Asean

La tutela delle indicazioni geografiche UE in ASEAN

L’export dell’agrifood italiano in Asia vale milioni. Il modello UE di tutela delle indicazioni geografiche si sta diffondendo nel Sud-Est asiatico.

Prosecco, parmigiano reggiano, pecorino romano. I prodotti dell’agrifood italiano sono un indiscusso orgoglio nazionale. Le esportazioni di alimenti e bevande valevano quasi 38 miliardi di euro nel 2019, circa l’8% dell’export italiano. Non si tratta solo di una questione economica, però. Il cibo per noi è una cosa seria, tanto che a volte finiamo per scaldarci quando all’estero lo vediamo bistrattato o, addirittura, “usurpato” da aziende straniere. Questo nostro essere così suscettibili sul cibo sorprende le persone degli altri paesi – e diverte: Italians mad at food (italiani matti per il cibo) è un ricco filone di meme sui social mediainternazionali. Questo doppio valore del cibo, economico e simbolico, spinge l’Italia ad essere particolarmente attenta quando si tratta di difendere i propri prodotti alimentari attraverso il riconoscimento delle indicazioni geografiche (IIGG) a livello europeo. È proprio l’UE a occuparsi della regolamentazione e della tutela delle IIGG anche sui mercati esteri, inserendo dei capitoli appositamente dedicati nei suoi trattati di libero scambio, come avviene negli accordi con Singapore e Vietnam, per esempio.

Le IIGG rientrano nella più ampia categoria dei diritti di proprietà intellettuale, al fianco dei marchi e dei brevetti. I nomi dei prodotti registrati come indicazione geografica sono protetti dalle imitazioni e dall’uso improprio all’interno del mercato unico europeo. Ciascun nome registrato è legato a un territorio, ma anche a un metodo di produzione e a specifiche materie prime. Se le aziende desiderano vendere il proprio prodotto utilizzando il nome protetto dall’indicazione geografica, dovranno attenersi scrupolosamente alle regole di produzione registrate a livello europeo. Nel concreto, le IIGG diventano poi un marchio sull’etichetta di molti prodotti che troviamo sugli scaffali, a garanzia del legame tra quel prodotto e il suo territorio. Si tratta di una tutela legale definita sui generis: le IIGG forniscono una protezione diversa dai marchi commerciali ordinari. Altri ordinamenti, come quello statunitense, ricorrono proprio a quest’ultimo strumento per proteggere gli interessi economici dei produttori di una determinata area geografica. Il marchio che fa riferimento a una specifica provenienza geografica è di proprietà di un’azienda o di un consorzio e viene poi concesso da quell’azienda ad altri produttori. Per fare un esempio, il Parmigiano Reggiano è una indicazione geografica nell’ordinamento UE, mentre è un marchio registrato di proprietà del Consorzio omonimo negli USA. Questa differenza di tutela produce molte conseguenze e altrettante controversie. Entrambi gli strumenti sono compatibili con l’Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPS) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Nei Paesi ASEAN vengono utilizzati entrambi i tipi di tutela, anche se ormai la maggioranza degli Stati membri è passata al sistema sui generis. Utilizzare le IIGG per proteggere i prodotti alimentari, anziché il semplice marchio, rende anche più facile un’armonizzazione con il sistema di protezione UE. Bruxelles ha spinto per inserire un’apposita sezione dedicata alle IIGG nei due accordi di libero scambio conclusi rispettivamente con Singapore e Vietnam, portando i Partner a rafforzare la propria legislazione interna in materia e garantendo una tutela piena e reciproca dei nomi registrati. Il mutuo riconoscimento delle IIGG si realizza allegando una lista dei prodotti da proteggere agli Accordi: al momento della loro conclusione, l’accordo con Singapore proteggeva 196 IIGG europee, quello con il Vietnam 169 IIGG europee e 39 vietnamite. Queste liste possono essere poi aggiornate di comune accordo tra le parti. I negoziatori europei sono sempre molto agguerriti sulla questione IIGG, che riemerge con puntualità in ogni nuova trattativa sugli accordi commerciali. Non si tratta mai di un capitolo facile da affrontare. L’Europa riconosce un gran numero di indicazioni (oltre 3300), molto richieste dai consumatori e, quindi, imitate all’estero. Le controparti invece spesso non hanno un numero comparabile di IIGG da proteggere: è evidente la disparità numerica tra le liste dei prodotti tutelati nell’Accordo UE-Vietnam; ci accorgiamo subito che il numero dei soli prodotti italiani tutelati dall’Accordo è maggiore di quello dei prodotti vietnamiti – e dobbiamo poi inserire i prodotti di tutti gli altri Stati membri UE. I negoziatori della Commissione devono di volta in volta trovare un punto di incontro con i partner, magari facendo concessioni su altri capitoli dell’Accordo, e selezionare un numero limitato di IIGG europee “strategiche” per il mercato in questione con l’aiuto dei governi nazionali e dei consorzi dei produttori. I risultati della politica commerciale UE sono comunque soddisfacenti e favoriscono soprattutto quegli Stati membri che hanno delle IIGG molto rilevanti sul piano commerciale: Italia in primis, ma anche Francia, Spagna e Grecia, per fare degli esempi.

A volte la questione IIGG diventa un grande ostacolo per i negoziati: lo abbiamo visto nelle trattative per il TTIP (anche se non sono certo fallite solo per questo) e in quelle in corso con Australia e Nuova Zelanda. Alle differenze di tutela legale (sui generis vs marchio) si aggiungono interessi commerciali molto rilevanti. Al contrario, l’UE sembra aver avuto particolare fortuna con l’ASEAN, che ha interiorizzato la tutela delle IIGG tra i suoi obiettivi istituzionali e sta costruendo la propria capacity con l’aiuto di Bruxelles grazie al progetto ARISE+. Questo processo porterà prodotti pregiati di tutto il Sud-Est asiatico ad essere protetti efficacemente nei mercati ASEAN e in quello europeo – come, ad esempio, le differenti varietà di arabica indonesiana o il pepe nero del Sarawak dalla Malesia. Stiamo forse assistendo a una nuova manifestazione del cosiddetto Brussels effect, la capacità dell’UE di far circolare i suoi standard e imporli agli altri attori (privati e pubblici) dell’economia globale nei panni di una “superpotenza regolatrice”. L’UE sembra  ormai aver consolidato il suo modello di tutela delle IIGG come quello più rilevante a livello internazionale, anche attraverso la conclusione di un accordo storico con la Cina, che protegge i suoi prodotti d’eccellenza in un mercato fondamentale come quello cinese. È interessante osservare poi come il modello europeo non circoli in una sola direzione: proprio dai partner asiatici arrivano sempre più stimoli al regolatore europeo per estendere la tutela delle IIGG ai prodotti non-agricoli e ampliare le liste allegate ai vari accordi commerciali. La Commissione sta già studiando una riforma del sistema delle IIGG in questo senso e fra qualche anno potremmo vedere il marmo di Carrara e il vetro di Murano ricevere una tutela rafforzata nel mercato europeo, ma anche in quelli asiatici.

