Asean

Le ripercussioni della guerra in Ucraina sul Sud-Est asiatico

Il blocco delle nazioni ASEAN è esposto, a varie intensità, alle sanzioni rivolte all’economia russa. Energia, grano e investimenti sono i settori in cui principalmente si intersecano queste relazioni

Mentre gran parte del mondo “occidentale” guarda con apprensione agli sviluppi del conflitto russo-ucraino e condanna Mosca con severe sanzioni economiche, i membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico hanno assunto posizioni poco omogenee. Secondo alcuni osservatori, il ritardo nel rilasciare dichiarazioni sulla crisi e la mancanza di esplicita condanna della Russia da parte dell’ASEAN sono sintomatici della difficoltà incontrata dagli attori della regione di trovare una sintesi soddisfacente tra le relazioni bilaterali che ciascuno intrattiene con la Russia. Singapore e Myanmar, ad esempio, condensano le divisioni del blocco, l’una condannando esplicitamente le azioni di Mosca, l’altra esprimendo sostegno. Le ragioni di queste contraddizioni sono da ricercarsi nei legami storici e commerciali che uniscono le sorti Sud-Est asiatico a quelle della Russia.

Il blocco delle nazioni ASEAN è esposto, a varie intensità, alle sanzioni rivolte all’economia russa. Energia, grano e investimenti sono i settori in cui principalmente si intersecano queste relazioni. Secondo James Guild del Diplomat, anche se c’è incertezza rispetto alle ripercussioni del conflitto sulla tenuta dell’economia del Sud-Est asiatico, esistono alcuni indizi che possono anticiparne l’impatto. In primo luogo, il ruolo della Russia come fornitrice di energia globale preoccupa alcuni Paesi in particolare. Anche se per Singapore solo il 5,7% del petrolio importato nel 2019 è russo, e per la Thailandia il 3,3%, il Vietnam potrebbe essere più esposto agli shock di fornitura energetica determinati dal conflitto, con il 15% del carbone importato nel 2019 che proviene proprio dalla Russia. Inoltre, i prezzi dell’energia erano già a rialzo prima dello scoppio del conflitto, e la guerra non farà che aggravare la situazione.

La pressione inflazionistica globale sui prezzi dei generi alimentari potrebbe subire un ulteriore aumento, mettendo in crisi economie come quella indonesiana e filippina, che nel 2019 hanno importato rispettivamente circa il 25% e il 16% del totale del grano da Russia e Ucraina. Molti Paesi del Sud-Est asiatico hanno agenzie statali specializzate nella raccolta di beni essenziali per affrontare eventuali shock delle catene di approvvigionamento, ma il fenomeno di contrazione dell’offerta avrà comunque degli effetti su prezzi e produzione.

Resta poi da affrontare la questione delle numerose joint ventures che uniscono i destini delle economie ASEAN a quello della Russia. In generale sembra vi sia urgenza di interrompere le partnership commerciali con Mosca, anche per via dell’impossibilità pratica di compiere scambi e transazioni. Un caso emblematico è quello della centrale a carbone vietnamita Long Phu 1, il cui appaltatore russo teme che non riceverà mai indietro il denaro investito nella realizzazione del progetto. Il legame tra Mosca e Hanoi risale ai tempi dell’era sovietica, ed era principalmente imperniato sulla fornitura di equipaggiamenti per la difesa da parte della Russia, che domina il 60% delle importazioni militari vietnamite. Nonostante il Vietnam non abbia condannato l’invasione russa del territorio ucraino, le sanzioni internazionali potrebbero compromettere le relazioni economiche anche con lo storico alleato comunista.

La Russia si era ritagliata pazientemente un margine d’influenza sulla regione del Sud-Est asiatico. Al di là del primato nella fornitura di armi, la politica “turn to the East” era un riconoscimento esplicito di quanto il presidente russo Vladimir Putin tenesse in considerazione le relazioni con gli attori regionali. Quando nel 2021 si sono celebrati i trent’anni delle relazioni ufficiali tra Russia e ASEAN, Putin aveva encomiato la prossimità politica tra le parti sottolineando come spesso le posizioni delle nazioni del blocco su questioni di rilevanza globale coincidano con quelle russe. In effetti i due attori hanno anche pubblicato un piano d’azione globale per attuare il loro partenariato strategico per il 2021-25, che tocca le dimensioni commerciale, strategica e securitaria. Tutto ciò dimostra come Mosca abbia riservato per sé relazioni specifiche con il Sud-Est asiatico, allontanandosi dagli altri due modelli dominanti, quello statunitense e quello cinese. Al contrario di Washington e Pechino – e fatta eccezione per la sua controversa fornitura di armi al Myanmar – Mosca non è infatti direttamente coinvolta in nessuna crisi politico-diplomatica nell’area. Per Russia e Paesi del Sud-Est asiatico, i legami economici e commerciali, e talvolta ideologici, sono anche un ponte di scambio diplomatico. Le diverse posture assunte dalle nazioni del blocco stigmatizzano le difficoltà dell’ASEAN di rivendicare il principio di centralità in questioni che toccano individualmente questi storici legami bilaterali.

Arriva il carbon pricing sulle merci importate nell’UE

Bruxelles vuole rendere le sue politiche climatiche più ambiziose ed evitare il carbon leakage, imponendo ai prodotti importati lo stesso prezzo per le emissioni pagato sui beni made in EU.Quale impatto avrà il Meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera (CBAM) europeo sui rapporti commerciali – e diplomatici – con l’Asia?

Anche se gli sviluppi recenti della diplomazia climatica globale non sono stati soddisfacenti, a livello interno l’Unione Europea prosegue con l’attuazione del suo European Green Deal. La Commissione ha adottato lo scorso luglio il pacchetto Fit for 55 e si è prefissata degli obiettivi ambiziosi: ridurre le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030 e portarle a zero entro il 2050, raggiungendo la cosiddetta carbon neutrality. Una delle misure di questo pacchetto è il Meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera (Carbon Border Adjustment Mechanism, CBAM), uno strumento che mira ad imporre a certe merci importate nell’UE lo stesso prezzo delle emissioni di carbonio (carbon pricing) pagato per produrre gli stessi beni in Europa sotto il Sistema per lo scambio delle quote di emissione europeo (EU Emissions Trading System, EU ETS). Per raggiungere gli obiettivi di Fit for 55 e spingere i produttori europei a rendere più “verdi” i loro processi industriali, Bruxelles dovrà rendere più ambizioso il suo ETS, esponendosi quindi al rischio di carbon leakage, ossia di rilocalizzazione delle emissioni fuori dall’Unione. Infatti, le aziende potrebbero scegliere di smettere di produrre in Europa i beni colpiti dal carbon pricing per acquistare le stesse merci a prezzo minore dai Paesi terzi con una legislazione climatica meno rigorosa. Il carbon leakage, oltre a danneggiare l’economia europea, renderebbe meno efficaci le politiche climatiche, dato che spingerebbe le imprese a spostare le loro emissioni, non a ridurle. 

Al momento, l’UE affronta il rischio di carbon leakage prevedendo l’erogazione di quote a titolo gratuito nell’EU ETS, riducendone così l’efficacia. Il CBAM permetterebbe di superare le quote a titolo gratuito, portando a una più netta riduzione delle emissioni nell’UE tramite l’EU ETS, e avrebbe effetti anche nei Paesi terzi. Per evitare di pagare il prezzo del carbonio in Europa, i partner commerciali potrebbero dotarsi di un proprio strumento di carbon pricing oppure innovare i loro processi produttivi per ridurre le emissioni, quindi il costo al momento dell’esportazione.  Pur essendo una politica climatica interna, il CBAM riesce a influenzare i rapporti commerciali internazionali e l’impegno dei Paesi terzi nel raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi. I risultati sono già visibili, anche prima dell’approvazione definitiva dello strumento: la Turchia ha ratificato l’Accordo e ha ammesso che il CBAM, con i suoi potenziali effetti sull’export turco verso l’Europa, rappresenta una delle ragioni dietro tale scelta

Ma come funziona esattamente il CBAM? La Commissione si è mossa con molta cautela nella progettazione del Meccanismo. Nell’ultimo decennio, l’accademia e le organizzazioni internazionali hanno discusso approfonditamente sulle possibili forme di border adjustment mechanism, un innesto necessario per i sistemi di carbon pricing ormai diffusi in molti Paesi del mondo. L’UE ha sviluppato per prima questo strumento, sulla spinta dell’Accordo di Parigi e fissando un modello per gli altri Stati interessati a sviluppare regimi simili – Canada, Stati Uniti e Giappone hanno espresso la volontà di sviluppare i propri CBAM e cooperare con l’UE sul punto; il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha espresso il proprio supporto per la misura europea, in attesa di un accordo internazionale sul punto. Con il CBAM, Bruxelles ha ripetuto quanto aveva fatto quasi vent’anni fa con l’EU ETS – strumento a sua volta figlio di un lungo dibattito scaturito da un accordo internazionale, il Protocollo di Kyoto –, confermandosi la standard-setter globale per le politiche climatiche. Essere la capofila però comporta dei rischi: le misure che impongono costi maggiori all’importazione delle merci non sono mai apprezzate dai partner commerciali, in particolare da quelli che ne vengono maggiormente colpiti – o pensano di esserne colpiti, come vedremo –, e sono spesso oggetto di azioni legali presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Coerentemente con il suo impegno a favore del multilateralismo, l’UE ha posto quale principio base del suo CBAM il rispetto delle obbligazioni OMC. Analizzando la proposta di Regolamento della Commissione, sembra non essere presente alcuna discriminazione sanzionabile dall’OMC: le merci importate sono sottoposte a un regime che riproduce quello in vigore per i prodotti europei. Inoltre, il prezzo del carbonio eventualmente pagato nel paese di origine del bene è tenuto da conto e dedotto dalla cifra da pagare all’UE. Le quote a titolo gratuito dell’EU ETS verranno gradualmente ridotte, riflettendo la graduale entrata in vigore del CBAM. Al momento, i settori oggetto della misura sono cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti ed elettricità. In una seconda fase, la portata del CBAM sarà estesa anche ad altri settori. 

