Asean

La corsa alla digitalizzazione del Sud-Est asiatico

I Paesi ASEAN crescono rapidamente sul fronte digitale, ma allo stesso tempo cercando di tenere sotto stretto controllo la vita su internet dei propri cittadini

Nel campo della tecnologia e della digitalizzazione vari governi dei Paesi ASEAN hanno due obiettivi che competono tra loro. Da una parte promuovono e sostengono una maggior digitalizzazione, soprattutto in un’ottica di espansione delle proprie economie. “Essere al passo con i tempi” dal punto di vista della digitalizzazione è un requisito fondamentale per queste economie in crescita. Dall’altra parte però c’è una forte tendenza di alcuni governi nel limitare l’accesso a internet alla popolazione. 

Dimostrazione concreta di questo comportamento la si può trovare nell’esempio del Vietnam. L’economia del Vietnam è in forte crescita; le esportazioni vietnamite nel primo trimestre del 2022 sono cresciute del 12.9 percento rispetto all’anno passato. Per sostenere questa forte crescita è necessaria una modernizzazione dei sistemi di digitalizzazione del Paese. Per questo motivo il primo ministro vietnamita Pham Minh Chinh il mese scorso ha avuto diversi incontri con rappresentanti di compagnie come Apple, Google e Facebook. In realtà, il rapporto tra il governo vietnamita e questi colossi della tecnologia è tutt’altro che semplice e lineare. Da una parte, infatti, il mercato del Vietnam è una grande fonte di guadagno per queste compagnie tech. Dall’altra parte però, esistono paletti che spesso vengono imposti alle società digitali internazionali e le restrizioni di accesso alle piattaforme digitali. 

Secondo quanto scritto dal giornalista Lien Hoang in un articolo su Nikkei Asia le stesse società che il Primo Ministro vietnamita Phạm Minh Chính ha incontrato nella Silicon Valley stanno facendo attività di lobbying in Vietnam per evitare ulteriori restrizioni nel campo digitale. Infatti, l’amministrazione vietnamita vorrebbe apportare delle modifiche ancora più stringenti al Decreto 72 che regola la gestione, la fornitura e l’utilizzo di servizi Internet, informazioni e giochi online. Le novità più stringenti sarebbero due. La prima riguarda l’introduzione di multe nel caso un contenuto non considerato idoneo dal governo vietnamita non venga bloccato dalle piattaforme online nel giro di 24 ore. La seconda novità sarebbe quella di imporre alle società di archiviare i dati raccolti online in Vietnam entro i confini nazionali. Questo provvedimento introdurrebbe dunque il divieto di trasferire questi dati fuori dai confini dello Stato. Hanoi è pronta a fare affari con le grandi compagnie tech ma vuole allo stesso tempo mantenere un saldo controllo sulla vita digitale dei propri cittadini.

Il problema della libertà in rete non è presente solo in Vietnam, ma è un problema più generalizzato e rilevante in altri Paesi dell’ASEAN. Come si può vedere dal grafico riportato in basso, molti Paesi del Sud-Est asiatico non ottengono punteggi elevati nel grado di “libertà di Internet” (internet freedom). Il Myanmar si attesta penultimo tra i Paesi asiatici con un indice di libertà di internet di 17, solo 7 punti in più rispetto alla Cina. Il Vietnam si aggiudica invece un indice di libertà di internet di 22 su 100, rappresentando il terzultimo Paese in Asia in termini di libertà digitale. Anche Thailandia e Cambogia non raggiungono indici molto elevati di libertà dei propri cittadini in rete. Dall’altra parte le Filippine con uno score di 65 su 100, che viene valutato dunque come il Paese in cui i cittadini hanno più libertà di usufruire liberamente delle piattaforme digitali. Per avere un metro di paragone stati come Italia, Francia, Germania hanno una “internet freedom” index intorno al 76-78 su 100. In generale, come dichiarato da vari esperti, pesanti restrizioni nel contesto delle piattaforme digitali potrebbero in futuro dimostrarsi estremamente controproducenti e contraddittorie rispetto all’obiettivo di molti Paesi ASEAN di sviluppare delle economie digitali. Per questo è probabile che il tema della “internet freedom” sarà di estrema importanza per i Paesi del Sud-Est asiatico nei prossimi anni. 

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Fonte grafico: https://www.statista.com/statistics/373347/degree-of-internet-freedom-in-asia/ 
Per approfondire e vedere sulla mappa: https://freedomhouse.org/explore-the-map?type=fotn&year=2021

 

ASEAN e UE ancora più vicine

A dicembre in programma un summit dal formato inedito tra i due blocchi per discutere di cooperazione commerciale e catene di approvvigionamento

Editoriale a cura di Lorenzo Lamperti

Guerra in Ucraina, tensioni in Asia-Pacifico, inflazione e dilemma energetico. Le ombre sul futuro prossimo preoccupano tanti e diventa ancora più urgente la cooperazione multilaterale. Unione Europea e ASEAN hanno dimostrato già più volte in passato di aver compreso questa necessità e ora si muovono per accelerare la collaborazione bilaterale. Con questo spirito, il 14 dicembre è stato organizzato per la prima volta un vertice dei leader nazionali dei due blocchi per discutere dell’espansione del commercio e dell’assistenza infrastrutturale. Ai precedenti vertici tra i due gruppi hanno partecipato capi e alti funzionari dell’organo esecutivo dell’UE, ma stavolta saranno coinvolti direttamente i capi di Stato e i leader nazionali dei Paesi dell’ASEAN e dell’UE. Segnale che si vuole garantire un maggiore allineamento politico, oltre a quello già esistente a livello economico e commerciale. L’obiettivo è quello di sviluppare e mettere al sicuro le catene di approvvigionamento globali minacciate dalle turbolenze economiche e geopolitiche degli ultimi mesi. L’Europa incoraggerà il Sud-est asiatico a svolgere un ruolo centrale nella catena di approvvigionamento dell’Occidente, sulla base dell’idea di “friend-shoring” tra nazioni con valori condivisi. In cambio dovrebbe offrire aiuti infrastrutturali e accordi di cooperazione economica. Magari proseguendo i negoziati per nuovi accordi di libero scambio coi Paesi membri dell’ASEAN. Sono già in essere accordi con Singapore e Vietnam ma si cerca di accelerare anche con Indonesia, Filippine, Malesia e Thailandia. Una rete di libero scambio ampliata permetterebbe di diversificare le catene di approvvigionamento e di ridurre la dipendenza dalle risorse energetiche di altri Paesi come la Russia. Nel 2021, UE e ASEAN hanno scambiato merci per 250 miliardi di dollari, ma il margine di miglioramento è ancora ampio. Non più tardi del 4 agosto scorso, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Josep Borrell ha ribadito l’impegno ad approfondire i rapporti con l’area ASEAN. Necessità sempre più chiara ai governi dei vari Paesi europei, che come quelli delle controparti asiatiche non hanno nessuna intenzione di tornare a un mondo diviso in blocchi. 

