Il Parlamento Europeo condanna il colpo di stato in Myanmar

Il PE ha voluto dare un segnale chiaro approvando a larga maggioranza una dura risoluzione contro il golpe militare

COMUNICATO STAMPA


In una risoluzione sulla situazione in Myanmar, i deputati condannano fermamente il colpo di stato militare del 1° febbraio e chiedono ai militari (Tatmadaw) il ripristino immediato del governo civile, la fine allo stato di emergenza e il rilascio incondizionato di tutte le persone arrestate illegalmente, inclusa Aung San Suu Kyi. L’esito delle elezioni generali dell’8 novembre 2020 deve essere rispettato e il potere restituito alle autorità civili elette.


Secondo i deputati, “nonostante la sua incapacità di condannare adeguatamente le violazioni dei diritti umani nei confronti delle minoranze in Myanmar/Birmania, Aung San Suu Kyi continua a essere il simbolo del popolo del Myanmar/Birmania per quanto riguarda le aspirazioni e le ambizioni democratiche per un futuro più giusto e democratico”.


Inoltre, per garantire il riconoscimento e la rappresentanza di tutti i gruppi etnici in Myanmar, compresi i rohingya, la nuova costituzione deve essere elaborata e attuata attraverso un processo libero ed equo.


I deputati accolgono con favore l’estensione delle sanzioni del 2018 nei confronti del personale militare e dei funzionari del Tatmadaw, della guardia di frontiera e della polizia responsabili di gravi violazioni dei diritti umani ai danni dei rohingya, ed esortano il Consiglio a estendere le sanzioni mirate all’intera dirigenza dell’esercito del Myanmar/Birmania, compresi tutti coloro che hanno preso parte al colpo di Stato.


Infine, il PE invita l’UE e gli Stati membri a promuovere il coordinamento internazionale al fine di impedire l’esportazione illegale di merci non autorizzate dal Myanmar/Birmania, soprattutto a vantaggio economico delle forze armate.


Il testo è stato approvato con 667 voti favorevoli, 1 contrario e 27 astensioni.

Fonte: Parlamento Europeo

Il Vietnam è la nuova locomotiva asiatica

Nonostante il Covid-19, l’economia del Vietnam non arresta la sua corsa e registra la migliore crescita economica del 2020

Il Vietnam si conferma l’economia asiatica con le migliori prestazioni del 2020, nonché una delle poche ad aver risentito marginalmente della crisi economica che ha colpito tutto il mondo. Grazie all’efficace contrasto alla pandemia di Covid-19, il Paese asiatico è stato uno dei pochissimi Stati al mondo a non registrare alcuna contrazione nella crescita del PIL nell’anno appena passato, assicurandosi così, nel 2021, una posizione di vantaggio rispetto agli altri competitor regionali.

Se, infatti, l’emergenza sanitaria ha messo in ginocchio le economie di gran parte del mondo, il Vietnam è riuscito a contenere con successo la diffusione dei contagi, vantando un totale di poco più di 1.800 casi e appena 35 decessi fino ad oggi. Cifre decisamente inferiori a quelle a cui siamo abituati, considerando soprattutto che il Vietnam ha una popolazione di quasi 98 milioni di persone. Basandosi anche sulle precedenti esperienze epidemiologiche, come la SARS del 2003, il governo vietnamita è stato capace di implementare rapidamente un minuzioso piano di emergenza, settimane prima che le altre nazioni prendessero in considerazione l’idea di correre ai ripari. Le frontiere con la Cina sono state rapidamente chiuse e, in aggiunta alle restrizioni sui transiti internazionali, il governo ha disposto uno stringente monitoraggio dei contagi, avviando una scrupolosa opera di tracciamento della diffusione del virus. Tutti sforzi ampiamente ripagati, che hanno consentito al Paese di registrare una crescita economica del +2,9% nel 2020, superiore persino al tasso di crescita cinese attestato attorno al +1,9%. La tempestiva risposta alla pandemia ha inoltre contribuito ad attirare una cospicua fetta di investimenti diretti esteri e ad aumentare l’import-export. 

In quest’ultimo ambito, l’espansione dell’economia vietnamita è in gran parte trainata dai numerosi trattati commerciali conclusi nel 2020. Il primo è l’accordo di libero scambio siglato con l’Unione Europea, entrato in vigore nel giugno dell’anno scorso, a cui ha fatto seguito il Regional Comprehensive Economic Partnership, che ha dato vita al blocco commerciale più grande del mondo riunendo 15 economie asiatiche e oltre due miliardi di persone. In virtù della Brexit, inoltre, il Vietnam ha firmato un nuovo accordo di libero scambio con il Regno Unito, in sostituzione di quello sottoscritto con l’UE. Infine, il Paese ha siglato degli accordi bilaterali con il Giappone e la Corea del Sud e ha aderito insieme ad altre undici nazioni del Pacifico al Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership.

Anche il settore dei servizi, che ha risentito maggiormente della pandemia, è riuscito a riprendersi nell’ultimo trimestre del 2020 e, nonostante si preveda una naturale contrazione del turismo per il 2021, gli analisti hanno calcolato un calo del PIL solo dell’1,5% inferiore a quello potenziale se non si fosse verificata l’emergenza sanitaria. 

Malgrado le circostanze sfavorevoli, dunque, per il Vietnam sembra profilarsi un futuro piuttosto roseo. La società di consulenza britannica Center for Economics and Business Research ha infatti stimato una crescita esponenziale per lo Stato asiatico, che porterebbe il Vietnam a diventare la 19esima economia mondiale entro il 2035. Con un aumento potenziale del Pil del 7,7% nei prossimi 10 anni e del 6,6% negli anni seguenti, il Vietnam dovrebbe riuscire a superare agilmente altre potenze regionali.

Gli obiettivi di crescita sono stati rimarcati durante il 13° Congresso del Partito Comunista, conclusosi domenica 31 gennaio con la rielezione per il terzo mandato consecutivo di Nguyen Phu Trong a Segretario Generale del Partito.  Il Congresso ha definito la traiettoria economico-politica del Vietnam per i prossimi cinque anni, spingendo sulla riqualificazione del Paese in termini di sviluppo scientifico e tecnologico.