Pur rispettando il diritto OMC, il CBAM potrebbe comunque essere impugnato dai Paesi che si considereranno indebitamente colpiti. I critici della misura parlano di “protezionismo verde” per schermare le aziende europee dalla competizione esterna. Se, da un lato, tale valutazione appare eccessiva – il CBAM non favorisce le aziende europee, semmai riduce il vantaggio che i produttori stranieri traggono da politiche climatiche troppo poco incisive, sottoponendole agli stessi oneri dell’EU ETS –, dall’altro, è vero che la cooperazione è uno strumento di diplomazia climatica più efficace delle azioni unilaterali. In astratto, un prezzo del carbone globale sarebbe molto più efficace di una moltitudine di sistemi che richiedono ciascuno un CBAM, come ha osservato l’IMF. La proposta europea ha il merito di aver reso più concreto il dibattito su questo tipo di misura. 

La fondazione tedesca Konrad Adenauer ha mappato la posizione dei Paesi asiatici e dei loro stakeholder sul CBAM prima della pubblicazione della proposta della Commissione nel luglio 2021, quindi prima che se ne conoscesse l’architettura di massima. Le opinioni appaiono molto diverse. All’interno di ASEAN, Singapore e Thailandia non esprimono particolari preoccupazioni, mentre Malesia e Indonesia sono più critiche. Non c’è da stupirsi: l’import di Kuala Lumpur e Giacarta è già stato colpito in passato dalla politica ambientale UE – la famosa controversia sull’olio di palma – e i due Paesi farebbero fatica a sviluppare un sistema di carbon pricing per ridurre gli adempimenti del CBAM. Osservando i dati dei flussi commerciali tra i due blocchi, nessuno dei settori coperti dal CBAM è particolarmente rilevante per l’export dei Paesi ASEAN – con l’eccezione forse proprio della Malesia,  ma sempre in misura ridotta. Il problema non sembra tanto l’effettivo impatto della misura, ma una mancanza di fiducia da parte degli stakeholder dei due Paesi verso la politica ambientale UE. Bruxelles potrebbe superare queste perplessità supportando la transizione ambientale e cooperando con i Governi locali sulla politica climatica.

Anche in India e Cina i prossimi passi dell’UE saranno importanti per far prevalere una percezione positiva del CBAM. Nuova Delhi è, al momento, l’unico governo G20 sulla buona strada per raggiungere i suoi obiettivi di contenimento delle emissioni, ha già sviluppato degli strumenti di carbon pricing e le sue aziende attive nei settori coperti dal CBAM impiegano metodi di produzione avanzati ed efficienti. Questi fattori rendono probabile un effetto positivo del CBAM sull’export indiano verso l’UE, favorito da una minore competizione da parte di altri Paesi con politiche climatiche e processi industriali meno avanzati. Eppure, dal già menzionato rapporto della fondazione Konrad Adenauer emerge che una maggioranza degli stakeholder indiani è particolarmente critica rispetto al CBAM e ritiene la misura incompatibile con il diritto climatico internazionale e le norme OMC, nonché “punitiva” verso i Paesi in via di sviluppo. La Cina per ora non ha espresso una posizione negativa rispetto al CBAM, anche perché al momento sta cooperando con l’UE per sviluppare un proprio, ambizioso, ETS. Se la cooperazione proseguirà in modo proficuo, il CBAM finirà per favorire gli esportatori cinesi, anziché svantaggiarli. Pechino si aspetta che i suoi sforzi climatici siano riconosciuti da Bruxelles e che le sue aziende non siano colpite negativamente dal CBAM. Se la disponibilità cinese a collaborare sulla misura fosse disattesa dal lato europeo, il rischio di un’azione legale OMC riemergerebbe. In conclusione, l’UE deve tenere fede ai suoi propositi di cooperazione con i partner per evitare che il CBAM appaia come un’imposizione unilaterale restrittiva del commercio internazionale.

Se i malumori nei Paesi che abbiamo menzionato possono essere affrontati e superati facilmente, non è altrettanto facile rispondere alle preoccupazioni dei Paesi in via di sviluppo più poveri, privi della capacity per sviluppare strumenti di carbon pricing e delle risorse per avviare la propria transizione ecologica. Il CBAM colpirebbe soprattutto i loro prodotti. Da quanto emerge dal rapporto di valutazione d’impatto della proposta, Bruxelles è consapevole di tale rischio e intende aumentare il suo impegno per supportare questi sforzi. Eppure, l’UE e gli altri Paesi ricchi devono ancora dare seguito alle loro promesse di finanziamenti per il clima. Forse, proprio le entrate del CBAM potrebbero andare a finanziare la cooperazione tra l’UE e questi Paesi per raggiungere gli obiettivi di Parigi.

Gli investimenti asiatici in Africa

Non solo Cina. Diversi Paesi asiatici puntano forte sul continente africano tra investimenti e cooperazione commerciale e diplomatica. Una panoramica

L’interesse cinese per la regione africana è aumentato esponenzialmente nell’ultimo ventennio ma affonda le sue radici nel lontano 1955. 

Per poter capire al meglio le vicende attuali, è necessario fare un breve viaggio nel passato. Gli studiosi sono soliti scandire la relazione sino-africana in diverse fasi. Il primo approccio risale ai primi anni ’50, periodo in cui la RPC ha finanziato vari progetti di costruzione edilizia e supportato vari percorsi indipendentisti. Gli anni ’80 hanno dato il via ad una seconda fase della relazione, perlopiù negativa, in quanto si assiste ad un deterioramento del rapporto causato dalla chiusura verso l’interno da parte cinese. Ci troviamo nel periodo in cui il governo cinese inizia a prendere le distanze dalla linea maoista (improntata alla collettivizzazione delle risorse) per passare ad approcci capitalistici (promossi come temporanei e necessari a raggiungere l’ideale regime comunista), che risulteranno determinanti nei successivi rapporti sino-africani. La volontà cinese di supportare il “Terzo mondo” schiacciato dal colonialismo e il modello occidentale, si lega all’intenzionalità di promuovere un modello alternativo.

Gli anni ’90 hanno visto un intensificarsi delle relazioni e un approccio “aggiornato” della controparte asiatica rispetto a quello di mezzo secolo prima: lo spettro d’azione cinese ha incluso settori come il commercio, investimenti, assistenza di vario genere, trasferimento di competenze e formazione, ampliando il suo raggio d’azione e insinuandosi non solo nel settore privato ma anche in quello pubblico. 

Il nuovo millennio ha aperto ad un’ultima fase di crescita, continua e rapida. Il 2013 in particolare è stato un anno rappresentativo poiché ha segnato il sorpasso cinese sugli USA per gli investimenti in Africa. 

Tutto ciò si può tradurre in cifre: negli ultimi 20 anni il volume totale degli scambi tra Cina e Africa è aumentato del 24.7% e i prestiti dalla Cina hanno raggiunto la cifra di 153 miliardi. 

La domanda sorge spontanea: in cosa la RPC ha focalizzato i suoi investimenti?

  1. Materie prime: l’Africa dispone di quelle materie prime che mancano alla RPC, in particolare quelle del settore manifatturiero. È bene ricordare che la Cina, negli ultimi trent’anni, è passata da essere un’estesa economia agricola al maggior importatore agricolo globale. Questo le è costato il titolo di paese “low-cost” per il costo del lavoro.
  2. Mercato: il mercato africano è stato visto come particolarmente attraente dagli investitori cinesi sia per la sua estensione che per la recente liberalizzazione, due fattori importanti limitano la forza e il consolidamento dei player stranieri, affievolendo la competizione e facilitando l’inserimento nel mercato. 

Il modus operandi degli investimenti cinesi è stato caratterizzato dalla reciprocità, e in questo differisce da quello occidentale. Il Nord del mondo ha rivolto i propri investimenti il cui fine era l’agevolazione dei propri interessi personali, senza guardare al miglioramento delle condizioni locali. L’approccio cinese è stato, invece, onnicomprensivo e win-win: mettendo a disposizione dei partner lo stesso pacchetto di conoscenze che ha condotto la Cina al proprio sviluppo. 

La Repubblica Popolare Cinese è l’unico attore asiatico economicamente presente in Africa? 

È il Paese del Sol Levante a rispondere a questo quesito. Il capolavoro della diplomazia giapponese in Africa ha un nome: Ticad. Questo acronimo, che significa Tokyo International Conference on African Development, indica una serie di summit organizzati dal governo nipponico e dall’Onu sin dal 1993. Agli eventi, che ad eccezione del 2016 si sono sempre tenuti in Giappone, partecipano più di 40 capi di Stato africani. Ticad ha gettato le basi per progetti “degli africani”, nei quali il Giappone svolge il ruolo di agevolatore attraverso investimenti e know-how: molti degli accordi tecnici e commerciali con Tokyo sono stati firmati proprio durante queste conferenze, le quali sono state, e sono tutt’ora, un ottimo strumento di propaganda per la politica estera nipponica. 

I numeri parlano chiaro: tra il 2007 e il 2017 l’investimento diretto estero del Giappone in Africa è passato da 3,9 a 10 miliardi di dollari. Secondo il Direttore degli Affari Africani presso il Ministero degli Esteri giapponese, Shigeru Ushio, l’accesso ai mercati africani è di vitale importanza per le imprese nipponiche e per le start-up africane, le quali potranno svilupparsi approfittando di legislazioni agevoli in termini burocratici. 

