I diritti della comunità LGBT+ nei Paesi ASEAN

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I diritti della comunità LGBT+ sono un argomento controverso nei Paesi del Sud-Est asiatico. Anche se in alcuni casi si sono fatti passi avanti, la stigmatizzazione sociale, l’omofobia e la transfobia rimangono frequenti.

L’ASEAN dagli anni ’90 sembra essersi sempre più interessata alla questione dei diritti umani. Questo è dimostrato anche dalla volontà dei suoi Stati membri di istituire nel 2009 la Commissione Intergovernativa per i Diritti Umani (AICHR). A questo si aggiunge anche la promulgazione da parte della Commissione, nel dicembre 2012, della Dichiarazione sui Diritti Umani dell’ASEAN (AHRD). Questa dichiarazione non è però vincolante per gli stati membri. Infatti, la Commissione Intergovernativa per i diritti Umani è un organo puramente consultivo, privo di ogni capacità di coercizione sugli Stati membri dell’Asean. In secondo luogo, in questa dichiarazione non vengono di fatto garantiti i diritti alla sessualità. Nella dichiarazione sui diritti umani dell’ASEAN, per esempio, non si fa alcuna menzione del termine SOGI (Sexual Orientation and Gender Identity). I rappresentanti di Malesia, Brunei e Singapore si sono opposti fermamente alla menzione di questo termine nell’AHRD andando a scontrarsi con i rappresentati di Indonesia, Filippine e Thailandia, che erano stati invece a favore dell’inclusione di questo termine nella stessa dichiarazione.

I diritti della comunità LGBT+ sono un argomento controverso nell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico; infatti, alcuni paesi dell’ASEAN non riconoscono ancora i diritti fondamentali della comunità LGBT+, mentre altri stanno facendo passi in avanti in questo campo. Per esempio, Singapore ha una comunità LGBT+ molto organizzata, ma ha ancora nel suo codice penale l’articolo 337 che condanna le pratiche omosessuali. Anche se negli ultimi anni questo articolo è stato applicato sempre meno frequentemente, la sua presenza nel codice viene usata come giustificazione per non dare protezione e per non estirpare i pregiudizi verso la comunità LGBT+. In una indagine statistica realizzata nel 2019 emerge che la maggioranza degli intervistati, per la precisione il 61.6%, crede che una relazione sessuale tra due adulti dello stesso sesso sia sempre sbagliata o inopportuna e solo il 5,6% ritiene che non ci sia nulla di male. Questo dato mostra che purtroppo un cambio di passo su questo tema non è vicino.

Al contrario, il 73% dei filippini, secondo un sondaggio, è convinto che l’omosessualità debba essere accettata dalla società. Secondo una ricerca del Pew Research Centre di Washington, le Filippine nel 2013 erano già nella top 10 dei Paesi più gay-friendly nel mondo; a conferma di ciò nel Paese si sono avute diverse “pride marches” e nelle università sono state costituite delle “gay societies”. Le Filippine però, come gli altri membri ASEAN, non hanno una legge nazionale contro la discriminazione della comunità LGBT+. Tuttavia, Filippine e Thailandia si sono unite nel 2011 nella dichiarazione congiunta che rinuncia agli atti di violenza e violenze contro i diritti umani basati sull’orientamento sessuale e sono gli unici due stati dell’ASEAN in cui, a livello locale, ci sono ordinanze contro le discriminazioni della comunità LGBT+. Nelle Filippine ci sono all’incirca 25 ordinanze locali che condannano atti di discriminazione contro questa comunità. In ogni caso, anche se queste ordinanze sono un grande passo in avanti, non hanno dei meccanismi di applicazione chiari e quindi rimangono comunque perlopiù simboliche.

Anche il Brunei criminalizza l’omosessualità, essendo diventato nel 2013 il primo Paese dell’area ad applicare la Sharia a livello nazionale. In questo stato gli uomini che praticano atti omosessuali possono rischiare fino alla pena di morte. Inoltre, secondo il codice penale ogni uomo che si veste e si atteggia come una donna e ogni donna che si veste e si atteggia da uomo può andare incontro ad una sanzione di 4,000 $ o ad un anno di reclusione. Anche in Malesia sono previste pene severe alle persone della comunità LGBT+. A gennaio dello scorso anno, i ministri del governo avevano proposto di aumentare le sanzioni penali contro le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender e inoltre, solo da giugno 2021, oltre 1.700 malesi, appartenenti alla comunità LGBT+, sono stati inviati in un campo di rieducazione. Severe punizioni sono anche previste in Aceh, regione autonoma dell’Indonesia. In questa regione, che ha il permesso di seguire le leggi della Sharia, solo nove mesi fa sono state fustigate pubblicamente alcune persone in quanto omosessuali. Nel resto dell’Indonesia invece non c’è alcuna legge che impedisca relazione omosessuali e inoltre alle persone transgender è permesso di cambiare il genere legalmente, ma solo dopo l’intervento di riassegnazione del sesso. In Myanmar le persone omosessuali e transgender non godono invece di alcun diritto e sono legalmente perseguitate tramite l’articolo 377 del codice penale. In Cambogia, Vietnam e Laos, l’omosessualità è legale, ma spesso non è prevista una legislazione chiara a favore dei diritti della comunità LGBT+. 

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