Una nuova ondata di Covid minaccia la ripresa dell’Asia

Una nuova ondata di Covid minaccia la ripresa dell’Asia

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Diversi Paesi asiatici avevano reagito con efficienza allo scoppio della crisi sanitaria, contenendo e talvolta prevenendo i contagi. La tempestività delle misure adottate rischia di essere ora compromessa dalla scarsa disponibilità di vaccini

Una nuova ondata di contagi da Covid-19 ha travolto nelle scorse settimane la regione dell’Indo-Pacifico. Mentre dall’altra parte dell’emisfero la pur contrastata diffusione dei vaccini consente di ritornare progressivamente alla normalità, il virus fa breccia in diversi Paesi asiatici. Tra questi anche vari stati ASEAN come Singapore, Vietnam e Malesia. E dire che i primi due nel 2020 erano state considerate tra le roccaforti mondiali della lotta al Covid-19. Le autorità erano state a tal punto virtuose nel contenere l’epidemia, che si era parlato di un vero e proprio modello asiatico di prevenzione della crisi sanitaria. Un modello che appunto, oltre ai casi più noti di Cina, Corea del Sud e Taiwan, includeva anche diversi Paesi ASEAN. Allora gli osservatori internazionali si erano interrogati a lungo sulle ragioni politiche e culturali di questo successo. Stavolta invece la causa principale della nuova emergenza è chiara: mancano i vaccini.

Secondo l’istituto di ricerca Our World Data, meno del 20% della popolazione è stata vaccinata in otto dei Paesi ASEAN – eccetto Singapore, che ne ha vaccinata la metà, e il Myanmar, i cui dati sono parziali e arrivano solo al 15 maggio scorso. Rispetto alle stime di Paesi più avanzati lo svantaggio è netto: è vaccinata il 52.71% della popolazione statunitense, il 46.6% di quella dell’Unione Europea e il 43.21% di quella cinese. L’approvvigionamento iniziale è stato una sfida in tutto il mondo, ma sono stati i Paesi più ricchi e colpiti maggiormente dalla pandemia a dotarsi più rapidamente dei brevetti vaccinali. Quelli del Sud-Est asiatico, con tassi di infezione più bassi, non hanno cavalcato questo vantaggio comparato o sono rimasti esitanti di fronte al traslare della competizione sino-statunitense dal piano commerciale a quello della diplomazia dei vaccini.

“Per porre fine alla pandemia, sono necessarie strategie sia difensive che offensive. La strategia offensiva sono i vaccini”, ha suggerito Jason Wang, docente presso la Stanford University School of Medicine. Secondo il Prof. Wang, quando la minaccia percepita dalla popolazione si è abbassata, i governi si sono limitati a rispondere a quella minaccia in modo reattivo. Ecco che quindi la strategia più diffusa in area ASEAN è stata la chiusura dei confini nazionali, una misura difensiva funzionale volta anche a placare alcune derive xenofobe che stavano conquistando spazio nel discorso pubblico sulla crisi sanitaria. Inoltre, come ha dichiarato Peter Collignon, medico e professore di microbiologia presso l’Australian National University, “la realtà è che coloro che producono i vaccini li tengono per sé”. Nel cercare risposte politicamente accettabili a questa realtà, i rappresentanti dei governi nazionali in Asia orientale hanno pensato che in fondo non c’era alcun motivo di affrettarsi. Mentre in Europa e negli Stati Uniti la corsa al vaccino è stata anche motivo di orgoglio nazionale, il Ministro della Sanità sudcoreano ha per esempio dichiarato a fine 2020: “Ce la siamo cavata abbastanza bene con il Covid-19, quindi non abbiamo fretta di partire con le vaccinazioni quando i rischi [dei vaccini] non sono stati ancora verificati”.

Attualmente il Vietnam, che aveva ricevuto l’encomio della comunità internazionale per l’efficienza con cui aveva prevenuto il diffondersi delle infezioni, sta subendo l’ondata più grave dall’inizio della pandemia. Dall’inizio della nuova ondata, cominciata la fine di aprile, è passato da pochissimi casi giornalieri ad averne quasi 500 ogni 24 ore, con un incremento esponenziale delle infezioni totali in soli due mesi (da 3.000 a 13.000 casi circa). Anche  Thailandia, Cambogia e Malesia sono alle prese con nuove restrizioni, specialmente Kuala Lumpur, che ha previsto un’estensione del lockdown nazionale almeno fino al 28 giugno.

Alcuni Paesi dell’area speravano di risollevare il turismo, attraverso la graduale riapertura dei confini. In Cambogia, Filippine e Thailandia, infatti, il contributo del settore all’economia nazionale è vicino al 20-30%: per questo una rapida ripresa dei viaggi internazionali avrebbe potuto contribuire fortemente alla ripresa economica regionale. Al contrario, il traffico passeggeri internazionale nel Sud-Est asiatico è fermo da diversi mesi a circa il 3% dei livelli pre-pandemia, secondo Channel News Asia. La situazione non può che peggiorare, dal momento che il successo delle campagne vaccinali in altre aree del mondo consentirà al settore turistico di riprendere fiato, lasciando indietro diversi Paesi asiatici.

La Thailandia è determinata ad attuare le misure necessarie perché l’economia del settore possa risollevarsi. Mercoledì 16 giugno i rappresentanti del governo si sono detti pronti a riaprire i confini entro 120 giorni per i viaggiatori che esibiscano un certificato di vaccinazione valido. Phuket è la meta individuata per il programma pilota che prevede l’accoglienza di turisti provenienti da Paesi a basso e medio rischio, a condizione che questi non lascino l’isola per almeno 14 giorni. Si tratta del “Phuket Sandbox plan”, che è stato approvato a fine maggio dalla task force economica del governo thailandese, e arriva a pochi giorni dall’inizio di una campagna di vaccinazioni di massa. La speranza è che questo possa aiutare chi vive di attività legate al turismo e ha subito gravemente l’assenza dei 40 milioni di turisti l’anno che visitavano il Paese prima della pandemia.

Gli sforzi di Bangkok potrebbero risultare insufficienti se i Paesi continueranno a reagire in modo disomogeneo alla nuova ondata da Covid-19. Una ripresa economica coordinata non può fare a meno della sicurezza sanitaria legata ai vaccini. Il contraccolpo subito dai Paesi ASEAN, e più in generale da buona parte dell’Asia orientale e meridionale, rischia di rallentare la ripresa economica post Covid della regione e di rendere vana la straordinaria tempestività con cui diversi governi asiatici avevano arginato i contagi nel 2020.

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