La corsa ai Green Bonds dei paesi del Sud-Est asiatico

La regione, particolarmente vulnerabile al cambiamento climatico, investe nella finanza verde

Il Sud-Est asiatico punta alla finanza verde per rilanciare l’economia e tutelare l’ambiente in questo periodo difficile. Già 10 paesi dell’ASEAN hanno emesso obbligazioni verdi (i cosiddetti “green bonds”) per finanziare progetti ecologici, nella speranza di rendere sempre più concreti i piani per salvaguardare il pianeta. I green bond sono obbligazioni la cui emissione è legata a progetti che hanno un impatto positivo per l’ambiente, come per esempio l’efficienza energetica, la produzione di energia da fonti pulite o l’uso sostenibile dei terreni. Questi temi sono molto cari alla regione, particolarmente soggetta a fenomeni meteorologici estremi e vulnerabile all’innalzamento dei livelli del mare. 

Il mercato del debito sostenibile dell’ASEAN ha raggiunto nel 2021 un record annuale di emissioni di obbligazioni e prestiti verdi, sociali e sostenibili, per un valore di 24 miliardi di dollari, a cui si aggiungono ulteriori 27,5 miliardi di dollari se si considerano obbligazioni e prestiti legati alla sostenibilità in senso più ampio.

Molti Paesi hanno infatti già preso impegni molto ambiziosi per ridurre, o addirittura azzerare, le emissioni di carbonio. Thailandia, Vietnam e Malesia per esempio, hanno fissato l’obiettivo di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050, l’Indonesia entro il 2060. Queste ambizioni sono concretizzate anche grazie alla mobilitazione di capitali attraverso il mercato della finanza sostenibile. Secondo un rapporto di giugno dell’Asian Development Bank, l’ammontare delle obbligazioni sostenibili emesse dai mercati principali dell’ASEAN e dell’Asia orientale ha raggiunto i 478,7 miliardi di dollari alla fine di marzo, registrando un’espansione del 51,3% su base annua.

In particolare la Thailandia risulta particolarmente attraente per gli investitori, grazie al suo mercato obbligazionario maturo, il secondo più grande del Sud-Est asiatico dopo la Malesia. Dal 2020 il governo e le imprese statali hanno emesso più di 127 miliardi di baht, secondo il rapporto annuale del Thai Public Debt Management Office. Tra i fondi raccolti, una grossa fetta (circa 30 miliardi di baht) ha finanziato in parte la nuova linea arancione, una linea ferroviaria che collega i sobborghi esterni di Bangkok da est a ovest fino al centro della città. Questo progetto infrastrutturale dovrebbe alleviare i problemi di traffico e dell’inquinamento atmosferico persistenti nella capitale thailandese e peggiorati in seguito alla pandemia di COVID-19, dato che i pendolari hanno ripreso ad usare veicoli privati per evitare l’affollamento dei mezzi pubblici.

Singapore ha annunciato che le agenzie governative emetteranno fino a 35 miliardi di dollari  di green bond entro il 2030. Anche in questo caso, lo scopo è quello di finanziare progetti infrastrutturali ecologici, come i  trasporti pubblici, al fine di incoraggiare un maggior numero di pendolari a prendere il treno e ridurre la loro dipendenza dalle automobili. Tra i progetti che il governo della città-stato intende implementare c’è la rete ferroviaria della regione di Jurong nella parte occidentale del Paese, che ambisce a ridurre le emissioni del trasporto terrestre dell’ 80% intorno alla metà del secolo. Singapore sta anche esplorando l’uso di obbligazioni per l’adattamento ai cambiamenti climatici, per esempio per la protezione delle coste. Anche le Filippine hanno emesso i loro primi green bond per finanziare progetti di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.

La Malesia e l’Indonesia invece, che hanno grandi popolazioni musulmane, hanno introdotto obbligazioni islamiche verdi, anche dette sukuk. L’obiettivo di questi strumenti è in linea con il principio islamico della tutela dell’ambiente, consentendo agli emittenti di attingere al prospero mercato della finanza islamica. Fanno parte di questo trend  l’emissione di sukuk verdi da parte della Malesia per finanziare la costruzione di impianti solari su larga scala.
Anche il Vietnam, infine, sta approfittando del mercato dei green bonds, in particolare per il finanziamento di progetti nel settore dei trasporti e dell’energia come il parco solare di Dau Tieng.

Non solo affari: l’UE si lancia in Asia-Pacifico

L’Ue guarda con sempre maggiore attenzione all’Asia-Pacifico. Di recente anche con un inedito focus sugli aspetti securitari, in aggiunta e non in sostituzione dell’approccio tradizionalmente imperniato sul soft power e sulla cooperazione economica 

L’Indo-Pacifico rappresenta “il centro di gravità economico e strategico del mondo”. Così Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione Europa per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, ha definito la regione nel marzo 2021, sottolineando l’urgenza per l’Unione Europea di dotarsi di un approccio strategico verso quell’area di mondo che sta catalizzando l’attenzione e gli sforzi dei principali attori internazionali.

