L’ambizioso obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 di 47 mila tonnellate all’anno rientra nel piano per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050
La Thailandia vanta la realizzazione della “più grande fattoria idro-solare galleggiante del mondo” in un bacino idrico della provincia nord-orientale del Paese. L’impegno di Bangkok per rinunciare all’uso di energie fossili e intraprendere la via della neutralità carbonica parte dalla costruzione di 15 impianti di questo tipo entro il 2037. I pannelli della diga di Sirindhorn, nella provincia di Ubon Ratchathani, dispongono di più di 144 mila celle solari che coprono un’area corrispondente a 70 campi da calcio. Si tratterebbe di un sistema ibrido che di giorno converte la luce solare in elettricità, e di notte genera energia idroelettrica, per circa 45 MW di elettricità. Secondo il ministero dell’Energia, la Thailandia è ancora fortemente dipendente da combustibili fossili come il gas naturale, che rappresenta il 55% dell’energia utilizzata, mentre le fonti rinnovabili vengono impiegate solo per l’11% del totale. L’enfasi posta dal governo sul progetto di Sirindhorn è anche funzionale all’attrazione di turismo nella provincia. Una “passerella naturale” lunga 415 metri a forma di raggio di sole è stata installata per dare una vista panoramica del bacino e delle celle solari galleggianti. “Quando ho saputo che questa diga ha la più grande fattoria idro-solare del mondo, ho capito che valeva la pena vederla con i miei occhi”, ha detto all’AFP il turista Duangrat Meesit. Questi impianti per l’energia pulita comportano però una serie di costi sociali e ambientali. Le comunità che vivono lungo le sponde del bacino si sono lamentate del fatto che il sistema di pannelli abbia ridotto il numero di pesci disponibili, e abbia impattato direttamente sul loro reddito. “Dobbiamo anche percorrere distanze più lunghe quando siamo fuori a pescare”, ha dichiarato un residente locale, “possiamo guidare le nostre barche solo nelle aree designate dalle autorità”. I responsabili del progetto insistono nel sostenere che i pannelli non influenzeranno le fonti di sostentamento dei villaggi locali. L’ambizioso obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 di 47 mila tonnellate all’anno rientra nel piano per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. Ma il successo di questi progetti richiederà un rinnovamento strutturale nel settore della produzione energetica, oltre a un’attenzione particolare a tutte quelle esternalità negative che avranno un impatto sulla vita delle comunità regionali.
Il “femtech” – l’insieme di software, prodotti o servizi che utilizzano la tecnologia per migliorare la salute femminile – nasce come risposta al bisogno consapevole di informazioni, trattamenti specifici e supporto sanitario delle donne di tutto il mondo. Nell’Asia-Pacifico, dove molti temi come aborto, mestruazioni e menopausa sono talvolta ancora considerati taboo, il settore è in rapida crescita, con Singapore a guida della tendenza.
Le donne rappresentano la metà della popolazione mondiale, eppure le aziende tecnologiche che soddisfano le loro specifiche esigenze sanitarie non rappresentano che una quota minima del mercato tecnologico globale. Yan Li, professoressa di trasformazione digitale presso la Business School ESSEC Asia-Pacifico di Singapore, sostiene che la salute delle donne sia stata storicamente messa da parte non solo dai governi ma dalla stessa industria medica. In un’intervista al Nikkei-Asia ha detto che “l’assistenza sanitaria femminile è considerata un settore di nicchia. Molti studi sui farmaci non vengono nemmeno testati su soggetti di sesso femminile per cui le donne possono facilmente subire un’overdose accidentale”. Le affermazioni di Yan Li trovano riscontro anche in uno studio pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology nel 2018: solo il 22% dei soggetti coinvolti negli studi farmacologici di Fase 1 sono donne.
Coniato nel 2016 da Ida Tin, fondatrice di Clue, un’app di tracciamento dell’ovulazione e del ciclo mestruale, il termine “femtech” si riferisce a qualsiasi software, prodotto o servizio che utilizza la tecnologia per migliorare la salute delle donne. Una risposta al bisogno consapevole di informazioni, trattamenti specifici e supporto sanitario delle donne di tutto il mondo.
Nel 2019, l’industria femtech ha generato 820,6 milioni di dollari di entrate globali e ha ricevuto 592 milioni di dollari in investimenti in capitale di rischio, secondo PitchBook, società di ricerca e dati finanziari. Una moltitudine di app e società tecnologiche è entrata sul mercato per soddisfare le esigenze specifiche delle donne, incluso il monitoraggio delle mestruazioni e della fertilità e soluzioni per la gravidanza, l’allattamento al seno e la menopausa, fino a programmi specifici per diagnosi e monitoraggio di patologie come il cancro al seno o alla cervice.
Nel maggio 2021 un articolo del New York Times titolava Is ‘Femtech’ the Next Big Thing in Health Care?: l’anno scorso, infatti, il report FemTech Analytics contava già 1.550 aziende femtech in tutto il mondo con il 51.9% del totale localizzato in Nord America, il 23.5% in Europa, il 13.9% in Asia, il 4.7% in Australia, il 4.4% in Sud America e l’1.6% in Africa.
FemTech Analytics prevede però che entro il 2026 sarà la regione Asia-Pacifico ad avere la crescita più rapida al mondo delle app per la salute delle donne. Nel sud-est asiatico, temi come l’aborto, il controllo delle nascite e persino le mestruazioni sono sempre stati tabù. “Ci sono diverse ragioni per cui i problemi di salute delle donne non sono propriamente trattati in questa regione del mondo. La prima è però senza dubbio la scarsa o quasi nulla educazione sessuale, che impedisce alle donne di conoscere e cercare una migliore cura del proprio corpo”, ha spiegato Yan Li in un’intervista a TechWire Asia. Nella regione ancora oggi è comune che le donne rimangano nascoste durante il ciclo mestruale. In alcune comunità del Laos, del Nepal o dell’Indonesia, ad esempio, le mestruazioni sono considerate impure o sporche. Questo rende difficile per le donne andare a scuola o svolgere le attività quotidiane e praticamente quasi impossibile ricevere la giusta e appropriata assistenza in caso di necessità.
Ma è della necessità che si fa virtù. Ad oggi secondo l’ultimo report di Femtech Analytics esistono 24 società femtech a Singapore, 6 in Thailandia, 3 in Indonesia, Vietnam e Filippine rispettivamente e 2 in Malesia. Tra queste, Sehati, fondata dall’indonesiana Anda Waluyo, è basata sull’IoMT (Internet of Medical Things) e mira al monitoraggio fetale e all’accesso a consultazioni specialistiche per le madri in dolce attesa tramite app; EloCare, fondata a Singapore da Mabel Yen Ngoc Nguyen monitora e registra tramite dispositivi indossabili dati relativi ai sintomi della menopausa e infine ZaZaZu, fondata ugualmente a Singapore da Jingjin Liu, propone una piattaforma per educazione, prodotti e servizi digitali legati alla sessualità femminile.
Il settore è dunque fiorente e le donne asiatiche talmente entusiaste da aver reso possibile la nascita di FemTech Asia, “una piattaforma per la ricerca di lavoro fondata da giovani donne che desiderano sviluppare la propria carriera nei mercati tecnologici asiatici”.
Si approfondiscono i rapporti tra Bruxelles e Phnom Penh, approfittando della presidenza di turno dell’ASEAN.
Le relazioni tra l’Unione Europea e la Cambogia hanno compiuto un ulteriore passo in avanti nel corso della riunione del comitato misto Cambogia-UE tenutasi a Phnom Penh la scorsa settimana. Il meeting, presieduto da Luy David, Segretario di Stato del Ministero degli Affari Esteri della Cambogia, e Paola Pampaloni, Vice Direttrice Generale per l’Asia e il Pacifico dell’UE, ha affrontato diversi argomenti: l’invasione dell’Ucraina, l’andamento economico globale, il cambiamento climatico, la situazione politica in Myanmar e il partenariato strategico UE-ASEAN. L’Unione Europea ha confermato il pieno appoggio alla presidenza cambogiana dell’ASEAN nel 2022 e alla nomina di Prak Sokhonn – Vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Cambogia – come inviato speciale dell’ASEAN in Myanmar. Poi, il gruppo sul potenziamento istituzionale ha affrontato l’ampio tema dello sviluppo dei diritti umani, analizzandolo da diverse angolazioni: dai diritti civili e politici al diritto al lavoro, dalla tratta di esseri umani alla parità di genere. In vista delle elezioni comunali di quest’anno nelle città cambogiane, l’UE non ha mancato di sottolineare l’importanza del pluralismo democratico, dei diritti umani e delle libertà fondamentali. C’è stato, poi, uno spazio dedicato all’economia: le parti hanno discusso gli interventi di ripresa economica, e lo sviluppo delle relazioni commerciali bilaterali, compreso il ritiro parziale momentaneo delle preferenze commerciali dell’UE nell’ambito dell’Autorità Bancaria Europea. Si è discussa l’importanza di migliorare il contesto imprenditoriale, introducendo nuovi regolamenti agli investimenti e diversificando l’economia cambogiana. Infine, si è parlato dell’implementazione del nuovo Programma Indicativo Pluriennale di Cooperazione dell’UE per il periodo 2021-2024. Dal valore di 155 milioni di euro, il Programma mira a intervenire su tre aree principali: transizione ecologica, educazione e formazione, e buon governo, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU.