Il Giappone è partito dalle infrastrutture. Il governo giapponese ha iniziato la sua corsa in Africa sviluppando ambiziosi progetti su scala sovra-regionale: un esempio tra tutti è costituito dal porto di Mombasa, considerato di importanza capitale poiché capolinea dell’autostrada transcontinentale – l’Inter-African Highway 8 – che collegherà Lagos, in Nigeria, alla città keniana. L’intero progetto è nelle mani della Toyo Construction Co., che non è certo la sola compagnia giapponese impegnata nella regione. Secondo l’Overseas Construction Association of Japan, ben 16 aziende di costruttori del Sol Levante sono attive in 22 Paesi africani. 

Ma il Giappone non si è limitato al settore delle infrastrutture. I suoi orizzonti sono ben più ampi e hanno raggiunto, in poco tempo, i mercati import-export e le nuove tecnologie, con 796 aziende nipponiche attive in Africa nel 2017. Alcune di queste, come la start-up Nippon Biodiesel Fuel in Mozambico, hanno creato un solido network di fornitori e agricoltori legati direttamente alle proprie attività. 

Il settore che ha visto un successo clamoroso del Sol levante è certamente quello energetico e minerario, come dimostra la presenza di uffici delle principali Corporation nipponiche: la Japan Oil, Gas and Metals National Corp., che si occupa dei rilievi per l’individuazione del petrolio in Kenya e dello sviluppo del gas naturale in Mozambico. 

Non c’è due senza tre”: a far compagnia alle potenze cinese e giapponese ci pensa l’India.

Le crescenti necessità commerciali dell’India hanno portato a un suo orientamento verso l’Africa in quanto partner economico sempre più rilevante e a un rinvigorimento della propria presenza navale nell’Oceano indiano occidentale per garantire la sicurezza degli scambi.

Nello specifico, la zona del Corno d’Africa è di cruciale importanza per New Delhi in quanto estremità nord-occidentale della regione dell’Oceano Indiano, di primaria importanza per la propria sicurezza. Storicamente, il porto di Adulis vicino a Massawa era un importante snodo del commercio marittimo tra Europa e Asia su cui si riversavano i mercanti indiani. La stabilità del Corno era già una delle priorità della madrepatria britannica per garantire la sicurezza e la prosperità economica della sua colonia indiana. Ottenuta l’indipendenza nel 1947, l’India adottò un isolazionismo militare che limitò la diffusione della propria influenza regionale. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, in concomitanza con il boom economico indiano, la domanda interna di materie prime necessarie a sostenere la crescita è aumentata esponenzialmente. Tutto ciò ha contribuito alla creazione di un ambiente dinamico e alla necessità di diversificare le forniture energetiche. Da quel momento, gli investitori indiani hanno iniziato a guardare alle opportunità offerte dal continente africano.

L’approccio indiano in Africa si basa sul mutuo rispetto e sulla non interferenza nel quadro di una cooperazione sud-sud. Nel Corno, l’India sostiene i paesi più bisognosi con aiuti allo sviluppo mirati e destinati soprattutto al settore agricolo, sanitario e dell’istruzione. Tutti i paesi della regione sono partner del progetto indiano Pan African e-Network, un’iniziativa lanciata nel 2009 dal governo di New Delhi e che punta a condividere con i paesi africani l’expertise indiana nei campi della sanità e dell’istruzione.

L’azione indiana in Africa non si esaurisce all’aiuto umanitario: il governo mira a soddisfare i propri bisogni di sicurezza energetica e alimentare, fondamentali per sostenere la crescita economica e demografica del paese, oltre che a sfruttare le opportunità imprenditoriali e di investimento emergenti. New Delhi è accompagnata dal mondo dell’imprenditoria e dai giganti del settore privato. Tra il 2000 e il 2014 il commercio bilaterale è cresciuto da 10,5 a 78 miliardi di dollari: l’India esporta attrezzature elettriche e altri macchinari, prodotti farmaceutici, alimentari, manifattura. 

In sintesi, il ruolo cinese di primo della classe all’interno dello scenario degli investimenti in Africa è costantemente sfidato dalla presenza giapponese e indiana. Il peso dell’India nel continente è in crescita: da un lato aiuta il governo indiano a uscire da una storia di scarso peso nei rapporti internazionali e scarsa attenzione alle relazioni internazionali, e dall’altro soddisfa le necessità di materie prime di un’economia in forte crescita. Il governo giapponese è, invece, consapevole dell’importanza del mantenimento della sua presenza in Africa per tutelare le vie di comunicazioni marittime, in quanto lungo le coste africane passa il petrolio che Tokyo importa dal Medio Oriente. A riprova del fatto che, sebbene vi sia una rivalità, ci sono anche delle convergenze: assicurare la presenza economica nel continente africano è interesse prioritario tanto per la Cina, quanto per il Giappone e l’India.

Le ambizioni spaziali asiatiche

Da alcuni dei più antichi programmi spaziali del mondo (Indonesia) a paesi con un’esperienza molto limitata anche nelle applicazioni di dati satellitari (Cambogia), da sforzi nazionali puramente accademici e commerciali (Singapore) a forti programmi controllati dal governo (Vietnam): i Paesi membri dell’ASEAN coprono l’intero spettro dei casi possibili quando si tratta di programmi spaziali, con ambizioni chiare e funzionali al proprio sviluppo.

Articolo a cura di Fabrizia Candido

Dati i livelli estremamente diversi delle industrie spaziali nella regione, non sorprende che non ci siano priorità spaziali in cima all’agenda dell’Associazione. Non solo le spese spaziali e lo stato di preparazione delle infrastrutture variano da paese a paese, ma ci sono ancora membri che non dispongono di agenzie specializzate per le questioni spaziali.

La cooperazione internazionale svolge quindi un ruolo chiave nello sviluppo dei programmi spaziali dei paesi ASEAN. Si cerca la collaborazione con nazioni con maggiore esperienza, che abbiano risorse finanziarie e competenze tecniche, e che siano disposte a supportare i programmi dei paesi con minori capacità. Poiché non ci sono potenze spaziali affermate nella regione del sud-est asiatico, è essenziale che questi paesi guardino un po’ più lontano, più precisamente a Stati Uniti, Giappone, India e Cina per fondi, tecnologia e formazione.

La “corsa allo spazio” del sud-est asiatico ha obiettivi più ridimensionati ma non per questo meno importanti: garantire che le risorse naturali non vengano sprecate ed evitare potenziali disastri ambientali. Sulla base del Piano d’azione dell’ASEAN per la Scienza, la Tecnologia e l’Innovazione 2016-2025, l’Associazione è attualmente a metà del suo percorso verso il miglioramento delle capacità in tre aree prioritarie: geoinformatica (es. telerilevamento, GNSS, GIS), applicazioni della tecnologia spaziale (ad es. riduzione del rischio di catastrofi, monitoraggio dell’ambiente e delle risorse, comunicazioni) e satelliti (ad es. nano, micro e piccoli satelliti, ecc.).

Un chiaro esempio viene dal Myanmar. Sembrerebbe un momento insolito per concentrarsi sull’invio di satelliti nello spazio mentre i conflitti civili infuriano e il COVID-19 continua a diffondersi. Tuttavia, il programma spaziale birmano, sviluppato in collaborazione con l’Università di Hokkaido e l’Università di Tohuku in Giappone, mira a migliorare la connettività, mitigare l’impatto dei disastri naturali e aumentare la produzione agricola. Ed ecco come: nell’agosto 2019 è stato lanciato Myanmar-sat2 per fornire servizi di distribuzione video e a banda larga migliorati. Con il nuovo satellite, e con quelli futuri, il Myanmar non dovrà più pagare una cifra pari a 10 (o più) milioni di dollari all’anno per noleggiare canali satellitari da Cina, Thailandia, Stati Uniti e Vietnam. In questo modo, per esempio, sarà possibile mostrare agli agricoltori cosa sta succedendo ai raccolti nei campi che possono essere difficili da raggiungere in determinati periodi dell’anno. Inoltre tali strumenti allerterebbero le autorità circa cambiamenti o stravolgimenti in aree remote che altrimenti passerebbero inosservati, consentendo di contrastare pratiche illegali come il disboscamento o l’estrazione mineraria prima che vengano arrecati seri danni all’ambiente locale. Ma, principalmente, i satelliti monitoreranno i fenomeni meteorologici, come i tifoni, e rileveranno l’attività sismica, consentendo alle autorità di evacuare a tempo debito persone e bestiame. Inoltre, in caso di disastro avvenuto, i satelliti forniranno agli analisti dati sui tempi di recupero delle aree interessate. È per tali fini che il Myanmar si è unito alla “super-costellazione” di nove nazioni asiatiche, tra cui anche Indonesia, Filippine e Vietnam, per lanciare e monitorare microsatelliti, condividendo tecnologia e dati osservativi.

Le stesse università giapponesi che collaborano con il Myanmar hanno aiutato anche le Filippine a lanciare un satellite nel 2016 che si è rivelato fondamentale per rilevare una malattia nei campi di banane. Tuttavia, il Philippine Space Development Act è stato approvato solo a dicembre 2018. Il disegno di legge prevede una politica di sviluppo e utilizzo dello spazio che funzionerà da tabella di marcia strategica per il futuro sviluppo spaziale.

