Il pragmatismo dei Paesi ASEAN sulla Russia

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Le nazioni del Sud-Est asiatico condannano l’offensiva russa in Ucraina ma non possono permettersi di compromettere l’economia per sanzionarla

Il Sud-Est asiatico si tiene stretti i rapporti commerciali con Mosca, mentre l’Occidente e alcuni partner asiatici continuano a imporre sanzioni e a condannare la Russia per la sua offensiva nel territorio ucraino. Le scosse geopolitiche scaturite dall’invasione si sono propagate rapidamente a livello internazionale. Ma se tra le file dei detrattori di Mosca è la Cina ad essere descritta (a torto) come l’unica “disertrice”, i Paesi del Sud-Est asiatico hanno optato per una loro “terza via”. Da una parte, in sede multilaterale si sono uniti al coro delle condanne; dall’altra, Singapore è il solo rappresentante della regione ad aver imposto sanzioni a Mosca. Paesi come Thailandia, e Vietnam, oltre che l’Indonesia, preferiscono mantenersi prudenti per non compromettere la tenuta delle rispettive economie, mentre la giunta militarista birmana non può permettersi di rinunciare alle armi russe che fluiscono nel Paese. 

La crisi economica post-pandemica ha costretto alcuni Stati Membri dell’ASEAN a fare il conto delle risorse a disposizione prima di adottare una posizione diplomatica insostenibile rispetto alla Russia. Buona parte delle nazioni del Sud-Est asiatico, infatti, considera la guerra in Ucraina una crisi regionale che non li riguarda. Inoltre, il paradigma di valori dell’ASEAN si impernia sul principio di neutralità, mutuato dall’esperienza coloniale alla quale questi territori sono stati sottoposti per decenni. Per questa ragione, il Sud-Est asiatico è restio a chiudere i rapporti commerciali e politici con la Federazione Russa e a condannarla all’isolamento politico-economico.

La Thailandia ha dichiarato che ripristinerà il servizio aereo regolare tra Mosca e Phuket alla fine di ottobre, una mossa per rinvigorire il settore turistico duramente colpito dalla pandemia. Tra gennaio e febbraio, prima dell’invasione, i russi rappresentavano la maggior parte dei turisti in viaggio in Thailandia. Ma il popolare servizio Mosca-Phuket è stato sospeso appena dopo lo scoppio del conflitto. Poiché la politica “zero-Covid” di Pechino sta frenando i turisti cinesi dall’organizzare viaggi nel Sud-Est asiatico, e i voli dalla Cina rappresentavano un’entrata importante per Bangkok, la Thailandia si concentrerà sull’attrarre almeno un milione di turisti russi quest’anno. Inoltre, Mosca e Bangkok mirano ad espandere il commercio bilaterale per raggiungere un volume di scambi di 10 miliardi di dollari nel 2023 (circa quattro volte superiore a quello del 2021), come ha affermato il Ministro del Commercio thailandese Jurin Laksanawisit a margine degli incontri APEC a maggio. 

Il Vietnam punta invece sull’approvvigionamento alimentare. Il 18 agosto scorso si sono tenuti colloqui per l’espansione del commercio di grano, il cui flusso dalla Russia nel 2021 era già sceso sotto le 190.000 tonnellate – dai 2,6 milioni circa del 2018 – a causa della presenza di semi di cardo potenzialmente invasivi. Il 6 settembre è stato poi lanciato un nuovo collegamento tra le rotte marittime e ferroviarie per il trasporto di merci tra Russia e Vietnam, che faciliterà le interazioni logistiche e consentirà il trasferimento diretto di merci. Anche la cooperazione finanziaria è un tema cruciale per le relazioni tra Russia e Paesi ASEAN, che hanno discusso della possibilità di passare ai pagamenti tramite valute nazionali, in particolare con il dong vietnamita e la rupia indonesiana. Sarebbe in ballo anche la possibilità di individuare sistemi di pagamento alternativi a quelli tradizionali, come il circuito russo MIR. 

Mosca è poi la prima fornitrice di armi nel Sud-Est asiatico. Il presidente Vladimir Putin ha sempre riconosciuto il grande potenziale politico e commerciale della regione, e ha optato per il ricorso alla diplomazia della difesa per rafforzare la cooperazione con gli attori della regione. Una delle principali destinazioni di equipaggiamenti militari e armamenti russi è il Myanmar. In un incontro a margine dell’Eastern Economic Forum che si è tenuto a Vladivostok a inizio settembre, il capo della giunta militare golpista birmana Min Aung Hlaing si è rivolto al presidente Putin con queste parole: “Dovremmo chiamarti non solo leader della Russia, ma anche leader del mondo, perché controlli e organizzi la stabilità del mondo intero”. Come ha suggerito Channel News Asia, il commento di Min Aung Hlaing arriva in un momento in cui entrambi i governi si trovano isolati a livello diplomatico: Mosca per il suo intervento militare in Ucraina, Naypyidaw per un colpo di stato militare lo scorso anno. Nei rapporti ASEAN-Russia emerge con chiarezza la complessità delle relazioni internazionali nell’epoca dell’economia globalizzata. La maggior parte del commercio dell’ASEAN con la Russia vede coinvolti Indonesia, Thailandia, Vietnam. È in aumento anche la crescita dei prodotti ad alto valore aggiunto venduti dall’ASEAN, anche per via del vuoto lasciato dai fornitori europei che hanno lasciato il mercato russo. Queste performance economiche sembrano in contraddizione con la condanna quasi unanime della comunità internazionale nei confronti dell’offensiva in Ucraina. A livello multilaterale, i Paesi ASEAN si sono uniti alle invocazioni di pace dell’ONU. Ma quando l’Assemblea Generale ha votato per la sospensione della Federazione Russa dai membri del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, ad aprile, molti Paesi del Sud-Est asiatico si sono astenuti. Tra questi anche Singapore, oltre a Thailandia, Malaysia, Indonesia e Cambogia, mentre il Vietnam e il Laos hanno votato contro. Questo progressivo ammorbidimento nei confronti di Mosca trova ragione in valutazioni di pragmatismo economico e politico. Le diverse posture adottate in ambito multilaterale da una parte confermano comunque l’adesione degli attori regionali alle regole del diritto internazionale. Dall’altra manifestano il rifiuto di isolare la Russia, con un messaggio che implica che il sistema multilaterale si orienti – nonostante le crisi o proprio in virtù delle stesse –  verso una maggiore inclusività.

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