Asean

Shangri-La Dialogue, l’ASEAN chiede pace

Durante il summit sulla sicurezza dell’Asia-Pacifico di Singapore, è stata ribadita la centralità dell’ASEAN, i cui Paesi chiedono maggiore dialogo a livello internazionale

Editoriale a cura di Lorenzo Lamperti

“Il Sud-Est asiatico ha pagato più di altri le devastanti conseguenze dello scontro tra grani potenze. Non vogliamo che questo accada di nuovo”. Ng Eng Hen, il ministro della Difesa di Singapore, lo dice chiaramente nel suo discorso durante l’ultima sessione plenaria dello Shangri-La Dialogue, il massimo summit sulla sicurezza dell’Asia-Pacifico che si è svolto nella città-stato dal 2 al 4 giugno. Singapore e in generale l’area ASEAN si conferma ancora una volta cruciale crocevia della diplomazia globale. In un momento a dir poco complicato, tra guerra in Ucraina e le tensioni tra Stati Uniti e Cina, il Sud-Est fa sentire la sua voce chiedendo saggezza ai leader mondiali. “Le spese militari stanno aumentando in modo esponenziale anche in Asia-Pacifico”, dice il ministro di Singapore. “Non è una fonte di instabilità in sé, ma in assenza di un dialogo adeguato tra le potenze allora rischia di portare a una corsa al riarmo che può destabilizzare l’intera regione”. Durante gli incontri, a cui hanno partecipato anche il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, e il ministro della Difesa cinese, Li Shangfu, è stata menzionata più volta la “centralità dell’ASEAN” e la bontà della sua ASEAN way. E tutti i rappresentanti dei Paesi del Sud-Est asiatico hanno sottolineato la loro volontà di mantenere i rapporti sia con Washington sia con Pechino, promuovendo un multilateralismo basato su commercio e regole internazionali. Ma anche e soprattutto sul dialogo. “Sia Austin sia Li hanno garantito che Stati Uniti e Cina non chiedono ai Paesi ASEAN di scegliere da che parte stare, ma noi auspichiamo anche che questi due Paesi possano tornare a parlare tra loro”, ha detto Ng Eng Hen. “Entrambi sono da tempo in Asia-Pacifico ed entrambi non se ne andranno. Bisogna trovare o ritrovare il modo per garantire stabilità e sicurezza alla regione”. Lo stesso concetto espresso anche dall’IISS, l’istituto internazionale che organizza da 20 anni lo Shangri-La Dialogue a Singapore, dove si sono peraltro incontrati a porte chiuse anche i capi dell’intelligence di diversi Paesi, Stati Uniti e Cina compresi. A riprova, ancora una volta, di come Singapore e il Sud-Est garantiscano una eccezionale piattaforma di confronto. Se il futuro del mondo si scriverà (anche o soprattutto) in questa regione, forse sarebbe il caso di ascoltarla.

‘In quale porto dirigersi’: geografia ed economia dei porti ASEAN

Il mare è il luogo naturale della globalizzazione. La maggioranza delle merci si sposta via mare. L’efficienza nel muovere i container, unita a una posizione strategica e ai rapporti economico-politici, fa la fortuna dei porti dell’Asia orientale. Tra i 50 porti più attivi al mondo, nove sono nell’ASEAN e 18 in Cina.

Per chi non sa in quale porto dirigersi, nessun vento va bene. Anche se questa massima di Seneca proviene da una “epistola morale”, potremmo restituire la metafora al suo contesto di partenza – la navigazione – e trarne un nuovo, attuale, insegnamento. Il commercio marittimo globale risponde oggi a logiche in parte diverse da quelle dei tempi del Mare Nostrum romano. Se, da un lato, le condizioni ambientali (vento, correnti, distanza del viaggio in mare) influenzano meno le colossali navi portacontainer, la scelta del porto di approdo rimane essenziale per chi deve disegnare le rotte commerciali. Il mare è ancora la principale via di scambio delle merci: secondo i dati dell’UE, più del 50% del suo commercio esterno si è spostato via nave nel 2021. Un altro dato interessante è che, nella classifica dei primi 50 porti del mondo, 18 sono cinesi (il primo è Shanghai e altri sei porti cinesi occupano la top ten), nove sono nei Paesi ASEAN (il secondo a livello mondiale è Singapore) e sette sono europei.

Non è una sorpresa che i porti asiatici siano così numerosi nella classifica. Il titolo di ‘fabbrica del mondo’ può essere riconosciuto ormai non solo alla Cina, ma a buona parte del continente. Il dragone è affiancato da un sempre più numeroso gruppo di tigri. Secondo l’UNCTAD, nel 2021 i porti asiatici hanno scaricato e caricato, rispettivamente, il 64% e il 42% di tutte le merci mondiali per tonnellata. È interessante osservare che in Asia, così come in Europa (Russia inclusa), le merci scaricate (quindi importate) sono più di quelle caricate. Tale dato va accompagnato a un’altra recente tendenza del commercio via nave. Nel 2015, i paesi in via di sviluppo asiatici esportavano più tonnellate di merci di quante ne importavano, mentre il contrario avveniva nei paesi sviluppati. I dati del 2021 dimostrano che tale rapporto si è invertito. Sempre secondo l’UNCTAD, tale cambiamento può spiegarsi alla luce del fatto che i mercantili traportano sempre più dry cargo (ossia colli ‘secchi’ nei container) al posto di tanker cargo (ossia merci ‘in cisterna’, come prodotti petroliferi raffinati, chimici e gas). Se, negli anni Settanta, più della metà delle stive era occupata da tanker cargo, quindi in buona parte da materie prime e prodotti a bassa elaborazione, oggi tre quarti dei carichi è occupata da dry cargo, una categoria molto più vasta che include, tra le altre cose: minerali, componentistica, macchinari avanzati, prodotti di consumo…