L’Asia è il nuovo centro delle dinamiche globali, e da maggiori interessi derivano maggiori responsabilità: una panoramica sulla percezione della sicurezza nella regione
Le Filippine cercano di difendere la sovranità sul Mar cinese meridionale dal 2013. In quell’anno, Manila presentò ufficialmente un’istanza contro la Cina presso la Corte arbitrale permanente dell’Aia e vennero destinati 3,38 miliardi di dollari alla Difesa. Si tratta di uno dei maggiori investimenti dell’arcipelago nel comparto militare dell’ultimo decennio, che hanno raggiunto il picco nel 2017, quando la percezione dell’assertività cinese nella regione ha iniziato a farsi più evidente. Ma l’obiettivo non era solo quello di dover costruire un deterrente in caso un ipotetico conflitto nel Mar cinese meridionale: la “guerra alla droga” del Presidente Rodrigo Duterte si era trasformata in una campagna massiccia e indiscriminata contro la criminalità organizzata, e mancavano i mezzi per gestirla. Mentre la comunità internazionale assisteva a un’escalation della violenza nel Paese e cercava di prendere le distanze, a rifornire l’esercito flippino era rimasta lei: la Repubblica Popolare Cinese.
Non è semplice analizzare la spesa militare di uno Stato, come viene gestita e quali presupposti può creare in politica estera. I governi spesso stringono contratti per la fornitura di armi con Paesi che potrebbero essere la ragione stessa per migliorare l’arsenale militare e dimostrarsi “preparati” in caso di conflitto. Ma non mancano le ragioni interne per non abbassare la guardia. È quanto accade in Asia dall’inizio degli anni Duemila a oggi, in una regione che sta caratterizzando sempre di più le dinamiche e gli interessi internazionali. In questo scenario si gioca la partita tra le maggiori potenze globali, e i Paesi dell’area non possono che rispondere prendendo misure preventive: armarsi, ammodernarsi e inserirsi nelle dinamiche più vantaggiose della globalizzazione. E le crisi degli ultimi anni hanno contribuito ad aumentare la percezione di insicurezza.
Il report Sipri
Secondo il report del 2019 dello Stockholm International Peace Institute (Sipri) dedicato al Sud-Est asiatico, è in questa regione che l’acquisto di armi e la spesa per la Difesa hanno raggiunto la maggiore impennata degli ultimi venti anni, superando le tendenze delle altre zone. Tra le cause individuate dagli analisti, l’ascesa della potenza cinese, ma anche i conflitti interni o le tensioni lungo i confini. Ma l’elemento di allarme, evidenzia il rapporto, è un altro: in Asia mancano – o sono poco chiari – i meccanismi di gestione dei conflitti armati e delle contese territoriali. A creare questo pattern contribuiscono sia la “Asean way” nelle questioni internazionali che la politica estera cinese, entrambe caratterizzate – spesso – da tentativi di evitare il confronto diretto e da atteggiamenti impliciti e spesso criptici. Il caso più esemplare rimane proprio quello del Mar cinese meridionale, dove non solo i movimenti di mezzi militari, ma anche l’esplorazione di giacimenti di gas e minerali, o la pesca illegale, avvengono indiscriminatamente nonostante i Paesi abbiano ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) – e nonostante la promessa di arrivare presto a un “codice di condotta”.
Entrando nel dettaglio, la spesa militare dei dieci Paesi ASEAN è aumentata del 33% tra il 2008 e il 2017, anche se le motivazioni dietro a questa scelta sono differenti. I Paesi coinvolti nelle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale sono quelli che hanno incrementato di più gli investimenti: una risposta alle azioni unilaterali e considerate “sospette” di navi e aerei cinesi. Negli altri casi, però, non sono meno evidenti la preoccupazione e l’incertezza nei confronti del vicinato e della porosità dei confini, che favoriscono lo spostamento di gruppi ribelli: è quanto viene dichiarato nella maggior parte dei contratti per l’importazione di armi, che citano la lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e il trasferimento di tecnologie avanzate per migliorare la qualità delle operazioni militari. A lanciare un allarme su questo ultimo obiettivo sono stati anche casi recenti di inefficienza degli asset militari, come la drammatica fine dell’equipaggio del sottomarino indonesiano indonesiano KRI Nanggala-402.
Esportatori e importatori
Dopo una prima fase di dipendenza da Usa, Russia o Cina, negli ultimi anni i paesi asiatici hanno iniziato a diversificare i propri fornitori di armi e tecnologie militari. Oggi, confermano i dati Sipri, una parte significativa del commercio di armi fluisce verso i mercati asiatici. È qui che arrivano il 37% delle esportazioni dagli Usa, il maggiore esportatore di armi al mondo, così come il 55% di quelle russe, sebbene in decrescita. Altri importanti esportatori sono invece il Giappone e la Corea del Sud, mentre l’India occupa una piccola quota sul mercato birmano – che con l’arrivo della giunta militare al potere cerca di ridurre la dipendenza maturata nei confronti di Pechino.
In Malesia, oltre alla Corea, hanno un ruolo rilevante le importazioni di armi da Spagna e Turchia. La Francia non rappresenta un attore fondamentale come esportatore di armi ma, con il crescere degli interessi internazionali nelle acque asiatiche, cerca di giocare un ruolo nelle operazioni di monitoraggio ed esercitazione: l’ultimo caso risale alle operazioni del 2021 nell’Oceano indiano nel quadro dell’accordo Quad. Proprio la neonata alleanza voluta dall’amministrazione Biden è, per quanto fragile, un elemento che contribuisce a influenzare la percezione della sicurezza in Asia.
Tensioni sopite e nuove minacce
Sebbene l’Asia presenti una bassa percentuale di conflitti, concentrati soprattutto all’interno dei paesi stessi, non mancano i presupposti per un’escalation delle tensioni in alcune zone calde della regione. Per citarne alcuni: la disputa tra Malesia e Brunei intorno allo sfruttamento del tratto di mare comune, le rivendicazioni di Cambogia e Thailandia lungo il confine e le rivendicazioni delle Filippine sul distretto (oggi malese) di Sabah.
Infine, in un’ottica di rinnovo della Difesa, non è meno importante il ruolo delle crisi globali. Uno di questi fattori è la crescente presenza di Washington e degli alleati nel Pacifico per monitorare la regione come pratica di contenimento della Cina. Anche il conflitto in Ucraina pone dei nuovi interrogativi (o, meglio, preoccupazioni) sull’evoluzione delle relazioni globali: da un lato le sanzioni alla Russia rappresentano un imprevisto per i paesi che ricevono assistenza e armi da Mosca (come Vietnam e Myanmar), dall’altro la stessa Kiev esporta una piccola parte di armi (in particolare, missili) verso il Vietnam e Thailandia. In ultima analisi, l’impasse diplomatica e la violenza del conflitto potrebbe non solo aumentare l’incertezza nei confronti delle proprie capacità e risorse militari, ma anche aprire alla possibilità di impotenza della comunità internazionale nell’intervenire sul campo.
Il Mekong è tra i corsi d’acqua più lunghi del continente asiatico e rappresenta non solo una vitale fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono nel suo bacino idrografico, ma anche un oggetto di contesa tra i governi locali. L’ASEAN può giocare un ruolo fondamentale nella promozione della cooperazione regionale e del dialogo con la Cina.
Il Mekong nasce sull’altopiano tibetano in Cina e si snoda per più di 4000 chilometri attraversando Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam prima di sfociare con un ampio delta nel Mar Cinese Meridionale. Il fiume ricopre un ruolo chiave nella regione del Sud-Est asiatico: dalle sue acque dipendono non solo il sostentamento di oltre 60 milioni di persone, ma anche gli equilibri geopolitici regionali.
Per il quarto anno consecutivo, la regione si avvia ad affrontare un’emergenza idrica che, oltre a risentire dell’aggravamento della crisi climatica, riflette la conflittualità che caratterizza le politiche di gestione dei flussi. La Mekong River Commission (MRC) – organizzazione intergovernativa che raccoglie Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam, i quattro Paesi del basso bacino fluviale – ha citato “bassi flussi regionali, fluttuazioni idriche e siccità” tra i rischi che le autorità locali sono chiamate ad affrontare con urgenza. Il governo cambogiano ha comunicato che le precipitazioni della stagione delle piogge “non saranno sufficienti per soddisfare i bisogni immediati” e ha raccomandato un utilizzo parsimonioso delle preziose risorse idriche, in particolare nelle zone rurali.
Come evidenziato nell’ultimo rapporto della Mekong River Commission pubblicato a inizio gennaio, le significative anomalie che hanno colpito il regime idrologico a partire del 2015 sono il risultato della pericolosa combinazione tra rischi naturali e pressione antropica. La scarsità di precipitazioni si somma alle attività di sfruttamento intensivo delle acque, esacerbando l’impatto devastante su ecosistemi, attività economiche e sul sostentamento delle popolazioni locali.
Secondo quanto emerge da uno studio congiunto realizzato dallo Stimson Center e dalla società di ricerca Eyes on Earth, in alcune aree del bacino del Mekong “il prelievo di acqua e il rilascio innaturale delle dighe hanno completamente alterato il flusso naturale del fiume”. L’acqua viene infatti trattenuta dai sistemi di stoccaggio durante la stagione umida, mentre i flussi aumentano relativamente nella stagione secca, quando però il livello delle acque è troppo basso per fare la differenza.
