Come il Vietnam è diventato un mercato di riferimento per l’UE

Come il Vietnam è diventato un mercato di riferimento per l’UE

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Il Vietnam è un case-history per il Sud-Est asiatico. Tra successi politici ed economici, è riuscito a guadagnarsi la fiducia dell’UE e si prepara ad affrontare la scena globale

Il Vietnam è oggi il fiore all’occhiello del Sud-Est asiatico. Gli anni contrastati della decolonizzazione sembrano un passato decisamente remoto: oggi Hanoi ha una prospera economia, istituzioni politiche stabili e una efficace proiezione internazionale che l’ha portato a concludere importanti accordi commerciali. Il 2020 è stato un anno negativo un po’ per tutti, ma non per il Vietnam che ha prima saputo prevenire e contenere efficacemente la pandemia da coronavirus (anche se ora è in atto una nuova ondata nel Paese) e poi ripartire. Tanto che la sua economia è cresciuta del 2,9%, meglio di chiunque altro (Cina e Taiwan comprese) in Asia. 

La fiducia nel multilateralismo e l’attivismo dimostrato durante la presidenza ASEAN (che hanno portato tra l’altro alla conclusione dell’accordo sulla Regional Comprehensive Economic Partnership) gli sono valsi l’attenzione della comunità internazionale e la fiducia dei mercati finanziari, specie quelli europei.

Lo scorso inverno, gli esiti del 13° Congresso del Partito Comunista vietnamita hanno sintetizzato le dinamiche in atto. Come osservato da alcuni analisti, i congressi del Partito Comunista di solito non entusiasmano i mercati finanziari, ma quest’anno si è verificata  un’eccezione. L’attenzione degli investitori stranieri è stata attratta dal lancio di un piano di sviluppo delle infrastrutture, che prevede lo stanziamento di 119 miliardi di dollari e l’impegno ad aumentare il contributo del settore privato al prodotto interno lordo dal 42% al 55% entro il 2025. In questo scenario, si inserisce anche gli accordi di libero scambio e  sulla protezione degli investimenti siglati con l’Unione Europea nel 2019, di cui proprio in questi mesi si raccolgono i frutti. Secondo Dezan Shira & Associates, si registra un aumento sostenuto del flusso di IDE europei in Vietnam. Ciò è stato possibile grazie alla revisione del contesto normativo divenuto più accogliente per gli attori internazionali, grazie alle maggiori garanzie sulla proprietà intellettuale e all’aumento della quota massima di partecipazione straniera nelle banche commerciali dal 30% al 49%. 

In generale, negli ultimi 10 anni il fatturato commerciale vietnamita è cresciuto vertiginosamente. Gli ambiti che hanno registrato la crescita più elevata sono l’industria pesante e il settore minerario, che hanno generato 57,58 miliardi di dollari in esportazioni – un volume in aumento del 33% dall’anno scorso. Seguono poi le industrie leggere e artigianali (27,5%) e l’agricoltura e la silvicoltura (8,8%). L’UE è la terza destinazione di esportazioni vietnamite, con 12,6 miliardi di dollari in entrata – in aumento del 18,1% su base annua. Come riporta Vietnam Briefing, le principali esportazioni dell’UE in Vietnam includono prodotti ad alta tecnologia, macchinari e apparecchiature elettriche, aeromobili, veicoli e prodotti farmaceutici. Viceversa, le principali esportazioni vietnamite in Europa sono rappresentate da apparecchi telefonici, prodotti elettronici, calzature, tessuti e abbigliamento, caffè, riso, frutti di mare e mobili. A questo proposito, una grandissima parte di IDE in Vietnam verrebbe proprio da società italiane, specie negli ambiti dell’industria farmaceutica, dei trasporti, delle macchine e dei prodotti alimentari. Qui il sistema economico italiano avrebbe ampie opportunità di crescita, in particolare nei settori ad alto livello di specializzazione.

Il percorso verso la liberalizzazione economica non è stato lineare. La Repubblica Socialista del Vietnam ha spesso seguito le orme della Cina, a partire dalle riforme economiche inaugurate intorno agli anni Ottanta, e si è ispirata all’esperienza del vicino socialista anche per quanto ha riguardato la definizione delle strutture produttive: un modello di crescita fondato sull’industria pesante, la filosofia politica comunista, i bassi costi del lavoro e della terra che oggi supportano le elevate esportazioni. Tutti questi elementi farebbero del Vietnam il degno erede del cosiddetto “modello cinese”, ma Hanoi ha una propria visione di futuro.

La leadership vietnamita ha saputo ritagliarsi una certa autonomia nel contesto geopolitico regionale. Attraverso invidiabili doti di equilibrismo diplomatico, ha schivato le lusinghe dell’ex segretario di stato statunitense Mike Pompeo pur tenendo il punto con la Cina per le questioni riguardanti il Mar Cinese Meridionale. Grazie al suo ruolo strategico, Hanoi ha evitato l’imposizione di sanzioni da parte degli USA, nonostante le accuse di manipolazione valutaria. D’altra parte, il Vietnam si è trovato indirettamente coinvolto nella tensione commerciale tra Washington e Pechino beneficiando della ri-localizzazione di alcune multinazionali che dalla Cina meridionale si sono trasferite alla ricerca di contesti politico-commerciali più favorevoli. Rispetto a Pechino, Hanoi ha adottato un approccio assertivo ma responsabile, a riprova del fatto che i progetti della classe dirigente vietnamita puntano a ritagliarsi uno spazio autonomo nelle dinamiche politiche regionali.

Non sorprende quindi che il Vietnam stia divenendo il mercato di riferimento dell’Unione Europea nel Sud-Est asiatico. Nonostante le similitudini esistenti con quello cinese, il modello di Hanoi si è dimostrato più facilmente integrabile nell’ambito della cooperazione multilaterale con l’UE. Restano delle zone d’ombra sul fronte dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori, non pienamente tutelate da un regime centralista che non ammette una reale opposizione. Ma sulla sfera commerciale e geopolitica il Vietnam si è dimostrato un partner stabile e affidabile in una regione nella quale invece permangono alcune incognite, dal golpe in Myanmar al posizionamento delle Filippine.  

La crescita di IDE comunitari in Vietnam sembrerebbe quindi solo all’inizio. Se neanche le contingenze della pandemia hanno potuto ostacolarne il progresso, bisognerà guardare con ancora maggiore attenzione agli sviluppi futuri che ci riserverà questa florida economia emergente del Sud-Est asiatico.

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