Dighe del Mekong: l’impatto su comunità ed ecosistemi

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Il Centro studi vietnamiti apre al dibattito sullo sviluppo della regione, che negli ultimi anni è trainato da progetti infrastrutturali tanto ambiziosi, quanto controversi

Giovedì 12 maggio il Centro studi vietnamiti (Csv) ha ospitato un webinar per approfondire gli aspetti ambientali, sociali e legali che ruotano intorno alla costruzione di dighe lungo il Mekong. Si tratta di un’area che occupa 790 mila km2 e abbraccia paesi molto diversi tra loro per governo, economia e demografia: tutti fattori che influenzano priorità (e quindi approcci) al tema dello sviluppo. I nove interventi, preceduti dai saluti dell’ambasciatore Duong Hai Hung, hanno cercato di coprire tutti questi aspetti: tra i relatori, esperti di scienze della Terra, ittiologia, impianti idroelettrici e diritto. 

Un ecosistema in pericolo

Come ha spiegato il professore Simone Bizzi, il Mekong funziona come un organismo a sé. Ogni elemento dell’ecosistema fluviale è in costante mutamento e si autoregolamenta per mantenere la propria “salute”. L’inserimento di organismi alieni, come dighe e centrali idroelettriche, può avere un impatto devastante – soprattutto se l’intervento non avviene nel rispetto delle specificità del territorio.

Un caso studio è quello delle dighe costruite nel bacino alto del Mekong, dove la Cina sta investendo ingenti risorse per potenziare lo sviluppo dell’area attraverso l’idroelettrico. Solo lungo il Lancang, affluente situato nella provincia dello Yunnan, sono operativi 65 impianti e Pechino ha in programma la costruzione di altre 23 dighe. Tra i diversi problemi, la loro presenza sta “inceppando” il trasporto dei sedimenti, che ogni anno ammontano a circa 160 mega tonnellate (trenta volte il peso della piramide di Giza): l’accumulo dei sedimenti provoca la stagnazione a monte del corso d’acqua, mentre non arrivano più i nutrienti che sostengono la biodiversità a valle. Un fenomeno che non ha conseguenze solo sul pescato, ma anche sulle risaie e le attività agricole in generale.

Sviluppo (in)sostenibile

I cambiamenti climatici pongono un’ulteriore sfida al normale funzionamento dell’ecosistema fluviale (e di tutte le attività che dipendono da esso). Il flusso d’acqua, già ridotto dalla presenza delle dighe, è soggetto a stagioni di secca sempre più intense. Nel 2019 il Mekong ha toccato il livello più basso degli ultimi 100 anni, un record che da eccezione sta diventando regola. Davanti alla carenza d’acqua, come segnala anche l’Osservatorio sulle dighe nel Mekong dello Stimson center, alcuni sbarramenti finiscono per contenere ulteriormente il flusso e penalizzano le aree del settore meridionale. Questo accade soprattutto nella sezione cinese del Mekong, accusano gli esperti, anche quando il livello delle precipitazioni è nella norma.

I progetti per la costruzione di nuove centrali idroelettriche non sono comunque fermi. Al contrario: lungo gli affluenti del Mekong continuano ad aumentare i finanziamenti per la costruzione di nuovi impianti, complice la crescente domanda di energia elettrica di Laos, Cambogia, Myanmar, Thailandia e Vietnam. Alcuni di questi paesi sono altamente dipendenti dall’idroelettrico, come evidenziano i dati di Phnom Penh sul mix energetico cambogiano: il 55% della capacità produttiva di elettricità proviene dalle centrali idroelettriche. Al rischio di squilibri nell’approvvigionamento energetico si aggiunge la dipendenza finanziaria: che siano investimenti a opera di compagnie straniere o banche di sviluppo, oppure i debiti maturati nei confronti delle imprese appaltatrici.

Infine, la costruzione di dighe può avere effetti sociali immediati o nel lungo termine. Nel primo caso, le popolazioni limitrofe potrebbero vedersi espropriare i propri terreni – quando il progetto non richieda direttamente la rilocazione dei villaggi. In seconda battuta, il degrado ambientale che fa seguito alla mala gestione dei progetti riduce le opportunità di sostentamento e sviluppo di quei cittadini che dovrebbero beneficiarne.

Soluzioni (o compromessi?)

Come ha sottolineato il professore Massimo Zucchetti, accade che dopo un’attenta revisione i piani per la costruzione di nuove centrali idroelettriche debbano essere cancellati e ripensati dall’inizio: nello stato nordorientale indiano dello Uttarakhand ben 23 progetti su 24 non hanno superato i criteri minimi di sostenibilità. Ciò accade, talvolta, per il mancato coinvolgimento degli attori locali o di esperti capaci di valutare l’impatto delle dighe nel contesto interessato. Le soluzioni per ridurre le esternalità negative esistono, e alcune di queste provengono dal bacino delle cosiddette “nature based solutions”. Queste ultime rappresentano un insieme di accorgimenti che hanno alla base il rispetto delle specificità del territorio e richiedono un intervento umano minimo.

Il problema della gestione dell’idroelettrico nel delta del Mekong non è solo ecologico, ma pone diverse sfide per la costruzione di un diritto ambientale capace di tutelare le comunità locali. L’ultima parte dell’incontro si è concentrata quindi sulle controversie legali che interessano un’area tanto vasta. La crescente scarsità di risorse idriche è riconosciuta da tempo come un fattore di accelerazione dei conflitti, e la mancanza di meccanismi adeguati aumenta i rischi di instabilità (nonché di cattivo adeguamento dei progetti). 

Il ruolo delle organizzazioni transnazionali

Che cosa può fare l’ASEAN in un contesto così complesso che riguarda oltre la metà dei suoi paesi membri? Secondo i ricercatori presenti, sono molti gli interventi che oggi rimangono in mano alle organizzazioni transnazionali. La maggior parte dei progetti per l’idroelettrico lungo il Mekong vede la partecipazione di banche di attori statali e privati, delle banche di sviluppo, dei gruppi di ricerca. La partecipazione pubblica è, inoltre, particolarmente importante per la gestione delle risorse locali. I diversi attori hanno anche le capacità per fornire i dati necessari a comprendere il contesto di riferimento – obiettivi ancora oggi difficili da raggiungere.

Quello che può accadere grazie all’intervento di organizzazioni super partes è la condivisione di esperienze e meccanismi di progettazione virtuosi. Un gruppo come l’ASEAN, inoltre, talvolta ha saputo fare fronte comune davanti ad attori di peso come la Cina, che in questo caso è tra gli interlocutori principali. L’altra faccia della medaglia, però, offre una panoramica ancora troppo attenta alla sostenibilità di facciata e poco all’effettivo sovrasfruttamento delle risorse presenti. Sulla carta, la parola “sviluppo sostenibile” si è diffusa tanto rapidamente quanto sono aumentati i consumi elettrici e l’emissione di gas climalteranti. Qui la sfida per tutti gli attori coinvolti dalle trasformazioni nel bacino del Mekong: saper innovare nel rispetto del territorio, dell’ecosistema e delle sue popolazioni.

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