La competizione per il controllo dei flussi del Mekong è resa manifesta dal numero di dighe che continuano a sorgere lungo il suo percorso: undici le principali, la maggior parte delle quali si trova in territorio cinese, a cui vanno sommate le centinaia di costruzioni minori costruite lungo gli affluenti e utilizzate per le attività di pesca e agricoltura. Fin dagli anni ‘90, Pechino è stata impegnata in un ambizioso progetto idroelettrico che si è sostanziato nella costruzione di dighe e centrali lungo corso superiore del fiume nella provincia meridionale dello Yunnan. Inoltre, attraverso la concessione di ingenti finanziamenti, le autorità cinesi hanno appoggiato le ambizioni del vicino laotiano, che non ha fatto segreto di voler puntare sull’idroelettrico per convertirsi nella “batteria d’Asia” e rilanciare la propria economia.
In risposta ai crescenti rischi – con i livelli del fiume che raggiungono i valori più bassi livelli mai registrati negli ultimi 60 anni – la Mekong River Commission invita i sei Paesi coinvolti “ad agire con determinazione” e suggerisce l’istituzione un meccanismo di notifica comune sulle fluttuazioni anomale del livello dell’acqua e un sistema coordinato di gestione di bacini e dighe.
Nonostante la Cina abbia negato le accuse di approfittare della posizione strategica a monte del fiume per capitalizzare unilateralmente le acque comuni ed esercitare pressione politica sui Paesi vicini, la riluttanza a condividere i dati relativi al funzionamento delle dighe e la stessa assenza all’interno della Mekong River Commission evidenziano il persistere di tensioni politico-diplomatiche che compromettono la cooperazione regionale in tema di gestione delle risorse.
Secondo gli esperti dello Stimson Center e di Eyes on Earth, la soluzione migliore sembrerebbe essere un accordo internazionale di condivisione dell’acqua che garantisca “un livello di base del flusso dalle dighe a monte durante i periodi di siccità”, con l’obiettivo di scongiurare crisi future e attenuare simultaneamente la sfiducia nei confronti della Cina. In questo contesto, si rende necessaria una più stretta sinergia tra i segretariati della MRC e dell’ASEAN. L’Organizzazione può infatti contribuire a dare maggiore centralità al progetto di gestione sostenibile e coordinata del Mekong all’ interno dell’agenda politica regionale. Simultaneamente, resta cruciale il ruolo dell’ASEAN nel promuovere un percorso di sviluppo condiviso e sostenibile con la partecipazione della Cina, la quale auspicabilmente non resterà a lungo indifferente a fronte dei vantaggi reciproci che una convivenza pacifica lungo il fiume più produttivo della regione potrebbe offrire.
La Corea è uno dei partner strategici dell’Unione. Gli intensi scambi commerciali hanno aperto la strada per una cooperazione intensa in campo regolamentare e politico. Esaminare questo rapporto permette di capire in che direzione potrebbero evolversi i legami di Bruxelles con i suoi altri partner asiatici.
La storia dei rapporti tra Corea ed Europa è molto recente. A differenza di Cina e Giappone, che sono sempre stati al centro dell’immaginario europeo quando si pensava all’Estremo Oriente, la Corea è stata per secoli meno nota (e accessibile) agli europei, proprio a causa dell’influenza dei primi due Paesi su quest’ultima. Fino al XVII secolo, gli studiosi europei parlavano della Corea quasi solo all’interno di opere dedicate alla Cina: la prima descrizione significativa della Corea è forse contenuta nel Novus Atlas Sinensis (1655) del gesuita trentino Martino Martini. Il primo europeo a visitare il Paese è stato l’olandese Hendrick Hamel: il suo resoconto dei 13 anni trascorsi tra l’isola di Jeju e Seoul (1653-1666) costituiscono la prima fonte diretta sulla Corea a disposizione dei lettori europei. La figura di Hamel è poco nota nei Paesi Bassi, mentre è famosa in Corea, tanto da essere onorata con monumenti e musei. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, gli occidentali avevano iniziato a definire la Corea un “regno eremita” per via dei suoi pochi contatti con l’esterno – un’espressione tornata recentemente in voga per riferirsi alla Corea del Nord. Le relazioni tra Seoul e i Paesi europei iniziano a svilupparsi con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la fine della dominazione giapponese. Molti Paesi europei supportano la Corea del Sud nella Guerra 1950-1953. Eppure, l’impulso maggiore a questo rapporto arriva forse nei decenni successivi, come conseguenza degli intensi scambi commerciali tra l’Europa e l’emergente tigre asiatica.
Tra la fine della Guerra di Corea e i primi anni Duemila, il “Miracolo sul fiume Han” rende Seoul una delle economie più competitive al mondo. Il successo economico le garantisce un ruolo importante sulla scena globale, che non si riduce però alla sola economia. Il Paese ospita le Olimpiadi estive nel 1988 e i Mondiali di calcio nel 2002. Alla fine degli anni Novanta parte” l’onda coreana”, nota globalmente come Hallyu (한류), l’esplosione di popolarità dei media coreani prima negli altri Paesi asiatici e poi nel resto del mondo. Tutte queste forme di soft power, innestandosi sul suo dinamismo commerciale, hanno accompagnato l’emergere della Corea come attore globale. Nel maggio 2004, l’allora Ministro degli Affari esteri e del Commercio sudcoreano Ban Ki-moon lancia un’ambiziosa politica di liberalizzazione degli scambi internazionali attraverso la conclusione di nuovi accordi con Unione Europea, Stati Uniti e India. Un indizio del prestigio internazionale del Paese è l’elezione dello stesso Ban Ki-moon a Segretario Generale delle Nazioni Unite (2007-2016). Tra gli accordi commerciali progettati nel 2004, la Corea conclude per primo quello con l’UE (2011). L’accordo rappresenta una novità per entrambe le parti: per Seoul, è il primo trattato commerciale con un’economia avanzata ad entrare in vigore, per Bruxelles è il primo accordo di libero scambio “di seconda generazione”. Questa nuova generazione di Free Trade Agreement (FTA) europei si distingue dalla precedente per l’inclusione di materie mai coperte in passato: lo scambio dei servizi, la protezione della proprietà intellettuale e la promozione dello sviluppo sostenibile attraverso i rapporti commerciali (Trade and Sustainable Development, TSD). Il FTA UE-Corea ha quindi costituito il modello per gli accordi commerciali tra l’Europa e gli altri Paesi asiatici.
La solida posizione internazionale coreana ha portato l’UE a individuare in Seoul uno dei suoi dieci “partner strategici” sullo scenario globale. Anche in questo caso, i rapporti commerciali hanno costituito il primo impulso ad approfondire questa collaborazione. Per la Corea, l’UE è attualmente il terzo mercato di esportazione e il primo investitore straniero diretto. Se esaminiamo il periodo 2010-2018, il FTA del 2011 ha avuto effetti notevoli sui flussi dall’UE verso la Corea di merci (+77%), servizi (+82%) e investimenti (+39%). Le automobili costituiscono una fetta consistente per l’export dall’UE verso la Corea e viceversa. Il settore dei semiconduttori – un mercato strategico e dominato dai Paesi asiatici – è molto rilevante e caratterizzato da uno scambio “circolare”: la Corea esporta i chip, ma importa dall’UE l’attrezzattura per produrli. La sinergia in questo campo diventerà probabilmente ancora più importante in futuro, dato che gli Stati Uniti stanno incoraggiando i loro alleati – anche europei – a privilegiare le catene di approvvigionamento “democratiche” per i beni di importanza strategica come i semiconduttori. Tale dottrina potrebbe portare Bruxelles a comprare più semiconduttori in Corea, Giappone e Taiwan, a discapito dei fornitori cinesi, ma anche a rendersi più autonoma dalle importazioni dall’estero, seguendo il principio della “sovranità digitale”. Altro settore rilevante dell’export europeo verso la Corea è quello farmaceutico.
I negoziati sul FTA erano collegati alla revisione di un altro accordo, il Framework Agreement, che predispone le forme di cooperazione politica tra i due partner. A questi accordi se ne aggiunge un’ulteriore, il Crisis Management Participation Agreement. La Corea è l’unico partner ad avere ben tre accordi in vigore con l’UE, un indizio dell’importanza che Bruxelles riconosce a tale rapporto. Tali accordi hanno permesso una sempre maggiore cooperazione nel campo della sicurezza, sia regionale sia globale. A livello regionale, durante l’amministrazione Trump, Seoul ha iniziato a fare più affidamento su Bruxelles per mantenere la stabilità della penisola coreana ed evitare la proliferazione di armi nucleari. A livello globale, la marina coreana partecipa all’operazione Atalanta, a guida UE, per contrastare la pirateria al largo del Corno d’Africa. La partnership UE-Corea produce un ulteriore risultato: dove la cooperazione economica si interseca con quella politica, nasce la cooperazione regolamentare. I due partner riescono ad essere standard setter globali e, grazie alla robusta architettura istituzionale degli Accordi di cooperazione, sono in costante contatto per mantenere “al passo” la disciplina di molti settori economici. In primis quello digitale: lo scorso dicembre la Commissione ha dato il via con una adequacy decision alla libera circolazione dei dati tra UE e Corea. Questa forma di governance “attraverso network regolamentari transnazionali”, di cui la collaborazione UE-Corea è uno degli esempi più avanzati, potrebbe essere lo strumento più efficace per governare l’economia globalizzata, in assenza di un unico regolatore globale.