Le economie asiatiche ed europee, dunque, sono affamate di prodotti per il proprio consumo interno e, soprattutto, per trasformarli in altri, più avanzati, beni da rivendere in altri mercati. Nell’ASEAN, Singapore spicca come grande porto mondiale, seguendo un destino già tracciato durante la dominazione coloniale britannica. Nel 1819, Sir Thomas Stamford Raffles acquistò l’isola dal Sultano di Johore per fondare un insediamento e competere, da una posizione strategica, con il vicino porto di Malacca, sotto il controllo neerlandese, per i traffici degli Stretti. Poco dopo l’acquisto, Raffles scrisse: “Singapore è un porto libero, aperto alle navi e ai vascelli di ogni nazione, senza distinzioni”. Raffles è ricordato positivamente nella Città del Leone ed è considerato il fondatore della moderna Singapore più che un colonizzatore. Oltre a determinare la vocazione commerciale della futura città-stato, a lui si deve il primo piano urbanistico e infrastrutturale per aprire l’isola al commercio internazionale. L’intuizione di Raffles e dei britannici, sul cui solco si è mosso anche Lee Kuan Yew, primo leader della Singapore indipendente, e la posizione strategica dell’isola rappresentano le radici del successo di questo porto. Sono però le scelte industriali più recenti ad aver consolidato la sua fortuna: l’infrastruttura portuale continua ad essere ingrandita e modernizzata. Nei prossimi due decenni, proseguiranno i lavori per l’espansione del ‘megaporto’ Tuas, seguendo un progetto in quattro fasi. Solo la prima fase, conclusasi nel 2021, è costata 1.76 miliardi di dollari. Il porto può anche contare su una efficace governance basata sulla collaborazione tra Governo e privati e sulla fitta rete di accordi di libero scambio conclusi da Singapore, tra cui uno con l’UE.

Nella classifica dei 50 principali porti mondiali figurano poi i malesi Port Klang (12° posto) e Tanjung Pelepas (19°), entrambi sullo Stretto di Malacca. Seguono il porto thailandese di Laem Chabang (20°) e quello di Giacarta, Tanjung Priok (23°). In Vietnam, la regione di Ho Chi Minh è servita dal porto della città sulla foce del Mekong (26°) e da quello di Cai Mep (50°), mentre il distretto industriale di Hanoi si appoggia al porto di Hai Phong (33°). La capitale filippina Manila è invece al 31° posto. La principale ragione del successo dei porti dell’ASEAN e del resto dell’Asia orientale è da ricercarsi nell’efficienza con cui le infrastrutture portuali riescono a caricare e scaricare i container dalle navi per trasferirli su un’altra imbarcazione o su un altro mezzo di trasporto, come emerge dal Global Container Port Performance Index (CPPI) curato dalla Banca Mondiale. L’efficienza logistica può rendere un porto un grande hub dei flussi commerciali anche se l’economia del suo ‘entroterra’ ricopre un ruolo relativamente piccolo nell’economia o nella manifattura (si pensi a Singapore) globali. Viceversa, le aziende potrebbero far circolare le proprie merci attraverso i porti di un altro Paese se quelli più vicini geograficamente non sono altrettanto puntuali e affidabili per tempistiche. In conclusione, sembra quasi che “sapere in quale porto dirigersi” sia più importante di avere il “vento a favore”, ossia raggiungere il porto più vicino. Alla luce di questa riflessione, possiamo leggere anche i dati sui porti UE. Nella classifica mondiale, spiccano i tre porti di Rotterdam (10° posto), Anversa (14°) e Amburgo (18°), tutti e tre sul Mare del Nord e collocati su un fiume. Queste tre città rappresentano la principale via di scambio tra la “banana blu” europea e il resto del mondo. Oltre all’efficienza, un fattore che influisce sempre più nella scelta del porto da parte delle aziende è la sostenibilità: ridurre le emissioni prodotte dal trasporto è un passo necessario per raggiungere la neutralità carbonica della catena di approvvigionamento. Anversa, ad esempio, è un “porto sostenibile” riconosciuto a livello internazionale. E nel Mediterraneo? Nella classifica compaiono dei casi interessanti come il Pireo di Atene (28° posto) e le città spagnole di Valencia (30°) e Algeciras (34°). Il Pireo deve la sua importanza agli scambi con l’Asia ed è al centro di una delicata questione politica dato che, nei piani della Cina, dovrebbe diventare il punto di attracco in Europa per la sua Belt and Road Initiative. Algeciras invece, oltre alla posizione strategica sullo Stretto di Gibilterra, può vantare di essere il primo porto europeo per efficienza nella già menzionata classifica CPPI della Banca Mondiale. I porti italiani e francesi sono invece assenti dalla top 50. Nonostante il Mediterraneo sia ancora al centro dei traffici marittimi globali, i porti italiani dovrebbero modernizzare le loro infrastrutture e rafforzarsi sul piano logistico per poter competere con gli altri porti mondiali.

L’Italia al II Forum UE-Indo-Pacifico

Di Maria Tripodi, Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale

Il 13 maggio scorso, insieme ai Ministri degli Esteri europei e ai partner dell’Asia e del Pacifico, ho partecipato – su delega del VP/On. Ministro Tajani – al II Forum Ministeriale UE-Indo-Pacifico, organizzato a Stoccolma dalla Presidenza svedese dell’UE e dal SEAE. L’iniziativa era stata avviata dalla Presidenza francese dell’UE, con l’evento del 22 febbraio 2022, a Parigi. Nel mio intervento, ho sottolineato il concreto impegno dell’Italia nel dare seguito alla Strategia UE per l’Indo-Pacifico. Ho evidenziato la nostra crescente proiezione nell’area, la cui rilevanza geopolitica, economica e demografica la pongono al centro delle complesse sfide globali in atto, aggravate dall’aggressione russa all’Ucraina. Tra queste: le minacce alla sicurezza e all’ordine internazionale basato sulle regole, la sicurezza energetica, la crisi alimentare, le (spesso devastanti) conseguenze del cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile. È proprio sul clima che ho voluto soffermarmi, intervenendo alla tavola rotonda “Pursuing green opportunities and overcoming global challenges”. L’Indo-Pacifico ospita alcuni fra gli Stati maggiormente esposti ai cambiamenti climatici e anche più bisognosi di energia, considerati gli elevati tassi di crescita economica e demografica. L’Italia, impegnata a ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030 e a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, è al fianco di questi Paesi con numerose iniziative, tra cui: il sostegno a Vietnam e Indonesia nell’ambito dell’iniziativa del G7 “Just Energy Transition Partnership”; l’organizzazione di corsi di formazione in materia di protezione civile e sviluppo sostenibile a favore dei Paesi dell’ASEAN e del “Pacific Islands Forum” di cui l’Italia è rispettivamente Partner di Sviluppo e di Dialogo; la partecipazione, attraverso Cassa Depositi e Prestiti, all’”ASEAN Catalytic Green Finance Facility” e alle  iniziative “Team Europe” a favore dell’ASEAN. Con queste e altre misure in fase di ideazione intendiamo fare in modo che nessun Paese sia lasciato indietro e che le economie emergenti dell’area siano dotate degli strumenti necessari a perseguire una crescita inclusiva e sostenibile, condizione essenziale per il mantenimento della pace e della stabilità in una regione sempre più cruciale per gli equilibri mondiali.

