Siccità record nel bacino del Mekong: come mitigare i rischi ambientali

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Il Mekong è tra i corsi d’acqua più lunghi del continente asiatico e rappresenta non solo una vitale fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono nel suo bacino idrografico, ma anche un oggetto di contesa tra i governi locali. L’ASEAN può giocare un ruolo fondamentale nella promozione della cooperazione regionale e del dialogo con la Cina.

Il Mekong nasce sull’altopiano tibetano in Cina e si snoda per più di 4000 chilometri attraversando Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam prima di sfociare con un ampio delta nel Mar Cinese Meridionale.  Il fiume ricopre un ruolo chiave nella regione del Sud-Est asiatico: dalle sue acque dipendono non solo il sostentamento di oltre 60 milioni di persone, ma anche gli equilibri geopolitici regionali.

Per il quarto anno consecutivo, la regione si avvia ad affrontare un’emergenza idrica che, oltre a risentire dell’aggravamento della crisi climatica, riflette la conflittualità che caratterizza le politiche di gestione dei flussi. La Mekong River Commission (MRC) – organizzazione intergovernativa che raccoglie Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam, i quattro Paesi del basso bacino fluviale – ha citato “bassi flussi regionali, fluttuazioni idriche e siccità” tra i rischi che le autorità locali sono chiamate ad affrontare con urgenza. Il governo cambogiano ha comunicato che le precipitazioni della stagione delle piogge “non saranno sufficienti per soddisfare i bisogni immediati” e ha raccomandato un utilizzo parsimonioso delle preziose risorse idriche, in particolare nelle zone rurali.

Come evidenziato nell’ultimo rapporto della Mekong River Commission pubblicato a inizio gennaio, le significative anomalie che hanno colpito il regime idrologico a partire del 2015 sono il risultato della pericolosa combinazione tra rischi naturali e pressione antropica. La scarsità di precipitazioni si somma alle attività di sfruttamento intensivo delle acque, esacerbando l’impatto devastante su ecosistemi, attività economiche e sul sostentamento delle popolazioni locali. 

Secondo quanto emerge da uno studio congiunto realizzato dallo Stimson Center e dalla società di ricerca Eyes on Earth, in alcune aree del bacino del Mekong “il prelievo di acqua e il rilascio innaturale delle dighe hanno completamente alterato il flusso naturale del fiume”. L’acqua viene infatti trattenuta dai sistemi di stoccaggio durante la stagione umida, mentre i flussi aumentano relativamente nella stagione secca, quando però il livello delle acque è troppo basso per fare la differenza.

La competizione per il controllo dei flussi del Mekong è resa manifesta dal numero di dighe che continuano a sorgere lungo il suo percorso: undici le principali, la maggior parte delle quali si trova in territorio cinese, a cui vanno sommate le centinaia di costruzioni minori costruite lungo gli affluenti e utilizzate per le attività di pesca e agricoltura. Fin dagli anni ‘90, Pechino è stata impegnata in un ambizioso progetto idroelettrico che si è sostanziato nella costruzione di dighe e centrali lungo corso superiore del fiume nella provincia meridionale dello Yunnan. Inoltre, attraverso la concessione di ingenti finanziamenti, le autorità cinesi hanno appoggiato le ambizioni del vicino laotiano, che non ha fatto segreto di voler puntare sull’idroelettrico per convertirsi nella “batteria d’Asia” e rilanciare la propria economia.

In risposta ai crescenti rischi – con i livelli del fiume che raggiungono i valori più bassi livelli mai registrati negli ultimi 60 anni – la Mekong River Commission invita i sei Paesi coinvolti “ad agire con determinazione” e suggerisce l’istituzione un meccanismo di notifica comune sulle fluttuazioni anomale del livello dell’acqua e un sistema coordinato di gestione di bacini e dighe.

Nonostante la Cina abbia negato le accuse di approfittare della posizione strategica a monte del fiume per capitalizzare unilateralmente le acque comuni ed esercitare pressione politica sui Paesi vicini, la riluttanza a condividere i dati relativi al funzionamento delle dighe e la stessa assenza all’interno della Mekong River Commission evidenziano il persistere di tensioni politico-diplomatiche che compromettono la cooperazione regionale in tema di gestione delle risorse.

Secondo gli esperti dello Stimson Center e di Eyes on Earth, la soluzione migliore sembrerebbe essere un accordo internazionale di condivisione dell’acqua che garantisca “un livello di base del flusso dalle dighe a monte durante i periodi di siccità”, con l’obiettivo di scongiurare crisi future e attenuare simultaneamente la sfiducia nei confronti della Cina. In questo contesto, si rende necessaria una più stretta sinergia tra i segretariati della MRC e dell’ASEAN. L’Organizzazione può infatti contribuire a dare maggiore centralità al progetto di gestione sostenibile e coordinata del Mekong all’ interno dell’agenda politica regionale. Simultaneamente, resta cruciale il ruolo dell’ASEAN nel promuovere un percorso di sviluppo condiviso e sostenibile con la partecipazione della Cina, la quale auspicabilmente non resterà a lungo indifferente a fronte dei vantaggi reciproci che una convivenza pacifica lungo il fiume più produttivo della regione potrebbe offrire.

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