Gli effetti dell’inflazione sull’ASEAN

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I Paesi del Sud-Est asiatico studiano il modo per reggere alla pressione causata dall’aumento dei prezzi. Ecco in che modo

Articolo a cura di Chiara Suprani

Le iniziative di policy per la ripresa post-pandemica dei Paesi si sono dovute confrontare con l’aggravamento della crisi alimentare attuale, esacerbata dalla guerra. Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari (IFPRI), fino ad oggi il 17,22% del mercato internazionale dei prodotti alimentari è stato soggetto ad innalzamento delle barriere tariffarie, e non,  o ad embarghi. L’inflazione, colpendo in particolare i Paesi delle economie più avanzate, ha ridotto l’afflusso di investimenti diretti esteri (IDE) da queste economie verso quelle dell’ASEAN. Secondo la Federal Reserve degli Stati Uniti, il tasso medio di inflazione nei Paesi dell’ASEAN è aumentato dallo 0,9% di gennaio 2021, al 3,1% di dicembre 2021, per poi raggiungere il 4,7% ad aprile 2022. I tassi di inflazione fino ad Aprile di Indonesia, Singapore, Laos e Thailandia sono stati tra i più acuti: Indonesia 149%, Singapore 161%, Laos 206% e Thailandia 267%. Il tasso di inflazione è diminuito in Malesia, mentre è rimasto sostanzialmente invariato nelle Filippine e nel Vietnam.  Tuttavia, in molti Paesi, la fiducia dei consumatori oggi è inferiore a quella del periodo pre-pandemico, e per gli economisti non si è arrivati ancora al picco massimo di pressione inflazionistica, che è previsto nei prossimi mesi. Sebbene le conseguenze della crisi degli approvvigionamenti, della ripresa post pandemica e della guerra in Ucraina non abbiano colpito in maniera uniforme i Paesi membri dell’ASEAN, tuttavia la reazione condivisa dalle banche centrali da alcuni di questi è stata quella di non aumentare immediatamente i tassi di interesse. Nelle Filippine, la banca centrale Bangko Sentral ng Pilipinas (BSP) si prepara ad alzare di mezzo punto i tassi di interesse, portando il tasso chiave dall’attuale 2,5% a 3%. In Indonesia, a marzo, il governo aveva dichiarato di voler mantenere l’inflazione tra il 3 e il 5 per cento per i prodotti alimentari, come l’olio di palma. Eppure, a giugno, l’inflazione è aumentata del 4,35% su base annua. Tra i Paesi dell’ASEAN, come nel caso del Vietnam il divieto di esportazioni di prodotti alimentari si applicherebbe solamente se la situazione interna fosse davvero critica. Per altri, lasciare l’economia aperta e priva di barriere o vincoli è ancora più vitale, come per Singapore. Ma alcuni Paesi hanno fatto della logica dietro all’espressione “nazionalismo alimentare”, cioè l’interruzione dell’esportazione di certi prodotti particolarmente chiave per l’economia del Paese, una vera e propria iniziativa di policy, con conseguenze a catena sulle economie dei loro partner ASEAN. Per stabilizzare il prezzo delle carni di pollo, il governo della Malesia ha imposto un embargo all’esportazione di carne di pollame a partire da giugno, e una task force chiamata dal Primo Ministro Ismail Sabri Yaakob “Jihad against inflation”, per combattere l’inflazione. In Indonesia l’embargo di olio di palma durato tre settimane, è stato quello con l’effetto monetario più impattante dall’invasione russa dell’Ucraina, con 19 miliardi di dollari americani di prodotto soggetti a restrizioni. Giacarta, a causa dell’embargo di carne di pollo della Malesia, ha iniziato ad inviare tonnellate del prodotto a Singapore. La città-stato, il cui piatto nazionale è di fatto il riso al pollo (chicken rice), si è trovata nella condizione di dover differenziare il proprio approvvigionamento. Nell’attuale situazione inflazionistica e di nazionalismo alimentare, secondo Roehlano M. Briones, ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sullo Sviluppo delle Filippine (PIDS), occorre “integrare la cooperazione regionale, (che) è qualcosa che è abbastanza cruciale per guidare e stimolare la crescita continua e l’emergere di una regione ricca di scambi regionali di mais e carne all’interno dell’ASEAN.” 

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