Prosperità e dubbi: il rapporto bifronte tra Cina e Sud-Est

Articolo di Vittoria Mazzieri

Target regionale per gli investimenti, alleati ideologici, partner di sicurezza, attori in rivendicazioni territoriali: dall’inizio delle relazioni diplomatiche i paesi del Sud-Est asiatico hanno assunto agli occhi di Pechino ruoli mutevoli e complessi. In termini di vicinanza geografica e cooperazione economica, l’ASEAN occupa un ruolo prioritario nella politica estera cinese

Il viaggio che Deng Xiaoping compie nel 1979 in Thailandia, Malesia e Singapore segna un punto importante delle relazioni tra Pechino e i paesi del Sud-Est asiatico. Il “piccolo timoniere” rimane stupito dai progressi socio economici di un’area che aveva erroneamente considerato come arretrata dal punto di vista economico. Come si legge in un saggio sul tema dei docenti della Nanyang Technological University di Singapore Zhou Taomo e Hong Liu, a colpire particolarmente Deng è la città-stato a sud della Malesia. All’indomani dell’incontro con l’allora primo ministro singaporiano Lee Kuan Yew, il Quotidiano del popolo passa dal raccontare Singapore come il “cane da guardia degli imperialisti americani” a dipingerla come un’“isola di pace”, una “città giardino che vale la pena di studiare”. Deng, invece, riceve l’ennesima conferma della necessità di abbandonare le lenti ideologiche con le quali fino ad allora il Partito comunista ha interpretato le relazioni con il Sud-Est asiatico.

I rapporti tra il gigante asiatico e la città-stato dimostrano le mutevoli relazioni della Repubblica popolare con l’area tradizionalmente conosciuta come Nanyang 南洋, “mari del Sud”. Oltre che dal contesto politico interno, le relazioni tra Pechino e la regione sono state influenzate da questioni legate all’identità delle comunità diasporiche (a Singapore il 75% della popolazione è di etnia cinese), dalle dispute territoriali e dai vari progetti infrastrutturali nell’ambito della Belt and Road Initiative. 

I primi anni dalla nascita della Repubblica popolare sono caratterizzati da un approccio moderato e flessibile: Pechino si fa promotrice di una “terza via” che possa offrire un’alternativa ai due blocchi della Guerra Fredda anche ai paesi ideologicamente non affini al Partito comunista. La promulgazione dei Cinque principi per la coesistenza pacifica, nel 1954, presenta un nuovo quadro di relazioni internazionali basate sul rispetto reciproco della integrità territoriale e del principio di non interferenza, anche per i paesi ideologicamente non affini. Il Trattato di doppia nazionalità sino-indonesiano, firmato l’anno successivo, pone fine alla politica che concede la nazionalità a tutte le persone di etnia cinese. La Cina incoraggia così le comunità d’oltremare a adottare la cittadinanza dei paesi in cui vivono, puntando in tal modo a placare le preoccupazioni di alcuni paesi del Sud-est asiatico, timorosi che le comunità di cinesi possano essere usati dal Partito per intraprendere attività sovversive. 

Nel corso degli anni le minoranze di etnia cinese diventano bersaglio di pesanti pesanti politiche discriminatorie: nel 1959 il presidente indonesiano Sukarno revoca la licenza per la gestione di attività di vendita al dettaglio a tutti gli “stranieri”, per lo più cinesi. In alcune realtà si rafforza, di conseguenza, il sentimento di appartenenza alla madrepatria. Con l’inizio della Rivoluzione culturale gruppi di studenti di etnia cinese iniziano a indossare i distintivi di Mao Zedong nelle scuole di Rangoon, nell’attuale Myanmar. Ne segue un’ondata di rivolte etniche su larga scala e un drastico deterioramento delle relazioni bilaterali.

Dalla fine degli anni Sessanta, in generale, la politica estera cinese è caratterizzata da una tendenza alla radicalizzazione, anche a causa della recessione economica che segue il disastroso Grande balzo in avanti. La nascita nel 1967 dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), fondata da Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia in chiave anti-comunista, viene percepita da Mao Zedong come uno strumento dell’imperialismo. Ai paesi vicini dal punto di vista ideologico si chiede di riconoscere come bersagli principali della rivoluzione, per usare le parole del premier Zhou Enlai, l’“imperialismo, il feudalesimo e il capitalismo comprador”. Un approccio che muterà in maniera drastica all’indomani dell’invasione vietnamita della Cambogia. Come spiegato in un articolo per l’ISPI da Ngeow Chow-Bing, direttore dell’Istituto degli Studi Cinesi alla University of Malaya, in questo scenario l’ASEAN assume per Pechino un’importanza strategica per contenere le mire espansionistiche del governo di Hanoi (con cui le relazioni si sono irrimediabilmente deteriorate) sull’Indocina e sull’intera regione. 

Lo sviluppo economico da record che interessa la Repubblica popolare dagli anni Novanta è un elemento chiave nella espansione della sua influenza in termini di soft power, come ha scritto Joshua Kurlantzick, fellow per il Sud-Est asiatico presso il Council on Foreign Relations. Le prestazioni economiche della Cina attirano l’interesse dei paesi in via di sviluppo e hanno anche l’effetto di migliorare la reputazione delle comunità di cinesi che vivono nella regione. 

È in quegli anni che inizia quello che la retorica ufficiale cinese descrive come il “decennio d’oro” dei rapporti con l’ASEAN (che ad oggi, oltre ai paesi fondatori, conta anche Brunei, Myanmar, Cambogia, Timor Est, Laos, Vietnam). Durante la crisi finanziaria asiatica del 1997 Pechino prende la decisione simbolica di non svalutare la propria moneta, offrendosi come garante di stabilità. Negli anni successivi sigla rilevanti accordi multilaterali: l’Iniziativa Chang Mai di scambio di valuta, l’accordo di libero scambio del 2002 e la Dichiarazione sulla condotta delle parti nel Mar Cinese Meridionale, che stabilizza le controversie territoriali, nello stesso anno. 