Comprensibilmente, la crescita economica andrà di pari passo con l’affermazione sulla scena internazionale. Anche in tale contesto per il Vietnam il 2020 è stato un anno fortunato; ha ottenuto maggiore visibilità sul piano delle relazioni estere ricoprendo la Presidenza dell’ASEAN ed è stato selezionato come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti per il biennio 2020-2021, svolgendo con successo le sue mansioni internazionali. In merito alla Presidenza, il Vietnam ha promosso la reattività del blocco, limitando i danni della pandemia e assicurando, allo stesso tempo, l’elaborazione dell’agenda prefissata per il 2020. Ma, tra i maggiori successi di cui Hanoi può fregiarsi, vi è senza dubbio la redazione di una risoluzione delle Nazioni Unite per l’istituzione della Giornata internazionale della preparazione alle epidemie, fissata per il 27 dicembre. In sintesi, tra vittorie diplomatiche e commerciali, il Vietnam chiude trionfalmente uno dei peggiori anni della storia.

Peranakan

Storia di come la multiculturalità è divenuta norma in Malesia

“Sono italiano”, “sono giapponese”, è una risposta piuttosto comune da dare per un cittadino italiano, o giapponese, se interpellato sulla sua nazionalità. Più difficile è, invece, che qualcuno proveniente dalla Malesia risponda “sono malese”. I confini tra stati, che noi siamo abituati a pensare come distinti e separati, in molti paesi del Sud Est asiatico sono percepiti in maniera più labile. Questo perché in molti casi furono decisi in passato a tavolino dalle potenze straniere, spesso senza tenere conto della geografia, delle etnie e delle culture differenti.

Oggi per Malesia si intende l’unione di 13 stati federati (9 regni, ognuno governato da un Sultano, e 4 repubbliche), e 3 territori federali dell’Asia sud-orientale. Essa comprende la parte peninsulare (o Occidentale), sulla punta meridionale della Penisola di Malacca, e la parte Orientale, un’ampia fetta dell’isola di Borneo. Oltre il 60% della popolazione è musulmana, circa il 19% buddhista, il 10% cristiana, il 6% induista. La maggioranza, musulmana e indigena, detiene le redini politiche del paese, ma il potere economico è appannaggio della minoranza etnica cinese.

Tornando alla domanda iniziale, una persona proveniente dalla Malesia potrebbe rispondere “sono malese”, se nativo del luogo. Ma anche: sono cinese, indiano. O ancora baba nyonyakristangchitty. Oppure un’altra delle innumerevoli etnie che in Malesia vengono raggruppate sotto la denominazione comune di peranakan (lett.: “discendente”). Il temine identifica una persona nata in territorio malese dall’unione tra un nativo del luogo e una persona di un’etnia differente.

Tutto ebbe inizio nel XVI secolo a Malacca, capitale dell’omonimo stato malese e sede di uno dei porti commerciali più importanti del Sud-Est asiatico. Qui le spezie pregiate, provenienti e dirette verso tutta l’Asia, si commerciavano in grandi quantità.

A causa di questa fiorente rete di scambi commerciali, la Malesia iniziò ben presto ad attrarre le mire espansionistiche dei Paesi europei: la prima volta del Portogallo, che se ne impossessò nel 1511; la seconda dell’Olanda, che scacciò i portoghesi e se ne appropriò a partire dal 1641; infine della Gran Bretagna, che sconfisse a sua volta gli olandesi ed estese il suo dominio sulla penisola dal 1795 fino alla sua indipendenza, avvenuta ufficialmente nel 1957. Durante il periodo britannico, la regione venne conquistata anche dai giapponesi per un breve periodo, dal 1942 al 1945.

Le varie epoche di dominazione straniera, unite ad una prospera attività commerciale, diedero vita a Malacca ad una mescolanza continua tra nativi del luogo, europei, e mercanti indiani, cinesi o arabi. A cui seguirono presto numerosi matrimoni misti in tutta la Malesia, tra religioni ed etnie diverse. Ai discendenti di queste unioni, oggi, risulta impossibile definire la propria identità con termini standard e facilmente identificabili, come “cinese”, “europeo”, o “malese”. Anche il termine malese orang Cina bukan Cina (“Cinese non-cinese”), a volte utilizzato per descrivere i peranakan, risulta fuorviante. Ognuna di queste etnie infatti ha sviluppato usi e tradizioni unici, sia derivanti dalla cultura dei propri antenati, sia nati in maniera del tutto autonoma grazie al fatto di essere figli a metà tra due mondi.

Esistono innumerevoli varietà di peranakan, ma i più numerosi oggi sono i baba nyonya, i kristang, e i chitty.

baba nyonya discendono dall’unione in secoli passati di mercanti cinesi immigrati in Malesia, solitamente maschi, e donne del luogo. Sono il gruppo etnico più numeroso, tanto che spesso si ricorre erroneamente ai termini perakan e baba nyonya come sinonimi. Quando il discendente è maschio, è un baba (“uomo”), altrimenti, una nyonya (“donna”). Le generazioni più anziane parlano il baba malay, una lingua creola che mescola malese e molte parole del dialetto cinese della regione del Fujian. La religione praticata è generalmente quella buddhista, ma non è raro trovare praticanti cristiani grazie alla forte influenza culturale europea nel Paese: difatti, le festività osservate sono sia quelle del calendario lunare che di quello gregoriano.

kristang sono peranakan di origini europee (principalmente portoghesi), e malesi, cinesi o indiani. La particolarità di questo gruppo consiste nell’essere non solo multietnico, ma anche multireligioso: in esso cercarono rifugio e protezione, a partire dalla metà del 1500 d.C., anche gli ebrei di Malacca, perseguitati dall’Inquisizione Portoghese. I quali espansero ulteriormente la varietà di usi, costumi, religioni e tradizioni dei kristang. Oggi vengono osservate festività cristiane come il giorno San Pedro e il Natale, e in queste occasioni si può ammirare tutta la multiculturalità della cucina kristang, un vero e proprio incontro tra oriente e occidente. Circa 300 parole portoghesi sono integrate nella loro versione creola di malese, il “portoghese di Malacca”. Una di queste, kristang (dal portoghese Cristão, “cristiano”), ha dato origine al nome del gruppo etnico. Nei secoli scorsi era piuttosto comune che kristang e gente del luogo convenissero a nozze, ma negli ultimi anni è diventato più raro: la riforma legislativa del 1976 prevede infatti che chiunque sposi un musulmano debba obbligatoriamente convertirsi all’Islam, religione che è seguita dalla maggior parte dei malesi. I kristang, che posseggono una forte identità religiosa e culturale cristiana, trovano difficile adattarsi alla nuova regola e tendono sempre più a legarsi a peranakan, cinesi, o indiani, dove tale pratica non è presente.

chitty discendono dall’unione tra indiani e malesi, cinesi o baba nyonya. Parlano malese, la ricorrenza che festeggiano è il diwali (il “festival delle luci”, una delle più importanti feste indiane) e la loro cucina è fortemente permeata da influenze sia indiane che malesi. In Malesia, è facile riconoscere l’abitazione di un peranakan chitty: basta osservare la porta d’ingresso. Se questa è adornata da foglie di mango, è molto provabile che un discendente di questo gruppo etnico viva all’interno.