L’Indonesia sta dimostrando di avere tutte le carte in regola per ricoprire un ruolo chiave nella ripresa economica post pandemia e di essere pronta a collaborare con l’Europa in settori chiave per lo sviluppo del Paese.
Rafforzare la collaborazione tra Europa e Indonesia per meglio cogliere tutte le opportunità della ripresa dell’economia globale. È questo il tema che è stato al centro durante i due giorni dell’“Indonesia-Europe Business Forum 2022: Enhancing Partnership for Stronger Economic Recovery”, che si è svolto il 1° e 2 marzo scorsi. Un evento online che ha visto la partecipazione di alti rappresentanti della comunità business e politico-istituzionale, con l’obiettivo di presentare le potenzialità di partnership tra Indonesia ed Europa con un particolare focus sui seguenti settori: esplorare la potenziale collaborazione nell’architettura sanitaria globale e nell’industria farmaceutica, promuovere il commercio e gli investimenti nelle energie rinnovabili, nonché rafforzare il commercio globale e la resilienza delle catene di approvvigionamento.
Ad aprire i lavori del Forum è stata la Ministra degli Affari Esteri della Repubblica di Indonesia, H.E Retno L.P. Marsudi. Innanzitutto, la Ministra ha preso posizione riguardo la guerra in Ucraina, dichiarando che “l’invasione russa viola il diritto internazionale e il rispetto della sovranità e integrità territoriale di ciascuno Stato.” La diplomatica indonesiana spera in una risoluzione pacifica del conflitto nonostante il risvolto negativo che questa crisi avrà a livello economico. Per quanto riguarda la ripresa economica, ci si sta muovendo nella giusta direzione sia in Indonesia che in Europa. L’Indonesia registra il 53 per cento della popolazione vaccinata e la partnership con l’Europa ha aiutato molto l’economia di Giacarta, oggi l’Unione Europea è il quinto partner commerciale per l’Indonesia . Inoltre, Giacarta punta a diventare un hub regionale sempre più rilevante nel settore manifatturiero e digitale.
La partnership con l’UE deve quindi svilupparsi su tre livelli principali: quello sanitario, aiutando l’Indonesia ad affermarsi a livello globale, quello dell’economia tecnologica e digitale, nel quale Giacarta ha già registrato otto unicorni,che secondo le stime raggiungerà i 150 miliardi nel 2025 ed infine, quello ambientale, cavalcando la transizione energetica sostenibile per raggiungere l’obiettivo “zero emissioni” entro il 2060.
In seguito, anche il Ministro per il coordinamento degli affari economici indonesiano ha sottolineato la volontà di Giacarta di rafforzare l’impegno con l’Europa attraverso forum bilaterali e multilaterali. Per di più, i dati riguardo la crescita per il 2022 sembrano incoraggianti: il governo indonesiano si aspetta un aumento del 4-5 per cento e che, degli investimenti diretti esteri, in totale 31, 3 miliardi, 2,4 provengano da Paesi europei. Inoltre, sono previste delle riforme per accelerare gli investimenti nella nuova capitale Nusantara.
Tra i rappresentanti italiani Barbara Beltrame Giacomello, Vicepresidente Confindustria per l’internazionalizzazione, ha sottolineato l’importanza di questo meeting per sfruttare al meglio le opportunità economiche tra i due Paesi. “L’Indonesia è per l’Italia un partner chiave a livello commerciale, prima dell’emergenza sanitaria il flusso di investimenti tra Italia e l’Indonesia aveva raggiunto i 3,1 miliardi di euro e nei primi dieci mesi del 2021 la ripresa dell’interscambio è stata del + 21.5% rispetto al 2020.” La Vicepresidente ha inoltre ribadito: “Questi sono numeri incoraggianti ma c’è ulteriore potenziale per rafforzare la cooperazione, soprattutto per quanto riguarda i beni di alto valore. Inoltre, per aumentare le relazioni economiche bisognerà puntare agli investimenti nelle tecnologie avanzate 4.0, passi fondamentali soprattutto per la crescita e lo sviluppo delle Piccole e Medie Imprese. Europa e Indonesia si stanno dando da fare per implementare i pacchetti di riforma atti ad aumentare produttività e modernizzazione.”
Per quanto riguarda l’Italia, il sistema industriale ha messo in atto riforme grazie al PNRR e questo è il momento per supportare le aziende nell’internazionalizzazione, con l’obiettivo di creare produzione intelligente per l’ecosistema nell’ottica di una cooperazione a livello internazionale. Infine, la Vicepresidente ha affermato che “il futuro del rapporto con l’Indonesia dipende da come abbineremo le nostre debolezze e i nostri punti di forza: se avremo successo, la nostra economia avrà un ruolo di primo piano per la crescita futura a livello europeo. Questo evento è un grande inizio per esplorare nuovi approcci per lavorare insieme, condividere le competenze per una crescita sostenibile e a lungo termine”.
In conclusione, il bilancio dei due giorni di incontri può considerarsi più che positivo. Il Forum è servito come piattaforma per una proficua discussione tra i responsabili politici, i leader aziendali e altre parti interessate. Indonesia ed Europa, in linea con l’obiettivo principale del G20 di quest’anno, si sono dimostrate pronte ad intraprendere nuove partnership per ottenere una ripresa globale post pandemica stabile e sostenibile.
Quasi un terzo della produzione mondiale di caffè proviene dal continente asiatico
C’è una nuova moda che ha contagiato tutta l’Asia. Una bevanda simbolo di gusto e raffinatezza, ma anche dell’influenza occidentale nella regione. Stiamo parlando del caffè. Negli ultimi cinque anni il consumo di caffè nei paesi asiatici è cresciuto dell’1,5%; una tendenza che segue l’aumento della classe media, desiderosa di provare sempre prodotti nuovi. Ma si tratta anche di un fenomeno culturale molto esteso, che deriva dal colonialismo e si intreccia con i trend di oggi che arrivano da ovest. In Cina, per esempio, il gusto per questa bevanda viene tramandato soprattutto da persone che hanno studiato o lavorato all’estero. La pandemia ha tuttavia ridotto notevolmente gli spostamenti e i cultori del caffè non hanno potuto che rimanere affascinati dalle varietà locali della bevanda. Non a caso negli ultimi due anni, i produttori di caffè asiatici stanno iniziando a rivaleggiare con le grandi industrie occidentali, come Starbucks e Costa. Ed oggi il 29% dei chicchi di caffè nel mondo proviene proprio dal continente asiatico.
Tra i principali produttori di caffè c’è il Vietnam, un vero e proprio colosso dell’industria. Fin da quando i colonizzatori francesi hanno raccolto per la prima volta le “ciliegie cremisi” – come venivano soprannominati i chicchi di caffè – questa bevanda è rimasta parte della tradizione vietnamita. Come da noi in Italia, anche in Vietnam si usa “andare a prendere un caffè” come metodo per socializzare. E sono soprattutto i social come TikTok a trainare l’interesse delle masse per il caffè, coinvolgendo un pubblico sempre più ampio: dai giovani che vogliono frappuccini sul modello di Starbucks ai consumatori “esperti”, intrigati dai procedimenti di preparazione e tostatura dei chicchi. Se prima della pandemia l’obiettivo principale era l’esportazione, oggi ci si è resi conto che il consumo domestico è altrettanto importante.
Anche l’Indonesia, seconda produttrice di caffè nella regione, ha osservato un incremento delle vendite locali negli ultimi anni. Spopolano anche le varianti locali, come il Kopi Susu, un caffè freddo con latte e zucchero di palma. Il caffè, efficacemente distribuito anche durante la pandemia con i servizi di delivery non ha mai smesso di circolare, attirando sempre più estimatori e curiosi, desiderosi di supportare i prodotti locali anziché consumare marchi stranieri. Senza contare che il 90% degli indonesiani è di religione musulmana, e quindi alla ricerca di una bevanda sociale che non contenga alcol.
La Cina sta vivendo un’esperienza simile. L’arrivo di catene straniere come Starbucks e Costa Coffee alla fine degli anni 90’ hanno innescato la cultura del caffè nelle metropoli, attirando i giovani consumatori. Ma con l’emergere di catene locali e chioschi lungo le strade negli ultimi anni, l’interesse del pubblico si è spostato verso il consumo di prodotti locali. Una scelta derivata, oltre che dalla pandemia, anche dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti. Secondo un rapporto del marzo 2021 del quotidiano finanziario Yicai, Shanghai ha ora il maggior numero di caffetterie indipendenti al mondo, con 6.913 punti vendita. Più dei 3.826 a Tokyo, 3.233 a Londra e 1.591 a New York. Anche in questo caso sono stati i giovani, in particolare quelli che hanno studiato all’estero, ad aver importato la moda del caffè.