Ma con la salita al potere di Xi Jinping la politica estera cinese acquisisce un profilo più proattivo e assertivo. Il deterioramento dei rapporti nell’ultimo decennio, soprattutto con le Filippine e il Vietnam, è legato a doppio filo alle rivendicazioni territoriali nell’area del Mar cinese meridionale. Dagli anni Settanta le dispute con il Vietnam per le Isole Spratly e le Paracelso si sono trasformate in una controversia di portata regionale, o addirittura globale. A poco o a nulla è servito il codice di condotta del 2002, che seppur celebrato all’epoca come un mezzo per garantire un “ambiente pacifico, amichevole e armonioso nel Mar Cinese Meridionale”, non ha incluso disposizioni su meccanismi di applicazione o di risoluzione delle controversie. 

La tensione, quindi, è cresciuta, arrivando a coinvolgere anche l’Indonesia per la prima volta nel 2016. Nello stesso anno una sentenza del Tribunale di arbitrato permanente de L’Aja ha bocciato le rivendicazioni di Pechino, rappresentate dalla cosiddetta “linea a nove punti”. Pechino non ha accettato la decisione che riconosce a Manila i diritti di sfruttamento delle risorse all’interno delle 200 miglia marittime della Zona economica esclusiva (Zee). Ha anzi accusato Washington di aver spinto le Filippine a ricorrere al tribunale per “sabotare le relazioni tra la Cina e i paesi dell’ASEAN”.

Malgrado le rivendicazioni marittime, la Cina non ha mai smesso di corteggiare i paesi della regione. La Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), lo storico accordo siglato nel 2020 dopo otto anni di negoziati ed entrato in vigore a gennaio 2022, è servito a Pechino per consolidare la cooperazione economica nell’area. Ma le reciproche relazioni commerciali non possono essere spiegate senza tirare in ballo la Belt and Road Initiative, l’ambiziosa nuova via della seta lanciata nel 2013 che conta investimenti cinese per un valore di circa 85 miliardi l’anno. Già agli inizi degli anni Duemila il Sud-Est asiatico si è configurato come un importante target regionale per gli investimenti diretti esteri cinesi. Nel 2020, in piena crisi pandemica, l’ASEAN è salito al primo posto tra le destinazioni degli investimenti BRI. 

L’iniziativa si è scontrata con diversi gradi di accettazione nei paesi della regione. Malgrado le tensioni per le dispute territoriali, molte nazioni coinvolte hanno continuato a desiderare investimenti cinesi nelle infrastrutture e nella produzione. A differenza dei vicini più accoglienti, Hanoi ha assunto un approccio prudente: la strategia vietnamita sembra puntare a evitare il confronto con la Cina, al contempo scongiurando il rischio di dipendenza economica. Ad oggi l’unico progetto BRI attuato nel paese è la linea tranviaria Cat Linh-Ha Dong, che ha attirato ampie critiche a causa dei costi elevati.

Il deragliamento di un treno ad alta velocità dell’ambizioso progetto ferroviario Jakarta-Bandung dimostra che i rischi legati alla sicurezza possono minare la credibilità della Repubblica popolare. Da un recente rapporto dell’istituto di credito malese Maybank emerge che la ripresa post-pandemia potrebbe essere meno forte delle aspettative. I progetti potrebbero subire battute d’arresto a causa della crescente diffidenza dei governi, ad esempio per i costi sociali e ambientali: nel 2014 le attività estrattive di bauxite di proprietà cinese negli altopiani centrali del Vietnam hanno scatenato ampie proteste contro i danni ambientali e il mancato rispetto delle leggi locali. Per altri paesi che si sono impegnati più attivamente nella BRI, come Laos, Cambogia e Myanmar, ritornano periodicamente i timori per la “trappola del debito” da parte di economisti e osservatori. 

Nel complesso i paesi del Sud-Est asiatico restano essenziali a Pechino per numerose ragioni. Ad esempio, come partner verso i quali la Cina può accelerare la diffusione di infrastrutture “soft” come servizi sanitari ed economia digitale. O come attori utili per sovvertire gli equilibri internazionali e accrescere la rilevanza dell’Asia-Pacifico. Sullo sfondo delle tensioni con gli Stati Uniti, la Repubblica popolare punta a proporsi ai paesi ASEAN come un attore non assertivo, volenteroso a perseguire “il rispetto reciproco”, il “dialogo” e sinergie “win-win”, come rivendicato lo scorso anno in occasione del lancio della Global Security Initiative (GSI). D’altro canto, gli investimenti cinesi si configurano come risorse imperdibili per i paesi in via di sviluppo della regione: l’iniziativa gemella della GSI, la Global Development Initiative (GDI), rappresenta la volontà di Pechino di intestarsi un ruolo centrale nella promozione multilaterale dello sviluppo. L’ASEAN è diventato il gruppo regionale più numeroso a beneficiarne, accaparrandosi 14 progetti su un totale di 50 di quelli previsti dal primo lotto del GDI Project Pool.

 

Com’è andato il 42° vertice ASEAN

Si è svolto tra il 9 e l’11 maggio in Indonesia il summit dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico. Ecco quali sono i documenti firmati e la dichiarazione congiunta finale