Sebbene i peranakan siano considerati alla stregua di un patrimonio culturale immateriale, oggi il 55% della popolazione della Malesia è malese, il 35% cinese, l’8% indiano, e solo il restante 2% comprende la dicitura “altri”, in cui sono compresi i peranakan. La sopravvivenza di queste innumerevoli, variegate identità linguistiche e culturali è sempre più a rischio. Per questo motivo, sono state fondate numerose associazioni e persino un museo peranakan a Singapore, per fare in modo che esse non vadano perdute.

L’economia islamica in Indonesia

Con il lancio del Masterplan per l’economia islamica e la certificazione halal obbligatoria, l’Indonesia punta a diventare hub mondiale del settore halal entro il 2024.  

Il 14 maggio 2019 il Presidente indonesiano Joko Widodo ha lanciato ufficialmente il primo Masterplan per l’Economia Islamica (MEKSI) da implementare nel quinquennio 2019-2024. L’Indonesia è il Paese con la più numerosa popolazione musulmana del mondo e negli ultimi anni sta puntando sempre più concretamente allo sviluppo di forti strategie inerenti l’economia islamica. 

The State of The Global Islamic Economy Report 2020/2021 rileva che l’Indonesia continua ad avanzare in tutte le classifiche dei principali settori dell’economia islamica mondiale, posizionandosi sempre tra i primi 10 Paesi. In relazione al GIEI (Global Islamic Economy Indicator), l’Indonesia è salita dal decimo posto nel 2018 al quarto posto nel 2020, avanzando di un ulteriore posizione rispetto al quinto posto del 2019. Inoltre, si posiziona al 1° posto nella Top 5 dei mercati mondiali di consumo alimentare halal, con una spesa di $144 miliardi; 7° posto nella Top 10 dei Paesi in base agli asset di finanza islamica; 2°, 4° e 5° posto nelle rispettive Top 5 dei mercati di consumo di cosmetici halal, prodotti farmaceutici halal e modest fashion. 

Questi dati confermano il ruolo dell’Indonesia tra i Paesi con maggiore potenziale per diventare centri nevralgici dell’economia islamica. Di recente, l’Indonesia ha compiuto passi decisivi in tale direzione. Innanzitutto, con la legge No. 33/2014 sulla Garanzia dei Prodotti Halal, il governo indonesiano ha reso obbligatoria la certificazione per tutti i prodotti halal distribuiti sul mercato interno, incluse le importazioni. Questa legge è entrata in vigore ad ottobre 2019 e prorogata fino al 2024 per permettere ai produttori di adeguarsi alle nuove direttive ed ottenere la certificazione halal. I requisiti halal si applicano a varie categorie di beni e servizi. Il mercato globale halal, analizzato dal suddetto Report, comprende infatti ben 7 categorie economiche: cibo halal, finanza islamica, turismo Muslim-friendly, modest fashion, farmaci halal, cosmetici halal, media e intrattenimento a tema islamico.

Su questa scia si pone quindi l’adozione del cosiddetto MEKSI 2019-2024 (Masterplan Ekonomi Sharia Indonesia), il primo piano d’azione atto a rendere l’Indonesia un Paese leader nella produzione di prodotti e servizi specificamente halal. Il piano individua 4 strategie principali. Esse prevedono il potenziamento del ruolo delle micro, piccole e medie imprese, intese come motore della catena del valore halal, concentrandosi in particolare sui settori più competitivi del Paese (alimenti e bevande halal, e modest fashion); il rafforzamento del settore finanziario islamico, con maggiore presenza e fornitura di capitali per le imprese di produzione halal; e infine, la promozione dei prodotti e servizi halal indonesiani tramite una più intensa collaborazione con le piattaforme di e-commerce.

L’avvio del Masterplan è passato attraverso l’istituzione del National Islamic Finance Committee (KNKS, Komite Nasional Keuangan Syariah) da parte del governo indonesiano. L’obiettivo esplicito è quello di rafforzare il ruolo della finanza islamica nel guidare la crescita economica del Paese, supportata dallo sviluppo di un roadmap nazionale per il fintech islamico. 

Il KNKS ha successivamente cambiato nome in National Sharia Economy and Finance Committee (KNEKS), nell’ambito di una nuova strategia e di una nuova direzione esecutiva. Il KNEKS coprirà quattro aree: sviluppo dell’industria dei prodotti halal, sviluppo della finanza islamica, sviluppo della finanza sociale islamica e aumento delle attività commerciali islamiche. La domanda per il consolidamento della finanza islamica, così come la sua analisi e comprensione, è infatti sempre più forte in Indonesia. Essa registra anche il maggior numero di eventi del settore, e si classifica seconda per la quantità di studi ad esso correlati. 

L’attuazione del MEKSI coinvolge i vari attori dell’economia islamica con iniziative ampie ed ambiziose. Tra gli obiettivi del Masterplan rientrano infatti la costruzione del Halal Lifestyle District a Jakarta, un distretto industriale di 21 mila metri quadrati con un investimento di $18 milioni; e la realizzazione del Muslim Fashion Project (MOFP), un piano d’azione per lo sviluppo dell’industria della modest fashion, che include concorsi e progettazione di start-up di moda, e in cui sono coinvolti circa 656 piccole e medie imprese e 60 designer. L’Indonesia mira così a diventare la prossima capitale mondiale della modest fashion

Il MEKSI 2019-2024 rappresenta quindi un importante punto di svolta per la politica economica indonesiana. L’economia islamica è destinata a diventare il valore identitario dell’Indonesia, che si pone l’ambizioso obiettivo di diventare produttore chiave e hub mondiale del settore halal entro il 2024.  