La macro-regione che si estende dalla costa orientale dell’Africa agli stati insulari del Pacifico e l’Asia Orientale contribuisce per due terzi al tasso di crescita globale e con una quota pari al 62% al PIL mondiale e ospita quattro dei dieci maggiori partner dell’UE (Cina, Giappone, Corea del Sud e India), nonché più della metà della popolazione mondiale. Al contempo, rappresenta il principale teatro della competizione geopolitica tra Cina e Stati Uniti. Consapevoli della sua rilevanza strategica, già da tempo diversi paesi europei, come Germania, Francia e Paesi Bassi, hanno messo in atto iniziative e strategie autonome per proteggere gli interessi nazionali nella regione, nel tentativo di attenuare le conseguenze della rivalità sino-americana e dalle frizioni tra le potenze regionali, le quali si riverberano sulle catene di approvvigionamento globale, sugli scambi commerciali e sulla libera navigazione nei mari.

Ma la crisi pandemica e l’intensificarsi delle tensioni politiche e delle dispute territoriali nella regione hanno reso palese l’esigenza di una maggiore concertazione degli sforzi. Il 19 aprile 2021, il Consiglio Europeo ha annunciato l’approvazione delle conclusioni su una strategia per la cooperazione nell’Indo-Pacifico, che mira ad armonizzare i diversi orientamenti nazionali degli Stati membri in una visione comune che possa guidare il futuro impegno europeo a lungo termine nell’area. I 27 Ministri degli Esteri hanno concordato sull’obiettivo di rafforzare l’impegno europeo per “contribuire alla stabilità, alla sicurezza, alla prosperità e allo sviluppo sostenibile della regione”, in linea con  i valori comuni di sostegno alla democrazia, ai diritti umani, allo Stato di diritto e di rispetto del diritto internazionale.

Come tipicamente accade, l’impegno europeo passa per l’approfondimento delle relazioni economiche con i paesi dell’area e per il rafforzamento della posizione commerciale strategica vis-à-vis gli imponenti blocchi commerciali esistenti nell’area, riflesso degli accordi siglati negli ultimi anni, il partenariato economico regionale globale (RCEP) e l’accordo globale e progressivo di partenariato transpacifico (CPTPP). Tra gli obiettivi, il raggiungimento di accordi di libero scambio con Australia, Indonesia e Nuova Zelanda e il rilancio dei negoziati con l’India, sulla scia degli ambiziosi accordi commerciali e di investimento già siglati con Vietnam, Giappone, Repubblica di Corea e Singapore.

La strategia per l’Indo-Pacifico introduce anche un inedito focus sugli aspetti securitari, distanziandosi da un approccio tradizionalmente imperniato sul soft power e sulla cooperazione economica e in tema di diritti umani. Il rafforzato ingaggio europeo si sostanzia in una serie di iniziative che spaziano dalla difesa e sicurezza tradizionale, come esercitazioni militari congiunte con i partner regionali, fino a raggiungere i domini più innovativi della cyber sicurezza, e arriva in risposta alla sempre crescente assertività cinese nella regione.

Nel quadro del progetto European Critical Maritime Route Indian Ocean (CRIMARIO II), l’UE ha deciso di allargare l’ambito di applicazione geografica delle sue operazioni di protezione delle rotte marittime critiche. La portata del progetto, inaugurato nel 2015 con un focus su alcuni particolari Paesi e arcipelaghi dell’Africa Orientale e attualmente nella sua seconda fase, si estende oggi fino ad includere tutti i Paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano e il Sud-Est asiatico e le autorità europee stanno vagliando la possibilità di replicare l’esperienza nel Pacifico meridionale. In aggiunta, sono stati ampliati gli ambiti di cooperazione: accanto alla condivisione di informazioni e ad iniziative di formazione e rafforzamento delle capacità, sono state previste alcune componenti aggiuntive di comunicazione tra le forze dell’ordine e la magistratura a livello nazionale, internazionale e regionale e il rispetto delle normative internazionali, da implementare esclusivamente nelle aree del Sud e Sud-Est asiatico.

Azioni coordinate di questo tipo si affiancano al dispiegamento autonomo di forze navali da parte di Stati membri (ed un ex Stato membro, ovvero il Regno Unito), alcune delle quali precedono temporalmente qualsiasi strategia integrata a livello europeo e si devono alla presenza storica di alcuni Paesi nella regione. In primis, la Francia, unico Paese europeo con una presenza militare permanente nell’area, a fronte di imponenti interessi strategici, a partire dalla presenza di alcuni territori d’oltremare, tra cui l’isola di Reunion nell’Oceano Indiano e gli arcipelaghi della Polinesia Francese nel Pacifico Meridionale. Significativo è anche il contributo della Royal Navy, che a partire dal 2021 ha inaugurato un significativo rafforzamento della sua presenza navale nell’area con lo schieramento della mastodontica portaerei HMS Queen Elizabeth (R08) e il relativo Carrier Strike Group (CSG). Anche Olanda e Germania hanno concorso a fortificare l’impegno militare europeo nell’area con l’invio, rispettivamente, delle fregate HNLMS Evertsen e Bayern.

Il piano per l’Asia Pacifico si allinea alla Global Gateway, il modello europeo di partenariati globali per la “connettività affidabile” e sostenibile. Questa più ampia strategia si sostanzia in investimenti infrastrutturali “intelligenti, puliti e sicuri” nei paesi partner, con un focus sui settori-chiave del digitale, dell’energia e dei trasporti, della sanità e dell’istruzione della ricerca, per i quali l’Unione e gli Stati membri prevedono di mobilitare fino a 300 miliardi di euro. 

Seppur non esplicitato nel documento, secondo alcuni osservatori il progetto potrebbe rispecchiare la volontà europea di smarcarsi dalla competizione sino-statunitense offrendo ai Paesi partner un’alternativa (seppur non perfettamente sovrapponibile in termini di modalità e fondi investiti) a simili iniziative di connettività: la Belt and Road Initiative cinese e la Build Back Better World (B3W) a guida statunitense. Tuttavia, l’approccio dell’Unione alla regione resta “improntato alla cooperazione, non alla ricerca di uno scontro”, come chiarito dalla portavoce dell’Unione Europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Nabila Massrali e più volte sottolineato dalle autorità europee. Nella nuova strategia per l’Indo-Pacifico, viene rimarcata apertamente la volontà di mantenere un atteggiamento aperto e inclusivo nei confronti di tutti gli attori regionali che condividono preoccupazioni, interessi e valori con l’Unione. La stessa presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha commentato su Twitter: “Vogliamo un Indo-Pacifico sereno e prospero. Deve essere libero, aperto, interconnesso, prospero, con un’architettura di sicurezza basata su regole che serva tutti gli interessi. Continueremo a incoraggiare Pechino a fare la sua parte in una regione indopacifica pacifica e prospera”.