Nella Dichiarazione congiunta approvata in occasione del 42° Vertice ASEAN, che si è svolto a Labuan Bajo, in Indonesia, dal 9 all’11 maggio, i leader dell’ASEAN hanno sottolineato la necessità di perseguire una risoluzione pacifica delle controversie in conformità con i principi universalmente riconosciuti del diritto internazionale, compresa la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982. Hanno sottolineato l’importanza della piena ed effettiva attuazione della Dichiarazione sulla condotta delle parti nel Mare Orientale (DOC) nella sua interezza, evidenziando al contempo la necessità di rafforzare la fiducia reciproca, di esercitare l’autocontrollo nella conduzione di attività che possano complicare o inasprire le controversie e incidere sulla pace e sulla stabilità, e di evitare azioni che possano complicare ulteriormente la situazione. Hanno accolto con favore gli sforzi in corso per rafforzare la cooperazione tra l’ASEAN e la Cina, nonché i progressi dei negoziati sostanziali verso la rapida conclusione di un Codice di Condotta nel Mare Orientale (COC) efficace e sostanziale; e l’iniziativa di accelerare i negoziati COC, compresa la proposta di sviluppare linee guida per accelerare la rapida conclusione di un COC efficace e sostanziale. I leader dell’ASEAN hanno inoltre sottolineato la necessità di mantenere e promuovere un ambiente favorevole ai negoziati sul COC. Tra i 10 documenti approvati al vertice figurano la Dichiarazione dei leader ASEAN sullo sviluppo dell’ecosistema regionale dei veicoli elettrici; la Dichiarazione dei leader ASEAN sull’iniziativa One Health; la Dichiarazione dei leader ASEAN sull’avanzamento della connettività regionale dei pagamenti e la promozione delle transazioni in valuta locale; la Dichiarazione dei leader ASEAN sulla lotta alla tratta di persone causata dall’abuso di tecnologia. I leader hanno approvato la Dichiarazione dell’ASEAN sulla protezione dei lavoratori migranti e dei membri delle famiglie in situazioni di crisi; la Dichiarazione dell’ASEAN sul collocamento e la protezione dei pescatori migranti; la Dichiarazione congiunta dei leader dell’ASEAN sull’istituzione di una rete di villaggi dell’ASEAN; e una tabella di marcia per l’ammissione di Timor Est come membro ufficiale dell’ASEAN. Hanno inoltre adottato la dichiarazione dei leader dell’ASEAN sullo sviluppo della visione post-2025 della Comunità ASEAN, che mira a promuovere una crescita forte, completa e inclusiva e a risolvere le sfide interne ed esterne alla regione nei prossimi 20 anni. Nel corso del vertice è stata approvata anche la Dichiarazione dei leader ASEAN sul rafforzamento della capacità e dell’efficacia istituzionale dell’ASEAN, che ribadisce l’impegno dei leader ASEAN a compiere sforzi per mantenere la centralità, l’unità e la rilevanza in mezzo alle sfide che la regione deve affrontare. I leader hanno inoltre discusso l’attuazione del consenso in cinque punti sul Myanmar e hanno condannato l’attacco a un convoglio del Centro di coordinamento ASEAN per l’assistenza umanitaria sulla gestione dei disastri (Centro AHA) e del gruppo di monitoraggio ASEAN in Myanmar.

Clicca qui per la dichiarazione congiunta finale del summit.

Sud-Est, un modello per gestire le tensioni

La rapida crescita della regione e l’economia in espansione suggeriscono che la regione può diventare un modello per la gestione della competizione tra grandi potenze

“Il Sud-Est asiatico è tutt’altro che un monolite: i suoi Paesi hanno politiche estere e obiettivi diversi, alcuni dei quali in contrasto tra loro. Ma la rapida crescita della regione e l’economia in espansione suggeriscono che i suoi Paesi diventeranno più potenti nel tempo e, con essi, probabilmente più capaci di evitare interferenze esterne. Il Sud-Est asiatico può essere stato definito in passato da un conflitto tra grandi potenze, ma oggi può diventare un modello per la gestione della competizione tra grandi potenze”. Sentenzia così un’analisi di Huong Le Thu, pubblicata sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Il Sud-Est asiatico si è impegnato a fondo per mantenere ed espandere una stabilità diplomatica e di sicurezza. Oltre all’architettura di sicurezza multilaterale guidata dall’ASEAN, la regione ha stabilito molti accordi plurilaterali e bilaterali con Stati terzi. Si tratta di gruppi ad hoc, come il pattugliamento congiunto del fiume Mekong da parte di Cina, Laos, Myanmar e Thailandia. Secondo Foreign Affairs, con l’aumentare delle tensioni geopolitiche, il numero già elevato di queste partnership è destinato ad aumentare. Questi accordi, complessi e spesso sovrapposti, sono fondamentali per gli sforzi del Sud-Est asiatico di impegnarsi con tutti, senza però assumere impegni esclusivi con nessuno. Gli Stati del Sud-Est asiatico stanno anche diventando più attivi in gruppi che includono partecipanti al di fuori del loro vicinato. L’anno scorso, ad esempio, la Cambogia ha ospitato il Vertice dell’Asia orientale di alto profilo, la Thailandia ha tenuto il forum della Cooperazione economica Asia-Pacifico e l’Indonesia ha presieduto il G20. Singolarmente, sottolinea Huong, alcuni governi del Sud-Est asiatico hanno imparato che la competizione tra Stati Uniti e Cina presenta dei vantaggi. Lo scontro tra Pechino e Washington può spaventare i politici della regione, ma ha portato entrambi i governi a cercare di conquistare i cuori e le menti dei Paesi non allineati. Questo ha aiutato i Paesi del Sud-Est asiatico, sede di popolazioni giovani e di manodopera a basso costo, a trarre ogni tipo di beneficio economico. Il Vietnam, sostiene Foreign Affairs, ha tratto enormi vantaggi dal distacco degli Stati Uniti dalla Cina, in quanto le aziende americane hanno trasferito la produzione nelle fabbriche vietnamite. Anche l’Indonesia ha ricevuto una spinta agli investimenti da parte di aziende statunitensi, tra cui Amazon, Microsoft e Tesla. La regione sta diventando d’altronde sempre più critica per le catene di approvvigionamento globali. E può indicare una strada da seguire per continuare a prosperare.

