Asean

ASEAN patria globale della resilienza

Il Sud-Est asiatico continua a dare segnali positivi sulle catene di approvvigionamento ma anche sulla solidità del suo mercato azionario

Editoriale a cura di Alessio Piazza

Avviso ai naviganti: le catene di approvvigionamento non sono ancora distrutte, quantomeno non in Asia e in particolare nel Sud-Est asiatico. In un mondo in cui le tensioni geopolitiche e militari si moltiplicano, gli scambi commerciali tra le principali nazioni asiatiche sono in piena espansione e le imprese continuano a perseguire crescita. Non è certo un caso che, mentre altrove spirano venti di protezionismo, i Paesi dell’ASEAN abbiano appena ratificato la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e siano al centro di molteplici iniziative regionali. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel prossimo futuro i Paesi dell’ASEAN cresceranno più velocemente della Cina. Le classi medie di questi Paesi sono al centro di una fortissima crescita, il che li rende potenziali mercati, non solo centri di produzione. La popolazione della regione è superiore a quella degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, è più giovane e offre manodopera poco costosa, abbinando competenze in continua evoluzione. Lo dimostra lo spostamento di segmenti produttivi sempre più sofisticati come quello dell’Apple Watch. Il settore tecnologico è pronto a un vero e proprio boom. Recenti report individuano i comparti di elettronica, componentistica aerospaziale e semiconduttori come quelli potenzialmente più promettenti. Ma i Paesi ASEAN forniscono segnali di resilienza anche sul mercato azionario. Soprattutto grazie a un netto aumento dei consumi guidato dal turismo e dalle industrie connesse, i titoli del Sud-Est asiatico si stanno rivelando più solidi rispetto a quelli dell’Asia settentrionale. La regione, tuttavia, non è immune dalla pressione inflazionistica globale e dagli aggressivi rialzi dei tassi della Federal Reserve statunitense, che hanno provocato una fuga di capitali. Secondo gli analisti, però, la regione resisterà grazie agli ampi mercati interni e all’ulteriore diversificazione della catena di approvvigionamento dalla Cina. A fine settembre, l’indice MSCI ASEAN – un indicatore dei titoli azionari più seguiti della regione – era in crescita dell’1,4% rispetto al trimestre precedente in termini di valuta locale. La pressione inflazionistica nel Sud-Est asiatico è stata meno acuta rispetto a quella di tanti altri mercati. Ulteriore segnale di una regione destinata a rivestire un ruolo sempre più centrale dal punto di vista commerciale.

La terza via di difesa asiatica

Si moltiplicano sigle e acronimi per le politiche nell’Indo-Pacifico. Ma mentre Cina e Stati Uniti cercano di consolidare la propria influenza in Asia, i Paesi del continente provano a ripararsi dalle conseguenze di questo antagonismo istituendo accordi bilaterali che aiutino a mantenere un certo grado di interoperabilità senza essere costretti a prendere apertamente le parti di una o dell’altra potenza

Articolo di Lucrezia Goldin

O con me, o contro di me. A meno di trovare una terza via per consolidare la difesa. Nella sempre più polarizzata competizione tra Cina e Stati Uniti, crescono i rapporti bilaterali in materia di sicurezza tra diversi paesi asiatici, che con un approccio fatto di singoli accordi di cooperazione militare provano a svincolarsi dal magnetismo di Washington e Pechino, sfruttando l’interoperabilità regionale come chiave per l’indipendenza dalle due potenze. Un approccio che operando senza fragore e senza evidenti finalità anti-Cina o anti-Usa (come invece vengono percepite alcune iniziative multilaterali come Quad e Aukus da parte cinese e Global Security Initiative da parte statunitense) si presenta nella forma di un’architettura alternativa che consente ai paesi asiatici di munirsi di strumenti di deterrenza senza il rischio di infastidire le due potenze.

Dal Giappone alla Corea del Sud, passando per Singapore e Filippine, gli scambi bilaterali in materia di tecnologie di sicurezza ed equipaggiamenti per la difesa mostrano un’Asia che preferirebbe non rimanere incastrata nel fuoco incrociato a colpi di acronimi altisonanti in corso tra Cina e Stati Uniti. Un muoversi nelle retrovie fatto di accordi apparentemente di secondo piano ma strategici, soprattutto se pensati come strumento di indipendenza a lungo termine dall’ottica dei grandi blocchi antagonisti.  

Capofila indiscusso di questa tendenza è il Giappone. Da diversi anni Tokyo sta provando a risollevare la propria industria della difesa e per farlo sta intensificando i rapporti con diversi paesi del Sud-Est asiatico. Già nel 2016 Giappone e Filippine firmavano un accordo per la difesa, con il quale Tokyo si impegnava a fornire equipaggiamento e tecnologia in ambito di sicurezza a Manila. Sotto la presidenza di Rodrigo Duterte poi, un aggiornamento dello stesso accordo nell’estate 2020 ha portato alla vendita di sistemi di controllo radar della Mitsubishi Electric al governo filippino, segnando la prima vendita di tecnologia di difesa di fattura totalmente giapponese verso un paese del Sud-Est asiatico. Con la Malesia esiste invece il Japan-Malaysia Defense Pact  del 2018, mentre sui rapporti con Indonesia e Vietnam l’attenzione dell’ex premier giapponese Yoshihide Suga ha portato alla firma di due accordi per il trasferimento di equipaggiamento e tecnologia per la difesa (rispettivamente a marzo e settembre 2021). Anche provando a non attirare troppo l’attenzione politica internazionale con questi accordi, l’obiettivo dichiarato di Tokyo è quello di promuovere la propria visione di un Indo-Pacifico “libero e aperto”. Visione confermata anche dal ministro della Difesa Kishi Nobuo lo scorso settembre durante una visita ad Hanoi, nella quale ha parlato della cooperazione con il Vietnam come di un intervento finalizzato a  “contribuire alla pace e alla stabilità della regione e dell’intera comunità internazionale”.

Su questo fronte anche il nuovo primo ministro Fumio Kishida non sta perdendo tempo. Lo scorso maggio il premier giapponese e il suo omologo thailandese Prayut Chan-o-cha hanno firmato un accordo per il trasferimento di equipaggiamento militare verso la Thailandia, seguito poco dall’annuncio del governo giapponese di voler riformare la normativa sull’export di materiali militari così da consentire l’esportazione di missili e caccia verso 12 paesi tra cui India, Vietnam, Thailandia, Malesia, Filippine e Australia a partire dal 2023.  Anche con Singapore, come annunciato durante un incontro a margine del summit asiatico sulla sicurezza, lo Shangri-La Dialogue, saranno presto avviati i negoziati per raggiungere un accordo sul trasferimento di equipaggiamenti e tecnologia per la difesa che includono anche le aree di sicurezza informatica e armi esplosive di natura chimica, biologica, radiologica e nucleare (CBRNE). Un Memorandum sugli scambi per la Difesa potenziato, firmato dai rispettivi ministri della difesa Kishi Nobuo e Ng Eng Hene, che va a integrare quello stipulato tra i due paesi nel 2009. L’obiettivo: muoversi verso “una cooperazione in materia di sicurezza più concreta”. Meno chiacchiere, più accordi. Senza Cina e Usa di mezzo.