Ci sono però anche delle resistenze alla diffusione del modello europeo. Ad esempio, le aziende del settore lattiero-caseario di tutto il resto del mondo, in particolare statunitensi e australiane, guardano con fastidio alle mosse di Bruxelles nei mercati asiatici sulla questione IIGG. Questi produttori, a volte discendenti di immigrati italiani che hanno portato dall’Italia con sé e adattato il know-how tradizionale, ritengono che il sistema delle IIGG sia una forma di protezionismo surrettizio europeo, uno strumento per ostacolare la competizione nei Paesi con cui l’UE ha stretto accordi commerciali. I consorzi di queste aziende sono agguerriti quanto quelli europei e molto attivi nel persuadere i propri governi a reagire all’accerchiamento del sistema delle indicazioni UE e garantire il diritto all’utilizzo commerciale dei “nomi comuni” (parmesan, gorgonzola, chardonnaybologna sausage, etc.). La battaglia è aperta e si combatte senza esclusione di colpi. Non è casuale che i dazi statunitensi dell’epoca Trump colpissero soprattutto i prodotti alimentari italiani e UE che godono di maggiore tutela nei mercati dei Paesi terzi. O che i consorzi di entrambi i lati a volte abbiano firmato quelli che sembrano “accordi di non belligeranza”. L’UE non intende tirarsi indietro e cercherà sicuramente di ottenere una tutela quanto più ampia possibile per le IIGG di entrambe le parti nell’Accordo che sta negoziando con l’Indonesia. 

Cambiamento climatico, ultima chiamata per l’ASEAN

L’ASEAN deve rivedere le politiche ambientali per rimanere competitiva.

Il cambiamento climatico potrebbe avere un impatto devastante sugli Stati membri dell’ASEAN. Myanmar, Filippine, Tailandia e Vietnam occupano già una posizione nella classifica dei 10 Stati al mondo che hanno sofferto i danni maggiori a causa dei disastri ambientali negli ultimi 20 anni e la situazione sembrerebbe destinata a precipitare.

L’unica soluzione è procedere con misure drastiche e tempestive: gli Stati aderenti agli Accordi di Parigi hanno stabilito che l’aumento della temperatura globale deve restare al di sotto degli 1,5 °C. Per poter raggiungere questo obiettivo è necessario che le fonti energetiche rinnovabili coprano l’80% del fabbisogno mondiale di energia entro il 2030 e il 100% entro il 2050. La discrezionalità dell’accordo tuttavia non ne rende vincolanti gli obiettivi.

Se, infatti, l’Unione Europea ha reso obbligatoria la riduzione delle emissioni di carbonio secondo le tappe stabilite dagli Accordi di Parigi, stessa cosa non si può dire dell’ASEAN. Nonostante l’Associazione si sia posta l’obiettivo di soddisfare il 23% del fabbisogno energetico tramite fonti rinnovabili entro il 2025, purtroppo si trova a sacrificare fin troppo spesso questo proposito in nome di politiche di crescita molto ambiziose. Su queste basi, l’ASEAN Center for Energy (ACE) ha previsto che le emissioni di CO2 pro capite della regione sono destinate ad aumentare del 140% tra il 2015 e il 2040, vanificando tutti gli sforzi regionali. La mancanza di politiche ambientali mirate si riflette soprattutto sul settore dei trasporti, che negli ultimi anni si è reso responsabile di quasi il 30% delle emissioni di CO2 nella regione. Sebbene, infatti, siano aumentati gli incentivi per l’impiego di energie rinnovabili, i sussidi ai combustibili fossili sono ancora di gran lunga superiori in molti Stati ASEAN, soprattutto in Indonesia che si rivela essere il quinto maggior finanziatore a livello mondiale di combustibili fossili.

A ciò si aggiunge il problema sempre più dilagante della deforestazione, anche se recentemente si sono visti dei miglioramenti nelle politiche nazionali: Laos e Vietnam hanno fissato degli obiettivi di copertura forestale del territorio, rispettivamente del 70% e del 45%. Indonesia e Myanmar si posizionano, invece, come alcuni dei Paesi con il più alto tasso di deforestazione al mondo.

La questione ambientale non è certo imputabile solo all’ASEAN. In gran parte la responsabilità appartiene all’Europa, al Nord America e all’Asia Orientale. Ma è anche vero che a causa della collocazione geografica è principalmente questa regione a soffrire del cambiamento climatico. È auspicabile dunque che i rispettivi governi adottino azioni di contrasto più incisive.

Si prevede che l’ASEAN diventerà la quarta economia mondiale entro il 2030 e il suo peso economico nello scenario globale sarà determinato anche delle politiche energetiche e ambientali. Per non perdere di competitività, l’ASEAN è chiamata ad adeguarsi agli standard internazionali.

Gli Stati Uniti si riavvicinano al Sud-est asiatico

Washington prova a rilanciare i rapporti con i Paesi dell’area ASEAN.

Nonostante la “questione Afghanistan” abbia inflitto un duro colpo all’amministrazione Biden, la visita di Kamala Harris nel Sud-Est asiatico è la riprova dell’interesse statunitense nel rafforzare i rapporti strategici ed economici con i Paesi dell’area asiatica.

Agosto è stato un mese intenso per l’amministrazione Biden in Asia: mentre in Afghanistan gli Stati Uniti hanno dovuto abbandonare il Paese entro i termini stabiliti dai Talebani, nel Sud-Est asiatico si sono susseguiti diversi incontri volti a rinsaldare i rapporti di Washington nell’area asiatica.

A inizio mese il Segretario di Stato Antony Blinken ha infatti accolto a Washington Retno Marsudi, Ministro degli Esteri dell’Indonesia, per discutere delle principali questioni che riguardano l’area. Tra i temi principali la crisi del Covid-19 (in estate la media dei casi giornalieri in Indonesia ha raggiunto quota 40 mila) sia la battaglia contro il cambiamento climatico.

Blinken ha ribadito il forte legame con il Paese con la maggiore economia dell’area, sottolineando che “l’Indonesia è un forte partner democratico per gli Stati Uniti: lavoriamo insieme su diversi fronti”. D’altronde, per gli Stati Uniti la disputa con la Cina si estende non solo sul fronte della tecnologia e dei dazi ma anche sul tema del Mar Cinese Meridionale, questione delicata che interessa Washington dal punto di vista sia economico sia strategico.

L’interesse degli Stati Uniti, che sembrava almeno parzialmente evaporato durante l’amministrazione Trump, è stato rilanciato con una serie di missioni in loco. La prima è stata quella del Segretario alla Difesa Lloyd Austin a Singapore.

I tentativi di riallacciare i rapporti con l’area asiatica da parte dell’amministrazione del nuovo Presidente degli Stati Uniti tendono a recuperare la strategia “Pivot to Asia” di Barack Obama, venuta meno durante i quattro anni di presidenza Trump, periodo nel quale i rapporti con la Cina si sono fatti sempre più tesi e in cui i rapporti con il Sud-Est asiatico erano apparsi raffreddati

La visita della scorsa settimana da parte della vicepresidente Kamala Harris in Vietnam e Singapore è arrivata invece dopo il criticato ritiro dall’Afghanistan. Harris ha provato a rassicurare i partner regionali sull’interesse di lungo termine di Washington per la regione, ma non ha trovato un’accoglienza trionfale, in particolare in Vietnam. Il premier Pham Minh Chinh ha approfittato del ritardo nell’arrivo di Harris, causato da due possibili casi di cosiddetta “sindrome dell’Avana”, per incontrare l’ambasciatore di Pechino Xiong Bo e garantire che il Vietnam non entrerà in nessuna “alleanza anti-cinese”.

D’altronde, nella regione regna l’incertezza: essendo la Cina un imprescindibile partner economico per l’ASEAN e i Paesi dell’Asia-Pacifico, non sarà facile per il Presidente Biden spostare l’ago della bilancia in favore degli Stati Uniti.