Quanto alla Thailandia, invece, agli inizi degli anni Duemila il paese ha firmato un accordo bilaterale con la Francia per co-sviluppare il Thailand Earth Observation Satellite (Theos). I dati di Theos sono stati utilizzati per mappare le aree contese tra Cambogia e Thailandia, monitorare l’area delle colture agricole, ottenere aggiornamenti sulle situazioni di inondazione e per vari aspetti della gestione delle risorse naturali. Theos-2, che è stato approvato nel 2017 e il cui lancio era inizialmente previsto per il 2020, dovrebbe essere messo in orbita nel 2022.

Più indietro si collocano Laos, Cambogia, Brunei, mentre più ambizioso è il Vietnam. Fu di fatto un astronauta vietnamita, Pham Tuân, il primo uomo del sud-est asiatico ad andare nello spazio nel 1980. Il Vietnam, che nel 2017 ha annunciato che entro il 2022 avrebbe prodotto un satellite proprio e che sarebbe diventato “uno dei Paesi leader della regione in questo campo”, sta sviluppando, in collaborazione con il Giappone,  due tipi di satelliti dotati di radar dal peso di 600 kg chiamati LOTUSat-1 e LOTUSat-2 il cui lancio è previsto per il 2023.

Ma ad avere il programma spaziale più avanzato all’interno dell’ASEAN è l’Indonesia, avendo istituito la prima agenzia spaziale nazionale della regione ASEAN nel 1963, la LAPAN. Data la sua posizione e le sue condizioni geomorfologiche, l’Indonesia ha da tempo riconosciuto l’importanza della tecnologia spaziale per il suo sviluppo. Gran parte del programma spaziale indonesiano si concentra su applicazioni di comunicazioni spaziali, satelliti meteorologici, satelliti di telerilevamento e studi sugli aspetti socioeconomici e legali della tecnologia spaziale. Inoltre, in linea con la sua politica nazionale, l’Indonesia lavora alle sue capacità di lancio e ad altre tecnologie strategiche: l’obiettivo è l’autosufficienza nelle attività spaziali, arrivando a lanciare un satellite di produzione propria entro il 2040. Il paese, infine, sta aumentando il suo impegno negli affari spaziali globali, come dimostrato dalla partecipazione attiva agli Space Economy Leaders Meetings, un nuovo formato creato nel G20 dall’Arabia Saudita e poi ereditato dall’Italia. 

Infine, l’incursione di Singapore nello spazio è stata più recente rispetto ad altri paesi dell’ASEAN. Tuttavia, date le sue risorse finanziarie e tecnologiche, Singapore ha progredito rapidamente. Ad oggi, si concentra principalmente sull’uso della tecnologia spaziale per le comunicazioni, il controllo delle risorse e la ricerca accademica. La città-stato sta di fatto costruendo un pool di talenti con competenze tecniche nelle tecnologie satellitari, con numerosi programmi universitari che offrono corsi pertinenti. Il Satellite Technology and Research Center (STAR) della National University Singapore, per esempio, offre corsi per studenti universitari e post-laurea al fine di formare la manodopera necessaria per fare del Paese una punta dell’industria di veicoli spaziali.

Asia ed energia: quanto è verde l’Est?

La transizione energetica è un dovere di tutti, ma forse per il continente asiatico lo è un po’ di più. Perché lo sviluppo dei paesi asiatici interessa così tanto gli osservatori?

Il mondo di domani è già in Asia. Ma anche la crisi climatica, le disuguaglianze economiche e sociali, lo sfruttamento delle risorse. La ricerca di soluzioni immediate e concrete per contrastare la crisi ambientale è un imperativo assodato, e nessun luogo al mondo ha gli occhi puntati addosso più dell’Asia. Sebbene i grandi inquinatori risiedano nel nord del mondo e in Cina, anche il resto di quell’Est più arretrato preoccupa gli osservatori. In questa parte di mondo la popolazione aumenta, crescono gli standard di benessere individuale e piovono i finanziamenti nell’edilizia civile e nelle infrastrutture: tutti elementi che rischiano di riproporre i modelli di inquinamento degli ultimi decenni.

L’energia è presto diventata la chiave di volta sul tavolo di quelle “risposte concrete” che i governi devono sviluppare entro i prossimi decenni, pena l’aumento delle emissioni che stanno alla base del riscaldamento globale. Le cosiddette emissioni climalteranti sono responsabili dell’effetto serra e sono riconducibili solo in minima parte alle normali funzioni dell’ecosistema terrestre. Escludendo la curiosità per cui il vapore acqueo è classificato come il gas serra più presente in atmosfera (effetto generato a sua volta dall’innalzamento delle temperature), si parla soprattutto di anidride carbonica (CO2) e metano (CH4). Queste emissioni sono in larga parte riconducibili ai sistemi produttivi e agli standard di vita dei paesi avanzati, che dipendono a loro volta dalle fonti energetiche.

Fonte: International Energy Agency (Iea)

Per quanto semplice possa suonare, affrontare una rivoluzione dei sistemi energetici è un’operazione molto complessa e che si snoda oltre il puro campo dell’innovazione tecnologica. Si tratta di cambiare paradigma in nome dell’efficienza e di spingere “artificialmente” diplomazia, mercati e comunità verso un unico obiettivo: lo sviluppo senza emissioni. O quasi. L’obbiettivo di oggi, consolidato dai tavoli internazionali sul clima, è quello di riuscire a compensare l’output di gas climalteranti compensandone l’impatto (con soluzioni naturali o tecnologiche), e abbassandone la quantità nei settori più inquinanti. Nella regione asiatica il processo di transizione verso forme di energia più sostenibili e pulite diventa un discorso ancora più sfaccettato, dove la (quasi) tabula rasa della rete elettrica in Myanmar condivide lo stesso continente della Cina dei reattori nucleari di quarta generazione. 

La domanda energetica in Asia è destinata a raddoppiare entro il 2030, e già oggi rappresenta circa la metà (53%) della domanda globale. Se nel 1966 il Pil pro capite dell’Asia in via di sviluppo era di 330 dollari, oggi si è arrivati a sfiorare i 5 mila dollari. Sono solo due dei dati che spostano l’attenzione degli osservatori sul continente asiatico, dove alla leva produttiva rispondono nuove esigenze di consumo. Ma solleva anche le preoccupazioni degli esperti, che temono possa ospitare gli escamotages delle grandi multinazionali per ridurre la propria impronta carbonica nel paese d’origine. L’Asia oggi continua a puntare sulla crescita economica trainata da esportazioni e modelli di sviluppo tradizionali, e con lentezza sta cercando di uscire dalla stagnazione della crisi Covid: presupposti che per gli scettici convalidano un futuro ancora incerto per il passaggio allo sviluppo “veramente” sostenibile.

Fonte: International Energy Agency (Iea)

Nonostante la battuta d’arresto della pandemia le emissioni continueranno a salire, e oggi sono circa quattro volte maggiori rispetto al 1960. Per tornare a livelli accettabili, secondo gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), tutti i paesi dovrebbero subire lo stop del 2020 ogni anno, per i prossimi decenni. Questo fa entrare sul piatto della bilancia i grandi inquinatori, come Cina e Stati Uniti, ma anche i paesi che più velocemente stanno crescendo secondo gli stessi paradigmi: il Sudest asiatico, l’Asia centrale interessata dai progetti della Belt and Road Initiative (Bri) e ovviamente l’Asia orientale che traina il successo economico del “Far East” da trent’anni. La storia delle Quattro tigri asiatiche è emblematica di questa parabola crescente, che insieme ai profitti ha ospitato e rilanciato i grandi centri di produzione globali. Oggi in questa parte di mondo cresce anche la richiesta di alzare gli standard di vita dei cittadini, che agli occhi dei governi si traduce spesso in ambiziose prospettive di crescita dei consumi interni. Per produrre, e per vivere la vita del “consumatore ideale” serve energia.

Fonte: Fondo Monetario Internazionale (Fmi)

In questo grande mosaico composto da 4,4 miliardi di persone e 58 paesi la sola presenza della Cina deforma i dati sull’impatto ambientale dei sistemi energetici in Asia. Dall’altro lato dello spettro abbiamo invece 1/10 della popolazione che non ha ancora accesso all’energia elettrica, e che si affida alla combustione di biomasse per cucinare e riscaldare gli ambienti. E lo step successivo viene concesso dall’accesso alle fonti fossili: dal 2010, per esempio, oltre 450 milioni di persone in India e Cina sono passate al Gpl. 

Infine, rimane il miraggio dell’efficienza energetica da fonti rinnovabili, già da tempo considerata una delle soluzioni necessarie dalle grandi agenzie come l’International Renewable Energy Agency (Irena) e l’international Energy Agency (Iea). In un rapporto congiunto le due istituzioni hanno denunciato come la maggior parte dei paesi stia ancora sottovalutando l’aspetto dell’efficienza applicato a sistemi di riscaldamento e raffreddamento civili e industriali, che rappresentano il 40% delle emissioni globali. È una delle tante sfaccettature della transizione energetica che potrebbe vedere in vantaggio quelle nazioni asiatiche che non hanno ancora sistemi energetici consolidati e una rete elettrica più da estendere che da rifare. Ma pone anche nuove sfide: i cambiamenti climatici metteranno sempre più alla prova la resilienza delle nuove infrastrutture, in una parte di mondo dove l’innalzamento del mare minaccia milioni di persone e interi stati (soprattutto nelle isole). I picchi di calore e siccità sempre più frequenti mandano in tilt la rete elettrica laddove viene a mancare la capacità idroelettrica o il network non riesce a sostenere la domanda di energia per il raffreddamento.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli accordi bilaterali e multilaterali per implementare nuovi sistemi energetici più sostenibili, mentre i paesi promettono di raggiungere le emissioni nette entro i prossimi 30-40 anni. Ecco, quindi, che sono nate legislazioni sempre più definite per abbassare le emissioni, efficientare l’accesso a tecnologie più sostenibili e proporre misure di mercato in grado di deviare gli investimenti verso la transizione energetica. L’Asia rimane la regione dove il carbone continua a espandersi, anziché ridursi, ma presto l’abbassamento dei prezzi dell’energia rinnovabile, la spinta degli investitori e la pressione legislativa potrebbe invertire questa tendenza. Non mancano, e non mancheranno, casi di scompenso sulle reti energetiche e sui mercati (compreso quello del lavoro): la transizione energetica non è un pranzo di gala.