Partecipazione attiva anche da parte dell’India, che con l’India Act East Policy ha creato piattaforme di dialogo e di esercitazioni marittime congiunte con Singapore e Thailandia, le SIMBEX e SITMEX, con la finalità di mantenere la sicurezza regionale. Alle Filippine Nuova Delhi ha fornito i suoi sistemi missilistici Brahmos e ha predisposto lo spostamento di diverse navi del comando orientale dell’India per favorire le esercitazioni bilaterali con la marina filippina. Anche con il Vietnam il dialogo è stato produttivo e privo dell’ingerenza statunitense o cinese. Nel 2016 tra Hanoi e Nuove Delhi veniva istituita una linea di credito di 500 milioni di dollari per l’acquisto di nuove piattaforme di difesa e oggi la maggior parte dei piloti vietnamiti viene formata presso le basi di addestramento indiane in cambio dell’accesso alle basi navali e aeree di Cham Ranh Bay. Con la Thailandia infine, l’India condivide obiettivi in ambito marittimo legati a tematiche quali pesca illegale, traffico di droga, contrabbando e pirateria, confermando un’interoperabilità che rimane forte tra i due paesi sia per i loro trascorsi storico-culturali che per i loro interessi comuni legati al confine marittimo nel Mar delle Andamane, punto di accesso fondamentale per il commercio nello Stretto di Malacca.

Anche la Corea del Sud ha dato segnali di voler aderire a questa strategia del “dietro le quinte”. L’amministrazione di Moon Jae-in aveva cominciato a intensificare i rapporti con India e paesi ASEAN tramite la New Southern Policy del 2017, senza riuscire però a concretizzare molti accordi e cooperazioni indipendenti dalle piattaforme di sicurezza già esistenti. Il caso della mancata partecipazione indonesiana nella realizzazione dei nuovi caccia Kf-X/IF-X ne è un esempio. Dopo un accordo di difesa tra Corea del Sud e Indonesia stipulato nel 2013, i due paesi hanno “riscontrato diverse complicazioni” nella realizzazione congiunta di nuovi equipaggiamenti, ma ad oggi mantengono buone relazioni e alla presentazione dei nuovi caccia coreani KF-X del 2021 era stato invitato anche il ministro della Difesa indonesiano Prabowo Subianto. Sempre nell’ambito degli incontri a margine del Shangri-La Dialogue invece, Singapore e Corea del Sud hanno aggiornato il loro Memorandum of Understanding in materia di cooperazione sulla difesa, aggiungendo tra le priorità di collaborazione la sicurezza informatica e la cooperazione marittima.

L’Asia si muove anche senza Cina e Stati Uniti, consapevole che una eccessiva dipendenza da una delle due parti in materia di sicurezza può rivelarsi controproducente. Per le dispute in essere con Pechino da una parte, per la recente imprevedibilità mostrata da Washington da Donald Trump in poi all’altra. Piccoli accordi in tempi di grandi patti multilaterali segnano quindi una terza via per provare a mantenere una stabilità regionale senza essere semplici pedine nel gioco di altri. Ma gli accordi cominciano a essere tanti. E se considerati come fili sottilissimi di una più ampia e distesa tela strategica, la formula dell’accordo bilaterale come mezzo inoffensivo di manovra potrebbe essere rimessa in discussione. 

Una moneta comune per l’ASEAN?

Con le pressioni inflazionistiche globali torna d’attualità l’ipotesi di una valuta unica per i Paesi della regione del Sud-Est asiatico. Ma restano degli ostacoli

Editoriale a cura di Lorenzo Lamperti

Una moneta comune per l’area ASEAN. Tra i primi a lanciare la proposta fu l’ex Premier della Malesia, Mahathir Mohamad, dopo la crisi finanziaria asiatica. Proposta reiterata nel 2019, quando parlò di una valuta commerciale comune agganciata all’oro, “non da utilizzare a livello locale ma per regolare gli scambi”. L’ipotesi è tornata di attualità in queste settimane caratterizzate da turbolenze economiche globali e pressioni inflazionistiche. A rilanciarla è stato in particolare Vijay Eswaran, uomo d’affari malese e Presidente Esecutivo della multinazionale QI Group, con sede a Hong Kong ma operativa in circa 30 Paesi. “Perché la spinta per una moneta comune nell’ASEAN? Basta guardare all’Europa, dove l’euro è il miglior esempio di moneta comune. Nei 20 anni trascorsi dalla sua introduzione, l’euro ha contribuito alla stabilità, alla competitività e alla prosperità delle economie europee. La moneta unica ha contribuito a mantenere i prezzi stabili e ha protetto le economie dell’area dell’euro dalla volatilità dei tassi di cambio”, sostiene Eswaran in un commento pubblicato nei giorni scorsi sul Jakarta Post. Molte economie di mercato emergenti asiatiche detengono ingenti attività di riserva denominate in dollari USA come strumento di autoassicurazione contro la potenziale instabilità finanziaria. Secondo l’uomo d’affari, “con questa dipendenza dal dollaro, i Paesi asiatici sono altamente esposti agli shock derivanti da cambiamenti nella politica economica e nelle condizioni relative agli Stati Uniti”. Una moneta comune, prosegue Eswaran, “potrebbe aiutare a eliminare l’incertezza dei tassi di cambio, a difendersi dagli attacchi speculativi e ad aumentare il potere contrattuale dell’ASEAN”, coi tassi di interesse a lungo termine che “potrebbero diminuire e diventare meno volatili” e i flussi commerciali intraregionali facilitati. I benefici potrebbero esserci anche per i singoli individui, con maggiore accessibilità per i servizi come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e il turismo. “Manodopera e talenti potrebbero essere scambiati più facilmente, portando a maggiori opportunità di lavoro e a una maggiore integrazione economica tra i Paesi ASEAN”, conclude Eswaran. Il maggiore ostacolo a sviluppi concreti in materia resta però la grande diversità di sviluppo economico tra i Paesi membri. Basti pensare che Singapore ha un reddito pro capite 60 volte superiore a quello del Myanmar.

L’arte del telaio: il futuro della moda sostenibile

L’industria della moda è responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di carbonio e del 20% delle acque reflue. Questo dato non deve sorprendere, visto che i tessuti sintetici sono il pilastro dell’industria del fast fashion. Ma Bangkok sta lavorando duramente per renderla sostenibile.

Article by Dr. Vilawan Mangklatanakul

Quante volte si indossa un capo di abbigliamento prima di gettarlo via?