Editoriale | Commercio e sviluppo, l’Asia si parla

Si è svolto l’Eastern Economic Forum 2021, che ha riunito le economie dell’Asia Nord-orientale e a cui hanno partecipato anche diversi Paesi ASEAN

Editoriale di Lorenzo Lamperti, Coord. Redazione Associazione Italia-ASEAN

Russia, Cina, Giappone, Corea del Sud, Mongolia, Kazakistan, India, Cambogia, Thailandia e Vietnam. Sono alcuni dei Paesi che hanno partecipato all’edizione 2021 dell’Eastern Economic Forum, evento che si tiene ogni anno nella città di Vladivostok, non lontano dalla penisola coreana. Si tratta di un appuntamento tradizionalmente votato all’obiettivo di aumentare gli investimenti regionali e internazionali nell’Estremo Oriente russo, che negli ultimi sei anni sono quasi raddoppiati raggiungendo gli 80 miliardi di dollari. Ma l’Eastern Economic Forum partecipa anche al rafforzamento dell’integrazione regionale in senso esteso. All’edizione di quest’anno sono intervenuti anche Xi Jinping e Narendra Modi. Il Presidente cinese ha sottolineato la necessità di aumentare la cooperazione tra i diversi attori asiatici, concentrandosi su Belt and Road e il ruolo dell’Unione Economica Eurasiatica, con la quale la Cina ha firmato un accordo di libero scambio nel 2018. Il Primo Ministro indiano ha evidenziato la volontà di concludere positivamente i negoziati con l’UEE. Lo sguardo arriva anche al Sud-Est asiatico. Il Ministro dell’Industria del Vietnam, Nguyen Hong Dien, ha sostenuto la necessità di arrivare all’istituzione di una zona di libero scambio tra i dieci Stati membri dell’ASEAN e l’UEE, cosa che porterebbe alla creazione di un mercato da 11 trilioni di dollari di pil e con una popolazione di 850 milioni di persone. Diversi Paesi dell’area stanno d’altronde cercando di attrarre investimenti esteri. Tra questi l’Indonesia, che sta ampliando l’operatività delle sue 19 zone economiche speciali. La partecipazione contemporanea di leader di Paesi coinvolti in frizioni diplomatiche, come per esempio Cina e India, a eventi come al forum di Vladivostok non dovrebbe sorprendere più di tanto. L’accordo sulla Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) dovrebbe chiarire che i governi asiatici si muovono in maniera molto pragmatica quando si tratta di commercio e sviluppo economico. Una dinamica talvolta dimenticata in Occidente. Alla RCEP potrebbe tra l’altro unirsi anche la regione amministrativa speciale di Hong Kong, alla ricerca di un riposizionamento come hub chiave dell’Asia orientale.


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Tra Scilla e Cariddi: l’odissea ASEAN alla ricerca della prosperità

Articolo a cura di Dmitrii Klementev

Una concorrenza continua tra la Cina e gli Stati Uniti, sicuramente, fornisce una finestra unica di opportunità, ma aggrava anche la natura frammentata della regione.

Il Sud-est asiatico, che comprende i 10 Stati membri dell’ASEAN, è recentemente diventato una delle regioni a crescita più dinamica del mondo. In larga misura, i membri dell’Associazione devono i loro successi al commercio e ad un maggiore flusso di investimenti diretti esteri (IDE). A sua volta, il successo economico dell’integrazione ha rimodellato le catene di valore globali esistenti e ha attirato l’attenzione dei principali attori della politica mondiale. Tradizionalmente, gli Stati Uniti e la Cina aprono la lista degli attori statali più impegnati nel Sud-est asiatico, seguiti dalla Corea del Sud e dal Giappone, di solito indicati come alleati degli Stati Uniti. Questo articolo intende esaminare i motivi delle principali politiche di investimento degli attori nel Sud-est asiatico e le loro conseguenze per il futuro dell’integrazione regionale.

Alla fine del XXI secolo, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, l’ascesa della Cina divenne uno dei fattori chiave che cambiarono radicalmente il ruolo del Sud-est asiatico nel sistema globale di lotta per il potere. Nel 1999 la Cina ha lanciato la sua politica “Go out” con l’obiettivo generale di promuovere la competitività del business cinese all’estero. Nel 2013 è stata istituita l’iniziativa Belt and Road per aumentare gli investimenti nelle infrastrutture regionali. Per finanziare i progetti, attuati nel quadro dell’iniziativa, è stata istituita la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture. Inoltre, la Maritime Silk Road, parte integrante dell’iniziativa Belt and Road, è stata messa in atto passando attraverso il Sud-est asiatico e in particolare attraverso lo stretto di Malacca. Lo stretto rimane di vitale importanza per la sicurezza energetica cinese fintanto che circa l’80% delle importazioni di petrolio greggio del paese passano attraverso di esso1. Nel 2020, la Cina e l’ASEAN, insieme ad altri Stati della regione, hanno firmato il Partenariato Economico Globale Regionale, che comprendeva anche un capitolo sugli investimenti. 

Nonostante la Cina non sia stata finora in grado di diventare il principale investitore nel Sud-est asiatico (nel 2019 la quota cinese degli afflussi regionali di IDE rappresentava meno del 7%2), questa attività è stata sufficiente a sollevare preoccupazioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati. Tradizionalmente, il ritorno degli Stati Uniti nel Sud-est asiatico è associato all’amministrazione Obama. A quel tempo, la quota americana di IED nell’ASEAN era la terza più grande dopo l’UE e il Giappone3. Tuttavia, entro il 2019, il paese è riuscito a diventare il più importante investitore straniero nella regione con una quota totale del 15,2%4. A differenza del suo concorrente, gli Stati Uniti investono principalmente nel settore manifatturiero (tabella 2), considerando la regione come una “piattaforma di produzione”. Alcuni alleati degli Stati Uniti si attengono allo stesso approccio. Ad esempio, la Corea del Sud integra anche i paesi ASEAN nelle sue catene di valore attraverso investimenti.

Fino a poco tempo fa, la stessa Cina era la prima destinazione degli IED statunitensi. Un importante riorientamento degli IDE americani dalla Cina all’ASEAN è avvenuto a seguito della guerra commerciale USA-Cina. Nel 2018, le tariffe reciproche introdotte da Pechino hanno comportato costi di produzione più elevati per le aziende americane in Cina. Dopo una nuova serie di tensioni, l’azienda statunitense ha fatto ricorso a diverse politiche di approvvigionamento, investendo in impianti di produzione alternativi nei paesi con costi di produzione più bassi. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno investito in paesi come l’Indonesia, la Cambogia, il Vietnam e le Filippine. Più tardi, questa pratica è stata ufficialmente chiamata la strategia “China plus One”. 

Si può quindi concludere che una vera lotta per l’influenza nel Sud-est asiatico è iniziata tra le principali potenze economiche del mondo e gli FDI ne costituiscono l’arma principale. Tuttavia, come è stato sottolineato in precedenza, fino a poco tempo fa, i paesi ASEAN sono riusciti a utilizzare questa lotta e gli investimenti in entrata come stimolo della loro crescita economica. Tuttavia, la questione è se tutti gli Stati membri dell’ASEAN beneficino in egual misura degli FDI e in che modo tali investimenti potrebbero incidere sul futuro dell’integrazione nell’Asia sudorientale?

È importante delineare la natura dell’ASEAN come organismo di integrazione in quanto tale. Nonostante un significativo successo economico, l’Associazione è costituita da Paesi, che differiscono notevolmente nel livello di sviluppo. Per esempio, da un lato, i suoi ranghi includono Singapore con PIL pro capite che ammonta a 59.797,8 US$. D’altra parte, vi è il Myanmar con un PIL pro capite pari a 1.400,2 US$ (Tabella 1). Di conseguenza, vi sono paesi (più sviluppati: Singapore, Brunei, Malesia, Tailandia, Filippine, Indonesia) che beneficiano maggiormente degli afflussi di IED e Paesi che sono considerati meno attraenti per gli investitori. Maggiori investimenti contribuiscono anche a tassi di crescita economica ineguali dei paesi, esacerbando le differenze esistenti all’interno dell’integrazione. Oltre a ciò, i membri dell’ASEAN hanno esperienze storiche e culturali diverse. Senza alcun dubbio, tutti questi fattori non giocano a favore dell’Associazione. 