Italia – ASEAN con Padiglione Italia verso Expo Dubai

COMUNICATO STAMPA

Siglato il protocollo d’intesa tra il Commissario italiano Paolo Glisenti e il presidente Enrico Letta

La diplomazia scientifica, culturale ed economica tra Italia, Europa e Sud Est asiatico al centro dell’accordo

Roma, 4 febbraio 2021

Il rafforzamento delle relazioni tra Italia, Europa e Sud Est asiatico attraverso attività, iniziative ed eventi da realizzare in occasione della partecipazione dell’Italia a EXPO 2020 Dubai: è questo l’obiettivo al centro dell’accordo tra il Commissariato per la partecipazione italiana alla prossima Esposizione Universale e l’Associazione Italia – ASEAN.

Il protocollo, firmato dal Commissario Paolo Glisenti e dal Presidente dell’Associazione Enrico Letta, mira a favorire la partecipazione del sistema imprenditoriale e degli enti scientifico-culturali del nostro Paese con interesse strategico nella Regione e a rafforzare la cooperazione economico-finanziaria e culturale tra il Sistema Italia e i Paesi ASEAN, con particolare riguardo ai temi della connettività, del cambiamento climatico e sviluppo sostenibile, del capacity building, della cooperazione marittima e della gestione dei disastri naturali oltre che della sostenibilità agroalimentare e della salute.

L’Associazione Italia-ASEAN si impegna tra l’altro a realizzare, in occasione del Global Business Forum ASEAN di Expo 2020 Dubai, previsto l’8-9 dicembre 2021, una o più iniziative ed eventi volti a rafforzare la cooperazione economico-finanziaria, il business matching e le opportunità di crescita delle esportazioni e degli investimenti, la cooperazione scientifica e culturale tra il Sistema Italia e i paesi dell’ASEAN.

“L’EXPO 2020 Dubai rappresenta una grande occasione per l’Associazione Italia-ASEAN per continuare a lavorare per il rafforzamento delle relazioni tra Italia, Europa e Sud-Est asiatico”, ha dichiarato Enrico Letta. “Avremo l’opportunità di organizzare eventi e promuovere iniziative insieme al Commissariato per l’Esposizione Universale con al centro i principi del dialogo internazionale, del libero scambio e del multilateralismo. Negli ultimi anni abbiamo visto crescere l’interesse verso l’ASEAN, ma sarà fondamentale per il Sistema Italia agire in maniera unita per cogliere le opportunità che stanno emergendo in questa area del Pianeta estremamente dinamica”.

“Il rapporto di collaborazione con ASEAN in vista di Expo 2020 Dubai – ha dichiarato Paolo Glisenti – apre una interessante prospettiva per la partecipazione dell’Italia alla prossima Esposizione Universale nel momento in cui la configurazione di una nuova area di libero scambio tra i paesi asiatici permette alle nostre imprese di guardare al tempo della ripresa dopo la pandemia con maggiore fiducia. Il ruolo che l’Italia svolgerà con ASEAN a Dubai consoliderà le relazioni diplomatiche, culturali e scientifiche con quell’area del Mondo“.




Il “One Million Trees Movement” a Singapore

La città-stato mira a riportare la natura in città piantando più di un milione di alberi

In quanto città-stato con risorse terrestri limitate, Singapore è stata a lungo combattuta tra lo sviluppo urbano e la protezione della natura perdendo gran parte dei suoi spazi verdi nel XIX secolo a causa del disboscamento, e un secolo dopo, una popolazione in crescita e il rapido sviluppo urbano hanno fatto sì che altri alberi fossero rimossi per la bonifica del terreno.

Ma ora Singapore sta cercando di invertire rotta organizzando un’ambiziosa campagna di riforestazione. Nell’agosto 2020 infatti, il governo ha annunciato il lancio del nuovo Sungei Buloh Park Network, un parco di 990 acri nella parte settentrionale dell’isola che è un sito di rifornimento e una tappa essenziale per gli uccelli migratori provenienti dalla Russia siberiana e diretti in Australia e che ospita buceri orientali, lontre, coccodrilli di acqua salata, e molte altre specie uniche nel loro genere. Sungei Buloh fa parte però di un progetto più ampio che mira a piantare 1 milione di alberi nei prossimi 10 anni, “Il One Million Trees Movement” lanciato a marzo 2020 dall’agenzia governativa National Parks Board (NParks).

Nei prossimi 10 anni NParks prevede infatti di conservare più di 70 specie animali e vegetali autoctone e di riqualificare 30 ettari di habitat forestali, marini e costieri. La semina a più livelli verrà svolta lungo le strade cittadine, chiamate Nature Ways con l’obiettivo di coprire circa 300 km e trasformare quasi ogni strada della città in una Nature Way a lungo termine rendendo le strade più fresche ed esteticamente più gradevoli. Saranno inoltre disponibili 500 km di connettori per parchi entro il 2030, mettendo effettivamente tutte le famiglie a 10 minuti a piedi da un parco.

Per passare da “città in un giardino” a “città nella natura” Singapore avrà bisogno di mettere in atto quattro spinte chiave: più parchi naturali, trasformazione dell’ambiente selvatico in giardini pubblici, integrazione della natura nell’ambiente edilizio e rendere gli spazi verdi più accessibili. Entro il 2030 infatti, ci saranno altri 200 ettari di parchi naturali, che fungeranno da habitat complementari e proteggeranno le riserve naturali dall’urbanizzazione. Solo per il Khatib Bongsu Nature Park ad esempio è previsto uno spazio di 40 ettari. Anche i corsi d’acqua e i corpi idrici nei giardini e nei parchi saranno protetti dall’innalzamento del livello del mare e dalle inondazioni.

“Gli alberi svolgono un ruolo importante nella creazione di un ambiente vivibile”, ha detto Adrian Loo, direttore di NParks Conservation Group. “Fungono da filtri dell’aria naturali, riflettono il calore radiante rendendo le superfici fredde e forniscono la temperatura ambiente attraverso l’ombra e l’evapotraspirazione; aiutano a mitigare il cosiddetto effetto isola di calore urbana e il cambiamento climatico”. Rendere più verde la città infatti aiuterà anche a mitigare il sopracitato effetto “isola di calore” creato dalla pavimentazione e dai grattacieli, che assorbono e irradiano la radiazione solare e aumentano la temperatura del nucleo urbano di Singapore.