Uno studio condotto su 2.000 donne dall’associazione benefica britannica Barnado’s rivela che un capo di abbigliamento viene indossato in media sette volte prima di essere buttato. La moda veloce ha reso possibile cambiare costantemente il proprio look a basso costo. La cultura di Instagram alimenta la spinta a comprare spesso nuovi vestiti. Gli abiti che “non danno più gioia” possono essere facilmente scartati. Ma questa mentalità “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” sta rapidamente inondando le discariche di tutto il mondo di capi non amati.

L’industria della moda è responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di carbonio e del 20% delle acque reflue. Questo non deve sorprendere, visto che i tessuti sintetici sono il pilastro dell’industria del fast fashion. Tessuti come il poliestere e filati da fili di plastica si decompongono in microplastiche che finiscono nel suolo e nell’acqua, entrando infine nella catena alimentare. Infatti, microplastiche sono diventate uno dei principali inquinanti marini. Anche se i Paesi hanno una buona gestione dei detriti marini e delle acque reflue, le microplastiche provenienti dalle fibre sintetiche presenti nella biancheria potrebbero ancora minacciare il benessere della vita sott’acqua.

Al contrario, i filati naturali utilizzati per gli indumenti in seta e cotone thailandesi sono biodegradabili e quindi non biodegradabili e quindi non si decompongono in microplastiche.

I consumatori thailandesi sono altrettanto assuefatti alla fast fashion. Ma c’è speranza all’orizzonte perché un numero crescente di thailandesi amanti della moda sta scegliendo stilisti nostrani che che realizzano abiti con tessuti tradizionali thailandesi. 

Per i clienti attenti all’ambiente e alla società, i tessuti artigianali thailandesi sono una parte della risposta. I tessuti tradizionali thailandesi sono realizzati in seta, cotone o canapa. Inoltre, sono prodotti in modo etico e contribuiscono allo sviluppo delle comunità. In Thailandia, i telai a mano sono fortemente radicati nei villaggi locali e sono organizzati intorno a iniziative guidate dalle donne. Infatti, le donne hanno la possibilità di essere le responsabili delle decisioni e di provvedere al sostentamento delle loro famiglie. Il reddito generato da queste imprese è direttamente destinato a migliorare l’istruzione e l’assistenza sanitaria dei membri della comunità.

 

Ban Hat Siew, nella provincia di Sukhothai, Thailandia settentrionale: una donna Tai Phuan modella meticolosamente un “Pha Sinh Teen Chok”, un tipo di sarong per uso cerimoniale. 

“Pha Sinh Teen Chok”, una sorta di sarong per uso cerimoniale. 

Crediti: sito web takemetour

Ban Phon nella provincia di Kalasin, Thailandia nord-orientale: una donna Phu Tai tesse la seta Phrae Wa a Kalasin. 

 

Anche la produzione di tessuti artigianali thailandesi è strettamente legata alla natura.  

Per la seta, gli abitanti dei villaggi coltivano alberi di gelso e raccolgono le foglie per nutrire i bachi da seta. Gli scarti della coltivazione dei bachi da seta diventano fertilizzanti di buona qualità. A differenza dei coloranti chimici, i colori derivati da fonti naturali come l’indaco per il blu, i semi di ebano per il grigio e il nero, il lac per il rosso, sono atossici, quindi possono essere scartati senza causare un inquinamento nocivo. Le vecchie tecniche tradizionali, quindi, continuano a dimostrarsi migliori sia per il pianeta che per le persone. 

Tuttavia, l’industria tessile tradizionale tailandese potrebbe non aver visto la luce, se non fosse per una donna e la sua potente visione. 

Mentre accompagnava Sua Maestà il defunto Re Bhumibol il Grande nei suoi numerosi viaggi verso villaggi lontani della Thailandia, Sua Maestà la Regina Sirikit, la Regina Madre, riceveva molti doni di tessuti tradizionali tessuti a mano dalle donne del luogo.

I disegni intricati e meticolosi fecero un’impressione duratura sulla Regina, il cui apprezzamento per l’arte del telaio apprezzamento per l’arte del telaio divenne ben noto e, ovunque andasse, gli abitanti dei villaggi venivano a presentare le loro creazioni. Si informava su ogni pezzo, prestando molta attenzione alle loro storie. 

Sua Maestà si preoccupò di sentire che questa forma d’arte tradizionale thailandese rischiava di 

di scomparire. I contadini erano più interessati a mandare i loro figli in città per avere migliori opportunità. Il telaio a mano era un’abilità e una conoscenza trasmessa da una generazione all’altra. 

E se queste donne si organizzassero intorno a un’industria artigianale per tessere tra le stagioni di coltivazione tra le stagioni di coltivazione come modo per integrare il reddito delle loro famiglie? Potrebbe essere un modo di salvare questo patrimonio culturale dall’estinzione, sostenendo al tempo stesso l’occupazione nelle comunità rurali. 

Sua Maestà la Regina Sirikit ha lanciato la Fondazione SUPPORTO per istituzionalizzare l’iniziativa reale di iniziativa reale di sviluppare le industrie artigianali in tutto il Paese. Fornendo uno sbocco al mercato per prodotti per raggiungere il mercato, la Fondazione SUPPORT ha svolto un ruolo cruciale nel garantire che gli abitanti dei villaggi avessero effettivamente mezzi di reddito alternativi all’agricoltura. Di conseguenza, alcuni di loro hanno iniziato a sviluppare seriamente l’attività dei tessuti fatti a mano.

 

La Fondazione SUPPORT di Sua Maestà la Regina Sirikit di Thailandia 

Credit: Pagina Facebook della Fondazione SUPPORT

 

Nel frattempo, Sua Maestà è diventata la trendsetter della moda tradizionale tailandese. I suoi eleganti abiti realizzati con tessuti tradizionali provenienti da diverse regioni del Paese hanno ispirato le signore di città a inviare tessuti di seta e cotone thailandesi alle loro sartorie. Ha fondato un movimento alla moda che ha suscitato un senso di orgoglio per il patrimonio culturale della nazione. A sua volta, la domanda di tessuti tradizionali thailandesi trasformò i piccoli telai domestici in imprese commercialmente redditizie. In seguito, politiche governative, come One Tambon One Product (OTOP), avrebbero formalizzato il sostegno statale per le microimprese che si occupano di arti e mestieri tradizionali, con i telai a mano come prodotto principale. 

Questa è la storia di Baan Hua Fai, un villaggio della provincia di Khon Kaen, nella regione di Isan, o nord-est della Thailandia. Il celebre motivo locale del mudmee, o ikat, della seta thailandese è stato tramandato di madre in figlia, realizzato per occasioni speciali come i matrimoni o dati in regalo. Quando Sua Maestà la Regina Madre visitò la regione nel 1983, rimase molto colpita dalla maestria unica della seta di Baan Hua Fai e li invitò a inviare dei campioni a Palazzo Chitralada. Poco dopo, agli abitanti del villaggio è stato concesso il patrocinio reale nell’ambito della Fondazione SUPPORTO.