Resta da vedere se l’Europa sarà davvero in grado di farsi largo tra le due superpotenze in competizione per perseguire la propria ambiziosa agenda, offrendo una reale alternativa ai partner regionali, o se la recente volontà di accrescere la propria proiezione politica, militare ed economica non farà che esacerbare il clima di tensione nell’area. 

La visione razionale dell’ASEAN

Si innalzano le tensioni nel Pacifico: il Sud-Est asiatico offre il suo modello come soluzioni di salvaguardia della pace

Editoriale a cura di Valerio Bordonaro

Nell’ultimo mese, l’ASEAN si è tornata ancora una volta ad essere un crocevia per la diplomazia mondiale. Luglio è iniziato con l’ormai abituale High Level Dialogue tra ASEAN e Italia, a Kuala Lumpur. L’occasione ha messo in rilievo la competenza italiana nell’ambito della transizione energetica e sono stati delineati i cinque punti su cui la partnership bilaterale Italia-ASEAN concentrerà gli sforzi. Si sta valutando una partnership tra i governi ASEAN e le imprese private italiane, per rendere gli investimenti più attraenti. In questi giorni si è invece svolto il summit dei Ministri degli Esteri dell’ASEAN nella capitale cambogiana Phnom Penh. E, ancora una volta dopo il recente viaggio del Presidente indonesiano Joko Widodo tra Kiev e Mosca, il Sud-Est asiatico si erge a possibile mediatore di conflitti seguendo la sua linea di neutralità e pacifismo. Il forum di Phnom Penh si è svolto infatti nel mezzo delle tensioni tra Stati Uniti e Cina per il viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan. Il mondo pare essersi retoricamente diviso in due, con Washington e G7 a condannare la dura reazione di Pechino che comprende esercitazioni militari intorno all’isola, e la Russia che invece sostiene la Cina insieme alla Corea del Nord. L’ASEAN, invece, adotta una sua terza via sperando di poter indicare un metodo diverso per le relazioni internazionali. In una rara presa di posizione ufficiale in merito alle questioni inerenti Taipei, l’ASEAN ha diramato una nota sollecitando sia Usa sia Cina a placare le tensioni e ad astenersi da provocazioni. L’ASEAN ha affermato che “la comunità globale ha urgente bisogno della saggezza e responsabilità di tutti i leader per tutelare il multilateralismo e i partenariati, la cooperazione, la coesistenza pacifica e una leale competizione per salvaguardare i comuni obiettivi della pace, della stabilità, della sicurezza e dello sviluppo inclusivo e sostenibile”. Un invito rivolto a entrambe le superpotenze. L’ASEAN ha anche espresso l’impegno a giocare un ruolo costruttivo nella “facilitazione del dialogo pacifico tra tutte le parti, anche tramite il ricorso a un meccanismo a guida ASEAN per placare le tensioni, salvaguardare la pace, la sicurezza e lo sviluppo nella nostra regione”. Dalle crisi attuali, l’ASEAN sta uscendo con un’immagine più forte, fatta di razionalità e diplomazia.

L’evoluzione delle relazioni tra Australia, Nuova Zelanda e ASEAN

Dopo le elezioni australiane dello scorso maggio, sia Canberra sia Wellington sono guidate da governi laburisti. I due Paesi sono accomunati da un profondo legame con gli Stati Uniti, ma hanno approcci differenti alla crescente assertività cinese. La cooperazione con ASEAN potrebbe giocare una parte importante nella stabilità della regione.

Nelle elezioni australiane dello scorso maggio il laburista Anthony Albanese ha sconfitto il primo ministro liberale uscente Scott Morrison. Dopo il cambio di amministrazione a Canberra, sia Australia sia Nuova Zelanda sono guidate da governi laburisti. Entrambi i governi giocano una partita complessa nello scacchiere Indo-pacifico. Da un lato, i due Paesi rappresentano l’estremità australe dell’“anglosfera” (nonché della relativa alleanza di intelligence Five Eyes) e sono partner chiave degli Stati Uniti – insomma un pezzo di “Occidente” ad Estremo Oriente. Dall’altro, i loro rapporti con i Paesi asiatici vicini sono scanditi da alterne fasi di diffidenza e fiducia, cooperazione e tensione. Quale sarà dunque la strategia indo-pacifica di Australia e Nuova Zelanda nei prossimi anni?

Già durante la campagna elettorale il Partito laburista australiano aveva espresso con vigore il suo supporto al  Quadrilateral Security Dialogue (Quad, comprendente Australia, India, Giappone e Stati Uniti) e all’AUKUS (che lega Canberra a USA e Regno Unito), accordi nei quali i precedenti governi liberal-nazionali si erano impegnati rispettivamente nel 2017 e nel 2021. Appena tre giorni dopo la vittoria elettorale, il nuovo primo ministro Albanese era già a Tokyo per il summit dei leader Quad, in occasione del quale ha confermato che il suo governo avrebbe continuato a sostenere il Dialogue. Allo stesso tempo, il governo Albanese intende porsi in discontinuità riguardo a certi aspetti della politica estera dei precedenti esecutivi di centro-destra, inaugurando una nuova fase di engagement con le nazioni del Pacifico e di impegno nella cooperazione climatica internazionale. I governi Morrison si erano sempre opposti alle politiche di lotta al cambiamento climatico – anche quando buona parte del Paese era avvolta nelle fiamme tra 2019 e 2020 – e l’innalzamento del livello dei mari è una minaccia esistenziale per molti Paesi della regione: non sorprende dunque che l’Australia negli ultimi anni godesse di poco credito presso gli Stati insulari della regione più vulnerabili al riscaldamento globale. La nuova ministra degli esteri Penny Wong ha promesso inoltre di aumentare il supporto finanziario per i Paesi del Sud-est asiatico, anche per togliere spazio alla crescente influenza cinese nella regione – Wong è arrivata a definire il recente patto di sicurezza tra Cina e Isole Salomone il “peggior fallimento della politica estera australiana nel Pacifico dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”. 

