La nuova (controversa) legge sulle interferenze straniere a Singapore

Alcuni critici sono preoccupati che il nuovo disegno di legge possa rappresentare uno strumento per reprimere il dissenso. Ma cos’è veramente il Foreign Interference Countermeasure Act?

Il 4 ottobre scorso, dopo quasi dieci ore di dibattito, il parlamento di Singapore ha approvato una nuova legge per limitare le ingerenze straniere nella politica nazionale, denominata Foreign Interference Countermeasure Act.  

Questa nuova legge permette alle autorità di intervenire in casi di interferenze nella politica interna della città-stato da parte di entità straniere. Secondo il Ministero degli Affari Interni, l’interferenza straniera rappresenta una seria minaccia per la sovranità e la sicurezza nazionale di Singapore e la legge in questione è una necessità urgente dato l’aumento dei casi di ingerenza straniera, soprattutto via Internet, negli affari locali. 

La legge consente alle autorità, ad esempio, di obbligare i fornitori di servizi Internet e le piattaforme di social media a fornire informazioni sugli utenti, bloccare i contenuti e rimuovere le applicazioni utilizzate per diffondere contenuti ritenuti ostili. La legge stabilisce inoltre i requisiti per identificare individui ed entità definiti come “persone politicamente significative”, inclusi partiti politici, titolari di cariche politiche, parlamentari e candidati alle elezioni. Tali individui o entità dovranno segnalare donazioni superiori a 10.000 dollari di Singapore (circa 6.400 dollari americani) e divulgare i propri rapporti con gli stranieri. Anche i civili possono essere designati come persone politicamente significative se le loro attività sono dirette a un fine politico e risulta nell’interesse pubblico applicare contromisure. È comunque importante ricordare che questa legge non include i singaporiani o altre organizzazioni locali che esprimono le loro opinioni, a meno che queste non vengano utilizzate da entità straniere come agenti di interferenza. 

Il processo avverrà secondo le seguenti modalità: in primo luogo, le autorità identificano una sospetta campagna di informazione di origine straniera ritenuta ostile. Se stabiliscono che la campagna è diretta a un fine politico ed è nell’interesse pubblico prendere contromisure, vengono emanate indicazioni per arginare la diffusione della disinformazione. Dunque, anche terze parti come piattaforme online, fornitori di servizi Internet e operatori di siti web possono essere costrette a bloccare determinati account o contenuti nel Paese. Una volta identificati, i colpevoli possono essere arrestati ed eventualmente perseguiti, ma non possono essere detenuti senza processo. Tuttavia, le sanzioni per la violazione dell’atto sono particolarmente severe e includono fino a 14 anni di carcere e 100.000 dollari di Singapore (circa 64.000 dollari americani) di multa. Le parti coinvolte possono presentare ricorso  al Ministro degli Interni o a un tribunale di revisione indipendente guidato da un giudice della Corte Suprema.

Nonostante lo scalpore che la notizia ha suscitato tra i media stranieri e le critiche espresse da alcune ONG, tra cui Human Rights Watch e Reporter Senza Frontiere, l’approvazione del disegno di legge è stata una mera formalità, data la decennale maggioranza legislativa del Partito d’Azione Popolare (PAP), al governo dal 1959. 

Alcuni critici hanno  espresso la preoccupazione che la legge possa rappresentare una minaccia per realtà legittime, tra cui accademici che studiano questioni controverse o stranieri che esprimono opinioni sulla politica di Singapore. Si teme infatti che termini come “interferenza straniera” siano definiti in modo così ampio da includere “quasi ogni forma di espressione e associazione relativa alla politica”, come affermano 11 organizzazioni per i diritti umani in una lettera aperta. Tuttavia, il Ministro per gli Affari Interni ha rassicurato che la legge non sarà applicata nei confronti della maggior parte delle attività accademiche, gli articoli scritti per riviste internazionali e la ricezione di finanziamenti internazionali. Il Ministro ha poi aggiunto che la misura non intende prendere di mira gli stranieri che commentano le questioni locali in modo aperto e trasparente.

Un’altra motivo di contestazione emerso, inoltre, è che questa legge è stata portata in Parlamento senza essere sottoposta a consultazione pubblica o scrutinio da parte di un comitato ristretto. Anche su questo, il governo ha però risposto che la questione dell’ingerenza straniera è stata ampiamente discussa per più di tre anni in varie sedi. In ogni caso, il governo sostiene che la maggior parte dei singaporiani è concorde sul fatto che la minaccia è grave e che occorra fare qualcosa. Rimane però la preoccupazione delle numerose aziende straniere presenti nel territorio nei confronti del futuro impatto di una legge così potenzialmente ampia.

Vaccini, Italia in aiuto dei Paesi ASEAN

Il sostegno sanitario al Sud-Est asiatico può aiutare anche una ripresa economica inclusiva e duratura in un’area di crescente interesse per il nostro Paese

Editoriale a cura dell’Amb. Giorgio Marrapodi, Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo

Da alcuni mesi il Sud-Est asiatico è interessato da una nuova ondata pandemica, caratterizzata da un incremento preoccupante dei contagi e dei decessi, specie tra le fasce più vulnerabili della popolazione. L’impegno delle Autorità locali nella lotta alla pandemia si scontra con la limitatezza dei mezzi a disposizione, specie in termini di dosi vaccinali disponibili. L’Italia, Partner di Sviluppo dell’ASEAN dal 2020, si è immediatamente attivata per l’inclusione del Sud-Est asiatico fra le aree beneficiarie in via prioritaria di donazioni di vaccini mediante la Covax Facility. Tale azione si è finora tradotta nella donazione da parte italiana di oltre 2,8 milioni di dosi al Vietnam e di quasi 800.000 dosi all’Indonesia, per un totale di oltre 3,5 milioni di dosi. Altre dosi saranno in arrivo nelle prossime settimane, sulla base delle più recenti allocazioni, e sulla base della segnalazione della regione del Sud-Est Asiatico come un’area prioritaria. Il nostro Paese sta lavorando alla donazione di dosi anche a favore di altri Paesi ASEAN. Le donazioni si inseriscono nel più ampio impegno dell’Italia a destinare entro la fine dell’anno 45 milioni di dosi ai Paesi a medio-basso reddito, annunciato dal Presidente del Consiglio, Mario Draghi, il 22 settembre scorso nel corso del “Global COVID-19 Summit”, a margine della 76esima Assemblea Generale dell’ONU. L’Italia “triplica” in questo modo l’impegno assunto lo scorso 21 maggio in occasione del Global Health Summit di Roma di donare 15 milioni di dosi entro il 2021 e conferma di essere in prima linea, anche in qualità di Presidente di turno del G20, nella lotta alla pandemia e nell’accelerazione della campagna vaccinale nelle aree più colpite, incluso il Sud-Est asiatico. Ciò nella piena consapevolezza che “no one is safe until everyone is safe” e che solamente attraverso una più equa ed ampia distribuzione dei vaccini sarà possibile creare le condizioni necessarie per un ritorno alla normalità e per una ripresa economica inclusiva e duratura, specie in un’area di crescente interesse per il nostro Paese e per le nostre aziende quale l’ASEAN.

Rocco Papapietro: “Mercati ASEAN, esserci per crescere”

ITALIA-ASEAN/ Continua il ciclo di interviste e approfondimenti su aziende e realtà italiane presenti nel Sud-Est asiatico. Intervista al CEO di Verdevita Sdn Bhd, una società di consulenza con sede a Kuala Lumpur, specializzata nella progettazione di strategie per aziende che vogliono penetrare e investire in Malesia e nel mercato ASEAN.

Con oltre vent’anni di esperienza internazionale in posizioni direzionali, l’Ing. Rocco Papapietro, CEO e fondatore di Verdevita Sdn Bhd, si occupa di sviluppo commerciale di aziende italiane ed europee nei paesi ASEAN.

Come e quando è nata la sua attività in ASEAN?