Non è mai troppo tardi: il fashion e-commerce in ASEAN

Grazie a nuovi trend demografici, l’industria dell’online fashion in ASEAN è in costante crescita, ma serve una strategia mirata per conquistare i cuori dei consumatori

Nell’industria dell’e-commerce esiste una regola non scritta, visibile e cristallina ma spesso ignorata: mai sottovalutare la portata di fenomeni di acquisto locali, specialmente se questi interessano più di 250 milioni di utenti attivi.

L’e-commerce nel Sud-Est asiatico è cresciuto dell’85% annualmente dal 2017, un tasso di crescita incredibile se si pensa che giganti emergenti come la Cina, l’India e il Brasile crescono a un ritmo del 5%, 10% e 14%, rispettivamente. Per il fashion, il mercato ASEAN vale quanto il 10% del totale globale.

I motori di questa evoluzione esorbitante sono triplici: un cambiamento demografico che ha portato i giovanissimi ad essere i primi protagonisti dell’industria (la mediana di età di coloro che spendono in articoli di moda online si attesta a 29 anni).

Un aumento del potere di acquisto in tutta la regione, oltre all’utilizzo dei social (intorno alle 8 ore al giorno) e la relativa diffusione di super-app come Shopee, Grab e Gojeek, che ormai permettono l’accesso a beni e servizi globali ben al di là dell’offerta regionale.

Infine, la vera chiave del successo dell’e-commerce è stato il lockdown degli ultimi due anni. Basti pensare che il 43% degli utenti attivi hanno acquistato almeno un articolo di moda online per la prima volta durante la prima ondata della pandemia, un record mondiale secondo solo al Sud America (+200%), peraltro una regione accomunata all’ASEAN da una economia a stampo comunitario.

Nonostante questi numeri però, molti player internazionali continuano a vedere l’ASEAN come fanalino di coda e un mercato satellite di quello della Cina, suo fratello maggiore. La motivazione è comprensibile: nel paese del dragone la spesa online per articoli di moda ha raggiunto ora livelli stellari e il lockdown ha accelerato l’acquisto online dei beni internazionali. In un dato, Il mercato online del lusso cinese conta il 33% di quello globale.

Moltissimi continuano a mantenere negozi offline in ASEAN mentre puntano ad espandersi online in Cina, sperando che qualcosa si muova in ASEAN di riflesso.

Tuttavia, sarebbe un grosso errore non avere nel lungo termine una strategia dedicata per l’online commerce in ASEAN. Il più importante aspetto nella regione (così come in tutta l’Asia) è difatti la localizzazione, ovvero la capacità di servire la popolazione locale rimanendo coerenti alla storia del brand.

Prendiamo ad esempio il Vietnam: Il 70% degli articoli di moda sono qui acquistati su Instagram, Facebook o altre piattaforme terze (totale 70 milioni di utenti attivi), mentre gli utenti che hanno acquistato lusso online sono passati da 12 a 33 milioni solo durante la pandemia.

Tuttavia, Louis Vuitton, Gucci e Balenciaga hanno grandi negozi per le strade di Hanoi, cosi come Kuala Lumpur e Bangkok, ma mancano di un sito di e-commerce in lingua e con funzionalità di pagamento locali. L’investimento per avere queste funzionalità non è affatto banale, ma è necessario se si vuole servire queste popolazioni al meglio.

Una via relativamente semplice per farlo è stabilire rapporti ai marketplaces locali che hanno raggiunto delle dimensioni paragonabili a quelle di Alibaba in Cina o Amazon in Europa oltre ad una copertura geografica e logistica capillare ed una capacità di comprendere e servire i propri utenti in modo rapido e intelligente.

Oltre che avere i propri siti monomarca, vendere ora i propri prodotti su piattaforme come Shopee o Lazada (insieme alla presenza social) potrebbe essere una delle uniche strade per i brand europei di entrare nel cuore dei fashion spender vietnamiti, malesiani o indonesiani.

Questi sanno infatti di poter trovare qui capi di abbigliamento eco-sostenibili (il 90% ammette di farlo, e il 67% è disposto a spendere di più per un paio di scarpe riciclabile), oltre che funzionalità tecnologiche avanzate e integrate con altre importanti social-super-apps (Grab, Gojek, Tokopedia), fondamentali per qualsiasi abitante della regione.

In linea con le funzionalità tecnologiche, bisogna sottolineare la centralità che l’industria del gaming sta acquisendo ultimamente nella regione: Con 180 milioni di utenti attivi e una crescita annua del 30%, combinata con la caratteristica propensione ludica all’acquisto del consumatore asiatico, i videogiochi saranno il palcoscenico perfetto per la prossima della battaglie per la supremazia nell’ecommerce.

A battezzare la nascita del trend, lo scorso novembre Project Seed, un ecosistema virtuale di gaming basato sul blockchain e NFTs, ha firmato una costosa partnership con ‘Damn! I Love Indonesia è il maggior brand di moda monomarca di stampo indonesiano: l’obiettivo è essere i pionieri dell’industria del metaverso per il fashion nella regione.

ASEAN verso il boom dell’agritech con la generazione zeta

L’agritech è una delle industrie più promettenti del Sud-Est asiatico. L’attivismo della ‘generazione zeta’, la crescita demografica e il cambiamento climatico impongono un cambio di regime per il settore

Il Sud-Est asiatico sta diventando un hub di riferimento per l’industria dell’agritech. Le sfide legate al cambiamento antropogenico del clima e quelle che hanno fatto seguito alla pandemia da Covid-19 hanno reso ancora più urgente la cura sostenibile delle colture. Nei Paesi ASEAN l’intersezione tra nuove tecnologie e agricoltura sembra essere la chiave per conciliare redditività del settore agricolo e la promozione di pratiche di produzione virtuose, in linea con la tutela dell’ambiente. Nel blocco delle dieci economie ASEAN queste startup del settore agroalimentare stanno spopolando. Si tratta di aziende che si occupano di fornire servizi altamente specializzati per il settore agricolo, come l’analisi dati e l’impiego di intelligenza artificiale e robotica per l’ottimizzazione e il monitoraggio dei raccolti. Queste attività stanno riscuotendo un enorme successo in ASEAN, attraendo così anche i generosi finanziamenti di venture capital e investitori stranieri.

Temasek Holdings, ad esempio, ha lanciato questa settimana l’Asia Sustainable Foods Platform per canalizzare finanziamenti in aziende agricole specializzate nella produzione di proteine alternative. L’investitore singaporiano mira così a “supportare le imprese locali e regionali nell’innovazione, nella crescita e nella commercializzazione” di prodotti alimentari sostenibili. Il Vietnam, d’altro canto, ha un settore agroalimentare altamente inefficiente. “Oltre il 50% dell’acqua viene sprecato a causa di un’irrigazione eccessiva” ha osservato il co-fondatore e direttore strategico di MimosaTek, Nam Dang, “fino al 60% del fertilizzante non viene assorbito dalle colture che defluiscono e distruggono l’ambiente (…) e vengono persi oltre 700 milioni di dollari USA in opportunità di esportazione a causa dell’uso eccessivo di pesticidi e prodotti chimici”. Secondo gli esperti, ciò è dovuto al fatto che gli agricoltori non conoscono l’entità della domanda né le condizioni sanitarie delle colture. MimosaTek ha messo a punto un servizio che si basa sull’internet of things (IoT), raccoglie dati sulle colture e gestisce le attrezzature da remoto attraverso un semplice cloud.

A trainare sfida sull’alimentazione sostenibile sono soprattutto i giovani della Gen-Z (generazione zeta), anche nel Sud-Est asiatico. Si tratta di una delle generazioni più attente alle questioni sociali e ambientali che caratterizzano il nostro secolo. Secondo Christine Gould, fondatrice e amministratore delegato della Thought For Food Foundation (TFF), i giovani sono alla ricerca di “nuovi concetti alimentari”. “Vogliono cibo che sia accessibile”, ha affermato, “ma che sia prodotto eticamente e in modo sicuro sia per i consumatori che per l’ambiente”. Gould ha parlato in occasione della sigla di un memorandum d’intesa tra TFF e il Malaysian Global Innovation and Creativity Center (MaGIC), un’agenzia del Ministero della Scienza, della Tecnologia e dell’Innovazione, e altri partner. “È una celebrazione della rinomata cultura del nostro Paese di cibi deliziosi e diversificati e della crescente leadership della nostra regione nell’innovazione tecnologica”, ha dichiarato un membro di TFF di origini malesi.

Nel prossimo decennio l’industria agroalimentare asiatica subirà diversi cambiamenti. Dalla crescita della domanda dovuta al boom demografico previsto per i mercati emergenti locali, alle conseguenze del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Secondo il rapporto The Asia Food Challenge, l’Asia raddoppierà la sua spesa totale per il cibo nel prossimo decennio, da 4 trilioni di dollari nel 2019 a oltre 8 trilioni di dollari entro il 2030, e per allora i consumatori asiatici spenderanno più del doppio di quanto spendono oggi per consumare cibo di qualità. Più numerosa, più attenta alle questioni ambientali e più ricca: la popolazione del Sud-Est asiatico rappresenterà un’occasione per gli investitori stranieri alla ricerca di un settore promettente nei floridi mercati dell’area.Dalla congiunzione tra l’industria più antica di tutte, quella agroalimentare, e le realtà più all’avanguardia della scena tech, emergeranno nuove opportunità economiche per il blocco del dieci Paesi ASEAN. E non potrà essere altrimenti: una ‘generazione zeta’ attenta a questioni socio-ambientali, il boom demografico previsto entro il 2030 e le urgenze legate al cambiamento climatico saranno i vettori di questo incipiente sviluppo.