 

Esempi di mudmee locali del villaggio di Baan Hua Fai. 

Credito: Sito web del turismo in Isan http://i-san.tourismthailand.org/6906/

 

Nel corso degli anni, Baan Hua Fai è diventata una cooperativa di villaggio con quasi 200 membri, la maggior parte dei quali donne. Oggi è diventata un’impresa modello OTOP che accoglie i visitatori e funge da luogo di apprendimento e collaborazione per le tecniche di progettazione e produzione. Le generazioni più giovani stanno adottando nuovi modelli di business in base al cambiamento dei gusti e dell’ambiente di marketing. Vendono prodotti online tramite Facebook e Instagram e collaborano con i migliori designer thailandesi.

La prossima fase della traiettoria di crescita della moda tradizionale tailandese è quella di una vera e propria “globalizzazione”. Seguendo le orme di sua nonna, Sua Altezza Reale la Principessa Sirivannavari Nariratana ha guidato la creazione del Thai Textiles Trend Book. In qualità di redattore capo, Sirivannavari ha supervisionato la compilazione di “toni thailandesi”, nonché di modelli e materiali che avrebbero reso i tessuti tradizionali thailandesi commerciabili al di fuori della Thailandia. Disponibile gratuitamente in versione cartacea ed elettronica sul sito web del Ministero della Cultura, il Trend Book offre un pronto per tessitori, designer, studenti e chiunque stia sviluppando nuove idee per i tessuti thailandesi.

 

Evento di lancio del libro: “Thai Textiles Trend Book SS 2022”. 

Crediti: sito web di Hommes Thailandia https://hommesthailand.com/2020/12/thai-textiles-trend-book-ss-2022/

 

Oltre ad ispirarsi all’eredità di Sua Maestà la Regina Madre, la Principessa Sirivannavari intende intrecciare la sostenibilità con l’artigianato tradizionale tailandese e la saggezza locale. L’uso di pigmenti naturali, fibre e tecniche di produzione a basso contenuto di carbonio corrisponde al modello di economia verde bio-circolare di consumo e produzione sostenibile promosso dal governo thailandese. Le imprese thailandesi di telai a mano rappresentano anche storie di successo nel raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite. Questi includono, tra gli altri, l’SDG 1 (No alla povertà), l’SDG 5 (Uguaglianza di genere), l’SDG 8 (Lavoro dignitoso e crescita economica) e l’SDG 12 (Consumo e produzione responsabili).

La storia dell’industria della moda sostenibile tailandese ci dà una lezione importante: possiamo guardare al nostro passato per trovare risposte per il futuro. In Thailandia, la famiglia reale è stata determinante nel preservare le conoscenze tradizionali e la saggezza locale, che per secoli hanno mostrato la via per la nostra gente di vivere in equilibrio con l’ambiente naturale.

Ecco perché il concetto di sostenibilità trova un pubblico pronto in Thailandia. È quasi innato nel vero stile di vita thailandese.

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La dott.ssa Vilawan Mangklatanakul, Vice Segretario Permanente per gli Affari Esteri della Thailandia, diplomatica di carriera dal 1995, ha maturato la sua esperienza nella politica estera e nel diritto internazionale della Thailandia, avendo ricoperto il ruolo di Direttore dell’Ufficio di Politica e Pianificazione, di Direttore Generale del Dipartimento degli Affari Economici Internazionali e di Direttore Generale del Dipartimento dei Trattati e degli Affari Legali.

Nel novembre 2021, la 76a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha eletto la dott.ssa Vilawan come uno dei 34 membri della Commissione di diritto internazionale (ILC) per il periodo 2023-2027. È la prima e unica donna thailandese candidata dal Gruppo Asia-Pacifico e la prima donna giurista internazionale dell’ASEAN a essere eletta a tale carica. Durante la sua campagna elettorale per l’ILC, la dott.ssa Vilawan ha sostenuto l’emancipazione femminile e la necessità di preparare meglio le comunità alle sfide future.

Spazio per Italia e UE nella rivoluzione green dell’ASEAN

I Paesi del Sud-Est asiatico devono e vogliono accelerare sulla transizione green. Una grande opportunità da cogliere anche dalle imprese italiane

Editoriale a cura di Valerio Bordonaro

I Paesi del Sud-Est asiatico devono accelerare la transizione energetica e restare fedeli agli obiettivi per il contenimento del cambiamento climatico. Secondo un rapporto dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA), è necessario un investimento medio annuo di 210 miliardi di dollari da investire nei settori delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica e delle relative infrastrutture entro il 2050 per limitare un aumento della temperatura globale a 1,5 gradi C. Un investimento di questo tipo sarebbe più di due volte e mezzo l’importo attualmente pianificato dai governi dei Paesi ASEAN. La regione del Sud-Est asiatico ospita il 25% della capacità di generazione geotermica mondiale, ma la regione possiede anche importanti riserve di carbone. L’Indonesia, ad esempio, ha emanato un nuovo regolamento per l’energia pulita. Si tratta di uno dei maggiori esportatori mondiali di carbone, che alimenta attualmente il 60% circa del fabbisogno elettrico del Paese. La recente misura è pensata per diversificare il mix energetico e aumentare la quota delle energie rinnovabili al 23% entro il 2025. Finora si trova al 12% circa. Il regolamento stabilisce inoltre che non verranno costruite nuove centrali a carbone, anche se quelle già attive potranno continuare a rimanere in funzione. Le emissioni di queste centrali, tuttavia, dovranno essere contenute. Il governo ha anche stabilito un nuovo sistema di prezzi per le fonti energetiche pulite, per incoraggiare gli investimenti. Per aumentare gli investimenti, il governo fornirà anche incentivi fiscali, inclusi finanziamenti. Secondo il rapporto, se i Paesi del Sud-Est asiatico desiderano realmente contribuire alla lotta al cambiamento climatico, è necessaria un’azione collettiva e concertata: di recente i passi in tal senso appaiono concreti. Secondo IRENA la regione punta a ricavare il 23% della sua energia primaria da fonti rinnovabili entro il 2025. E gli investimenti sono in aumento, con ampi spazi di cooperazione anche per i governi e le imprese internazionali, a partire da Europa e Italia.

L’alleanza Chip4 e il suo impatto sui semiconduttori ASEAN

La partita (politica) dei semiconduttori diventa gioco di squadra. Almeno da un lato del campo. L’alleanza a quattro voluta dagli USA mira contenere la Cina. Da che lato giocheranno i Paesi ASEAN?

