Giappone e ASEAN: ritorno alle origini?

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Dopo decenni di allontanamento, il Giappone e l’ASEAN sembrano voler recuperare il rapporto perduto.

Iniziate già nel 1973 per mezzo di dialoghi informali, le relazioni tra l’ASEAN e il Paese nipponico sono tra le più longeve e durature che l’Associazione del Sud-Est asiatico abbia istituito con le grandi potenze mondiali. Fin da subito, i rapporti tra l’ASEAN e il Giappone sono apparsi molto promettenti. Già nel 1977, infatti, Takeo Fukuda, l’allora Primo ministro giapponese in visita ufficiale nel Sud-Est asiatico, presentò pubblicamente a Manila un ambizioso piano di politica estera volto ad intensificare la collaborazione con i Paesi ASEAN. Questo profondo riorientamento della strategia di politica estera giapponese verso il Sud-Est asiatico, conosciuto comunemente come dottrina Fukuda, si poneva precisamente l’obiettivo di valorizzare il ruolo dell’ASEAN, di trattarla come “un socio alla pari” e di costruirci un “sincero rapporto di fiducia reciproca” e di sempre maggiore collaborazione economica e politica. È proprio all’insegna di questo entusiasmo che gli anni ’80 si rivelarono un decennio di grande crescita per i rapporti tra il Giappone e l’ASEAN. 

Tuttavia, l’idillio tra il Giappone e l’ASEAN si ruppe con lo scoppio della crisi finanziaria asiatica del 1997-98. In ossequio a uno dei principi cardine della dottrina Fukuda, quello secondo cui il Giappone sarebbe stato al fianco dell’ASEAN “non soltanto nei momenti felici ma anche in quelli più bui”, i Paesi del Sud-Est asiatico, duramente colpiti dalla crisi, si aspettavano un sostegno economico dal gigante nipponico che, tuttavia, non si materializzò mai. L’incapacità del Giappone di far fede alle ambiziose promesse fatte da Fukuda vent’anni prima ha, da allora, incrinato i rapporti tra il Paese del Sol Levante e l’ASEAN e, benché cordiali, le relazioni tra i due blocchi sono ben lontane dai fasti di un tempo. 

Un versante sul quale i rapporti tra il Giappone e l’ASEAN hanno continuato a crescere però è certamente quello economico-commerciale. Con un interscambio di beni di oltre 231 miliardi di dollari nel solo 2018, il Giappone rappresenta il quarto partner commerciale dei Paesi ASEAN, mentre l’ASEAN costituisce il secondo partner commerciale del Giappone, immediatamente dopo la Cina. A differenza degli Stati Uniti o della Cina, che possiedono enormi mercati interni, il Giappone ha necessità di vendere massicciamente i propri prodotti al di fuori dei confini nazionali. Sotto questo profilo, l’ASEAN, con un bacino potenziale di oltre 650 milioni di consumatori, rappresenta una vera e propria miniera d’oro per l’export nipponico. I Paesi del Sud-Est asiatico sono ben consapevoli dell’immenso potenziale di mercato che costituiscono per il Giappone e per le sue aziende e hanno interesse a concretizzarlo per accrescere la loro attrattività economica. Dopo la firma del trattato di libero scambio Giappone-ASEAN nell’aprile 2008, le due potenze hanno cercato costantemente di intensificare la propria integrazione economico-commerciale, contribuendo a negoziare la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) che, quando sarà istituita, formerà la più grande area di libero scambio del pianeta, con la partecipazione di tutte le principali economie dell’Asia orientale, dai Paesi ASEAN, passando per la Cina, la Corea del Sud e il Giappone fino all’Australia e alla Nuova Zelanda. Inoltre, è notizia delle ultime settimane che il Giappone e i Paesi del Sud-Est asiatico hanno emendato l’accordo del 2008 per introdurre nuove disposizioni che favoriranno ulteriormente gli scambi in materia di servizi e gli investimenti, così come una più libera circolazione delle persone fisiche. 

Per suggellare la crescente cooperazione commerciale tra il Giappone e l’ASEAN, il Premier nipponico Shinzo Abe intende recuperare la speciale alleanza tra i due blocchi anche sul piano strategico. Il ritrovato interessamento di Tokyo per il Sud-Est asiatico sta diventando sempre di più una cifra caratteristica della politica estera di Abe nel Pacifico e numerosi episodi di strettissima attualità lo dimostrano. Ad esempio, per diversificare le proprio catene di produzione nell’eventualità di nuove crisi globali come quella di Covid-19, il Giappone ha deciso di stanziare oltre 2 miliardi di dollari per le imprese nipponiche che trasferiranno le proprie fabbriche dalla Cina al Giappone o al Sud-Est asiatico. Nella stessa ottica, la proposta di preparare un comune Piano di Azione Giappone-ASEAN per la Resilienza Economica post-coronavirus, unitamente alla pubblicazione dell’annuale white paper del governo nipponico sul commercio che identifica nell’ASEAN un partner strategico per una più stretta cooperazione in materia di economia digitale, sono manifestazioni plastiche del crescente riconoscimento da parte delle autorità giapponesi dell’importanza strategica dei Paesi del Sud-Est asiatico nella fase di ripresa, più in generale, nel contesto globale del 21esimo secolo. 

Il Giappone, sotto la premiership di Abe, sembra aver finalmente riscoperto l’importanza del Sud-Est asiatico come piattaforma economica e geopolitica nel Pacifico e i Paesi ASEAN si stanno dimostrando ben disponibili a tornare a coltivare un rapporto privilegiato con il gigante nipponico. Una crescente collaborazione, commerciale e politica allo stesso tempo, tra questi due attori internazionali non potrà che favorire il mantenimento di un equilibrio regionale nell’Asia-Pacifico.

Articolo a cura di Andrea Dugo.

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