Covid: Asia ed Europa nel terzo anno pandemico

Se c’è una lezione che abbiamo imparato negli ultimi due anni è che il Sars-Cov-2 non ha confini, nazionalità o colore politico. Ma non i governi che cercano di contenerlo. Una panoramica su come le due regioni affrontano il virus oggi.

Un problema, ma tante misure diverse. Una strategia “casi-zero” e decine di sfumature della “convivenza con il virus”. Tante, quanto diversi sono i protocolli, le procedure, la burocrazia e la mobilitazione di forza umana nella lotta al Covid-19. Sono passati quasi due anni dall’allarme ufficiale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), mercoledì 11 marzo 2020, e ora il mondo si prepara a entrare nel terzo anno pandemico. Allora le risposte dei governi avevano già preso strade differenti, così come sono stati vari gli effetti socioeconomici causati dalle strategie nazionali. La complessità della questione ha presto abbassato le difese immunitarie delle relazioni che tenevano in funzione le strutture sociali, economiche, sanitarie e politiche di tutti i paesi al mondo. E l’emergere di nuove varianti continua a richiedere un aggiustamento costante delle strategie di contenimento del virus. Cosa sta accadendo tra due universi simili, ma altrettanto diversi come quello europeo e quello asiatico?

I dati

Secondo i dati del Johns Hopkins Institute, durante il mese di gennaio il Covid-19 ha provocato la morte di oltre cinque milioni e mezzo di persone nel mondo. Sugli oltre 350 milioni di casi registrati, la maggior parte sembra addensarsi intorno alla regione europea e nordamericana, con il caso dell’India ad alzare la media regionale dell’Asia. Bisogna precisare, però, che nell’area asiatica i casi di Covid-19 confermati sarebbero di gran lunga inferiori rispetto alle cifre ufficiali. Il gruppo di ricerca OCTA a gennaio ha fatto una stima dei casi Covid-19 a Manila di 6-15 volte superiore a quanto riportato dalle autorità. Un altro esempio noto è quello dell’India, dove i casi reali della seconda ondata (primavera 2021) sarebbero stati quindici volte maggiori rispetto ai dati ufficiali, complici l’ampiezza della popolazione e del territorio uniti alla mancanza dei servizi di tracciamento e cura adeguati.

Le strategie

La Cina è oggi l’unico grande paese a perseguire la strategia “casi zero”: una sfida resa ancora più complessa dalla coincidenza tra vacanze per il nuovo anno lunare (1-11 febbraio), Olimpiadi invernali di Pechino (4-20 febbraio) e l’arrivo della variante Omicron (registrato il 14 gennaio a Tianjin, circa 100 km a Est di Pechino). I protocolli sono pressoché invariati dal 2020: un solo caso di trasmissione locale è sufficiente ad attivare il meccanismo di emergenza locale, che prevedere test di massa, limitazioni agli spostamenti e lockdown localizzati finché le autorità non lo ritengono opportuno. A sostenere questa strategia rimane valido il sistema di tracciamento validato da un QR code personale, che può segnalare l’appartenenza del soggetto a un’area a rischio e ostacolarne gli spostamenti o l’accesso a luoghi “a rischio” come le stazioni ferroviarie. In alcune città le autorità hanno chiesto ai cittadini di rimanere a casa durante le vacanze del capodanno lunare (periodo che registra il record di “maggiore migrazione umana” al mondo), mentre in altre sono stati fatti degli screening di massa preventivi.

Questo non significa che la popolazione cinese stia vivendo serenamente le restrizioni. Lo stesso Quotidiano del popolo (renmin ribao) sembra avere ora un approccio ambivalente, più attento a disinnescare il sentiment della popolazione. Il dito rimane puntato soprattutto contro le autorità locali e i contagi “importati”: non più solo la catena del freddo e il virus che viaggia sui prodotti congelati, ma anche pacchi postali o animali da compagnia.

Il resto dei paesi asiatici si è avvicinato a misure di convivenza con il virus simili a quelle europee, ma in molti paesi non manca una certa attenzione alle strategie quotidiane di prevenzione: mascherine, pulizia delle mani e auto-isolamento. Non per niente il 2020 era stato l’anno dell’ “Asia virtuosa”, che aveva saputo contenere il virus in virtù di un meccanismo di risposta già allenato dalla Sars del 2003, dall’influenza H1N1 del 2009 e dalla Mers del 2015. Le regole erano in qualche modo già chiare (se non date per scontate) e le autorità sanitarie già preparate allo stato di emergenza epidemica. Ciò non esclude che la Sars-Cov-2 abbia messo in difficoltà anche i paesi più preparati, soprattutto con il persistere di nuove varianti più contagiose.

Per questo motivo, in tutta l’Asia rimangono valide le limitazioni agli ingressi, che nella maggior parte dei casi vengono riservati ai ricongiungimenti famigliari o per questioni lavorative. Tutti gli arrivi dall’estero vengono, solitamente, soggetti a una quarantena che può andare dalle due settimane a pochi giorni, sempre a seconda della politica locale. I paesi più penalizzati dal blocco agli spostamenti hanno ridotto le misure di controllo in modi differenti: in alcuni casi la garanzia è un ciclo vaccinale completo, in altri il basso tasso di contagi del paese di provenienza – in alcuni casi eliminando completamente la quarantena come accade nelle cosiddette “travel bubble”. In alcuni casi un QR code conferma l’immunità del soggetto e permette di accedere ad alcuni luoghi. Tutte strategie che anche i paesi europei hanno messo in atto con l’obbiettivo di facilitare gli spostamenti nell’area Schengen, anche se l’arrivo della variante Omicron sta – ancora una volta – dividendo i governi sulla necessità o meno di reintrodurre la quarantena per i soggetti vaccinati.

I vaccini

Vaccinare i cittadini è diventato prioritario per tentare una soluzione meno sacrificante degli interessi economici e politici nella maggioranza dei paesi al mondo. Anche nel Sudest asiatico iniziano a essere approvate le pillole antivirali per uso emergenziale, mentre in altri è iniziata la produzione di questi farmaci in loco: uno degli ultimi casi riguarda il Laos, che ha ottenuto insieme ad altri paesi in via di sviluppo la licenza per produrre il Molacovir.

Mentre l’Unione Europea spingeva per vaccinare più individui possibile, anche il continente asiatico ha cercato di spostare l’attenzione dai lockdown alle inoculazioni di siero anti-Covid. Ciò è avvenuto (e sta avvenendo) con una velocità minore. Prendiamo due tra le nazioni con il più alto tasso di contagi nella rispettiva regione di appartenenza. Dall’inizio della pandemia la Francia ha registrato oltre 15 milioni di casi e oltre 125.400 morti su 65.449.748 milioni di abitanti, mentre il 74,7% della popolazione ha completato il ciclo vaccinale. L’Indonesia ha segnalato oltre 4 milioni di casi, ma 144.20 morti su una popolazione di oltre 278 milioni di abitanti, di cui 44,3% sono vaccinati con due dosi. Qui la campagna vaccinale è stata sostenuta soprattutto dai sieri cinesi, mentre un’altra parte delle forniture arriva dal meccanismo di distribuzione globale COVAX.Dopo l’ostacolo dell’accessibilità “nazionale” nella distribuzione globale dei vaccini, rimane la variabile della capacità di distribuzione “locale”. Sempre l’esempio dell’Indonesia torna utile per spiegare quanto sia complesso organizzare una strategia di distribuzione dei vaccini a livello locale che tenga conto delle effettive risorse umane schierate sul campo. Un problema che appartiene anche alle aree rurali della Cina continentale, ma dove esiste una maggiore capacità di mobilitazione delle risorse, pur con i suoi difetti che variano caso per caso: è quanto accaduto a Xi’An, dove la gestione “disordinata” dell’emergenza ha spinto Pechino a punire le figure responsabili della strategia di contenimento del virus. Anche Giappone e Corea del Sud hanno saputo ottenere dei risultati positivi dalle campagne di vaccinazione, ma non è completamente escluso un altro problema: il rifiuto del vaccino. Nonostante sia l’Europa orientale a registrare uno dei maggiori tassi di rifiuto del vaccino anti-Covid, anche in Asia si sono registrate delle sacche di resistenza alle politiche sanitarie. Nelle Filippine il presidente Rodrigo Duterte ha minacciato di “dare la caccia” ai non vaccinati, mentre in Myanmar il rifiuto del vaccino è diventata una forma di resistenza passiva al regime e manifestazione di protesta contro la Cina (accusata di sostenere la giunta militare e principale fornitore di vaccini nell’area).

Il metaverso prolifera in ASEAN: il ruolo della Generazione Z

La trasformazione digitale ha investito la vita quotidiana degli abitanti della regione del Sud-est asiatico. Qui utenti, creatori di contenuti, investitori, imprese e celebrità si ritrovano incredibilmente vicini, condividendo gli stessi spazi virtuali. Fondamentale è il ruolo della Generazione Z nell’esplorare e diffondere nuove modalità di interazione che coniugano il business, l’intrattenimento e la promozione di valori inclusivi.