In Giappone il tè non regna più sovrano. Il mercato del caffè giapponese è il più grande del continente asiatico, con vendite che hanno superato i 24 miliardi di dollari nel 2020. Al contrario, il consumo di tè è in diminuzione. Secondo l’Associazione giapponese per la produzione di tè, infatti, il consumo della bevanda è sceso a 108.454 tonnellate nel 2019. Un calo del 30% rispetto al 2004. Sono soprattutto le donne ad essersi avvicinate al caffè. L’arrivo di caffetterie “all’occidentale”, in cui è vietato fumare, ha infatti attirato molte giovani clienti, in precedenza scoraggiate dalle tradizionali e fumose caffetterie giapponesi. Con l’arrivo della pandemia, poi, è partito il boom per la richiesta di macchinette e attrezzature per preparare il caffè in casa.
In Corea del Sud il caffè è diventato parte integrante dell’ecosistema sociale. Il mercato è indirizzato a consumatori di ogni età e provenienza e si rivolge soprattutto a coloro che hanno fatto delle caffetterie le loro seconde case: persone che oltre che per sorseggiare un caffè si siedono ai tavolini per studiare, lavorare e parlare con gli amici. E si prevede che la cultura del caffè diventerà ancora più radicata in Corea del Sud come del resto in tutta l’Asia. Con l’espandersi della classe media, le persone esposte a uno stile di vita occidentale aumenteranno, importando la tradizione del caffè anche a casa propria.
La cooperazione allo sviluppo è uno dei pilastri del partenariato strategico dell’Italia con Hanoi
Editoriale a cura di Antonio Alessandro, Ambasciatore d’Italia in Vietnam
Il 7 marzo una delegazione del sistema Italia si è recata in visita nella Provincia di Thua Thien Hue, per partecipare ad una cerimonia in ricordo di Carlo Urbani e rilanciare i rapporti con una delle regioni più dinamiche del centro del Vietnam.
La cerimonia si è svolta nel centro di epidemiologia intitolato a Carlo Urbani, con la commossa partecipazione di autorità italiane e vietnamite e della vedova, Giuliana Chiorrini. Il Rappresentante dell’OMS in Vietnam ha presentato delle testimonianze delle persone che avevano lavorato con il famoso epidemiologo italiano. È stata ricordata l’onorificenza di Gran Croce dell’Ordine della Stella d’Italia alla memoria concessa dal Presidente Mattarella in riconoscimento dello straordinario operato di Carlo Urbani nel contenere l’epidemia della Sars nel 2003 in Vietnam.
È emerso come l’insegnamento di Carlo Urbani, a quasi 20 anni dalla scomparsa, sia sempre più valido di fronte alle nuove pandemie e guerre che sconvolgono il mondo. Il Console Generale Enrico Padula ha ricordato il contributo di Carlo Urbani e della comunità italiana in Vietnam, di cui era parte integrante, al rafforzamento dei rapporti di amicizia tra i nostri due popoli.
Quale segno concreto della solidarietà italiana e in continuità con l’opera di Carlo Urbani, sono stati poi varati i lavori di costruzione del dipartimento di ginecologia e ostetricia dell’Ospedale universitario di Hue, promossi dall’AICS nell’ambito di un progetto di 13 milioni di euro per il miglioramento dei servizi sanitari nelle regioni centrali del Vietnam.
La cooperazione allo sviluppo è uno dei pilastri del nostro partenariato strategico con il Vietnam. Presente sin dagli anni ‘90, ha realizzato numerose iniziative nei settori della sanità, della formazione, del risanamento ambientale, tra gli altri, che hanno contribuito significativamente allo sviluppo del Paese. Da ultimo l’Italia ha donato 2,8 milioni di dosi di vaccino al Vietnam.
Durante la visita è stato varato un progetto di ricerca congiunto tra l’Università Politecnica delle Marche e l’Università di Hue per la gestione dei dati del patrimonio culturale. La provincia ha una forte vocazione turistica e ospita una delle cittadelle imperiali meglio conservate dell’intero oriente.
I risultati della visita e le ulteriori prospettive di collaborazione sono stati discussi con il Presidente della Provincia, Signor Nguyen Van Phuong.
L’Ambasciata è impegnata a rafforzare i rapporti con le 63 province vietnamite, che costituiscono il motore del dinamismo economico del Paese.
Il blocco delle nazioni ASEAN è esposto, a varie intensità, alle sanzioni rivolte all’economia russa. Energia, grano e investimenti sono i settori in cui principalmente si intersecano queste relazioni
Mentre gran parte del mondo “occidentale” guarda con apprensione agli sviluppi del conflitto russo-ucraino e condanna Mosca con severe sanzioni economiche, i membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico hanno assunto posizioni poco omogenee. Secondo alcuni osservatori, il ritardo nel rilasciare dichiarazioni sulla crisi e la mancanza di esplicita condanna della Russia da parte dell’ASEAN sono sintomatici della difficoltà incontrata dagli attori della regione di trovare una sintesi soddisfacente tra le relazioni bilaterali che ciascuno intrattiene con la Russia. Singapore e Myanmar, ad esempio, condensano le divisioni del blocco, l’una condannando esplicitamente le azioni di Mosca, l’altra esprimendo sostegno. Le ragioni di queste contraddizioni sono da ricercarsi nei legami storici e commerciali che uniscono le sorti Sud-Est asiatico a quelle della Russia.
Il blocco delle nazioni ASEAN è esposto, a varie intensità, alle sanzioni rivolte all’economia russa. Energia, grano e investimenti sono i settori in cui principalmente si intersecano queste relazioni. Secondo James Guild del Diplomat, anche se c’è incertezza rispetto alle ripercussioni del conflitto sulla tenuta dell’economia del Sud-Est asiatico, esistono alcuni indizi che possono anticiparne l’impatto. In primo luogo, il ruolo della Russia come fornitrice di energia globale preoccupa alcuni Paesi in particolare. Anche se per Singapore solo il 5,7% del petrolio importato nel 2019 è russo, e per la Thailandia il 3,3%, il Vietnam potrebbe essere più esposto agli shock di fornitura energetica determinati dal conflitto, con il 15% del carbone importato nel 2019 che proviene proprio dalla Russia. Inoltre, i prezzi dell’energia erano già a rialzo prima dello scoppio del conflitto, e la guerra non farà che aggravare la situazione.
La pressione inflazionistica globale sui prezzi dei generi alimentari potrebbe subire un ulteriore aumento, mettendo in crisi economie come quella indonesiana e filippina, che nel 2019 hanno importato rispettivamente circa il 25% e il 16% del totale del grano da Russia e Ucraina. Molti Paesi del Sud-Est asiatico hanno agenzie statali specializzate nella raccolta di beni essenziali per affrontare eventuali shock delle catene di approvvigionamento, ma il fenomeno di contrazione dell’offerta avrà comunque degli effetti su prezzi e produzione.
Resta poi da affrontare la questione delle numerose joint ventures che uniscono i destini delle economie ASEAN a quello della Russia. In generale sembra vi sia urgenza di interrompere le partnership commerciali con Mosca, anche per via dell’impossibilità pratica di compiere scambi e transazioni. Un caso emblematico è quello della centrale a carbone vietnamita Long Phu 1, il cui appaltatore russo teme che non riceverà mai indietro il denaro investito nella realizzazione del progetto. Il legame tra Mosca e Hanoi risale ai tempi dell’era sovietica, ed era principalmente imperniato sulla fornitura di equipaggiamenti per la difesa da parte della Russia, che domina il 60% delle importazioni militari vietnamite. Nonostante il Vietnam non abbia condannato l’invasione russa del territorio ucraino, le sanzioni internazionali potrebbero compromettere le relazioni economiche anche con lo storico alleato comunista.
La Russia si era ritagliata pazientemente un margine d’influenza sulla regione del Sud-Est asiatico. Al di là del primato nella fornitura di armi, la politica “turn to the East” era un riconoscimento esplicito di quanto il presidente russo Vladimir Putin tenesse in considerazione le relazioni con gli attori regionali. Quando nel 2021 si sono celebrati i trent’anni delle relazioni ufficiali tra Russia e ASEAN, Putin aveva encomiato la prossimità politica tra le parti sottolineando come spesso le posizioni delle nazioni del blocco su questioni di rilevanza globale coincidano con quelle russe. In effetti i due attori hanno anche pubblicato un piano d’azione globale per attuare il loro partenariato strategico per il 2021-25, che tocca le dimensioni commerciale, strategica e securitaria. Tutto ciò dimostra come Mosca abbia riservato per sé relazioni specifiche con il Sud-Est asiatico, allontanandosi dagli altri due modelli dominanti, quello statunitense e quello cinese. Al contrario di Washington e Pechino – e fatta eccezione per la sua controversa fornitura di armi al Myanmar – Mosca non è infatti direttamente coinvolta in nessuna crisi politico-diplomatica nell’area. Per Russia e Paesi del Sud-Est asiatico, i legami economici e commerciali, e talvolta ideologici, sono anche un ponte di scambio diplomatico. Le diverse posture assunte dalle nazioni del blocco stigmatizzano le difficoltà dell’ASEAN di rivendicare il principio di centralità in questioni che toccano individualmente questi storici legami bilaterali.
Vingroup è una società per azioni vietnamita specializzata in tecnologia, industria, sviluppo immobiliare, retail e servizi, che vanno dalla sanità al settore alberghiero.