I semiconduttori sono essenziali per la vita e la crescita della società digitale. L’approvvigionamento “sicuro” di questi prodotti rappresenta ormai una priorità – e un grattacapo – per i governi di tutto il mondo. È tuttora in corso una crisi globale delle supply chain del settore – una crisi che si inserisce in un più ampio contesto di “globalizzazione in affanno” – che rende difficile per le altre industrie procacciarsi i componenti necessari. Il problema è reso ancora più complesso dalle sue ricadute politiche. Stati Uniti e Cina infatti gareggiano anche nello sfruttamento dei dati e nello sviluppo di nuove applicazioni dell’intelligenza artificiale. Questo porta i due giganti a richiedere un enorme quantità di chip e provare a limitare la presa del rivale sul mercato. Nei mesi scorsi, Washington ha mosso i primi passi verso la formazione di un’alleanza a quattro sui semiconduttori con i suoi partner storici affacciati sul Mar cinese – Giappone, Corea del Sud e Taiwan –  per poter sviluppare catene di approvvigionamento “democratiche”, dalla fabbrica al consumatore, senza dover coinvolgere necessariamente la Cina. Pechino guarda con sospetto all’iniziativa americana, temendo di finire “esclusa” dalle value chain più importanti del mondo globalizzato.

La fragilità e l’importanza strategica delle supply chain dei semiconduttori hanno spinto i governi ad attivarsi per mettere in sicurezza la propria sovranità tecnologica. Molti Paesi si sono attivati per rafforzare la produzione di chip nel proprio territorio, in collaborazione con i colossi del settore: solo per menzionare due iniziative, la taiwanese TSMC sta costruendo un impianto produttivo da 12 miliardi in Arizona con il supporto dello Stato e del Governo federale; Intel e il Governo italiano stanno chiudendo le trattative per la creazione di un sito produttivo in Veneto. Ciononostante, la value chain dei semiconduttori non può essere rinchiusa nei confini di un singolo Paese, né riorganizzata così facilmente. Ogni fase della filiera produttiva richiede una forte specializzazione di interi distretti industriali e attrezzature ad altissima tecnologia. Al momento, non sembra possibile fare a meno dei Paesi dell’Asia orientale. Pertanto, i governi cercano anche di rafforzare le proprie partnership internazionali, in modo da rendere più sicuri gli approvvigionamenti e superare certi colli di bottiglia nella produzione. Ciascuna economia del Chip4 è particolarmente forte in uno degli “anelli” della catena e l’alleanza riuscirebbe ad organizzare gli approvvigionamenti tra partner in modo quasi autonomo da attori esterni. Non ci sono solo considerazione economiche dietro l’iniziativa di Washington, però. I quattro Paesi sono democrazie like-minded che guardano con una certa attenzione alla influenza cinese crescente non solo nella regione, ma anche nell’economia digitale e in alcuni suoi settori d’avanguardia. In uno scenario di crescenti tensioni con Pechino, i Paesi Chip4 potrebbero avere interesse a non dipendere dall’industria dei semiconduttori cinese. 

Eppure, non è così facile estromettere la Cina dalla value chain, soprattutto per la Corea del Sud. Il 60% dell’export dei chip di Seul infatti va verso il vicino. Partecipare a un’alleanza che potrebbe essere percepita come anticinese esporrebbe i produttori coreani alla rappresaglia commerciale, quindi all’esclusione da un mercato di notevoli dimensioni. Allo stesso tempo, Pechino potrebbe non essere in grado di rinunciare ai semiconduttori Made in Korea, dato che certe tecnologie avanzate sono sviluppate solo lì o negli Stati Uniti – e Washington ha imposto sanzioni e misure di export control contro le aziende cinesi ancora nel 2020. In altre parole, provare a escludere un Paese dalla supply chain e, più in generale, intervenire nel settore con obiettivi politici comporterà sempre dei pesanti costi e potrebbe peggiorare ulteriormente la crisi degli approvvigionamenti. La sovranità tecnologica potrebbe rivelarsi un obiettivo irraggiungibile e, appunto, costoso – non ci sono solo i dazi imposti dai governi, ma anche la spesa in sussidi per attirare le aziende private sul proprio territorio – dato che il ritardo anche in una fornitura di secondaria importanza potrebbe paralizzare l’intero settore a livello mondiale.L’iniziativa statunitense potrebbe coinvolgere a un certo punto anche alcuni Paesi ASEAN. L’industria dei semiconduttori si sta sviluppando velocemente nella regione e alcuni Paesi giocano già una parte fondamentale – soprattutto Malesia e Singapore. In alcuni casi, si tratta di partner riconosciuti da Washington anche sul piano politico. Prima o poi, gli USA potrebbero provare a coinvolgerli in iniziative come Chip4. Tutte le principali economie ASEAN hanno un rapporto ambivalente con la Cina: da un lato, partner economico fondamentale; dall’altro, vicino sempre più assertivo. Pertanto, per i loro governi potrebbe porsi lo stesso dilemma affrontato oggi da Seul. In ogni caso, occorre ricordare che l’industria mondiale dei semiconduttori non può prosperare senza un sistema commerciale liberalizzato e schermato, quanto più possibile, dalle tensioni politiche, a causa della fitta rete di interdipendenze tra Paesi. L’acuirsi delle tensioni tra Washington e Pechino in questo campo avrebbe, in ogni caso, effetti profondamente negativi sul settore e ne renderebbe ancora più complicata la crisi.

La rivoluzione del caffè in ASEAN

Articolo di Chiara Suprani

Mentre continua ad aumentare il consumo locale della bevanda, i produttori regionali a partire da quelli del Vietnam sono preoccupati per l’incombente carezza di caffè che rischia di far volare i prezzi

L’Asia è la rinomata patria delle piantagioni e dei rituali del tè, tuttavia secondo l’Organizzazione Internazionale del Caffè, la regione dell’Asia-Oceania ha accresciuto il suo consumo di caffè del 1,5% negli ultimi cinque anni, superando di un punto in percentuale la crescita del consumo in Europa (che resta comunque per il momento più alta) nello stesso periodo. Per alcuni la questione è da rifarsi all’ascesa della classe media, che sarebbe più incline ad esplorare nuove tendenze e a consumare prodotti occidentali. Per altri, invece, l’inclinazione andrebbe ben oltre la semplice curiosità: si tratterebbe ormai di una questione culturale tale da provocare nei consumatori la ricerca e l’attenzione verso i “chicchi” locali. Non solo, al caffè gli abitanti del Sud-Est asiatico attribuiscono un retaggio coloniale. Nel XIX secolo, la Francia raccoglieva nel Vietnam semi conosciuti con il nome di “boccioli di ciliegio”, dal colore cremisi, e i Paesi Bassi ne esportavano grosse quantità dall’Indonesia.

Sebbene la caffeicoltura, specialmente quella della più pregiata varietà di caffè arabica, sia notoriamente legata alle economie del Sud America, le alluvioni in Colombia e i raccolti carenti del 2021 di Honduras, Guatemala e Nicaragua, hanno negli ultimi due anni riorientato le catene di approvvigionamento.

Per alcuni Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico, gli ultimi anni sono stati propizi per il commercio del caffè. Il Vietnam a gennaio 2022 era il secondo Paese per export di caffè al mondo, dopo il Brasile. L’Indonesia da febbraio 2021 a gennaio 2022 ha esportato sette milioni di sacchi da 60 kg di caffè, superando l’Uganda. 