Il metaverso è senza dubbio uno dei temi più caldi del momento. L’idea di un mondo digitale parallelo quasi indistinguibile dalla realtà e abitato da avatar era già stata intravista da Neal Stephenson nell’allora futuristico romanzo di fantascienza Snow Crash, pubblicato nel 1992. Il recente annuncio di Mark Zuckerberg del rebranding di Facebook è bastato a mettere in luce che più di una strategia aziendale, il desiderio di scommettere sulla realtà virtuale e aumentata riflette una tendenza avviata e già in crescita. Secondo le stime di Bloomberg Intelligence, si tratta di un mercato che si avvia a raggiungere un valore di 800 miliardi di dollari entro il 2024.

Intravedendo questo potenziale, sono diverse le imprese dell’area ASEAN che si stanno impegnando a riadattarsi al metaverso, offrendo un’alternativa virtuale di servizi ed esperienze tipicamente fisiche. Il progetto “Metaverse Thailand” promossa da A-Plus è uno dei tanti esempi: la società fintech di Singapore ha lanciato una piattaforma operante sulla giovane blockchain Binance Smart Chain (BSC) in cui è possibile scegliere terreni da una mappa reale della zona Ekamai di Bangkok, acquistarli e usarli per sviluppare immobili virtuali.

Ma l’ASEAN offre un terreno particolarmente fertile per lo sviluppo delle tecnologie immersive non solo per via degli ingenti investimenti, ma anche grazie all’elevato tasso di penetrazione di Internet e alla propensione generalmente positiva della Generazione Z nei confronti della digitalizzazione e della progressiva virtualizzazione delle proprie vite reali. Uno studio condotto da Milieu Insight tra 6000 partecipanti provenienti sei Paesi (Singapore, Malesia, Thailandia, Indonesia, Filippine e Vietnam) mostra come a prevalere nella regione del Sud-Est asiatico sia una percezione ampiamente positiva del trend: interesse ed entusiasmo sono tra le emozioni maggiormente associate al metaverso. Tra le ragioni, la maggior parte degli intervistati ha sottolineato che rappresenta “un progresso nell’interazione sociale umana” e che “facilita più efficienti opportunità sociali”.

Alcuni tra i fenomeni che stanno emergendo ultimamente nel resto del mondo sono infatti già pratiche affermate nella regione del Sud-Est asiatico. Qui i nativi digitali interagiscono quotidianamente con i propri virtual idol, monetizzano il tempo trascorso giocando online e socializzano in mondi virtuali attraverso avatar 3D sempre più personalizzabili. La sudcoreana Zepeto, la piattaforma più frequentata del momento in Asia, attira 2 milioni di utenti attivi al giorno interessati ad acquistare capi di abbigliamento (virtuali) di alta moda per abbellire la versione digitale di se stessi e a fare amicizia online.

Secondo i fan, la piattaforma permette di incontrare persone da tutto il mondo e realizzare desideri che non potrebbero facilmente soddisfare nel mondo reale, come acquistare beni di lusso e scattare selfie con la propria star K-pop preferita. “Ci sono vestiti che non posso permettermi di indossare nella vita reale, ma nel mondo digitale posso comprarli tutti”, ha spiegato Monica Louise, utente filippina di ventotto anni nota come Monica Quin e famosa per i video e i contenuti creativi che realizza con i suoi avatar Zepeto. Grazie alle sue attività sulla piattaforma, Monica è in realtà diventata a tutti gli effetti una virtual influencer dallo stipendio a sei cifre.

Ma il metaverso si conferma più di un mercato alternativo in cui provare ad inseguire guadagni stratosferici o di una vetrina in cui sfoggiare virtualmente abiti alla moda e acquisti stravaganti. La Generazione Z, che rappresenta il più grande gruppo di utenti Internet in Asia, sfrutta la prolungata presenza online e la propria dimestichezza con le tecnologie digitali per trasformare l’universo virtuale in uno spazio di rivendicazione di istanze reali.

Emblematico in questo senso è l’esempio di Bangkok Naughty Boo, il primo cyber influencer di questo tipo, che si autodichiara eterno diciassettenne, non binario e con il sogno di diventare una pop star. La sua figura “racchiude anche messaggi sociali importanti come il desiderio di costruire un futuro senza distinzioni di genere, e offre un’immagine della capitale thailandese più moderna e progressista”, ha notato Roberta Maddalena per Forbes. Come illustrato dall’esperto di marketing Nick Baklanov all’agenzia AFP di Bangkok, il numero di influencer virtuali è più che triplicato, raggiungendo quota 130 in soli due anni, mostrando come l’Asia si avvii a confermarsi il luogo privilegiato per lo sviluppo del settore dei virtual idol e, più in generale, delle tecnologie del metaverso.

Il continente asiatico si avvia verso una decrescita demografica?

Nascite in calo e invecchiamento della popolazione non sono solo problemi cinesi: la lenta trasformazione demografica sta cambiando il volto del Sudest Asiatico.

L’Asia, storicamente il continente più popoloso al mondo, sta attraversando una transizione demografica senza precedenti. Il tasso di crescita della popolazione è infatti in calo per gran parte dei paesi, e le politiche per incentivare la fertilità non sembrano avere successo. Gli asiatici stanno invecchiando, vivono più a lungo e tendono a muoversi dalle metropoli verso città secondarie, mentre è in atto un cambiamento sociale che vede le donne lavorare di più e partorire sempre meno figli.

Il caso più eclatante è quello della Cina, dove la ​​crescita della popolazione continua a rallentare e la “finestra demografica”, ovvero proprio la fase che aveva aiutato la Cina a creare le condizioni per la crescita economica senza precedenti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, si sta chiudendo.

La Cina nel 2016 ha allentato la “politica del figlio unico” adottata nel 1980 da Deng Xiaoping, uno dei più rigorosi provvedimenti di pianificazione familiare della storia, permettendo così alle coppie di avere due o in alcuni casi tre figli. Ma la riforma, nonostante un lieve aumento nei due anni immediatamente successivi, non è riuscita a invertire la tendenza in discesa del tasso di natalità del paese, come peraltro confermato dal censimento effettuato alla fine del 2020. Le cause sono da ritrovarsi probabilmente nell’aumento del costo della vita, ma anche del livello di educazione delle donne, le quali ora sono più attente alla pianificazione familiare e tendono a prediligere una carriera fuori dalle mura domestiche.

Tuttavia, Pechino non è la sola a essere testimone di questa traiettoria demografica: nella maggior parte dei paesi dell’Asia orientale, anche senza politiche di controllo della fertilità come quella cinese, il tasso di fertilità si sta abbassando sempre di più. La popolazione della Corea del Sud, per esempio, nel 2020 ha registrato per la prima volta una popolazione in discesa, con il numero di nascite in calo del 10% rispetto all’anno precedente e in parallelo, anche la composizione dei nuclei familiari va via via riducendosi, e diventano sempre più comuni le famiglie composte da una sola persona, che in Corea del Sud rappresentano già quasi il 33% del totale.

Il Sudest asiatico non è un’eccezione, con un tasso di crescita demografica dimezzato dal 1990 (2%) al 2020 (1%) e moltissimi paesi tra cui Brunei, Thailandia, Singapore, Malesia e Vietnam con un tasso di fertilità inferiore al livello di sostituzione. La decrescita interessa comunque tutta la regione, con eccezioni di natura prevalentemente culturale o religiosa all’interno dei vari paesi (per esempio le famiglie di etnia malese in Malesia continuano ad essere più numerose perché la loro cultura favorisce famiglie e comunità più grandi, così come nelle Filippine la natalità è più alta a causa della minore diffusione dell’uso di contraccettivi per motivi religiosi).

Complice di questo trend al ribasso può essere stata l’adozione di programmi di pianificazione familiare per frenare l’esplosione demografica degli anni ’70 e il numero crescente di donne che decidono di studiare ed entrare nella forza lavoro. Esiste poi una chiara correlazione tra bassi tassi di natalità e livelli di reddito. A causa dell’elevata crescita economica che ha investito questi paesi sin dagli anni ’60, il reddito pro capite è aumentato, cambiando stili e scelte di vita, rendendo sempre più comune la scelta di rimanere single e sposarsi in età più avanzata, portando dunque a tassi di natalità più bassi.

Nel complesso, inoltre, gran parte dell’Asia sta invecchiando – e velocemente, specialmente grazie a migliori abitudini alimentari, progressi nella prevenzione delle malattie e nelle misure igienico-sanitarie, al miglioramento di strutture e servizi sanitari ma anche servizi come le assicurazioni sanitarie. Entro il 2050, si stima che il 21,1% della popolazione del sud-est asiatico avrà 60 anni o più, creando un grosso problema al sistema pensionistico che probabilmente causerà inoltre una revisione dei sistemi di previdenza sociale. La transizione da una “società che invecchia” (ovvero con una proporzione di anziani, considerati come persone di 65 anni o più, tra 7-14% ) a una società cosiddetta “anziana” (ovvero con una proporzione di persone anziane tra il 14-21%) sarà però molto rapida: si stima che ci vorranno solo 22 anni in Thailandia e 19 in Vietnam, che significa che la Thailandia diventerà una società “anziana” nel 2024 e il Vietnam lo sarà nel 2039. Un numero molto basso, se pensiamo che in Svezia e Francia ci sono voluti rispettivamente 85 anni e 115 anni.

Per rallentare questo processo, alcuni paesi del sud-est asiatico stanno iniziando ad attivare politiche di incentivi alla natalità, che vanno dal diritto al congedo parentale ai sussidi per la riproduzione assistita. Tuttavia, non tutti i governi possono permettersi queste politiche, il più delle volte oltremodo onerose per le casse statali.