In effetti, l’espandersi dell’influenza militare dei grandi Paesi asiatici è da sempre vista come una minaccia da Canberra: a inizio secolo era il Giappone, nella seconda metà del Novecento la Cina e in misura minore l’Indonesia. Il miglioramento dei rapporti tra Pechino e Washington negli anni Settanta aveva rasserenato anche gli australiani che avevano iniziato a vedere nell’Asia un’opportunità anziché una minaccia. Negli anni Novanta, un altro primo ministro laburista, Paul Keating, aveva efficacemente riassunto il cambio di paradigma poco prima di concludere un accordo di sicurezza con Giacarta: l’Australia doveva perseguire la propria sicurezza “in Asia, non dall’Asia”. I rapporti tra Australia e Cina sono rimasti eccellenti per decenni e ancora erano tali quando Xi Jinping si recò nel Paese nel 2014 per una visita ufficiale culminata in uno storico discorso al Parlamento australiano. Ciononostante, il deterioramento dei rapporti tra Cina e USA negli ultimi anni è stato accompagnato da un irrigidimento della politica estera rispetto a Pechino anche di Canberra. Passano i decenni, ma gli australiani continuano a seguire gli alleati americani.

La Nuova Zelanda sembra invece aver assunto una posizione più sfumata di recente rispetto alla strategia americana per l’Indo-pacifico. A inizio luglio, la prima ministra Jacinda Ardern ha invitato ad essere più cauti rispetto alla presenza cinese nella regione. Per Ardern è infatti sbagliato considerare le recenti azioni di Pechino come una “novità” rispetto alla quale i governi dovrebbero prendere schierarsi a favore o contro: “il mondo è dannatamente incasinato (bloody messy). Eppure, in mezzo a tutta la complessità, noi continuiamo spesso a vedere le questioni in bianco o nero”. La cautela di Ardern si contrappone alla posizione tranchant assunta da Joe Biden, secondo il quale è in corso una battaglia tra democrazia e autocrazia nel mondo che impone ad ogni governo di scegliere da che parte stare. Wellington auspica una de-escalation delle tensioni nella regione e una maggiore cooperazione tra tutti gli attori, anche qualora Pechino si facesse ancora più assertiva. I neozelandesi comunque non rimangono indifferenti di fronte alle manovre cinesi: anche loro, come l’Australia e gli USA, hanno espresso un certo allarme rispetto all’accordo di difesa Cina-Isole Salomone.Australia e Nuova Zelanda si trovano in una posizione non dissimile dai Paesi ASEAN, coinvolti quasi loro malgrado nella competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Wellington sembra intenzionata a seguire una strategia simile a quella impiegata da altri governi della regione: dialogare con la Pechino senza rinunciare alla cooperazione strategica con Washington. Canberra invece sembra più rigida nelle sue preoccupazioni per la sicurezza e più in linea con la visione di Biden. Entrambi i governi però potrebbero trarre giovamento da una maggiore cooperazione proprio con i Paesi ASEAN: l’organizzazione regionale infatti costituisce un fattore di stabilità nella regione e un partner centrale, come riconosciuto anche in sede Quad, che potrebbe bilanciare l’assertività cinese. Il nuovo governo laburista australiano dovrebbe però accettare di cooperare con l’ASEAN su altri temi e non esclusivamente sulla sicurezza: un rafforzamento dei legami economici e politici è propedeutico e necessario rispetto ad altre forme di cooperazione più sensibili.  La cooperazione climatica  internazionale potrebbe costituire un primo banco di prova e, come abbiamo visto, i due governi laburisti a Canberra e Wellington hanno espresso la loro intenzione di costruire nuove partnership con gli altri governi dell’Indo-pacifico.

La transizione energetica si fa in Asia

Gli effetti della guerra in Ucraina non stanno rallentando, ma semmai accelerando, un processo di dimensioni storiche

478,7 miliardi di dollari di obbligazioni sostenibili in circolazione alla fine del primo trimestre del 2022 tra ASEAN e Asia orientale, con un’espansione del 51,3% su base annua. Emissioni record di debito verde, sociale e sostenibile (i cosiddetti GSS bond) nel 2021 per un totale di 24 miliardi di dollari nelle sei maggiori economie dell’ASEAN, con un aumento del 76% rispetto ai 13,6 miliardi di dollari del 2020. Sono alcuni dei numeri della corsa “green” del Sud-Est asiatico, che si riflette in economia, politica e finanza. L’ASEAN e l’Asia orientale rappresentano il 18,1% delle obbligazioni sostenibili in circolazione a livello globale, dietro solamente l’Europa. Due regioni che credono molto nella transizione energetica. Un processo che in ASEAN non è stato rallentato, ma semmai velocizzato dalla guerra in Ucraina e dai suoi effetti collaterali. La necessità di aumentare il peso di fonti energetiche alternative non è mai stata così evidente. Singapore ha annunciato che le agenzie governative emetteranno fino a 35 miliardi di dollari di green bond entro il 2030. Lo scopo è quello di finanziare progetti infrastrutturali ecologici e a disincentivare l’utilizzo di mezzi di trasporto privati. La Thailandia ha iniziato a emettere con rapidità obbligazioni sostenibili nel 2020, principalmente per aiutare la ripresa dalla pandemia. Da allora, l’emissione totale di obbligazioni sostenibili da parte del governo e delle imprese statali ha raggiunto i 3,5 miliardi di dollari. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche Filippine, Malesia e Indonesia. Ma la tensione verso la transizione energetica si vede anche nelle scelte dei governi e degli investitori. Il Vietnam ha appena approvato un programma che prevede restrizioni sulla produzione e sull’importazione di veicoli a carburanti fossili, con l’obiettivo di ottenere un’industria a zero emissioni entro il 2050. Per allora, tutti i veicoli su strada dovranno utilizzare energia verde o essere elettrici. Anche la rete ferroviaria dovrà essere interamente convertita. Atlas Capital, una società di venture capital nel settore delle tecnologie climatiche, e tante altre società regionali o internazionali stanno raccogliendo fondi per investire in progetti legati all’ambiente o alla transizione energetica nel Sud-Est asiatico. Una tendenza che sembra destinata ad accelerare sempre di più.