I miei primi viaggi in Malesia risalgono al 1999. In quel periodo lavoravo come Responsabile dello Sviluppo in Asia del settore elettronico/automotive per una nota società internazionale. Ho ricoperto ruoli globali in cui il cross culture era fondamentale, collaborando anche con Toyota e Honda in Malesia. Ho apprezzato fin da subito la dinamicità del Sud-Est asiatico. Viaggio dopo viaggio notavo una continua evoluzione, chiaramente visibile dall’incessante costruzione di grattacieli e palazzi che modificavano lo skyline delle città.  Visto un tale fermento, ho immaginato la creazione di un ponte di conoscenza e affari tra l’Italia e il Sud-Est asiatico. Le aziende locali erano molto curiose e interessate ad apprendere il know how italiano. Essendomi appassionato all’attività dello sviluppo internazionale, nel 2009 ho iniziato una fase esplorativa e l’anno successivo ho deciso di spostarmi permanentemente in Malesia, avviando l’attività di consulenza. Ho capito che supportare le aziende direttamente dalla Malesia sarebbe stato l’asso nella manica. Così ho fondato Verdevita Sdn Bhd in collaborazione con un partner locale. Verdevita è una società di diritto malese, iscritta al Ministero delle Finanze, della quale sono il CEO. Ciò consente un accesso facilitato a gare, tender e incentivi del governo. Dal 2010 risiedo a Kuala Lumpur e nello stesso anno sono stato nominato Segretario Generale della Italy Malaysia Business Association – IMBA. Vivere qui mi consente la gestione diretta dei progetti e dello staff, formazione e training per i partner, l’aggiornamento continuo su incentivi, nuove leggi e opportunità nei vari territori. Non credo molto nella gestione da remoto, anche se la pandemia ci ha costretto a farlo attraverso nuove geometrie e dinamiche; difficoltà superata grazie anche al nostro fantastico staff locale, composto da collaboratori molto preparati, tra cui Elena Konovalova, Kumaressan Suppiah, Kenneth Karnan, Emanuele Esposito.

Perché ha deciso di investire in Malesia?

La spinta iniziale è stata il forte interesse di andare all’estero e mettersi in gioco per curiosità e voglia di fare. L’Italia e il Made in Italy possono contare su un’immagine molto positiva in Malesia, e la Malesia presenta, a sua volta, tutti gli elementi essenziali per lo sviluppo di un’impresa all’estero. È il terzo mercato più grande al mondo e attrae l’11% degli IDE globali. È un insieme di culture differenti e consente sbocchi non solo nel Sud-Est asiatico, ma anche verso l’India e la Cina. È un Paese ben collegato grazie alla presenza di 39 aeroporti, di cui 5 internazionali, e 8 porti, e hub logistico fondamentale per tutto il Sud-Est asiatico.  Il tasso di cambio favorevole e i costi contenuti di incorporazione per le nuove imprese sono stati elementi fondamentali, soprattutto rispetto ad altre realtà dell’ASEAN, come Singapore, Hong Kong. Così come i costi bassi dell’energia, degli affitti nei city center, l’ampia disponibilità di personale qualificato, di incentivi per le start-up digitali e le aziende, e la possibilità di aprire uffici regionali, molto utili nella fase di esplorazione e studio del mercato e delle leggi locali. La Malesia permette la sostenibilità dell’investimento. Questo è il concetto che racchiude tutti i motivi della mia scelta. Inoltre, il suo ruolo come testa di ponte per espandersi nel Sud-Est asiatico si sta rafforzando grazie ad una combinazione di fattori: posizione geografica strategica, sistema politico stabile (come hanno dimostrato le ultime elezioni e la formazione dell’attuale esecutivo), apertura al commercio internazionale, buon sistema di infrastrutture (attualmente è in corso il cablaggio della fibra in tutta la Mid Valley tra Selangor e KL; Penang e Johor sono punti di riferimento per l’industria elettronica), eccellente qualità di vita, diffusione della lingua inglese, e incentivi fiscali. L’attuale governo ha adottato un approccio fortemente pro-business, con l’obiettivo di incoraggiare lo sviluppo dell’imprenditoria locale. Tra l’altro, con l’entrata in vigore dell’Act 2016 è possibile costituire società di proprietà interamente straniera (WFOE, Wholly Foreign-Owned Enterprise) senza la presenza di un Local Director. Un’iniziativa altrettanto importante è il lancio della Digital Free Trade Zone per favorire l’export digitale delle aziende locali ed estere. La Malesia non è solo business, ma anche fascino naturalistico e culturale. “Malaysia Truly Asia” è il motto che meglio cattura e definisce l’unicità di questo Paese, anche nella diversità dei suoi paesaggi, da Langkawi al Borneo con Sipadan; una vera blessing country.

Il governo malese ha adottato misure di supporto alle imprese per affrontare la crisi pandemica?

Sì, il Recovery Plan della Malesia ha approvato un pacchetto completo di misure per stimolare la crescita economica dopo la pandemia e politiche di investimento favorevoli alle imprese. Ha stabilito anche un accordo contro le doppie imposizioni con l’Italia, e include un programma di incentivi alle assunzioni – Penjaya Kerjaya – che mira a ridurre la disoccupazione con sussidi fino al 60% dei salari.

Di cosa si occupa l’azienda Verdevita?

Verdevita Sdn Bhd è parte integrante dell’ecosistema economico malese. Fornisce servizi di consulenza personalizzati (servizi commerciali, amministrativi e legali) per supportare le imprese italiane ed europee che vogliono avviare progetti vincenti in Malesia, Indonesia, Cina, Australia. Ci avvaliamo di professionisti locali, che fanno parte del nostro network, e ci occupiamo anche del reperimento di risorse finanziarie per la realizzazione dei progetti di export e internazionalizzazione dei nostri clienti. Creiamo un progetto specifico di inserimento nei mercati, un business plan condiviso con l’azienda cliente, nel rispetto delle leggi locali e delle direttive del governo e del mercato. Analizziamo le esigenze dell’azienda, valutando la soluzione di inserimento migliore: ricerca distributori, apertura di uffici di rappresentanza e/o filiali, monitoraggio dell’avanzamento dei progetti sia con i clienti che con gli attori locali. Lavoriamo anche per ridurre le conflittualità interne, le diffidenze, la mancanza di spirito di squadra; se manca questo diventa complicato portare le aziende dall’altra parte del mondo. 

Collaboriamo con importanti agenzie governative malesi: MIDA – Malaysian Investment Development Authority, in Malesia e in Italia tramite il Direttore di MIDA Milano Mr. Awangku Fiarulnazri, e MARii – Malaysia Automotive, Robotics and IoT Institute, in cui ricopro il ruolo di Technologies Advisor. Oltre l’headquarter a Kuala Lumpur, siamo presenti anche in Cina e Australia, con le sedi di Shanghai e Sidney.   

Quali sono le prospettive future dell’azienda?

Il futuro è all’insegna di un miglioramento continuo. Abbiamo iniziato una collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, attraverso una convenzione di tirocini da avviare in ASEAN, per dare il nostro contributo al rafforzamento delle competenze professionali dei giovani e formare futuri manager. Seguiremo un nuovo progetto nello Stato del Sarawak per l’integrazione delle telecomunicazioni e la connettività digitale. Stiamo costituendo l’associazione UNITI allo scopo di coinvolgere gli italiani che vivono in Asia e Oceania per promuovere cultura e bellezza del Made in Italy. Stiamo lavorando a progetti di fusioni e acquisizioni. Poiché il governo malese sta incentivando l’attrazione di aziende del settore automotive, stiamo progettando, con il MARii, la creazione di un Academy in collaborazione con la Motor Valley dell’Emilia-Romagna. È prossima l’apertura della sede di Jakarta. Infine, stiamo lavorando a un progetto del Ministero dei Trasporti malese per il miglioramento della sicurezza stradale e la riduzione degli incidenti attraverso strumenti telematici, col supporto di Viasat Group per introdurre la tecnologia italiana nel tessuto economico malese.

I settori migliori per investire in Malesia.

La tecnologia rappresenta il core business di Verdevita, ma altri settori vincenti sono Oil&Gas, petrolchimico, telecomunicazioni, digitale, sanitario, automobilistico, produzione metalmeccanica, settore manifatturiero. La Malesia anche per il reperimento di materie prime: olio di palma, petrolio e derivati, latex.

In conclusione, cosa consiglia alle aziende italiane interessate all’internazionalizzazione?