La storia di Vingroup inizia con la fondazione di Technocom Corporation nel 1993 in Ucraina, grazie a un ambizioso gruppo di giovani vietnamiti. Technocom ha iniziato con la produzione alimentare, raggiungendo un grande successo con il marchio Mivina. Nel 2000 è tornato in Vietnam con due marchi strategici Vincom e Vinpearl, e l’ambizione di contribuire allo sviluppo del Paese. Nel gennaio 2012, Vinpearl JSC si è fusa con Vincom JSC per formare Vingroup Joint Stock Company, diventando – con una capitalizzazione di mercato pari a circa tre miliardi di dollari – la più grande società privata della nazione. Pham Nhat Vuong, il primo miliardario della storia del Vietnam, è presidente, fondatore e maggiore azionista del Gruppo.
Società multisettoriale con 19 member brand, Vingroup è riconosciuta come una delle aziende più dinamiche, di successo e ben capitalizzate del Vietnam. Gli assi principali del suo business sono tecnologia e industria; commercio e servizi; impresa sociale. Nel 2013, Vingroup ha raccolto circa 200 milioni di dollari dal fondo di investimento statunitense Warburg Pincus per investire in quattro aree: strutture commerciali, turismo, ospedali e scuole. Attualmente il colosso vietnamita sta concentrando le risorse nelle automobili e nel suo core business immobiliare. Alla fine del 2019 ha annunciato l’intenzione di abbandonare le sue operazioni di vendita al dettaglio – le più grandi del Vietnam – e lo scorso maggio ha deciso di abbandonare la produzione di smartphone e televisioni.
Vingroup è entrata nel settore automobilistico nel 2019, fondando la sussidiaria VinFast e uno stabilimento nella città di Haiphong con una capacità annua di circa 250.000 veicoli. La redditività è ancora un problema. L’azienda ha venduto circa 30.000 veicoli l’anno scorso, sufficienti a soddisfare solo il 10% circa del mercato vietnamita. Il segmento manifatturiero di Vingroup, incentrato sulle automobili, ha registrato una perdita ante imposte di 11,3 trilioni di dong nella prima metà del 2021, più del doppio dell’anno precedente. Pham Nhat Vuong ha recentemente dichiarato ai media locali che ulteriori perdite nel settore automobilistico sono previste a breve termine.
Il futuro dell’azienda è attualmente focalizzato sul business dei veicoli elettrici, lanciato alla fine del 2021. Le Thi Thuy, vicepresidente di Vingroup e CEO di VinFast Global, ha di recente affermato che Vinfast diventerà ufficialmente un’azienda di auto elettriche al 100% entro la fine del 2022, cessando definitivamente la produzione di veicoli a benzina. Gli ordini di veicoli elettrici, compresi quelli nei mercati occidentali, hanno totalizzato circa 35.000 unità all’inizio di gennaio. L’obiettivo è quindi raccogliere 1,5 miliardi di dollari attraverso obbligazioni e rafforzare la sua attività di veicoli elettrici con un nuovo impianto di batterie agli ioni di litio. Le obbligazioni quinquennali denominate in dollari aiuteranno a finanziare l’unità automobilistica che Vingroup spera di quotare negli Stati Uniti e in cui ha già investito 5 miliardi di dollari. L’emissione delle obbligazioni internazionali è prevista nel primo trimestre di quest’anno.VinFast ha appena presentato cinque veicoli elettrici al CES 2022 di Las Vegas, un debutto importante che intende sviluppare una rete di vendita negli Stati Uniti e in Europa. La consegna dei primi due veicoli elettrici, il VF 8 e il VF 9, è prevista entro la fine dell’anno. A dicembre, VinFast ha iniziato le vendite dei suoi veicoli elettrici in Vietnam, diventando la prima grande casa automobilistica nazionale a vendere veicoli elettrici nel Paese. Il colosso vietnamita si prepara così ad affrontare un mercato sempre più competitivo. Entrando nel mercato dei veicoli elettrici prima che l’ordine gerarchico sia stabilito saldamente, Vingroup mira a ritagliarsi una posizione strategica che farà da volano alle sue azioni future.
L’acqua potabile non è essenziale solo per la vita, ma anche per la produzione agricola e la sicurezza alimentare. Le colture, l’allevamento del bestiame e la lavorazione degli alimenti necessitano di acqua potabile in quantità sufficiente. Secondo la Banca Mondiale, circa il 70% dell’acqua presente sul nostro pianeta viene utilizzata per irrigare le colture, ma in realtà i dati relativi all’approvvigionamento non corrispondono a tali necessità. Nonostante l’acqua ricopra ben il 71% della superficie terrestre, solamente il 2,5% di quell’acqua è potabile, e l’1% è accessibile.
Pertanto, un Paese prevalentemente agricolo come la Tailandia ha sempre considerato l’acqua potabile un bene prezioso. In particolare, sono stati fatti molti sforzi per capire come gestire tali risorse in modo da garantire al popolo e alla nazione i mezzi per vivere e prosperare.
È dunque facilmente comprensibile il motivo per cui i monarchi tailandesi che si sono succeduti hanno sempre espresso un profondo interesse verso la questione, al punto di impegnarsi e intervenire personalmente proponendo molteplici metodi – date le varie circostanze – per gettare al popolo un’ “ancora di salvezza”.
Prima del 1857, erano le persone a doversi adattare alla necessità d’acqua, spostandosi più vicino o più lontano rispetto alle sorgenti. La stipulazione del trattato Bowring nel 1855 generò una forte domanda di esportazioni di riso, e di conseguenza era necessaria una grande quantità d’acqua per l’irrigazione. Per tale ragione, il re Mongkut si dedicò allo sviluppo di una rete di canali sul delta del fiume Chao Phraya, che sarebbe stato utilizzata sia per l’irrigazione che per i trasporti. Il re Chulalongkorn, o Rama V, ne seguì l’esempio migliorando l’irrigazione sistematica e i sistemi di drenaggio, fino a giungere alla fondazione del Dipartimento dei Canali nel 1902. Nel 1914, sotto il re Vajiravudh, il Dipartimento dei Canali diventò Dipartimento delle Dighe ed espanse le sue attività, costruendo inoltre la prima grande diga sul fiume Pasak, ad Ayutthaya, che porta il nome del re Rama VI.
In foto: diga di sbarramento Rama VI; i lavori di costruzione iniziarono verso la fine del 1915 e terminarono nel dicembre del 1924. Il suo scopo è fornire acqua a 680.000 Rai di terreni agricoli nell’intera area del canale Rangsit.
(Fonte: Touronthai.com)
Dopo il 1932, quando la Thailandia diventò una monarchia costituzionale, i lavori proseguirono in maniera leggermente diversa poiché il re non esercitava più il potere esecutivo sull’amministrazione statale. Ciò non significava necessariamente che gli interessi del popolo fossero cambiati dall’oggi al domani, anche perché le azioni intraprese dai monarchi prima di questo cambiamento erano una testimonianza tangibile. I re della Thailandia avevano costruito un legame solido fra la monarchia e il popolo, infondendo sincera fiducia in un’istituzione che, per secoli, non aveva lesinato alcuno sforzo per proiettare la nazione verso il futuro. Pertanto, la monarchia riuscì a mantenere il pieno sostegno dell’opinione pubblica nella realizzazione di opere di pubblica utilità, in maniera complementare alle attività del governo e senza essere legata a forze politiche o vincolata da interessi di parte.
Quando il re Bhumibol ascese al trono nel 1946, la Thailandia infatti era già uno dei principali esportatori di riso, e i coltivatori di riso costituivano circa l’80% della popolazione totale, che è pari a 17 milioni. Tuttavia, a quell’epoca l’impatto del paradosso perenne del susseguirsi di stagioni secche e umide si era aggravato a causa dell’eccessivo e sregolato sfruttamento del legname. La situazione dei contadini era drammatica: i terreni aridi e asciutti impedivano la crescita delle colture, e le alluvioni distruggevano quelle quasi pronte ad essere raccolte.
Quando il re e la regina visitarono la regione dell’Isan nel 1955, la Thailandia nordorientale era flagellata dalla siccità: le piogge erano appena sufficienti per un solo raccolto di riso all’anno. Il re vide con i suoi stessi occhi le sofferenze dei contadini, e ciò lo spinse a dedicare tutte le sue energie alla realizzazione di sistemi efficaci per la gestione delle risorse idriche rivolti a tutti i contadini della Tailandia. Avrebbe trasmesso ai suoi figli l’importanza di conservare l’acqua e di usarla saggiamente.
Nei restanti 70 anni di regno, il re partecipò a innumerevoli progetti relativi all’acqua nei suoi vari aspetti. Trascorse quasi 15 anni a sviluppare una formula funzionante per la pioggia artificiale allo scopo di combattere la siccità e migliorare la gestione delle risorse idriche e inventò inoltre l’aeratore Chaipattana, un dispositivo meccanico a basso costo per il trattamento delle acque reflue.
Nel nord del Paese, il re si focalizzò sulla preservazione dei bacini idrici e sulla costruzione di dighe di contenimento, come quella di Mae Kuang Udom Thara a Chiang Mai. Nel nordest, la maggior parte del lavori furono dedicati alla realizzazione di una vasta rete idrica, come il sistema di distribuzione, lungo 740 metri, che trasporta l’acqua dal bacino artificiale di Huai Pai a Mukdahan al bacino artificiale di Lam Payang a Kalasin. Questo progetto migliorò la resa di 736 ettari di terreni irrigui, incrementò la produzione di riso glutinoso da 270 chili per rai a 480 chili per rai e rese possibile coltivare prodotti durante tutto l’anno. Nel sud, progetti come il bacino sul fiume Bang Nara diedero risposte concrete ai problemi causati da siccità, alluvioni, acqua salata e acida.