Per concludere, nella situazione attuale i Paesi dell’ASEAN si trovano intrappolati tra Scilla e Cariddi come il mitico eroe dell'”Odissea” di Omero. Una concorrenza continua tra la Cina e gli Stati Uniti, sicuramente, fornisce una finestra unica di opportunità, ma aggrava anche la natura frammentata della regione. Una soluzione potenziale per l’ASEAN sarebbe quella di rafforzare il coordinamento delle politiche di investimento a livello di integrazione, in modo che tutti i suoi membri ne possano beneficiare più o meno equamente. 


1 https://www.degruyter.com/document/doi/10.1515/asia-2017-0049/html

2 https://www.aseanstats.org/wp-content/uploads/2020/11/ASEAN_Key_Figures_2020.pdf

3 https://www.aseanstats.org/wp-content/uploads/2020/11/ASEAN_Key_Figures_2020.pdf

4 https://www.aseanstats.org/wp-content/uploads/2020/11/ASEAN_Key_Figures_2020.pdf

Nel Sud-Est asiatico la Generazione Z cavalca l’onda digitale

In tempo di pandemia e di disoccupazione dilagante, i giovanissimi nell’area ASEAN hanno saputo reinventarsi sfruttando le nuove tecnologie e le piattaforme di streaming online. Per le imprese che vogliano intercettare i bisogni di questa fetta di mercato, diventa imprescindibile conoscerne i tratti peculiari e comprendere i valori che animano questa nuova generazione di “nativi digitali”.

Nel Sud-Est asiatico, notoriamente una delle regioni più altamente digitalizzate del globo, la pandemia ha spinto 40 milioni di nuovi utenti online solo nel 2020. Secondo un report realizzato da Google in collaborazione con il fondo sovrano di Singapore Temasek e alla società di consulenza statunitense Bain & Company, otto persone su dieci nella regione reputano che la tecnologia sia stata di grande supporto durante la pandemia, divenendo così parte integrante e irrinunciabile della vita di tutti i giorni.

Protagonista di questa tendenza è la cosiddetta Generazione Z, che racchiude coloro che essendo nati tra il 1997 e il 2021 non hanno memoria del mondo prima dell’avvento del web. Tradizionalmente associati “all’iperconnetività, ad un costante attaccamento ai loro smartphone e all’abilità di imparare facilmente ad utilizzare nuove tecnologie e a navigare siti web e app”, sono i più assidui frequentatori dei social media e curano meticolosamente la propria presenza online. Oltre ad aver abbracciato le modalità di apprendimento a distanza e ad aver rivoluzionato le proprie esperienze di consumo contribuendo al recente boom dell’e-commerce, i GenZers hanno saputo dare prova di creatività monetizzando la condivisione della propria quotidianità nel tentativo di fronteggiare l’impennata della disoccupazione.

“Caricherò video su qualsiasi cosa, inclusi bellezza, argomenti casuali e anche qualsiasi cosa interessante (spero) che possa pensare di filmare”, scrive Shu Faye Wong, che per intrattenere i suoi 20.253 followers su Twitch dedica quotidianamente dalle quattro alle otto ore allo streaming. Guadagnare dalla condivisione di contenuti online è diventato sempre più facile: dal 2016 su Twitch è possibile utilizzare i Bits, ovvero dei beni virtuali, per supportare i propri creators e streamers preferiti attraverso donazioni di diverso valore. Grazie a questa funzione, la streamer malese è arrivata a ricevere fino a 3.000 ringgit (700 dollari statunitensi) in regalo da un singolo utente. Il fascino di queste innovative opportunità di guadagno immediato non risparmia nemmeno le generazioni più adulte. Da circa un anno, Nauman Pasha da Singapore, ex digital manager di 32 anni, ha fatto del gaming la sua nuova professione a tempo pieno e può contare oggi sul supporto di oltre 40.000 seguaci. 

Anche sul piano dell’offerta, le potenzialità dell’intrattenimento online nell’area ASEAN stanno catalizzando un crescente interesse: diverse aziende sono intenzionate a non lasciarsi scappare le opportunità di un mercato il cui valore supererà i trecento miliardi di dollari statunitensi entro il 2025. “Tutti gli occhi sono puntati sul Sud-Est asiatico come prossima potenza mondiale dei consumatori, con la sua popolazione giovane e il crescente potere d’acquisto”, ha ricordato Nick Waters, amministratore delegato di Dentsu Aegis Network Asia Pacific.

La piattaforma cinese di streaming video iQIYI controllata da Baidu prevede addirittura di lanciare – in partnership con G.H.Y Culture & Media, uno dei leader regionali nella produzione e distribuzione di film e drama – un’agenzia che si occupi di scovare le più promettenti webstar regionali per farne dei giovani ambasciatori per l’espansione del proprio business all’intero continente asiatico. Allo stesso modo, il 72% dei più celebri marchi ha deciso di destinare una notevole quota del proprio budget di marketing agli influencer del web.

Nel tentativo di incontrare i gusti e soddisfare le aspettative di quella che si appresta a divenire la più ampia base di consumatori, le aziende devono però tenere conto di alcune peculiarità che distinguono i GenZers dai Millennials della generazione precedente. Valore primario è l’autenticità: più che lasciarsi abbagliare dalla celebrità, preferiscono storie di ordinaria vita quotidiana raccontate da giovani simili a loro, dei quali imitano le decisioni di consumo come se si trattasse degli amici nel mondo offline. È infatti 1,3 volte più probabile che un “nativo digitale” scelga di acquistare un prodotto consigliato da uno dei suoi influencer preferiti. Un sondaggio condotto da Dentsu Aegis Network e Econsultancy ha evidenziato anche che i GenZers rappresentano la fetta di mercato “più ambientalmente e socialmente consapevole”, in quanto i loro acquisti sono parallelamente orientati ai valori dell’etica e della sostenibilità nella produzione. 

La vita da web star non è più un “gioco da ragazzi”. E navigare su Internet non è più soltanto uno svago: grazie alle nuove funzionalità, il web apre a inedite possibilità di guadagno tanto per le imprese quanto per gli utenti, fruitori o creatori di contenuti. La prossima sfida sarà quella di conciliare le opportunità dell’accelerata digitalizzazione con la realizzazione delle aspettative dei consumatori del futuro all’interno del nuovo paradigma dell’interazione online.

ASEAN, la sfida della stabilità regionale dopo Kabul

Gli avvenimenti delle ultime settimane in Afghanistan sono osservati da lontano anche dai governi del Sud-Est asiatico. Per combattere la radicalizzazione interna, l’ASEAN dovrà lavorare sull’inclusione sociale

Il recente ritorno al potere dei talebani in Afghanistan e gli attacchi condotti dalle organizzazioni terroristiche a Kabul rilanciano l’argomento della sicurezza anche nel Sud-Est asiatico. Secondo diversi analisti, per i Paesi ASEAN si tratta di un tema di cruciale importanza, avendo registrato in passato vari episodi di violenza legati alla radicalizzazione e al terrorismo. La transizione politica a Kabul è dunque osservata con attenzione anche nel Sud-Est asiatico, già alle prese con nuove ondate di contagi da Covid-19, gli effetti della recessione economica e la crisi politica in Myanmar.

