Chipped away. Cosa ci insegna la carenza globale dei semiconduttori?

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La supply chain dei semiconduttori è in crisi dal 2020 e la scarsità durerà ancora. Basta poco per bloccare i flussi commerciali globali. I governi di tutto il mondo intendono investire nel settore per rafforzare la propria autonomia tecnologica, ASEAN e UE potrebbero giocare un ruolo importante.

Il 2021 sembra un annus horribilis per il commercio globale, ancora più del 2020. Molti settori dell’economia hanno beneficiato del “rimbalzo” post-crisi e sembrano tornati ai livelli precedenti alla pandemia. Altri invece sono ancora in difficoltà, con effetti tangibili per i consumatori. L’energia, le materie prime, le automobili, i prodotti IT. Tutto è più difficile da reperire e quindi più caro. Di particolare rilevanza è la carenza di chip, componenti essenziali ormai per tantissimi oggetti di uso quotidiano. La crisi globale della supply chain dei semiconduttori è un caso di studio eccellente per comprendere la natura e le fragilità dell’economia globalizzata. E tocca da vicino i Paesi ASEAN: un paio di loro – Singapore e Malesia – sono tra i principali produttori globali e buona parte dei chip, anche quando proviene da altre parti dell’Asia, passa per le acque del Sud-Est asiatico. 

La global value chain dei semiconduttori presenta delle caratteristiche molto particolari. Tutte le economie del mondo hanno bisogno di questi prodotti, eppure la loro fabbricazione è concentrata in pochissimi Paesi tra di loro interdipendenti, dato che ogni fase della filiera produttiva si svolge in uno Stato diverso. Le aziende di ciascun Paese si sono specializzate in una specifica fase della produzione o in un certo tipo di chip, creando a volte dei veri e propri monopoli regionali. Ad esempio, il 92% dei semiconduttori di dimensioni inferiori ai 10 nanometri viene prodotto a Taiwan. Una sola azienda UE, la ASML, è l’unica produttrice mondiale di scanner EUV, un’attrezzatura essenziale per produrre poi i chip sotto i 7 nanometri a Taiwan. Questa fitta rete di scambi ha spinto i governi a ridurre notevolmente i dazi e infatti i semiconduttori sono tra i prodotti meno tassati del sistema commerciale globale

I chip devono necessariamente circolare e hanno bisogno di un mercato globale liberalizzato e interconnesso. I grandi eventi capaci di rallentare i flussi commerciali, come la crisi Covid, producono in questo settore un susseguirsi di “colli di bottiglia” e infine la scarsità globale senza precedenti a cui stiamo assistendo. Molte fabbriche di chip in Asia sono state costrette a chiudere o a ridurre la produzione a causa della pandemia. Anche il settore dei trasporti sta attraversando un momento di crisi e non riesce più a distribuire i semiconduttori prodotti in Asia nel resto del mondo. Aumentare la capacità produttiva in Asia potrebbe non bastare, se poi mancano i vettori. Anche la guerra commerciale tra USA e Cina condotta da Donald Trump fino allo scorso anno ha avuto un impatto: le restrizioni all’import di chip cinesi ha portato le aziende americane a rivolgersi alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. (TSMC) e alla coreana Samsung, i cui livelli di produzione erano già al limite. La crisi Covid o le tensioni commerciali non sono però le sole cause scatenanti. La novità è che anche fatti di minore entità, a prima vista dotati di rilevanza solo locale, hanno effetti globali. 

“Se una farfalla sbatte le ali in Brasile, può provocare un tornado in Texas”. L’effetto farfalla teorizzato dal meteorologo statunitense Edward Lorenz si applica anche alla globalizzazione e al mercato dei semiconduttori. Una manovra mal riuscita di una sola nave – costruita in Giappone, operata da una società di Taiwan, registrata a Panama e la cui manutenzione è gestita una ditta tedesca: la ormai celebre Ever Given – ha bloccato il canale di Suez per giorni, fermando il 12% del commercio mondiale e quasi 10 miliardi di dollari in merci per ogni giorno di ostruzione. Poche settimane dopo l’incidente a Suez, un altro evento apparentemente locale, la siccità che ha colpito Taiwan, ha avuto un impatto negativo sul mercato globale dei semiconduttori – per giunta, attirando l’attenzione del pubblico su quanta acqua sia necessaria per la loro produzione. Poche settimane prima invece, un incendio in una singola fabbrica in Giappone aveva dato un ulteriore colpo alla capacità produttiva del settore, causando la costernazione dell’industria automobilistica mondiale, per la quale ormai i chip sono sempre più indispensabili. 