Avendo viaggiando in lungo e in largo per il Paese, il re sapeva meglio di chiunque altro che non esisteva un’unica formula o soluzione adatta a qualsiasi necessità. Pertanto, decise di trascorrere il proprio tempo a studiare in maniera approfondita le caratteristiche delle varie località al fine di trovare una soluzione su misura per ognuna delle regioni, mettendo sempre i residenti al centro della sua strategia. Prese in considerazione la geografia sociale dell’area, la cultura, le tradizioni e gli stili di vita della popolazione locale. Riteneva che fosse fondamentale coinvolgere le persone in qualsiasi soluzione proposta in modo da stimolare il senso di appartenenza. Il re era convinto che questo fosse l’unico modo per sviluppare una soluzione sostenibile e tramandò i suoi insegnamenti ai propri figli.
Fin da quando era principe ereditario, il re Maha Vajiralongkorn aveva imparato dal suo defunto padre l’importanza della gestione delle risorse idriche, ne ha fatto tesoro e ha continuato a sostenere i progetti di sviluppo della Corona cominciati dal re Bhumibol portandone vari a compimento, fra cui la costruzione di 7 bacini artificiali attorno alla diga di Pa Sak Jolasid e l’espansione della rete di canali irrigui per poter coltivare più terre. A Chanthaburi, il re è venuto incontro alle necessità idriche dei residenti con il progetto di costruzione della diga di ritenuta presso il villaggio di Khao Daeng Pattana, che ha incrementato la riserva idrica disponibile per 320 ettari di terre coltivabili. Inoltre, nel 2017 il sovrano ha incaricato le guardie del re, agenzie governative e squadre di volontari di rimuovere rifiuti ed erbacce che ostruivano i canali in varie comunità, un’operazione essenziale per il deflusso idrico nella regione metropolitana di Bangkok e nella capitale stessa.
In foto: diga di ritenuta nel villaggio di Khao Daeng Pattana.
(Fonte: salika.co)
Anche la principessa Bajrakitiyabha, primogenita del re, ha dato il suo contributo ad una migliore gestione dell’acqua fondando l’organizzazione di volontariato “Friends in Need (of “PA”)”, ossia “amici bisognosi”, e PA è il suo soprannome. Grazie alla fondazione, sono stati installati sistemi telemetrici in 80 bacini idrografici presenti in 11 province, con un approccio globale alla gestione che ha coinvolto attivamente le comunità locali. I nuovi sistemi raccolgono dati da sensori in tempo reale, processano le informazioni e forniscono avvisi; un avviso tempestivo permette al personale del bacino di ridurre i livelli dell’acqua, mette in allerta le autorità, e i residenti possono rinforzare le proprie abitazioni. La fondazione intende installare altri 510 sistemi telemetrici in tutta la Tailandia.
In foto: (da sinistra a destra) stazione telemetrica automatica nel sottodistretto di Pongyeang (distretto di Mae Rim, provincia di Chiang Mai) e l’interfaccia dell’app integrata per dispositivi mobili ThaiWater, che può essere usata da tutti.
(Fonte: Matichon)
L’ “ancora del popolo” è ancora oggi in cima alle priorità della monarchia tailandese: su un totale di 4877 progetti di sviluppo della Corona, quasi il 70% (3386) riguarda lo sviluppo delle risorse idriche.
Ma c’è ancora molta strada da fare. Secondo il Global Climate Risk Index, che analizza il rischio climatico, la Tailandia si posiziona al nono posto fra i Paesi maggiormente colpiti da eventi climatici estremi fra il 2000 e il 2019. Inoltre, uno studio dell’Università di Thammasat mostra che le 6 province di Loei, Udon Thani, Sakon Nakorn, Nakhon Phanom, Roi Et e Ubon Ratchathani sono ad alto rischio di alluvioni ricorrenti, mentre Khon Kaen, Mukdahan, Chaiyaphum, Nakhon Ratchasima e Surin sono soggette a siccità ricorrenti. Gli attuali sforzi della Tailandia per la prevenzione di alluvioni e siccità in futuro non basteranno. Ogni anno, 9,71 milioni di persone e 411.360 ettari di terreno irriguo sono colpiti dalla siccità, provocando danni per circa 20,34 milioni di dollari; per quanto riguarda le alluvioni, i danni sono pari a 167 milioni di dollari, e colpiscono 1,2 ettari di terreno coltivabile e 4,5 milioni di persone in 63 province all’anno.
Tutti i settori in Tailandia devono lavorare insieme più duramente a metodi sostenibili ed efficaci di gestione delle risorse idriche, servendosi anche delle nuove tecnologie. A tal proposito, il re ha già commissionato nuovi studi con l’obiettivo di sfruttare il pieno potenziale dei bacini idrici. Alcune agenzie e istituzioni accademiche hanno già iniziato a svolgere ricerche per capire come utilizzare l’acqua irrigua in maniera più efficiente. Bisogna inoltre ricordare che è altrettanto importante sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione, affinché ogni cittadino tailandese faccia un uso sostenibile e responsabile dell’acqua e dei corsi d’acqua, proteggendo quest’ancora che verrà poi affidata alla prossime generazioni.
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*Dott. Sumet Tantivejkul Il dott. Sumet Tantivejkul è il Segretario generale della Fondazione Chaipattana, fondata da Sua Maestà Re Bhumibol Adulyadej Il Grande allo scopo di fornire, in maniera tempestiva, le risposte necessarie ai problemi che affliggono il popolo tailandese mediante vari progetti di sviluppo. È spesso ritratto nelle fotografie insieme al re Bhumibol, dato che è stato al suo servizio presso l’Ufficio dei progetti di sviluppo della Corona per 18 anni, dal 1981 al 1999, anno in cui ha rassegnato le dimissioni, e oggi continua a servire la Corona come Segretario generale della Fondazione Chaipattana; chaipattana letteralmente significa “vittoria dello sviluppo”. Il dott. Sumet è anche consigliere del comitato governativo della gestione dell’acqua, e in quanto tale ha suggerito al comitato di seguire la guida di Sua Maestà per comprendere la struttura geografica e sociale del Paese così da rispondere al meglio alle necessità di sviluppo di ciascuna località.
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Dati relativi a candidati per posizioni lavorative all’interno dell’Associazione
Categorie di interessati e di dati personali trattati
Talvolta l’Associazione potrebbe pubblicare degli annunci relativi a posizioni lavorative all’interno del proprio organico. In tal caso, così come nel caso di candidature spontanee, l’Associazione potrebbe trattare le seguenti categorie di dati personali riferite ai candidati:
Dati anagrafici (es. nome, cognome, data di nascita e residenza)
Dati di contatto (es. recapiti telefonici, indirizzo e-mail)
Fotografia/ritratto personale (ove allegato al CV)
Dati relativi alle qualifiche, alla formazione e alla carriera professionale
Qualsiasi altra informazione che i candidati decideranno di fornirci in sede di candidatura
L’Associazione non tratterà categorie particolari di dati ex art. 9 GDPR allo scopo di compiere selezioni dei candidati per posizioni lavorative (es. dati sanitari, dati idonei a rivelare opinioni politiche, fede religiosa, appartenenza a sindacati, orientamento sessuale) a meno che, nel caso in cui le stesse fossero contenute nei CV ricevuti dall’Associazione i candidati abbiano esplicitamente autorizzato l’Associazione al loro trattamento.
Finalità e basi giuridiche del trattamento
Il trattamento dei dati personali poc’anzi elencati viene effettuato al fine di compiere le attività di ricerca e selezione del personale da parte dell’Associazione.
La base giuridica su cui si fonda tale trattamento è rappresentato dalla necessità di eseguire un contratto e correlati obblighi precontrattuali a richiesta dell’interessato ex art. 6, par. 1, lett. b) GDPR.
Fonte dei dati
I dati personali di cui alla presente sezione vengono forniti all’Associazione direttamente dai candidati nel momento in cui gli stessi presentano la propria candidatura per posizioni lavorative all’interno dell’Associazione.
Natura del conferimento dei dati
Il conferimento dei dati di cui alla presente sezione è necessario e, in mancanza, non sarà possibile per l’Associazione procedere alla valutazione delle candidature ricevute.
Periodo di conservazione
I dati personali dei candidati saranno conservati per il periodo necessario allo svolgimento delle attività di selezione per la specifica posizione lavorativa per cui un soggetto ha presentato la propria candidatura e, in ogni caso, per non più di due anni dal termine delle selezioni in questione.
In caso di candidatura spontanea, l’Associazione provvederà tempestivamente ad eliminare i dati dei candidati nel caso in cui non vi fossero posizioni lavorative aperte o i loro profili non venissero ritenuti in linea con le esigenze professionali dell’Associazione.
Con il consenso specifico dei candidati, l’Associazione potrà prolungare la conservazione dei loro dati in vista di future opportunità lavorative all’interno del proprio organico.
I periodi di conservazione potrebbero essere prolungati nel caso in cui ciò si rendesse necessario per adempiere ad un eventuale obbligo di legge o per difendere un diritto dell’Associazione dinnanzi ad un’autorità giurisdizionale, amministrativa o in altra sede.