Gli effetti dell’inflazione sull’ASEAN


I Paesi del Sud-Est asiatico studiano il modo per reggere alla pressione causata dall’aumento dei prezzi. Ecco in che modo

Articolo a cura di Chiara Suprani

Le iniziative di policy per la ripresa post-pandemica dei Paesi si sono dovute confrontare con l’aggravamento della crisi alimentare attuale, esacerbata dalla guerra. Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari (IFPRI), fino ad oggi il 17,22% del mercato internazionale dei prodotti alimentari è stato soggetto ad innalzamento delle barriere tariffarie, e non,  o ad embarghi. L’inflazione, colpendo in particolare i Paesi delle economie più avanzate, ha ridotto l’afflusso di investimenti diretti esteri (IDE) da queste economie verso quelle dell’ASEAN. Secondo la Federal Reserve degli Stati Uniti, il tasso medio di inflazione nei Paesi dell’ASEAN è aumentato dallo 0,9% di gennaio 2021, al 3,1% di dicembre 2021, per poi raggiungere il 4,7% ad aprile 2022. I tassi di inflazione fino ad Aprile di Indonesia, Singapore, Laos e Thailandia sono stati tra i più acuti: Indonesia 149%, Singapore 161%, Laos 206% e Thailandia 267%. Il tasso di inflazione è diminuito in Malesia, mentre è rimasto sostanzialmente invariato nelle Filippine e nel Vietnam.  Tuttavia, in molti Paesi, la fiducia dei consumatori oggi è inferiore a quella del periodo pre-pandemico, e per gli economisti non si è arrivati ancora al picco massimo di pressione inflazionistica, che è previsto nei prossimi mesi. Sebbene le conseguenze della crisi degli approvvigionamenti, della ripresa post pandemica e della guerra in Ucraina non abbiano colpito in maniera uniforme i Paesi membri dell’ASEAN, tuttavia la reazione condivisa dalle banche centrali da alcuni di questi è stata quella di non aumentare immediatamente i tassi di interesse. Nelle Filippine, la banca centrale Bangko Sentral ng Pilipinas (BSP) si prepara ad alzare di mezzo punto i tassi di interesse, portando il tasso chiave dall’attuale 2,5% a 3%. In Indonesia, a marzo, il governo aveva dichiarato di voler mantenere l’inflazione tra il 3 e il 5 per cento per i prodotti alimentari, come l’olio di palma. Eppure, a giugno, l’inflazione è aumentata del 4,35% su base annua. Tra i Paesi dell’ASEAN, come nel caso del Vietnam il divieto di esportazioni di prodotti alimentari si applicherebbe solamente se la situazione interna fosse davvero critica. Per altri, lasciare l’economia aperta e priva di barriere o vincoli è ancora più vitale, come per Singapore. Ma alcuni Paesi hanno fatto della logica dietro all’espressione “nazionalismo alimentare”, cioè l’interruzione dell’esportazione di certi prodotti particolarmente chiave per l’economia del Paese, una vera e propria iniziativa di policy, con conseguenze a catena sulle economie dei loro partner ASEAN. Per stabilizzare il prezzo delle carni di pollo, il governo della Malesia ha imposto un embargo all’esportazione di carne di pollame a partire da giugno, e una task force chiamata dal Primo Ministro Ismail Sabri Yaakob “Jihad against inflation”, per combattere l’inflazione. In Indonesia l’embargo di olio di palma durato tre settimane, è stato quello con l’effetto monetario più impattante dall’invasione russa dell’Ucraina, con 19 miliardi di dollari americani di prodotto soggetti a restrizioni. Giacarta, a causa dell’embargo di carne di pollo della Malesia, ha iniziato ad inviare tonnellate del prodotto a Singapore. La città-stato, il cui piatto nazionale è di fatto il riso al pollo (chicken rice), si è trovata nella condizione di dover differenziare il proprio approvvigionamento. Nell’attuale situazione inflazionistica e di nazionalismo alimentare, secondo Roehlano M. Briones, ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sullo Sviluppo delle Filippine (PIDS), occorre “integrare la cooperazione regionale, (che) è qualcosa che è abbastanza cruciale per guidare e stimolare la crescita continua e l’emergere di una regione ricca di scambi regionali di mais e carne all’interno dell’ASEAN.” 

Cina-ASEAN e crescita globale

Nel 2022 e 2023 si prevede che i Paesi del Sud-Est cresceranno di più della Cina e sopra la media dell’Asia-Pacifico

Editoriale a cura di Lorenzo Riccardi

Managing Partner RsA Asia

Il Ministero dei Trasporti cinese ha annunciato la decisione di istituire un ufficio speciale per supervisionare il funzionamento del nuovo corridoio via terra e mare per la logistica e il commercio, che collega la Cina occidentale con diversi Paesi dell’ASEAN. Il corridoio, con centro operativo a Chongqing, collega 14 province cinese con 310 porti in 107 Paesi e regioni del mondo, ed in particolare promuove il commercio tra la Cina e i Paesi dell’ASEAN nell’ambito dell’accordo di Partenariato Economico Globale Regionale (RCEP). Nel 2022, il Ministero dei trasporti si è posto l’obiettivo di ampliare la capacità di trasporto del corridoio con nuove infrastrutture quali ferrovie, autostrade, porti ed aeroporti, oltre a promuovere lo sviluppo di un hub internazionale Chengdu-Chongqing.  L’ASEAN è una comunità eterogenea di nazioni unite da obiettivi comuni: tra i Paesi membri vi sono infatti città-stato con un elevato PIL pro-capite (Singapore e Brunei), nazioni popolose con un’economia dinamica e in espansione (Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia e Vietnam), e Paesi meno avanzati con un reddito medio-basso (Cambogia, Laos, e Myanmar). Nonostante le differenze sociali ed economiche, l’ASEAN è una delle principali aree di libero scambio con una quota di oltre il 7,5 per cento del commercio mondiale. I Paesi del Sud-Est asiatico, che con 3.300 miliardi di dollari di PIL aggregato rappresentano circa il 3,5 per cento del PIL mondiale, sono stati fortemente impattati dalla pandemia: nel 2020, il PIL regionale si è contratto del 3,2 per cento (con l’eccezione del Vietnam, cresciuto nell’anno di oltre il 2,9 per cento), per poi rimbalzare nel 2021 di oltre 3 per cento, nonostante il -18 per cento registrato in Myanmar in seguito alle tensioni politiche. Le stime più recenti, diffuse in occasione del meeting dei Ministri dell’Economia dell’associazione, prevedono una crescita del 4,9 per cento per il 2022 e del 5,2 per cento per il 2023, superiori ai tassi di crescita che il Fondo Monetario Internazionale prevede per la Cina (4,4 per cento e 5,1 per cento), e per l’intera regione Asia Pacific (4,7 per cento e 4,9 per cento). È utile evidenziare che il Sud-Est Asiatico è il principale partner commerciale della Cina (878 miliardi di dollari di interscambio nel 2021, e 371 miliardi nei primi cinque mesi del 2022, in rialzo del 10,2 per cento rispetto allo stesso periodo 2021), nonché terzo mercato di destinazione dei beni cinesi e principale origine delle importazioni cinesi. Cina e ASEAN sono sempre più partner strategici nel ruolo crescente che ha oggi l’Asia sul commercio e gli investimenti  dell’economia globale.