Quanto tempo sarà necessario per risolvere questa crisi, secondo i produttori di chip? Almeno un altro anno. Lisa Su, CEO di AMD, ritiene che nel 2022 assisteremo a un miglioramento della situazione, mentre Pat Gelsinger, a capo di Intel, è meno ottimista e prevede che la scarsità di semiconduttori durerà fino al 2023. Nel breve periodo, i prezzi dei semiconduttori rimarranno alle stelle, anche a causa dell’hoarding, l’accumulazione dei chip da parte delle aziende. Hoarding che sta assumendo dimensioni e forme inaspettate, causando anche la reazione dell’amministrazione Biden. Su EBay e le altre piattaforme online sono attivi freelance che puntano i singoli pezzi usati o smontati, li comprano all’asta e poi li rivendono alle aziende. Un sintomo delle difficoltà che le ditte stanno affrontando nell’approvvigionamento. È naturale allora chiedersi cosa stiano facendo le aziende e i governi per affrontare l’emergenza. La soluzione condivisa sembra consistere in massicci piani di investimenti per aumentare la produzione. I governi di Stati Uniti e Unione Europea vogliono però che i nuovi impianti siano aperti sul proprio territorio. La questione va ben oltre il rafforzamento della supply chain o il ritorno economico e occupazionale: i semiconduttori sono un asset strategico troppo importante per correre il rischio di lasciarlo in monopolio ai paesi asiatici.  Nei discorsi di Joe Biden e Ursula Von der Leyen sul tema, espressioni come “sicurezza nazionale” e “sovranità tecnologica” compaiono puntualmente. Anche le aziende sono interessate a spostare parte della produzione fuori dall’Asia, specie dietro promessa di generosi incentivi pubblici: la TSMC ha già avviato la costruzione di un impianto da 12 miliardi di dollari in Arizona e promette ulteriori investimenti negli States, mentre Intel intende investire fino a 80 miliardi di dollari per aprire nuove fabbriche nell’UE. Occorre solo capire dove. L’Italia sta corteggiando il colosso americano per attirare parte dell’investimento, come anche la Baviera, dato che uno degli impianti sarà probabilmente costruito in Germania.

Sfortunatamente questi progetti potrebbero non avere l’effetto sperato. Per quanto la global value chain dei semiconduttori sia studiata con attenzione e rigore dagli esperti, rimane difficile ‘codificare’ i vantaggi competitivi delle aziende leader del settore. Il know-how richiesto cade, per una buona sua parte, nel campo della conoscenza tacita e non può essere trasferito facilmente dalle fabbriche in Asia a quelle in Europa o negli USA. Tanto è che le aziende costruiscono i nuovi impianti riproducendo in modo fedelissimo l’organizzazione e la planimetria di quelli già esistenti – coerentemente con la propria, celebre, strategia Copy Exactly!, Intel riproduce dettagli come la pressione barometrica, la temperatura del colore dell’illuminazione o la tinta dei guanti. Inoltre, il fatto che la produzione mondiale dei semiconduttori sia così concentrata in una singola regione, l’Asia dell’est, e dipenda da un fitto intrecciarsi di catene del valore regionali costituisce una debolezza, ma anche un punto di forza del settore. Le nuove fabbriche lontane dall’Asia riusciranno a trovare il loro posto nella global value chain? Riusciranno ad essere competitive?

I Paesi ASEAN possono giocare un ruolo importante nel futuro dei semiconduttori e già valgono il 22% dell’export mondiale di componentistica elettronica. Come accennavamo, Singapore e Malesia sono già degli attori importanti del settore e potranno attrarre nuovi investimenti da USA, Taiwan e Corea. Thailandia e Vietnam hanno varato dei piani ambiziosi di incentivi e investimenti per favorire la crescita del settore nel proprio territorio. Hanoi dovrebbe portare avanti un piano ambizioso di potenziamento infrastrutturale e riforme, se vuole attirare anche investimenti diretti dall’estero. Anche l’Indonesia è un ambiente promettente per lo sviluppo dell’industria dei semiconduttori, anche se tale sviluppo è frenato dalla mancanza di infrastrutture e dalla mancanza di accordi commerciali significativi con i suoi partner internazionali. Anche per i semiconduttori, infatti, i trattati di libero scambio giocheranno un ruolo cruciale nello sviluppo delle supply chain regionali e globali: tutti i Paesi ASEAN sono parte dell’accordo RCEP e, tra loro, Singapore e Vietnam già beneficiano di un legame molto stretto con l’UE. 

È difficile prevedere il futuro del mercato mondiale dei semiconduttori. O meglio, dove sarà tale futuro. Gli Stati produttori tradizionali intendono mantenere la propria centralità, mentre i Paesi ASEAN, l’UE e gli USA intendono iniziare a giocare un ruolo maggiore. L’unica cosa certa è che, negli anni a venire, il settore attrarrà miliardi di dollari in investimenti privati e pubblici.

Si ringrazia Filippo Bizzotto per il supporto nella preparazione e nella revisione dell’articolo.

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