A inizio agosto, i Ministri degli Esteri dell’Associazione hanno ribadito “l’importanza di un approccio collettivo e globale per affrontare (…) l’estremismo violento che favorisce il terrorismo e la radicalizzazione”, rivedendo l’agenda politica dell’Associazione alla luce delle nuove priorità poste dagli sviluppi in Afghanistan. In una dichiarazione alle Nazioni Unite dell’ottobre 2020, la Cambogia sottolineava la necessità di una risposta globale alla minaccia di questo fenomeno transnazionale, ribadendo con forza a nome dell’Associazione l’idea per cui il terrorismo non debba essere associato ad alcuna religione, nazionalità, civiltà o comunità etnica. La rappresentanza cambogiana sottolineava anche come la pandemia da Covid-19 e la conseguente recessione economica abbiano posto i Paesi di tutto il mondo di fronte a nuove sfide nella lotta al terrorismo. La pandemia “ha rivelato diverse fragilità del nostro mondo” ha dichiarato l’Ambasciatore Sovann Ke, “e ha aggravato quelle condizioni che favoriscono il terrorismo”. Per queste ragioni, il ritiro degli Stati Uniti dal Paese dopo vent’anni di occupazione potrà avere ripercussioni sulla conflittualità sociale e religiosa nel Sud-Est asiatico.

Come ha ribadito nei giorni scorsi Chris Devonshire-Ellis su ASEAN Briefing, esistono diverse “fratture all’interno della regione che potrebbero provocare problemi se gli insorti decidessero di cogliere l’opportunità”. Il governo indonesiano, ad esempio, sostiene una visione moderata dell’Islam e ha recentemente messo fuori legge con decreto ministeriale il gruppo politico FPI, Front Pembela Islam (o Fronte dei Difensori Islamici) per via dell’intransigenza della sua ideologia, condannando i suoi membri alla clandestinità. Il governo ha affermato che l’FPI ha minacciato i valori nazionali, commesso incursioni illegali e atti di terrorismo, e che il suo leader Rizieq Shihab avrebbe giurato fedeltà al califfato dell’Isis. Anche in Malesia versioni più severe di Islam stanno prendendo piede, secondo Devonshire-Ellis. Anche la Thailandia e le Filippine sono scosse da anni da rivendicazioni separatiste, anche se nel primo caso esse hanno una matrice più nazionalista che religiosa.

Il Sud-Est asiatico ospita da sempre una grande varietà di comunità religiose che coesistono pacificamente. Laddove insorgano delle ostilità o si verifichino violenze, spesso scaturiscono dall’intersecarsi di istanze di vario tipo, che vanno oltre la mera appartenenza ad una determinata comunità di credenti: sofferenza economica, marginalizzazione, stereotipi e stigma sociali. Il tema fondamentale appare dunque l’inclusione sociale. Anche se è presto per misurare l’effetto che il caso afghano avrà sul Sud-Est asiatico, “sicuramente ciò che è importante” considerare “è l’impatto” che la vicenda avrà “sulle idee”, ha detto a Nikkei Asia Norshahril Saat, esponente del think tank ISEAS-Yusof Ishak Institute di Singapore. Per questo, l’importanza di veicolare contro-narrazioni che combattano il fascino della propaganda terroristica è riconosciuta dall’ASEAN come il canale prediletto per la lotta alla radicalizzazione. L’Associazione ha ribadito l’impegno con le comunità locali per sviluppare strategie comuni che contrastino l’estremismo violento, promuovendo idee alternative e valorizzando l’inclusione di giovani, donne, leader religiosi, culturali e dell’istruzione.

La water governance nei Paesi ASEAN

Articolo a cura di Sabrina Moles

Dal clima estremo all’economia, dalla sicurezza umana ai rapporti di vicinato. Le sfide sulla gestione idrica avvicinano i dieci paesi del Sud-est asiatico

Non c’è vita senza acqua. Oggi più che mai la gestione delle risorse idriche è uno dei temi più delicati per il Sud-est asiatico, dove nuove e vecchie sfide minacciano un panorama già molto complesso nel quale sono coinvolti i settori più svariati dell’economia, ma anche salute, politica e tutela dell’ambiente. L’ASEAN ospita Paesi dove il tema della gestione delle risorse idriche è critico e minacciato dai cambiamenti climatici, mentre alcuni stati membri hanno sviluppato da tempo le capacità tecniche e logistiche per affrontare i problemi legati al settore idrico. Proprio perché la gestione dell’acqua richiede di spaziare in ambiti molto diversi tra loro, ma interconnessi ed essenziali allo sviluppo, ecco che la chiave della cooperazione diventa uno dei punti di forza del gruppo. Ma la strada è ancora lunga.

Innanzitutto, l’emergenza pandemica ha riportato in primo piano la sicurezza idrica in chiave sanitaria, come sottolinea il report OCSE su gestione, accesso e sicurezza alle fonti idriche. Nel 2012, la Dichiarazione sui diritti umani dell’ASEAN garantiva esplicitamente “il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari”, ma il bilancio del 2021 dimostra che solo pochi Stati membri includono il diritto all’acqua nella loro legislazione e hanno saputo implementare dei progetti veramente inclusivi. In molte aree del Sud-est asiatico la fornitura di servizi idrici è inadeguata e diseguale, con disparità di accesso tra aree urbane e rurali. Si calcola che almeno 1,7 miliardo di persone in Asia non abbiano accesso a servizi igienico-sanitari di base, mentre nel solo Sud-est asiatico si stimano livelli di acque contaminate e inadatte al consumo umano che oscillano tra il 68% e l’84%.

L’accesso a risorse idriche sicure è anche un problema socioeconomico, con le fasce più deboli della popolazione che vengono penalizzate. La privatizzazione dell’acqua ha, in alcuni casi, contribuito a una scarsa copertura e a prezzi elevati. Un esempio è quello dell’Indonesia dove, dal 1997, le società britanniche e francesi Thames Water e Suez hanno firmato un contratto di partenariato pubblico-privato di 25 anni per l’approvvigionamento idrico della capitale, Giacarta. Allora, solo il 42% dei suoi residenti aveva accesso all’acqua in casa, mentre molti cittadini facevano ancora affidamento sull’acqua in bottiglia o sulle acque sotterranee (curiosamente, uno dei motivi principali per cui la città sta affondando). Il progetto prometteva che entro il 2017 si sarebbe arrivati a toccare il 98% di copertura ma, nel 2020, solo il 59,4% degli abitanti poteva usufruire di acqua pulita fornita dall’acquedotto pubblico. O, meglio, poteva permettersi di accedervi. Non è un’eccezione. In gran parte del Sud-est asiatico i servizi igienico-sanitari sono sottofinanziati e distribuiti in modo diseguale, nonostante l’accesso all’acqua sicura sia in aumento in tutti i Paesi ASEAN, con ancora Cambogia (65%) e Laos (77,5%) tra i più penalizzati.

Un altro elemento sempre più importante in un’ottica di gestione delle risorse idriche è l’energia. La regione del Mekong, in particolare, offre enormi opportunità per la costruzione di dighe e centrali idroelettriche. Occasioni che sono state colte soprattutto dagli investitori cinesi, ma non solo. Gli spazi di collaborazione in ottica ASEAN vengono promossi soprattutto dal Vietnam. Sono tanti i meccanismi multilaterali emersi negli anni per discutere, studiare e implementare progetti intorno alla gestione delle acque del Mekong, come nel caso della Mekong River Commission (MRC). In questo senso, l’energia è solo uno degli elementi di maggiore interesse per i paesi dall’area, in quanto potenziale motore di sviluppo per le aree più depresse. Tra i compiti della MRC, infatti, rientra la stesura di piani decennali o quinquennali sui diversi ambiti di utilizzo delle risorse idriche presenti. Secondo le stime, la domanda energetica a valle del Mekong crescerà a ritmi del 6-7% annuo: una proiezione che ha stimolato la conversione delle acque del fiume in energia idroelettrica, per un totale di 89 progetti completati e altri 30 ancora in fase progettuale.