Le esportazioni influenzano le prestazioni delle aziende, che risultano più proattive e innovatrici, e aumentano anche le loro capacità imprenditoriali. Credo sia necessario comprendere e valorizzare gli impatti positivi dei progetti di export sulle capacità di innovazione e di crescita delle aziende e del personale, poiché queste sono lo stimolo per la diffusione di una cultura globale e di una sana competitività. Le aziende italiane hanno molto da dare. Bisogna abbandonare la diffidenza e aumentare la curiosità perché non ci sono solo ostacoli, ma anche opportunità.  Export e internazionalizzazione significano anche scambio di culture e crescita aziendale, non solo vendita all’estero. Questi progetti devono partire dai leader e dai driver aziendali, allora il coinvolgimento è sentito da tutti i componenti dell’azienda. Bisogna avere consapevolezza della propria realtà imprenditoriale e utilizzare anche i finanziamenti per l’internazionalizzazione, non porsi sempre in un atteggiamento di attesa. Nei prossimi anni, anche grazie ai fondi che arriveranno dall’Europa, sarà necessario formare le aziende all’export. Facciamo diventare le aziende italiane cittadine del mondo.

I diritti della comunità LGBT+ nei Paesi ASEAN

I diritti della comunità LGBT+ sono un argomento controverso nei Paesi del Sud-Est asiatico. Anche se in alcuni casi si sono fatti passi avanti, la stigmatizzazione sociale, l’omofobia e la transfobia rimangono frequenti.

L’ASEAN dagli anni ’90 sembra essersi sempre più interessata alla questione dei diritti umani. Questo è dimostrato anche dalla volontà dei suoi Stati membri di istituire nel 2009 la Commissione Intergovernativa per i Diritti Umani (AICHR). A questo si aggiunge anche la promulgazione da parte della Commissione, nel dicembre 2012, della Dichiarazione sui Diritti Umani dell’ASEAN (AHRD). Questa dichiarazione non è però vincolante per gli stati membri. Infatti, la Commissione Intergovernativa per i diritti Umani è un organo puramente consultivo, privo di ogni capacità di coercizione sugli Stati membri dell’Asean. In secondo luogo, in questa dichiarazione non vengono di fatto garantiti i diritti alla sessualità. Nella dichiarazione sui diritti umani dell’ASEAN, per esempio, non si fa alcuna menzione del termine SOGI (Sexual Orientation and Gender Identity). I rappresentanti di Malesia, Brunei e Singapore si sono opposti fermamente alla menzione di questo termine nell’AHRD andando a scontrarsi con i rappresentati di Indonesia, Filippine e Thailandia, che erano stati invece a favore dell’inclusione di questo termine nella stessa dichiarazione.

I diritti della comunità LGBT+ sono un argomento controverso nell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico; infatti, alcuni paesi dell’ASEAN non riconoscono ancora i diritti fondamentali della comunità LGBT+, mentre altri stanno facendo passi in avanti in questo campo. Per esempio, Singapore ha una comunità LGBT+ molto organizzata, ma ha ancora nel suo codice penale l’articolo 337 che condanna le pratiche omosessuali. Anche se negli ultimi anni questo articolo è stato applicato sempre meno frequentemente, la sua presenza nel codice viene usata come giustificazione per non dare protezione e per non estirpare i pregiudizi verso la comunità LGBT+. In una indagine statistica realizzata nel 2019 emerge che la maggioranza degli intervistati, per la precisione il 61.6%, crede che una relazione sessuale tra due adulti dello stesso sesso sia sempre sbagliata o inopportuna e solo il 5,6% ritiene che non ci sia nulla di male. Questo dato mostra che purtroppo un cambio di passo su questo tema non è vicino.

Al contrario, il 73% dei filippini, secondo un sondaggio, è convinto che l’omosessualità debba essere accettata dalla società. Secondo una ricerca del Pew Research Centre di Washington, le Filippine nel 2013 erano già nella top 10 dei Paesi più gay-friendly nel mondo; a conferma di ciò nel Paese si sono avute diverse “pride marches” e nelle università sono state costituite delle “gay societies”. Le Filippine però, come gli altri membri ASEAN, non hanno una legge nazionale contro la discriminazione della comunità LGBT+. Tuttavia, Filippine e Thailandia si sono unite nel 2011 nella dichiarazione congiunta che rinuncia agli atti di violenza e violenze contro i diritti umani basati sull’orientamento sessuale e sono gli unici due stati dell’ASEAN in cui, a livello locale, ci sono ordinanze contro le discriminazioni della comunità LGBT+. Nelle Filippine ci sono all’incirca 25 ordinanze locali che condannano atti di discriminazione contro questa comunità. In ogni caso, anche se queste ordinanze sono un grande passo in avanti, non hanno dei meccanismi di applicazione chiari e quindi rimangono comunque perlopiù simboliche.

Anche il Brunei criminalizza l’omosessualità, essendo diventato nel 2013 il primo Paese dell’area ad applicare la Sharia a livello nazionale. In questo stato gli uomini che praticano atti omosessuali possono rischiare fino alla pena di morte. Inoltre, secondo il codice penale ogni uomo che si veste e si atteggia come una donna e ogni donna che si veste e si atteggia da uomo può andare incontro ad una sanzione di 4,000 $ o ad un anno di reclusione. Anche in Malesia sono previste pene severe alle persone della comunità LGBT+. A gennaio dello scorso anno, i ministri del governo avevano proposto di aumentare le sanzioni penali contro le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender e inoltre, solo da giugno 2021, oltre 1.700 malesi, appartenenti alla comunità LGBT+, sono stati inviati in un campo di rieducazione. Severe punizioni sono anche previste in Aceh, regione autonoma dell’Indonesia. In questa regione, che ha il permesso di seguire le leggi della Sharia, solo nove mesi fa sono state fustigate pubblicamente alcune persone in quanto omosessuali. Nel resto dell’Indonesia invece non c’è alcuna legge che impedisca relazione omosessuali e inoltre alle persone transgender è permesso di cambiare il genere legalmente, ma solo dopo l’intervento di riassegnazione del sesso. In Myanmar le persone omosessuali e transgender non godono invece di alcun diritto e sono legalmente perseguitate tramite l’articolo 377 del codice penale. In Cambogia, Vietnam e Laos, l’omosessualità è legale, ma spesso non è prevista una legislazione chiara a favore dei diritti della comunità LGBT+. 

Sud-est asiatico: green economy per il rilancio

Lo sviluppo delle infrastrutture verdi può spingere la ripresa economica post-pandemia. Ma servono ingenti finanziamenti.

L’ASEAN ha bisogno di nuove infrastrutture verdi. Non solo per migliorare l’approccio ecologico della regione, ma anche per migliorare la connettività, ridurre la povertà e incrementare lo sviluppo. Sotto questo profilo, le infrastrutture sono la spina dorsale della crescita economica di ogni Paese, ma i costi ambientali non sono indifferenti. Per questo l’Asian Development Bank ha stimato che il Sud-Est asiatico avrà bisogno di almeno 210 miliardi di dollari all’anno, per il periodo 2016-2030, per sostenere le spese delle infrastrutture green.

Se in epoca pre-Covid-19 gli investimenti in quest’area erano molto al di sotto dei livelli necessari per avvicinarsi anche minimamente a un cambiamento ecologico-ambientale significativo, la pandemia mondiale ha determinato una contrazione economica nella regione del 4%, riducendo ancora di più gli investimenti infrastrutturali. Di contrasto, però, è diventato ancora più urgente per l’ASEAN impegnarsi in questa direzione, per costruire un’economia più resiliente nel medio e lungo termine.

L’Asian Development Bank si è proposta come piattaforma di dialogo tra i Paesi del Sud-Est asiatico per capire come mitigare gli effetti negativi della pandemia, bilanciando la crescita economica con la salvaguardia del capitale naturale. Come? Sfruttando al meglio i fondi governativi, incentivando i finanziamenti privati e proteggendo le risorse naturali. Per farlo, i governi nazionali possono affidarsi a diverse strategie: imporre un prezzo alle esternalità ambientali, sovvenzionare prodotti e servizi a basso impatto ambientale, finanziare l’innovazione tecnologica e incentivare comportamenti individuali virtuosi.