Oceania e ASEAN più vicine di quanto si pensi

Australia e Nuova Zelanda non anelano partecipare al confronto tra potenze in Asia-Pacifico. E hanno obiettivi simili ai Paesi del Sud-Est

“È sbagliato parlare di Occidente contro la Russia. Siamo una democrazia liberale e cerchiamo di promuovere, ovviamente, i valori che sono importanti per noi ma cerchiamo anche di garantire che le nostre risposte in politica estera si basino su fatti, non su asserzioni e supposizioni”. A parlare, durante un intervento da Sydney, è Jacinda Ardern. Di più: “Non diamo per scontato che la Cina, in quanto membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non abbia un ruolo da svolgere nell’esercitare pressioni sulla Russia” sull’invasione, ha aggiunto la premier della Nuova Zelanda. Una visione più sottile della diplomazia rispetto allo “scontro ideologico” tra democrazie e regimi autoritari di cui parlano spesso gli Stati Uniti, soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Nonostante la charme offensive di Washington in Asia-Pacifico e nonostante l’indiscussa inclusione nell’elenco delle democrazie liberali, i Paesi dell’Oceania dimostrano di avere un approccio pragmatico, anche l’Australia, che negli ultimi anni ha visto i suoi rapporti con la Cina toccare il minimo storico, non sembra intenzionata a promuovere contrapposizioni. A margine del summit dei Ministri degli Esteri del G20 è andato in scena un bilaterale molto significativo tra il cinese Wang Yi e l’australiana Peggy Wong. “Abbiamo parlato con franchezza e ascoltato attentamente le rispettive priorità e preoccupazioni. Abbiamo le nostre differenze, ma è nell’interesse di entrambi che le relazioni si stabilizzino”, ha detto la Ministra del nuovo governo australiano guidato dal laburista Anthony Albanese. Come ha scritto The Straits Times, per decenni l’Australia è stata vista come un avamposto anglosassone e come il “vice sceriffo” dell’America nel Pacifico. Canberra sembra però intenzionata ad avere un crescente impegno con il Sud-Est asiatico per stringere i legami con una regione che vuole evitare che la competizione tra potenze si trasformi in un vero e proprio confronto. E pare volerlo fare senza fermarsi a scontrarsi con Pechino per esercitare influenza sulle isole del Pacifico, ma cooperando in maniera concreta con l’ASEAN e i governi dell’area. Un maggiore coinvolgimento in Asia da parte del governo Albanese può evidenziare, ancora una volta, la posizione unica dell’Australia e in generale dell’Oceania tra Oriente e Occidente.

Sud-Est, il tesoro della biodiversità

I mari e le foreste della regione, se protetti in maniera pianificata e seguendo logiche scientifiche calate nella realtà ecosistemica locale, potrebbero diventare un motore della crescita economica regionale

Articolo di Chiara Suprani

A dicembre dell’anno scorso le Filippine e la Malesia sono state travolte da cataclismi naturali che hanno provocato ingenti fatalità e serie conseguenze sul territorio e la biodiversità dei due Paesi. Non solo Filippine e Malesia, ma l’intero Sud-Est asiatico è una delle zone più colpite dal cambiamento climatico al mondo. Eppure, il ruolo della regione è oltremodo cruciale nel progresso degli obiettivi di transizione energetica globale e il suo potenziale economico nel settore della protezione ambientale è stato valutato solo di recente. 

L’Accademia delle Scienze della Malesia ha pubblicato il 15 giugno uno studio commissionato dal gruppo Campaign for Nature, intitolato “The Nexus Of Biodiversity Conservation And Sustainable Socioeconomic Development In Southeast Asia”, che riconosce il valore, in termini sia ambientali sia economici, di investimenti in conservazione e protezione della biodiversità dell’estremità sudorientale del continente asiatico. Per di più, l’Accademia evidenzia il sostanziale contributo che la competenza nella salvaguardia degli ecosistemi dei Paesi ASEAN potrebbe dare ad altri, se fosse elevata a modello di sviluppo socio-economico. Difatti, sebbene il Sud-Est asiatico ricopra solamente il 4 per cento delle terre emerse globali, secondo l’Indice di Conservazione della Biodiversità (Biodiversity Intactness Index- BII) la regione, da sola, ospita l’80 per cento della diversità biologica mondiale. Ciò che fa spiccare il caso del Sud-Est asiatico quale ragionevole modello a cui ispirarsi è dato dal fatto che è la regione meglio capace al mondo di preservare la biodiversità che la caratterizza. Quindi se correttamente finanziato, il Sud-Est asiatico potrebbe essere la culla del nesso a lungo cercato tra crescita sostenibile e conservazione di fauna e flora locali. 

I mari e le foreste della regione, se protetti in maniera pianificata e seguendo logiche scientifiche calate nella realtà ecosistemica locale, potrebbero diventare un motore di crescita economica regionale, la quale non sarebbe più basata sullo sfruttamento ma bensì sull’arricchimento delle risorse naturali, facendo così della regione un modello di crescita economica basata sulla protezione ambientale. 