L’ASEAN prepara il suo futuro

La visione post 2025 della Comunità dei Paesi del Sud-Est asiatico sarà estesa al 2035 al 2045

La capacità di elaborare strategie a lungo termine è sempre stata fondamentale e lo è diventata ancora di più. In Asia è un’operazione sulla quale si insiste tradizionalmente di più. Ulteriore dimostrazione arriva dalla decisione dell’ASEAN di estendere la sua visione post 2025 di ulteriori dieci anni, portandola dal 2035 al 2045. La decisione è stata comunicata di recente dal Segretario generale Kao Kim Hourn durante il settimo incontro della Task Force di alto livello sulla Visione post-2025 della Comunità ASEAN. Da oggi al 2025, la task force dovrà dare una risposta alla sfida più importante della regione del Sud-Est asiatico: come elaborare una visione sostenibile nel medio-lungo termine, per continuare a sostenere la crescita economica e accompagnare il prevedibile accresciuto ruolo commerciale e geopolitico della zona, visto che nei prossimi decenni l’ASEAN potrebbe presumibilmente diventare la quarta potenza economica mondiale dopo Cina, Stati Uniti e Giappone/India. Negli ultimi mesi, la task force ha tenuto le cosiddette “consultazioni di interfaccia” con le agenzie legate all’ASEAN, tra cui la Commissione intergovernativa ASEAN per i diritti umani, il Centro ASEAN per la biodiversità e l’ASEAN Business Advisory Council (Abac). Tra 20 anni l’ASEAN potrebbe avere la terza popolazione mondiale dopo Cina e India. E presumibilmente sarà più grande anche a livello numerico. Secondo le previsioni del Bangkok Post, nei prossimi anni entreranno nuovi membri nell’Associazione, tra cui Timor Est e, negli anni a venire, Papua Nuova Guinea, che dal 1986 è l’osservatore più longevo del gruppo. Potrebbero esserci anche altri nuovi membri della regione indo-pacifica. A quel punto, sottolinea il quotidiano thailandese, l’ASEAN avrebbe bisogno di un aumento di parecchie volte del suo budget presso il segretariato con sede a Giacarta. La sfida principale resterà comunque quella di adattarsi a un mondo con tendenze polarizzanti, rafforzando la centralità del blocco per diventare sempre più un attore globale di primo piano ed evitando che il Sud-Est asiatico venga coinvolto in logiche di confronto e contrapposizione. L’ASEAN ha tutte le carte in regola per riuscirci.

I chipmaker ASEAN traggono vantaggio dallo scontro tech USA-Cina

Lo scontro tecnologico tra USA e Cina si intensifica. Paesi terzi e aziende cercano di fare meno affidamento sui fornitori cinesi di semiconduttori per evitare rotture improvvise delle catene di approvvigionamento. I Paesi ASEAN possono trarre vantaggio dalla situazione.

A Singapore, l’azienda francese Soitec investirà 400 milioni di euro per raddoppiare il suo impianto di produzione di wafer. L’americana Applied Materials spenderà un po’ di più, 405 milioni, per costruire un nuovo impianto. Un’altra azienda americana, Global Foundries, sta già costruendo un impianto da 3,6 miliardi sempre nella Città del Leone. La lista della spesa delle aziende europee, americane e asiatiche che stanno investendo nell’isola e in alcuni altri Paesi ASEAN è lunga e da capogiro. Ed è destinata ad aumentare, se la tensione tra Stati Uniti e Cina non diminuirà. 

Lo scontro tra le due grande potenze del Pacifico si consuma soprattutto nel settore tecnologico. Washington sta cercando di rallentare la crescita del settore dei semiconduttori in Cina bloccando l’esportazione di prodotti ad alta tecnologia verso la il Paese di Mezzo e incoraggiando le aziende a comprare i chip altrove. Le politiche americane condizionano anche le aziende dei Paesi terzi. L’azienda neerlandese ASML, leader mondiale nella produzione di macchine litografiche (uno dei molti “anelli” della catena di approvvigionamento), sarà sottoposta a regole di controllo delle esportazioni molto più rigide dopo che L’Aia ha scelto di seguire la linea americana. Anche se il provvedimento del governo neerlandese non fa nomi, il bersaglio implicito della misura è la Cina.

Non è necessario però ricorrere a vincoli giuridici per riorientare le strategie delle aziende. I toni sempre più accesi tra Washington e Pechino, e le crescenti tensioni intorno a Taiwan, spingono le aziende a spostare le loro commesse dalla Cina ad altri Paesi asiatici. Il decoupling economico e tecnologico auspicato dagli USA sta già avvenendo in piccola parte, ma rimane difficilmente praticabile visto che le due più grandi economie del mondo ricoprono ruoli molto diversi nei flussi commerciali (e finanziari) globali e, in particolare, del Pacifico.  Ciascuno dei due contendenti non sembra poter rinunciare all’altro e lo stesso vale per i Paesi terzi, dall’ASEAN all’UE, senza dover affrontare durissime conseguenze economiche. E difatti i Paesi ASEAN cercano di mantenere una cordiale e pragmatica equidistanza tra USA e Cina.

Collaborare con entrambe le potenze, senza rinunciare ai legami con nessuna delle due. Questa strategia, seguita dalla maggior parte dei Paesi della regione, ha ragioni diplomatiche ed economiche. Sul piano diplomatico, i governi ASEAN preferirebbero una Pechino meno assertiva nel Mar Cinese Meridionale (e infatti stanno aumentando anche la spesa nella difesa), ma non isolata, come desidererebbero a Washington: mantenere buoni rapporti con la Cina sembra essere il modo migliore per garantire la sicurezza della regione, secondo le cancellerie ASEAN. Sul piano economico, sia i dollari che gli yuan sono necessari per finanziare lo sviluppo della regione. Consumatori e aziende statunitensi e cinesi sono interessati ai prodotti elettronici made in ASEAN, specie se acquistare le merci prodotte dal rivale diventa più difficile, ma anche gli investimenti in impianti e infrastrutture hanno un certo peso. Pechino e Washington fanno anche in questo caso a gara, rispettivamente con la Belt and Road Initiative e il piano Build Back Better World.

Le prospettive sembrano insomma rosee per i produttori dei semiconduttori dei Paesi ASEAN (Singapore, Vietnam e Malesia, ma anche Indonesia e Thailandia). Lo scontro per il dominio tecnologico del XXI secolo tra l’aquila e il dragone assegna alle nuove ‘tigri ASEAN’ il ruolo di alternativa fabbrica del mondo, capace però di scambiare prodotti e cooperare con entrambe le parti. A meno che le due potenze non esigano dai governi dei Paesi terzi di schierarsi da una parte o dall’altra o di rinunciare a cooperare con il rivale. Una scelta impossibile per i Paesi ASEAN, ma forse anche per le stesse parti della contesa sulla tecnologia. In questo scenario, il rafforzamento dell’integrazione regionale dell’ASEAN, sul piano politico ed economico, potrebbe rafforzare l’autonomia diplomatica dei suoi membri e favorire lo sviluppo delle catene del valore dei chip.