Ma tutto questo non basta. Per un’efficace ripresa verde, le azioni dei governi del blocco ASEAN devono veicolare un cambiamento strutturale delle politiche ecologiche ed energetiche, integrando sempre di più gli obiettivi green nelle politiche di governo. Nel rapporto redatto da Bain & Company, Microsoft e Temasek, “La Green Economy del Sud-Est Asiatico: opportunità sulla strada per lo zero netto”, si evidenzia che circa il 40% degli investimenti infrastrutturali in Asia dovrà provenire dal settore privato. È necessario, poi, proseguire con una serie di interventi mirati riguardanti l’agricoltura sostenibile, lo sviluppo urbano verde e i modelli di trasporto, la transizione all’energia pulita, l’economia circolare e la protezione degli oceani e della biodiversità marina. Infine, i governi dovranno affidarsi a fonti di finanziamento sostenibili, introducendo tasse verdi come la Carbon Tax e rimuovendo i sussidi ai combustibili fossili.

La volontà di una ripresa verde è visibile anche nelle strategie regionali. L’ASEAN Comprehensive Recovery Framework enfatizza la sostenibilità ambientale come una componente chiave del processo di ripresa economica post-pandemia della regione.

Non sarà un cambiamento immediato né tantomeno facile, anche perché richiederà lo stanziamento di cifre imponenti. Si stima, però, che in questo modo si potranno creare oltre 30 milioni di nuovi posti di lavoro, stimolando un circolo virtuoso che nel lungo periodo potrebbe portare frutti positivi.

Food e city diplomacy tra Italia e ASEAN

Prosegue la collaborazione tra Associazione Italia-ASEAN, Comune di Milano e Paesi ASEAN sul fronte della sostenibilità dei sistemi alimentari. Grazie alla sinergia con l’Ambasciata d’Italia in Thailandia, anche Bangkok ha aderito al Milan Urban Food Policy Pact

Editoriale a cura di Valerio Bordonaro, Direttore Associazione Italia-ASEAN

Il 19 ottobre si è aperto a Barcellona il settimo Global Forum del Milan Urban Food Policy Pact, un’iniziativa del Comune di Milano, nata come eredità dell’EXPO di Milano 2015. Fanno parte del network del MUFPP oltre 200 città da tutto il mondo e, per la prima volta, quest’anno prenderà parte anche una delle capitali dell’ASEAN, Bangkok. Dalla fine del 2019, l’Associazione Italia-ASEAN, condividendo l’importanza di lavorare al livello globale per la sostenibilità dei sistemi alimentari attraverso la City Diplomacy, ha avviato una collaborazione con il Comune di Milano per sensibilizzare i Paesi ASEAN nei confronti di questa sfida. 

Grazie ad un lavoro sinergico tra Comune, Associazione e Ambasciata d’Italia in Thailandia, si è arrivati quest’anno all’adesione al MUFPP da parte della municipalità di Bangkok, prima capitale di un paese ASEAN a entrare nel Patto. Il tema della sostenibilità dei sistemi alimentari urbani è considerato uno dei più importanti mezzi per la protezione dell’ambiente, come riconosciuto dal prestigioso premio internazionale Earthshot Prize assegnato a Milano per un progetto collaterale al MUFPP. Date le previsioni di crescita dell’area e le dimensioni di molte città del Sud-Est asiatico, l’Associazione continuerà a fare Sistema con Milano e il MAECI affinché nuove città dell’ASEAN sposino il patto e la sua filosofia.

Mar Cinese meridionale, i Paesi ASEAN investono nelle forze aeree

Le manovre di Pechino sconfinano dall’acqua all’aria. Le aviazioni militari dei Paesi ASEAN richiedono un aumento degli investimenti per far fronte alle tensioni.

Che il Mare Cinese meridionale sia una delle aree più calde del pianeta è ormai dato acquisito e la tensione non sembra prossima a diminuire. Le dispute tra alcuni Paesi ASEAN e Cina sul controllo delle acque intorno alle isole Spratly, un arcipelago di micro-isole dall’elevato valore strategico, hanno spinto tutti gli attori ad aumentare la propria spesa militare, in particolare quella navale. Gli unici pezzi adatti a questa scacchiera – potremmo pensare – sono le navi, i sottomarini o addirittura le isole artificiali. D’altronde, la partita si gioca per l’accesso alle risorse dei fondali marini e per il controllo delle rotte commerciali marittime. Le recentissime novità che provengono dalla regione indo-pacifica sembrano confermare questa lettura: il discusso patto AUKUS è salito agli onori di cronaca innanzitutto per una commessa di sottomarini multimiliardaria. Non possiamo però dimenticare che l’influenza sul Mare Cinese meridionale passa anche per il controllo dei suoi cieli, non solo delle sue acque. Un recente contatto tra l’aviazione militare di malese e quella cinese ha riportato la corsa agli armamenti aerei al centro delle agende dei governi ASEAN. 

I diritti sulle acque del Mare Cinese meridionale sono contesi tra alcuni Paesi ASEAN (Vietnam, Malesia, Brunei, Filippine), Cina e Taiwan. Più nello specifico, questi Stati dichiarano in varia misura la propria sovranità sulle isole Spratly, al fine di estendere il perimetro delle proprie acque territoriali in mare aperto. Queste “isole della discordia” sono di dimensioni minuscole – a volte poco più che scogli – e inadatte a ospitare insediamenti umani. Eppure, il loro valore strategico è immenso. Nel 2016 in queste acque sono transitati merci per 3.37 trilioni di dollari e quasi il 40% del gas naturale liquefatto globale. L’importanza del Mare cinese meridionale per l’approvvigionamento energetico mondiale non si limita però al transito delle risorse naturali: sui suoi fondali giacciono almeno 7 miliardi di barili di petrolio e circa 25 trilioni di metri cubi di gas naturale. Inoltre, lo sfruttamento economico di queste acque riguarderebbe anche la pesca. 

La posta in palio è alta. Ormai da alcuni decenni, gli Stati che si affacciano sul Mare cinese meridionale si sfidano costruendo nuovi avamposti, rivendicando atolli disabitati od organizzando esercitazioni navali nelle acque sotto il proprio controllo. È il Vietnam a controllare il maggior numero di isolotti (21), seguito da Filippine (9), Cina (7) e Malesia (5), mentre Brunei e Taiwan occupano un’isola ciascuno. Alcuni di questi elementi geografici sono stati trasformati in isole artificiali adatte ad ospitare basi militari, in particolare da Cina e Vietnam. La crescente presenza delle flotte militari nell’area ha portato in passato anche a scontri a fuoco tra la Cina e i Paesi ASEAN. Il confronto con Pechino sulle Spratly è un interessante caso di studio per comprendere l’evoluzione dell’ASEAN. Presi singolarmente, ciascuno Stato del Sud-Est asiatico avrebbe poco potere negoziale nei confronti della ben più grande Cina e infatti i cinesi hanno sempre cercato di impostare le trattative a livello bilaterale, ma senza successo. I Paesi ASEAN si sono infatti sempre opposti alla strategia divide et impera cinese e hanno accettato di negoziare con Pechino solo in via multilaterale, sedendosi al tavolo tutti insieme. Tali esercizi diplomatici hanno permesso nel 2002 di definire un Codice di condotta ASEAN-Cina per il Mare cinese meridionale. 

Le manovre cinesi sono seguite con attenzione dagli USA, decisi a rilanciare la propria presenza nella regione, ma anche da Giappone, India, Unione Europea (più recentemente) e Australia. Proprio da Canberra – che aveva inaugurato anni fa una fase di avvicinamento a Pechino, ora bruscamente interrotta – giunge l’ultima novità dello scenario indopacifico: l’accordo strategico AUKUS con USA e Regno Unito. Accordo che ha destato preoccupazione nei governi ASEAN, dato che potrebbe spingere Pechino ad aumentare la propria presenza militare nel Mare cinese meridionale. Il nuovo Premier malese Ismail Sabri Yaakob ha commentato in modo molto duro l’Accordo, esprimendo il timore che possa “rendere le altre potenze più aggressive” e aprire la strada a “una nuova corsa alle armi nucleari”. L’allarme di Kuala Lumpur si spiega alla luce di alcuni recenti incidenti con le avanguardie di Pechino. Lo scorso 31 maggio è avvenuto un contatto tra i jet malesi e uno stormo di velivoli militari cinesi impegnati in un’esercitazione ai confini dello spazio aereo della Malesia. Questo episodio ha ricordato a tutti i governi ASEAN che la partita per il Mare cinese meridionale si gioca anche nell’aria – e che la Cina ha un notevole vantaggio.

