Le ambizioni spaziali asiatiche

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Da alcuni dei più antichi programmi spaziali del mondo (Indonesia) a paesi con un’esperienza molto limitata anche nelle applicazioni di dati satellitari (Cambogia), da sforzi nazionali puramente accademici e commerciali (Singapore) a forti programmi controllati dal governo (Vietnam): i Paesi membri dell’ASEAN coprono l’intero spettro dei casi possibili quando si tratta di programmi spaziali, con ambizioni chiare e funzionali al proprio sviluppo.

Articolo a cura di Fabrizia Candido

Dati i livelli estremamente diversi delle industrie spaziali nella regione, non sorprende che non ci siano priorità spaziali in cima all’agenda dell’Associazione. Non solo le spese spaziali e lo stato di preparazione delle infrastrutture variano da paese a paese, ma ci sono ancora membri che non dispongono di agenzie specializzate per le questioni spaziali.

La cooperazione internazionale svolge quindi un ruolo chiave nello sviluppo dei programmi spaziali dei paesi ASEAN. Si cerca la collaborazione con nazioni con maggiore esperienza, che abbiano risorse finanziarie e competenze tecniche, e che siano disposte a supportare i programmi dei paesi con minori capacità. Poiché non ci sono potenze spaziali affermate nella regione del sud-est asiatico, è essenziale che questi paesi guardino un po’ più lontano, più precisamente a Stati Uniti, Giappone, India e Cina per fondi, tecnologia e formazione.

La “corsa allo spazio” del sud-est asiatico ha obiettivi più ridimensionati ma non per questo meno importanti: garantire che le risorse naturali non vengano sprecate ed evitare potenziali disastri ambientali. Sulla base del Piano d’azione dell’ASEAN per la Scienza, la Tecnologia e l’Innovazione 2016-2025, l’Associazione è attualmente a metà del suo percorso verso il miglioramento delle capacità in tre aree prioritarie: geoinformatica (es. telerilevamento, GNSS, GIS), applicazioni della tecnologia spaziale (ad es. riduzione del rischio di catastrofi, monitoraggio dell’ambiente e delle risorse, comunicazioni) e satelliti (ad es. nano, micro e piccoli satelliti, ecc.).

Un chiaro esempio viene dal Myanmar. Sembrerebbe un momento insolito per concentrarsi sull’invio di satelliti nello spazio mentre i conflitti civili infuriano e il COVID-19 continua a diffondersi. Tuttavia, il programma spaziale birmano, sviluppato in collaborazione con l’Università di Hokkaido e l’Università di Tohuku in Giappone, mira a migliorare la connettività, mitigare l’impatto dei disastri naturali e aumentare la produzione agricola. Ed ecco come: nell’agosto 2019 è stato lanciato Myanmar-sat2 per fornire servizi di distribuzione video e a banda larga migliorati. Con il nuovo satellite, e con quelli futuri, il Myanmar non dovrà più pagare una cifra pari a 10 (o più) milioni di dollari all’anno per noleggiare canali satellitari da Cina, Thailandia, Stati Uniti e Vietnam. In questo modo, per esempio, sarà possibile mostrare agli agricoltori cosa sta succedendo ai raccolti nei campi che possono essere difficili da raggiungere in determinati periodi dell’anno. Inoltre tali strumenti allerterebbero le autorità circa cambiamenti o stravolgimenti in aree remote che altrimenti passerebbero inosservati, consentendo di contrastare pratiche illegali come il disboscamento o l’estrazione mineraria prima che vengano arrecati seri danni all’ambiente locale. Ma, principalmente, i satelliti monitoreranno i fenomeni meteorologici, come i tifoni, e rileveranno l’attività sismica, consentendo alle autorità di evacuare a tempo debito persone e bestiame. Inoltre, in caso di disastro avvenuto, i satelliti forniranno agli analisti dati sui tempi di recupero delle aree interessate. È per tali fini che il Myanmar si è unito alla “super-costellazione” di nove nazioni asiatiche, tra cui anche Indonesia, Filippine e Vietnam, per lanciare e monitorare microsatelliti, condividendo tecnologia e dati osservativi.