I “boccioli di ciliegio” del Vietnam

Anche nel Vietnam, il caffè è radicato nella cultura. Nel lessico, le tangenti sono chiamate “soldi del caffè” mentre socializzare si dice andare a “ca phe ca phao”. Famoso per la sua varietà di caffè robusta, il Vietnam ha esportato 1,24 milioni di tonnellate di caffè per un valore di 2,82 miliardi di dollari durante i primi otto mesi del 2022, registrando aumenti del 14,7% in volume e del 39,6% in valore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Eppure, Hanoi guarda preoccupata alle prospettive dei prossimi mesi. Il rialzo dei prezzi globali sta già colpendo il settore, che vedrà un calo nella produzione dei semi di caffè il prossimo anno. La disponibilità locale verrà ridotta a sua volta, con le ritenute dei coltivatori che crolleranno dal 13 al 2% della loro produzione annua. Il crollo dell’approvvigionamento della varietà di robusta, che rappresenta il 90 per cento della produzione nazionale, ha spinto i prezzi nella provincia di Dak Lak, che copre un terzo del raccolto del Paese, fino a 49.100 dong vietnamiti (US$ 2.10) per chilogrammo. Un prezzo da record.

Indonesia: la mecca del caffè

L’Indonesia è il secondo Paese in Asia per produzione di caffè. Iman Kusumaputra è uno dei co-fondatori di Kopikalyan, la risposta indonesiana a Starbucks, e ha sottolineato in un’intervista a Nikkei che “se una volta la produzione era principalmente orientata all’esportazione, ora i contadini si tengono la miglior qualità di caffè per sé”. Inoltre, la conformazione geografica dell’Indonesia, ossia la più grande nazione arcipelago al mondo, permette al Paese di coltivare numerose varietà di caffè, ciascuna che rispecchia le caratteristiche dell’isola in cui viene piantata. Un altro aspetto che ha probabilmente contribuito a portare il consumo di caffè in Indonesia a 5 milioni di sacchi da 60 kg nel 2020/21 è la ricerca di una bevanda non alcolica da condividere in momenti di socialità in un Paese a maggioranza musulmana.

I weed cafè thailandesi

L’8 giugno di quest’anno il governo thailandese ha dichiarato che non è più illegale coltivare e commerciare marijuana e prodotti alla canapa. Era stato previsto che questa mossa, in un Paese conservatore e di religione Buddhista, avrebbe avuto conseguenze limitate per il commercio, dato il divieto sull’uso ricreativo e la produzione di droghe con un livello di THC maggiore dello 0,2 per cento. Negli ultimi mesi, tuttavia, nel tentativo di riattivare il turismo post pandemico, a Bangkok sono spuntati numerosi weed cafè. Nel biennio 20/21 il consumo di caffè in Thailandia ammontava a quasi un milione e mezzo di sacchi da 60kg. L’allentamento delle misure anti-Covid assieme alla legalizzazione della marijuana ha incentivato i giovani imprenditori nazionali all’apertura di nuovi locali che potessero combinare questi due settori.

Resta da vedere se le previsioni per settembre si confermeranno corrette. In tal caso, in Paesi come Germania, Stati Uniti ed Italia, tra i principali importatori di caffè dal Vietnam, i prezzi subiranno un’impennata. E la disponibilità del prodotto diminuirà data anche la tendenza in crescita del consumo domestico di caffè nei Paesi del Sud-Est asiatico.

L’ASEAN guida del commercio globale

Tra il 2021 e il 2026 il Sud-Est asiatico sembra destinata a essere la regione con la più forte crescita di esportazioni al mondo

Tutti gli indicatori confermano: il motore della crescita dei prossimi anni sarà sempre di più il Sud-Est asiatico. Secondo il rapporto Trade Growth Atlas del fornitore di logistica globale DHL, il blocco dei Paesi ASEAN dovrebbe infatti guidare il mondo in termini di crescita delle esportazioni dal 2021 al 2026. Alle spalle della regione del Sud-Est si dovrebbero affermare Asia meridionale e centrale. Si prevede che l’ASEAN registrerà una crescita del volume delle esportazioni del 5,6% nel quinquennio, seguita dall’Asia meridionale e centrale con il 5% e dall’Africa sub-sahariana con il 4,4%, con la prosecuzione della riscrittura degli equilibri commerciali globali. Il Sud-Est asiatico e l’Asia meridionale e centrale sono dunque destinati a essere sempre di più “nuovi poli” di crescita del commercio. In primissimo piano Vietnam e Filippine, che hanno stime di crescita del PIL e delle esportazioni elevatissime nei prossimi anni, anche grazie alla diversificazione della produzione e delle catene di approvvigionamento globali. Sempre più colossi internazionali, a partire da quelli tecnologici e digitali, stanno rafforzando la loro presenza in una regione dove la classe media è in costante ampliamento.

Secondo la ricerca DHL, per altro, la pandemia non rappresenterà una battuta d’arresto tanto grave come previsto inizialmente per il commercio globale. E anche nonostante la guerra tra Russia e Ucraina, le recenti previsioni indicano che nel 2022 e 2023 il commercio globale dovrebbe crescere leggermente più veloce rispetto ai dati degli anni pre pandemici. Il tutto anche grazie all’impennata delle vendite dell’e-commerce, la cui crescita transfrontaliera dovrebbe proseguire. Le vendite globali potrebbero raggiungere il trilione di dollari nel 2030, rispetto ai 300 miliardi di dollari del 2020. E anche su questo fronte l’ASEAN può giocare un ruolo fondamentale, visto il netto aumento del settore nella regione. Il Sud-Est asiatico sta diventando un esportatore sempre più importante di beni strumentali sofisticati, come attrezzature industriali e motori. Insomma, la crescita non è solo quantitativa ma anche qualitativa.

Dal durian una lezione su pro e contro del libero commercio

Da quando il  Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) è entrato in vigore lo scorso primo gennaio, per i Paesi ASEAN esportare è diventato indubbiamente più facile. Il recente boom di vendite del durian in Cina offre importanti spunti di riflessione sulla sostenibilità dell’accordo e sulle sfide che derivano dalla creazione di una zona di libero scambio con un mercato grande come quello cinese.

Il RCEP rappresenta attualmente il 30% del PIL mondiale, nonché il più grande blocco commerciale del mondo. Per le dieci economie ASEAN, l’adesione all’accordo ha costituito un forte impulso all’esportazione dei propri prodotti. Accanto al quasi totale abbattimento delle barriere tariffarie, le più rapide tempistiche di sdoganamento delle merci deperibili costituiscono un grande vantaggio quando la freschezza è fondamentale a garantire l’alta qualità e la competitività del prodotto. È il caso del durian, diventato il frutto più importato in Cina, sia in termini di volume che di valore.