Adrian Loo ha affermato però che affinché il progetto One Million Trees sia efficace, tutti dovranno essere coinvolti: “Il successo del progetto si misura anche dalla nostra capacità di instillare un senso di rispetto tra i singaporiani, nei confronti degli alberi e dell’ambiente”. L’agenzia governativa Clean and Green Singapore(CGS) mira infatti a ispirare gli abitanti della città a prendersi cura e proteggere gli spazi comuni e l’ambiente, adottando uno stile di vita pulito e sostenibile. 

Singapore però non è l’unico Paese dell’ASEAN a portare avanti progetti di questo tipo: l’educazione ambientale è infatti un pilastro importante nella cooperazione dei Paesi membri. Ne è un esempio il programma ASEAN Eco-school, che mira a creare una cultura scolastica orientata alla protezione e conservazione dell’ambiente attraverso la gestione, l’impegno e la pulizia del territorio. Tali attività sono dedicate all’istruzione, facilitando e ispirando le comunità scolastiche a proteggere e sostenere l’ambiente, sia nelle scuole che a casa, ma anche nella comunità e all’interno dello stato in generale. Attualmente, diversi stati membri dell’ASEAN hanno già adottato il programma di eco-scuola tra cui Cambogia, Indonesia, Malesia, Filippine e Thailandia.

Ad oggi i Paesi dell’ASEAN devono affrontare un’enorme sfida nel mantenere un delicato equilibrio tra sostenibilità ambientale e sviluppo economico poiché nonostante l’abbondanza di risorse naturali, il rapido aumento della popolazione e la ancor più rapida crescita economica e industriale rischiano di minacciare le risorse naturali causando gravi problemi ambientali. L’ASEAN ha riconosciuto però la necessità di un grande cambiamento di rotta verso un maggiore equilibrio tra persone, pianeta terra e profitto per un corretto sviluppo sostenibile.

Tale trasformazione richiederà un cambiamento nel modo di pensare e agire delle nuove generazioni del Sud-Est asiatico che devono essere istruite a salvaguardare gli spazi verdi e dare peso alla sostenibilità e l’ambiente, sfruttando anche le opportunità della trasformazione digitale. 

Le reazioni delle Istituzioni europee al colpo di Stato in Myanmar

Non si sono fatte attendere le reazioni delle Istituzioni europee alla notizia del colpo di Stato in Myanmar in cui il Tatmadaw, le forze armate del Paese, hanno arrestato il Presidente Win Myint, il Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi ed altri membri del governo civile invocando l’art.418 della Costituzione del 2008, a causa di presunti brogli durante le ultime elezioni a novembre 2020, e dichiarando lo stato di emergenza per un anno.

Dura la presa di posizione di Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha chiesto l’immediato ripristino del legittimo governo civile in Myanmar e la rapida apertura del Parlamento con la partecipazione di tutti i rappresentanti eletti, come previsto dalla Costituzione.

La medesima condanna è arrivata anche dalla Presidente della Commissione Europea, dal Presidente del Consiglio Europeo e dal Presidente del Parlamento Europeo, nonché da alcuni membri del Parlamento Europeo

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Colpo di Stato in Myanmar

Dopo giorni di crescente tensione tra il governo civile e le forze armate, la leader Aung San Suu Kyi, vincitrice delle ultime elezioni, e altri alti esponenti del partito al governo, sono stati arrestati. I militari hanno dichiarato lo stato di emergenza per un anno e hanno annunciato che l’ex generale Myint Swe sarà presidente ad interim per tutta la durata dello stato d’emergenza. 

I militari hanno giustificato il colpo di stato sostenendo “enormi irregolarità” nelle elezioni di novembre che la commissione elettorale non era riuscita a risolvere.

Il Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN Enrico Letta, condannando fortemente la mossa dei militari, ha dichiarato che “ogni transizione democratica è fatta di tappe e di prassi che si affermano. Oggi il Myanmar fa un grave e inaccettabile passo indietro arrestando i leader che dovevano guidare questa transizione”.

La premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi ha lanciato un appello al popolo affinché si opponga ai militari. “Esorto la popolazione a non accettarlo, a rispondere e a protestare con tutto il cuore contro il colpo di stato”. Fonti Reuters riportano anche un appello a non fare uso di violenza e ad agire secondo la legge.

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere e vanno tutte nella stessa direzione. La portavoce della Casa Bianca Jen Psaki  ha riferito che “Gli Stati Uniti si oppongono a qualsiasi tentativo di alterare l’esito delle recenti elezioni o di impedire la transizione democratica del Myanmar, e prenderanno provvedimenti contro i responsabili se questi passi non saranno invertiti”.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres, condannando il golpe, ha affermato che “Questi sviluppi sono un duro colpo alle riforme democratiche. Le elezioni generali dell’8 novembre 2020 davano un forte mandato alla Lega nazionale per la democrazia, riflettendo la chiara volontà del popolo birmano di continuare sulla strada conquistata a fatica della riforma democratica”.

Il Myanmar dal 1997 ha aderito all’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, un’organizzazione politica, economica e culturale, fondata nel 1967 con lo scopo di promuovere la cooperazione e l’assistenza reciproca fra gli stati membri per accelerare il progresso economico e aumentare la stabilità della regione. Il Myanmar, indipendente dalla Gran Bretagna dal 1948 e guidato da una giunta militare dal 1962, nel 2010 ha avviato una transizione verso la democrazia con una serie di graduali riforme politiche, instaurando un governo civile, scarcerando gli oppositori politici tra cui Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, e convocando libere elezioni parlamentari.

Ad oggi il Myanmar resta uno dei paesi più poveri e meno sviluppati del pianeta e dopo decenni di stagnazione, embargo internazionale e isolamento economico, dal 2011 il paese sta registrando un forte sviluppo economico in tutti i settori. Il colpo di stato di oggi mette a rischio la transizione democratica e mina quella stabilità politica indispensabile alla crescita economica.

La nuova era digitale per i giovani dell’ASEAN

La pandemia di Covid-19 ha inaugurato l’inizio di una nuova era digitale per la Generazione Z del Sud-Est asiatico

I sociologi chiamano Generazione Z quella dei nati tra il 1997 e il 2012. È la prima della storia dell’umanità a non aver mai conosciuto un mondo senza le tecnologie di comunicazione di massa quali internet e gli smartphone. La loro profonda conoscenza e dimestichezza con la digital technology li rende ad oggi la generazione più esperta nella navigazione in rete, con il potenziale di portare una vera e propria rivoluzione nel mondo del lavoro. Molti di questi giovani apprendono competenze di coding fin dall’età di dodici anni; altri guadagnano cifre considerevoli grazie alle nuove opportunità offerte dalla rete; arrivati all’età adulta, sperimentano nuovi corsi universitari e mestieri mai pensati prima. Si possono quindi considerare dei veri e propri pionieri del settore digitale.