Il fatto che le sorgenti del Mekong si trovino in territorio cinese ha spesso generato frizioni e fornito ai Paesi ASEAN motivo di coesione. Tra le strutture più controverse figura la diga di Jinghong nella provincia dello Yunnan, che a tempi alterni funge da “rubinetto” per i Paesi più a sud. L’ultimo caso risale a luglio, periodo particolarmente anomalo per le precipitazioni in Cina, quando dei “danni provocati alla struttura” hanno ridotto drasticamente l’apporto di acqua lungo il bacino inferiore del Mekong. Di conseguenza, ogni intervento di Pechino sulle acque del Mekong può avere un impatto enorme sulla catena di approvvigionamento dell’intero settore meridionale.

È anche, e soprattutto, un problema di instabilità climatica che già oggi estremizza l’impatto dei periodi di piena e di secca dei fiumi del Sud-est asiatico. In tutta la regione almeno il 34% della popolazione è frequentemente esposto alle alluvioni, mentre la siccità da 30 anni colpisce oltre 66 milioni di persone. In un report prodotto da ASEAN ed ESCAP (United Nations economic and social commission for Asia and the pacific) si parla di fenomeni in notevole aumento (+17%), e di come 4 danni economici su 5 vadano a colpire l’agricoltura. Da ciò ne deriva che le fasce più deboli della popolazione sono tra le più penalizzate, e vengono esposte all’insicurezza alimentare determinata dalla distruzione delle colture. Questo è un fattore molto importante, poiché l’economia dei dieci Paesi dipende in gran parte dal settore agricolo. Ben il 61% della manodopera in Laos è impiegata in questo settore, e rimane stabile al 47% in Vietnam, dove una grave siccità nel 2016 ha portato alla perdita di oltre il 60% delle entrate.

La gestione delle risorse idriche rappresenta quindi un fattore essenziale in molti ambiti: da questo ne deriva che i problemi legati all’approvvigionamento di acqua sicura ed accessibile possono diventare un acceleratore di conflitti sia a livello domestico che di vicinato. Si stima che al mondo l’80% dei conflitti avvenga proprio in aree dove il livello di degrado ambientale e gli effetti dei cambiamenti climatici sono più accentuati. Il tutto si interseca anche con i rischi legati alla perdita della biodiversità.

Con l’aggravarsi dei fenomeni climatici estremi e la riduzione delle risorse idriche nella regione, i dieci Paesi ASEAN hanno iniziato a puntare sulla cooperazione regionale per creare ambienti, economie e sistemi di approvvigionamento resilienti. Tra le soluzioni proposte dal gruppo emerge la consapevolezza che l’intervento ex post non sia più sufficiente. Nelle intenzioni la priorità dovrebbe essere data alla prevenzione, come il monitoraggio dell’andamento del clima e dei cambiamenti nel territorio, in modo da implementare un sistema di allarme prima che i fenomeni si trasformino in problemi irreparabili. Ciò dovrebbe portare alla creazione di meccanismi di intervento sia tecnico che di supporto finanziario alle categorie più a rischio, in particolare i piccoli imprenditori agricoli e i lavoratori del settore primario. Alcuni esempi sono la strategia di gestione della siccità 2020-2025 promossa dalla MRC con il sostegno di ASEAN e Nazioni Unite.

La chiave di questi piani di assorbimento e prevenzione del rischio ha portato a discutere su soluzioni finanziarie in grado di preventivare l’entità dei danni e il modo in cui distribuire gli aiuti. Tra gli obiettivi che emergono, spiccano la mitigazione dei cambiamenti climatici e l’accesso universale all’acqua come punti di partenza per ragionare a nuovi piani di gestione e sfruttamento delle risorse idriche a livello regionale. Il problema in questo senso non è tanto rappresentato dalla mancanza di fondi (che spesso fanno parte di pacchetti di aiuti promossi dalle organizzazioni internazionali), quanto dalla oculata gestione degli stessi per portare a termine progetti in grado di essere prima di tutto economicamente e strutturalmente sostenibili nel tempo.

Infine, la sfida sarà portare avanti il discorso sulla cooperazione in ottica di gestione delle risorse idriche, con uno sguardo privilegiato a quella parte di Asia in via di sviluppo che oggi, in gran parte, appartiene al gruppo ASEAN. In questo scenario la gestione delle acque, data la complessità di settori che coinvolge, è minacciata da nuove sfide. In particolare, al centro del dibattito saranno sempre più centrali la crisi sanitaria, il calo della crescita del Pil (sceso a una previsione del 4,3% per il secondo semestre 2021 nelle cinque economie più sviluppate del gruppo rispetto ad aprile dello stesso anno) e l’esacerbarsi dei fenomeni climatici estremi che stanno stravolgendo gli ecosistemi.

La Corea del Sud rilancia il commercio con l’ASEAN

A pochi mesi dalle presidenziali del 2022, Moon Jae-in rilancia le relazioni commerciali con le economie ASEAN. Tra sfide economiche e diplomatiche, il governo di Seul cerca di onorare gli impegni presi a inizio mandato

La Corea del Sud ha avviato i colloqui per rilanciare le relazioni commerciali con l’ASEAN. Al momento del suo insediamento, l’esecutivo di Moon Jae-in si era impegnato a sviluppare il potenziale diplomatico del Paese, promuovendo relazioni solidali e cooperative col vicinato asiatico. Negli ultimi mesi di mandato prima delle presidenziali del 2022, sembra si stia dedicando a onorare questo impegno, come dimostrano i recenti contatti diplomatici con la Corea del Nord e le dichiarazioni circa la volontà di aggiornare l’accordo di libero scambio con le economie ASEAN.

L’accordo per liberalizzare il commercio con il Sud-Est asiatico è stato siglato nel 2007, e oggi l’ASEAN è uno dei principali partner commerciali della Corea del Sud – secondo solo alla Cina. Il commercio bilaterale con Pechino ammontava a 241,4 miliardi di dollari circa nel 2020, e rappresentava il 24,6% del commercio tra la Corea del Sud e il resto del mondo. L’ASEAN, d’altro canto, si è ritagliata il suo 14,6%, nonostante una crisi sanitaria globale e la recessione che l’ha accompagnata. Dal 2006 al 2019 il volume degli scambi tra le parti è cresciuto del 60% circa, essendo passato da 61,7 a 151,2 miliardi di dollari, secondo il database dell’International Trade Center. Quando il commercio globale si è contratto a causa della pandemia da Covid-19, il volume delle transizioni tra i due Paesi è sceso a 143,8 miliardi nel 2020. Nonostante questo, l’ASEAN resta un partner economico significativo, di cui il Vietnam è il fiore all’occhiello: con 69,1 miliardi di dollari, Hanoi rappresenta il 28,4% del totale dell’interscambio bilaterale.

Il vettore dei rapporti commerciali con i Paesi del Sud-Est asiatico è la “New Southern Policy”, lanciata ufficialmente da Seul nel novembre 2017. “Il governo coreano spingerà con forza la sua New Southern Policy per ottenere decisivi progressi nei suoi legami di cooperazione con l’ASEAN” aveva detto il Presidente Moon Jae-in, in occasione del Korea-Indonesia Business Forum nel 2017, “È mio desiderio che la Nuova Politica del Sud possa realizzare una comunità per le persone, che unisca le persone alle persone e le menti alle menti; una comunità pacifica, che contribuisce alla pace in tutta l’Asia; una comunità di prosperità condivisa in cui i paesi dell’ASEAN crescano insieme attraverso una cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa”. Nell’alveo di questo rinnovato approccio cooperativo con il Sud-Est asiatico si inserisce anche la volontà di approfondire le relazioni commerciali con i Paesi della regione. La Corea del Sud aveva concordato con l’ASEAN una riduzione ulteriore delle rispettive barriere tariffarie nel 2016, ma l’aggiornamento dell’accordo di libero scambio è passato poi in secondo piano rispetto alla Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), che è stata finalmente siglata a fine 2020.

