Dal durian una lezione su pro e contro del libero commercio

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Da quando il  Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) è entrato in vigore lo scorso primo gennaio, per i Paesi ASEAN esportare è diventato indubbiamente più facile. Il recente boom di vendite del durian in Cina offre importanti spunti di riflessione sulla sostenibilità dell’accordo e sulle sfide che derivano dalla creazione di una zona di libero scambio con un mercato grande come quello cinese.

Il RCEP rappresenta attualmente il 30% del PIL mondiale, nonché il più grande blocco commerciale del mondo. Per le dieci economie ASEAN, l’adesione all’accordo ha costituito un forte impulso all’esportazione dei propri prodotti. Accanto al quasi totale abbattimento delle barriere tariffarie, le più rapide tempistiche di sdoganamento delle merci deperibili costituiscono un grande vantaggio quando la freschezza è fondamentale a garantire l’alta qualità e la competitività del prodotto. È il caso del durian, diventato il frutto più importato in Cina, sia in termini di volume che di valore.

Stando alle statistiche delle dogane cinesi, nel 2021 le importazioni di durian fresco hanno raggiunto le 821.600 tonnellate, per un totale di 4.205 miliardi di dollari, registrando significativi incrementi rispetto agli anni precedenti. Paragonate a quelle del 2017, le importazioni del “re dei frutti” sono cresciute di ben quattro volte e un’ulteriore accelerazione delle vendite è prevista quest’anno.

Sebbene i costi si siano ridotti in seguito all’entrata in vigore del RCEP, questo non ha impattato sui prezzi, i quali seguono in crescita, parallelamente all’impennata della domanda del prodotto da parte dei consumatori cinesi. Ad oggi, un durian costa generalmente più di 7 dollari al pezzo, ma il prezzo elevato non ha fermato la richiesta nei supermercati e la diffusione di piatti a base di durian, come torte, crepes al latte di durian e addirittura hotpot al durian, recensiti con entusiasmo dai consumatori sui social media cinesi e popolari nei ristoranti di lusso.

In risposta, i Paesi produttori del Sud-Est asiatico stanno provvedendo ad ampliare la propria capacità produttiva. Solo dal 2019 al 2021, la Thailandia ha aumentato di circa il 30% la sua produzione di durian. “Le importazioni cinesi sono già elevate, ma si prevede che il consumo pro capite della Cina crescerà ulteriormente. Gli agricoltori thailandesi sono molto motivati a espandere la produzione”, ha spiegato a Nikkei un funzionario dell’ambasciata thailandese in Cina. 

La Malesia sta disboscando parte delle sue foreste pluviali tropicali per fare spazio a piantagioni di durian “Musang King”, la varietà più pregiata e in voga, non senza causare conseguenze irreversibili sull’ecosistema e sulle comunità locali, secondo alcuni esperti. Una dichiarazione congiunta firmata da trentasei organizzazioni della società civile e promossa dal gruppo ambientalista B.E.A.CC..H individua nel disboscamento la causa principale delle recenti inondazioni nell’area di Gunung Inas, nel distretto di Baling, le quali hanno travolto 42 villaggi e aree residenziali, colpendo 1.500 abitanti del villaggio e causando la perdita di 3 vite umane. Anche Laos e Vietnam stanno ricevendo flussi crescenti di investimenti su larga scala, anche da parte cinese, destinati all’espansione della coltivazione del durian.

Il timore condiviso è che la moda del durian in Cina possa un giorno scemare, o che Pechino possa usare misure di restrizione delle importazioni come strumento diplomatico, come già avvenuto lo scorso marzo con il divieto di importazione di ananas taiwanesi. In altre parole, l’inclusione della Cina nella principale piattaforma di integrazione economica regionale, in nome di una maggiore cooperazione in tema di commercio e investimenti, è parsa auspicabile agli occhi di molti. D’altra parte, esiste il rischio che questo possa accrescere la dipendenza economica dei Paesi ASEAN dalla Cina, lasciando spazio a improvvise perturbazioni, anche nelle nicchie di mercato attualmente più redditizie, come quella del durian.

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