I giovani abitanti dei Paesi ASEAN non fanno eccezione: utilizzando strumenti digitali per rimanere sempre in contatto tra di loro, essi sono più creativi, competenti e pronti a cogliere le opportunità del mondo. Un recente studio del World Economic Forum ha scoperto infatti che nonostante le difficoltà dovute alla scarsa connettività in alcune aree, la trasformazione digitale ha già creato una generazione esperta di tecnologia nel Sud-Est asiatico che sarà un fattore chiave per la crescita inclusiva e sostenibile dell’ASEAN. Lo stesso sondaggio, condotto in collaborazione con Sea, ha rilevato che i giovani della regione nella fascia di età compresa tra i 15 e i 25 anni si sono adattati alle restrizioni del blocco aumentando la loro presenza digitale, mentre i nuovi imprenditori hanno accelerato il passaggio all’e-commerce.                                                                         

Il Sud-Est asiatico oggi ospita 220 milioni di giovani, pari a circa un terzo della popolazione giovanile totale.Per osservare da vicino il potenziale di questo capitale umano, lo scorso 24 novembre si è svolto online il “ASEAN Youth and Community Dialogue Forum 2020”, avente come tema le politiche per lo sviluppo dei giovani, le nuove tendenze e le sfide che devono affrontare gli Stati membri dell’ASEAN. Ospite dell’evento, il Viceministro vietnamita degli affari interni Trần Anh Tuấn ha affermato che il suo Paese e gli altri membri dell’ASEAN puntano molto sui giovani per la costruzione e integrazione della comunità del Sud-Est asiatico. 

Proprio per quanto riguarda gli aspetti socio-culturali infatti, il recente rapporto “Culture Next” che l’azienda di streaming musicale Spotify ha realizzato per analizzare il ruolo dell’intrattenimento audio nel plasmare la cultura e il rapporto con il mercato dei giovani abitanti del Sud-Est asiatico, ha evidenziato conclusioni interessanti. Prendendo in esame 3.000 tra Gen Z e Millennial di Singapore, Malesia, Filippine, Indonesia e Thailandia, per analizzare il loro rapporto con marchi, contenuti web, tecnologia e cultura, il rapporto rappresenta un interessante spaccato delle generazioni che daranno forma all’ASEAN del futuro. Il sondaggio infatti mostra come le nuove identità non siano più definite solo dal luogo di nascita o dall’idioma, ma siano piuttosto formate dal complesso intreccio online tra passioni e interessi comuni: il 61% degli intervistati ha dichiarato di avere almeno un amico proveniente da un altro Paese; il 56% definisce sé stesso in base a chi sono gli amici che lo circondano, a cosa sono appassionati e quale moda seguono; il 78% crede che la musica li aiuti a entrare in contatto tra loro e con altre culture, quindi a creare una comunità transnazionale che superi i confini del proprio luogo di origine.

In conclusione, le nuove generazioni del Sud-Est asiatico appaiono piuttosto diverse rispetto a quelle precedenti. Grazie al contatto diretto con la rivoluzione digitale, la Generazione Z in ASEAN è dinamica e flessibile, pronta a cogliere le opportunità delle trasformazioni in corso e aperta a nuove forme di integrazione sovranazionale. Con oltre 200 milioni di giovani under 35, il Sud-Est asiatico si candida dunque a diventare un importante hub di innovazione in Asia e nel mondo. 

Lo stato degli accordi commerciali tra UE e ASEAN

L’UE ha tentato di negoziare un trattato di libero scambio con l’ASEAN, ma il fallimento di questa strategia ha portato a preferire accordi con i singoli Stati. 

UE ed ASEAN avevano avviato i negoziati per un accordo di libero scambio già nel 2007, ma si bloccarono nel 2009. Da quel momento l’UE ha preferito portare avanti trattative coi singoli Stati membri e ad oggi è riuscita a siglare accordi con Singapore (2019) e Vietnam (2020). Sebbene siano aperte le trattative con Indonesia, Malesia, Thailandia e Filippine, l’obiettivo finale dell’UE è utilizzare questi singoli accordi come basi di lancio per arrivare un giorno ad un accordo region-to-region con l’ASEAN. 

Nel complesso, l’ASEAN è una delle più grandi economie del mondo, un mercato di oltre 660 milioni di consumatori, con una classe media in rapida espansione, che offre grandi opportunità agli esportatori e agli investitori dell’UE. L’ASEAN è il terzo partner commerciale dell’UE dopo USA e Cina, mentre l’UE è il terzo partner commerciale dell’ASEAN, dopo Cina e USA. La regione è anche un hub chiave per il transito di merci ed occupa una posizione importante nelle reti produttive. Ad oggi l’ASEAN ha firmato accordi di libero scambio con Cina, Hong Kong, Giappone, Corea, India, Australia e Nuova Zelanda. Inoltre, gli Stati ASEAN sono tra i 15 Paesi che hanno concluso i negoziati del RCEP e quattro di loro (Brunei, Malesia, Singapore e Vietnam), sono anche membri del CPTTP.

Con l’Indonesia il dialogo è iniziato nel 2016 ed è tutt’ora in corso. Le tematiche trattate sono varie e alcune sono in via di chiusura (questioni sanitarie, antitrust e fusioni), mentre altre sono in sospeso (disposizioni istituzionali relative alle dogane) o in corso di discussione (norme di origine sui prodotti, liberalizzazione degli scambi delle merci, imprese statali e sussidi, investimenti e servizi). Rimane dirimente il tema dell’olio di palma, poiché l’Indonesia ne è il primo produttore al mondo e ritiene che le misure dell’UE sulle energie rinnovabili discriminino i biocarburanti a base di questo olio. Su questo tema è aperto un contenzioso con l’UE in sede OMC. In generale, si ritiene che un accordo produrrebbe entro il 2032 un aumento del PIL dell’UE compreso tra 2-3 miliardi di euro e per l’Indonesia tra 4-5, mentre l’aumento delle esportazioni sarebbe nella scala di 5-6 miliardi per l’UE e 5 per l’Indonesia.