Il mondo si avvicina all’ASEAN

Aumenta la cooperazione tra i Paesi del Sud-Est asiatico e piattaforme globali come il G7. E non solo. Con l’auspicio che sempre più governi seguano la “terza via” del blocco

L’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico è sempre più coinvolta nei meccanismi decisionali globali. Un esempio molto attuale è il primo storico appuntamento tra i Ministri della Giustizia del G7 e quelli del blocco regionale. In programma una riunione congiunta a luglio, con il Giappone, Paese ospitante e Presidente di turno del G7. Un analogo incontro Giappone-ASEAN è previsto negli stessi giorni. D’altronde, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ha acuito le distanze tra Occidente e alcuni Paesi. L’ASEAN, con la sua terza via fatta di neutralità e pacifismo, può fungere da connettore cruciale in questa fase globale. Nel Sud-Est asiatico si teme che l’uso della forza per cambiare lo status quo, come ha fatto la Russia in Ucraina, si diffonda nell’Asia-Pacifico. Ma soprattutto temono di restare coinvolti in contese alle quali non appartengono. “L’ASEAN deve rimanere indipendente e una zona di neutralità in mezzo all’acuirsi della rivalità tra Stati Uniti e Cina”, ha dichiarato nei giorni scorsi il Primo Ministro Datuk Seri Anwar Ibrahim, il quale ha sottolineato che l’ASEAN è stata costituita per promuovere la pace e la stabilità nella regione. “Questa posizione continua. Non vogliamo che la regione sia la base per una competizione militare. Questa posizione è stata abbastanza coerente, anche se rimaniamo amichevoli con tutti i Paesi”, ha spiegato. I recenti accordi multilaterali che rischiano di creare le basi di una corsa agli armamenti non sono visti di buon occhio. Nel 1995, 10 Stati membri dell’ASEAN hanno firmato il Trattato sulla zona libera da armi nucleari nel Sud-Est asiatico o Trattato di Bangkok, che designa la regione come priva di armi nucleari. Il trattato prevede anche un protocollo aperto alla firma di Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. Sinora nessuno lo ha firmato, ma finalmente si vedono i primi movimenti. Di recente, la Cina ha espresso l’intenzione di firmare il protocollo per il trattato ASEAN sulla zona libera da armi nucleari. Ma non sarà semplice far aderire tutti. La speranza del blocco è che partecipando con sempre maggiore frequenza alle piattaforme globali, il mondo scelga sempre più di seguire quella terza via che indica già da diversi anni.

La strada del futuro alimentare in ASEAN

Articolo di Chiara Suprani

Il Sud-Est asiatico mostra possibili sviluppi sul mercato alimentare globale. Le applicazioni per la farina di grillo potrebbero essere innumerevoli nel mercato italiano, come essere usata per far da base o da aggiunta alle barrette ai cereali, o al siero di latte in polvere

A partire dal 24 gennaio 2023, l’Unione Europea ha permesso la compravendita di prodotti a base di farina di Acheta domesticus, o più comunemente, grillo domestico. Due giorni dopo, è stata avviata la commercializzazione del Alphitobius diaperinus, ossia il verme della farina minore. Bruxelles ritiene che gli insetti siano una valida alternativa all’incremento dei costi della produzione di carne animale, sia per il loro impatto ambientale più basso, sia per il loro apporto proteico, più alto in percentuale di quello animale. Ma se le applicazioni per la farina di grillo potrebbero essere innumerevoli nel mercato italiano, come essere usata per far da base o da aggiunta alle barrette ai cereali, o al siero di latte in polvere, un’indagine della Coldiretti ha rivelato che il 54% degli italiani è contrario all’inserimento della farina di grillo nella propria dieta. Introdurre gli insetti, o novel food, nel mercato alimentare richiede requisiti specifici di etichettatura specialmente per le allergenicità, ma non solo. L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) è consapevole che nella fase attuale, il consumo degli insetti sul mercato europeo è limitato, ma le potenzialità e i benefici, ci sono, come i rischi, specialmente quando la normativa non è ancora definita.Date le abitudini alimentari differenti, nel Sud-Est asiatico la legislazione per il consumo di insetti è più avanzata. In Thailandia, gli insetti commestibili rientrano nel Food Act B.E. 2522 (1979), che è la legge generale che regola la qualità e l’integrità degli alimenti. Sempre a Bangkok, il 29 marzo, SPACE-F, il primo incubatore e programma di accelerazione di startup food-tech a livello globale in Thailandia, frutto di una partnership tra l’Agenzia Nazionale per l’Innovazione, Thai Union Group PCL, Mahidol University, Thai Beverage PCL e Deloitte Thailandia, ha lanciato un programma di mentorship per FoodTech startups con l’obiettivo di far diventare la Thailandia il primo hub di foodtech al mondo. Mentre ad inizio anno il Ministro del Commercio e dell’Industria internazionale Malesiano ha con successo ottenuto investimenti per un valore pari a USD$4 miliardi da tre imprese di novel food e food tech: Sea Ltd, Yondr Group and Insect. Quest’ultima è specializzata in proteine di insetti per mangimi e per acquacoltura. E intende aprire un impianto di produzione a Johor, Malesia: il primo nella regione, per soddisfare la crescente domanda asiatica di fonti alimentari sostenibili.

La telemedicina? Un mercato in grande crescita nei Paesi ASEAN

Il mercato della salute digitale incentrato sui consumatori in Asia potrebbe crescere da 37,4 miliardi di dollari nel 2020 a oltre 100 miliardi di dollari nel 2025. Questa crescita sarà guidata principalmente dalla telemedicina

L’aumento della popolazione e della domanda dei servizi medici sta mettendo a dura prova il sistema sanitario di diversi paesi del Sud-Est asiatico. In Indonesia, per esempio, la combinazione tra l’espansione urbana della capitale Giacarta e la natura geografica del territorio diviso in arcipelaghi ha reso difficile l’accesso all’assistenza sanitaria da parte degli oltre 270 milioni di abitanti. I dati raccolti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) segnalano che nel 2021 il servizio sanitario indonesiano riusciva ad offrire 6,95 medici ogni 10.000 persone, dato al di sotto dei 9,28 medici ogni 10.000 in Thailandia e dei 7,51 in Myanmar. L’Indonesia, il quarto Paese più popolato al mondo, risulta quindi avere un numero di medici pro capite di gran lunga inferiore alla media dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Infatti, tali numeri risultano preoccupanti se comparati, per esempio, al dato dell’Italia in cui ci sono 17,3 medici ogni diecimila abitanti – già ritenuti in numero inferiore al fabbisogno – o se comparati addirittura al dato del Giappone in cui risultano esserci 26,14 medici ogni 10.000 abitanti. 