Una efficiente difesa aerea richiede lo sviluppo di un sistema integrato di velivoli moderni, impianti di rilevazione e installazioni missilistiche, nonché personale preparato. E molti investimenti. Singapore e Vietnam sono gli unici Paesi ASEAN con un’aviazione militare adeguata, commentano gli analisti. Hanoi sta investendo molto anche per modernizzare la sua flotta. La Malesia invece ha forze aeree ridotte, armate con velivoli obsoleti –  e nel suo bilancio, ancora in affanno a causa della crisi Covid, non pare possibile inserire previsioni di spesa in questo settore. Anche le Filippine sembrano impreparate, tanto che Manila sta mettendo in ordine le proprie regole sulle forniture militari in vista di futuri investimenti. L’Indonesia appare più attrezzata, anche se gli investimenti sono ancora insufficienti e poco efficienti. Il Paese non avanza pretese di sovranità sulle Spratly, ma la nine-dash line cinese che delimita le rivendicazioni di Pechino passa vicino al territorio indonesiano e non è vista di buon occhio da Giacarta.

Alla luce di questi elementi, è possibile aspettarsi negli anni a venire ingenti investimenti nelle forze aeree da parte dei Paesi ASEAN. Risulta però difficile fare previsioni sull’entità e l’efficacia di tale sforzo da parte dei singoli Stati. Come abbiamo visto, mentre alcuni governi sono riusciti ad ottenere buoni risultati in passato, altri sembrano poco preparati nella spesa efficiente delle ingenti risorse da stanziare e nella formazione del personale militare. Gli altri attori internazionali interessati a bilanciare l’influenza cinese – Stati Uniti, Unione Europea, Giappone – potrebbero supportare questi governi nel capacity building. Anche l’industria della difesa avrà un ruolo importante, dato che i Paesi ASEAN avranno necessariamente bisogno di partner affidabili per ottenere le forniture necessarie. Le aziende italiane del settore già collaborano con i governi ASEAN. Per fare qualche esempio: Leonardo con Singapore, Malesia e Thailandia; Fincantieri con l’Indonesia.

Elezioni presidenziali Filippine: ecco chi sono i candidati

A Manila ci si chiede come sarà il post-Rodrigo Duterte. Sono molti i nomi che hanno scelto di concorrere all’ufficio più alto dello Stato, la Presidenza della Repubblica.

Rodrigo Duterte non può ricandidarsi alla presidenza e ha rinunciato a concorrere alla vicepresidenza. La Costituzione filippina prevede infatti un unico mandato di sei anni per il Presidente che viene eletto a turno unica, indipendentemente dallo scarto di voti con i rivali.

I candidati principali alle presidenziali filippine del 2022 sono Panfilo Lacson, senatore ed ex capo della polizia, Ferdinand Marcos Jr, figlio del dittatore Marcos, Manny Pacquiao, senatore ed ex pugile di fama internazionale, Ronald dela Rosa, l’ex capo della polizia a capo della “guerra alla droga” di Duterte, e Leni Robredo, l’attuale Vicepresidente. Per ora, tra i candidati non figura Sara Duterte-Carpio, figlia del presidente. Tuttavia, in quanto candidata per un terzo mandato da sindaca di Davao, lì dove lo fu il padre, ha tempo fino al 15 novembre per cambiare idea e concorrere alla presidenza. Questo stesso escamotage fu utilizzato dal padre nel 2016.

Ad oggi, nessuno sembra nettamente favorito nel divenire il futuro inquilino di Palazzo Malacañang, la sede presidenziale. La corsa sta per cominciare: la campagna elettorale inizierà ufficialmente l’8 febbraio 2022 per chiudersi il 7 maggio e si andrà alle urne il 9 maggio.

Riguardo ai vari concorrenti, alcuni presentano elementi di continuità e altri di discontinuità con l’amministrazione uscente.

Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr, 64 anni, vorrebbe traghettare il Paese verso l’uscita dalla crisi pandemica cercando la collaborazione degli altri gruppi politici. Questa intenzione sembra difficile da realizzare in quanto gli attivisti per i diritti umani, memori del passato del padre, sperano che non diventi presidente. Proteste in strada chiedono che i Marcos restituiscano la ricchezza accumulata durante la dittatura (si stimano più di 10 miliardi di dollari) e che scontino una pena detentiva. Oltre ai fondi, un altro asset importante di Marcos Jr. è il legame con Duterte: la base elettorale del Presidente nel sud insieme a quella dei Marcos nel nord ha il potenziale di raggruppare un’ampia e diffusa quantità di voti nel Paese. Concorre con il Partido Federal Ng Pilipinas, fondato nel 2018 proprio in supporto a Duterte.

Il Senatore Ronald “Bato” dela Rosa, 59 anni, è il più vicino alla linea politica di Duterte, che lo pose a capo della controversa guerra alla droga che dal 2016 ha provocato la morte di più di 6100 persone. La sua candidatura in extremis voluta dal PDP-Laban, partito di governo di cui fa parte anche Duterte, ha il fine dichiarato di raccogliere l’eredità dell’attuale amministrazione.

Seguono una linea diversa Manny Pacquiao e Francisco “Isko Moreno” Domagoso. Entrambi condividono un passato di estrema povertà e un presente di riscatto economico, oltre che di fama.

Pacquiao, 42 anni e orgogliosamente cristiano, è senatore dal 2016 e la sua agenda include l’aiuto ai poveri. Ha contestato la disparità con cui Duterte ha distribuito gli aiuti economici e sanitari per far fronte alla pandemia. Secondo la giornalista Maria Ressa, Pacquiao sarebbe politicamente acerbo per mancanza di esperienza e per essere stato poco presente e poco propositivo nelle sedute parlamentari. Partecipa sotto le insegne del PROMDI, di base a Cebu, e non del PDP-Laban di cui è presidente dal dicembre 2020. Secondo Rappler, Pacquiao avrebbe scelto di candidarsi con questo partito in seguito a dissidi con la fazione Cusi del PDP-Laban che ha contestato la legittimità del cambio di insegne dopo la candidatura ufficiale. Questo ha destato l’attenzione della Commissione elettorale che indaga per illegittimità della candidatura e conflitto d’interessi.

Domagoso, il quarantaseienne sindaco di Manila in rapida ascesa, è stato un noto attore negli anni ’90 ed è in politica dal ’98. È considerato un populista come Duterte ma dai toni molto più pacatiDice di avere intenzione di essere un presidente risanatore e di voler continuare la lotta alla droga ma senza permettere “omicidi legali”. Concorre con Aksyon Demokratiko, partito nato nel ’98.

Panfilo Lacson, 74 anni, senatore di lungo corso ed ex capo della polizia, concorse anche nel 2004. Probabilmente all’ultima falcata della vita politica, sostiene di puntare a contrastare la corruzione, il traffico di droga e il crimine candidandosi col Partido Reporma.

Infine, Leni Robredo, 56 anni, è la candidata più in contrasto con la presidenza attuale. La Vicepresidente è un avvocato dei diritti umani da sempre critica verso le campagne di Duterte. Nel sistema filippino, la vicepresidenza viene votata separatamente e può essere di schieramento opposto a quello del Presidente. Robredo dice di essersi candidata per “assicurare un futuro di pari opportunità” ai filippini. La sua base elettorale è molto ampia grazie all’operato nel suo mandato e si candida da indipendente, pur essendo leader del Partito Liberale.

Lo scorso settembre, uno studio di Pulse Asia ha analizzato le probabilità di vittoria e i fattori che determinano le proiezioni di voto per ciascun candidato. Quel che è fondamentale per avere buone chance di vittoria sono grandi fondi e un’organizzazione nazionale diffusa che dia visibilità. Marcos possiede la ricchezza di famiglia ma non ha un’organizzazione alle spalle; Lacson, Moreno e Robredo non possiedono alcuno di questi requisiti ma fanno leva principalmente sulla loro immagine e fama; dela Rosa è spalleggiato dal PDP-Laban ma la sua candidatura improvvisa e last minute può essere un malus. Chi potrebbe avere grandi chance, qualora si candidasse, è Sara Duterte-Carpio. Le risorse economiche e le alleanze del padre potrebbero darle un vantaggio importante per ottenere i voti necessari per insediarsi a Palazzo Malacañang. Ma la partita è ancora tutta da giocare.