Le stesse università giapponesi che collaborano con il Myanmar hanno aiutato anche le Filippine a lanciare un satellite nel 2016 che si è rivelato fondamentale per rilevare una malattia nei campi di banane. Tuttavia, il Philippine Space Development Act è stato approvato solo a dicembre 2018. Il disegno di legge prevede una politica di sviluppo e utilizzo dello spazio che funzionerà da tabella di marcia strategica per il futuro sviluppo spaziale.

Quanto alla Thailandia, invece, agli inizi degli anni Duemila il paese ha firmato un accordo bilaterale con la Francia per co-sviluppare il Thailand Earth Observation Satellite (Theos). I dati di Theos sono stati utilizzati per mappare le aree contese tra Cambogia e Thailandia, monitorare l’area delle colture agricole, ottenere aggiornamenti sulle situazioni di inondazione e per vari aspetti della gestione delle risorse naturali. Theos-2, che è stato approvato nel 2017 e il cui lancio era inizialmente previsto per il 2020, dovrebbe essere messo in orbita nel 2022.

Più indietro si collocano Laos, Cambogia, Brunei, mentre più ambizioso è il Vietnam. Fu di fatto un astronauta vietnamita, Pham Tuân, il primo uomo del sud-est asiatico ad andare nello spazio nel 1980. Il Vietnam, che nel 2017 ha annunciato che entro il 2022 avrebbe prodotto un satellite proprio e che sarebbe diventato “uno dei Paesi leader della regione in questo campo”, sta sviluppando, in collaborazione con il Giappone,  due tipi di satelliti dotati di radar dal peso di 600 kg chiamati LOTUSat-1 e LOTUSat-2 il cui lancio è previsto per il 2023.

Ma ad avere il programma spaziale più avanzato all’interno dell’ASEAN è l’Indonesia, avendo istituito la prima agenzia spaziale nazionale della regione ASEAN nel 1963, la LAPAN. Data la sua posizione e le sue condizioni geomorfologiche, l’Indonesia ha da tempo riconosciuto l’importanza della tecnologia spaziale per il suo sviluppo. Gran parte del programma spaziale indonesiano si concentra su applicazioni di comunicazioni spaziali, satelliti meteorologici, satelliti di telerilevamento e studi sugli aspetti socioeconomici e legali della tecnologia spaziale. Inoltre, in linea con la sua politica nazionale, l’Indonesia lavora alle sue capacità di lancio e ad altre tecnologie strategiche: l’obiettivo è l’autosufficienza nelle attività spaziali, arrivando a lanciare un satellite di produzione propria entro il 2040. Il paese, infine, sta aumentando il suo impegno negli affari spaziali globali, come dimostrato dalla partecipazione attiva agli Space Economy Leaders Meetings, un nuovo formato creato nel G20 dall’Arabia Saudita e poi ereditato dall’Italia. 

Infine, l’incursione di Singapore nello spazio è stata più recente rispetto ad altri paesi dell’ASEAN. Tuttavia, date le sue risorse finanziarie e tecnologiche, Singapore ha progredito rapidamente. Ad oggi, si concentra principalmente sull’uso della tecnologia spaziale per le comunicazioni, il controllo delle risorse e la ricerca accademica. La città-stato sta di fatto costruendo un pool di talenti con competenze tecniche nelle tecnologie satellitari, con numerosi programmi universitari che offrono corsi pertinenti. Il Satellite Technology and Research Center (STAR) della National University Singapore, per esempio, offre corsi per studenti universitari e post-laurea al fine di formare la manodopera necessaria per fare del Paese una punta dell’industria di veicoli spaziali.

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