Lo studio malesiano ha colto l’importanza della protezione ambientale quale fattore economico attivo nella crescita di un Paese grazie ad un report del World Wide Fund for Nature (WWF) del 2018, che ha riconosciuto alla conservazione degli ecosistemi mondiali il valore di 125 trilioni di dollari americani. Di questi, considerato che il 57 per cento di aree marine e foreste protette globali mondiali è nel Sud-Est asiatico, 2,9 trilioni di dollari americani potrebbero finire ai Paesi ASEAN, il cui prodotto interno lordo (PIL) nel 2018 era di 3 trilioni di dollari americani. Quindi il potenziale economico della protezione e conservazione della biodiversità è, nelle premesse, molto allettante, soprattutto per dei Paesi in via di sviluppo. Ma per poter raccogliere questi benefici, i governi della regione devono essere disposti ad investire, a partire da oggi, 10 miliardi di dollari americani all’anno, che potrebbero diventare 46 miliardi annuali nel 2030. Inoltre, i finanziamenti devono essere destinati a progetti come il ripristino delle mangrovie, l’inverdimento delle città, la generazione di crediti di carbonio, l’educazione delle persone e la digitalizzazione. 

Un membro del comitato direttivo di Campaign for Nature, il professor Emil Salim, ha affermato che inquadrare la biodiversità come un’impresa generatrice di entrate è la chiave per coinvolgere le agenzie internazionali e locali nella conservazione. Per esempio il Rimba Raya Biodiversity Reserve Project in Indonesia è il più grande progetto per la riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado forestale (REDD+), che punta a preservare torbiere tropicali ad alta densità di carbonio e ha interrotto la deforestazione di 65 mila ettari che sarebbero stati adibiti alle coltivazioni di olio di palma. Grazie a questo progetto, finanziato anche dalla canadese Carbon Streaming, parte delle entrate derivanti dalla vendita dei crediti-carbonio è stata reimmessa nelle comunità locali e nelle infrastrutture. Questo è stato il primo progetto REDD+ ad aver contribuito a tutti i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e l’interruzione della deforestazione di Rimba Raya ha permesso anche la salvaguardia di 105 mila orangotanghi, specie a rischio di estinzione. 

Tra gli ambienti ecosistemici, le foreste sono tra i più ricchi di biodiversità, e il loro valore non si misura solo nella loro ampiezza, ma anche nella loro rigogliosità e benessere. Trovare il giusto bilanciamento tra agricoltura, arboricoltura e foreste protette è chiave, ma la tutela del loro benessere ecosistemico è imperativo per la loro sopravvivenza, specialmente quando le conseguenze del cambiamento climatico colpiscono le piantagioni tanto quanto gli ecosistemi protetti. Oxford Economics, una società di previsione globale, ha evidenziato che in una prospettiva di lungo termine, Thailandia e Filippine sono sopra la media rispetto all’aumento delle temperature e nella frequenza e volume delle piogge torrenziali. La società ha notato che le ondate di caldo in Thailandia nel dicembre 2014 e in Vietnam nel febbraio 2019 hanno contribuito a far salire i prezzi dei generi alimentari tra il 5 e il 6% durante quei mesi. Quindi concentrare gli sforzi e gli investimenti per migliorare la resilienza climatica degli ecosistemi, ridurrebbe la vulnerabilità di questi a condizioni meteorologiche estreme e permetterebbe ai governi di avere più controllo sulle conseguenze economiche di questi eventi sul Paese. 

High Level Dialogue Italia-ASEAN

 “Gli interessi di Italia, ASEAN e Unione Europea coincidono”, sottolinea il Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, Romano Prodi

Si è svolta mercoledì 6 luglio a Kuala Lumpur, in Malesia, la sesta edizione dell’evento organizzato da The European House Ambrosetti con l’Associazione Italia-ASEAN e il patrocinio di Maeci e Confindustria. L’High-Level Dialogue on ASEAN-Italy Economic Relations è l’evento di riferimento nella regione ASEAN per il rafforzamento dei legami economici e strategici tra i Paesi ASEAN e l’Italia. Durante l’appuntamento ibrido fisico-digitale, sono stati affrontati i temi più all’avanguardia: prospettive macroeconomiche dell’ASEAN nello scenario post-pandemico, tecnologie verdi per un futuro sostenibile, e-economy, tecnologie intelligenti e catene di valore 4.0, aerospaziale e sicurezza per la resilienza, opportunità di investimento e strumenti di cooperazione tra Italia e Paesi ASEAN. L’evento è stato aperto virtualmente dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio: “Rafforzare le relazioni con l’ASEAN è una priorità per l’Italia”, ha dichiarato. “Già più di 700 imprese italiane stanno facendo affari nel mercato ASEAN, terzo in Asia e quinto al mondo, ma c’è ancora un enorme potenziale inespresso sia in comparti tradizionali come quello dell’agroalimentare che nei settori innovativi delle rinnovabili e della transizione digitale”, ha detto invece il Sottosegretario Manlio Di Stefano. All’evento hanno preso parte, tra gli altri, il Ministro dell’Economia della Malesia Dato Sri Mustapa Mohamed, il Ministro presso l’Ufficio del Primo Ministro della Cambogia Sok Chenda Sophea,  il Vice Segretario generale dell’ASEAN Satvinder Sing. Sono intervenuti anche Romano Prodi (Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN), Ramesh Subramaniam (Direttore Generale per il Sud-Est asiatico della Asian Development Bank), Carlo Ferro (Presidente dell’Italian Trade Agency), Valerio De Molli (Managing Partner & CEO, The European House – Ambrosetti), Lorenzo Tavazzi (Responsabile per lo Sviluppo Internazionale di The European House – Ambrosetti) e i due Vicepresidenti di Associazione Italia-ASEAN, Michelangelo Pipan e Romeo Orlandi. “Gli interessi di Italia, ASEAN e Unione Europea coincidono: un ordine mondiale caratterizzato dalla cooperazione e non dal confronto”, ha dichiarato il Presidente Prodi. “Un mondo che promuova il commercio, faciliti l’approvvigionamento e prometta lo sviluppo globale, con l’obiettivo di tenere sotto controllo i rischi legati all’ambiente”.

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