L’ASEAN si candida per i Mondiali del 2034

Secondo Gianni Infantino, presidente della Fifa, l’ASEAN ha le capacità economiche e calcistiche per ospitare la massima competizione internazionale

L’ASEAN potrebbe ospitare i Mondiali di calcio nel 2034. Il Presidente della Fifa, Gianni Infantino, ha aperto a questa possibilità al termine di una visita allo stadio Jalan Besar a Singapore, in occasione dell’inaugurazione della nuova sede della Federcalcio dell’Isola e del nuovo tappeto d’erba dello stadio, a cui l’ente mondiale ha contribuito con 2,53 milioni di dollari. “Ospitare il Mondiale è una grande ambizione – ha detto Infantino – Questa parte del mondo ha sicuramente la capacità economica e calcistica per farlo”. A convincerlo sarebbe stata “la grande passione per il calcio” che nutrono gli abitanti di questa regione, oltre, naturalmente, all’economia in crescita. L’Indonesia, poi, ospiterà i Mondiali Under 20 nel 2023, e questo “sarà un banco di prova” per mostrare le capacità dell’ASEAN. Infantino ha dunque accolto con favore la decisione di Singapore di candidarsi come ospite della World Cup 2034, aggiungendo che il Paese vanta “una federazione molto ambiziosa e un governo che sostiene il progetto”.

“È responsabilità della Fifa cercare di ridurre il divario tra nazioni – ha ricordato il Presidente dell’associazione – aumentando le opportunità per i Paesi di rilevanza calcistica minore, come quelli dell’ASEAN, ad affiancarsi a quelle più affermate”. Non è un caso, infatti, che dalla sua nomina, nel 2016, la Fifa abbia incrementato il numero di squadre che partecipano aI Mondiali, da 32 a 48 a partire dall’edizione del 2026. Infantino, inoltre, ha recentemente suggerito di aumentare la frequenza dei Mondiali, abbandonando il formato quadriennale, per svolgerli ogni due anni. Una proposta che ha suscitato non poche critiche, soprattutto da parte delle federazioni dell’Unione Europea e di quella degli Stati Uniti. Ma anche questo sarebbe un modo per rendere più inclusiva la competizione, permettendo anche a potenziali nuovi host, come l’ASEAN, di entrare più facilmente nel circuito. Infantino ha anche promesso di garantire che il processo di appalto per ospitare i Mondiali, sommerso dalle accuse di corruzione nelle precedenti edizioni, sarà reso “il più possibile trasparente e professionale”.

Da qui al 2034 l’ASEAN avrà un obiettivo, ha aggiunto Infantino: “Far crescere il calcio”. È in corso, infatti, una discussione tra Fifa e Federcalcio dell’ASEAN sulla possibilità di includere la Coppa Suzuki, che riunisce le nazionali dell’area, tra i tornei ufficiali della Fifa. Il torneo per il momento è solo accreditato presso la Fifa, ma non è supervisionato da quest’ultima né disputato in una finestra internazionale. Ciò implica che i club calcistici non sono obbligati a rilasciare i propri giocatori per parteciparvi. Per questo molti dei migliori giocatori dell’ASEAN con sede in Europa non riescano a prendere parte al torneo.Certamente la candidatura ad ospitare i mondiali del 2034 passa attraverso lo sviluppo di un’offerta congiunta da parte dei Paesi membri dell’ASEAN. Una necessità che il premier thailandese Prayut Chan-o-cha ha fatto presente nel corso del 34° summit del blocco svoltosi a Bangkok, invitando “tutti i popoli dell’ASEAN a sostenere collettivamente le federazioni nazionali di calcio degli stati membri dell’associazione, al fine di realizzare insieme questo sogno”.

Il ruolo dei Paesi asiatici nelle supply chains “democratiche”

Mentre la tensione tra le due grandi potenze del Pacifico – USA e Cina – aumenta, le catene del valore dell’economia globalizzata sembrano sempre più fragili e i rapporti di interdipendenza economica tra i due rivali più scomodi. Washington ha bisogno dei suoi alleati asiatici per creare supply chain più resilienti e “democratiche”. Ma con quali effetti sulla regione?

Gli osservatori più preoccupati la chiamano già “nuova guerra fredda”. E, in effetti, la guerra commerciale combattuta tra Stati Uniti e Cina si sta ingarbugliando sempre di più. Se le tensioni tra i due Paesi, qualche anno fa, apparivano collegate quasi esclusivamente all’impatto dell’export di Pechino sull’economia americana, la narrazione di questo confronto ha assunto di recente toni più accesi. La competizione non sembra più solo tra due modelli economici, ma tra due modelli politici. Siamo davvero di fronte a una seconda guerra fredda? Anche accettando questa lettura, non la si sta combattendo con le armi della prima. Nel mondo globalizzato, il terreno di scontro per le superpotenze sono le catene di approvvigionamento e di valore globali. L’influenza sui Paesi terzi si esercita con gli investimenti nelle infrastrutture e con lo sviluppo di nuove partnership commerciali. Lo scontro ideologico, in fondo, rimane innanzitutto uno scontro economico, anche se raccontato in modo diverso. 

In questi ultimi anni, i consumatori – e i loro governi – si sono accorti di quanto fragili siano le catene di approvvigionamento globali per certi beni. Il caso più emblematico è la crisi dei superconduttori, componenti essenziali per molti settori e asset strategico nell’epoca digitale, la cui produzione avviene in larghissima parte in Asia. La questione è tanto seria da diventare politica. Stati Uniti e Unione Europea non si vogliono limitare a rafforzare le supply chain: intendono affermare la propria sovranità digitale, spostando parte della produzione di chip nel proprio territorio. Mentre Bruxelles mantiene una posizione conciliante con Pechino, Washington è decisa a promuovere catene di approvvigionamento “democratiche”. Nel concreto, dipendere meno dalla Cina e fare più affidamento sui partner che condividono lo stesso modello politico. Per l’amministrazione Biden, una rinnovata “alleanza delle democrazie” è essenziale per realizzare i propri obiettivi di politica estera.

Ma quali sono i partner “democratici” con cui collaborare? A inizio anno, il premier britannico Boris Johnson aveva proposto di trasformare il G7 che stava presiedendo in un D10, un summit delle dieci principali democrazie mondiali, coinvolgendo India, Corea del Sud e Australia – tre paesi dell’Asia-Pacifico. La lista degli invitati era ben più lunga per il Summit for Democracy organizzato dalla Casa Bianca tra l’8 e il 10 dicembre. Questi esercizi presentano sempre lo stesso problema a chi li organizza: non sempre un Paese formalmente libero e democratico lo è anche nella sostanza. La scelta di chi ammettere o meno nel club potrebbe sollevare qualche perplessità. Inoltre, come già ricordato, i Paesi UE cercano di distendere i rapporti con Pechino e vogliono evitare iniziative che potrebbero essere percepite come “alleanze anticinesi”.

Tornando all’esempio dei semiconduttori, Washington intende riorganizzare le proprie catene di approvvigionamento facendo maggiore affidamento sui suoi alleati in Asia orientale. Alcuni già giocano un ruolo importante nel settore – come Corea, Giappone e Taiwan, partner fondamentali per raggiungere gli obiettivi dell’ordine esecutivo del presidente Biden sulle supply chain –, altri sono attori emergenti, come i Paesi ASEAN – gli States intendono investire ingenti risorse per rafforzare la cooperazione con il blocco. La Malesia è un produttore importante di chip ed è stata invitata al summit globale delle democrazie. L’Indonesia è riconosciuta dai suoi partner come una delle più grandi democrazie ed economie al mondo e ha il potenziale per inserirsi maggiormente nelle catene del valore mondiali. Occorre però stare attenti ai rischi della creazione di un “club delle democrazie”. Qualche Paese ASEAN potrebbe non apprezzare il fatto di essere lasciato fuori. È il caso di Singapore, escluso dal summit organizzato a Washington ed entrepôt strategico nel mercato mondiale dei chip.

Gli Stati Uniti vogliono collaborare con i propri alleati per ridurre la dipendenza dai prodotti cinesi non soltanto con riferimento ai semiconduttori. Terre rare, batterie ad alta capacità, forniture mediche e militari. Sono molti i settori che verranno gradualmente influenzati dalla nuova dottrina americana. Un altro terreno di confronto con Pechino sono gli investimenti infrastrutturali nei Paesi terzi. La Belt and Road Initiative è una delle bandiere della politica estera cinese e uno strumento formidabile di influenza. USA e UE hanno proposto le loro alternative, rispettivamente la Build Back Better World (B3W) Initiative e il piano strategico Global Gateway. I due nuovi piani di investimento avranno sicuramente tra i propri beneficiari i Paesi dell’Asia più bisognosi di infrastrutture, la cui mancanza rappresenta uno dei principali colli di bottiglia per il loro sviluppo economico. Per Washington, la presenza cinese nelle reti infrastrutturali va tenuta sotto controllo non solo all’estero, ma anche dentro i propri confini, come abbiamo visto con l’esclusione di Huawei dallo sviluppo della rete 5G.

Riuscirà Washington a riforgiare le catene di approvvigionamento globali con una tempra più resiliente e “democratica”? Senza dubbio la politica degli Stati Uniti favorirà le aziende dei loro partner asiatici, che esporteranno nel mercato statunitense una maggiore quantità di beni sostituendo i loro concorrenti cinesi. Allo stesso tempo, rimane incerto valutare le conseguenze di questa strategia negli altri mercati. Le altre democrazie ridurranno effettivamente la loro dipendenza dalle merci cinesi? Non tutti gli alleati di Washington condividono la linea dura rispetto Pechino – Europa in primis – e per i Paesi asiatici potrebbe essere difficile e dannoso ridurre i propri legami commerciali con il vicino. In questo caso, potrebbero non essere così entusiasti di seguire la leadership americana.