Purtroppo per il governo coreano, nonostante gli sforzi per rafforzare la cooperazione, su commercio e  investimenti in area ASEAN Seul è ancora in ritardo rispetto a Pechino e Taipei. “In mezzo all’intensificarsi dell’attrito commerciale tra Stati Uniti e Cina, le nazioni dell’ASEAN sono emerse come un mercato alternativo” ha affermato Kim Bong-man, capo della divisione per gli affari internazionali della Federation of Korean Industries. “Per ampliare i legami commerciali della nazione con il mercato dell’ASEAN, l’Assemblea nazionale dovrebbe ratificare una serie di accordi commerciali”, ha proseguito, “compreso il partenariato economico globale con l’Indonesia e un accordo bilaterale di libero scambio con la Cambogia”.Il rinnovato attivismo diplomatico del governo di Seul, che di recente ha celebrato il possibile riavvicinamento alla Corea del Nord con il ripristino della linea di comunicazione interrotta un anno fa, si rivolge anche al Sud-Est asiatico. A pochi mesi dal termine del suo mandato, tra gli sforzi di riprendere l’economia nazionale e le sfide geopolitiche poste dalle tensioni sino-statunitensi, Moon Jae-in sembra voler onorare gli impegni presi al tempo del suo insediamento. “Non è cercando di superare da soli le sfide, ma anzi la solidarietà e la cooperazione che ci renderanno più forti nel superare la pandemia. Abbracciamo questo riconoscimento e sforziamoci di renderlo una realtà” ha detto il Presidente a Davos, nel gennaio scorso. I progetti di diversificazione economica promossi da Seul per svincolarsi dall’eccessiva dipendenza economica da Pechino sembrano conciliarsi con il fervore  della diplomazia post-Covid-19.

Nella corsa al 5G, l’ASEAN sceglie la via del pragmatismo

Articolo a cura di Michelle Cabula

L’ASEAN ospita una serie di progetti pionieristici che le sono valsi la fama di “laboratorio globale dell’innovazione digitale”. Qui le ambizioni nazionali si intrecciano con le logiche della competizione tecnologica USA-Cina, ma i governi guardano ai costi e all’efficienza per scegliere i partner con cui progettare i propri sistemi nazionali delle telecomunicazioni. 

Nel Sud-Est asiatico, la pandemia non è bastata a fermare la corsa al 5G. Anzi, il Covid-19 ha reso evidente come l’accesso ad una connessione veloce e stabile sia diventato imprescindibile per svolgere la maggior parte delle attività quotidiane, mettendo così in luce l’urgenza di sviluppare infrastrutture che possano reggere l’accelerata digitalizzazione. 

In Thailandia, Advanced Info Service (AIS) e True Corp., i principali operatori telefonici del Paese, collaborano con le strutture sanitarie garantendo loro accesso alla copertura 5G, indispensabile per poter beneficiare al massimo di alcune innovative soluzioni di robotica e telemedicina. Al Chulabhorn Hospital, che si avvia a diventare il primo ospedale del paese a fornire un servizio di assistenza medica completo che integri le tecnologie 5G in tutte le sue dimensioni, i robot affiancano il personale sanitario e i referti di una TAC al torace vengono consegnati nel giro di mezzo minuto. In linea con l’obiettivo di raggiungere una copertura 5G totale entro il 2025, Singapore si sta attivando per supportare la ricerca sull’intelligenza artificiale e la cybersecurity con un piano di investimenti da 50 milioni di dollari, secondo quanto annunciato dal Vice Primo Ministro Heng Swee Keat il 13 luglio. In generale, la visione espressa nell’ASEAN Digital Masterplan 2025 adottato all’inizio di quest’anno dimostra come il completamento della transizione verso delle comunità e delle economie digitali, con un occhio alla sicurezza e all’inclusività delle tecnologie, rappresenti un’ambizione condivisa da tutti i governi dell’area.

Si prevede che il mercato digitale ASEAN, che cresce ad una velocità senza eguali nel mondo, apporterà un valore aggiunto di circa un triliardo di dollari al PIL regionale nel giro dei prossimi dieci anni. Un potenziale che non lascia indifferenti Cina e Stati Uniti, campioni globali del settore delle telecomunicazioni, le cui tensioni politiche e commerciali si riversano nel Sud-Est asiatico innescando una corsa alla fornitura di connessione Internet e servizi 5G. Nel contesto ASEAN, le pressioni geopolitiche hanno però prodotto risultati diversi che altrove. Generalmente, i governi si sono approcciati in maniera pragmatica alla questione della scelta dei fornitori, evitando di schierarsi apertamente a favore di una delle due superpotenze tecnologiche in competizione. Nonostante le spinte di Washington sui suoi principali partner nell’area, nessun Paese ha optato per una totale rinuncia alle attrezzature di rete dei due produttori cinesi ZTE e Huawei all’interno delle proprie strategie nazionali. Eccezione va fatta per il Vietnam, dove i sentimenti anti-cinesi hanno prevalso e le tecnologie di Pechino sono attualmente bandite, quantomeno de facto.

In generale, però, i provider cinesi possono vantare una serie di collaborazioni nell’area. A maggio 2019, negli stessi giorni in cui gli Stati Uniti decidevano di inserire Huawei nella lista nera del commercio, la cinese ZTE firmava un Memorandum of Understanding con Ooredoo Myanmar per collaborare allo sviluppo del 5G. Inoltre, la Huawei Asean Academy contribuirà a fornire a 30.000 lavoratori thailandesi percorsi di formazione mirati allo sviluppo delle competenze digitali funzionali a sostenere il progetto infrastrutturale dell’Eastern Economic Corridor. Huawei Technologies figura anche tra i partner impegnati nella progettazione di un 5G Cybersecurity Test Lab in Malesia, nonché nello sviluppo di Forest City, la prima smart city costruita su quattro isole artificiali all’interno della zona economica speciale Malesia Iskandar, collocata lungo una delle rotte delle Belt and Road Initiative.

Lo stesso governo malese ha deciso però di diversificare per quanto riguarda la rete 5G nazionale. Il primo luglio è stata ufficializzata la scelta della svedese Ericsson (tra gli otto fornitori, tra cui la cinese Huawei, che avevano partecipato alla gara d’appalto) come destinataria del contratto da 2,6 miliardi di dollari pensato per garantire una connessione di quinta generazione all’80% della popolazione entro il 2024. Il panorama delle licenze 5G nei diversi paesi resta infatti piuttosto variegato. A Singapore la costruzione della rete 5G è stata affidata ad una composita partnership tra Singtel, la joint venture Starhub-M1 ed Ericsson e Nokia. Anche in questo caso, più che al desiderio di sposare la campagna anti-cinese promossa da Washington, la decisione sembra essere dettata da considerazioni pratiche, quali la compatibilità tra gli hardware 4G utilizzati in precedenza e quelli di nuova generazione. Particolare il caso delle Filippine: il principale fornitore di servizi di telecomunicazioni (DITO) è in realtà un consorzio che include Udenna Corporation a fianco di China Telecom e, ciononostante, usufruisce di alcune soluzioni di Nokia NetAct fornite dall’azienda finlandese per la gestione delle operazioni di rete quotidiane, incluse il monitoraggio e la gestione dei software.Se da un lato la scelta dei governi è limitata dall’assenza di alternative competitive all’offerta cinese e dalla necessità di mantenere contemporaneamente buone relazioni con entrambe le superpotenze tecnologiche, dall’altro i Paesi ASEAN si dimostrano degli attori chiave nella ricerca di un equilibrio tra l’influenza statunitense e quella cinese. In un contesto in cui le ambizioni tecnologiche si realizzano attraverso cooperazioni pragmatiche che superano gli schieramenti geopolitici, si prova a tenere a freno la logica di escalation commerciale portata avanti da Pechino e Washington.