Stando alle statistiche delle dogane cinesi, nel 2021 le importazioni di durian fresco hanno raggiunto le 821.600 tonnellate, per un totale di 4.205 miliardi di dollari, registrando significativi incrementi rispetto agli anni precedenti. Paragonate a quelle del 2017, le importazioni del “re dei frutti” sono cresciute di ben quattro volte e un’ulteriore accelerazione delle vendite è prevista quest’anno.

Sebbene i costi si siano ridotti in seguito all’entrata in vigore del RCEP, questo non ha impattato sui prezzi, i quali seguono in crescita, parallelamente all’impennata della domanda del prodotto da parte dei consumatori cinesi. Ad oggi, un durian costa generalmente più di 7 dollari al pezzo, ma il prezzo elevato non ha fermato la richiesta nei supermercati e la diffusione di piatti a base di durian, come torte, crepes al latte di durian e addirittura hotpot al durian, recensiti con entusiasmo dai consumatori sui social media cinesi e popolari nei ristoranti di lusso.

In risposta, i Paesi produttori del Sud-Est asiatico stanno provvedendo ad ampliare la propria capacità produttiva. Solo dal 2019 al 2021, la Thailandia ha aumentato di circa il 30% la sua produzione di durian. “Le importazioni cinesi sono già elevate, ma si prevede che il consumo pro capite della Cina crescerà ulteriormente. Gli agricoltori thailandesi sono molto motivati a espandere la produzione”, ha spiegato a Nikkei un funzionario dell’ambasciata thailandese in Cina. 

La Malesia sta disboscando parte delle sue foreste pluviali tropicali per fare spazio a piantagioni di durian “Musang King”, la varietà più pregiata e in voga, non senza causare conseguenze irreversibili sull’ecosistema e sulle comunità locali, secondo alcuni esperti. Una dichiarazione congiunta firmata da trentasei organizzazioni della società civile e promossa dal gruppo ambientalista B.E.A.CC..H individua nel disboscamento la causa principale delle recenti inondazioni nell’area di Gunung Inas, nel distretto di Baling, le quali hanno travolto 42 villaggi e aree residenziali, colpendo 1.500 abitanti del villaggio e causando la perdita di 3 vite umane. Anche Laos e Vietnam stanno ricevendo flussi crescenti di investimenti su larga scala, anche da parte cinese, destinati all’espansione della coltivazione del durian.

Il timore condiviso è che la moda del durian in Cina possa un giorno scemare, o che Pechino possa usare misure di restrizione delle importazioni come strumento diplomatico, come già avvenuto lo scorso marzo con il divieto di importazione di ananas taiwanesi. In altre parole, l’inclusione della Cina nella principale piattaforma di integrazione economica regionale, in nome di una maggiore cooperazione in tema di commercio e investimenti, è parsa auspicabile agli occhi di molti. D’altra parte, esiste il rischio che questo possa accrescere la dipendenza economica dei Paesi ASEAN dalla Cina, lasciando spazio a improvvise perturbazioni, anche nelle nicchie di mercato attualmente più redditizie, come quella del durian.

Il Sud-Est asiatico al centro

Prima la ministeriale dell’IPEF, poi il China-ASEAN Expo: la regione porta avanti la sua linea di neutralità e cooperazione internazionale

Editoriale a cura di Lorenzo Lamperti

La guerra in Ucraina ha acuito una tendenza che era in atto già da qualche tempo: la richiesta, implicita o meno, di scegliere “da che parte stare”. Non solo sulla Russia, ma anche in riferimento alla Cina. L’ASEAN sembra però aver scelto da tempo da che parte stare, vale a dire da quella di neutralità e pacifismo. Una strada che sta ponendo il Sud-Est asiatico, una delle regioni in più rapida crescita al mondo, al centro delle relazioni commerciali (e non) internazionali. La dimostrazione plastica arriva nel corso di questo mese di settembre, con due eventi rilevanti nel giro di una settimana. Tra l’8 e il 9 settembre i rappresentanti di Brunei, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam hanno partecipato a Los Angeles alla prima riunione ministeriale dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity (IPEF), la piattaforma di cooperazione commerciale lanciata qualche mese fa dagli Stati Uniti del Presidente Joe Biden. Al termine del summit, i 14 Paesi che fanno parte del progetto hanno concordato sulle linee guida fondamentali per negoziare i quattro principali “pilastri” di un futuro accordo: il commercio (compresi i flussi di dati e i diritti dei lavoratori), la resilienza della catena di approvvigionamento, l’energia verde e gli standard ambientali, le misure anticorruzione e fiscali. Da venerdì 16 a lunedì 19 settembre è invece in programma la 19esima edizione del China-ASEAN Expo e del China-ASEAN Business and Investment Summit. L’evento si svolge a Nanning, nella regione autonoma del Guangxi, con la partecipazione fisica di oltre 300 imprese e di altre duemila imprese in modalità virtuale. La Malesia, in qualità di Paese d’onore, ospiterà una serie di attività sul tema del 10° anniversario dello sviluppo di due parchi industriali (a Qinzhou nel Guangxi e a Kuantan in Malesia), chiamati ad approfondire ulteriormente gli scambi economici e commerciali e la cooperazione tra Cina e ASEAN, anche nell’ambito della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP). Pechino è da tempo il principale partner commerciale dell’ASEAN. Nei primi sette mesi del 2022, l’interscambio è ulteriormente aumentato. Segnale di un legame importante per entrambe le parti. La possibilità di “aggiungere”, per altri attori internazionali, è concreta. E lo dimostra la cooperazione in fase di approfondimento tra ASEAN e Unione Europea. “Sostituire”, invece, appare molto più complicato.

La locomotiva ASEAN accelera

Con una contingenza globale a dir poco complessa, il Sud-Est asiatico è una delle regioni più attraenti per gli investitori internazionali