I negoziati con la Malesia sono stati avviati nel 2010, ma sospesi nel 2012 a causa dei preparativi per le elezioni malesi nel 2013, la partecipazione ai colloqui sul TPP e l’incapacità di entrambe le parti di concordare sui termini dell’accordo. Il rilancio dei negoziati è subordinato alla portata dell’accordo, poiché l’UE si aspetta che la Malesia punti ad un accorso ambizioso simile a quelli con Singapore e Vietnam. Ad oggi i negoziati sono fermi poiché la Malesia non hanno ancora preso posizione sulla loro continuazione e a pesare sulla riapertura vi è la politica dell’UE sull’olio di palma (di cui la Malesia è secondo produttore mondiale), tanto che il Paese sosterrà l’Indonesia nel contenzioso contro l’UE in sede OMC.

Invece, problemi di natura politica bloccano i negoziati con Thailandia e Filippine. I negoziati con la Thailandia, avviati nel 2013, si sono bloccati dopo il golpe militare nel 2014. Il ritorno alla democrazia e il rispetto dei diritti umani sono i prerequisiti per l’UE per riprendere i negoziati. Successivamente alle elezioni del 2019, si sono fatti passi verso il rilancio dei colloqui, ma, prima ancora di riprendere le negoziazioni, le parti dovranno trovare un accoro in merito al campo di applicazione del FTA e pertanto sono in corso discussioni a tal fine. I negoziati con le Filippine sono stati avviati nel 2015, e dopo una serie di round sono stati bloccati sempre a causa della situazione dei diritti umani e della democrazia. Solo recentemente le parti hanno ripreso i rapporti e discusso la prospettiva di proseguire i negoziati per un accordo.

Per il futuro l’UE si augura di poter riaprire negoziati bi-regionali e nel 2019 a conclusione della 22a riunione ministeriale UE-ASEAN, i due attori sovranazionali hanno ribadito il reciproco impegno per un accordo commerciale regionale. Sebbene vi sia stata poca convergenza tra le due parti, come anche all’interno dei singoli Paesi ASEAN stessi, per quanto riguarda il campo di applicazione dell’accordo, non di meno vista l’importanza della regione, l’impegno per addivenire ad un accordo continuerà.

A cura di Niccolò Camponi

Singapore sede del World Economic Forum 2021

La città-stato ospiterà il World Economic Forum quest’anno data la situazione ancora incerta in Europa per il Covid-19

L’incontro annuale tra i principali decision makers del pianeta si terrà a Singapore dal 13 al 16 maggio, e vedrà la partecipazione di capi di Stato e di governo, amministratori delegati, leader della società civile, media globali e leader giovanili provenienti dai sette continenti. «Un vertice sulla leadership globale è di vitale importanza per affrontare il modo in cui possiamo riprenderci insieme. Il World Economic Forum 2021 sarà il momento in cui i leader del mondo degli affari, della politica e della società civile si incontreranno di persona per la prima volta dall’inizio della pandemia. La cooperazione pubblico-privato è più che mai necessaria per ricostruire la fiducia e affrontare le sfide emerse nel 2020», ha affermato il fondatore e presidente esecutivo del WEF Klaus Schwab. 

All’evento infatti parteciperanno molti accademici, leader mondiali della politica e degli affari per discutere delle questioni più urgenti del momento. Lo scopo è quello di focalizzare gli obiettivi da raggiungere, tra cui lo sviluppo sostenibile, e discutere su argomenti quali tecnologia e governance commerciale.

La decisione del WEF di tenere il suo incontro annuale a Singapore riflette la fiducia che la città-Stato si è guadagnata grazie alla sua gestione della pandemia di Covid-19; a differenza delle edizioni precedenti infatti, il meeting del 2021 non si terrà nella cittadina svizzera di Davos. «Dopo un’attenta valutazione, e alla luce della situazione attuale per quanto riguarda i casi di Covid-19, è stato deciso che Singapore era nella posizione migliore per ospitare la riunione» ha affermato un portavoce del  WEF.

La città-stato ha infatti tenuto sotto controllo il virus con misure rigorose come l’implementazione di un blocco parziale per due mesi, l’obbligo di indossare la mascherina e la limitazione degli incontri sociali. Ciò ha permesso all’economia di riaprirsi gradualmente da metà giugno, con casi quotidiani nella comunità che si riducono a cifre minime o addirittura a zero, mentre la maggior parte dei nuovi casi viene importata.

Infatti nonostante l’impatto economico della pandemia, Singapore è riuscita ad attirare investimenti esteri per un valore di 13 miliardi di dollari nei primi quattro mesi del 2020, ha dichiarato Chan Chun Sing, affermando che questi investimenti provengono dai settori dell’elettronica e della tecnologia. Tra le aziende che hanno investito nella città-Stato si annovera l’azienda di elettronica Micron, le piattaforme di e-commerce Lazada e Shopee, e l’azienda di produzione Thermo Fisher Scientific

Anche compagnie come Twitter, Tencent, Zoom, Snap e Rakuten Mobile si sono espanse a Singapore nel bel mezzo della pandemia globale, ma la città-stato non è estranea ai frequenti investimenti delle società tecnologiche poiché ne ospita ad oggi 80 delle 100 più innovative al mondo. Il fattore principale che ha spinto queste società ad espandersi nel Sud-Est asiatico è la presenza di circa 650 milioni di persone, più della metà delle quali ha meno di 30 anni. Uno dei motivi è anche la rapida digitalizzazione dell’ASEAN, la fiorente classe media, la rapida urbanizzazione e industrializzazione e, gli effetti del Covid-19 che stanno facendo crescere la domanda in settori quali l’e-commerce e la robotica. 

Per questo motivo, molte aziende internazionali sono alla ricerca di un hub all’interno dell’ASEAN in cui sia facile fare affari e che contenga un denso ecosistema di clienti, fornitori e partner. Anche le compagnie che hanno già sede in Asia hanno scelto di stabilire una presenza a Singapore, come il colosso tecnologico cinese, Tencent Holdings, che ha annunciato nel settembre 2020 di aver scelto Singapore per supportare la sua espansione nell’ASEAN. 