Thailandia, un ponte sull’Istmo di Kra

Messa in secondo piano (almeno per ora) l’idea del canale, si pensa alla costruzione di un collegamento via terra per aggirare lo Stretto di Malacca. Ecco perché.

Da secoli la Thailandia sogna un passaggio attraverso l’istmo di Kra, il quale divide la penisola malese separando il mare delle Andamane dal Golfo di Thailandia.

L’istmo, nella sua parte più stretta, ha un’estensione di soli 44 chilometri e la costruzione di una rotta da est a ovest attraverso l’istmo ridurrebbe di circa 1.200 km la distanza che le navi mercantili devono percorrere per trasportare merci dall’Asia orientale fino al Medio Oriente e all’Europa. Al momento, l’unica possibilità è quella di navigare a sud fino allo stretto di Malacca, il più trafficato del mondo, allungando il tragitto di due giorni. Ogni anno, infatti, più di 94 mila navi passano per questo stretto, e si stima che circa un quarto delle merci scambiate a livello mondiale lo attraversino, compreso l’80% delle importazioni di petrolio e gas di Cina, Giappone e Corea del Sud.

L’idea di scavare un canale attraverso la penisola malese è stata riproposta diverse volte nel corso dei secoli. Nel 1677, il Re siamese Narai chiese alla Francia di condurre un’indagine per un canale e Ferdinand de Lesseps, il diplomatico francese famoso per aver realizzato il Canale di Suez, visitò personalmente l’istmo di Kra nel 1882. Più recentemente, il primo ministro Thaksin Shinawatra aveva ripreso in mano questo progetto, andato nuovamente in fumo dopo il colpo di stato del 2006. Non sono poi mancate pressioni dalla Cina per portare avanti il progetto e incorporarlo nella Belt and Road Initiative, visto l’interesse di Pechino nel risolvere il cosiddetto “Dilemma di Malacca” e rafforzare la propria posizione all’interno della regione. Infatti, sebbene il governo cinese si sia astenuto dal dichiararlo ufficialmente, Cina e Thailandia avrebbero firmato un Memorandum of Understanding (MoU) sul progetto del canale a Guangzhou nel 2015.

Tuttavia, nonostante ripetute proposte e diversi studi sulla fattibilità del canale, l’idea sembrerebbe abbandonata, considerato – prima di tutto – il costo proibitivo (stimato in circa 30 miliardi di dollari) e le difficoltà tecniche nel collegare i due mari che differiscono di diversi metri in elevazione. Sono poi emerse alcune preoccupazioni sulle possibili ripercussioni sull’ambiente e sulla stabilità regionale. Non è infatti da sottovalutare che un progetto infrastrutturale di tali dimensioni comporti seri sconvolgimenti agli ecosistemi locali, e non sono ancora certe le conseguenze che lo scavo dell’istmo potrebbe produrre nelle dinamiche indo-pacifiche a seguito dell’apertura del nuovo collegamento. Infine, la parte meridionale del paese (a sud del canale proposto) ha visto crescere negli ultimi anni una forte tensione tra buddisti e musulmani e si teme che la costruzione del Canale di Kra possa mettere ulteriormente a repentaglio la coesione nazionale, creando una divisione, anche fisica, all’interno del paese.

Prendendo atto di queste problematiche ma pur non rinunciando all’idea di un passaggio tra il Golfo di Thailandia e il mare delle Andamane, il governo ha deciso di cambiare strategia e quello che un tempo era il sogno di un canale si sta trasformando nel progetto di un ponte terrestre. La nuova proposta, che appare tecnicamente ed economicamente più fattibile della precedente, comprenderebbe la costruzione di un porto di acque profonde nella provincia di Chumphon, sul Golfo di Thailandia, e l’ampliamento del già esistente porto di Ranong, sul Mare delle Andamane. I due porti sarebbero poi collegati da una ferrovia a doppio binario e da un’autostrada. Secondo un rapporto pubblicato a gennaio 2021 dell’’ISEAS-Yusof Ishak Institute, la costruzione del ponte di terra costerebbe 60 miliardi di baht (1,85 miliardi di dollari), ovvero solo il 3% di quanto richiederebbe il canale.

Dunque, il Primo Ministro Prayuth Chan-Ocha e il Ministro dei Trasporti Saksayam Chidchob, sembrano sempre più protesi verso quest’opzione. Inoltre, in un momento di incertezza economica causata dalla pandemia da COVID-19, il governo spera di poter utilizzare questa infrastruttura per ridare slancio all’economia e attrarre capitali privati. Per di più, il progetto si inserirebbe perfettamente nella strategia dell’Eastern Economic Corridor (EEC) e sono stati commissionati degli studi per valutare anche l’eventuale collegamento tra la nuova rotta e l’alta velocità Cina-Laos-Thailandia, fiore all’occhiello dei fondi stanziati nel paese nell’ambito della Belt and Road Initiative.

Ed è così che, già a settembre 2020, l’esecutivo ha ordinato uno studio di fattibilità del ponte terrestre e le relative infrastrutture complementari, che dovrebbe essere ultimato nel 2023. Gli occhi di tutta la regione, e in particolare della Cina, sono dunque puntati su questo possibile megaprogetto. Tanto agognato quanto delicato, considerato il fragile equilibrio dell’Indo-Pacifico.

La 76esima UNGA: ASEAN e l’Agenda 2030

Articolo a cura di Clara Lomonaco

Nelle scorse settimane si è svolto l’attesissimo appuntamento annuale con l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un’opportunità per fare il punto sulle politiche di contrasto al cambiamento climatico adottate dai dieci Paesi del blocco del Sud-Est asiatico. Ecco una panoramica.

Nelle scorse settimane, il Palazzo di Vetro ha ospitato l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: l’attesissimo appuntamento annuale in cui tutti gli Stati Membri si riuniscono per rafforzare la continua rilevanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e costruire uno slancio prima dei principali vertici e delle riunioni intergovernative, quali la COP26 sul cambiamento climatico, il G20 e il COP15 sulla biodiversità.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha identificato cinque aree in cui è necessaria un’azione urgente per mantenere la promessa degli SDGs (Sustainable Development Goals): (1) la mobilitazione di piani di vaccinazione globale, (2) l’attuazione di un recupero sostenibile ed equo per tutti attraverso investimenti coraggiosi nello sviluppo umano, (3) la parità di diritti per le donne e le ragazze attraverso investimenti e rappresentanza, (4) la fine della guerra al pianeta e l’affermazione di emissioni zero entro il 2050, e (5) la cooperazione multilaterale per mettere le persone al primo posto nei bilanci e nei piani di recupero. 

Anche quest’anno uno dei temi caldi del dibattito internazionale è stata la pandemia da Covid-19. Ogni Stato si è espresso sulla propria situazione interna promuovendo il concetto del “Leaving No One Behind”: una frase che è ormai diventata il motto dell’intera comunità internazionale, il cui significato rimanda alla forte volontà di uscire dalla situazione di crisi come un gruppo unito e forte. I capi di Governo e i Ministri presenti hanno ancora una volta rinnovato la loro promessa e il loro impegno nella battaglia contro il Covid-19 e nella promozione delle campagne vaccinali.

Tuttavia, il virus non è stato il solo ed unico protagonista del General Debate. Il cambiamento climatico è un’altra sfida imminente che continua a catalizzare l’attenzione mondiale e che richiede azioni globali urgenti e concrete a tutti i livelli. In questo contesto, i paesi ASEAN si sono espressi per affermare l’impegno ad aumentare il proprio coinvolgimento nel processo di adattamento e mitigazione dell’Accordo di Parigi, in linea con il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”.

La comunità mondiale guarda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per dare risposte alle principali preoccupazioni globali.  Diverse sono state le idee e le opinioni sul tema della sostenibilità ambientale. Ma quali sono state le proposte avanzate dai paesi ASEAN in merito, e a che punto sono nel processo di implementazione dell’Agenda 2030?

Sin dall’inizio, il percorso verso il raggiungimento dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile non è stato facile. Vi sono stati dei progressi costanti nel tempo ma il COVID-19 ha annullato molte vittorie duramente conquistate. La pandemia ha amplificato le disuguaglianze e le incertezze preesistenti; ha ampliato il divario tra “chi ha e chi non ha”; e diversi gradi di carenze nella governance e nella sicurezza sociale hanno spinto le popolazioni più vulnerabili di nuovo nella povertà. 