In questo contesto si inseriscono le aziende che offrono servizi di telemedicina. Queste aziende offrono consulti medici a distanza attraverso applicazioni rendendo quindi più comoda e veloce l’assistenza sanitaria offerta ai cittadini. Durante la Pandemia da Covid-19 e a seguire, la competizione tra le aziende in questo mercato è cresciuta esponenzialmente portando a un’espansione dei servizi offerti in questo campo. Alcune di queste applicazioni, infatti, offrono oltre a servizi di consulto anche la consegna a domicilio di prescrizioni e farmaci. 

Per esempio, Halodoc, app di telemedicina lanciata nel 2016, oltre a permettere ai clienti di tutta l’Indonesia di avere consulti online con più di 20.000 medici autorizzati nel Paese in qualsiasi momento, consegna già prescrizioni e medicine in 400 città Indonesiane riuscendo, nel 30% di queste, ad effettuare la consegna in soli 15 minuti. Questa start-up indonesiana conta già 20 milioni di utenti mensili nel Paese ma mira a raggiungere i 100 milioni nei prossimi anni puntando ad espandere la sua area di azione alla Thailandia, Vietnam e Malesia. Nel contesto indonesiano spicca inoltre Alodokter, azienda di telemedicina fondata nel 2014. Questa applicazione vanta più di 80.000 medici affiliati i quali possono prescrivere farmaci e mandarli nel giro di poche ore ai propri pazienti.   

Sempre in Indonesia, Harya Bimo, amministratore delegato della Klinik Pintar, è invece determinato a mantenere un modello ibrido in cui la tecnologia non preclude la presenza di cliniche in cui i pazienti si possono recare in presenza sul territorio. Infatti, Klinik Pintar è una startup indonesiana di tecnologia sanitaria che non solo aiuta i suoi utenti a prenotare teleconsulti, servizi sanitari virtuali ma anche offre ai propri clienti delle sessioni di presenza in clinica.

Il settore della telemedicina risulta essere in forte crescita in altri paesi del sud est asiatico. Per esempio, a Singapore l’azienda di telemedicina Doctors Anywhere, che vanta una base di 2,5 milioni di utenti in Singapore, Indonesia, Malesia, Thailandia, Filippine e Vietnam, ha intenzione di acquisire Asian Healthcare Specialists (AHS) un gruppo medico multidisciplinare con più di 10 strutture che forniscono servizi, tra cui anestesia, dermatologia, medicina di famiglia e gastroenterologia. In questo modo l’azienda potrebbe dar seguito alle consulti online fornendo ai pazienti anche visite nei centri AHS. Nelle Filippine, inoltre, i cittadini potranno beneficiare, a partire dai prossimi mesi, di una sola super-app tecnologica derivante dal consolidamento di tre società di assistenza sanitaria – KonsultaMD, HealthNow e AIDE – promessa dal  gruppo filippino Ayala. 

Le applicazioni citate sono solo alcune delle startup di telemedicina che si stanno sviluppando nei paesi dell’ASEAN. Un rapporto McKinsey prevede che il mercato della salute digitale incentrato sui consumatori in Asia potrebbe crescere da 37,4 miliardi di dollari nel 2020 a oltre 100 miliardi di dollari nel 2025. In questo contesto la telemedicina, seguita dalle farmacie elettroniche, sarà il principale motore di crescita.

Energia, quante opportunità in ASEAN

Il blocco dei Paesi del Sud-Est asiatico raddoppierà la sua domanda di gas naturale fino a 350 miliardi di metri cubi entro il 2050

L’ASEAN raddoppierà la sua domanda di gas naturale fino a 350 miliardi di metri cubi entro il 2050. Anzi, ancora di più. Una tendenza davvero imponente che accelera di pari passo con l’abbandono della produzione di energia elettrica a carbone. A individuare i 350 miliardi di metri cubi di domanda nei prossimi tre decenni, è stato il segretario generale del Gas Exporting Countries Forum, Mohammed Hammel. Secondo le proiezioni, la quota di gas naturale nel mix energetico della regione dovrebbe crescere costantemente fino al 24% entro il 2050. I dati del GECF mostrano che la domanda di gas naturale dell’ASEAN si attesterà a 160 miliardi di metri cubi nel 2021, di cui 80 miliardi di metri cubi per la produzione di energia e 50 miliardi di metri cubi utilizzati dal settore industriale. Questi due settori continueranno a fare la parte del leone nella domanda di gas naturale del blocco nel 2050. Anche l’Indonesia, la Thailandia e la Malesia saranno i maggiori contributori alla domanda. Il carbone rappresentava il 24% del mix energetico della regione nel 2021, ma probabilmente scenderà al 13% nel 2050 con l’aumento della quota di energie più pulite. Secondo i dati del GECF, la Thailandia è il più grande importatore di gas naturale liquefatto (LNG) della regione e manterrà questa posizione nei prossimi decenni. La produzione di gas naturale dell’ASEAN continuerà ad attestarsi intorno ai 180 miliardi di metri cubi nel 2050 e la regione estrarrà il suo gas principalmente in mare aperto. Se abbinato alla tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), il gas naturale potrebbe abbattere ulteriori 735 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica solo nel settore energetico entro il 2050. Hidetoshi Nishimura, presidente del think-tank ERIA, ha affermato che il gas naturale può ridurre le emissioni grazie al suo uso esteso nella fase iniziale della transizione energetica pulita dal 2020 al 2030, applicando i combustibili esistenti e convenienti e le tecnologie energetiche. Nel lungo periodo 2030-2050, verranno impiegate molte tecnologie avanzate come la co-combustione con idrogeno e il CCUS (cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio). Il processo garantirà numerose opportunità sul fronte energetico per gli attori internazionali.