Che cosa significano i numeri sulla spesa militare dei Paesi Asean

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L’Asia è il nuovo centro delle dinamiche globali, e da maggiori interessi derivano maggiori responsabilità: una panoramica sulla percezione della sicurezza nella regione 

Le Filippine cercano di difendere la sovranità sul Mar cinese meridionale dal 2013. In quell’anno, Manila presentò ufficialmente un’istanza contro la Cina presso la Corte arbitrale permanente dell’Aia e vennero destinati 3,38 miliardi di dollari alla Difesa. Si tratta di uno dei maggiori investimenti dell’arcipelago nel comparto militare dell’ultimo decennio, che hanno raggiunto il picco nel 2017, quando la percezione dell’assertività cinese nella regione ha iniziato a farsi più evidente. Ma l’obiettivo non era solo quello di dover costruire un deterrente in caso un ipotetico conflitto nel Mar cinese meridionale: la “guerra alla droga” del Presidente Rodrigo Duterte si era trasformata in una campagna massiccia e indiscriminata contro la criminalità organizzata, e mancavano i mezzi per gestirla. Mentre la comunità internazionale assisteva a un’escalation della violenza nel Paese e cercava di prendere le distanze, a rifornire l’esercito flippino era rimasta lei: la Repubblica Popolare Cinese.

Non è semplice analizzare la spesa militare di uno Stato, come viene gestita e quali presupposti può creare in politica estera. I governi spesso stringono contratti per la fornitura di armi con Paesi che potrebbero essere la ragione stessa per migliorare l’arsenale militare e dimostrarsi “preparati” in caso di conflitto. Ma non mancano le ragioni interne per non abbassare la guardia. È quanto accade in Asia dall’inizio degli anni Duemila a oggi, in una regione che sta caratterizzando sempre di più le dinamiche e gli interessi internazionali. In questo scenario si gioca la partita tra le maggiori potenze globali, e i Paesi dell’area non possono che rispondere prendendo misure preventive: armarsi, ammodernarsi e inserirsi nelle dinamiche più vantaggiose della globalizzazione. E le crisi degli ultimi anni hanno contribuito ad aumentare la percezione di insicurezza.

Il report Sipri

Secondo il report del 2019 dello Stockholm International Peace Institute (Sipri) dedicato al Sud-Est asiatico, è in questa regione che l’acquisto di armi e la spesa per la Difesa hanno raggiunto la maggiore impennata degli ultimi venti anni, superando le tendenze delle altre zone. Tra le cause individuate dagli analisti, l’ascesa della potenza cinese, ma anche i conflitti interni o le tensioni lungo i confini. Ma l’elemento di allarme, evidenzia il rapporto, è un altro: in Asia mancano – o sono poco chiari – i meccanismi di gestione dei conflitti armati e delle contese territoriali. A creare questo pattern contribuiscono sia la “Asean way” nelle questioni internazionali che la politica estera cinese, entrambe caratterizzate – spesso – da tentativi di evitare il confronto diretto e da atteggiamenti impliciti e spesso criptici. Il caso più esemplare rimane proprio quello del Mar cinese meridionale, dove non solo i movimenti di mezzi militari, ma anche l’esplorazione di giacimenti di gas e minerali, o la pesca illegale, avvengono indiscriminatamente nonostante i Paesi abbiano ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) – e nonostante la promessa di arrivare presto a un “codice di condotta”.

Entrando nel dettaglio, la spesa militare dei dieci Paesi ASEAN è aumentata del 33% tra il 2008 e il 2017, anche se le motivazioni dietro a questa scelta sono differenti. I Paesi coinvolti nelle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale sono quelli che hanno incrementato di più gli investimenti: una risposta alle azioni unilaterali e considerate “sospette” di navi e aerei cinesi. Negli altri casi, però, non sono meno evidenti la preoccupazione e l’incertezza nei confronti del vicinato e della porosità dei confini, che favoriscono lo spostamento di gruppi ribelli: è quanto viene dichiarato nella maggior parte dei contratti per l’importazione di armi, che citano la lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e il trasferimento di tecnologie avanzate per migliorare la qualità delle operazioni militari. A lanciare un allarme su questo ultimo obiettivo sono stati anche casi recenti di inefficienza degli asset militari, come la drammatica fine dell’equipaggio del sottomarino indonesiano indonesiano KRI Nanggala-402.

Esportatori e importatori

Dopo una prima fase di dipendenza da Usa, Russia o Cina, negli ultimi anni i paesi asiatici hanno iniziato a diversificare i propri fornitori di armi e tecnologie militari. Oggi, confermano i dati Sipri, una parte significativa del commercio di armi fluisce verso i mercati asiatici. È qui che arrivano il 37% delle esportazioni dagli Usa, il maggiore esportatore di armi al mondo, così come il 55% di quelle russe, sebbene in decrescita. Altri importanti esportatori sono invece il Giappone e la Corea del Sud, mentre l’India occupa una piccola quota sul mercato birmano – che con l’arrivo della giunta militare al potere cerca di ridurre la dipendenza maturata nei confronti di Pechino.

In Malesia, oltre alla Corea, hanno un ruolo rilevante le importazioni di armi da Spagna e Turchia. La Francia non rappresenta un attore fondamentale come esportatore di armi ma, con il crescere degli interessi internazionali nelle acque asiatiche, cerca di giocare un ruolo nelle operazioni di monitoraggio ed esercitazione: l’ultimo caso risale alle operazioni del 2021 nell’Oceano indiano nel quadro dell’accordo Quad. Proprio la neonata alleanza voluta dall’amministrazione Biden è, per quanto fragile, un elemento che contribuisce a influenzare la percezione della sicurezza in Asia. 

Tensioni sopite e nuove minacce

Sebbene l’Asia presenti una bassa percentuale di conflitti, concentrati soprattutto all’interno dei paesi stessi, non mancano i presupposti per un’escalation delle tensioni in alcune zone calde della regione. Per citarne alcuni: la disputa tra Malesia e Brunei intorno allo sfruttamento del tratto di mare comune, le rivendicazioni di Cambogia e Thailandia lungo il confine e le rivendicazioni delle Filippine sul distretto (oggi malese) di Sabah.

Infine, in un’ottica di rinnovo della Difesa, non è meno importante il ruolo delle crisi globali. Uno di questi fattori è la crescente presenza di Washington e degli alleati nel Pacifico per monitorare la regione come pratica di contenimento della Cina. Anche il conflitto in Ucraina pone dei nuovi interrogativi (o, meglio, preoccupazioni) sull’evoluzione delle relazioni globali: da un lato le sanzioni alla Russia rappresentano un imprevisto per i paesi che ricevono assistenza e armi da Mosca (come Vietnam e Myanmar), dall’altro la stessa Kiev esporta una piccola parte di armi (in particolare, missili) verso il Vietnam e Thailandia. In ultima analisi, l’impasse diplomatica e la violenza del conflitto potrebbe non solo aumentare l’incertezza nei confronti delle proprie capacità e risorse militari, ma anche aprire alla possibilità di impotenza della comunità internazionale nell’intervenire sul campo.

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