Inutile dire che siamo più lontani dal raggiungere l’Agenda 2030 ora di quanto lo fossimo prima.

L’impegno dell’Indonesia verso la resilienza climatica, lo sviluppo a basse emissioni di carbonio e la green technology è fermo e chiaro. Nel 2020, l’Indonesia ha ridotto gli incendi boschivi dell’82% rispetto all’anno precedente e i tassi di deforestazione sono diminuiti significativamente, raggiungendo la più basa percentuale degli ultimi 20 anni. Tuttavia, il processo di trasformazione energetica e tecnologica deve assicurare il principio (precedentemente citato) del “Leaving No One Behind”, facilitando la partecipazione dei paesi in via di sviluppo nella crescita delle industrie e nella produzione di tecnologia. Nel 2022, l’Indonesia assumerà la presidenza del G20, con il tema “Recuperare insieme, recuperare più forte“, impegnandosi affinché si lavori a beneficio di tutti, dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo, da nord a sud, dagli arcipelaghi ai piccoli stati insulari del Pacifico.

La Repubblica Democratica Popolare del Laos ha evidenziato l’importanza di affrontare il cambiamento climatico integrando l’impegno dell’Accordo di Parigi. Dal 2000 al 2020, le emissioni di gas serra del Laos sono state ridotte del 34%. Presentando il Nationally Determined Contribution (NDC) sul Cambiamento Climatico alla comunità delle Nazioni Unite in questa stessa occasione, il governo del Laos ha rinnovato il suo impegno a ridurre il 60% delle emissioni di gas serra entro il 2030. 

Per la Malesia, l’integrazione della sostenibilità è la chiave per assicurare una transizione fluida verso un ecosistema socio-economico più verde. Il governo malese ha stabilito piani ambiziosi per facilitare la transizione verso un futuro più sostenibile e a basse emissioni di carbonio. Nuove politiche incentrate sull’economia circolare sono state introdotte per mantenere la promessa di rendere la Malesia una nazione a basse emissioni di carbonio entro il 2050.

Le Filippine hanno presentato il primo Nationally Determined Contribution, promettendo di raggiungere l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 75% entro il 2030. Il governo filippino ha voluto appellarsi ad un’azione urgente per il clima, specialmente da parte di coloro che possono davvero far pendere l’ago della bilancia.  I paesi sviluppati devono rispettare il loro impegno di lunga data per il finanziamento del clima, il trasferimento di tecnologia e l’investimento in capacity building nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Questo è un obbligo morale che non può essere evitato. La transizione del nostro mondo verso un’economia verde non deve avvenire a spese della vitalità economica dei paesi in via di sviluppo. 

Per le piccole nazioni insulari come Singapore, il cambiamento climatico rimane un pericolo chiaro e presente e i recenti eventi meteorologici estremi ci ricordano che non abbiamo tempo da perdere. Singapore è sempre stata una forte sostenitrice dell’Accordo di Parigi e quest’anno ha presentato il “Singapore Green Plan 2030”: un piano d’azione ben strutturato che delinea un approccio nazionale allo sviluppo sostenibile, tracciando obiettivi ambiziosi e concreti per i prossimi 10 anni in nuove aree come la green finance e la clean energy. 

Singapore ha inoltre sottolineato il bisogno di un’urgente azione multilaterale sugli oceani. Gli oceani sostengono il nostro ecosistema globale; sono un deposito di biodiversità e un cuscinetto per il cambiamento climatico. Sono un’arteria critica per il commercio e una fonte di lavoro e di sostentamento per miliardi di persone. Singapore è un grande sostenitore della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare: l’UNCLOS, un documento che costituisce la base della governance degli oceani, stabilisce le regole per i diritti marittimi e fornisce il quadro generale per la risoluzione pacifica delle controversie marittime. Il 40° anniversario dell’adozione dell’UNCLOS l’anno prossimo è un’opportunità per riaffermare il nostro impegno verso questo strumento giuridico vitale per la governance degli oceani, e fare di più per assicurare la sua effettiva attuazione.

La Thailandia sta preparando il Piano energetico nazionale con l’obiettivo di raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2065-2070. Allo stesso tempo, il governo ha fissato l’obiettivo di aumentare la proporzione di energia rinnovabile ad almeno il 50% della quantità totale di elettricità generata. Il discorso della delegazione thailandese ha esortato i paesi sviluppati e invitato l’intera comunità globale a intraprendere azioni collettive e garantire risultati costruttivi e concreti per la prossima COP26.

Il Vietnam guarda con speranza alla COP-26, un momento di raccolta internazionale in cui ogni Stato membro è in dovere di rinnovare il proprio sforzo e impegno a ridurre le emissioni di gas serra. Anche il governo vietnamita ha voluto porre l’accento sulla necessità di un maggiore finanziamento nei paesi in via di sviluppo, i quali necessitano di una più accurata assistenza nel trasferimento di tecnologia e nel processo di capacity building in modo da favorire la transizione verso un’economia verde e circolare. Solo attraverso la collaborazione e la cooperazione tra nord e sud del mondo, si potranno raggiungere tutti e 17 gli obiettivi di sviluppo sostenibile contenuti nell’Agenda 2030.

Che si tratti dell’innalzamento del livello del mare o dello scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya, di uragani, tempeste, inondazioni o incendi, il cambiamento climatico è diventato una minaccia esistenziale per l’umanità. Abbiamo bisogno di una risposta collettiva globalmente sostenuta e ambiziosa per affrontare il cambiamento climatico.

È ormai chiaro a tutta la comunità internazionale che abbiamo bisogno di convogliare l’attenzione mondiale nel raggiungimento di un impegno duraturo per l’Agenda 2030 che metta il cambiamento climatico al centro degli sforzi internazionali. Il mondo non può permettersi che la COP26 sia inconcludente. È necessario adattare gli SDGs alla nuova realtà del mondo post pandemia. Per farlo, è necessaria una maggiore e più forte solidarietà e cooperazione tra tutti i tipi di entità. Portare avanti la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) in tutti i settori è uno strumento chiave per rispondere alle sfide che il mondo sta affrontando, e per affrontare le disuguaglianze esacerbate dalla pandemia COVID-19. 

Così Forrest Li (Sea) è diventato il più ricco di Singapore

Il 31 agosto 2021 Forrest Li, a soli 43 anni, è diventato l’uomo più ricco della città-stato, con un patrimonio che supera i 20 miliardi di dollari statunitensi. La sua storia conferma che la pandemia ha fatto schizzare alle stelle la domanda di servizi digitali.

Forrest Xiaodong Li, nativo della città portuale cinese di Tianjin e successivamente naturalizzato singaporiano, si laurea in Ingegneria presso l’Università Jiaotong di Shanghai e nella stessa città lavora per quattro anni nella divisione risorse umane di Motorola e Corning, prima di decidere di imprimere una svolta decisiva alla sua vita e alla sua carriera. Con il Master in Business Administration, “lo Steve Jobs di Singapore” inizia a gettare le fondamenta del proprio successo imprenditoriale: è tra i presenti quando il fondatore della Apple pronuncia il celebre discorso “Stay Hungry, Stay Foolish” rivolto ai neolaureati a Stanford nel 2005. Forrest Li non solo fa di questo il proprio motto di vita, l’invito di Jobs di “unire i puntini” (“connecting the dots”) diventa la tagline del gruppo Sea Limited, la più grande azienda del Sud-est asiatico per capitalizzazione di mercato (185 miliardi di dollari statunitensi), di cui oggi è presidente e amministratore delegato. 

In un periodo in cui moltissime persone sono costrette a casa o a mantenere le distanze sociali, la maggior parte delle interazioni si è inevitabilmente spostata online. Lo stesso Li, convinto che la pandemia non abbia fatto che accelerare una trasformazione avviata già da tempo, ha sottolineato che la “forte performance in termini di crescita e coinvolgimento degli utenti mostra che l’adozione del digitale sta ancora crescendo in modo sano”.  Il gruppo Sea Limited, holding di cui è co-fondatore insieme a Gang Ye e David Chen, opera simultaneamente nei fiorenti settori dell’e-commerce, del gaming online e dei pagamenti digitali, che durante il periodo pandemico hanno ricevuto un forte impulso di crescita. 