Editoriale a cura di Alessio Piazza

Boom del turismo, ripartenza robusta della domanda interna, ricchezza di materie prime e regole sempre più accoglienti per gli attori internazionali. Il Sud-Est asiatico è una delle regioni più attraenti per gli investimenti globali. Lo era prima, lo è ancora di più nell’attuale contingenza, resa ancora più complessa dall’inflazione diffusa e dalle incognite sulle catene di approvvigionamento. A partire da quella energetica. Mentre i titoli azionari globali sono in difficoltà dopo le ultime mosse della Federal Reserve statunitense, le prospettive di crescita del Sud-Est asiatico rendono infatti l’area ASEAN una delle preferite dagli investitori. Secondo le stime di Bloomberg, la maggior parte delle maggiori economie della regione dovrebbe crescere di almeno il 5% nel 2022, grazie all’abolizione delle restrizioni imposte durante la pandemia di Covid-19. E i fondi globali hanno versato un importo netto di 2,4 miliardi di dollari nella regione, senza peraltro contare Singapore. Secondo il South China Morning Post, la composizione dei benchmark azionari del Sud-Est asiatico, con una percentuale relativamente alta di azioni bancarie, è inoltre favorevole in un contesto di rialzo dei tassi d’interesse globali. Mentre la maggior parte delle banche centrali mondiali è stata costretta a inasprire la politica di bilancio per far fronte a un’inflazione in crescita, in parte determinata da anni di stimoli pandemici, il problema è stato meno acuto nel Sud-Est asiatico. L’Indonesia, il cui mercato azionario è tra i più performanti al mondo quest’anno, ha iniziato ad alzare i tassi solo in agosto. E, in generale, i tassi sono ancora molto più abbordabili rispetto a diversi altre zone del mondo. La Malesia ha più che raddoppiato il suo target annuale per i turisti in seguito alla ripartenza sopra le stime degli ultimi mesi, mentre la Thailandia prevede di raccogliere addirittura 11 miliardi di dollari grazie al forte aumento degli arrivi dei visitatori stranieri nel secondo semestre dell’anno. Ma anche l’Indonesia sta accelerando e, da ultimo, ha attratto anche l’attenzione dell’Arabia Saudita sulle sue startup con un potenziale futuro da unicorni. Per non parlare del Vietnam, che sta diventando destinazione della produzione di sempre più colossi internazionali. La locomotiva ASEAN è ripartita.

ASEAN e agricoltura 4.0: tra sfide globali e insicurezza alimentare fiorisce il mercato dell’agtech

L’Asia, il continente più popoloso del mondo, è anche quello che ospita più della metà (425 milioni) delle persone che ancora soffrono la fame. Le recenti sfide ambientali, sanitarie e politiche sono servite come “campanello d’allarme”, sottolineando la necessità di ripensare le catene di produzione e approvvigionamento. Nel Sud-Est asiatico, questo ha dato un forte impulso alla trasformazione digitale già in corso nel settore agricolo, innescando una vera e propria rivoluzione dell’agricoltura 4.0.

“L’agricoltura è uno stile di vita nell’ASEAN”. Nella regione 8 Paesi su 10 dipendono dall’agricoltura e dalla sua produzione e in alcuni, come Myanmar e Laos, il settore arriva a rappresentare oltre il 40% del PIL. Tuttavia, le tecniche di produzione tradizionali non riescono a far fronte alla domanda sempre più sofisticata di beni alimentari di una popolazione in continua crescita. L’Asian Development Bank stima che per tenere il passo con l’espansione della classe media e la crescita della domanda di alimenti, la produzione dovrebbe aumentare del 60-70% rispetto a dieci anni fa. I Paesi del Sud-Est asiatico si stanno dunque orientando sempre più verso soluzioni agtech che permettano di produrre di più (e in maniera sostenibile) con meno risorse, al fine di garantire la sicurezza alimentare in un contesto di crescente instabilità.

Singapore, una delle zone più densamente popolate del pianeta, punta sull’agricoltura verticale per ovviare alla scarsità di terreni da destinare all’uso agricolo. Sono ormai più di una decina i tetti adibiti all’agricoltura urbana, pensati per garantire un raccolto di 2.000 tonnellate di verdure all’anno. Utilizzando la tecnologia idroponica, la società ComCrop riesce a produrre ortaggi senza l’uso di pesticidi o erbicidi dannosi, riducendo contemporaneamente i consumi di acqua del 90% rispetto all’agricoltura tradizionale. Decisamente inferiori sono anche i costi di produzione, trasporto e stoccaggio: i prodotti coltivati sui tetti della città sono disponibili nelle rivendite locali in tempi più rapidi e a prezzi più convenienti. 

Oltre a limitare l’insicurezza dovuta alla forte dipendenza esterna in termini di approvvigionamento alimentare, le nuove tecnologie permettono anche di proteggere colture e animali da potenziali rischi ambientali. La Blue Ocean Aquaculture Technology (BOAT) ha trasformato uno spazio industriale nell’area di Tuas a Singapore in un sistema di “allevamento ittico futuristico” al coperto. Sfruttando la tecnologia del nano-ossigeno, l’azienda riesce a produrre in maniera sostenibile fino a 18 tonnellate di pesce all’anno, al riparo da problemi quali l’inquinamento delle acque e la fioritura del plancton.

L’operato di imprese pioniere come ComCrop e BOAT si allinea perfettamente con la Food Security Roadmap, il piano del governo di Singapore pensato per provvedere autonomamente al 30% del fabbisogno nutrizionale della città-stato entro il 2030, il quale prevede lo stanziamento di oltre 40 milioni di dollari finalizzate a garantire la resilienza dell’industria agricola e la gestione efficiente delle risorse.

Il successo dell’agtech sta anche trasformando le vite di molti lavoratori della regione. Pham Thi Huong ha raccontato a Nikkei Asia di aver abbandonato il lavoro nelle piantagioni di caffè sugli altipiani centrali del Vietnam per dedicarsi alla coltivazione di fragole sulle rocce in una serra di Orlar. La società australiana, in collaborazione con l’Associazione imprenditoriale olandese del Vietnam, ha infatti ideato una nuova forma di agricoltura verticale che utilizza rocce trattate con un mix brevettato di microbi per fornire nutrienti alle coltivazioni, in assenza di terreno e con un utilizzo minimo di acqua. 

Nella provincia thailandese di Prachuap Khiri Khan, Kirana Leesakulpran, 48 anni, nel settore dell’allevamento dei gamberi da quasi 30, ha dato una svolta alla propria attività integrando alcuni alimentatori automatici e un sistema di aeratori a pale nel suo stabilimento. “Da quando abbiamo implementato questa nuova tecnologia e questo sistema, siamo in grado di produrre di più. Guadagniamo di più e questo rende la nostra vita di agricoltori più sostenibile”, ha commentato, spiegando come le tempistiche di purificazione delle acque si siano ridotte da tre a sette giorni e la produttività sia aumentata in maniera significativa, riducendo al contempo gli scarti di mangimi, i quali rappresentano uno dei maggiori costi nel settore.Per le persone il cui sostentamento dipende dalle attività di agricoltura e allevamento, l’equilibrio tra produttività e sostenibilità gioca un ruolo chiave nel garantire l’accesso a cibo nutriente e in quantità sufficienti. Sullo sfondo di una generalizzata impennata dei prezzi dei beni alimentari e al rincaro di carburante e fertilizzanti dovuti al conflitto tra Russia e Ucraina, gli operatori del settore nel Sud-Est asiatico si trovano a fronteggiare eventi meteorologici estremi e problemi endemici legati all’insicurezza alimentare. Questo spinge i governi e le imprese locali a ripensare i sistemi di produzione e approvvigionamento, optando per l’integrazione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale nelle filiere produttive. Data la forte vocazione tecnologica della regione, il Sud-Est asiatico costituisce un terreno fertile per lo sviluppo dell’innovazione nel settore agroalimentare; le sfide globali e regionali costituiranno un importante banco di prova per i nascenti mercati dell’agtech e del foodtech.