La leadership globale di Singapore nel campo del digitale è il risultato di anni di iniziative del settore tecnologico supportate attivamente dal governo. A queste si sono accodate anche iniziative private come quella di Google, che ha lanciato lo Skills Ignition SG nel luglio 2020 con l’obbiettivo di formare i partecipanti a lavori relativi al marketing digitale e alla tecnologia cloud. Le tariffe dei programmi di formazione e lo stipendio mensile dei partecipanti sono coperti dal governo di Singapore che, supportando l’industria tecnologica nella creazione di tali iniziative, può garantire che le aziende interessate abbiano accesso a tecnici competenti pronti a supportare le loro esigenze nella città-Stato. 

La digitalizzazione quindi avrà un impatto molto significativo sul mercato del lavoro, e Singapore in qualità di hub finanziario del Sud-Est asiatico, beneficerà della crescita e della trasformazione economica dell’Asia post Covid-19. Per mantenere questo status, però, avrà bisogno di continuare ad essere la sede operativa centrale globale e regionale delle istituzioni finanziarie, attirando tecnici altamente qualificati, assumendo responsabilmente in ogni settore professionale e distribuendo i benefici tra gli abitanti di Singapore, valorizzando anche i talenti locali.

Una terza strada per UE e Vietnam

Come e perché l’Accordo di libero scambio commerciale cambierà per sempre le loro relazioni diplomatiche

“Gli accordi di libero scambio (ALS) offrono alle nostre aziende un’occasione di accesso ai mercati emergenti e creano posti di lavoro per gli Europei. […] Sono convinta che l’ALS sarà un’opportunità anche per il Vietnam, che godrà di maggiore prosperità economica, e più diritti per lavoratori e cittadini”.

Con queste parole la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha commentato l’entrata in vigore dell’ALS tra UE e Vietnam il 1° Agosto 2020. È stato definito l’accordo commerciale più completo che l’UE abbia mai stretto con un Paese in via di sviluppo, e punta ad eliminare il 99% dei dazi commerciali entro dieci anni. Tuttavia, l’accordo non solo segna una svolta nelle relazioni economiche, ma è anche l’inizio di una nuova era nel campo diplomatico.

Le relazioni tra UE e Vietnam cominciano ufficialmente nel 1990, appena pochi anni dopo il passaggio del Vietnam ad un’economia orientata al mercato, grazie alle riforme economiche che prendono il nome di Đổi Mới (lett. “rinnovamento”). Questa prima fase, che gli esperti di relazioni internazionali Nguyen e Mascitelli chiamano “inaugurazione dell’amicizia”, vede un approccio perlopiù unidirezionale, con l’UE che fornisce aiuti umanitari e sostiene progetti di sviluppo sostenibile. Il periodo di “conoscenza reciproca” termina nel 2006, quando l’economia vietnamita vive una fase di rapida espansione. Questa seconda fase viene chiamata “rafforzamento dell’amicizia”: le relazioni commerciali ed economiche diventano di gran lunga più importanti dell’assistenza umanitaria; il Vietnam viene ammesso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2007; e cominciano i negoziati per l’ALS. Dopo appena trent’anni, oggi l’UE è il quarto partner commerciale più grande del Vietnam, mentre il Vietnam è il 17esimo più grande per l’EU e il secondo tra tutti i Paesi membri dell’ASEAN. Inoltre, con investimenti per un valore totale di oltre sei miliardi di euro nel 2017, l’UE è uno dei maggiori investitori stranieri in Vietnam.

Oggi per il Vietnam, ma anche per altri Paesi ASEAN, l’espansionismo cinese nel Mar Cinese Meridionale è una sfida particolarmente delicata. Tuttavia, nessuno di loro può correre il rischio di esporsi apertamente, sia per il timore di perdere gli incentivi economici offerti dalla Nuova Via della Seta cinese, sia perché non sembra esserci una presa di posizione decisa da parte degli Stati Uniti. In questo contesto, una relazione più stretta con l’UE potrebbe fornire al Vietnam una “terza strada” per continuare a crescere economicamente, e non essere costretto ad allinearsi con Cina o Stati Uniti se il conflitto nella regione dovesse esacerbarsi. 

Il 2020 è stato un anno chiave per stringere l’accordo: in questo anno, infatti, il Vietnam è stato il Paese di turno alla Presidenza dell’ASEAN. Hanoi ha invocato un approccio “compatto ed efficiente” in risposta alle minacce poste dalle nuove sfide globali. Un approccio che potrebbe guidare l’ASEAN verso un orientamento comune anche nelle relazioni diplomatiche con l’UE.

Per l’UE, l’accordo spiana la strada verso intese future con altri Paesi membri dell’ASEAN. Ne consegue che nell’antagonismo fra le due grandi potenze, Stati Uniti e Cina, anche il Sud-Est asiatico emerge come un partner prezioso per i membri dell’Unione, non solo a livello commerciale, ma soprattutto per rafforzare la sua sfera d’influenza in questa parte del mondo. Nel suo comunicato ufficiale del 20 settembre 2020, anche l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri Borrell ha reiterato l’importanza di stringere legami più forti con il Sud-Est asiatico. 

Inoltre, il 2020 non è stato un anno chiave solo per il Vietnam. Nel 2020 l’UE ha scoperto l’urgente bisogno, rivelato dalla crisi Covid-19, di diversificare le catene di approvvigionamento e rafforzare il suo sistema produttivo. Nel momento in cui le attività produttive in Cina sono state sospese a causa della pandemia, improvvisamente l’UE ha realizzato di dipendere troppo da un singolo Paese per la sua catena di approvvigionamento, senza il quale non è in grado di mantenere dei livelli di produttività adeguati. Negli anni a venire, ridurre la vulnerabilità dei settori industriali principali sarà quindi di fondamentale importanza, per non farsi cogliere impreparati in caso di nuove interruzioni dei flussi commerciali. Il Vietnam è già emerso come un alleato prezioso all’inizio delle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti. Ad oggi, è una delle destinazioni preferite per gli investimenti delle aziende europee all’estero. Specialmente le aziende italiane stanno trasferendo gran parte delle capacità produttive dalla Cina al Sud-Est asiatico, attratte dal sistema economico particolarmente favorevole. Un trend destinato a crescere in futuro.

Le premesse sono buone per affermare che una terza fase nelle relazioni diplomatiche stia per prendere il via, grazie alla ratifica dell’ALS: ovvero, quella del “supporto reciproco” in tempi segnati dalle tensioni tra Cina e Stati Uniti e dalla nascita di nuove forze geopolitiche. Questo accordo è un’opportunità unica che, se sfruttata correttamente, potrebbe trasformarsi in una alleanza strategica di grande effetto. 

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