regione, rafforzando un mercato interno sempre più dinamico. Allo stesso tempo, la presenza di regole comuni incentiva nuovi investimenti produttivi nei Paesi ASEAN, che continuano ad attrarre aziende impegnate nella diversificazione delle filiere globali.
Questo non significa che i dazi americani siano privi di effetti. Settori fortemente orientati all’export verso gli Stati Uniti, come elettronica, componentistica e manifattura, continuano a risentire dell’aumento delle barriere commerciali. Tuttavia, rispetto al passato, il peso degli shock viene attenuato dalla possibilità di riallocare parte della produzione e delle esportazioni verso altri mercati regionali.
La crescente integrazione asiatica rappresenta inoltre una risposta strategica all’incertezza della politica commerciale americana. Negli ultimi anni i governi della regione hanno accelerato la firma di accordi economici, digitali ed energetici, puntando a costruire un sistema commerciale meno dipendente da un singolo partner e più resiliente agli shock geopolitici.
In prospettiva, la competizione commerciale tra Washington e Pechino rischia quindi di produrre un effetto inatteso: rafforzare ulteriormente l’integrazione economica asiatica. Se gli Stati Uniti continuano a privilegiare un approccio bilaterale fondato su dazi e negoziati caso per caso, molti Paesi dell’Asia sembrano invece scommettere sul regionalismo e sulla costruzione di un mercato comune sempre più interconnesso. Una scelta che non elimina le conseguenze del protezionismo americano, ma ne riduce significativamente l’impatto e contribuisce a spostare il baricentro del commercio mondiale sempre più verso l’Indo-Pacifico.