Dati che gli utenti ci forniscono quando decidono di contattarci
Nel momento in cui un utente decide di contattarci secondo le modalità indicate nella sezione “Contatti” del Sito potremmo trattare dati personali allo stesso riferiti come dati anagrafici (es. nome e cognome), dati di contatto (numero di telefono, indirizzo e-mail, fax, recapito postale) o altri dati personali che lo stesso utente decide di fornirci nel momento in cui ci contatta.
I dati personali a noi forniti in tali circostanze verranno trattati, con il consenso degli utenti, per le finalità e per un periodo di tempo strettamente necessari a fornire un riscontro al soggetto che decide di contattarci, a meno che una conservazione più prolungata non sia necessaria per adempiere ad un obbligo di legge posto in capo all’Associazione o per l’esercizio di un diritto da parte della stessa Associazione innanzi ad un’autorità giudiziaria, amministrativa o in altra sede.
Dati raccolti durante l’utilizzo del Sito
Quando un soggetto effettua una navigazione sul nostro Sito, raccogliamo, tramite cookie che vengono installati sul dispositivo degli utenti, i seguenti dati di navigazione in forma aggregata:
Informazioni tecniche, tra cui indirizzo IP, informazioni sui dispositivi utilizzati dai visitatori del Sito, sul browser e sui sistemi operativi, etc.
Informazioni sulla navigazione sul Sito, tra cui URL delle pagine visitate e attività che vengono svolte sulla pagina, date e orari di navigazione, tempo di permanenza sul Sito, clickstream.
Queste informazioni vengono raccolte per il corretto funzionamento, la gestione, il mantenimento ed il miglioramento del Sito, nonché per garantire che la navigazione avvenga in sicurezza e per poter accertare la responsabilità in caso di violazioni cyber-security. Esse vengono anche utilizzate per consentirci di ottenere analisi statistiche sull’utilizzo del Sito con la possibilità di analizzare il dato anche in forma aggregata.
Per conoscere meglio il funzionamento dei cookie, il modo di attivarli e disattivarli, occorre consultare la nostra cookie policy.
Gli Interessati sono sempre liberi di decidere se fornirci i loro dati di navigazione, ad esempio scegliendo di disattivare i cookie tramite le impostazioni dei propri browser. Tuttavia, il rifiuto a fornire informazioni necessarie ai fini della navigazione potrebbe rendere impossibile lo svolgimento di attività strettamente connesse con la navigazione stessa e, dunque, anche la consultazione e interazione con il nostro Sito.
Conserviamo tali dati unicamente per il tempo strettamente necessario ai fini per cui sono raccolti.
Modalità del trattamento
Il trattamento dei dati personali avviene attraverso strumenti informatici, telematici e/o cartacei nel rispetto dei principi di correttezza, liceità, trasparenza, esattezza, integrità, minimizzazione dei dati e limitazione delle finalità e della conservazione, nonché in accordo con quanto previsto dal GDPR e dalla normativa vigente in materia di protezione dei dati personali, nonché con l’adozione di adeguate misure di sicurezza.
Come proteggiamo i dati
I dati personali di cui alla presente Informativa sono raccolti, trattati, trasmessi e conservati adottando adeguate misure di sicurezza (fisiche, logiche e organizzative) per proteggerli da eventuali violazioni (come distruzione, perdita, modifica, divulgazione non autorizzata o accesso, in modo accidentale o illegale, ai dati personali in questione) e per garantire che il trattamento sia effettuato unicamente per le finalità descritte in questa Informativa.
A chi comunichiamo i dati personali
Nell’ambito dei trattamenti descritti in questa Informativa, l’Associazione si avvale di soggetti terzi che forniscono dei servizi (es. back-up dei dati, gestori del servizio newsletter, gestori del sito), i quali potrebbero trattare i dati personali degli interessati per conto dell’Associazione e quindi agire in veste di responsabili del trattamento dell’Associazione. Tali soggetti sono stati selezionati tra professionisti che garantiscano l’implementazione di misure tecniche ed organizzative appropriate, di modo che i trattamenti siano sempre effettuati nel rispetto della normativa applicabile e garantendo la tutela dei diritti degli interessati.
Gli interessati potranno richiedere dettagli su tali soggetti contattandoci come indicato nel paragrafo “Come contattarci”.
L’Associazione potrebbe altresì dover comunicare i dati personali degli interessati a terzi (quali consulenti o autorità) qualora ciò sia necessario per la tutela dei propri diritti o per l’adempimento di obblighi di legge.
Inoltre, gli interessati ed in particolare gli Utenti Registrati potranno decidere volontariamente di pubblicare i propri dati sul Sito nel momento in cui interagiscono con lo stesso (es. tramite commenti su gruppi pubblici).
Trasferimenti dei dati al di fuori del SEE
Nel caso in cui i dati personali degli interessati dovessero essere trattati in un Paese al di fuori dallo Spazio Economico Europeo (SEE), l’Associazione assicura l’adozione di precauzioni appropriate per garantire che i dati personali degli interessati siano protetti adeguatamente e conformemente ai livelli di tutela garantiti dalla normativa UE, applicando una delle misure di salvaguardia previste dagli artt. 44-50 del GDPR.
Diritti degli Interessati
In conformità con la normativa applicabile, ed in particolare con quanto stabilito dal Regolamento, gli interessati hanno i seguenti diritti:
Accesso: ottenere informazioni a proposito del trattamento dei dati personali da parte dell’Associazione ed una copia di tali dati personali;
Rettifica: laddove l’Interessato ritenga che i suoi dati personali siano inaccurati o incompleti, potrete chiedere che tali dati siano rettificati o modificati seguendo le istruzioni dell’Interessato;
Cancellazione: fatti salvi i casi previsti dalla normativa applicabile, l’Interessato ha il diritto di chiedere la cancellazione dei dati personali, quando: (i) i dati non siano più necessari per le finalità per cui sono stati raccolti e trattati; (ii) revoca il consenso al trattamento; (iii) si oppone al trattamento per finalità di marketing diretto o al trattamento effettuato per perseguire altre finalità e non sussistono motivi legittimi prevalenti per proseguire con il trattamento; (iv) i dati siano trattati illecitamente; (v) la cancellazione sia imposta dalla legge;
Limitazione: richiedere la limitazione del trattamento dei dati personali in conformità con quanto stabilito dall’art. 18 del Regolamento;
Opposizione: in conformità con quanto previsto dall’art. 21 del Regolamento, l’Interessato ha il diritto ad opporsi al trattamento dei Dati Personali in qualsiasi momento in relazione alla propria particolare situazione. Ricevuta l’opposizione, l’Associazione proseguirà con il trattamento solo se vi siano motivi legittimi e cogenti dimostrabili che prevalgano sui diritti, interessi e libertà dell’Interessato; Il diritto ad opporsi a trattamenti effettuati per finalità di marketing diretto è assoluto ed esercitabile in qualsiasi momento nelle modalità indicate nella sezione “Come contattarci”. L’opposizione a trattamenti effettuati attraverso strumenti automatizzati è valida altresì per i trattamenti posti in essere con strumenti tradizionali.
Revoca del consenso: nel caso in cui il trattamento dei dati personali si basi sul consenso, l’Interessato ha il diritto di revocare il proprio consenso in qualsiasi momento;
Portabilità dei dati: ove il trattamento sia basato sul consenso, l’Interessato ha il diritto di ricevere in un formato strutturato, di uso comune e leggibile da dispositivo automatico i dati personali che ci sono stati forniti fornito e, laddove ciò sia tecnicamente fattibile, alla trasmissione in sicurezza dei dati personali ad un altro titolare del trattamento.
Come contattarci
Per l’esercizio dei diritti dell’Interessato, e per qualsiasi domanda o chiarimento su come i dati personali sono trattati ed utilizzati ai sensi di questa Informativa, è possibile contattare l’Associazione a mezzo posta all’indirizzo Piazza Sant’Andrea della Valle, 6 (00186 Roma), tramite email all’indirizzo info@itasean.org o al numero dedicato +39.06.45491715.
Nel caso in cui un interessato decida di contattarci, tutti i dati che forniti in tale occasione saranno trattati esclusivamente al fine di fornire un pronto riscontro e per garantire la corretta gestione della richiesta avanzata.
Tutela dei diritti
A tutela dei diritti e dei dati personali di un interessato, è sua facoltà, in qualsiasi momento, proporre reclamo all’autorità di controllo competente, vale a dire il Garante per la Protezione dei Dati Personali (tel. +39 06.696771, indirizzo e-mail: garante@gpdp.it o urp@gpdp.it) o di esperire un’azione avanti ai competenti organi giurisdizionali nazionali.
Modifiche alla presente Informativa
Ci riserviamo il diritto di aggiornare in qualsiasi momento la presente Informativa. A tal fine, riportiamo l’ultima data di aggiornamento all’inizio dell’Informativa.
Qualora un Interessato ci abbia già inoltrato i suoi dati personali, qualunque modifica che incida sostanzialmente sul trattamento dei relativi dati personali gli verrà comunicata attraverso gli appositi canali, sempre in modo da garantire l’effettiva conoscenza delle modalità del trattamento, nell’ottica di una piena trasparenza del trattamento stesso e di una piena e adeguata tutela dei diritti.
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