Editoriale | USA-Cina, a Sud-Est la sfida è (anche) digitale

Non solo geopolitica, in area ASEAN i colossi di Washington e Pechino si contendono un mercato in forte crescita

Editoriale di Lorenzo Lamperti, Coord. Redazione Associazione Italia-ASEAN

Mar Cinese meridionale, relazioni diplomatiche, strategia e geopolitica. Tutto vero, ma la rivalità tra Stati Uniti e Cina nel Sud-Est asiatico riguarda anche temi prettamente economici. In particolare, quella tra i giganti tecnologici dei due Paesi. Sì, perché il mercato digitale dell’area ASEAN sta vivendo una fortissima crescita, resa ancora più imponente e rapida dalla pandemia di Covid-19. Non è un caso che nell’area stiano investendo un po’ tutti i big: Amazon, Facebook, Google e Microsoft da una parte, Alibaba e Tencent dall’altra. Per esempio, come sottolinea il Nikkei Asian Review, sul cloud computing: Singapore è una delle principali sedi di data center a livello mondiale. L’azienda di Mark Zuckerberg ne sta costruendo uno, il suo primo in Asia, da 170 mila metri quadrati nella città-stato per un totale di circa un miliardo di dollari di investimento.

Non è certo l’unico caso. Amazon aprirà un nuovo centro a Giacarta entro l’inizio del 2022. Microsoft ha annunciato due impianti in Indonesia e in Malesia. Gli attori cinesi non stanno certo a guardare. Alibaba ha già tre data center attivi in Indonesia e ne aprirà uno nelle Filippine entro la fine dell’anno. L’azienda fondata da Jack Ma ha inoltre annunciato investimenti superiori a un miliardo di dollari nei prossimi tre anni nelle startup dell’Asia-Pacifico. Anche Tencent ha messo radici nel Sud-Est, con uffici sparsi per diversi Paesi dell’area. D’altronde le prospettive di crescita sono notevoli: 650 milioni di persone e un costante aumento della penetrazione di connessione e dispositivi digitali. Una traiettoria senza eguali al mondo che offre un ampio ventaglio di opportunità per e-commerce, fintech e intrattenimento online. Non è dunque un caso che esista una forte competizione per conquistare la fiducia della classe media locale.

Ma il Sud-Est non è solo un terreno di contesa tra i colossi tecnologici statunitensi e quelli cinesi. Le realtà locali stanno emergendo su scala regionale e attirano l’attenzione delle realtà internazionali. La super app di Singapore Grab, per esempio, usufruisce dei servizi cloud di Amazon e Microsoft. Alibaba e Amazon si contendono la fornitura di servizi all’indonesiana Tokopedia. 

TPP: dalle origini all’epicentro della politica mondiale

Articolo a cura di Dmitrii Klementev

È probabile che l’interesse verso il CPTPP aumenti in futuro. Ecco le motivazioni

L’Indo-Pacifico rappresenta un groviglio di diversi schemi istituzionali che permettono di mantenere un fragile equilibrio di potere tra i principali attori geopolitici della regione. Le fondamenta di questo quadro sono state in gran parte gettate nella seconda parte del XX secolo. Tuttavia, alla fine del secolo ha vissuto una rinascita. La fine della guerra fredda, seguita dalla rapida crescita economica e tecnologica dei paesi asiatici, ha precondizionato lo spostamento del centro del sistema mondiale di relazioni internazionali (IR) verso l’Indo-Pacifico, per il controllo del quale è già iniziata la lotta tra le principali potenze.  

Nel 2002, la storia dell’accordo di Partenariato Trans-Pacifico (TPP) è iniziata con la firma dell’accordo di partenariato economico strategico trans-pacifico da parte di Cile, Nuova Zelanda e Singapore, a cui si è poi aggiunto il Brunei. Nel 2008, gli Stati Uniti hanno deciso di aderire all’iniziativa e di utilizzare l’accordo per arginare l’influenza cinese nella regione. Tuttavia, nel 2017, l’amministrazione Trump ha abbandonato l’accordo, che sembrava portare i negoziati sul TPP a un punto morto. A quel tempo, l’accordo aveva già 11 membri oltre agli Stati Uniti e la decisione di continuare i negoziati è stata presa alla fine. Unendosi ai negoziati, il Giappone ha preso il comando. 

Infine, nel 2018 i paesi rimanenti hanno firmato una versione rinnovata del TPP, il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP), che è entrato in vigore lo stesso anno, dopo essere stato ratificato dai sei stati firmatari. Il CPTPP tratta numerose questioni, tra cui il commercio di beni, servizi, investimenti, controlli doganali, lavoro e disposizioni ambientali. Complessivamente, le economie degli undici paesi rappresentano più del 13% del PIL globale e il 15% del commercio globale, il che rende l’accordo paragonabile alle più grandi aree di libero scambio del mondo. 

Tuttavia, a quel punto gli Stati Uniti non erano più parte del trattato, anche se “l’America è tornata” è diventato il leitmotiv dell’amministrazione di Biden, che ha sostituito D. Trump in carica nel 2021. La maggioranza assoluta degli esperti della Casa Bianca era piuttosto scettica sulle prospettive di rinnovare i colloqui con i membri del CPTPP in un prossimo futuro. Nonostante questo, la possibilità di rientrare nel CPTPP è stata spesso messa in discussione dai funzionari statunitensi: l’obiettivo stesso di impegnarsi economicamente nella regione dell’Indo-Pacifico attraverso “misure alternative” è stato da sempre una priorità assoluta. La nuova Interim National Security Strategy Guidance adottata mette l’Indo-Pacifico al primo posto tra gli “interessi nazionali vitali” degli Stati Uniti. 

Vale la pena ricordare che fino ad oggi, gli Stati Uniti non sono stati l’unico paese a prestare attenzione all’iniziativa CPTPP. Il 1° febbraio 2021 il Regno Unito ha espresso la sua volontà di aderire all’accordo. Questo passo si è ben inserito nella logica del sistema rivisto delle priorità di politica estera del Regno Unito, istituito dopo la decisione di lasciare l’UE. Nel marzo 2021 il governo britannico ha presentato una nuova edizione della Integrated Review, che indicava esplicitamente gli obiettivi del Regno Unito fino al 2030. In particolare, la Review sottolineava la necessità di “stringere nuovi accordi commerciali… adattarsi alle grandi sfide nel mondo… inclusa la crescente importanza della regione Indo-Pacifica“. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, il governo britannico ha considerato l’ASEAN e il CPTPP come due iniziative chiave su cui concentrarsi. Per il Regno Unito, la potenziale adesione al CPTPP è valutata indubbiamente in modo positivo, in quanto permetterà al paese di sostituire i precedenti quadri di libero scambio che possedeva come membro dell’UE.

Sulla base delle dinamiche considerate, è probabile che l’interesse verso il CPTPP non potrà che aumentare nel prossimo futuro a causa di una serie di conclusioni. Prima di tutto, l’analisi precedente dimostra che i paesi dell’Indo-Pacifico sono capaci di fare scelte di politica estera indipendenti e possono essere considerati come partner credibili. Questa circostanza dimostra anche un rafforzamento dell’ordine multipolare. In secondo luogo, un maggiore interesse verso il CPTPP è spiegato anche dalla transizione in corso verso un nuovo sistema di IR incentrato sulla regione indopacifica. Infine, la dimensione geopolitica più importante degli strumenti commerciali li rende oggi indispensabili per promuovere gli interessi degli Stati a livello internazionale. Inoltre, la diffusione di queste pratiche fa sperare nella formazione di un ordine più o meno basato sulle regole in futuro, incentrato su “mega-accordi commerciali“, come il CPTPP.