Dopo l’esordio nel mondo dello sviluppo e della distribuzione dei videogiochi con la fondazione di Garena nel 2009, il trio di imprenditori ha lanciato SeaMoney, fornitore di pagamenti digitali e servizi finanziari, e Shopee, un sito di e-commerce che adotta un approccio mobile-first e porta avanti una politica di basse commissioni ai rivenditori. La piattaforma è progettata per ottimizzare l’esperienza dello shopping online in modo da renderla più comoda e funzionale alla navigazione da smartphone. 

Accanto all’ambizione di cogliere le opportunità dell’accelerata digitalizzazione, il gruppo Sea Limited coltiva anche un senso di responsabilità nei confronti di coloro che sono meno facilitati nell’accesso alla tecnologia. Già nell’aprile 2020, Shopee annunciava l’introduzione di un pacchetto di supporto del valore di 15 milioni di ringgit malesi, a beneficio di circa 70.000 piccole e medie imprese locali. Il programma prevede una serie di misure volte ad “aiutare i venditori a digitalizzarsi, ridurre le spese e incrementare le vendite”: non solo sussidi sottoforma di voucher e significativi tagli dei costi operativi per i venditori vessati dalle sfide della pandemia, ma anche una vasta offerta di corsi formazione che mirano a fornire una guida passo-passo per coloro che vogliono rilanciare il proprio business ripartendo dall’e-commerce. L’impresa volge lo sguardo anche al di fuori dell’area ASEAN, nel tentativo di intercettare i bisogni di un sempre più ampio bacino di consumatori orientati ad abbracciare i vantaggi del nuovo stile di vita online e Shopee sta lavorando attualmente per espandere le proprie operazioni in America Latina, India e Europa. 

Quella di Li è infatti una visione di lungo termine, in cui cogliere le opportunità di crescita e conquistare nuove quote di mercato è prioritario rispetto a fare profitti rapidamente. Durante la cerimonia dei trentacinquesimi Singapore Business Awards nel novembre dello scorso anno, in occasione dei quali è stato nominato “Uomo d’affari dell’anno”, il CEO ha ribadito la propria fiducia nelle potenzialità della strategia del conglomerato, fondata sulla sinergia tra i business che lo compongono. Lo stesso nome del gruppo (Sea) è in realtà al tempo stesso un acronimo che richiama la regione del Sud-Est asiatico, centro di gravità delle attività dell’azienda, e l’immagine del mare che, connettendo tra loro i paesi, rende possibile tenere fede a uno dei valori cardine della compagnia tech guidata da Forrest Li: “Rendere il mondo una comunità ancora più connessa attraverso prodotti e servizi innovativi.”

Il sentiero di Ho Chi Minh si allunga: la diplomazia del Vietnam

Il Vietnam si muove nel mondo tra vecchi alleati e l’Assemblea Generale. Al centro delle azioni di Hanoi c’è l’accumulazione di scorte di vaccini e il rafforzamento di vecchie e nuove partnership in termini di cooperazione, sanità, sicurezza e crescita economica

Il Sud-Est asiatico sta vivendo un’ulteriore ondata di contagi e una grave carenza di scorte di vaccini, oltre ad essere attraversato dalla fibrillazione generale innescata dalla tempesta AUKUS. Al centro c’è il Vietnam che si sta dimostrando tra i più attivi nella ricerca di sieri, nel consolidamento di vecchi rapporti su scala regionale e globale oltre che nella spinta verso la ripresa economica.

Le ultime settimane è stata vissuta a ritmi serrati dagli esponenti del partito comunista e del governo vietnamita, soprattutto dal Segretario Generale Nguyen Phu Trong, dal Ministro degli Esteri Bui Thanh Son, dal Presidente Nguyen Xuan Phuc e dal Primo Ministro Pham Minh Chinh.

La leadership vietnamita tiene ancora in considerazione l’assonanza ideologica per guidare le relazioni del Paese con l’esterno. Trong ha avuto un lungo colloquio telefonico con Xi Jinping, nel quale ha chiesto relazioni commerciali più eque, ma anche un riequilibrio in altri ambiti, specialmente nella gestione delle zone di confine per non rallentare i flussi di persone, nel controllo della pandemia per contenere l’aumento dei contagi e nella cooperazione marittima. Trong ha inoltre espresso l’intenzione di intrattenere rapporti interministeriali più stretti tra i due paesi per favorire un ambiente sempre più capace di sostenere uno sviluppo economico sinergico.

Sempre sul sentiero rosso, la spedizione a Cuba del Presidente Phuc e la visita del Ministro degli Esteri Son a Mosca hanno dato un’ulteriore dimostrazione di come il mondo non-occidentale sia capace di muoversi autonomamente in termini diplomatici e biotecnologici. La solidarietà ideologica nel caso cubano e post-ideologica nel caso russo, è il fil rouge che guida le mosse esterne vietnamite, che prima di rapportarsi al resto della comunità internazionale continua a muoversi in un giardino socialista e post-socialista ben curato.

La diplomazia vaccinale attuata dalla Russia ha permesso ai laboratori Vabiotech di produrre in Vietnam alcune dosi del siero Sputnik V, che sarà poi valutato dagli istituti di ricerca russi. I rapporti tra Vietnam e Federazione Russa perseguono in questo momento due obiettivi: installare la produzione vaccinale nei confini vietnamiti per poter avere un asset in più nella lotta alla pandemia e inserire i prodotti agricoli vietnamiti nel mercato russo (il commercio bilaterale è cresciuto del 12,5% nella prima metà del 2021). Ciò che la Russia chiede in cambio è cooperazione e appoggio nei forum internazionali, specie in sede ASEAN.

Subito fuori questa rete diplomatica stretta e vitale, il Vietnam si trova oggi più che mai a doversi rapportare con potenze di varia natura: l’Australia, da poco entrata nella novità AUKUS, è una di queste. Il Vietnam è in buoni rapporti con Canberra, con cui svolge annualmente esercitazioni marittime nell’ambito degli Indo-Pacific Endeavours, iniziati nel 2016 su iniziativa del Ministero della Difesa australiano. Le marine militari dei due Paesi si scambiano da cinque anni pratiche e conoscenze in molti ambiti d’intervento. La partnership strategico-militare tra Vietnam e Australia è un vero e proprio pilastro per l’equilibrismo vietnamita.

Poi c’è l’Unione Europea con le sue realtà regionali, specialmente quella belga francofona che è immersa molto a fondo nella realtà vietnamita, in un rapporto win-win di cooperazione e sviluppo. Molto attiva da circa cinquant’anni, la comunità belga francofona ha realizzato in totale 783 progetti nei settori biotecnologici, medici, ambientali, educativi e culturali. Il vantaggio reciproco sta nella collaborazione allo sviluppo tecnologico vietnamita e nella possibilità per i belgi di investire direttamente nel Paese tramite l’Agenzia di export e investimenti della Vallonia, in accordo con il Ministero della Pianificazione e degli Investimenti vietnamita. I rapporti tra il blocco europeo e Hanoi sono fioriti nei tempi recenti, si veda l’accordo di libero scambio con l’Unione Europea dell’agosto 2020 che si sposa perfettamente con le priorità di sviluppo e crescita vietnamite del piano quinquennale 2021-2025. Il multilateralismo del Vietnam sta funzionando: le donazioni costanti tramite Covax in più tranches hanno portato nel Paese più di nove milioni di dosi dall’UE, soprattutto da Francia e Italia, oltre che attrezzature mediche. Ad oggi, il tenere in considerazione gli interlocutori di sempre senza però disdegnare il resto del mondo ha permesso al Vietnam di ricevere via Covax più di 54 milioni di dosi.

Seguendo questo rinnovato slancio internazionale, i delegati del governo mostrano chiaramente una nuova assertività e sicurezza anche nelle sedi del consesso mondiale: alla 76ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York City il Presidente Phuc ha dato voce a quella parte di mondo poco raggiunta dall’allocazione di sieri e poco vaccinata.

Hanoi ha definitivamente solcato un nuovo tratto del sentiero di Ho Chi Minh grazie al quale il Vietnam si presta ad essere un pivot sempre più importante a livello regionale, soprattutto dopo i frutti del Doi Moi (“rinnovamento”, processo iniziato nel 1986 e simile al programma di Riforma e Apertura di Deng Xiaoping) e mostrandosi propenso a contribuire all’equilibrio dell’Asia orientale in tempi di grande fermento.

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